Grezzo, il nuovo disco è Sushi & Pajata: l’intervista 0 238

Francesco Cerqua, in arte Grezzo, è un rapper classe ’81 di Roma. Attivo musicalmente dagli inizi del 2000, ha pubblicato il suo primo disco ufficiale, ‘Compagni di Sbronze‘, nel 2008. Da lì una lunga militanza nella scena underground romana all’insegna del 0nudo e crudo’: nei suoi testi c’è tanta rabbia, ma anche una profonda attitudine per il rap che lo ha portato, negli anni, a collaborare con diversi artisti affermati come Clementino, Simon P, Crine J e Gast.

Di recente, Grezzo ha attraversato un periodo davvero prolifico sotto il punto di vista musicale; solo quest’anno, infatti, ha pubblicato ben due lavori: il primo, intitolato ‘Siberia‘ ed uscito agli inizi di quest’anno, è un progetto in collaborazione con Suarez, altro artista underground tra i più apprezzati della scena; il secondo, pubblicato il 20 dicembre, è il quarto disco solista del rapper. Intitolato ‘Sushi & Pajata‘, il progetto è interamente prodotto da Depha Beat e si compone di undici tracce. All’interno del disco sono anche presenti tre featuring, due dei quali con Suarez e l’altro, a chiusura del disco, con Benetti DC, storico componente del Truceklan.

Ci siamo sentiti con Francesco al telefono per fare quattro chiacchiere su questo nuovo lavoro, tirando fuori un’intervista che progettavamo già da quest’estate: possiamo dirci soddisfatti!

grezzo sushi & pajata

Ciao Grezzo! Dovevamo beccarci quest’estate quando siete venuti qui in Puglia con Suarez, poi purtroppo l’intervista è saltata, ma eccoci qui! Direi quindi di partire proprio da quel momento: com’è andata con ‘Siberia’, il disco con Suarez? Soddisfatto?
“Beh, sì, Siberia è stato un lavorone. So’ soddisfattissimo, ma lo sapevo che sarebbe venuto su un bel disco. Con Suarez c’è una bell’alchimia, è sempre stimolante lavorare con lui. Questo poi era un disco che progettavamo da anni e non siamo mai riusciti a realizzare: un anno lui doveva uscire con roba sua, quello dopo so’ uscito io e non abbiamo più concretizzato. Insomma, non vedevamo l’ora ed infatti è venuta su una bomba: una delle cose più belle che ho fatto finora, a mio parere!”

Siete anche stati parecchio in giro con ‘Siberia’, come proprio per quella data ad Acquaviva, in occasione del festival ‘Strada Chiusa’. Possiamo definirlo un piccolo tour?
“Sì, dai, non possiamo proprio chiamarlo tour ma qualche data l’abbiamo portata a casa. Quel festival che dici, poi, è stato il coronamento di quel disco: un seratone, davvero fico, con cinquemila persone: Das EFX, Kaos One, puoi immaginare… Coi Das EFX ce so’ cresciuto, è stato un sogno. Ringrazio tantissimo i ragazzi di Strada Chiusa, tantissimo amore per loro!”

Arriviamo adesso al tuo nuovo disco, uscito oggi… è il secondo lavoro quest’anno: ti dai da fare!
“Sì, sì, diciamo che ultimamente mi riesce facile scrivere… C’è chi va in palestra, io vado in studio! È diventata ‘na roba della quale non posso fare a meno, quindi finché c’è questa spinta cerco di sfruttarla al massimo.”

Lo hai intitolato ‘Sushi & Pajata’: come mai?
“Esattamente, come anche la seconda traccia del disco; ho sempre dato titoli seri, introspettivi, mentre a ‘sto giro volevo trovare qualcosa di più accattivante.”

grezzo sushi & pajata copertina
la copertina di Sushi & Pajata
grezzo sushi & pajata tracklist
La tracklist di Sushi & Pajata

C’è parecchio Grezzo in questo disco, anche a partire dal numero delle tracce: sono undici, contro le nove di Petrolio, il tuo disco precedente.
“Sì, sono undici tracce: c’è più coattanza, diciamo! (Ride, n.d.r.) Io, alla fine, forse un po’ come tutti, scrivo quello che vivo ed ultimamente ho attraversato un periodo molto movimentato sotto molti aspetti. Volente o nolente, tutto questo è sfociato in ‘Sushi & Pajata’. Ti dirò: ho anche riascoltato ‘Petrolio’ di recente e l’ho trovato molto più calmo, educato; non so se sei d’accordo.”

