Grezzo, il nuovo disco è Sushi & Pajata: l’intervista 0 465

Francesco Cerqua, in arte Grezzo, è un rapper classe ’81 di Roma. Attivo musicalmente dagli inizi del 2000, ha pubblicato il suo primo disco ufficiale, ‘Compagni di Sbronze‘, nel 2008. Da lì una lunga militanza nella scena underground romana all’insegna del 0nudo e crudo’: nei suoi testi c’è tanta rabbia, ma anche una profonda attitudine per il rap che lo ha portato, negli anni, a collaborare con diversi artisti affermati come Clementino, Simon P, Crine J e Gast.

Di recente, Grezzo ha attraversato un periodo davvero prolifico sotto il punto di vista musicale; solo quest’anno, infatti, ha pubblicato ben due lavori: il primo, intitolato ‘Siberia‘ ed uscito agli inizi di quest’anno, è un progetto in collaborazione con Suarez, altro artista underground tra i più apprezzati della scena; il secondo, pubblicato il 20 dicembre, è il quarto disco solista del rapper. Intitolato ‘Sushi & Pajata‘, il progetto è interamente prodotto da Depha Beat e si compone di undici tracce. All’interno del disco sono anche presenti tre featuring, due dei quali con Suarez e l’altro, a chiusura del disco, con Benetti DC, storico componente del Truceklan.

Ci siamo sentiti con Francesco al telefono per fare quattro chiacchiere su questo nuovo lavoro, tirando fuori un’intervista che progettavamo già da quest’estate: possiamo dirci soddisfatti!

grezzo sushi & pajata

Ciao Grezzo! Dovevamo beccarci quest’estate quando siete venuti qui in Puglia con Suarez, poi purtroppo l’intervista è saltata, ma eccoci qui! Direi quindi di partire proprio da quel momento: com’è andata con ‘Siberia’, il disco con Suarez? Soddisfatto?
“Beh, sì, Siberia è stato un lavorone. So’ soddisfattissimo, ma lo sapevo che sarebbe venuto su un bel disco. Con Suarez c’è una bell’alchimia, è sempre stimolante lavorare con lui. Questo poi era un disco che progettavamo da anni e non siamo mai riusciti a realizzare: un anno lui doveva uscire con roba sua, quello dopo so’ uscito io e non abbiamo più concretizzato. Insomma, non vedevamo l’ora ed infatti è venuta su una bomba: una delle cose più belle che ho fatto finora, a mio parere!”

Siete anche stati parecchio in giro con ‘Siberia’, come proprio per quella data ad Acquaviva, in occasione del festival ‘Strada Chiusa’. Possiamo definirlo un piccolo tour?
“Sì, dai, non possiamo proprio chiamarlo tour ma qualche data l’abbiamo portata a casa. Quel festival che dici, poi, è stato il coronamento di quel disco: un seratone, davvero fico, con cinquemila persone: Das EFX, Kaos One, puoi immaginare… Coi Das EFX ce so’ cresciuto, è stato un sogno. Ringrazio tantissimo i ragazzi di Strada Chiusa, tantissimo amore per loro!”

Arriviamo adesso al tuo nuovo disco, uscito oggi… è il secondo lavoro quest’anno: ti dai da fare!
“Sì, sì, diciamo che ultimamente mi riesce facile scrivere… C’è chi va in palestra, io vado in studio! È diventata ‘na roba della quale non posso fare a meno, quindi finché c’è questa spinta cerco di sfruttarla al massimo.”

Lo hai intitolato ‘Sushi & Pajata’: come mai?
“Esattamente, come anche la seconda traccia del disco; ho sempre dato titoli seri, introspettivi, mentre a ‘sto giro volevo trovare qualcosa di più accattivante.”

grezzo sushi & pajata copertina
la copertina di Sushi & Pajata
grezzo sushi & pajata tracklist
La tracklist di Sushi & Pajata

C’è parecchio Grezzo in questo disco, anche a partire dal numero delle tracce: sono undici, contro le nove di Petrolio, il tuo disco precedente.
“Sì, sono undici tracce: c’è più coattanza, diciamo! (Ride, n.d.r.) Io, alla fine, forse un po’ come tutti, scrivo quello che vivo ed ultimamente ho attraversato un periodo molto movimentato sotto molti aspetti. Volente o nolente, tutto questo è sfociato in ‘Sushi & Pajata’. Ti dirò: ho anche riascoltato ‘Petrolio’ di recente e l’ho trovato molto più calmo, educato; non so se sei d’accordo.”

