“Five”: i White Lies non cambiano formula, ma la arricchiscono di nuovi contenuti 0 471

Dieci candeline sulla torta per i White Lies. Sembra ieri, eppure è già passata una decade da quel folgorante To Lose My Life…(2009), il fortunato debutto che lanciò i quattro ragazzi di Ealing in vetta alle classifiche inglesi e in giro per i maggiori festival europei. Arrivati agli sgoccioli di quella florida – ma breve – parentesi che rispondeva al nome di post-punk revival, a qualche anno di distanza dagli esordi dei “cugini” interpol ed Editors (per citare i più rilevanti), i White Lies riuscirono subito a conquistare i favori di pubblico e critica. Lo fecero grazie a un lavoro solido e coeso, non particolarmente originale ma forte di singoli di notevole impatto quali To Lose My Lifee Farewell to the Fairground.

A dieci anni di distanza, con altri tre album all’attivo, i White Lies tornano con una minore attenzione mediatica sulle spalle (ma d’altronde in pochi anni il panorama musicale – e, quindi, anche quello della scena indipendente – è cambiato e non poco), ma con un bagaglio carico di esperienza da riversare in un lavoro che la band definisce come «una pietra miliare della loro carriera»

Diciamolo subito: Five(così si chiama, in maniera non troppo sorprendente, questo loro quinto LP) sarà anche una pietra miliare per la storia White Lies, ma difficilmente lo diventerà per la storia della musica.

Ciò nonostante, si tratta comunque del lavoro più maturo – ad oggi – del gruppo londinese, oltre che di un disco estremamente godibile.

Rispetto al precedente Friends(2016) si registrano passi in avanti tanto nella struttura dei brani – più complessa e diversificata –, quanto nella scrittura degli arrangiamenti – più ricchi e aperti verso un sound meno cupo e decadente. Pur mantenendo la solita vena malinconica (conferita anche dalla timbrica ombrosa del cantante Harry McVeigh), i White Lies sembrano aver voluto virare verso un pop più arioso e leggero. Per intenderci, nessuna inversione di rotta totale. Nessun cambiamento drastico. Siamo sempre nell’alveo di una dark wave alla Echo & the Bunnyman, alla Tears for Fears, alla The Sound, caratterizzata dall’uso massiccio di synth anni ’80. I White Lies non abbandonano la vecchia formula, ma la arricchiscono di nuovi contenuti: «il disco ci ha spinto a espandere il nostro sound ed esplorare nuovi territori artistici, segnando un nuovo ed eccitante capitolo per la nostra storia».

Ne è subito dimostrazione l’ambiziosa opening track Time to Give, un viaggio lungo 7 minuti che forse necessita di più ascolti per esser apprezzata appieno, ma che esalta grazie alla sua progressione finale. Scelta coraggiosa, quella di inserire come apripista un brano che avrebbe trovato una più logica sistemazione a conclusione del disco.

Lasciata l’epicità dei synth di “Time to Give” si passa al basso galoppante di Never Alone che, pur pescando a piene mani dal già ampiamente saccheggiato repertorio dei Joy Division/New Order, sorprende con suggestioni vagamente Spreengstiniane.

Quando parlavano di espandere il loro sound, i White Lies sicuramente facevano riferimento alle successive Finish Linee Kick Me, entrambe guidate dagli accordi di una chitarra acustica raramente utilizzata in precedenza. Se la prima sembra avvicinarsi a un cantautorato alla Morrisey, la seconda abbina le melodie floydiane delle strofe al solito arrangiamento in chiave new wave.

Arriva poi la vera e propria hit del disco: Tokyo, che con quel refrain spudoratamente pop non può non creare dipendenza già dopo il primo ascolto.

Chitarre e bassi distorti per Jo?”, il brano più aggressivo del lotto, dove i soliti suoni anni ’80 incontrano riff di chitarra che sembrano usciti dalla penna di Dave Grohl.

Altro giro, altro ritornello killer. Quello di Denial, che con le sue ruggenti chitarre cariche di fuzz chiude la parentesi rock aperta con “Jo?”.