Sì, concordo assolutamente…
“Ecco, questo invece è… è…”

È Grezzo!
“Sì, è Grezzo, vero! (Ride, n.d.r.) Però posso dire che non è rozzo! Vuole essere genuino, sicuramente. A me, poi, piace molto sperimentare: non mi chiudo nel Boom-bap. Forse, sai quale può essere il problema, fratè? Che non sono né Old School né New School: mi trovo nel mezzo.”

È vero, l’ho sempre pensato. Penso sia così per buona parte della scena underground romanda: penso a te, ma anche a Suarez stesso, o Gast…
“Esattamente, concordo. Manuel (Gast, n.d.r.), poi, fa di tutto: è molto eclettico. Io con lui ho sempre tirato fuori belle cose, è molto stimolante. Te ‘fomenta’ diciamo!

Torniamo al disco: apri con Profezia, una traccia carica di rabbia dove mi tiri fuori Pasolini e Sugar Luca nella stessa canzone. Che rapporto hai col poeta bolognese?
“Beh, sì, Pasolini è una fissa mia: ho letto molti suoi scritti, sono un po’ fan. È una mente illuminata, un intellettuale: l’ho voluto infilare dentro come omaggio. Poi, Dio, Sugar Luca: per me è uno dei rapper più forti in Italia…”

Quanto concordo, per me è una leggenda… Ma perché non lo convincete a fare dodici dischi l’anno?
“Lo so fratè, lo so, noi glielo diciamo ma lui è così… ti dico la verità: gli avevo chiesto una partecipazione nel disco, ma mi ha detto che ha smesso proprio e non gli va più… Però siamo d’accordo, ci vorrebbe molta più produzione da parte sua, avoja.”

Sugar Luca a parte, ho trovato molto citazionismo in tutto il disco: da Pasolini, già nominato, a James Dean, passando per Tenco, che hai parafrasato nel brano omonimo, e Vasco. Si tratta di casualità o del tuo bagaglio culturale?
“No, no, niente è casuale: sono tutte cose mie. Non sono giovanissimo e James Dean magari è esagerato pure per me, però posso dirti che Vasco, soprattutto i primi anni, mi appartiene molto. Appartiene molto anche alla mia generazione, ai ragazzi cresciuti nei ’90. Tenco, invece, è più che una citazione: vuole essere un po’ una metafora su come mi sento rispetto alla scena italiana. Molto al di fuori, ecco…”

Mi piace come paragone… Anche se poi non ha fatto una bella fine.
“Sì, purtroppo si è tolto la vita… non si sentiva accettato, capito da tutto quel sistema”

Proprio ‘Tenco’ diventa anche il pezzo più politico: i ‘quaranta cristi sequestrati’ sulla barca, i ‘quattro sbirri senza cuore’ che ‘hanno ammazzato un altro fra’. Hai sicuramente un’attenzione maggiore verso certe problematiche rispetto ad una grossa parte della scena.
“Beh, ma è anche difficile far finta di nulla. A volte sono anche metafore, senza nulla togliere alla situazione in sé, che è drammatica; ti dico una cosa: ad un certo punto dico pure ‘in questa scena siamo noi clandestini’. Era una metafora pura, ma è un po’ come mi sento adesso. Uno che vorrebbe arrivare alla terra promessa ma non gli aprono i porti. Non che voglia mettermi a paragone, per carità, ma si tratta di una situazione critica che mi ha dato uno spunto di riflessione”

