Intervista a Gast: “Star Roller primo disco ufficiale; Noyz? A breve il video.” 0 920

È uscito oggi, 22 febbraio, il primo disco ufficiale di Gast, Star Roller. Il rapper romano, già membro del TruceKlan, ha alle spalle diversi mixtape, tra cui il celeberrimo ‘Underground Legend’ – una delle pietre miliari, a nostro parere, del rap romano – e l’ancora fresco d’esordio ‘Cime Viola’. Uscito da un 2018 un tantino travagliato dopo esser balzato agli onori della cronaca per aver “dirottato” la metro B di Roma (in realtà non è andata così, ma si vola di fantasia in molte redazioni), ma anche pieno di soddisfazioni musicali come il già citato ‘Cime Viola’ e ‘2Win$’, quindi, il cantante ha rilasciato un disco di undici tracce interamente prodotto da Depha.

Era da qualche mese che non sentivamo Manuel, col quale ci eravamo messi in contatto in occasione di quello schiaffo di Jamil al ragazzino di Martina Franca al quale, grazie a noi, Gast è riuscito a chiedere scusa da parte di tutto l’ambiente Hip Hop italiano. Abbiamo quindi deciso che fosse davvero il caso di risentirci col rapper per approfondire questo nuovo disco, che segna un passaggio davvero importante per la sua carriera. Abbiamo quindi parlato di ‘Star Roller’, del ritorno di Noyz dopo l’assenza da ‘Cime Viola’, ma anche del rapporto con Depha e dei casini che sono successi in tutto questo periodo.

gast star roller

Ciao Manuel! Per iniziare quest’intervista, volevo porre alla tua attenzione un argomento di cui si è parlato a lungo nei mesi precedenti: quest’anno il vincitore di X-Factor è un rapper, Anastasio. È il primo rapper a vincere X-Factor Italia, e questa cosa ha scaturito varie riflessioni, una delle quali può essere assunta come un fatto: se questo non era chiaro già con i vari Fedez, Gue o Salmo, oggi più che mai sappiamo che il rap e la sua variante più commerciale, la trap, siano diventati il genere di punta ascoltato dagli italiani, entrando di prepotenza nell’universo del mainstream. Una cosa impensabile fino a vent’anni fa. Da, soprattutto, artista underground di lungo corso, come ti poni rispetto a questo?
“Guarda non so proprio chi sia il tipo, non seguo tv e mass media, certe notizie non mi arrivano proprio. Comunque, non è che ci voleva questo Anastasio per capirlo: ormai sono anni che la cultura pop ammicca al rap e viceversa, è ovvio che in Italia come nel mondo il rap-barra-trap abbia preso la maggior parte del pubblico. Ha totalmente spopolato, è davvero incredibile. C’è gente che conosc-No, vabbè. Tagliamo qua.”

No, no, continua, ti pare?
“Ma no, per dire, anche il più faggiano di vent’anni fa oggi ha fatto il botto con tre dieci dischi di platino, proprio perché va così di moda. Non è male eh, non dico che questa cosa non sia positiva e che tutti siano senza talento, ma c’è così tanta attenzione al genere che certa gente è sopravvalutata da morire. Poi oh, pure io ci sguazzo, ho firmato un contratto quest’anno che, dopo una vita nell’underground, non mi aspettavo. (Ride, n.d.r.) Comunque, non mi dilungo troppo altrimenti…”

Va bene, cambiamo argomento allora: a distanza di otto mesi, come pensi sia andato ‘Cime Viola Mixtape’?
“Guarda, ‘Cime Viola’ è andato benissimo, è il disco che è andato sold out più velocemente. Sono rimasto davvero soddisfatto, ha ottenuto risultati migliori delle aspettative.”

La cosa che ci ha lasciato piacevolmente sorpresi è che hai voluto radunare davvero un sacco di gente per quel disco, rappresenta molto.
“Diciamo che ho spinto su cosa c’è di buono in questo periodo, oltre ai classici Aban e Chicoria. Ho voluto spigne pischelli di ventuno e ventidue anni, come Numi, Yamba, Roma Guasta. Sono tutti molto particolari.”

