Milano, hype e ansie: questo è Hype Aura dei Coma_cose 0 587

Suona stranissimo dirlo, ma Hype Aura è il disco d’esordio dei Coma_cose. Sì, perché il duo rap si è già fatto sentire parecchio e ha già fatto parlare di sé solo con un EP e una manciata di singoli. Per chi fosse stato distratto – tranquilli, anche la quasi infallibile Wikipedia non ha ancora una pagina dedicata – rispondiamo alla domanda: «Chi sono i Coma_cose?»

Sono Fausto Zanardelli aka Fausto Lama e Francesca Mesiano; entrambi hanno avuto una carriera musicale precedente: il primo come cantautore con lo pseudonimo Edipo, mentre la seconda si era fatta conoscere nella scena elettronica come California DJ. Si sono incontrati a Milano, hanno lavorato nello stesso negozio di borse, sono diventati una coppia e nel 2017 hanno iniziato a pubblicare le prime canzoni. Il loro genere musicale sta all’incrocio fra rap, elettronica e indie. Fino ad ora andare a un loro concerto significava trovarsi in mezzo a un sacco di gente e ascoltare nove brani ripetuti due – se non talvolta tre – volte per un’ora e poco più. Sentirsi un po’ carichi a pallettoni, un po’ delusi e un po’ speranzosi era la regola. Beh, Hype Aura con le sue nove nuove canzoni dovrebbe risolvere ogni problema.

Hype aura dei coma_cose_cover_album
Cover dell’album Hype Aura

Il disco si apre con GRANATA, che ricorda il cavallo di battaglia Post-concerto per lo stesso ritmo rilassato – «che fa pum pum chà» – e gli accordi spensierati. Lo dico qua ma vale per qualsiasi altro brani: i giochi di parole e i riferimenti a Milano si sprecano. Trovarli tutti è una caccia al tesoro infinita che non delude mai.
MANCARSI parte con un synth da new wave per poi lasciare spazio alla voce più delicata che mai di California, in una prima strofa all’insegna dei riferimenti ai Pink Floyd. Dopo uno stacco forse poco fluido, arriviamo al ritornello carico ed emozionante, che non cade mai nello stucchevole. Il riferimento a Piombo e fango di Danno del Colle der Fomento nella seconda strofa completa un quadro sospeso tra toni nostalgici e ricordi adolescenziali.
BEACH BOYS DISTORTI è un miscuglio di temi, suoni e citazioni da mondi quanto mai distanti: giusto per capire, Ligabue convive con campionamenti dei cori dei Beach Boys e un rap variegato. Sembra difficile ma ci stanno tutti bene e a loro agio.

Con la sua cadenza lenta ma ritmata, VIA GOLA racconta la fine della serata nella milanese via Gola, mentre il sole sorge sui navigli e la ‘scighera’ – o anche ‘nebbia’ se preferite -, firma la sua tregua con la notte e pian piano si torna tutti a casa con le corde vocali e l’esofago a pezzi. Non a caso, il ritornello è cantato con un acuto quasi strozzato, seguito da un bridge roco e distorto in background, come da registro à la Coma_Cose.
In A LAMETTA trova spazio anche l’influenza dei Beatles: a partire dalla rivoluzione che non si può fare fino alla ripresa del sound psichedelico di Lucy in the sky with diamonds, tanto che si potrebbe definire quasi una cover.
In S. SEBASTIANO una base minimale di piano e batteria crea un’atmosfera sospesa e un po’ inquieta. Tra le strofe riecheggiano (letteralmente) anche delle autocitazioni di brani precedenti, che ammiccano al fan accanito e attento. Un breve e bel cambio di ritmo sottolineato dalla frase «i vizi ci schiacciano» ci conduce verso il finale.

