I Placebo chiamano, Taranto risponde 0 2516

Si è conclusa ieri una giornata storica per la città di Taranto. Ospiti della seconda giornata del Medimex, l‘International Festival and Music Conference che si sta svolgendo in città dal 7 al 10 giugno, i Placebo. Concerto adrenalinico sin dall’inizio, con l’apertura affidata al ventunenne torinese Kiol, in grado di infiammare la folla con i brani tratti dal suo recente EP, “I Come As I Am” di cui consigliamo vivamente l’ascolto su Spotify: piacevolissima sorpresa. A seguire son saliti sul palco i Casino Royale, formazione milanese che certo non ha bisogno di presentazioni.

Alle dieci e mezza salgono sul palco i Placebo. La band si presenta sul palco in una formazione composta da sei musicisti: gli storici membri fondatori, Brian Molko (voce e chitarra) e Stefan Olsdal (basso e chitarra), accompagnati da Bill Lloyd alla tastiera, Nick Gavrilovic alla chitarra, Angela Chan alle tastiere e al violino e Mathew Lunn alla batteria. I Placebo arrivano a questo concerto con una promessa precisa: quella di portare solo i grandi successi, “perchè è quello che il pubblico vuole sentire” annunciò Brian Molko in una recente intervista. E così è stato. Il concerto si è aperto con “Pure Morning“, e in scaletta ci son finiti tutti i più grandi successi della band: da “Bitter End” a “Too Many Friends“, passando per “Twenty Years“, “Song To Say Goodbye” e “Special K“, Chiusura affidata alla cover di “Running Up That Hill” di Kate Bush. Si è sentita la mancanza delle immagini sul maxischermo alle spalle della band, ma l’energia sprigionata dal gruppo ha saputo colmare benissimo il gap.

I Placebo confermano di essere in ottima forma – nonostante le duemila sigarette fumate da Brian Molko tra una canzone e l’altra, ma non è una novità – presentando una scaletta che sarebbe un sogno per ogni fan e amante della band inglese. Il pubblico risponde benissimo, molto meglio del giorno prima coi Kraftwerk, saltando, ballando ed intonando ogni canzone. Grazie Taranto per aver dimostrato di essere anche qualcos’altro oltre l’industria: non avevamo dubbi.

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“Rive, volume 1” di Fabio Curto: un viaggio musicale lungo le sponde del blues e del soul americano 0 1816

Forse in molti lo ricorderanno come il vincitore dell’edizione del 2015 di The Voice of Italy, ma in realtà l’esperienza musicale di Fabio Curto, giovane cantautore polistrumentista di origini calabrese, va ben oltre la vittoria del talent musicale di casa Rai.

Dopo aver imparato a suonare a 5 anni e aver iniziato a comporre le prime canzoni a 12, Fabio si trasferisce a Bologna per intraprendere il suo ciclo di studi universitari. Questo non lo allontana dalla musica, tanto che inizia ad esibirsi con assiduità tra le strade della sua nuova città. Nel 2013 esce il disco auto prodotto “Stelle, rospi e farfalloni”, mentre nel 2015 – come detto – arriva la notorietà grazie al programma televisivo The Voice, che Fabio vince assicurandosi il suo primo contratto discografico con una major (ndr: l’Universal). Un exploit al quale, però, segue un periodo relativamente lungo d’inattività, interrotto solo nell’aprile 2017 con la pubblicazione del singolo “Via da qua”.

Ad un anno di distanza, dopo mesi passati a rielaborare testi (molti dei quali riscritti in italiano dopo esser stati concepiti in lingua inglese) e a sperimentare nuove sonorità, esce “Rive, volume 1”, l’album di inediti che segna la prima vera ripartenza del cantautore di Acri dopo la vittoria del talent che lo ha fatto conoscere al grande pubblico.

La copertina di “Rive, Volume 1”, il nuovo disco di Fabio Curto

“Rive” è innanzitutto un disco fortemente personale, frutto di un lavoro svolto a 360 gradi da parte del suo autore che, oltre ad aver scritto ciascuno dei 10 brani che compongono la tracklist (8 più 2 bonus tracks), ha anche suonato gran parte degli strumenti e collaborato alla produzione. Il risultato è un album evidentemente indirizzato verso un blues/soul di matrice statunitense, che non può non suscitare facili parallelismi (anche per via del timbro graffiante della voce di Fabio) con chi di questo genere ha saputo appropriarsi, adattandolo alla perfezione al cantautorato nostrano, ovvero Zucchero. Ma, benché i riferimenti siano tanti e neanche troppo nascosti, si farebbe un errore a considerare “Rive” una sbiadita imitazione della produzione musicale del cantautore reggiano. Curto dimostra, infatti, abilità nel non adagiarsi sui saldi binari dell’ R n’ B e della black music sui quali viaggia spedito il suo treno sonoro, non disdegnando incursioni sporadiche lungo i più moderni sentieri dell’elettronica e del pop da classifica. Ciò che ne deriva è un disco godibile e scorrevole che, anche grazie alle melodie immediate dei suoi ritornelli, trasuda efficacia e incisività.

