Intervista a Gast: “Star Roller primo disco ufficiale; Noyz? A breve il video.” 0 474

È uscito oggi, 22 febbraio, il primo disco ufficiale di Gast, Star Roller. Il rapper romano, già membro del TruceKlan, ha alle spalle diversi mixtape, tra cui il celeberrimo ‘Underground Legend’ – una delle pietre miliari, a nostro parere, del rap romano – e l’ancora fresco d’esordio ‘Cime Viola’. Uscito da un 2018 un tantino travagliato dopo esser balzato agli onori della cronaca per aver “dirottato” la metro B di Roma (in realtà non è andata così, ma si vola di fantasia in molte redazioni), ma anche pieno di soddisfazioni musicali come il già citato ‘Cime Viola’ e ‘2Win$’, quindi, il cantante ha rilasciato un disco di undici tracce interamente prodotto da Depha.

Era da qualche mese che non sentivamo Manuel, col quale ci eravamo messi in contatto in occasione di quello schiaffo di Jamil al ragazzino di Martina Franca al quale, grazie a noi, Gast è riuscito a chiedere scusa da parte di tutto l’ambiente Hip Hop italiano. Abbiamo quindi deciso che fosse davvero il caso di risentirci col rapper per approfondire questo nuovo disco, che segna un passaggio davvero importante per la sua carriera. Abbiamo quindi parlato di ‘Star Roller’, del ritorno di Noyz dopo l’assenza da ‘Cime Viola’, ma anche del rapporto con Depha e dei casini che sono successi in tutto questo periodo.

gast star roller

Ciao Manuel! Per iniziare quest’intervista, volevo porre alla tua attenzione un argomento di cui si è parlato a lungo nei mesi precedenti: quest’anno il vincitore di X-Factor è un rapper, Anastasio. È il primo rapper a vincere X-Factor Italia, e questa cosa ha scaturito varie riflessioni, una delle quali può essere assunta come un fatto: se questo non era chiaro già con i vari Fedez, Gue o Salmo, oggi più che mai sappiamo che il rap e la sua variante più commerciale, la trap, siano diventati il genere di punta ascoltato dagli italiani, entrando di prepotenza nell’universo del mainstream. Una cosa impensabile fino a vent’anni fa. Da, soprattutto, artista underground di lungo corso, come ti poni rispetto a questo?
“Guarda non so proprio chi sia il tipo, non seguo tv e mass media, certe notizie non mi arrivano proprio. Comunque, non è che ci voleva questo Anastasio per capirlo: ormai sono anni che la cultura pop ammicca al rap e viceversa, è ovvio che in Italia come nel mondo il rap-barra-trap abbia preso la maggior parte del pubblico. Ha totalmente spopolato, è davvero incredibile. C’è gente che conosc-No, vabbè. Tagliamo qua.”

No, no, continua, ti pare?
“Ma no, per dire, anche il più faggiano di vent’anni fa oggi ha fatto il botto con tre dieci dischi di platino, proprio perché va così di moda. Non è male eh, non dico che questa cosa non sia positiva e che tutti siano senza talento, ma c’è così tanta attenzione al genere che certa gente è sopravvalutata da morire. Poi oh, pure io ci sguazzo, ho firmato un contratto quest’anno che, dopo una vita nell’underground, non mi aspettavo. (Ride, n.d.r.) Comunque, non mi dilungo troppo altrimenti…”

Va bene, cambiamo argomento allora: a distanza di otto mesi, come pensi sia andato ‘Cime Viola Mixtape’?
“Guarda, ‘Cime Viola’ è andato benissimo, è il disco che è andato sold out più velocemente. Sono rimasto davvero soddisfatto, ha ottenuto risultati migliori delle aspettative.”

La cosa che ci ha lasciato piacevolmente sorpresi è che hai voluto radunare davvero un sacco di gente per quel disco, rappresenta molto.
“Diciamo che ho spinto su cosa c’è di buono in questo periodo, oltre ai classici Aban e Chicoria. Ho voluto spigne pischelli di ventuno e ventidue anni, come Numi, Yamba, Roma Guasta. Sono tutti molto particolari.”

