Milano, hype e ansie: questo è Hype Aura dei Coma_cose 0 208

Suona stranissimo dirlo, ma Hype Aura è il disco d’esordio dei Coma_cose. Sì, perché il duo rap si è già fatto sentire parecchio e ha già fatto parlare di sé solo con un EP e una manciata di singoli. Per chi fosse stato distratto – tranquilli, anche la quasi infallibile Wikipedia non ha ancora una pagina dedicata – rispondiamo alla domanda: «Chi sono i Coma_cose?»

Sono Fausto Zanardelli aka Fausto Lama e Francesca Mesiano; entrambi hanno avuto una carriera musicale precedente: il primo come cantautore con lo pseudonimo Edipo, mentre la seconda si era fatta conoscere nella scena elettronica come California DJ. Si sono incontrati a Milano, hanno lavorato nello stesso negozio di borse, sono diventati una coppia e nel 2017 hanno iniziato a pubblicare le prime canzoni. Il loro genere musicale sta all’incrocio fra rap, elettronica e indie. Fino ad ora andare a un loro concerto significava trovarsi in mezzo a un sacco di gente e ascoltare nove brani ripetuti due – se non talvolta tre – volte per un’ora e poco più. Sentirsi un po’ carichi a pallettoni, un po’ delusi e un po’ speranzosi era la regola. Beh, Hype Aura con le sue nove nuove canzoni dovrebbe risolvere ogni problema.

Hype aura dei coma_cose_cover_album
Cover dell’album Hype Aura

Il disco si apre con GRANATA, che ricorda il cavallo di battaglia Post-concerto per lo stesso ritmo rilassato – «che fa pum pum chà» – e gli accordi spensierati. Lo dico qua ma vale per qualsiasi altro brani: i giochi di parole e i riferimenti a Milano si sprecano. Trovarli tutti è una caccia al tesoro infinita che non delude mai.
MANCARSI parte con un synth da new wave per poi lasciare spazio alla voce più delicata che mai di California, in una prima strofa all’insegna dei riferimenti ai Pink Floyd. Dopo uno stacco forse poco fluido, arriviamo al ritornello carico ed emozionante, che non cade mai nello stucchevole. Il riferimento a Piombo e fango di Danno del Colle der Fomento nella seconda strofa completa un quadro sospeso tra toni nostalgici e ricordi adolescenziali.
BEACH BOYS DISTORTI è un miscuglio di temi, suoni e citazioni da mondi quanto mai distanti: giusto per capire, Ligabue convive con campionamenti dei cori dei Beach Boys e un rap variegato. Sembra difficile ma ci stanno tutti bene e a loro agio.

Con la sua cadenza lenta ma ritmata, VIA GOLA racconta la fine della serata nella milanese via Gola, mentre il sole sorge sui navigli e la ‘scighera’ – o anche ‘nebbia’ se preferite -, firma la sua tregua con la notte e pian piano si torna tutti a casa con le corde vocali e l’esofago a pezzi. Non a caso, il ritornello è cantato con un acuto quasi strozzato, seguito da un bridge roco e distorto in background, come da registro à la Coma_Cose.
In A LAMETTA trova spazio anche l’influenza dei Beatles: a partire dalla rivoluzione che non si può fare fino alla ripresa del sound psichedelico di Lucy in the sky with diamonds, tanto che si potrebbe definire quasi una cover.
In S. SEBASTIANO una base minimale di piano e batteria crea un’atmosfera sospesa e un po’ inquieta. Tra le strofe riecheggiano (letteralmente) anche delle autocitazioni di brani precedenti, che ammiccano al fan accanito e attento. Un breve e bel cambio di ritmo sottolineato dalla frase «i vizi ci schiacciano» ci conduce verso il finale.

Con MARIACHIDI si fondono le varie anime della band: la chitarra elettrica, il sintetizzatore anni ’80 e un rap pungente. Ognuno di questi elementi si alterna in tre diverse sezioni che si amalgamano alla perfezione tra di loro. C’è un po’ di Placebo, un po’ di Clash e un po’ di Caparezza.
In SQUALI una chitarra ci fa galleggiare placidamente in un mare pieno di riverberi ed echi, mentre la batteria tiene la rotta e la voce di California, a tratti calma, a tratti energica, ci accompagna. Alla fine non può mancare un pezzo di dialogo tratto da Lo squalo di Spielberg.
Ironicamente INTRO è la canzone conclusiva, quasi a dire “ok, adesso puoi far ripartire tutto e si inizia da qui”, come un invito a rileggere un libro per recuperare quello che era sfuggito alla prima lettura. Anche per questo si trova solo nell’ultima traccia la spiegazione del titolo dell’album: si può leggere così com’è, e sta a indicare letteralmente quell’aura di hype che ha continuato a circondare l’uscita del primo disco fin dai loro esordi; se però si cambiano gli accenti, la frase suonerà come “Hai paura?”. È il rovescio della medaglia: dove ci sono attesa e aspettative da parte dei fan, c’è una gran paura di sbagliare dell’artista.