Believe Itè il brano che più di ogni altro ricorda, per struttura, gli esordi di “To Lose My Life…”, pur mantenendo la patinatura glitterata del synthpop che mancava dieci anni fa.

Alla fine del percorso troviamo la (parzialmente) doorsiana Fire and Wings, che con le sue chitarre stoner e i suoi tappeti di organo sembra preparare il terreno a un brano vagamente psichedelico, salvo poi sfociare in deflagrazioni indie rock/new wave alla The Killers.

In definitiva “Five” è un disco che lavora in continuità con i suoi predecessori, pur apportando inedite e gradevoli variazioni su uno spartito ormai ben definito. Un disco che non farà saltare sulla sedia l’ascoltatore, ma che lo accompagnerà per tutta la sua (abbastanza breve) durata, senza provocare mai eccessivi cali d’interesse. Un disco che i White Lies porteranno sul palco anche dalle nostre parti: l’11 marzo all’Estragon di Bologna.

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“Love and Rain”: Savage ci riporta negli anni ’80 0 266

1984, 2010, 2020.
Il debutto, la fase di mezzo e il ritorno di Roberto Zanetti; in arte Savage.

Chi è Roberto? Se ci avessero fatto questa domanda nella sua “era”, nei magici anni ’80, un’occhiataccia dettata da un “ma davvero non sai chi sia?” ci sarebbe arrivata. Ma adesso, a distanza di trentasette anni dal suo debutto, in un periodo storico totalmente diverso, ci sentiamo in dovere di rispondere tranquillamente. Roberto nasce a Massa nel 1956, inizia la sua carriera con diversi gruppi (Fathima, Pronipoti Sangrìa, Santarosa e Taxi), partecipa a diverse trasmissioni ottenendo numerosi successi e collabora da anni con artisti di un certo spessore: tra i tanti, Zucchero. Mi piace definire questo artista come il Giorgio Moroder dell’italo-disco e dell’eurodance. Inizia la sua carriera nel 1983 e, un anno più tardi, pubblica il suo primo album: Tonight (1984). Da quel periodo in poi inizia la sua ascesa: conosce Zucchero, produce, cavalca l’onda della musica house e lancia alcuni artisti di grande successo come Alexia. Nel 2010, a distanza di 26 anni dal primo, pubblica il suo secondo album (anche se definirlo così è errato; si tratta di greatest hits: Ten Years Ago (2010), fermandosi in seguito per altri dieci anni e ripresentandosi oggi con il suo ultimo lavoro: Love and Rain (2020). Quest’ultimo, presentato a San Valentino attraverso il singolo I Love You, è un omaggio agli anni ’80, un regalo ai nostalgici, un passato che si ripropone andando a creare i famosi nostalgici di un qualcosa che non si è vissuto; gli anni ’80 hanno questo potere.

Love and Rain è un lavoro composto da sedici canzoni; quelle che a parer nostro basterebbero per creare una serata degna di tale nome nelle attuali discoteche italiane. L’album viene definito scherzosamente dall’artista come guitar free, per il fatto che non sono state usate chitarre in nessuna canzone. Sono presenti violini veri che si sposano perfettamente con l’elettronica pop, creando il sound romantico di Savage. Un disco dove canzoni d’amore e malinconia vanno alla ricerca del tipico sound elettro-pop contaminato da batterie elettroniche e sintetizzatori. Con una copertina che rimanda al Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich: un uomo in abito nero, di spalle, con le mani in tasca e lo sguardo rivolto in avanti, verso l’alto. Tanti sono i significati e, personalmente, a noi piace attribuire quello del piacere del viaggiare, della scoperta. Un viaggio a ritroso nel tempo fino ad arrivare negli anni ’80; una scoperta per alcuni, un ritorno al passato per molti altri. Un’arma per andare avanti data dall’esperienza di anni che non abbiamo vissuto ma che possiamo vivere attraverso questo lavoro.