Poco più di un mese dopo ‘Cime Viola’ hai anche rilasciato ‘Twin$’ con Aliendee. Com’è andato questo disco, invece?
“Anche quello è andato bene, si è trattato di un lavoro più di nicchia, settoriale. una cosa per gli addetti ai lavori. Resta comunque grande soddisfazione, bei feat, ‘na cosa alla romana.”

Perfetto! Possiamo allora parlare del presente: sappiamo che è uscito il tuo nuovo album: ‘Star Roller’. L’ultimo singolo, ‘Ferrari’, è in collaborazione con Pa Pa, un nome che proprio da poco ha iniziato a gravitarti intorno…
“Guarda, te la racconto questa perché è divertente: ho amici di vecchia data che mi hanno addirittura tolto dai social perché ho fatto il pezzo con Pa Pa. Sapevo che sarebbe stata una scelta drastica e mi avrebbero dato contro in tanti, ma quando ho sentito ‘Mercedes’ è scattata subito ‘Ferrari’. Sono sempre istintivo nella scelta dei feat: ci siamo visti e l’abbiamo scritta al volo in studio, mentre Eddy faceva il beat dove Pa Pa ringhia ‘Ferrari Ferrari Ferrari’”

Ma soprattutto c’è il singolo con Noyz! Segna un po’ un ritorno alle origini, mancava da tanto: molti lo aspettavano su ‘Cime Viola’.
“Sì, Noyz non è potuto esserci perché stava lavorando al suo disco, ‘Enemy’, ed era troppo impegnato, ma visti i risultati che ha ottenuto ha fatto bene a impegnarsi molto. ‘Cbr’ è una bella saracca, abbiamo girato il video con i Trilathera e lo droppiamo a giorni.”

Ci sono altre novità su questo disco che dobbiamo sapere?
“Oltre a ‘CBR’, il nuovo pezzo con Noyz, c’è anche ‘Scatta che Rollo’ tra i singoli estratti, una canzone tutta mia. Forse il pezzo più importante del disco è ‘Nuovo Pannella’. Questo nuovo lavoro sancisce anche il forte rapporto che si è creato con Depha.”

Volevo chiederti al proposito di parlarmi di questo rapporto e del suo futuro nel rap italiano: ho visto che è a lavoro su tanta roba.”
“Sì, è già uscito Carter con Depha, oggi io, e ci saranno anche altre novità. Sta provando a creare una nuova realtà, è un punto di riferimento a Roma, ci sto già dentro anche per ‘Cime Viola 2’. Continueremo sicuramente a collaborare.”

Cambiamo argomento: Una delle storie che ha catturato di più l’attenzione l’anno scorso è proprio stata la tua diatriba con Jamil. Vuoi spiegarci cos’è successo, in breve, prima dell’uscita di ‘Vinz’?
‘Vinz’ era pronto già pochi giorni dopo che lui, per la seconda volta, aveva messo la mia faccia in un suo video: sono già due volte che usi l’immagine mia senza chiedermelo, mi viene naturale farti un dissing.”

L’ultimo video a cui ti riferisci sarebbe ‘Noyz Diss’, giusto?
“Sì, esatto, quello in cui si porta tutti i bambini dell’asilo dietro, dove dice ‘Ringrazia Gast e Chico per la credibilità’, come se fossi un amico suo…”

Chiaro, quindi la faccenda gravita attorno alla storia dei video. Però, come hai detto, il dissing era pronto già da qualche giorno dopo l’uscita di Noyz Diss, un anno e mezzo fa: come mai, come poi ha accusato Jamil, tutto questo tempo?
“Sì, era già pronto ma all’epoca non mi serviva a niente: Jaminkia (sic) ha perfettamente ragione, l’ho strumentalizzato. mi sono fatto pubblicità alle sue spalle, come ha fatto lui con noi.”

Oltre alla storia di Jamil, nel 2018 sei stato bersagliato anche per la storia della metro, per cui hai fatto anche uscire un singolo, ‘Metro B’ appunto, che è contenuto anche in Star Roller. Ti terrai fuori dai guai in questo 2019?
“Vedremo, per ora mi sono beccato una denuncia penale con 4 articoli, vedremo come andrà il processo, bella pagliacciata, il mio avvocato farà un casino.”