‘Ciao Amore’ di Tenco viene citata nel brano ‘Tenco’ di Grezzo

Certamente le riflessioni non mancano nel resto del disco: anche ‘Su ‘sta Rota’ esprime tanto disagio verso la situazione italiana.
“Su ‘sta rota è sicuramente il pezzo più rabbioso, quando te rode il culo e dici tutta una serie di cose, magari anche in maniera… eccessiva. Però è la rabbia che mi ha guidato, quindi ho deciso di inserirla nel disco: lo trovo un traccione vecchia maniera. Il disagio, poi, ormai, è una roba generalizzata transgenerazionale. A noi ultra trentenni hanno levato quindici anni di possibilità, in Italia. Sto iniziando – senza giustificare, per carità – a comprendere perché certe persone poi sbroccano ed iniziano un attimo a fregarsene dell’ordine costituito. Del resto, se me lo metti sempre… a ‘na certa non sei più il mio Stato, no? Quindi succede che in Italia – dove lo Stato è un po’ così, boh… ‘na pagliacciata – la gente non è educata, non ha educazione civica. Perché? E beh, se lo Stato è l’esempio… Ci sono parecchie cose da cambiare in questo Paese, a partire dalle teste di chi ci governa.”

Non posso che essere d’accordo con te.
In ‘Sushi & Pajata’, oltre che al ritorno di Suarez in ben due tracce, noto con piacere un featuring con Benetti DC. Era parecchio che non lo si sentiva!
“Sì, Benetti l’ho resuscitato io con James Dean, un pezzo che ho scelto anche di mettere in chiusura del disco per l’importanza che ha per me. Sono molto soddisfatto di quel brano. Tra l’altro, voglio darti questa notizia: sto lavorando proprio con lui su un disco nostro!”

Allora lo hai resuscitato per davvero, del tutto!
“Sì, assolutamente. Abbiamo già il titolo e qualche brano, ma non voglio sbilanciarmi molto. Per ora rilascio solo questa notizia!”

L’accogliamo con molto favore! Parliamo di Depha: ormai lavora davvero con tanta gente, ha fatto parecchia strada; lo cercano tutti!
“Beh sì, penso che abbia fatto più basi Depha che… che cazzo ne so, che baionette i tedeschi! (Ridiamo, n.d.r.) No davvero, ha fatto basi per mezza Roma, ora sta girando anche fuori… È davvero bravo. E ti dirò, andrebbe valorizzato molto di più. Lui però è poco calcolatore, è un buono, e tu sai meglio di me che nell’ambiente devi esse’ ‘na mignotta. Poi puoi fare tutto quello che ti pare, ma se non lecchi per bene il deretano… no party…”

grezzo sushi & pajata

Ti sento nervoso…
“Ma no, no… Non voglio fare la parte di quello che rosica. Sto solo un po’ avvelenato: dopo vent’anni in questo ambiente inizi ad accorgerti di cose strane; la sincerità non viene davvero premiata, ed io sono uno sincero. Insomma, mi sento come Sean Price: ‘I lover rap, I hate the game‘. So’ fatto così e mi ha penalizzato tantissimo. Me ne accorgo solo adesso.”

Ti porta a far riflessioni sul futuro? Pensi di esserti disinnamorato?
“Non penso di smettere di fare musica, sicuramente. Neanche a quaranta o cinquant’anni mi vedo senza suonare: a me la musica piace. Cambierò, crescerò io e crescerà quello che faccio. Adesso sicuramente non mi sento di smettere.”

Beh, hai fatto uscire due dischi in un anno… mi sembra tutt’altro che una fase discendente.
“Ecco, appunto… mi sento all’apice, al massimo, sto dando tutto. Spero anche di far uscire altro nel 2020. Ho già la testa al prossimo, come ti dicevo!”

E questo disco, invece, lo porterai live?
“Spero, assolutamente! Terrò tutti aggiornati appena ci saranno news”

Va benissimo Francesco! Grazie mille per il tempo dedicatoci.
“Grazie a te!”

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“Ceppeccàt”, la Sossio Banda racconta l’uomo in un disco perfetto 0 263

Superbia, accidia, lussuria, ira, gola, invidia e avarizia; un vizio capitale per brano, con il fine di analizzare l’uomo moderno attraverso i suoi peccati, mettendone in luce tutte le contraddizioni e le conseguenze dietro le scelte pilotate dai vizi stessi. Fin dai tempi di Aristotele i vizi e le virtù hanno permesso di tracciare i confini all’interno delle società, di individuare di volta in volta chi è l’essere umano e di identificare la “naturale” contrapposizione che andava crearsi e ad intensificarsi: quella dell’uomo alla volontà di Dio.
Il titolo scelto dalla Sossio Banda per il loro ultimo lavoro è Ceppeccàt, un titolo emblematico che in dialetto barese significa “che peccato” e che, soprattutto, ha un doppio significato: “che peccato” per l’uomo, “c’è peccato” dell’uomo. La band, composta da 6 musicisti e nata a Gravina (BA) nel 2008, ha un repertorio molto particolare, incentrato sulla propria tradizione regionale e su un sound originale e innovativo; Ceppeccàt, molto probabilmente, ha le sembianze del loro picco artistico.