Poco più di un mese dopo ‘Cime Viola’ hai anche rilasciato ‘Twin$’ con Aliendee. Com’è andato questo disco, invece?
“Anche quello è andato bene, si è trattato di un lavoro più di nicchia, settoriale. una cosa per gli addetti ai lavori. Resta comunque grande soddisfazione, bei feat, ‘na cosa alla romana.”

Perfetto! Possiamo allora parlare del presente: sappiamo che è uscito il tuo nuovo album: ‘Star Roller’. L’ultimo singolo, ‘Ferrari’, è in collaborazione con Pa Pa, un nome che proprio da poco ha iniziato a gravitarti intorno…
“Guarda, te la racconto questa perché è divertente: ho amici di vecchia data che mi hanno addirittura tolto dai social perché ho fatto il pezzo con Pa Pa. Sapevo che sarebbe stata una scelta drastica e mi avrebbero dato contro in tanti, ma quando ho sentito ‘Mercedes’ è scattata subito ‘Ferrari’. Sono sempre istintivo nella scelta dei feat: ci siamo visti e l’abbiamo scritta al volo in studio, mentre Eddy faceva il beat dove Pa Pa ringhia ‘Ferrari Ferrari Ferrari’”

Ma soprattutto c’è il singolo con Noyz! Segna un po’ un ritorno alle origini, mancava da tanto: molti lo aspettavano su ‘Cime Viola’.
“Sì, Noyz non è potuto esserci perché stava lavorando al suo disco, ‘Enemy’, ed era troppo impegnato, ma visti i risultati che ha ottenuto ha fatto bene a impegnarsi molto. ‘Cbr’ è una bella saracca, abbiamo girato il video con i Trilathera e lo droppiamo a giorni.”

Ci sono altre novità su questo disco che dobbiamo sapere?
“Oltre a ‘CBR’, il nuovo pezzo con Noyz, c’è anche ‘Scatta che Rollo’ tra i singoli estratti, una canzone tutta mia. Forse il pezzo più importante del disco è ‘Nuovo Pannella’. Questo nuovo lavoro sancisce anche il forte rapporto che si è creato con Depha.”

Volevo chiederti al proposito di parlarmi di questo rapporto e del suo futuro nel rap italiano: ho visto che è a lavoro su tanta roba.”
“Sì, è già uscito Carter con Depha, oggi io, e ci saranno anche altre novità. Sta provando a creare una nuova realtà, è un punto di riferimento a Roma, ci sto già dentro anche per ‘Cime Viola 2’. Continueremo sicuramente a collaborare.”

Cambiamo argomento: Una delle storie che ha catturato di più l’attenzione l’anno scorso è proprio stata la tua diatriba con Jamil. Vuoi spiegarci cos’è successo, in breve, prima dell’uscita di ‘Vinz’?
‘Vinz’ era pronto già pochi giorni dopo che lui, per la seconda volta, aveva messo la mia faccia in un suo video: sono già due volte che usi l’immagine mia senza chiedermelo, mi viene naturale farti un dissing.”

L’ultimo video a cui ti riferisci sarebbe ‘Noyz Diss’, giusto?
“Sì, esatto, quello in cui si porta tutti i bambini dell’asilo dietro, dove dice ‘Ringrazia Gast e Chico per la credibilità’, come se fossi un amico suo…”

Chiaro, quindi la faccenda gravita attorno alla storia dei video. Però, come hai detto, il dissing era pronto già da qualche giorno dopo l’uscita di Noyz Diss, un anno e mezzo fa: come mai, come poi ha accusato Jamil, tutto questo tempo?
“Sì, era già pronto ma all’epoca non mi serviva a niente: Jaminkia (sic) ha perfettamente ragione, l’ho strumentalizzato. mi sono fatto pubblicità alle sue spalle, come ha fatto lui con noi.”