Sì, concordo assolutamente…
“Ecco, questo invece è… è…”

È Grezzo!
“Sì, è Grezzo, vero! (Ride, n.d.r.) Però posso dire che non è rozzo! Vuole essere genuino, sicuramente. A me, poi, piace molto sperimentare: non mi chiudo nel Boom-bap. Forse, sai quale può essere il problema, fratè? Che non sono né Old School né New School: mi trovo nel mezzo.”

È vero, l’ho sempre pensato. Penso sia così per buona parte della scena underground romanda: penso a te, ma anche a Suarez stesso, o Gast…
“Esattamente, concordo. Manuel (Gast, n.d.r.), poi, fa di tutto: è molto eclettico. Io con lui ho sempre tirato fuori belle cose, è molto stimolante. Te ‘fomenta’ diciamo!

Torniamo al disco: apri con Profezia, una traccia carica di rabbia dove mi tiri fuori Pasolini e Sugar Luca nella stessa canzone. Che rapporto hai col poeta bolognese?
“Beh, sì, Pasolini è una fissa mia: ho letto molti suoi scritti, sono un po’ fan. È una mente illuminata, un intellettuale: l’ho voluto infilare dentro come omaggio. Poi, Dio, Sugar Luca: per me è uno dei rapper più forti in Italia…”

Quanto concordo, per me è una leggenda… Ma perché non lo convincete a fare dodici dischi l’anno?
“Lo so fratè, lo so, noi glielo diciamo ma lui è così… ti dico la verità: gli avevo chiesto una partecipazione nel disco, ma mi ha detto che ha smesso proprio e non gli va più… Però siamo d’accordo, ci vorrebbe molta più produzione da parte sua, avoja.”

Sugar Luca a parte, ho trovato molto citazionismo in tutto il disco: da Pasolini, già nominato, a James Dean, passando per Tenco, che hai parafrasato nel brano omonimo, e Vasco. Si tratta di casualità o del tuo bagaglio culturale?
“No, no, niente è casuale: sono tutte cose mie. Non sono giovanissimo e James Dean magari è esagerato pure per me, però posso dirti che Vasco, soprattutto i primi anni, mi appartiene molto. Appartiene molto anche alla mia generazione, ai ragazzi cresciuti nei ’90. Tenco, invece, è più che una citazione: vuole essere un po’ una metafora su come mi sento rispetto alla scena italiana. Molto al di fuori, ecco…”

Mi piace come paragone… Anche se poi non ha fatto una bella fine.
“Sì, purtroppo si è tolto la vita… non si sentiva accettato, capito da tutto quel sistema”

Proprio ‘Tenco’ diventa anche il pezzo più politico: i ‘quaranta cristi sequestrati’ sulla barca, i ‘quattro sbirri senza cuore’ che ‘hanno ammazzato un altro fra’. Hai sicuramente un’attenzione maggiore verso certe problematiche rispetto ad una grossa parte della scena.
“Beh, ma è anche difficile far finta di nulla. A volte sono anche metafore, senza nulla togliere alla situazione in sé, che è drammatica; ti dico una cosa: ad un certo punto dico pure ‘in questa scena siamo noi clandestini’. Era una metafora pura, ma è un po’ come mi sento adesso. Uno che vorrebbe arrivare alla terra promessa ma non gli aprono i porti. Non che voglia mettermi a paragone, per carità, ma si tratta di una situazione critica che mi ha dato uno spunto di riflessione”