Con MARIACHIDI si fondono le varie anime della band: la chitarra elettrica, il sintetizzatore anni ’80 e un rap pungente. Ognuno di questi elementi si alterna in tre diverse sezioni che si amalgamano alla perfezione tra di loro. C’è un po’ di Placebo, un po’ di Clash e un po’ di Caparezza.
In SQUALI una chitarra ci fa galleggiare placidamente in un mare pieno di riverberi ed echi, mentre la batteria tiene la rotta e la voce di California, a tratti calma, a tratti energica, ci accompagna. Alla fine non può mancare un pezzo di dialogo tratto da Lo squalo di Spielberg.
Ironicamente INTRO è la canzone conclusiva, quasi a dire “ok, adesso puoi far ripartire tutto e si inizia da qui”, come un invito a rileggere un libro per recuperare quello che era sfuggito alla prima lettura. Anche per questo si trova solo nell’ultima traccia la spiegazione del titolo dell’album: si può leggere così com’è, e sta a indicare letteralmente quell’aura di hype che ha continuato a circondare l’uscita del primo disco fin dai loro esordi; se però si cambiano gli accenti, la frase suonerà come “Hai paura?”. È il rovescio della medaglia: dove ci sono attesa e aspettative da parte dei fan, c’è una gran paura di sbagliare dell’artista.

Che altro dire? Il disco è convincente, di stile ce n’è a pacchi e i testi divertono ed emozionano al punto giusto. Ogni canzone sembra partire dalle fondamenta di un tema, un’idea o una singola frase, e pian piano viene costruito sopra un edificio variopinto e complesso, ricco di citazioni, giochi di parole e sonorità diverse. Tuttavia, nessun effetto è scelto a caso, perché il suono è il contenuto della sua parola corrispondente, che le fa da significante: se mi ricordi casa come le campane, farò in modo che tu le senta suonare; se non senti i miei segreti da dietro al vetro, lo romperò perché tu possa ascoltarmi; e se devo rallentare per fare in modo che tu capisca, rallenterò pure la canzone.

La band sarà in tour a partire dal 30 marzo nei principali club italiani con HYPE AURA TOUR

30.03  Padova, Hall

01.04  Firenze, Tuscany Hall  (ex-Obihall)

02.04  Milano, Alcatraz

05.04  Nonantola (Mo), Vox

07.04  Senigallia (An), Mamamia

08.04  Torino, Teatro Della Concordia

12.04  Napoli, Casa Della Musica

13.04  Modugno (Ba), Demodè Club

15.04  Roma, Atlantico

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“Love and Rain”: Savage ci riporta negli anni ’80 0 157

1984, 2010, 2020.
Il debutto, la fase di mezzo e il ritorno di Roberto Zanetti; in arte Savage.

Chi è Roberto? Se ci avessero fatto questa domanda nella sua “era”, nei magici anni ’80, un’occhiataccia dettata da un “ma davvero non sai chi sia?” ci sarebbe arrivata. Ma adesso, a distanza di trentasette anni dal suo debutto, in un periodo storico totalmente diverso, ci sentiamo in dovere di rispondere tranquillamente. Roberto nasce a Massa nel 1956, inizia la sua carriera con diversi gruppi (Fathima, Pronipoti Sangrìa, Santarosa e Taxi), partecipa a diverse trasmissioni ottenendo numerosi successi e collabora da anni con artisti di un certo spessore: tra i tanti, Zucchero. Mi piace definire questo artista come il Giorgio Moroder dell’italo-disco e dell’eurodance. Inizia la sua carriera nel 1983 e, un anno più tardi, pubblica il suo primo album: Tonight (1984). Da quel periodo in poi inizia la sua ascesa: conosce Zucchero, produce, cavalca l’onda della musica house e lancia alcuni artisti di grande successo come Alexia. Nel 2010, a distanza di 26 anni dal primo, pubblica il suo secondo album (anche se definirlo così è errato; si tratta di greatest hits: Ten Years Ago (2010), fermandosi in seguito per altri dieci anni e ripresentandosi oggi con il suo ultimo lavoro: Love and Rain (2020). Quest’ultimo, presentato a San Valentino attraverso il singolo I Love You, è un omaggio agli anni ’80, un regalo ai nostalgici, un passato che si ripropone andando a creare i famosi nostalgici di un qualcosa che non si è vissuto; gli anni ’80 hanno questo potere.

Love and Rain è un lavoro composto da sedici canzoni; quelle che a parer nostro basterebbero per creare una serata degna di tale nome nelle attuali discoteche italiane. L’album viene definito scherzosamente dall’artista come guitar free, per il fatto che non sono state usate chitarre in nessuna canzone. Sono presenti violini veri che si sposano perfettamente con l’elettronica pop, creando il sound romantico di Savage. Un disco dove canzoni d’amore e malinconia vanno alla ricerca del tipico sound elettro-pop contaminato da batterie elettroniche e sintetizzatori. Con una copertina che rimanda al Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich: un uomo in abito nero, di spalle, con le mani in tasca e lo sguardo rivolto in avanti, verso l’alto. Tanti sono i significati e, personalmente, a noi piace attribuire quello del piacere del viaggiare, della scoperta. Un viaggio a ritroso nel tempo fino ad arrivare negli anni ’80; una scoperta per alcuni, un ritorno al passato per molti altri. Un’arma per andare avanti data dall’esperienza di anni che non abbiamo vissuto ma che possiamo vivere attraverso questo lavoro.

