“Five”: i White Lies non cambiano formula, ma la arricchiscono di nuovi contenuti 0 207

Dieci candeline sulla torta per i White Lies. Sembra ieri, eppure è già passata una decade da quel folgorante To Lose My Life…(2009), il fortunato debutto che lanciò i quattro ragazzi di Ealing in vetta alle classifiche inglesi e in giro per i maggiori festival europei. Arrivati agli sgoccioli di quella florida – ma breve – parentesi che rispondeva al nome di post-punk revival, a qualche anno di distanza dagli esordi dei “cugini” interpol ed Editors (per citare i più rilevanti), i White Lies riuscirono subito a conquistare i favori di pubblico e critica. Lo fecero grazie a un lavoro solido e coeso, non particolarmente originale ma forte di singoli di notevole impatto quali To Lose My Lifee Farewell to the Fairground.

A dieci anni di distanza, con altri tre album all’attivo, i White Lies tornano con una minore attenzione mediatica sulle spalle (ma d’altronde in pochi anni il panorama musicale – e, quindi, anche quello della scena indipendente – è cambiato e non poco), ma con un bagaglio carico di esperienza da riversare in un lavoro che la band definisce come «una pietra miliare della loro carriera»

Diciamolo subito: Five(così si chiama, in maniera non troppo sorprendente, questo loro quinto LP) sarà anche una pietra miliare per la storia White Lies, ma difficilmente lo diventerà per la storia della musica.

Ciò nonostante, si tratta comunque del lavoro più maturo – ad oggi – del gruppo londinese, oltre che di un disco estremamente godibile.

Rispetto al precedente Friends(2016) si registrano passi in avanti tanto nella struttura dei brani – più complessa e diversificata –, quanto nella scrittura degli arrangiamenti – più ricchi e aperti verso un sound meno cupo e decadente. Pur mantenendo la solita vena malinconica (conferita anche dalla timbrica ombrosa del cantante Harry McVeigh), i White Lies sembrano aver voluto virare verso un pop più arioso e leggero. Per intenderci, nessuna inversione di rotta totale. Nessun cambiamento drastico. Siamo sempre nell’alveo di una dark wave alla Echo & the Bunnyman, alla Tears for Fears, alla The Sound, caratterizzata dall’uso massiccio di synth anni ’80. I White Lies non abbandonano la vecchia formula, ma la arricchiscono di nuovi contenuti: «il disco ci ha spinto a espandere il nostro sound ed esplorare nuovi territori artistici, segnando un nuovo ed eccitante capitolo per la nostra storia».

Ne è subito dimostrazione l’ambiziosa opening track Time to Give, un viaggio lungo 7 minuti che forse necessita di più ascolti per esser apprezzata appieno, ma che esalta grazie alla sua progressione finale. Scelta coraggiosa, quella di inserire come apripista un brano che avrebbe trovato una più logica sistemazione a conclusione del disco.

Lasciata l’epicità dei synth di “Time to Give” si passa al basso galoppante di Never Alone che, pur pescando a piene mani dal già ampiamente saccheggiato repertorio dei Joy Division/New Order, sorprende con suggestioni vagamente Spreengstiniane.

Quando parlavano di espandere il loro sound, i White Lies sicuramente facevano riferimento alle successive Finish Linee Kick Me, entrambe guidate dagli accordi di una chitarra acustica raramente utilizzata in precedenza. Se la prima sembra avvicinarsi a un cantautorato alla Morrisey, la seconda abbina le melodie floydiane delle strofe al solito arrangiamento in chiave new wave.

Arriva poi la vera e propria hit del disco: Tokyo, che con quel refrain spudoratamente pop non può non creare dipendenza già dopo il primo ascolto.

Chitarre e bassi distorti per Jo?”, il brano più aggressivo del lotto, dove i soliti suoni anni ’80 incontrano riff di chitarra che sembrano usciti dalla penna di Dave Grohl.

Altro giro, altro ritornello killer. Quello di Denial, che con le sue ruggenti chitarre cariche di fuzz chiude la parentesi rock aperta con “Jo?”.

Believe Itè il brano che più di ogni altro ricorda, per struttura, gli esordi di “To Lose My Life…”, pur mantenendo la patinatura glitterata del synthpop che mancava dieci anni fa.