Quindici inediti, sommati alla versione sinfonica del suo più grande successo dal titolo Only You, danno vita a questa capsula del tempo. Viaggio che ha inizio attraverso una breve e romantica introduzione, Every second of my life, caratterizzata da violini e da una voce struggente. Dal secondo brano in poi si entra, di colpo, negli anni ’80: Don’t say you leave me è questo; un uomo cade dal cielo, dal futuro, trovandosi di colpo nelle atmosfere pop sinfoniche degli anni ’80. Atmosfere che faranno da sfondo a tutti i brani presenti in Love and Rain, senza rendersi mai banali e presentandosi prive di scontatezza. Sound, che dalla prima alla sedicesima canzone, si offre a diversi temi. Come quello dell’amore, presente nella maggior parte dei brani e in diverse forme. L’amore che crea delusioni (Alone); che riappare dopo anni sotto forma di ricordo (Remember Me); che dà vita a un tributo (Italodisco); che si dichiara per la prima volta (Your Eyes); e l’amore per ciò che ci circonda, per la vita, per il nostro ambiente: “We are the future”.

Un eterno romantico. Un uomo che attraverso la sua musica ha il potere di far innamorare una nuova generazione e, soprattutto, la possibilità di consolidare il rapporto con chi quel periodo lo ha vissuto davvero, dicendogli: “nulla è andato”. Ri-accendendo speranze che da trent’anni a questa parte sembrano svanite. Savage è questo: una donna che si culla tra le braccia di un uomo sotto una luce stroboscopica; un abbraccio nel tempo, tra gli anni ’80 e i 2000 inoltrati. Tra le speranze di allora e le consapevolezze di adesso, ma con la forza necessaria per andare verso l’ignoto.

“Romantica Io”: Pia Tuccitto scrive una pagina del rock italiano 0 475

D’amore e ombra – come il titolo di un famoso romanzo di Isabel Allende -: è di questo che parla “Romantica Io“, l’ultimo album di Pia Tuccitto, rocker bolognese dall’animo nobile. Il lavoro, uscito il 31 gennaio e interamente autoprodotto, è figlio della poliedricità di questa grande artista che ne ha curato ogni minimo dettaglio, dalle musiche ai testi, passando per la copertina. Cantautrice, pittrice, protagonista/deuteragonista/voce dello spettacolo Ioelei, messo in scena con la compagna di palco Federica Lisi, la sua carriera parte nel 1993 quando, dopo la partecipazione al festival Nuove Voci di Castrocaro, viene notata da Vasco Rossi che ne apprezza il talento e la invita a far parte della sua scuderia. Da qui nasce un sodalizio artistico che la porta a scrivere per interpreti del calibro di Patty Pravo, Irene Grandi e lo stesso Vasco.
Romantica Io” è l’opera terza ed esce a quindici anni di distanza dall’album d’esordio “Un segreto che” e a dodici da “Urlo” prodotto da Frank Nemola e Guido Elmi per l’etichetta Bollicine/EMI Capitol Music. Questo lavoro è un compendio: racchiude l’essenza di dodici anni di “inattività” discografica che sono stati invece ricchissimi dal punto di vista artistico e amoroso. L’amore, appunto, è il filo conduttore dell’album e  viene declinato in tutte le sue forme. Alla realizzazione e alla limatura hanno partecipato: Corrado Castellari in veste di autore delle musiche di due brani, Bettina Baldassarri, Luca Bignardi che ha curato l’arrangiamento di sette brani e Frank Nemola che ha arrangiato i restanti quattro brani.

Romantica io” (title track) è il brano d’apertura, la dichiarazione d’intenti di un lavoro perfettamente messo a fuoco da un’artista matura. Questa maturità artistica corrisponde – mutatis mutandis – ad una maturità sul piano amoroso e questo è chiaro già nell’incipit del brano: “io per amarti son dovuta invecchiare”. Così com’è chiara, sempre dalle prime battute, l’attitudine rock dell’artista bolognese che non usa espedienti o mezzi termini: “io per amarti ti ho lasciato suonare la mia chitarra da rocker”.  Il graffio nella voce ricorda molto Patty Pravo, ma anche e soprattutto Irene Grandi in “Colpa del Lupo”. L’influenza è evidente e non per via di una supponente forma di pareidolia, per la quale noi che recensiamo siamo tenuti a ricondurre il tutto a qualcosa di conosciuto.

