Grezzo, il nuovo disco è “Sushi & Pajata”: l’intervista 0 864

Francesco Cerqua, in arte Grezzo, è un rapper classe ’81 di Roma. Attivo musicalmente dagli inizi del 2000, ha pubblicato il suo primo disco ufficiale, ‘Compagni di Sbronze‘, nel 2008. Da lì una lunga militanza nella scena underground romana all’insegna del 0nudo e crudo’: nei suoi testi c’è tanta rabbia, ma anche una profonda attitudine per il rap che lo ha portato, negli anni, a collaborare con diversi artisti affermati come Clementino, Simon P, Crine J e Gast.

Di recente, Grezzo ha attraversato un periodo davvero prolifico sotto il punto di vista musicale; solo quest’anno, infatti, ha pubblicato ben due lavori: il primo, intitolato ‘Siberia‘ ed uscito agli inizi di quest’anno, è un progetto in collaborazione con Suarez, altro artista underground tra i più apprezzati della scena; il secondo, pubblicato il 20 dicembre, è il quarto disco solista del rapper. Intitolato ‘Sushi & Pajata‘, il progetto è interamente prodotto da Depha Beat e si compone di undici tracce. All’interno del disco sono anche presenti tre featuring, due dei quali con Suarez e l’altro, a chiusura del disco, con Benetti DC, storico componente del Truceklan.

Ci siamo sentiti con Francesco al telefono per fare quattro chiacchiere su questo nuovo lavoro, tirando fuori un’intervista che progettavamo già da quest’estate: possiamo dirci soddisfatti!

grezzo sushi & pajata

Ciao Grezzo! Dovevamo beccarci quest’estate quando siete venuti qui in Puglia con Suarez, poi purtroppo l’intervista è saltata, ma eccoci qui! Direi quindi di partire proprio da quel momento: com’è andata con ‘Siberia’, il disco con Suarez? Soddisfatto?
“Beh, sì, Siberia è stato un lavorone. So’ soddisfattissimo, ma lo sapevo che sarebbe venuto su un bel disco. Con Suarez c’è una bell’alchimia, è sempre stimolante lavorare con lui. Questo poi era un disco che progettavamo da anni e non siamo mai riusciti a realizzare: un anno lui doveva uscire con roba sua, quello dopo so’ uscito io e non abbiamo più concretizzato. Insomma, non vedevamo l’ora ed infatti è venuta su una bomba: una delle cose più belle che ho fatto finora, a mio parere!”

Siete anche stati parecchio in giro con ‘Siberia’, come proprio per quella data ad Acquaviva, in occasione del festival ‘Strada Chiusa’. Possiamo definirlo un piccolo tour?
“Sì, dai, non possiamo proprio chiamarlo tour ma qualche data l’abbiamo portata a casa. Quel festival che dici, poi, è stato il coronamento di quel disco: un seratone, davvero fico, con cinquemila persone: Das EFX, Kaos One, puoi immaginare… Coi Das EFX ce so’ cresciuto, è stato un sogno. Ringrazio tantissimo i ragazzi di Strada Chiusa, tantissimo amore per loro!”

Arriviamo adesso al tuo nuovo disco, uscito oggi… è il secondo lavoro quest’anno: ti dai da fare!
“Sì, sì, diciamo che ultimamente mi riesce facile scrivere… C’è chi va in palestra, io vado in studio! È diventata ‘na roba della quale non posso fare a meno, quindi finché c’è questa spinta cerco di sfruttarla al massimo.”

Lo hai intitolato ‘Sushi & Pajata’: come mai?
“Esattamente, come anche la seconda traccia del disco; ho sempre dato titoli seri, introspettivi, mentre a ‘sto giro volevo trovare qualcosa di più accattivante.”

grezzo sushi & pajata copertina
la copertina di Sushi & Pajata
grezzo sushi & pajata tracklist
La tracklist di Sushi & Pajata

C’è parecchio Grezzo in questo disco, anche a partire dal numero delle tracce: sono undici, contro le nove di Petrolio, il tuo disco precedente.
“Sì, sono undici tracce: c’è più coattanza, diciamo! (Ride, n.d.r.) Io, alla fine, forse un po’ come tutti, scrivo quello che vivo ed ultimamente ho attraversato un periodo molto movimentato sotto molti aspetti. Volente o nolente, tutto questo è sfociato in ‘Sushi & Pajata’. Ti dirò: ho anche riascoltato ‘Petrolio’ di recente e l’ho trovato molto più calmo, educato; non so se sei d’accordo.”