Alla fine del percorso troviamo la (parzialmente) doorsiana Fire and Wings, che con le sue chitarre stoner e i suoi tappeti di organo sembra preparare il terreno a un brano vagamente psichedelico, salvo poi sfociare in deflagrazioni indie rock/new wave alla The Killers.

In definitiva “Five” è un disco che lavora in continuità con i suoi predecessori, pur apportando inedite e gradevoli variazioni su uno spartito ormai ben definito. Un disco che non farà saltare sulla sedia l’ascoltatore, ma che lo accompagnerà per tutta la sua (abbastanza breve) durata, senza provocare mai eccessivi cali d’interesse. Un disco che i White Lies porteranno sul palco anche dalle nostre parti: l’11 marzo all’Estragon di Bologna.

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Medimex: Liam Gallagher porta gli anni Novanta a Taranto 0 64

Dopo l’apertura di Cigarettes After Sex ed Editors, il Medimex prosegue la sua cavalcata trionfante a Taranto con un altro concerto di successo: Liam Gallagher. L’ex Oasis ha regalato poco più di un’ora di concerto ai propri fan, cantando i vecchi successi della band che ha fatto grande il britpop, qualcosa dell’ultimo disco solista ed il suo nuovo singolo.

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Il concerto inizia intorno alle otto, quando sul palco salgono i JoyCut, gruppo musicale dark-wave elettronico formatosi nel 2003 a Bologna. La giusta alchimia fra synth, batteria e tastiere dà la carica al pubblico che aveva già iniziato ad affollare la rotonda del lungomare dalle 18, molto prima del concerto di ieri.

Dopo un’ora sale sul palco King Hammond, musicista londinese accompagnato dalla sua band: un po’ B-52s, un po’ sagra di paese in senso buono, King Hammond suona per quaranta minuti il suo raggae-ska movimentando la folla, ormai in trepida attesa di Liam Gallagher.

Alle 22.20 sale sul palco l’ex Oasis: classico giaccone invernale, storico tamburello in mano e tutti gli anni 90 sulle spalle. Il concerto si apre con Rock ‘N’ Roll Star, singolo datato 1995 uscito dal disco Definitely Maybe del 94: uno dei brani più rappresentativi degli Oasis. E non è da meno il secondo brano in scaletta, Morning Glory, title track del disco che fece grandi gli Oasis con sedici milioni di dischi venduti, terzo disco più venduto di sempre in Inghilterra, dietro a Beatles e Queen. Piccolo siparietto per concludere l’introduzione al concerto, con Liam che si “libera” del suo tamburello lanciandolo nel pubblico (se sei il fortunato ad averlo preso, mandaci una foto in DM su Facebook e Instagram!)

Il concerto prosegue con Wall of Glass, singolo di punta del disco solista di Liam Gallagher, As You Were. Da qui parte una piccola parentesi di tre canzoni estratte da questo disco, fra cui l’altro singolo di successo, For What it’s Worth. Ed è proprio dopo quest’ultima che arriva un bel momento: l’anteprima italiana del nuovo singolo, Shockwave, pubblicato il giorno prima ed estratto dal nuovo disco in arrivo del cantante inglese: Why Me? Why Not.

Liam Gallagher è esattamente come te lo immagini, come lo hai visto dai video: mani dietro la schiena, espressione costantemente arrogante, non sai mai chi del pubblico manderà a fanculo. È per questo che gli si vuole tanto bene, penso. Intanto che penso, il live prosegue e sul palco si suona una bellissima Some Might Say, cui segue Universal Gleam, fino ad arrivare alla spettacolare Lyla.

foto panoramica di Rosa De Benedetto

Il pubblico risponde benissimo, molti sventolano le maglie del Manchester City, qualcuno alza una maglia dei Noel Gallagher’s High Flyin’ Birds; Liam risponde in inglese: “Preferisco altre maglie. Preferisco la mia!” indicandone una lì vicino. E riprende a suonare: Cigarettes and AlcoholEh La, e si arriva al momento atteso da tutti: Wonderwall. Salti, urla, occhi lucidi.