Quindici inediti, sommati alla versione sinfonica del suo più grande successo dal titolo Only You, danno vita a questa capsula del tempo. Viaggio che ha inizio attraverso una breve e romantica introduzione, Every second of my life, caratterizzata da violini e da una voce struggente. Dal secondo brano in poi si entra, di colpo, negli anni ’80: Don’t say you leave me è questo; un uomo cade dal cielo, dal futuro, trovandosi di colpo nelle atmosfere pop sinfoniche degli anni ’80. Atmosfere che faranno da sfondo a tutti i brani presenti in Love and Rain, senza rendersi mai banali e presentandosi prive di scontatezza. Sound, che dalla prima alla sedicesima canzone, si offre a diversi temi. Come quello dell’amore, presente nella maggior parte dei brani e in diverse forme. L’amore che crea delusioni (Alone); che riappare dopo anni sotto forma di ricordo (Remember Me); che dà vita a un tributo (Italodisco); che si dichiara per la prima volta (Your Eyes); e l’amore per ciò che ci circonda, per la vita, per il nostro ambiente: “We are the future”.

Un eterno romantico. Un uomo che attraverso la sua musica ha il potere di far innamorare una nuova generazione e, soprattutto, la possibilità di consolidare il rapporto con chi quel periodo lo ha vissuto davvero, dicendogli: “nulla è andato”. Ri-accendendo speranze che da trent’anni a questa parte sembrano svanite. Savage è questo: una donna che si culla tra le braccia di un uomo sotto una luce stroboscopica; un abbraccio nel tempo, tra gli anni ’80 e i 2000 inoltrati. Tra le speranze di allora e le consapevolezze di adesso, ma con la forza necessaria per andare verso l’ignoto.

“Romantica Io”: Pia Tuccitto scrive una pagina del rock italiano 0 346

D’amore e ombra – come il titolo di un famoso romanzo di Isabel Allende -: è di questo che parla “Romantica Io“, l’ultimo album di Pia Tuccitto, rocker bolognese dall’animo nobile. Il lavoro, uscito il 31 gennaio e interamente autoprodotto, è figlio della poliedricità di questa grande artista che ne ha curato ogni minimo dettaglio, dalle musiche ai testi, passando per la copertina. Cantautrice, pittrice, protagonista/deuteragonista/voce dello spettacolo Ioelei, messo in scena con la compagna di palco Federica Lisi, la sua carriera parte nel 1993 quando, dopo la partecipazione al festival Nuove Voci di Castrocaro, viene notata da Vasco Rossi che ne apprezza il talento e la invita a far parte della sua scuderia. Da qui nasce un sodalizio artistico che la porta a scrivere per interpreti del calibro di Patty Pravo, Irene Grandi e lo stesso Vasco.
Romantica Io” è l’opera terza ed esce a quindici anni di distanza dall’album d’esordio “Un segreto che” e a dodici da “Urlo” prodotto da Frank Nemola e Guido Elmi per l’etichetta Bollicine/EMI Capitol Music. Questo lavoro è un compendio: racchiude l’essenza di dodici anni di “inattività” discografica che sono stati invece ricchissimi dal punto di vista artistico e amoroso. L’amore, appunto, è il filo conduttore dell’album e  viene declinato in tutte le sue forme. Alla realizzazione e alla limatura hanno partecipato: Corrado Castellari in veste di autore delle musiche di due brani, Bettina Baldassarri, Luca Bignardi che ha curato l’arrangiamento di sette brani e Frank Nemola che ha arrangiato i restanti quattro brani.