‘Ciao Amore’ di Tenco viene citata nel brano ‘Tenco’ di Grezzo

Certamente le riflessioni non mancano nel resto del disco: anche ‘Su ‘sta Rota’ esprime tanto disagio verso la situazione italiana.
“Su ‘sta rota è sicuramente il pezzo più rabbioso, quando te rode il culo e dici tutta una serie di cose, magari anche in maniera… eccessiva. Però è la rabbia che mi ha guidato, quindi ho deciso di inserirla nel disco: lo trovo un traccione vecchia maniera. Il disagio, poi, ormai, è una roba generalizzata transgenerazionale. A noi ultra trentenni hanno levato quindici anni di possibilità, in Italia. Sto iniziando – senza giustificare, per carità – a comprendere perché certe persone poi sbroccano ed iniziano un attimo a fregarsene dell’ordine costituito. Del resto, se me lo metti sempre… a ‘na certa non sei più il mio Stato, no? Quindi succede che in Italia – dove lo Stato è un po’ così, boh… ‘na pagliacciata – la gente non è educata, non ha educazione civica. Perché? E beh, se lo Stato è l’esempio… Ci sono parecchie cose da cambiare in questo Paese, a partire dalle teste di chi ci governa.”

Non posso che essere d’accordo con te.
In ‘Sushi & Pajata’, oltre che al ritorno di Suarez in ben due tracce, noto con piacere un featuring con Benetti DC. Era parecchio che non lo si sentiva!
“Sì, Benetti l’ho resuscitato io con James Dean, un pezzo che ho scelto anche di mettere in chiusura del disco per l’importanza che ha per me. Sono molto soddisfatto di quel brano. Tra l’altro, voglio darti questa notizia: sto lavorando proprio con lui su un disco nostro!”

Allora lo hai resuscitato per davvero, del tutto!
“Sì, assolutamente. Abbiamo già il titolo e qualche brano, ma non voglio sbilanciarmi molto. Per ora rilascio solo questa notizia!”

L’accogliamo con molto favore! Parliamo di Depha: ormai lavora davvero con tanta gente, ha fatto parecchia strada; lo cercano tutti!
“Beh sì, penso che abbia fatto più basi Depha che… che cazzo ne so, che baionette i tedeschi! (Ridiamo, n.d.r.) No davvero, ha fatto basi per mezza Roma, ora sta girando anche fuori… È davvero bravo. E ti dirò, andrebbe valorizzato molto di più. Lui però è poco calcolatore, è un buono, e tu sai meglio di me che nell’ambiente devi esse’ ‘na mignotta. Poi puoi fare tutto quello che ti pare, ma se non lecchi per bene il deretano… no party…”

grezzo sushi & pajata

Ti sento nervoso…
“Ma no, no… Non voglio fare la parte di quello che rosica. Sto solo un po’ avvelenato: dopo vent’anni in questo ambiente inizi ad accorgerti di cose strane; la sincerità non viene davvero premiata, ed io sono uno sincero. Insomma, mi sento come Sean Price: ‘I lover rap, I hate the game‘. So’ fatto così e mi ha penalizzato tantissimo. Me ne accorgo solo adesso.”

Ti porta a far riflessioni sul futuro? Pensi di esserti disinnamorato?
“Non penso di smettere di fare musica, sicuramente. Neanche a quaranta o cinquant’anni mi vedo senza suonare: a me la musica piace. Cambierò, crescerò io e crescerà quello che faccio. Adesso sicuramente non mi sento di smettere.”

Beh, hai fatto uscire due dischi in un anno… mi sembra tutt’altro che una fase discendente.
“Ecco, appunto… mi sento all’apice, al massimo, sto dando tutto. Spero anche di far uscire altro nel 2020. Ho già la testa al prossimo, come ti dicevo!”

E questo disco, invece, lo porterai live?
“Spero, assolutamente! Terrò tutti aggiornati appena ci saranno news”

Va benissimo Francesco! Grazie mille per il tempo dedicatoci.
“Grazie a te!”

