I Sinedades sono il filo che collega Italia e Sud America 0 159

Mare, natura, fantasia, sogni e, soprattutto, l’approfittare del tempo, sono alcuni dei temi contenuti all’interno di ‘Para Mi Potnia, il primo lavoro discografico dei Sinedades, duo italo-argentino composto da Erika Boschi e Agustìn Cornejo. Due artisti, ma soprattutto due culture diverse lontane migliaia di chilometri che si incontrano, permettendo l’unione del sensuale ritmo latino con il folk anglosassone e un jazz dell’anima che mette la tecnica al servizio dello spirito. Un intimo lavoro dettato da una forte urgenza espressiva.

Il loro progetto, Sinedades, nasce nel 2016. Esso sta ad indicare, come più volte detto dai componenti del duo, quella necessità di vivere un’esistenza senza età, priva di confini. Insomma, una nostalgia del bambino che ognuno di noi è stato, un ritorno al passato, alle meraviglie di quell’età; alla sua elementarità. Un modo di pensare che in età adulta è spesso associato più a un difetto che a un pregio, ed è proprio questo il difetto: considerarlo tale; il primo lavoro dei Sinedades ne è la prova. “Concetti elementari troppo spesso trascurati da noi umani frettolosi, ma estremamente ispiratori per i testi delle nostre canzoni”. Un album puro, fatto interamente ‘in casa’, nato in seguito al loro primo successo: la vittoria del concorso ‘Toscana 100 band’, evento che ha spinto il duo italo-argentino a scrivere e viaggiare sempre di più, trovando in questo posto magnifico che si chiama mondo la giusta ispirazione per creare ‘Para Mi Potnia’; per la mia Potnia, per la madre terra, per la natura. La stessa che ha permesso la ricerca e la nascita di delle melodie solari e dell’atmosfera onirica riscontrata nel lavoro dei Sinedades.

Un insieme di brani scritti interamente in lingua spagnola, definiti “da tramonto sul mare o in campagna”, appaiono essenziali e profondi allo stesso tempo, grazie anche alla numerosa famiglia di musicisti che ha contribuito alla nascita di questo mix di World Music, MPB, Europa e Sudamerica, Pop e Tradizione.

Il lavoro è aperto dalla traccia Escúchame mar (Ascoltami Mare): una radiosa canzone che rimanda subito al Sudamerica, alla sua immensa energia e al suo mare. Con una voce che non sembra provenire per nulla dalle corde vocali di una ragazza italiana e una chitarra che esprime chiaramente il messaggio che la band vuole mandare. Natura, mare, viaggio, amore: “o mio mare, ti chiedo una creatura da amare, che mi possa riscaldare…”.

Sinedades Recensione Para Mi Potnia Blunote Music

Il secondo brano, Salí (Me ne sono andato), abbraccia il tema dell’età e la definisce soltanto come un pretesto per viaggiare; niente di più, niente di meno. Stavolta ad aprire le danze è Agustìn, attraverso la purezza della sua lingua nativa e quel tocco latin-folk che riesce a far sorridere e vagare con la mente nonostante la ‘cupa’ nostalgia emanata dal testo. È giunta l’ora di lasciarsi andare, vivere, non pensare…

Con la terza traccia, Para mi Potnia – title track – , il duo ringrazia la Madre Terra, la principale fonte ispiratrice del loro primo lavoro. Un soffice intro arpeggiato introduce la calda voce di Erika; cresce, si intensifica e si chiude con un sound dall’atmosfera mistica, fiabesca. Gaia, Pacha – Mama, Ninursag… “Salve spiaggia, non sappiamo più dove siano i nostri nomi e cognomi che nessuno ormai pronuncia più; Mi sento libero anche se non so che cosa mangerò oggi”.

Caribe (Caraibi), la quarta traccia, parla di naufragi, della ricerca del primitivo, della voglia di un ritorno al passato, alla purezza delle cose. Appare quasi come un dialogo tra due naufraghi, tra Agustìn ed Erika. Un brano che si allaccia perfettamente con la traccia seguente, Cocomerida: “una nuova alba in un’altra frequenza, lontana dal mondo urbano che mi fa male”. Un nuovo risveglio, con un’atmosfera più felice rispetto a quella rimandata da Caribe, in un mondo – apparentemente – migliore di quello attuale. Privo di schemi, di imposizioni, semplice e puro. Cosa succederebbe se evitassi anche oggi la televisione, l’olio di palma e il senso del dovere?

Un’esistenza spensierata, come in una spiaggia: al sole, con il corpo immerso nella sabbia bianca. Come il messaggio contenuto in Detalles de Placer (I dettagli del piacere), appunto. Un brano da spiaggia; anzi, che ti fa rivivere la spiaggia: quei momenti estivi in cui non esistono pensieri, si rimanda tutto al domani e si beve e si canta fino all’alba. Il pezzo è anche la prima traccia del disco selezionata come singolo, accompagnata dal primo video del duo.