Liam saluta, ma si sa che è solo per poco. Rientra e riattacca a suonare: la potenza di Roll With It, brano di apertura di quel What’s The Story Morning Glory di cui prima, risuona in tutta la città. E risuona forte anche nel cuore dei fan, che non sentivano questo pezzo live da ben dieci anni. Finisce Roll With It e Liam annuncia l’ultima canzone, partono le note e tutti sanno che si tratta di Champagne Supernova, alla quale viene affidata quasi sempre la chiusura dei suoi concerti.

Ci son poche parole per descrivere il momento storico che ha vissuto ieri la città di Taranto e la gente accorsa da tutto il Sud per questo live. Chi ha vissuto gli anni ’90 può desiderare solo tre cose nella vita: un appuntamento con Jennifer Aniston, una settimana col Drugo e un concerto di uno dei Gallagher. Ieri almeno uno di questi desideri si è avverato.

Californication compie vent’anni: riscopriamolo 0 127

Sapevamo che il disco aveva avuto un largo successo quando andammo in Europa per un giro di conferenze stampa. Eravamo in Italia, io e John stavamo sul sedile posteriore di una Mercedes con il finestrino aperto. Un motorino con due ragazzi italiani si fermò accanto a noi. Guardarono dentro e cominciarono a urlare: “Ehi, Californication, Californication!”. Poi si misero a cantare Scar Tissue. Il disco era uscito da cinque giorni. Ovunque andassimo, tutti i negozi suonavano il nostro disco. L’Italia aveva preso fuoco. Passammo dal vendere una manciata di dischi al venderne più di chiunque altro quell’anno in Italia. Com’è che un Paese intero decide di cominciare ad amarti in un giorno?

Così Anthony Kiedis decise di parlare di Californication all’interno della sua biografia, “Scar Tissue”, proprio come uno dei singoli estratti dall’album che ha fatto grande la band americana nel mondo. Californication usciva oggi, 8 giugno, vent’anni fa, nel 1999, segnando per sempre quell’estate e la storia della musica. Ma anche la storia della band losangelina.

Usciti un po’ malconci dal rilascio di One Hot Minute, stroncato dalla critica, e orfani del chitarrista sostituto di Frusciante, Dave Navarro, licenziato per incompatibilità con il resto della band, i Red Hot avevano bisogno del rilancio – un rilancio dovuto, per altro; non fosse solo per il successo che ebbe Blood Sugar Sex Magic, soprattutto in America.

Così, nell’estate del 1998, Flea riesce a convincere Frusciante, nel frattempo disintossicatosi dalla dipendenza dall’eroina, a rientrare nel gruppo. Il disco inizia a prendere forma grazie al lavoro di quest’ultimo, accompagnato dalle liriche del frontman e dalle jam session che da sempre hanno contraddistinto lo sviluppo dei dischi dei peperoncini.

Il sound vira: vengono abbandonate le sperimentazioni che ammiccavano al metal – frutto probabilmente del chitarrista ex-Jane’s Addiction – puntando tutto sull’alternative con il giusto mix di quel funk-rock che fece la fortuna della band agli inizi. Quello che non cambia è il produttore: Rick Rubin seguirà infatti la band per questo terzo lavoro di fila, dopo aver prodotto i già citati One Hot Minute e BSSM.

Il disco vide la luce proprio l’otto giugno del 1999, anticipato di un paio di settimane dal singolo Scar Tissue, uno dei brani più rappresentativi del gruppo. Fu un successo di critica e di vendite; qualcuno elogiò un Anthony Kiedis in grande spolvero, molti attribuirono la qualità al ritorno di Frusciante. Californication raggiunse la prima posizione in classifica in nove Paesi diversi – fra cui l’Italia, dove vendette 700.000 copie in due anni – aggiudicandosi ben undici dischi d’oro.

Oggi Californication rimane una pietra miliare della musica mondiale, uno di quei dischi che tante band sperano di rilasciare un giorno. E anche se oggi i Red Hot non sono più gli stessi, con il secondo abbandono di Frusciante e le speranze di un suo ritorno ormai rasentanti lo zero, ascoltare le prime note del brano omonimo durante un live è come tornare piccoli, o giovani, per rivivere i magici momenti dell’ultima estate del secolo scorso.

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