“I Am Easy to Find”: i The National si fanno collettivo e tornano con il loro lavoro più audace e maturo 0 153

Non è semplice decidere da dove partire per raccontare “I Am Easy to Find”, ultima fatica dei The National. Già, perché ci sarebbe tanto da dire riguardo al lavoro più coraggioso e ambizioso della band di Cincinnati. E non solo per la sua durata monstre (63’ e 53”, per un totale di ben 16 tracce), ma anche per il progetto che Matt Berninger e soci vi hanno costruito intorno. Un progetto che ha visto la collaborazione del regista Mike Mills (“Le donne della mia vita”) e di numerose cantanti: da Gail Ann Dorsey (per anni corista e bassista di David Bowie) a Lisa Hannigan (storica collaboratrice di Damien Rice), passando per Mina Tindle, Sharon Van Etten, Kate Stables, Eve Owen e il Brooklin Youth Chorus. Un cast enorme – all’interno del quale rientra, accreditato tra i musicisti aggiuntivi, anche Justin Vernon (Bon Iver) –, che per l’occasione avvicina i The National più al concetto di collettivo che di band.

Ecco, si potrebbe partire raccontando la genesi di un album che non era neanche in programma e che probabilmente non avrebbe visto la luce, se non fosse stato per un’improvvisa e-mail di un fan d’eccezione: Mike Mills, per l’appunto. All’iniziale proposta di collaborazione del regista la band rispose inviandogli una lista di canzoni incomplete che gli diedero l’ispirazione per realizzare un corto (sempre dal titolo “I Am Easy to Find”) con protagonista l’attrice Alicia Vikander. Il film, di contro, spinse la band a completare il disco, invitando lo stesso Mills a co-produrlo. Ed ecco che a poco più di un anno di distanza dall’uscita dell’acclamato “Sleep Well Beast”(vincitore di un Grammy Award), i The National tornano con il frutto di questa inaspettata collaborazione.

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“I Am Easy to Find”è un lavoro maturo, che fa della stratificazione degli arrangiamenti e della pulizia della produzione i suoi punti di forza. Un disco che non si discosta dalla formula intrapresa con il suo predecessore, e anzi la porta avanti. Le incursioni elettroniche, pur senza risultare invadenti, trovano maggiore spazio, così come gli inserti orchestrali o i pattern intrecciati di batteria e percussioni. A venir meno è quella svolta rock apprezzabile in brani come “The System Only Dreams in Total Darkness”, “Day I Die” o “Turtleneck”. Le chitarre, infatti, fanno un passo indietro e si limitano a ricamare le sonoritàsorrette dall’immancabile pianoforte e dal programming dei computer.

Tuttavia la vera novità, come già accennato, è la presenza di voci femminili, che non solo supportano il timbro baritonale di Berninger (da sempre marchio di fabbrica della band), ma in alcuni momenti lo sostituiscono del tutto. Con il merito, così facendo, di dare colore al distintivo indie rock raffinato, intriso di nostalgia e malinconia, di casa National e di regalare imprevedibilità a un canovaccio che altrimenti, alla lunga, rischierebbe di annoiare (complice la lunga durata e i ritmi non proprio concitati).

D’altronde, “I Am Easy to Find” non è un disco immediato. Alcuni brani richiedono più ascolti per essere apprezzati appieno. È il caso dell’iniziale “You Had Your Soul With You”, caratterizzata dalle irregolarità glitch di beat sghembi e chitarre staccate. O della notevole “Quiet Light”, che con la sua batteria frenetica e i suoi suoni metallici di synth funge da perfetto anello di congiunzione con il precedente lavoro. La struggente “Light Years”e la carezzevole title track si aggiungono al già corposo catalogo di pregevoli ballad vantato dalla band, mentre la sorprendente “Where Is Her Head”, con il suo refrain ossessivo e i suoi elaborati intrecci ritmici, offre uno dei momenti più ballabili e gioiosi del disco. Curioso come, contrariamente alla consuetudine, il disco si apra a melodie più accessibili solo verso il finale, con i godibilissimi singoli “Hairpin Turns”e “Rylan” (vecchia conoscenza dei fan di lunga data). Non prima di aver regalato uno dei suoi momenti più alti con la maestosa “Not in Kansas”: un viaggio emotivo di sei minuti e mezzo, lungo il quale si dipana il poetico testo di Berninger e s’intersecano frammenti di “Noble Experiment”dei Thinking Fellers Union Local 282.