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Intervista al Narratore Urbano, cantautore torinese 0 302

Alekos Zonca, in arte Narratore Urbano, è un promettente artista della provincia di Torino. Classe 1998 (ultimo anno della generazione dei millenial), è ancora agli inizi: partito da un corso di chitarra a scuola, ha poi deciso di portare questa passione al trampolino di lancio, sperando di farne un progetto di vita. È in quest’ottica che sono stati rilasciati i primi due singoli dell’artista; il primo, 1939, è acido, diverso dal solito, denuncia senza troppi fronzoli la situazione attuale e il clima d’odio che stiamo vivendo. Il livello tecnico è davvero niente male e l’introspezione si sente tutta, l’ascolto è consigliato a coloro che apprezzano chitarra cantautorale e testi politicamente e umanamente pesanti. Abbiamo anche avuto modo di poter ascoltare il suo secondo singolo, Zucchero Filato, in anteprima rispetto all’uscita – il 6 dicembre scorso: si tratta di un pezzo crudo, introspettivo, molto intimo e personale… il tema che affronta, la violenza di genere, non è sicuramente facile da trattare e da digerire).

Nel Buster Coffee, lo Starbucks torinese, abbiamo avuto modo di parlare della sua arte e della sua visione delle cose.

Ciao Alekos! Come nasce il tuo progetto musicale?

Il mio progetto musicale nasce come molti altri in cameretta. Arrivo da Cumiana, un paesino vicino Pinerolo, in provincia di Torino; ho iniziato a suonare quando avevo sedici anni, prima di allora non avevo idea che potesse fare al caso mio. A scuola facemmo un corso di chitarra e io iniziai a strimpellare, dai piccoli gruppi nella scuola sono poi passato ad una band a Torino che faceva rock/pop: questo è stato il terreno di nascita di alcuni miei pezzi, anche perché componevo i testi, cosa che faccio ancora per i miei lavori, che a livello di lyrics sono interamente frutto della mia testa, non ci sono influenze esterne.

Cosa pensi di avere di innovativo o di diverso rispetto alla scena attuale?

Tendo a non trattare temi inflazionati come canzoni d’amore, come le solite canzoni indie con il synth anni’80 e i testi criptici che spesso parlano di un amore non corrisposto (ride, n.d.r.). A me va di parlare d’altro, non mi ritengo innovativo del tutto, dato che ci sono altri artisti che non parlano di argomenti mainstream, come Rancore o Murubutu, due rapper a cui mi ispiro parecchio. L’amore è a margine dei miei pezzi, dato che preferisco parlare di temi sociali e di storie di vita comune: così nasce il Narratore Urbano.

Cosa pensi della realtà che hai intorno?

Personalmente, per quanto riguarda la realtà di sistema che ho intorno, sono fortemente pessimista: purtroppo un germe di fascismo è presente e inflazionato. Quanto successo alla Segre (la questione della scorta, ndr) non sarebbe accaduto, forse, trent’anni fa.
Tuttavia vedo nascere anticorpi, come il movimento delle sardine, che – per quanto apolitico – si scaglia contro la politica à la Salvini, che parla alla pancia attraverso gli slogan. Bisogna vedere se questi anticorpi avranno tempo di agire… sono un po’ pessimista, al riguardo.”

E questo pessimismo, questa tua idea sulla società, come si riflettono nei tuoi pezzi?

Il mio primo singolo, 1939, è basato su ciò che penso della situazione politica e sociale attuale. Nasce per una situazione un po’ personale: stavo mandando una e-mail d’addio e mentre lo facevo ho pensato che il testo non fosse poi così male, per cui ne ho mandata una molto più semplice e mi sono tenuto il testo originale, che poi ho sviluppato ed integrato. Questo pezzo è un confronto tra oggi e il 1939. Sono diversi – all’epoca gli ebrei, oggi i migranti -, ma accomunati da questi uomini forti che istigano l’odio e da un popolo che canta cori da stadio e impicca Palla-di-neve, il maialino buono di orwelliana memoria.

1939 propone una soluzione?

No, il mio pezzo è più un’istantanea, la soluzione verrà fuori verso la fine dell’album, che sto scrivendo e registrando: attualmente c’è il terzo pezzo in lavorazione in studio e il quarto in procinto di essere registrato, 1939 è il pezzo di apertura. La soluzione si troverà nell’ultimo brano, Finale Dipartita, che è una riflessione fatta da una sonda, la Voyager 2, che si volta indietro dopo essere uscita dal sistema solare e pensa a quanto è piccola l’umanità. È certo un messaggio pessimista, ma anche egualitario; per citare il testo: Cesserò io, Narratore Urbano, cesserà il bambino appena nato, cesserà il potente che sovrasta dall’alto

Essendo studente di storia, un personaggio che senti vicino e che abbia lasciato la sua traccia?