Romantica io” (title track) è il brano d’apertura, la dichiarazione d’intenti di un lavoro perfettamente messo a fuoco da un’artista matura. Questa maturità artistica corrisponde – mutatis mutandis – ad una maturità sul piano amoroso e questo è chiaro già nell’incipit del brano: “io per amarti son dovuta invecchiare”. Così com’è chiara, sempre dalle prime battute, l’attitudine rock dell’artista bolognese che non usa espedienti o mezzi termini: “io per amarti ti ho lasciato suonare la mia chitarra da rocker”.  Il graffio nella voce ricorda molto Patty Pravo, ma anche e soprattutto Irene Grandi in “Colpa del Lupo”. L’influenza è evidente e non per via di una supponente forma di pareidolia, per la quale noi che recensiamo siamo tenuti a ricondurre il tutto a qualcosa di conosciuto.

Atmosfera cupa e onirismo in “Come nei films”. Il sound distorto e la voce sensuale ci danno l’abbrivio e ci trasportano all’interno di un racconto di un amore immaginario. Un amore senza confini e che attraverso la voce e le parole cerca la sua reificazione. L’inizio ricorda molto “Tre volte dentro me” di Mina e Afterhours.

L’animo rock emerge prepotentemente in “Com’è bello il mio amore”. La chitarra e la batteria seguono un ritmo preciso e martellante e accompagnano la voce fino all’esplosione nel ritornello. Questo brano è l’essenza del disco.

La chitarra lascia il posto alla tastiera nell’intento di ricreare una precisa atmosfera malinconica. “Perché tutto muore” è un brano ricco di pathos e dal carico emozionale abnorme. Parla dell’amore che finisce, di un sentimento nocivo e logorante che si dissolve nel vento come il fumo di una sigaretta che si spegne e ti lascia un imperituro amaro in bocca.

My Radio” ci riporta agli anni ‘80 quando il binomio dance-rock dava vita a spettacoli corali allietati da gioie lisergiche. Allora l’avanguardia era definita new wave e sfociava spesso in quello che profanamente veniva chiamato alternative rock. In questo pezzo vengono fusi assieme Neil Tennant, Freddie Mercury e Patty Pravo e il risultato è sorprendente. È il pezzo che continui a cantare per tutto il giorno e che provoca l’orchite/colpite a tutti quelli che ti stanno accanto.

Il sesto brano non ha bisogno di presentazioni. Si tratta di “E…”, pezzo scelto e portato al successo da Vasco, che l’autrice riabbraccia come un figlio che ha vissuto all’estero e non vedeva da tempo. Questa è la dichiarazione d’amore per eccellenza, priva di perifrasi e circonlocuzioni (che poi sono la stessa cosa).

Tu Sei Un Sogno Per Me” è il leitmotiv che accompagna lo spettacolo Ioelei messo in scena dall’artista insieme a Federica Lisi. Si tratta di un brano intimo e sincero che si fa colonna sonora di un amore, di una vita, di un viaggio.

L’eterogeneità di stili e generi è esplicitata in “Sto benissimo”: l’inizio in stile Subsonica lascia presto il posto al graffio della chitarra elettrica che sposta il focus è riporta il brano nell’alveo del rock puro e grezzo. L’armonia di chitarre e batteria è perfetta, come in tutto il resto del disco.

Stupida per te” ha l’incedere lento e malinconico di una classica ballad. Questo è la riprova che questa grande artista – come ogni grande artista – non si focalizza su un unico genere, ma spazia all’interno di un ventaglio di stili e generi che le appartengono tutti.

Nel disco c’è spazio per una sorta di intermezzo: “Quante volte sono da sola con te”. Ancora una volta è forte, oltre che necessario, il richiamo a Mina. Si tratta del pezzo più breve dell’album, ma che – per l’icasticità delle immagini che evoca – risulta uno dei più intensi.

Il brano che chiude l’album è “7 aprile”, pubblicato precedentemente in un Ep nel 2013. Si tratta del pezzo mancante, quello che completa e sublima il puzzle. È un brano ricco di colori e sfumature: la chitarra acustica presente all’inizio del pezzo viene sostituita e sovrastata da quella elettrica nel ritornello. La natura multiforme dell’album emerge in modo prepotente in questo brano.

Pia Tuccitto ha scritto un’altra pagina importante del rock italiano. La sua maturità artistica è la vera chiave di volta di questo grande album: la cura minuziosa di ogni dettaglio, l’attenzione e l’oculatezza di ogni singola scelta – dalle parole alle musiche – sono i due ingredienti di questo cocktail perfetto. Rimanendo in campo alcolico si potrebbe dire che sia come il vino che col passare del tempo migliora!

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