Che altro dire? Il disco è convincente, di stile ce n’è a pacchi e i testi divertono ed emozionano al punto giusto. Ogni canzone sembra partire dalle fondamenta di un tema, un’idea o una singola frase, e pian piano viene costruito sopra un edificio variopinto e complesso, ricco di citazioni, giochi di parole e sonorità diverse. Tuttavia, nessun effetto è scelto a caso, perché il suono è il contenuto della sua parola corrispondente, che le fa da significante: se mi ricordi casa come le campane, farò in modo che tu le senta suonare; se non senti i miei segreti da dietro al vetro, lo romperò perché tu possa ascoltarmi; e se devo rallentare per fare in modo che tu capisca, rallenterò pure la canzone.

La band sarà in tour a partire dal 30 marzo nei principali club italiani con HYPE AURA TOUR

30.03  Padova, Hall

01.04  Firenze, Tuscany Hall  (ex-Obihall)

02.04  Milano, Alcatraz

05.04  Nonantola (Mo), Vox

07.04  Senigallia (An), Mamamia

08.04  Torino, Teatro Della Concordia

12.04  Napoli, Casa Della Musica

13.04  Modugno (Ba), Demodè Club

15.04  Roma, Atlantico

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Californication compie vent’anni: riscopriamolo 0 124

Sapevamo che il disco aveva avuto un largo successo quando andammo in Europa per un giro di conferenze stampa. Eravamo in Italia, io e John stavamo sul sedile posteriore di una Mercedes con il finestrino aperto. Un motorino con due ragazzi italiani si fermò accanto a noi. Guardarono dentro e cominciarono a urlare: “Ehi, Californication, Californication!”. Poi si misero a cantare Scar Tissue. Il disco era uscito da cinque giorni. Ovunque andassimo, tutti i negozi suonavano il nostro disco. L’Italia aveva preso fuoco. Passammo dal vendere una manciata di dischi al venderne più di chiunque altro quell’anno in Italia. Com’è che un Paese intero decide di cominciare ad amarti in un giorno?

Così Anthony Kiedis decise di parlare di Californication all’interno della sua biografia, “Scar Tissue”, proprio come uno dei singoli estratti dall’album che ha fatto grande la band americana nel mondo. Californication usciva oggi, 8 giugno, vent’anni fa, nel 1999, segnando per sempre quell’estate e la storia della musica. Ma anche la storia della band losangelina.

Usciti un po’ malconci dal rilascio di One Hot Minute, stroncato dalla critica, e orfani del chitarrista sostituto di Frusciante, Dave Navarro, licenziato per incompatibilità con il resto della band, i Red Hot avevano bisogno del rilancio – un rilancio dovuto, per altro; non fosse solo per il successo che ebbe Blood Sugar Sex Magic, soprattutto in America.

Così, nell’estate del 1998, Flea riesce a convincere Frusciante, nel frattempo disintossicatosi dalla dipendenza dall’eroina, a rientrare nel gruppo. Il disco inizia a prendere forma grazie al lavoro di quest’ultimo, accompagnato dalle liriche del frontman e dalle jam session che da sempre hanno contraddistinto lo sviluppo dei dischi dei peperoncini.

Il sound vira: vengono abbandonate le sperimentazioni che ammiccavano al metal – frutto probabilmente del chitarrista ex-Jane’s Addiction – puntando tutto sull’alternative con il giusto mix di quel funk-rock che fece la fortuna della band agli inizi. Quello che non cambia è il produttore: Rick Rubin seguirà infatti la band per questo terzo lavoro di fila, dopo aver prodotto i già citati One Hot Minute e BSSM.

Il disco vide la luce proprio l’otto giugno del 1999, anticipato di un paio di settimane dal singolo Scar Tissue, uno dei brani più rappresentativi del gruppo. Fu un successo di critica e di vendite; qualcuno elogiò un Anthony Kiedis in grande spolvero, molti attribuirono la qualità al ritorno di Frusciante. Californication raggiunse la prima posizione in classifica in nove Paesi diversi – fra cui l’Italia, dove vendette 700.000 copie in due anni – aggiudicandosi ben undici dischi d’oro.