Si parte con il dark blues di “Suona con me”, un invito a continuare a correre senza voltarsi, a credere in sé stessi e a lasciarsi andare per liberarsi dalla stretta delle «sabbie mobili di questo vivere». L’incedere inesorabile della cassa e dei clap intesse un beat cadenzato sul quale si arrampicano strumming di chitarra acustica e ancestrali cori gospel, mentre l’impeto spirituale del coinvolgente ritornello rappresenta l’apice del crescendo sul quale si regge l’intero brano.

Atmosfere più ballabili con la successiva traccia (nonché primo singolo estratto) “Mi sento in orbita”, che riprende le atmosfere soul/funky tipiche dello Zucchero di “Diavolo in me” e le innova con un piglio leggermente più rock.

Con “Neve al sole” vengono momentaneamente lasciate da parte le sonorità primordiali del blues afro americano per abbracciare un pop elettronico dal respiro più moderno, che unisce ritmiche dance e ballabili a un vellutato riff di chitarra elettrica che ricorda lontanamente il fraseggio che introduce la bellissima “Spanish Sahara” dei Foals.

Abbandonate le atmosfere da dancefloor di “Neve al sole” si passa a respirare l’aria di un contemporary soul/R n’ B alla Rag n’ Bone Man con la successiva Only You, una densa ballata con la quale il cantautore rivisita le macerie di una storia d’amore complicata e distruttiva.

“Un’ora fa” è invece un brano accattivante e coinvolgente che celebra la libertà vissuta in ogni suo aspetto da un’autostoppista, che si sposta da un luogo all’altro senza mai temere l’imprevedibilità del suo percorso.

Ritmi più contenuti per l’”Airone”, una ballata intensa e riflessiva che tratta il delicato tema della malattia e il tentativo di affrontarla col sorriso, cercando di non darle alcun peso.

Provoca sensazioni contrastanti la successiva “Fragile” che, pur convincendo per melodia e testo, sembra essere uscita fuori direttamente da un disco di Zucchero (“Shake, ad esempio).

Si ritorna a percorrere le “rive” del Mississipi con il blues malinconico di “Domenica”, una perla guidata dalla voce rauca di Fabio e dagli arpeggi nubilosi della sua chitarra acustica.

C’è infine spazio per due bonus track, Alonee “Via da qua”. La prima, come lascia intendere il titolo, è l’unico brano del disco cantato interamente in inglese (lingua con la quale la timbrica di Fabio si sposa perfettamente). L’arrangiamento orchestrale e l’andamento solenne conferiscono epicità ad un brano dai contorni cinematici e solenni.

“Via da qua”, invece, è un brano già edito (come detto pubblicato nel 2017), che per l’occasione viene recuperato e riproposto in veste di traccia aggiuntiva. Il pezzo, per quanto orecchiabile e gradevole, si dimostra sin dal primo ascolto un corpo estraneo rispetto al resto del disco. Niente atmosfere soul o blues, ma sonorità indie folk in pieno stile Mumford & Sons per una canzone che dimostra, se non altro, tutta la voglia di sperimentare e di innovare il proprio sound che deve aver accompagnato Fabio Curto nella lavorazione di questo suo “Rive, volume 1”. Il testo, sicuramente molto personale, racconta la voglia di evasione da parte dell’artista verso tempi e luoghi indefiniti ma migliori, lontano dalle aride logiche di profitto di un’industria musicale nella quale è sempre più difficile sentirsi valorizzato.

In conclusione “Rive, volume 1”, pur eccedendo in slanci un po’ troppo derivativi, è un disco piacevole e coerente, impreziosito da una scrittura matura e consapevole e da un arrangiamento curato e strutturato. Un disco che sicuramente lascerà soddisfatti i fan di Zucchero (e più in generale del genere di riferimento) e che non deluderà gli appassionati dello stesso Curto, i quali apprezzeranno la maturazione e l’evoluzione di un sound trascinato dal cantautore calabrese verso nuove sponde. In attesa di conoscere verso quali rive ci condurrà il “volume 2”.