Oltre alla storia di Jamil, nel 2018 sei stato bersagliato anche per la storia della metro, per cui hai fatto anche uscire un singolo, ‘Metro B’ appunto, che è contenuto anche in Star Roller. Ti terrai fuori dai guai in questo 2019?
“Vedremo, per ora mi sono beccato una denuncia penale con 4 articoli, vedremo come andrà il processo, bella pagliacciata, il mio avvocato farà un casino.”

Sdrammatizziamo per chiudere: hai qualche data per il nuovo disco già pronta?
“Abbiamo fatto un primo instore al Canapa Mundi, in collaborazione con Canaparoma, dove abbiamo presentato un’edizione limitata di infiorescenze: Metro Blu. Faremo presto l’instore da Graff Dream a Roma e da Propaganda a Milano. La prima data a Roma il 7 marzo!”

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“La Terra dei Re”: le mille maschere di Solfrizzo per l’unico volto del rock 0 153

Le vie del rock sono infinite, un po’ come quelle del signore (anche se forse quelle sono finite, come nel film di Troisi) e Vito Solfrizzo le percorre – quantomeno nelle intenzioni – tutte ormai da anni. Non è facile: bisogna sapersi orientare e per farlo è necessario trovare i giusti riferimenti, quelli che ti consentono di ripercorrere i tuoi passi quando ti accorgi che ti stai allontanando troppo e stai per finire fuori strada. Capita di perdersi l’importante è rendersene conto prima che sia troppo tardi. Come disse Baglioni in occasione del Festival di Sanremo “errare è umano, perseverare è artistico” o più semplicemente presuntuoso, come aggiungerei io. Il rock ha un solo volto ma cento, mille, un milione di maschere diverse da indossare secondo l’occasione, e distinguerle l’una dall’altra è difficile, quasi impossibile. Nessuno può avere la presunzione di farlo. “La terra dei re” è l’ultimo album – interamente autoprodotto – di questo giovane cantautore pugliese; è un lavoro che parte da un viaggio interiore e sfocia nella disamina della società contemporanea. Tocca diversi temi, come il precariato, la situazione politica e quello che egli definisce “l’inganno dei talent show”. Le critiche non sono larvate ma precise e mirate. Questo disco arriva a due anni di distanza da “Nove”, album d’esordio uscito nel 2017 in coproduzione con Alessandro Spenga.

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La copertina de “La Terra dei Re”, il nuovo album di Vito Solfrizzo


Si comincia con “Il paradiso dei sogni”, un brano, rude, grezzo. Chitarroni, riff graffianti e beat frenetici, a tratti nevrotici, accompagnano questo pezzo che parla dei nostri sogni, quelli che cerchiamo di realizzare a qualunque costo e che spesso ci spingono a fare cazzate. Non ce ne rendiamo conto, ma quando ci incamminiamo verso i nostri sogni non teniamo conto della strada che abbiamo già percorso né di quella che ancora ci manca per raggiungerli, non ci rendiamo conto della stanchezza e della fatica. Camminiamo per inerzia, fottuti e sfiniti, fino alla fine.

L’attacco del secondo pezzo ricorda molto “Non ci guarderemo indietro mai” dei Negrita. “La terra dei re” è il brano che dà il titolo all’album e ne dichiara le intenzioni: i “re” sono tutti coloro che credono di essere superiori solo perché siedono sugli scranni più alti o ricoprono posizioni apicali o più semplicemente perché indossano una cravatta o vestiti più costosi. I professori, i politici, i datori di lavoro, in generale coloro che si pongono al di sopra di te in un sistema gerarchico- professionale ti fanno pesare la posizione di subordinazione in cui ti trovi rispetto a loro e non puoi far altro che cercare il compromesso per garantirti un quieto vivere. A tutta questa bella gente è bene ricordare – come fa Solfrizzo – quella massima di Montaigne che recita pressappoco così: «Anche sul trono più alto del mondo si sta seduti sul proprio culo». Degno di nota è il sound alternative che ci riporta agli anni ’90, ai primi brani dei Timoria.