Oggi Californication rimane una pietra miliare della musica mondiale, uno di quei dischi che tante band sperano di rilasciare un giorno. E anche se oggi i Red Hot non sono più gli stessi, con il secondo abbandono di Frusciante e le speranze di un suo ritorno ormai rasentanti lo zero, ascoltare le prime note del brano omonimo durante un live è come tornare piccoli, o giovani, per rivivere i magici momenti dell’ultima estate del secolo scorso.

Medimex: gli Editors e i Cigarettes After Sex celebrano Woodstock 0 159

Ci eravamo lasciati con i Placebo, ci siamo ritrovati con Editors e Cigarettes After Sex. Il Medimex, l’International Festival and Music Conference in programma dal 4 al 9 giugno, apre i cancelli al suo pubblico per il terzo anno di fila, il secondo a Taranto, portando una delle band più apprezzate al mondo a suonare tra i due mari, davanti una rotonda piena di gente che arriva da tutto il Sud Italia. Non poteva essere diversamente, d’altronde, per quest’edizione speciale del Medimex che celebra i cinquant’anni di Woodstock – e qualcuno doveva pur farlo, visto che il vero Woodstock 50 è stato cancellato.

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Cancelli aperti alle cinque, con le prime file sotto il palco già conquistate intorno alle sette e mezza. Nell’aria si respira l’odore del mare e della musica, nei bicchieri sgorga Raffo non filtrata. Questione di minuti e iniziano le danze con Le Scimmie Sulla Luna, band alternative italiana che presenta il suo disco Terra!. La scelta si rivela azzeccata, Jory Stifani ricorda tanto la cantante dei Bowland, ma la band dimostra di sapersela cavare anche senza voce, movimentando la folla nel finale con un paio di brani strumentali.

Dopo poco salgono sul palco i Cigarettes After Sex e il concerto inizia davvero: la conosciamo bene la band texana di Greg Gonzalez, già sold-out a Roma un paio di anni fa, apprezzatissima in Italia. La folla risponde bene: molti cantano le loro bedroom songs sensuali, i rimanenti iniziano a collegare il sound col nome; il gruppo si diverte ma non lo dà a vedere – il mood non lo permette – limitandosi a pochi ‘thanks’ e il nome di un paio di pezzi.

L’esibizione dura un’ora, un tempo più che sufficiente per presentare l’unico album pubblicato, omonimo, e farsi desiderare; i Cigarettes After Sex riescono a creare il giusto mix di dolcezza e malinconia per illuminare la serata, anche se la luce che fanno è più o meno quella di una candela. Ma a noi tanto basta per ristorarci e caricare le batterie.

Passa infatti poco dall’uscita dei texani e alle dieci e mezza in punto la band di Stafford esce fra le urla del suo pubblico. Li avevamo già ascoltati al Palladozza di Bologna gli Editors, per un concerto durato circa due ore, e certo non li riscopriamo oggi al Medimex: energici, violenti, spietati; gli Editors ti prendono e ti accartocciano per tutta la durata del concerto, non dandoti il tempo di respirare davvero tra una canzone e l’altra, trascinandoti nel loro universo anni ‘80. Smith tiene il palco come il vero frontman qual è, la band non risparmia i grandi successi: Papillon fa ballare tutta la piazza, No Harm lascia pietrificati per la sua bellezza; A Ton of Love, semplicemente, spacca, come ha sempre spaccato. So che si dice spesso, ma concerti come questo mi fan pensare di avere il secondo lavoro più bello del mondo, dopo quello di Tom Smith.

Magazine chiude la prima parte del concerto; gli Editors escono di nuovo dopo i canonici cinque minuti, trainati dalla folla, per quattro brani finali accompagnati dal piano di Tom Smith. Alla fine, la band londinese saluta per l’ultima volta la propria piazza, con le maglie inzuppate di sudore come ogni buon ultras vorrebbe per la propria squadra del cuore. Ed è proprio come gli ultras che si è saltato su Formaldehyde. Possiamo dire che sia la band texana che quella inglese hanno assolutamente reso giustizia a Woodstock.

Poco tempo per riprendere fiato, però, perché domani si riprende col nuovo appuntamento del Medimex: Liam Gallagher sarà infatti a Taranto, reduce proprio ieri dal rilascio del nuovo singolo Shockwave che preannuncia il suo secondo disco da solista “Why Me? Why Not”. La data di domani è la prima delle due italiane, con l’ex Oasis che tornerà in Italia per il Collisioni festival a Barolo, il 4 luglio.

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