Sdrammatizziamo per chiudere: hai qualche data per il nuovo disco già pronta?
“Abbiamo fatto un primo instore al Canapa Mundi, in collaborazione con Canaparoma, dove abbiamo presentato un’edizione limitata di infiorescenze: Metro Blu. Faremo presto l’instore da Graff Dream a Roma e da Propaganda a Milano. La prima data a Roma il 7 marzo!”

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Ascoltare i Quercia per perdersi e ritrovarsi 0 114

È uscito il 20 febbraio scorso ‘Di Tutte le Cose che Abbiamo Perso e Perderemo‘ il nuovo LP dei Quercia, band cagliaritana dalla fortissima attitudine punk, che negli anni ha saputo coniugare l’alternative con l’emo e il pop con lo screamo, il post hardcore e, ovviamente, il post rock. In quest’ultimo lavoro – interamente autoprodotto – c’è tutto questo, ma anche di più. C’è il dadaismo intenzionale di band emergenti come i Cucineremo Ciambelle (forieri del math rock in Italia), il graffio dei Gazebo Penguins di Legna, ma anche il groove dei CCCP, insomma: storia, tradizione e irrazionalità. Il tutto è condito con una buona dose d’introspezione, un pizzico d’insofferenza e una spruzzata di malinconia. Questo disco ha un filo conduttore: la perdita. Relativa a persone, cose, sentimenti ed emozioni, la perdita è legata a un senso di vuoto che attiva in noi un meccanismo inerziale che ci spinge a cercare un “rimpiazzo” e ci porta a tracciare i contorni – prossimi alla dissolvenza – di ciò che abbiamo perso, su quelli dell’eventuale rimpiazzo. Non siamo disposti ad accettare l’oblio né tantomeno la perdita, per questo tentiamo di esorcizzarla ed esorcizzare la sofferenza che ad essa è legata. Con la musica si può fare.

La copertina del nuovo disco dei Quercia

Il disco si apre con Buio: brano potentissimo, urlato, quasi sputato in faccia a chi ascolta. Chitarre distorte e un ritmo martellante di una batteria ormai usurata: è il pezzo con la cazzimma, quello che ti spettina e ti fa ribollire qualcosa dentro. È il varo che porta la nave lontano, fra le onde della melanconia e quelle del destino (con buona pace di Lars von Trier).

Il viaggio continua con Finestra, brano che incarna perfettamente lo spirito screamo. Il testo è imperniato sulla domanda “che cosa ci manca davvero?”, e proprio la mancanza – come già detto – è il filo conduttore di tutto il disco. Il graffio della voce esalta il testo stringato ma essenziale e mai banale.

Torri è il pezzo multanime, quello che comincia in un modo e finisce in un altro. L’inizio soft con un bel riff lascia presto il posto alla prepotenza della voce e della batteria. Questo brano è un invito cinico a dimenticare tutto ciò che è stato e che probabilmente non sarà più. Dimenticare – fare tabula rasa – per ricostruire e ricostruirsi, per non perdersi nei ricordi e andare avanti, questo è il messaggio.

Pogare è lecito, soprattutto per pezzi come Corridoio che ti sollevano letteralmente da terra (provate ad ascoltarlo col surround acceso a volume alto, ma state lontani dai vetri!). Il post-rock, il punk, l’emo, si sentono tutti e si avvicendano in un preciso gioco di rimandi. Questo pezzo sembra descrivere la memoria come un corridoio che percorriamo a ritroso per trovare i ricordi migliori. I peggiori li lasciamo dissolvere nel buio dell’oblio.

Quercia band

Voci distorte, frasi che s’incastrano perfettamente e licenze poetiche. Problema è una confessione accompagnata da un groove avvolgente: “L’inferno che conserviamo nelle stanze di noi stessi brucia chi non lo capisce”. Abbiamo tutti un inferno privato che non siamo disposti a condividere, perché siamo convinti che nessuno sia in grado di comprendere. Non è sbagliato pensarlo, ma non è neanche giusto: è semplicemente relativo (anche se è risaputo che all’inferno ci sono solo stanze singole!).