Un album variegato, frizzante, con sonorità balcaniche contrapposte a sound malinconici dettati da ritmi incalzanti e dai suoni e crudi del contrabbasso. Sette tracce che prendono le fattezze di un’osservazione di secondo ordine; abbandonando i termini tecnici: un’analisi che si rispecchia nel personaggio di Palomar di Italo Calvino (esempio tra i tanti). Uomini moderni che osservano e analizzano altri uomini moderni, l’osservatore che viene osservato, con i sette vizi capitali come punti di riferimento. La Superbia nei confronti dell’ambiente e del mondo animale, che sta portando lentamente all’autodistruzione; l’Invidia che serpeggia e mortifica qualsiasi iniziativa distruggendo i rapporti umani; l’Accidia che ha a che fare direttamente con lo scorrere inesorabile del tempo il quale, stanco di vedersi trascorrere inutilmente, diventa egli stesso accidioso; l’Ira che tante vittime ha provocato nella storia dell’umanità ma che allo stesso tempo ha dato la forza a milioni di individui di emanciparsi e conquistare valori universali come la libertà, la democrazia e la dignità personale; la Lussuria che sistematicamente si presenta e primeggia in un mondo guidato e governato da essa; l’Avarizia che regala una vita misera fondata sul terrore del futuro, in cambio di una morte da ricchi; e infine la Gola, fame di potere e denaro, ingordigia di pochi individui che si arricchiscono e speculano a discapito della maggioranza. Insomma, un contenuto ispirato dal libro “I vizi capitali e i nuovi vizi”, scritto dal professore Umberto Galimberti.

Dietro lo spirito creativo della band vi è la tradizione, “illustrata” attraverso strumenti tipici delle bande pugliesi che riproducono melodie “mediterranee” – contesto di scambio e di confronto per la banda pugliese – e soprattutto l’utilizzo del dialetto; il cosiddetto “vernacolo”, una lingua parlata di un luogo o di una regione che, in molti casi, si identifica con il dialetto. Quest’ultimo sta al centro del loro repertorio ma, all’interno del lavoro, ad alcune tracce è lasciato l’italiano, quella che viene definita dalla banda come “la lingua ufficiale, lo scheletro su cui si sorregge la nostra identità come nazione” e che lascia al vernacolo il compito di divenire e accentuare l’espressione dell’anima, della bellezza e della diversità delle tante comunità italiane.

Sette tracce che danno inizio alle danze attraverso un sound balcanico, fatto di trombe e atmosfere danzanti aventi lo scopo di introdurre la splendida voce di Loredana Savino, da sempre Lead Voice del gruppo. Ritmi che non fanno altro che ripetersi, attraverso diverse ed originali forme nei successivi sei brani. Ceppeccàt è un lavoro profondo, con un significato non di poco conto che – come la musica anempatica nel cinema – va a creare una sorta di paradosso con il contenuto presente nel testo. Frasi pesanti che descrivono l’uomo moderno non certo nella migliore delle sue condizioni e che, allo stesso tempo, non riescono a farti smettere di ballare attraverso melodie tranquillamente definibili “alienanti”; di quelle che nelle sere d’estate ti fanno danzare spensierato sotto il palco, con gli occhi al cielo e i pensieri, per un attimo che sembra infinito, nel dimenticatoio.