Intervista a Rita Zingariello: “Volare si può, bisogna ambire al cielo” 0 347

Rita Zingariello, classe ’81, è una cantautrice pugliese originaria di Altamura. Il 6 aprile scorso è uscito il suo ultimo disco, “Il Canto dell’Ape”, terza fatica della musicista la cui carriera è iniziata ufficialmente dieci anni fa, nel lontano 2009, con un’esibizione a Sanremo. Da allora le cose sono cambiate molto, Rita è cresciuta e con lei anche la sua musica e la sua visione di quest’ultima. Se infatti il titolo del disco precedente, “Possibili Percorsi”, indicava una carriera in via di sviluppo, con quest’ultimo disco la cantautrice ha definito la propria strada; ci siamo così fatti raccontare da lei qualche curiosità su questa nuova uscita.

Ciao Rita: per iniziare, direi di partire subito dal tuo secondo, ultimo disco: Il Canto dell’Ape. Sappiamo che ci sono diversi retroscena, tra cui una tacita dedica ad una tua amica e il soprannome di “ape regina” che ti danno le persone a te vicine. Raccontaci di più.
In realtà è la stessa amica che mi ha denominata ‘ape regina’ perché pare che io sia una persona che ama circondarsi di persone che le ripongono tutte le attenzioni, e quindi di lì le ho poi dedicato una canzone in un momento in cui sembrava incupita, nella sua stanza. Una canzone di incoraggiamento ad uscire, a respirare la primavera. Devo dire che mi ha preso alla lettera, adesso non la ferma più nessuno: è volata! (ride, n.d.r.)”

Questo disco è la vera evoluzione di Rita Zingariello: dopo il precedente lavoro intitolato “Possibili Percorsi”, possiamo dire che hai scelto il tuo: di che percorso si tratta?
Sì, l’album precedente, ‘Possibili Percorsi’, è stato un disco di ricerca, di curiosità, in cui cercavo di scoprire quale fosse la mia strada. Fondamentalmente è stato l’obbiettivo raggiunto in questo nuovo lavoro, che a me piace indicare come il ‘disco della scelta’, dove fondamentalmente ho scelto un percorso e, in queste dodici tracce – che poi sono tracce che viaggiano tra diversi temi e diverse sonorità – ho capito che non c’è un percorso che possa davvero compiere: sono una persona curiosa, e questa curiosità provo a portarla all’interno delle mie canzoni.

La copertina de “Il Canto dell’Ape”

Ti cito un discorso di Togliatti che dice, riprendendo anche Virgilio: “Il ritmo di lavoro nelle officine è diventato così intenso che esaurisce un uomo nel corso di non molti anni. Ma è accaduto come per le api dell’amaro verso col quale Virgilio accusava i profittatori dell’opera sua, ricordate: voi fate il miele, o api, ma sono altri che lo godono.”. Cambiandone completamente l’accezione datagli da Togliatti, credi che la “solarità” dell’ape regina – e non si parla solo di Rita Zingariello – possa essere minacciata dalle richieste delle persone che la circondano? Può una persona esaurire la propria linfa vitale, il proprio “miele”, solo per regalarne alle persone vicine che non sono in grado di produrne per sè?
Bisogna stare molto attenti, il limite è davvero molto sottile: è vero, l’ape produce il miele e non lo fa per sé; noi produciamo canzoni, ma non lo facciamo solo per noi stessi: è un’esigenza personale, ma quando decidi di fare un disco l’obbiettivo è che ne possano usufruire molte persone. È un po’ la stessa cosa del miele, e bisogna stare attenti che gli altri non risucchino la nostra energia, non ne abusino.

Il tuo disco si apre con una frase a mio parere importantissima: “Cadere è uno stato orizzontale”, poi ripresa nel continuo della canzone con “Volare è uno stato verticale”. Fisicamente è vero, cadere è uno stato orizzontale: se pensiamo a una persona che inciampa e cade, sappiamo che cade orizzontalmente e immaginiamo un corpo parallelo al terreno. Ma l’uomo non ha ancora imparato a volare: cosa intendi con questa verticalizzazione?
Fondamentalmente dobbiamo sforzarci di capire con quale modalità possiamo rialzarci: se vogliamo rimanere realisti è chiaro che non abbiamo imparato a volare, ma sappiamo come sorvolare le nuvole: volare si può. Certo, bisogna essere in grado di tenere un piede per terra e volare con l’altro. Cadere è uno stato che sicuramente tocca la vita di ognuno di noi, e dobbiamo sperare e sognare di volare per rialzarci. Restare a terra è molto più facile, certo, ma bisogna ambire al cielo anche senza le ali: quelle possiamo sognarle, e può aiutarci.