Tra perdite, distanze, rimpianti, incomprensioni, paure e morte, ancora una volta i The National, con il loro romantico decadentismo, decidono di raccontare la vita. E stavolta decidono di non farlo da soli.

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Medimex: Liam Gallagher porta gli anni Novanta a Taranto 0 64

Dopo l’apertura di Cigarettes After Sex ed Editors, il Medimex prosegue la sua cavalcata trionfante a Taranto con un altro concerto di successo: Liam Gallagher. L’ex Oasis ha regalato poco più di un’ora di concerto ai propri fan, cantando i vecchi successi della band che ha fatto grande il britpop, qualcosa dell’ultimo disco solista ed il suo nuovo singolo.

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Il concerto inizia intorno alle otto, quando sul palco salgono i JoyCut, gruppo musicale dark-wave elettronico formatosi nel 2003 a Bologna. La giusta alchimia fra synth, batteria e tastiere dà la carica al pubblico che aveva già iniziato ad affollare la rotonda del lungomare dalle 18, molto prima del concerto di ieri.

Dopo un’ora sale sul palco King Hammond, musicista londinese accompagnato dalla sua band: un po’ B-52s, un po’ sagra di paese in senso buono, King Hammond suona per quaranta minuti il suo raggae-ska movimentando la folla, ormai in trepida attesa di Liam Gallagher.

Alle 22.20 sale sul palco l’ex Oasis: classico giaccone invernale, storico tamburello in mano e tutti gli anni 90 sulle spalle. Il concerto si apre con Rock ‘N’ Roll Star, singolo datato 1995 uscito dal disco Definitely Maybe del 94: uno dei brani più rappresentativi degli Oasis. E non è da meno il secondo brano in scaletta, Morning Glory, title track del disco che fece grandi gli Oasis con sedici milioni di dischi venduti, terzo disco più venduto di sempre in Inghilterra, dietro a Beatles e Queen. Piccolo siparietto per concludere l’introduzione al concerto, con Liam che si “libera” del suo tamburello lanciandolo nel pubblico (se sei il fortunato ad averlo preso, mandaci una foto in DM su Facebook e Instagram!)

Il concerto prosegue con Wall of Glass, singolo di punta del disco solista di Liam Gallagher, As You Were. Da qui parte una piccola parentesi di tre canzoni estratte da questo disco, fra cui l’altro singolo di successo, For What it’s Worth. Ed è proprio dopo quest’ultima che arriva un bel momento: l’anteprima italiana del nuovo singolo, Shockwave, pubblicato il giorno prima ed estratto dal nuovo disco in arrivo del cantante inglese: Why Me? Why Not.

Liam Gallagher è esattamente come te lo immagini, come lo hai visto dai video: mani dietro la schiena, espressione costantemente arrogante, non sai mai chi del pubblico manderà a fanculo. È per questo che gli si vuole tanto bene, penso. Intanto che penso, il live prosegue e sul palco si suona una bellissima Some Might Say, cui segue Universal Gleam, fino ad arrivare alla spettacolare Lyla.

foto panoramica di Rosa De Benedetto

Il pubblico risponde benissimo, molti sventolano le maglie del Manchester City, qualcuno alza una maglia dei Noel Gallagher’s High Flyin’ Birds; Liam risponde in inglese: “Preferisco altre maglie. Preferisco la mia!” indicandone una lì vicino. E riprende a suonare: Cigarettes and AlcoholEh La, e si arriva al momento atteso da tutti: Wonderwall. Salti, urla, occhi lucidi.