Sì, concordo assolutamente…
“Ecco, questo invece è… è…”

È Grezzo!
“Sì, è Grezzo, vero! (Ride, n.d.r.) Però posso dire che non è rozzo! Vuole essere genuino, sicuramente. A me, poi, piace molto sperimentare: non mi chiudo nel Boom-bap. Forse, sai quale può essere il problema, fratè? Che non sono né Old School né New School: mi trovo nel mezzo.”

È vero, l’ho sempre pensato. Penso sia così per buona parte della scena underground romanda: penso a te, ma anche a Suarez stesso, o Gast…
“Esattamente, concordo. Manuel (Gast, n.d.r.), poi, fa di tutto: è molto eclettico. Io con lui ho sempre tirato fuori belle cose, è molto stimolante. Te ‘fomenta’ diciamo!

Torniamo al disco: apri con Profezia, una traccia carica di rabbia dove mi tiri fuori Pasolini e Sugar Luca nella stessa canzone. Che rapporto hai col poeta bolognese?
“Beh, sì, Pasolini è una fissa mia: ho letto molti suoi scritti, sono un po’ fan. È una mente illuminata, un intellettuale: l’ho voluto infilare dentro come omaggio. Poi, Dio, Sugar Luca: per me è uno dei rapper più forti in Italia…”

Quanto concordo, per me è una leggenda… Ma perché non lo convincete a fare dodici dischi l’anno?
“Lo so fratè, lo so, noi glielo diciamo ma lui è così… ti dico la verità: gli avevo chiesto una partecipazione nel disco, ma mi ha detto che ha smesso proprio e non gli va più… Però siamo d’accordo, ci vorrebbe molta più produzione da parte sua, avoja.”

Sugar Luca a parte, ho trovato molto citazionismo in tutto il disco: da Pasolini, già nominato, a James Dean, passando per Tenco, che hai parafrasato nel brano omonimo, e Vasco. Si tratta di casualità o del tuo bagaglio culturale?
“No, no, niente è casuale: sono tutte cose mie. Non sono giovanissimo e James Dean magari è esagerato pure per me, però posso dirti che Vasco, soprattutto i primi anni, mi appartiene molto. Appartiene molto anche alla mia generazione, ai ragazzi cresciuti nei ’90. Tenco, invece, è più che una citazione: vuole essere un po’ una metafora su come mi sento rispetto alla scena italiana. Molto al di fuori, ecco…”

Mi piace come paragone… Anche se poi non ha fatto una bella fine.
“Sì, purtroppo si è tolto la vita… non si sentiva accettato, capito da tutto quel sistema”

Proprio ‘Tenco’ diventa anche il pezzo più politico: i ‘quaranta cristi sequestrati’ sulla barca, i ‘quattro sbirri senza cuore’ che ‘hanno ammazzato un altro fra’. Hai sicuramente un’attenzione maggiore verso certe problematiche rispetto ad una grossa parte della scena.
“Beh, ma è anche difficile far finta di nulla. A volte sono anche metafore, senza nulla togliere alla situazione in sé, che è drammatica; ti dico una cosa: ad un certo punto dico pure ‘in questa scena siamo noi clandestini’. Era una metafora pura, ma è un po’ come mi sento adesso. Uno che vorrebbe arrivare alla terra promessa ma non gli aprono i porti. Non che voglia mettermi a paragone, per carità, ma si tratta di una situazione critica che mi ha dato uno spunto di riflessione”

‘Ciao Amore’ di Tenco viene citata nel brano ‘Tenco’ di Grezzo

Certamente le riflessioni non mancano nel resto del disco: anche ‘Su ‘sta Rota’ esprime tanto disagio verso la situazione italiana.
“Su ‘sta rota è sicuramente il pezzo più rabbioso, quando te rode il culo e dici tutta una serie di cose, magari anche in maniera… eccessiva. Però è la rabbia che mi ha guidato, quindi ho deciso di inserirla nel disco: lo trovo un traccione vecchia maniera. Il disagio, poi, ormai, è una roba generalizzata transgenerazionale. A noi ultra trentenni hanno levato quindici anni di possibilità, in Italia. Sto iniziando – senza giustificare, per carità – a comprendere perché certe persone poi sbroccano ed iniziano un attimo a fregarsene dell’ordine costituito. Del resto, se me lo metti sempre… a ‘na certa non sei più il mio Stato, no? Quindi succede che in Italia – dove lo Stato è un po’ così, boh… ‘na pagliacciata – la gente non è educata, non ha educazione civica. Perché? E beh, se lo Stato è l’esempio… Ci sono parecchie cose da cambiare in questo Paese, a partire dalle teste di chi ci governa.”