Giovanni Falcone: nonostante la mafia non sia mai il protagonista centrale di qualche mio pezzo, ma solo di una strofa nel pezzo Sei In Un Paese Meraviglioso, che devo ancora registrare. L’idea è di raccontare sei città, attraverso opere d’arte e fatti di cronaca, e queste sei città sono Milano, Bologna, Firenze, Roma, Napoli e Palermo. È sempre stato ciò che reputo un giusto: ha sempre cercato di trascendere dalla politica, giudicando nel modo più obbiettivo e assoluto possibile, facendo il proprio mestiere ad ogni costo – costo che poi è stato la sua vita. Pur essendo una figura estremamente schiva, lo considero un modello.

Il Narratore Urbano vuole cambiare l’arte?

Il Narratore Urbano non vuole competere, non mi interessa dimostrarmi migliore degli altri perché scrivo di temi sociali mentre gli altri fanno canzoni meno impegnate. Il mio obbiettivo è dare un’alternativa a chi cerca un certo tipo di tematiche nella musica e non le trova, e oltre a questo – come ho detto – voglio raccontare ciò che vedo, ciò che provo e anche le mie riflessioni che faccio nei miei notevoli viaggi mentali (ride, n.d.r.). Non ho pretese di imporre qualcosa di totalmente nuovo, faccio arte a modo mio: se a qualcuno arriva son contento che sia arrivato! Così come non punto al grande mercato, anche se sarei ipocrita a non considerarlo, altrimenti non pubblicherei. Ambisco a una nicchia che apprezzi ciò che scrivo.

E cosa pensi della scena musicale mainstream attuale?

Non riesco a ritrovarmici, come molti artisti di Torino con cui ho modo di confrontarmi. La scena torinese è molto densa e molto variegata, ma su piazza non c’è, anche per colpa delle leggi del grande mercato discografico: a parte grandi nomi come Willie Peyote o gli Eugenio in Via Di Gioia, troviamo una miriade di artisti anche affermati che però non riescono a fare il “grande salto” perché non scendono a compromessi. La scena italiana… meh, il cantautorato è in declino perché si piega alla moda dell’indie-pop/hit-pop. Non che sia brutto, anche perché io ho un motto: si può imparare sia dai Queen che dal vicino di casa, un po’ come in Ratatouille, che è un film a cui sono molto affezionato. Nutro comunque grande stima per tutti i miei colleghi, voglio che sia chiaro, il problema non è negli artisti, ma nelle leggi del marcato, che non permettono all’originalità di emergere… e come ho detto, nella mia scena ce n’è tanta di roba che potrebbe sbocciare.

Parlaci del tuo ultimo singolo, in uscita il 6 dicembre… puoi anticiparci qualcosa?

Si chiama Zucchero Filato. So essere omonima del pezzo di Gazelle, ma quest’ultimo è un’artista che non seguo particolarmente, al punto che non conoscevo l’esistenza di questa canzone (ride, n.d.r.). La scelta del titolo non è casuale, tutti i miei titoli sono contrapposti a ciò che c’è nella canzone, come in questo caso. Il tema della canzone non è dolce, parla di violenza di genere: racconta di un abuso perpetrato da un padre nei confronti della figlia. Si innesta nel tema della degenerazione, che è il filo conduttore dell’album: degenerazione politica (1939), degenerazione umana verso la donna (Zucchero Filato), degenerazione del Paese (Sei In Un Paese Meraviglioso). In un futuro pezzo che si chiama Granchietti affronterò il tema di un viaggio della speranza di un ragazzino migrante, il quale muore durante il viaggio.

Ringrazio ancora Alekos – sì, come Alekos Panagulis, il rivoluzionario greco storico compagno di Oriana Fallaci – per il tempo dedicatomi e a voi, amici lettori, do l’invito di passare per il suo account Spotify, per il suo canale YouTube e per gli altri suoi contatti social. L’uscita dell’album è prevista per l’anno prossimo: lo attenderemo con grande interesse.