“Simili e contrari” riprende la storia del rapporto di un qualsiasi figlio con un qualsiasi genitore: il bisogno impellente di proteggere ed essere protetti; la voglia di vedere il proprio figlio avere successo senza mai staccarsene davvero; la necessità di riscatto che si pone nelle mani dei figli, i quali vorremmo che realizzassero i nostri sogni mai realizzati. In un Paese come il nostro, nel quale i figli hanno difficoltà ad andarsene di casa e vivere autonomamente per varie ragioni culturali ed economiche, qual è la visione di Rita Zingariello? Perché i coetanei degli altri Paesi raggiungono l’autonomia già giovanissimi, intorno ai venticinque anni?
Perché sicuramente c’è una cultura, quella italiana, in cui c’è un forte senso di legame famigliare che rende complicato il distacco, e sicuramente la cosa qui al Sud, da dove vengo io, è più marcata rispetto alle regioni del Nord. È un retaggio culturale nel quale il figlio può scegliere di staccarsi se lo vuole realmente – ma è chiaro che fa comodo restare ingabbiati in un nido protetto. Bisognerebbe invece provare ad uscire dalla gabbia e quantomeno provare a realizzare quelli che sono i propri sogni senza che vadano ad interferire con quelli che sono i sogni dei propri genitori, che qualche volta potrebbero non coincidere.

In “Risalire” ci parli della difficoltà a fidarsi di sé stessi, del proprio istinto e soprattutto del proprio cuore, che troviamo a dover imbavagliare e zittire, colpevole di averci fatto soffrire. Parli anche di dimenticarsi i brutti ricordi. Ma non è forse vero che le brutte esperienze sono forse le più formative, e disegnano le persone che siamo oggi?
Sicuramente sì, il brano non si chiamerebbe ‘Risalire’ altrimenti. È un po’ lo stesso concetto della caduta: il cuore inteso in senso lato, come questa forza irrazionale che ci guida verso delle scelte che potrebbero rivelarsi sbagliate, rischia di farci soffrire per mille motivazioni. Questo non toglie che la forza di risalire può portarci a ripartire, riaprendo nuovamente il cuore ad altre situazioni. È un po’ come il discorso de ‘Il Canto dell’Ape’, che fondamentalmente parla di desideri incompiuti che però non devono bloccarci: tutto ciò che ci ferma, ci blocca, deve diventare il motivo per trovare un desiderio diverso, migliore di quello che ci ha fatto fallire la prima volta. Nella mia vita è accaduto diverse volte, bisogna essere forti e ‘Risalire’ parla di questo.

Dopo due dischi e un EP, Rita Zingariello si conferma come artista nel panorama musicale italiano. Cosa consiglieresti, dopo la tua esperienza, ad un emergente? Quali sono, ricollegandoci alla domanda di prima, gli errori che hanno segnato il tuo percorso e che consiglieresti di non fare?
Ti dirò, quando ho iniziato a fare musica l’ho fatto in una maniera molto spontanea e naturale: avessi avuto un’altra vita e le stesse esigenza, avrei scelto di iniziare prima, magari appena diciottenne, provando ad allargare il mio pubblico su palchi più prestigiosi sin da subito. Ho avuto comunque la fortuna di farlo quando avevo già una certa maturità personale e artistica. Quello che posso consigliare a chi inizia è questo: di iniziare a farlo quanto prima e di non avere paura, perché se si fa quello che si è, se si fa musica vera e si scrive quello che la propria testa e il proprio cuore ti stanno comunicando, da qualche parte qualcuno avrà voglia e soprattutto modo di conoscere la tua musica, il tuo percorso. CI vuole tanta passione e tanta pazienza.

Rita, ti ringrazio tantissimo per il tuo tempo: per chiudere, quand’è che proponi una collaborazione a Brunori? Sappiamo che è l’autore italiano che stimi di più a livello lirico.
“(Ride, n.d.r.) Guarda, io sono una persona molto riservata e molto timida, non so se ci riuscirò mai… Magari un giorno lo farò!

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