Si continua con “Profumo di sabbia”, brano romantico dedicato alla sua ragazza. È un pezzo più lento, meno ritmato e dal mood riflessivo. Parla di un amore che sopravvive al cambiamento: tutto cambia, perfino i soggetti che questo amore lo vivono e lo consumano, ma il sentimento no. Quello rimane intatto, come un castello di sabbia che nessun’onda riuscirà mai ad abbattere.

I soliti riff asettici ci accompagnano in “Il dono dei furbi”. Questo è una sorta di j’accuse rivolto alla classe politica italiana, rea di tentare continuamente di affabulare e circuire quanta più gente possibile. Non tutti restano intrappolati in questa rete, molti sfuggono perché le maglie sono troppo larghe o semplicemente consunte.

America” segue un preciso crescendo, passa da un’atmosfera cupa all’esplosione del ritornello. Ha un’anima rock classica e parla dell’esperienza nella musica, della rivalità fra gli artisti e del clima di competizione in cui vivono. L’America è l’isola felice, il posto che sogni di raggiungere per realizzare i tuoi sogni. È la terra fertile, quella promessa, quella anelata. Questa è la sola maschera del rock riconoscibile e riconosciuta in tutto l’album.

E so che c’è un posto, è un sogno per me. Io voglio solo l’America, per vivere come va.

Vito Solfrizzo, “America”

La chitarra acustica dona quel tocco di malinconia che serve per raccontare di un amore mai sbocciato – come una nave rimasta ormeggiata nel porto che non prenderà mai l’abbrivio per andare al largo – per un motivo futile. “Senza età” parla di tutte quelle storie d’amore che non nascono per differenze anagrafiche. L’età è un ostacolo da superare e non tutti hanno la forza per farlo. Il pezzo è un po’ piatto all’inizio ma poi prende quota e decolla nel finale con l’assolo.

La chitarra – come si percepisce – è una sorta di coperta di Linus per Solfrizzo, che la usa tanto, forse troppo. In “Cuore di Razza” la sua preminenza rende il pezzo un po’ piatto, parole e musica non sono sullo stesso piano ma posti in modo gerarchico: prima la chitarra e poi tutto il resto. C’è una sproporzione che sfocia nel virtuosismo e nell’ostentazione ed è un vero peccato perché sia in questo sia in altri pezzi emergono una buona vocalità e una buona capacità di scrittura che vengono relegati, purtroppo, a margine. Il tema è quello trito e ritrito dell’inganno dei talent show che puntano solo agli ascolti a detrimento del talento e del valore di un’artista.

Si cambia registro in “Conquiblues“, un pezzo che parla di precariato, di sfruttamento e di tutti i problemi che attanagliano il nostro paese. Il blues rock stile anni ’70 smarca un po’ l’album dall’alveo del classic e lo avvicina più al pop. L’armonica si addice perfettamente allo stile del brano.

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La duttilità è una qualità importante, che ci consente di stare bene in qualsiasi situazione. “Mi Adatterò” è un’apologia di questa capacità, per qualcuno di poco conto o addirittura esecrabile. È un pezzo che ha due facce: una acustica e l’altra elettrica. Comincia in acustico, una chitarra in stile Cobain in qualche strana versione di Something in The Way suonata sotto un ponte, cui si unisce l’elettrica “sporca” del ritornello. “Se cambia l’orizzonte io mi adatterò” è il manifesto di questa capacità adattiva non comune.

U.R.A.” acronimo di Utopia Realmente Astratta (una specie di supercazzola a cui Nanni Moretti risponderebbe con uno schiaffo) è «un viaggio interiore intenso quanto inaspettato» come lo definisce Solfrizzo. È un viaggio dettato dal cambiamento e dalla voglia di realizzare gli obiettivi e i sogni di una vita. In esso spiccano una buona vocalità troppo spesso oscurata e un bel basso.