Non posso che essere d’accordo con te.
In ‘Sushi & Pajata’, oltre che al ritorno di Suarez in ben due tracce, noto con piacere un featuring con Benetti DC. Era parecchio che non lo si sentiva!
“Sì, Benetti l’ho resuscitato io con James Dean, un pezzo che ho scelto anche di mettere in chiusura del disco per l’importanza che ha per me. Sono molto soddisfatto di quel brano. Tra l’altro, voglio darti questa notizia: sto lavorando proprio con lui su un disco nostro!”

Allora lo hai resuscitato per davvero, del tutto!
“Sì, assolutamente. Abbiamo già il titolo e qualche brano, ma non voglio sbilanciarmi molto. Per ora rilascio solo questa notizia!”

L’accogliamo con molto favore! Parliamo di Depha: ormai lavora davvero con tanta gente, ha fatto parecchia strada; lo cercano tutti!
“Beh sì, penso che abbia fatto più basi Depha che… che cazzo ne so, che baionette i tedeschi! (Ridiamo, n.d.r.) No davvero, ha fatto basi per mezza Roma, ora sta girando anche fuori… È davvero bravo. E ti dirò, andrebbe valorizzato molto di più. Lui però è poco calcolatore, è un buono, e tu sai meglio di me che nell’ambiente devi esse’ ‘na mignotta. Poi puoi fare tutto quello che ti pare, ma se non lecchi per bene il deretano… no party…”

grezzo sushi & pajata

Ti sento nervoso…
“Ma no, no… Non voglio fare la parte di quello che rosica. Sto solo un po’ avvelenato: dopo vent’anni in questo ambiente inizi ad accorgerti di cose strane; la sincerità non viene davvero premiata, ed io sono uno sincero. Insomma, mi sento come Sean Price: ‘I lover rap, I hate the game‘. So’ fatto così e mi ha penalizzato tantissimo. Me ne accorgo solo adesso.”

Ti porta a far riflessioni sul futuro? Pensi di esserti disinnamorato?
“Non penso di smettere di fare musica, sicuramente. Neanche a quaranta o cinquant’anni mi vedo senza suonare: a me la musica piace. Cambierò, crescerò io e crescerà quello che faccio. Adesso sicuramente non mi sento di smettere.”

Beh, hai fatto uscire due dischi in un anno… mi sembra tutt’altro che una fase discendente.
“Ecco, appunto… mi sento all’apice, al massimo, sto dando tutto. Spero anche di far uscire altro nel 2020. Ho già la testa al prossimo, come ti dicevo!”

E questo disco, invece, lo porterai live?
“Spero, assolutamente! Terrò tutti aggiornati appena ci saranno news”

Va benissimo Francesco! Grazie mille per il tempo dedicatoci.
“Grazie a te!”

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“Romantica Io”: Pia Tuccitto scrive una pagina del rock italiano 0 234

D’amore e ombra – come il titolo di un famoso romanzo di Isabel Allende -: è di questo che parla “Romantica Io“, l’ultimo album di Pia Tuccitto, rocker bolognese dall’animo nobile. Il lavoro, uscito il 31 gennaio e interamente autoprodotto, è figlio della poliedricità di questa grande artista che ne ha curato ogni minimo dettaglio, dalle musiche ai testi, passando per la copertina. Cantautrice, pittrice, protagonista/deuteragonista/voce dello spettacolo Ioelei, messo in scena con la compagna di palco Federica Lisi, la sua carriera parte nel 1993 quando, dopo la partecipazione al festival Nuove Voci di Castrocaro, viene notata da Vasco Rossi che ne apprezza il talento e la invita a far parte della sua scuderia. Da qui nasce un sodalizio artistico che la porta a scrivere per interpreti del calibro di Patty Pravo, Irene Grandi e lo stesso Vasco.
Romantica Io” è l’opera terza ed esce a quindici anni di distanza dall’album d’esordio “Un segreto che” e a dodici da “Urlo” prodotto da Frank Nemola e Guido Elmi per l’etichetta Bollicine/EMI Capitol Music. Questo lavoro è un compendio: racchiude l’essenza di dodici anni di “inattività” discografica che sono stati invece ricchissimi dal punto di vista artistico e amoroso. L’amore, appunto, è il filo conduttore dell’album e  viene declinato in tutte le sue forme. Alla realizzazione e alla limatura hanno partecipato: Corrado Castellari in veste di autore delle musiche di due brani, Bettina Baldassarri, Luca Bignardi che ha curato l’arrangiamento di sette brani e Frank Nemola che ha arrangiato i restanti quattro brani.

