Fuori il nuovo trailer di “Avengers: Infinity War”: è il più visto di sempre 0 548

9 anni. 18 film. Decine e decine di eroi e villain. Milioni di dollari d’incasso in tutto il mondo. Tutto ciò per questo momento: Avengers: Infinity War è finalmente realtà, e a palesarlo è un trailer che definire epico è un eufemismo. Ma andiamo con ordine.

Per i fanatici della saga questo film è atteso dal 2012, anno d’uscita di Avengers, la prima grande reunion dei personaggi Marvel. Ricordo ancora, estasiato per l’epica battaglia tra i grattacieli di New York, lo stupore nel vedere, durante la consueta scena post titoli di coda, quel mostro inquietante regnare nello spazio e sghignazzare. Thanos, questo è il suo nome, si mostra in maniera tanto breve quanto dirompente, e, nonostante le altre pochissime apparizioni, è una presenza costante nella mente di ogni marveliano del grande schermo.

Ne sono passati di film da quel 2012, qualcuno spettacolare, qualcuno un po’ meno, ma tutti in grado di incastrare sapientemente ogni minimo dettaglio; ne sono passati di eroi, tra new entry e perdite illustri, ma tutto sembrava portare in una sola direzione: un esodo contro Thanos la cui potenza si può assaporare grandiosamente già dal trailer.

Questo teaser, che nel giro di 24 ore è diventato il trailer cinematografico più visto della storia(!), ci lascia tanto spazio per immaginare la portata immensa di questo racconto, che vede la partecipazione di ogni supereroe fino ad ora ammirato al cinema. È stata incomparabile la pelle d’oca che, da sincero fan boy Marvel, ho tenuto dall’inizio del video, scandito da quelle stesse parole che il generale Fury pronunciò nel primo Avengers per far acquisire al team quella valenza morale che li porterà a salvare il mondo per la prima volta. Impossibile scrollarsi di dosso quei frame che immortalavano i nostri eroi divisi, angosciati, alcuni addirittura sconfitti dallo stesso villain. Indescrivibile la presentazione di Thanos: distruttiva, drammatica, apocalittica, carica di quella potenza anche solo estetica che incuterebbe timore a chiunque.

La pellicola uscirà in Italia il 25 Aprile 2018 (addirittura prima degli Stati Uniti), e ora più che mai l’attesa sembrerà infinita per milioni e milioni di fan.

C’è chi addita questa tipologia di film come il male del cinema, chi dice che siano meri prodotti commerciali, chi dice siano capolavori che rimarranno nella storia della settima arte. Io non mi pongo questi problemi e, con tutta franchezza, non me la sento di prendere in esame un processo cinematografico che solo il tempo giudicherà, ma di una cosa sono assolutamente certo: Avengers: Infinity War chiuderà un cerchio che, se tutto andrà secondo le aspettative del pubblico, potrebbe determinare l’estetica dell’epica del ventunesimo secolo.

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La “reunion” degli O…esais all’Uno Maggio Taranto 0 523

È di pochi minuti fa l’annuncio, arrivato tramite la pagina Facebook dell’Uno Maggio Taranto, della reunion di una delle band che hanno segnato le estati italiane a suon di hit negli anni ’90. Stiamo parlando degli Oeasis di Toti e Tata (Emilio Solfrizzi e Antonio Stornaiolo), band-parodia dei ben più famosi inglesi Oasis di Liam e Noel Gallagher.

Già dall’annuncio del concerto di Liam Gallagher al Medimex – che si terrà sempre a Taranto – gli Oesais avevano riacquistato popolarità, con molti utenti dei social network che ne chiedevano il ritorno sui palchi in onore del grande evento che si terrà a giugno: c’è anche una petizione su Change.org per far duettare Liam con la band molfettese. Presto fatto, il Comitato dei Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti, organizzatore del concerto dell’Uno Maggio, non ha perso tempo cogliendo la palla al balzo: gli Oesais ci saranno ed anticiperanno di qualche mese l’arrivo dell’ex Oasis.

Oesais uno maggio taranto
L’annuncio degli Oesais

Per chi invece non li conoscesse, gli Oesais come detto in precedenza sono una band-parodia degli Oasis: le loro canzoni sono tutte rivisitazioni dei grandi successi della band di Manchester, ma cantate in dialetto molfettese. Nascono così grandi successi come Turaist Inglais (Around the World) o 127 Abarth (Champagne Supernova), in grado di fare anche seri numeri su Youtube e creare una piccola comunità di veri “fan”.

Non sappiamo se quello che succederà sul palco dell’Uno Maggio sarà l’inizio di qualcosa di più grosso o un evento fine a sè stesso. Sappiamo però dove saremo a festeggiare la Festa dei Lavoratori: a Taranto, cantando “la madaunn du pauzz de capaurs!

Love Death + Robots, la nuova antologia animata di Netflix 0 483

Love Death + Robots‘ è una serie di animazione antologica per adulti creata da Tim Miller con la co-produzione con altri nomi importanti del cinema hollywoodiano, come David Fincher, regista di ‘Alien 3′ e ‘Uomini che Odiano le Donne‘ – per intenderci. La serie ha debuttato su Netflix il 15 marzo 2019 con diciotto episodi tutti autoconclusivi e dalla durata mutevole. Infatti, con una media di dieci minuti a episodio, andiamo dai più lunghi di diciassette minuti circa ai più corti di a malapena sei minuti.