Liam saluta, ma si sa che è solo per poco. Rientra e riattacca a suonare: la potenza di Roll With It, brano di apertura di quel What’s The Story Morning Glory di cui prima, risuona in tutta la città. E risuona forte anche nel cuore dei fan, che non sentivano questo pezzo live da ben dieci anni. Finisce Roll With It e Liam annuncia l’ultima canzone, partono le note e tutti sanno che si tratta di Champagne Supernova, alla quale viene affidata quasi sempre la chiusura dei suoi concerti.

Ci son poche parole per descrivere il momento storico che ha vissuto ieri la città di Taranto e la gente accorsa da tutto il Sud per questo live. Chi ha vissuto gli anni ’90 può desiderare solo tre cose nella vita: un appuntamento con Jennifer Aniston, una settimana col Drugo e un concerto di uno dei Gallagher. Ieri almeno uno di questi desideri si è avverato.

Californication compie vent’anni: riscopriamolo 0 127

Sapevamo che il disco aveva avuto un largo successo quando andammo in Europa per un giro di conferenze stampa. Eravamo in Italia, io e John stavamo sul sedile posteriore di una Mercedes con il finestrino aperto. Un motorino con due ragazzi italiani si fermò accanto a noi. Guardarono dentro e cominciarono a urlare: “Ehi, Californication, Californication!”. Poi si misero a cantare Scar Tissue. Il disco era uscito da cinque giorni. Ovunque andassimo, tutti i negozi suonavano il nostro disco. L’Italia aveva preso fuoco. Passammo dal vendere una manciata di dischi al venderne più di chiunque altro quell’anno in Italia. Com’è che un Paese intero decide di cominciare ad amarti in un giorno?

Così Anthony Kiedis decise di parlare di Californication all’interno della sua biografia, “Scar Tissue”, proprio come uno dei singoli estratti dall’album che ha fatto grande la band americana nel mondo. Californication usciva oggi, 8 giugno, vent’anni fa, nel 1999, segnando per sempre quell’estate e la storia della musica. Ma anche la storia della band losangelina.

Usciti un po’ malconci dal rilascio di One Hot Minute, stroncato dalla critica, e orfani del chitarrista sostituto di Frusciante, Dave Navarro, licenziato per incompatibilità con il resto della band, i Red Hot avevano bisogno del rilancio – un rilancio dovuto, per altro; non fosse solo per il successo che ebbe Blood Sugar Sex Magic, soprattutto in America.

Così, nell’estate del 1998, Flea riesce a convincere Frusciante, nel frattempo disintossicatosi dalla dipendenza dall’eroina, a rientrare nel gruppo. Il disco inizia a prendere forma grazie al lavoro di quest’ultimo, accompagnato dalle liriche del frontman e dalle jam session che da sempre hanno contraddistinto lo sviluppo dei dischi dei peperoncini.

Il sound vira: vengono abbandonate le sperimentazioni che ammiccavano al metal – frutto probabilmente del chitarrista ex-Jane’s Addiction – puntando tutto sull’alternative con il giusto mix di quel funk-rock che fece la fortuna della band agli inizi. Quello che non cambia è il produttore: Rick Rubin seguirà infatti la band per questo terzo lavoro di fila, dopo aver prodotto i già citati One Hot Minute e BSSM.

Il disco vide la luce proprio l’otto giugno del 1999, anticipato di un paio di settimane dal singolo Scar Tissue, uno dei brani più rappresentativi del gruppo. Fu un successo di critica e di vendite; qualcuno elogiò un Anthony Kiedis in grande spolvero, molti attribuirono la qualità al ritorno di Frusciante. Californication raggiunse la prima posizione in classifica in nove Paesi diversi – fra cui l’Italia, dove vendette 700.000 copie in due anni – aggiudicandosi ben undici dischi d’oro.

Oggi Californication rimane una pietra miliare della musica mondiale, uno di quei dischi che tante band sperano di rilasciare un giorno. E anche se oggi i Red Hot non sono più gli stessi, con il secondo abbandono di Frusciante e le speranze di un suo ritorno ormai rasentanti lo zero, ascoltare le prime note del brano omonimo durante un live è come tornare piccoli, o giovani, per rivivere i magici momenti dell’ultima estate del secolo scorso.

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