Si continua sulla stessa scia con “L’ombra del Sole“, un pezzo che parla della lotta interiore contro il “nostro” lato oscuro. Lottiamo affinché non prenda il sopravvento e non trovi mai la luce. Ritorna lo stile Timoria (anche la vocalità lo ricorda vagamente). Il ritmo veloce e cadenzato rende il pezzo tutto sommato lineare a parte qualche sfumatura glitch.

Di stampo decisamente cantautoriale è “La Canzone nel Vento“, brano che chiude il disco. È un pezzo dedicato al nonno scomparso nel 2007. È quello più vero e sentito di tutto l’album: non ci sono sovrastrutture né orpelli, solo sentimento. È un brano struggente ma piacevole e dall’imponente carico emozionale.

L’amatorialità di questo disco emerge ad ogni singolo ascolto. Non rappresenta una novità né un unicum nel panorama musicale italiano – che di dischi del genere è ormai saturo; ogni anno ne escono a dozzine: dozzine di dischi pseudo-rock-wannabe dal sound inconsistente. Nel caso di Solfrizzo le capacità, almeno, ci sono, ma non vengono sfruttate per colpa di un’imprecisa superficialità.

Intervista ai Quadrophenix: “Paraponzi il nuovo disco” 0 163

I Quadrophenix nascono a Taranto nell’estate del 2006. Dopo dei primi anni travagliati, alla ricerca della propria identità, la band tarantina vira verso un genere più scanzonato e ironico, mantenendo intatta la base pop-rock/twist sul quale viene fondata. Dalla fine di giugno è in radio il loro nuovo singolo, “Mai Più”, che anticipa il loro primo album in studio, “Paraponzi”, uscito proprio oggi. Noi abbiamo incontrato la band qualche giorno fa proprio per farci una chiacchierata su questo loro primo disco, parlando dei motivi che li hanno spinti a buttarsi nella mischia e sui progetti futuri, con un nuovo disco già pronto.

Ciao ragazzi! Rompiamo un po’ il ghiaccio: parlatemi di voi!
La cosa più importante da dire pensiamo sia che nel 2006 è nata la band. Prima facevamo una roba molto inglese, di ispirazione Gallagheriana; abbiamo poi cambiato impostazione, passando all’italiano. Quando ci siamo accorti di essere dei cazzari abbiamo spostato il modo di scrivere su un genere un po’ più allegro, ironico. È cambiata anche la formazione, stabile da cinque anni a questa parte.

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Come mai la scelta di intraprendere questo percorso più ironico, alla Elio e Le Storie Tese?
Guarda, io credo che la nostra musica sia seria! [Ride, n.d.r.] No, davvero… quello che penso è che fin quando tu scrivi rispettando quello che sei, quello è fare musica sul serio. Che non vuol dire scrivere i testi di Tenco e neanche quelli degli Skiantos. Se hai qualcosa da dire, dilla. E che sia vera. Se fatto solo per apparire, come lo era in principio – quando appunto suonavamo britpop, senza un senso – è sbagliato.

Dal 2006 ad oggi è passato davvero tanto tempo e, anche con un disco in dirittura d’arrivo, sembra comunque un’eternità. Va bene il cambio di sound, va bene il cambio di formazione, ma come mai nessuna pubblicazione in quest’arco di tempo?
Eh, penso tu ci abbia azzeccato in pieno. [Ride, n.d.r.] La questione è questa: nel 2006 esisteva My Space. Io avevo vent’anni, e vent’anni nel 2006 sono diversi dai vent’anni di oggi. Eravamo più ingenui, più genuini. Internet non era così radicato. Quando dico che esisteva My Space intendo un mondo diverso: su My Space avevi fra le amicizie Dodò, l’ingegner Filini… Era una visione del social diversa. E così cambiava anche il modo di intendere la musica, completamente diverso da oggi. Qualcosa la pubblicammo, ma non andò oltre la cerchia dei nostri amici – e noi siamo stati bravi ad approfittarne per far sparire tutto [Ride, n.d.r.]. Allo stesso tempo, l’album che siamo in procinto di pubblicare [Paraponzi, n.d.r.] è vecchio, risale al 2012, e non lo pubblicammo perché mancava l’etichetta: nel 2012 era fondamentale avere un’etichetta per pubblicare. Questo per far capire come siano cambiate le cose: oggi, nel 2019, grazie ad internet, puoi permetterti di pubblicare un disco anche senza etichetta. Ma oltre questo c’è anche altro: la verità è che stiamo disperatamente provando a pubblicare il primo disco quanto prima perché ne abbiamo già un secondo pronto!