Romantica io” (title track) è il brano d’apertura, la dichiarazione d’intenti di un lavoro perfettamente messo a fuoco da un’artista matura. Questa maturità artistica corrisponde – mutatis mutandis – ad una maturità sul piano amoroso e questo è chiaro già nell’incipit del brano: “io per amarti son dovuta invecchiare”. Così com’è chiara, sempre dalle prime battute, l’attitudine rock dell’artista bolognese che non usa espedienti o mezzi termini: “io per amarti ti ho lasciato suonare la mia chitarra da rocker”.  Il graffio nella voce ricorda molto Patty Pravo, ma anche e soprattutto Irene Grandi in “Colpa del Lupo”. L’influenza è evidente e non per via di una supponente forma di pareidolia, per la quale noi che recensiamo siamo tenuti a ricondurre il tutto a qualcosa di conosciuto.

Atmosfera cupa e onirismo in “Come nei films”. Il sound distorto e la voce sensuale ci danno l’abbrivio e ci trasportano all’interno di un racconto di un amore immaginario. Un amore senza confini e che attraverso la voce e le parole cerca la sua reificazione. L’inizio ricorda molto “Tre volte dentro me” di Mina e Afterhours.

L’animo rock emerge prepotentemente in “Com’è bello il mio amore”. La chitarra e la batteria seguono un ritmo preciso e martellante e accompagnano la voce fino all’esplosione nel ritornello. Questo brano è l’essenza del disco.

La chitarra lascia il posto alla tastiera nell’intento di ricreare una precisa atmosfera malinconica. “Perché tutto muore” è un brano ricco di pathos e dal carico emozionale abnorme. Parla dell’amore che finisce, di un sentimento nocivo e logorante che si dissolve nel vento come il fumo di una sigaretta che si spegne e ti lascia un imperituro amaro in bocca.

My Radio” ci riporta agli anni ‘80 quando il binomio dance-rock dava vita a spettacoli corali allietati da gioie lisergiche. Allora l’avanguardia era definita new wave e sfociava spesso in quello che profanamente veniva chiamato alternative rock. In questo pezzo vengono fusi assieme Neil Tennant, Freddie Mercury e Patty Pravo e il risultato è sorprendente. È il pezzo che continui a cantare per tutto il giorno e che provoca l’orchite/colpite a tutti quelli che ti stanno accanto.

Il sesto brano non ha bisogno di presentazioni. Si tratta di “E…”, pezzo scelto e portato al successo da Vasco, che l’autrice riabbraccia come un figlio che ha vissuto all’estero e non vedeva da tempo. Questa è la dichiarazione d’amore per eccellenza, priva di perifrasi e circonlocuzioni (che poi sono la stessa cosa).

Tu Sei Un Sogno Per Me” è il leitmotiv che accompagna lo spettacolo Ioelei messo in scena dall’artista insieme a Federica Lisi. Si tratta di un brano intimo e sincero che si fa colonna sonora di un amore, di una vita, di un viaggio.

L’eterogeneità di stili e generi è esplicitata in “Sto benissimo”: l’inizio in stile Subsonica lascia presto il posto al graffio della chitarra elettrica che sposta il focus è riporta il brano nell’alveo del rock puro e grezzo. L’armonia di chitarre e batteria è perfetta, come in tutto il resto del disco.

Stupida per te” ha l’incedere lento e malinconico di una classica ballad. Questo è la riprova che questa grande artista – come ogni grande artista – non si focalizza su un unico genere, ma spazia all’interno di un ventaglio di stili e generi che le appartengono tutti.