Capolinea è un brano più lento e cupo ma non per questo meno intenso. È un pezzo alla Gomma (band post- punk casertana) da cui traspare l’anima intimista della band: noi siamo il capolinea del treno e non si può più andare oltre.

Si cambia completamente stile in Altalena, pezzo strumentale, quasi ambient. È un brano rilassante e cullante, un unicum nell’intera produzione dei Quercia.

C’è un trait d’union che lega Altalena e l’ottava traccia del disco; è un filo sottilissimo che unisce i due brani e li rende complementari. Con Pozzanghere si torna nell’alveo dell’emo, seppur con qualche sfumatura punk. Il pezzo è un invito ad asciugarsi le lacrime, a smettere di piangere e fare pozzanghere, perché c’è sempre qualcosa di meglio da fare. Questo è il tentativo di esorcizzare la pena che segue una perdita.

L’attacco è di quelli potenti: “Tutte le cose che abbiamo perso e perderemo, non sono mai nostre davvero”. Fiammiferi è il pezzo più breve ma il più intenso dell’album. È privo di sovrastrutture e l’incipit si ripete così tanto da rimanere impresso nel cervello. Sì, è il brano che preferiamo.

Siamo soliti costruire muri per evitare di continuare a guardare ciò che ci disturba e ci fa male. Il muro è un confine mentale e/o fisico che c’impedisce di guardare, ma non c’impedisce di pensare: occhio non vede, cuore non duo-…no, troppo banale! Muro non lo è e ci porta a riflettere sull’inutilità di continuare a costruire qualcosa che finiremo, comunque, per distruggere, se non fisicamente almeno col pensiero. La chitarra nel finale si prende meritatamente la scena!

Bivio ha un testo verace, a tratti poetico. L’anima alternative e post rock del pezzo si tinge di punk, l’elemento distintivo della band. Qui troviamo l’arrangiamento più bello dell’album; ovviamente, come ripete sempre un mio amico “De gustibus […]”.

Il pezzo che chiude il disco s’intitola Ridevamo ed è una sorta di avviso ai naviganti: c’è sempre un motivo per non stare fermi e andare avanti. Il tempo passa e non possiamo far altro che farci trovare pronti per non arrivare in ritardo al nuovo appuntamento. Il gattopardismo larvato nel testo tradisce l’insofferenza per un posto che è, allo stesso tempo, sempre troppo uguale e troppo diverso.

Non bisogna limitarsi all’apparenza. Per capire i Quercia e la loro musica bisogna andare in profondità, senza scarnificarli. Al primo ascolto sembrano i cinque ragazzotti che ti urlano in faccia l’incazzatura dei vent’anni. Approfondendoli, invece, ci si rende conto che hanno le palle e meritano tanto!

Abbiamo ascoltato in anteprima TeRAPia di Picciotto 0 130

TeRAPia è il nuovo concept album di Picciotto, storico rapper della scena palermitana, che è da sempre cantore cupo e appassionato della degradata realtà delle periferie meridionali. Per quest’ultimo lavoro, in uscita il 15 marzo, Picciotto dimostra di non aver perso lo smalto della scrittura chiara e potente e anche di poter variare, con ottimi risultati, lo stile musicale delle basi, grazie ad una produzione di alto livello, affidata ora a Gheesa, Naiupoche, Bonnot e Dj Spike.

Il pezzo d’apertura, Illusione, è un esordio che ammutolisce. Caratterizzato da un ritmo e da una narrazione nostalgica e drammatica, Picciotto ricorda le speranze della sua gioventù per un mondo migliore; si tratta, però, di speranze tradite, rifugio ormai di tristi ricordi che hanno il potere di farci guardare avanti. Il secondo pezzo Come Stai, che dipinge con arguzia la superficialità dei rapporti al giorno d’oggi, tenta, invece, di scrollarsi di dosso quell’atmosfera, dando vita ad un new soul dinamico, anche per via degli scratch di qualità di Dj Delta, una delle collaborazioni più gustose dell’album.