Andiamo con ordine allora: di cosa tratta Paraponzi?
Beh, trattandosi di un disco scritto qualche anno fa, è sicuramente molto scanzonato. Rispecchia l’età che avevamo allora, gli anni dell’università, le prime libertà lontano da casa… è molto solare, prevalentemente. Molto diverso rispetto, ad esempio, al secondo che abbiamo in cantina. Per farti capire: stiamo disperatamente cercando un titolo per il secondo disco, e fra quelli che abbiamo pensato c’è “The Dark Side of the Mood”. Questo perché ha proprio un approccio diverso rispetto al nostro tradizionale modo di fare. Però è anche un’evoluzione rispetto al primo disco, motivo per il quale vogliamo pubblicarli comunque entrambi senza fare balzi in avanti. Vogliamo dare dei punti di riferimento all’ascoltatore.

quadrophenix intervista blunote music copertina paraponzi

Trattandosi però di un disco scritto nel 2012, in un periodo, come dite voi, completamente diverso – ed eravate diversi anche voi – e che non rispecchia la realtà odierna, c’è stato sicuramente il bisogno di un lavoro di revisione. Come siete riusciti ad attenuare queste problematiche in vista del lancio?
La risposta è semplicissima: con l’amore. [Ridiamo, n.d.r.] Pensavi di metterci in difficoltà, ma ci hai tirato un assist fantastico. No, scherzi a parte: se in “Mai più” [il singolo, n.d.r] ci sono alcuni riferimenti, all’interno del disco non troverai mai le parole “selfie”, “facebook”. Il disco ti racconta un mondo più genuino, qualcosa che esiste anche nel 2019 ma che è solo più difficile da trovare. E parla soprattutto di amore, qualcosa che ci sarà sempre.”

La vostra musica si ispira molto alla Surf Music anni ’60 – quella dei Beach Boys per intenderci. Questo è sicuramente vero per i due brani già pubblicati, ma è così anche per il resto del disco?
’’Mai più’ sicuramente. Il resto dell’album si rifà a quel sound, ma essendo un prodotto del 2011/2012 cerca di avere le sonorità radiofoniche del tempo – nel contesto radio-pop nazionale ancora non era arrivato prepotentemente il rap a fare da padrone, andava un po’ di tutto. Che poi, radiofonico è un termine un po’ stuprato, come ‘indie’. Questo per dire che per me è un disco radiofonico, per altri magari no, perché è diventato quasi soggettivo.

Mentre nel secondo disco, invece, il sound è rimasto invariato o avete fatto altro?
Abbiamo fatto peggio! [Ride, n.d.r.] Ci siamo concentrati su quello che ci piace fare. La verità è che ci siamo detti ‘ma chi ce la fa fare’ di seguire uno schema, una moda… facciamo quello che ci piace! Abbiamo azzardato di più, se Paraponzi ha una sua coerenza, il secondo disco è un puzzle: c’è il pezzo più psichedelico, quello più pop.

Siamo in conclusione: pensate di lanciare un secondo singolo dopo l’uscita?
C’è una grossa diatriba all’interno della band su questo. Pensiamo di sì, vogliamo vedere sicuramente come va il disco e il singolo già pubblicato, ma abbiamo già individuato quello che potrebbe essere il prossimo singolo, ‘Nuvole’. Comunque sia, vogliamo fare qualcosa per poi pubblicare il nuovo disco.

Perfetto ragazzi, vi ringrazio molto!
Grazie a te!

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