Nel disco c’è spazio per una sorta di intermezzo: “Quante volte sono da sola con te”. Ancora una volta è forte, oltre che necessario, il richiamo a Mina. Si tratta del pezzo più breve dell’album, ma che – per l’icasticità delle immagini che evoca – risulta uno dei più intensi.

Il brano che chiude l’album è “7 aprile”, pubblicato precedentemente in un Ep nel 2013. Si tratta del pezzo mancante, quello che completa e sublima il puzzle. È un brano ricco di colori e sfumature: la chitarra acustica presente all’inizio del pezzo viene sostituita e sovrastata da quella elettrica nel ritornello. La natura multiforme dell’album emerge in modo prepotente in questo brano.

Pia Tuccitto ha scritto un’altra pagina importante del rock italiano. La sua maturità artistica è la vera chiave di volta di questo grande album: la cura minuziosa di ogni dettaglio, l’attenzione e l’oculatezza di ogni singola scelta – dalle parole alle musiche – sono i due ingredienti di questo cocktail perfetto. Rimanendo in campo alcolico si potrebbe dire che sia come il vino che col passare del tempo migliora!

“Walking on Tomorrow”, Anthony omaggia l’hard rock degli ’80s 0 311

Arriva dopo quasi sette anni di lavorazione “Walking on Tomorrow”, il primo album solista di Antonio Valentino (in arte Anthony), cantautore milanese classe 1985 ed ex frontman dei Night Road. Un’attesa insolitamente lunga, quella per un disco che ha visto il suo autore iniziare la fase di scrittura dei primi brani già nel 2013, per poi arrivare alla pubblicazione di una prima demo solo quattro anni più tardi. L’anno scorso, poi, l’approdo in studio per le prime vere sessioni di registrazione e mixaggio professionale. E ora la pubblicazione. Di esperienze Anthony deve averne vissute parecchie durante il lungo arco di tempo che ha accompagnato la produzione del suo primo lavoro. Va da sé, dunque, che questo “Walking on Tomorrow” non possa non considerarsi la sommatoria di tutte le gioie, le passioni, le delusioni, le speranze, le paure e i desideri provati dal suo autore durante la sua scrittura. In altre parole: un album estremamente personale.

Hard Rock anni ‘80 e Sleaze Metal le influenze che sono alla base della formula musicale adottata dal cantautore milanese. Per il cantato, invece, Axl Rose e James Hetfield sembrano essere i due principali punti di riferimento.

L’apertura è affidata alle poderose “Sweet Hell” e “I Want a Lie”, energici brani heavy rock che si presentano come sentiti tributi ai Guns N’ Roses (la prima) e Metallica (la seconda). Scaldati i motori, si passa poi al malinconico intro dell’epica ballad rock dal sapore classico “The Old Witch”.

Virtuosismi, assoli “pettina capelli” carichi di wah-wah e massicci riff sorreggono le successive “Run Oh My Baby” e “Get Off”, con la seconda che in un passaggiosembra quasi voler citare esplicitamente la melodia del ritornello della celebre “Paradise City” dei Guns.

C’è poi spazio per un brano strumentale, “Your Eyes”, in cui regnano atmosfere dark e minacciose. Un omaggio al cinema Horror che tratta i temi della paura e della tensione pur senza l’ausilio di una vera e propria narrazione, ma servendosi unicamente delle suggestioni suscitate dalla musica.

 “My Light Found in The Rain” è una spiazzante (ma gradita) variazione sul tema che apre a influenze vagamente folk prima di sfociare nel consueto “ritornellone” epico cantato a squarciagola.

Ritroviamo l’acustica anche nella vera e propria “mosca bianca” del disco: “American Dream”: un brano scanzonato e sfacciatamente Rockabilly che vuole essere un accorato tributo alla patria del Rock n’Roll e del Blues.

Chiude il lotto “Schathing Time”, un’ odissea rock che parte con arpeggi di chitarra alla “Nothing Else Matter” per poi sfociare nel solito ritornello impetuoso.

Di questo “Walking on Tomorrow” restano impresse le capacità compositive di Anthony e le abilità tecniche sfoggiate nel suonare brani di non semplice resa. Un album dal sapore nostalgico che, ai limiti del manierismo, cristallizza il suo sound riportandolo a una specifica decade (gli anni ’80) e incastonandolo all’interno di un determinato genere (hard rock), dal quale raramente decide di allontanarsi.

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