Sempre a proposito di collaborazioni, quella con Shakalab e Roy Paci nel terzo estratto, Hashtag la Victoria, è una carta indiscutibilmente vincente. Il pezzo, che critica la sempre più comune tendenza a fare politica sui social network, risente positivamente dell’eclettismo dei suoi ospiti, riuscendo comunque a trasportare l’ascoltatore anche al successivo Capitale, un inno sentito ed emozionante a Palermo.

L’argomento politico viene approfondito e sviscerato nelle seguenti quattro canzoni. Abbiamo dapprima Come non ho fatto mai, un pezzo che esclama la necessità dell’impegno politico tanto nel locale quanto nelle questioni globali, tanto da avere leggere e stuzzicanti influenze musicali tipicamente estere. Ci troveremo poi davanti ad Ashadogan, il quale mette alla berlina l’insensatezza e la pericolosità del razzismo, non risparmiando certo stoccate a personaggi che lo alimentano, come il ministro Salvini. C’è poi Lividi, in cui Picciotto, con un doppio feauturing ‘O ZulùDavide Shorty, indossa i panni di Stefano Cucchi, mettendoci in guardia su come quello che ha passato potrebbe succedere ancora, e sull’importanza di non dimenticare mai. Legato al ricordo è anche il pezzo successivo, Ancora Vive, cantato insieme a Simona Boo. Ancora Vive ha un testo e una musica di assoluta profondità, diventando un monito che vuole affermare l’importanza di ricordare la lotta politica e sociale partigiana, una lotta da cui prendere spunto per migliorare la società.

Concluso questo blocco prettamente politico, si passa a D’amore e D’accordi, un pezzo che infonde speranza ad ogni giovane musicista che non vede riconosciuta la propria arte, unica via per conoscere e conoscersi. La scrittura è viva e incisiva, frutto della reale esperienza di Picciotto, che con questa canzone ci offre uno degli spaccati più veri di cosa un artista dovrebbe essere.

Il decimo brano, Da grande – Rap Neomelodico, è quella che possiamo definire senza troppi problemi la vera hit di TeRAPia. Scanzonata ed ironica, la canzone ci trasporta direttamente nella periferia palermitana, tra note di pezzi neomelodiche napoletani e voglia di riscatto sociale. La collaborazione con il partenopeo Enzo Savastano contribuisce alla grande alla riuscita di questo pezzo da riascoltare e canticchiare.

Dopo questa nota pop, però, segue il pezzo, anzi, seguono i due pezzi, probabilmente più iconici e potenti dell’intero album: Sogno vs Incubo. Si tratta di un’unica traccia dove le personificazioni del Sogno e dell’Incubo parlano (pardon: rappano) con Picciotto. Il Sogno ci ricorda quanto il suo compito sia vitale nella nostra vita, diventando l’unico carburante che ci permette di migliorare, e lo fa con un flow disteso e morbido; l’Incubo, invece, parla di come il mondo sia in realtà crudele, di quanto l’opportunismo regni nelle coscienze delle persone, e per farcelo capire come si deve non esita ad affidarsi ad un rap hardcore, potente ed intenso.

La personale seduta di Picciotto, a questo punto, volge al termine, e lo fa grazie a Colloquio, una sorta di summa di tutto questo viaggio dentro e fuori il suo mondo. Un colloquio certamente complesso e stratificato, come dimostra il mix di suoni elettronici e più old-school che rendono questo pezzo un diamante raro.

L’ultimo brano è Terapia Popolare, dove il rapper riprende la sua identità di artista del popolo, criticando sferzante l’industria mainstream e rivendicando la musica come strumento per analizzare e criticare la società, soprattutto quella delle periferie. D’altro canto, come dice lo stesso Picciotto “Non è arte popolare, ma è il popolo che fa l’arte”.

TeRAPia è quindi, più che una cura, un colloquio psicanalitico tra il Picciotto artista e il Picciotto uomo, un album che cerca di comprendere la diversità e la complessità del mondo popolare, servendosi della musica rap, ora più classica ora più all’avanguardia. Un risultato iconico, che segna per tutti gli amanti del genere un ascolto consigliatissimo.

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