Alla prossima!

Once Liam Gallagher, forever Liam Gallagher 0 218

I live for now, not for what happens after I die

Vivo per l’oggi, non per quello che succederà quando morirò”. Esordiva così davanti ai giornalisti, con una delle sue solite massime, l’Oasis nostalgico: Liam Gallagher. Un continuo susseguirsi di atteggiamenti “ribelli” per creare quel personaggio duro e rock ‘n’ roll che è rimasto impresso nell’immaginario di tutti noi. Ma Liam è davvero così?

Torniamo un attimo indietro al 2009. Quell’anno, per un fan sfegatato degli Oasis, è stato un colpo al cuore; come perdere un parente caro. Da quel momento in poi i fratelli Gallagher si divisero, ognuno andò per la sua strada accompagnato dal proprio ego e dal forte orgoglio che li contraddistingue. Un sentimento eccessivo che sembra appartenere sempre meno al fratello più piccolo, Liam. Dal 2009 sono successe molte cose nelle loro vite: entrambi, senza ripensamenti, hanno portato avanti la propria carriera musicale. Noel iniziò a esibirsi da solista e nel luglio del 2011 formò “Noel Gallagher’s High Flying Birds”. Nel caso di Liam sono stati tre gli avvenimenti degni di nota: per iniziare, i successi maggiori rispetto a quelli del fratello; un documentario con grande consenso e una figlia incontrata dopo vent’anni. Tre elementi che hanno mostrato un Liam Gallagher diverso da quello che ci mostrano continuamente i media e da quello che lo stesso ha mostrato – per questioni d’immagine, probabilmente – nel corso degli anni.

noel gallagher liam gallagher

Il suo ultimo lavoro, “Why me? Why not?”, è un album che mostra un uomo sensibile e soprattutto nostalgico di un passato che non ritornerà – e lo sa bene – ma che continua ad apparire come una costante nella sua vita, influenzandola sempre di pi, non solo professionalmente parlando. “Why me? Why Not?” è un disco pieno di amore e di odio e un esempio è la traccia “One of Us”: una canzone con un testo indirizzato a una persona che gli ha chiuso le porte in faccia. Piena di riferimenti alla famiglia, all’amicizia e al senso di appartenenza; non può che far pensare a Noel, il fratello che non vuole riunire gli Oasis; lo stesso che ha alimentato un lungo litigio mediatico per le tracce musicali degli Oasis nel documentario su Liam: As it Was. Per voi chi è il fratello arrogante e odioso?

Dal documentario si nota – ed è normale direi – un certo risentimento di Liam nei confronti di Noel e, allo stesso tempo, sommando quanto detto dallo stesso durante le interviste e attraverso i propri testi, ciò che emerge è un Liam diverso da quello che credevamo. Ogni brano del suo ultimo lavoro rafforza questa teoria ma uno su tutti risalta la tesi: Once. La traccia, presentata per la prima volta attraverso il documentario, mostra un aspetto caratteriale a tanti sconosciuto e da molti mal interpretato. Once è sentimentalità, romanticismo, fragilità e soprattutto riflessione; una delle canzoni migliori di Liam a detta dello stesso.

Il testo narra di un ritorno al passato, ai momenti che non si ripetono e che vorresti ri-concretizzare dopo anni, con l’illusione e la speranza che tutto possa ritornare come prima senza distorsioni dettate dai cambiamenti che il passare del tempo comporta. Un pezzo che abbandona l’arroganza riscontrabile in molti testi del cantautore inglese e, soprattutto, un brano che probabilmente l’allontanerà sempre di più. Un profondo e ulteriore sguardo al passato; all’adolescenza, agli amori, a quando i rapporti con Noel erano buoni. Una canzone con la C maiuscola che rimanda alle ovvie influenze Lennoniane, alle atmosfere di Wonderwall e, purtroppo per lui, a quel che stato è che mai più sarà…

It was easier to have fun back when we had nothing
Nothing much to manage
Back when we were damaged
Sometimes the freedom we wanted feels so uncool
Just clean the pool
And send the kids to school

Questa è Once e chi la canta è il vero Liam.

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