“Labirinti umani”: l’esordio di Mattia Previdi in bilico tra mainstream e solido songrwiting 0 202

S’intitola “Labirinti umani” il disco che segna l’esordio del modenese Mattia Previdi. Un lavoro autoprodotto che, con le sue 9 tracce (cifra inconsueta per una tracklist, ma scelta deliberatamente dal cantautore in quanto simbolo del compimento di un ciclo) si concentra su tematiche universali quali relazioni umane e amore. Un amore declinato secondo diverse prospettive: si parla di relazioni tossiche, di vizi e tentazioni, di amicizia, della forza di una madre che perde un figlio, di tradimenti, dell’abbandono e infine della dolcezza di un amore romantico e platonico. Il tutto senza farsi mancare un’ironica e allo stesso tempo amara considerazione nei confronti di una società che tende a privarci di quella stessa umanità che si pone come fulcro tematico di questo lavoro.

Da un punto di vista sonoro i riferimenti sono freschi e attuali, anche se non particolarmente originali. I testi di Previdi si vestono di arrangiamenti perfettamente in linea con un certo pop da classifica (Marco Mengoni, Michele Bravi, Francesca Michielin, Annalisa), nonostante la produzione – come detto, “fai da te” – non sempre riesca a replicare gli stessi standard di pulizia e precisione.

Si parte con “Labirinti umani”, brano che racconta la logorante ricerca di se stessi nell’altro che ognuno di noi porta avanti mentre s’inoltra nell’intricato dedalo di rapporti, conquiste, perdite, abbandoni e conflitti della nostra esistenza. Le atmosfere malinconiche e le melodie dirette ed efficaci si pongono come una dichiarazione d’intenti chiara e precisa che anticipa il canovaccio seguito con i brani successivi.

Come, ad esempio, in “Resta come sei”: ballata guidata dal pianoforte elettrico e da un cadenzato beat di drum machine che rimanda, anche per il cantato delle strofe, ai più recenti successi di Coez.

Segue la suadente “Siamo in due o siamo in tre”, con la quale il cantautore racconta il lento sgretolarsi di un rapporto precario e vulnerabile, minato dall’infiltrarsi subdolo di vizi e tentazioni di vario genere.

Ma è con “Diana” che le ottime capacità di narratore di Mattia escono allo scoperto, in un brano dall’animo contrastante: ballabile e immediato per melodia e sonorità, tragico e disperato per contenuti.

E dopo aver raccontato la storia di una madre che cerca di farsi forza e ripartire dopo la perdita di un figlio suicida, Mattia torna a parlare di se con un brano intimo e personale dal titolo “Crolla il tetto”. Altra ballad dal ritornello orecchiabile e dall’arrangiamento attuale e moderno.

Nella successiva “Forse un altro uomo” si affronta il tema dell’incomprensione e dell’attesa perpetua di un ritorno che, in fondo, si è consapevoli  non avverrà.

“Tieni il resto se vuoi” è un brano elettro pop che alza il ritmo e strizza l’occhio alla dance anni ’90, pur mantenendosi ben saldo all’interno di uno contesto sonoro che non vuole mai perdere d’attualità.

Una parentesi più movimentata che traghetta l’ascoltatore verso un’altra ballata: “Distante”, la prima canzone scritta e arrangiata da Previdi.

La chiusura del disco è affidata alla convincente “Nella mischia”, canzone dall’abito elettro-dance che con amara ironia riflette sulla mancanza di autenticità, di libertà e d’identità in una società ormai schiava dell’apparire.

“Labirinti umani” è un lavoro onesto e diretto, senza particolari pretese artistiche o chissà quale voglia di sperimentare, ma con una profonda conoscenza delle tendenze commerciali del momento. Con l’intento chiaro e preciso di dar vita a una raccolta di potenziali hit radiofoniche (ed effettivamente ciascuno dei brani ha tutte le carte in regola per esserlo), Previdi realizza un disco che scorre veloce e godibile, consegnando melodie di sicura efficacia e capaci di insinuarsi nella testa dell’ascoltatore anche solo dopo un primo, rapido, ascolto. Sicuramente un punto di forza per un artista che imbocca dichiaratamente la strada del pop (anche perché, contemporaneamente, la scrittura si dimostra solida e non banale). Tuttavia andrebbe aggiunto che un album, che non sia un greatest hits, non consiste in una mera collezione di singoli. Ed è questa la critica principale che si può muovere a quella che, comunque, nel complesso si può considerare una piacevole opera prima. 

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