In Italia, oramai, le generazioni degli anni ’90 sono abituate ad accostare la parola “animazione” alla parola “adulto”. È da sempre che i canali Mediaset ci propinano animazione seriale d’oltre oceano come Simpson e Griffin; con Netflix invece abbiamo scoperto titoli ancora più impegnati come Rick & Morty e Bojack Horseman, in grado di stravolgere ulteriormente la nostra considerazione del prodotto “cartoon”. Questa nuova serie targata Netflix ricerca ancora più delle altre un target maturo e consapevole. Non sarebbe inutile far vedere il prodotto ad un ragazzino, anche se le varie scene di nudo e di sesso – oltre che di violenza – potrebbero sembrare inopportune a qualche mamma un po’ apprensiva. Ma il prodotto non nasce specificatamente per un pubblico di ragazzi e adolescenti e sarebbe bello se, piuttosto, si riuscisse a convincere qualche over40 a dargli una chance sperando che riescano a vedere Love Death + Robots prestando l’attenzione che merita e con la dovuta serietà, abbattendo la grande credenza italica “Cartone = roba per bambini”.

Infatti, di episodio in episodio, ci rendiamo sempre più conto che, con una cornice sci-fi o fantasy, le storie che ci vengono raccontate sono tutt’altro che adatte ad un pubblico giovane, forse non ancora del tutto in grado di comprenderne certe sfumature, e che l’uso di quella cornice è solo un modo per dare ancora più potenza visiva e valore ai concetti espressi. Ogni episodio affronta tematiche simili; un po’ – direbbero alcuni – come Black Mirror ci parla del rapporto tra uomo e tecnologia, ma, al contrario dell’altra serie antologica, questa non si concentra su un’unica tematica, partendo da un concetto diverso quale “amore, morte più tecnologia”. La parola Robot è fuorviante, soprattutto quando la tecnologia diviene solo il collante per approfondire molti campi della natura umana: dalla filosofia esistenzialista al rapporto tra uomo e uomo, si parla di tutto ciò a cui l’umano è sensibile. Difatti, Love, Death + Robots si discosta molto dalla vincente serie inglese, fatta eccezione per la sigla praticamente identica. Cambia totalmente, quindi, il significato di quel “+” nel titolo, che non diventa congiunzione: la serie non vuole parlare per forza del rapporto che gli umani hanno con i loro artifici ma, piuttosto, di come questi artifici siano di contorno alle vicende degli uomini, vicende di amore e morte, un po’ come fece Marquez con il romanzo ‘L’amore ai tempi del colera‘”.

l’impianto narrativo di L.D + R è però lontanissimo da quello dello scrittore spagnolo, avvicinandosi invece a quello di un noto autore statunitense degli anni ’50: Frederic Brown. Brown è il padre dello stile “short short stories”, ovvero di racconti molto brevi, a volte di poche pagine, che tendono a fare credere una “realtà” al lettore per poi stravolgerla completamente nel finale col solito plot twist. Qualcuno potrebbe aver letto a scuola uno dei suoi scritti più famosi: ‘La Sentinella’. Lo stesso processo è compiuto davvero abilmente in questa serie – considerando che è molto più facile ingannare uno spettatore con le parole, omettendo le immagini – la quale sa offrire finali sconvolgenti, o che almeno lasciano un po’ di sorpresa.

Passiamo da puntate più action – come ‘The secret war’ e ‘Shape-shifter‘ -, in cui sparatorie e combattimenti sono protagonisti e dove viene utilizzata un’animazione che rasenta il foto-realismo, a quelle più dialogate e riflessive – come ‘When the Yogurt take over’ e ‘Zima Blue’ –, nelle quali, al contrario, l’animazione è più ricercata e grottesca. Ogni puntata è scritta, diretta e animata da persone e case di animazione diverse e di diversa nazionalità. La serie sembra infatti essere un’antologia su cosa ne pensano i Paesi coinvolti nel progetto su questa o quella tematica, incentrando il tutto sullo stile grafico che vogliono “esportare”.

Lontani nel tempo e senza alcun nesso fra di loro, alcuni episodi vi faranno piangere, alcuni vi faranno ridere a crepapelle, altri vi entusiasmeranno e altri ancora vi lasceranno con un profondo dolore nelle viscere – ‘Three robots‘ in assoluto è quello che fa più male. Non tutte le puntate sono allo stesso livello di genialità; alcune, come ‘Sucker of Souls’ e ‘The dump‘, sono decisamente bruttine e un po’ fuori tema. Ma, nel complesso, il prodotto è ottimo e capace tanto di far riflettere e commuovere quanto di intrattenere e divertire. La particolarità della serie è anche il suo punto forte, ovvero il minutaggio: diciotto episodi della durata media di dieci minuti si guardano in un pomeriggio o si gustano poco a poco nel giro di qualche serata. L’impianto classico di 45/50 minuti a puntata, oltre a diventare un grande spreco di tempo quando si tratta di serie longeve, ha cominciato ad annoiare e a spostare l’attenzione di spettatori come il sottoscritto su altri prodotti.

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Una scena di Three Robots

Se vogliamo trovare dei difetti complessivi alcuni ce ne sono, sebbene siano esclusivamente legati al format: il poco approfondimento psicologico dei personaggi, ad esempio, conseguenza del poco tempo a disposizione per ogni storia; sempre a causa della durata, parti iniziali inevitabilmente spiegose e introduttive: ogni puntata, dovendo per forza di cose raccontare un mondo e personaggi sempre diversi, ricorre spesso al fastidioso e abusato “voice off”, la voce fuori campo del narratore onnisciente. Tuttavia, sono piccole imperfezioni che ci faremo andare bene, in quanto le serie sa farsi perdonare con i suoi molti pregi, il più importante dei quali è sicuramente la sua originalità come progetto e formato.

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