Atmosfera cupa e onirismo in “Come nei films”. Il sound distorto e la voce sensuale ci danno l’abbrivio e ci trasportano all’interno di un racconto di un amore immaginario. Un amore senza confini e che attraverso la voce e le parole cerca la sua reificazione. L’inizio ricorda molto “Tre volte dentro me” di Mina e Afterhours.

L’animo rock emerge prepotentemente in “Com’è bello il mio amore”. La chitarra e la batteria seguono un ritmo preciso e martellante e accompagnano la voce fino all’esplosione nel ritornello. Questo brano è l’essenza del disco.

La chitarra lascia il posto alla tastiera nell’intento di ricreare una precisa atmosfera malinconica. “Perché tutto muore” è un brano ricco di pathos e dal carico emozionale abnorme. Parla dell’amore che finisce, di un sentimento nocivo e logorante che si dissolve nel vento come il fumo di una sigaretta che si spegne e ti lascia un imperituro amaro in bocca.

My Radio” ci riporta agli anni ‘80 quando il binomio dance-rock dava vita a spettacoli corali allietati da gioie lisergiche. Allora l’avanguardia era definita new wave e sfociava spesso in quello che profanamente veniva chiamato alternative rock. In questo pezzo vengono fusi assieme Neil Tennant, Freddie Mercury e Patty Pravo e il risultato è sorprendente. È il pezzo che continui a cantare per tutto il giorno e che provoca l’orchite/colpite a tutti quelli che ti stanno accanto.

Il sesto brano non ha bisogno di presentazioni. Si tratta di “E…”, pezzo scelto e portato al successo da Vasco, che l’autrice riabbraccia come un figlio che ha vissuto all’estero e non vedeva da tempo. Questa è la dichiarazione d’amore per eccellenza, priva di perifrasi e circonlocuzioni (che poi sono la stessa cosa).

Tu Sei Un Sogno Per Me” è il leitmotiv che accompagna lo spettacolo Ioelei messo in scena dall’artista insieme a Federica Lisi. Si tratta di un brano intimo e sincero che si fa colonna sonora di un amore, di una vita, di un viaggio.

L’eterogeneità di stili e generi è esplicitata in “Sto benissimo”: l’inizio in stile Subsonica lascia presto il posto al graffio della chitarra elettrica che sposta il focus è riporta il brano nell’alveo del rock puro e grezzo. L’armonia di chitarre e batteria è perfetta, come in tutto il resto del disco.

Stupida per te” ha l’incedere lento e malinconico di una classica ballad. Questo è la riprova che questa grande artista – come ogni grande artista – non si focalizza su un unico genere, ma spazia all’interno di un ventaglio di stili e generi che le appartengono tutti.

Nel disco c’è spazio per una sorta di intermezzo: “Quante volte sono da sola con te”. Ancora una volta è forte, oltre che necessario, il richiamo a Mina. Si tratta del pezzo più breve dell’album, ma che – per l’icasticità delle immagini che evoca – risulta uno dei più intensi.

Il brano che chiude l’album è “7 aprile”, pubblicato precedentemente in un Ep nel 2013. Si tratta del pezzo mancante, quello che completa e sublima il puzzle. È un brano ricco di colori e sfumature: la chitarra acustica presente all’inizio del pezzo viene sostituita e sovrastata da quella elettrica nel ritornello. La natura multiforme dell’album emerge in modo prepotente in questo brano.

Pia Tuccitto ha scritto un’altra pagina importante del rock italiano. La sua maturità artistica è la vera chiave di volta di questo grande album: la cura minuziosa di ogni dettaglio, l’attenzione e l’oculatezza di ogni singola scelta – dalle parole alle musiche – sono i due ingredienti di questo cocktail perfetto. Rimanendo in campo alcolico si potrebbe dire che sia come il vino che col passare del tempo migliora!

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