Profugo, la sesta traccia, già dal titolo riesce a far intuire il tema, molto attuale, che vuole trattare. Intreccia il mare con il fenomeno immigratorio fortemente presente ai giorni d’oggi nel nostro territorio. Come posso ritornare se nella mia terra maledetta c’è la fame? Oh, mare, quante storie hai da raccontare.

La fantasia, il sogno, un altro tema principale del lavoro, è riscontrabile in Sirenalidad (Sirena), il settimo brano. Al suo interno troviamo anche la ricerca di dimensione migliore – priva di guerre, come in fondo al mare – , l’abbandono della realtà e l’amore: quello tra un uomo e la sua sirena, raccontato attraverso un botta e risposta.

-“Sirena, lasciami! Io voglio vivere la mia realtà!”
-“Uomo, ascoltami, vieni qui, voglio spiegarti in che modo posso amarti”
-“Sirena fammi capire a che cosa serve la terra ferma”
-“Tu fidati del mare!”
-“Ma il mare può uccidermi”
-“Anche la tua Terra. Invece qui non ci sono guerre.”

Attraverso una ninnananna – Cancion de Cuna en Agosto (Ninnananna d’Agosto) – il duo riprende il tema dell’età, del tempo che passa e di quella voglia di un presente che duri per sempre. Amare, viaggiare, imparare; un desiderio che tutti abbiamo e che dovremmo portare con noi fino alla fine dei nostri giorni. Agustìn ed Erica ce lo stanno spiegando con questo brano dal ritmo latino ma dal messaggio universale. Voglio continuare per sempre a desiderare, insieme, la stessa meraviglia.

Sinedades Recensione Para Mi Potnia Blunote Music

Questa necessità di vivere un’esistenza senza età, senza confini, un ritorno al passato, si conclude e si rivive attraverso Indiecita: un brano apparentemente incomprensibile considerando l’origine del suo linguaggio, un richiamo alla lingua andina. Il brano è stato scritto, in età giovanile, dalla madre di Agustìn; è diventato parte della loro vita, in famiglia lo cantano sempre – soprattutto in situazioni di festa – e infatti, verso la fine della canzone, si sentono proprio tutti loro a cena che lo cantano.

Abbiamo, quindi, la chiusura perfetta per un lavoro che cerca di vivere il presente attraverso il desiderio di un ritorno al passato, alla purezza dei tempi andati, ai ricordi belli, con la stessa intensità – se non maggiore – di quei giorni e senza età: approfittando del tempo che abbiamo ancora a disposizione, riusciremmo a trarre dalla somma delle nostre esperienze il giusto mood per affrontare un futuro ignoto. Questo è Para mi Potnia e loro sono i Sinedades.

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Ca$h Machine: i mostri e i giocattoli dei Pijama Party 0 69

Ca$h Machine è l’album d’esordio dei PJP | Pijama Party, band crossover originaria di Colle Val d’Elsa, rilasciato il 12 aprile per Black Candy Records.

Siete mai andati a un concerto dei Pijama Party? Sì? Buon per voi. No? Non c’è problema: prendete Ca$h Machine, schiacciate play e siete a posto. Con questo disco sembra quasi di vedersi il concert… pardon, il pigiama party davanti ai propri occhi: sentire il fumo nelle narici, i bassi nella pancia e le tastiere nella testa.

Prima però è meglio fare un passo indietro e iniziare con le presentazioni. I Pijama Party sono cinque ragazzi provenienti da Colle Val d’Elsa, un comune di 20 mila anime in provincia di Siena, che suonano un crossover di funk, dub e punk. Ci sono Silvia Meniconi alla voce, Salvatore Cummaudo al basso, Gianluca D’Aco alla chitarra, Vittoria Bagnoli alla tastiera e Daniele Magnani alla batteria. Ognuno di loro ha un proprio soprannome e un proprio costume, ovvero un largo pigiamone a guisa di animale, che portano sempre addosso, sia in concerto che nelle interviste.

Ca$h Machine cover pijama party
Cover di Ca$h Machine, album d’esordio dei PJP|Pijama Party.

Citandoli direttamente, Ca$h Machine viene così riassunto: “15 tracce che arrivano subito al punto: celebrare sound, estetica e approccio degli anni ’90 attraverso un mega pigiama party -appunto- per bambini un po’ troppo cresciuti.” E anche le influenze sono ben chiare: “da Marylin Manson ai Teletubbies, dai Rage Against the Machine a Nyan Cat, dai Die Antwoord a Miyazaki, mettendoci dentro anche gli orsetti gommosi.” Proprio la capacità di mescolare insieme tanti riferimenti e suggestioni differenti è uno dei punti di forza dei Pijama Party, creando qualcosa di nuovo e particolare, tenuto insieme da una sana dose di divertimento e irriverenza.

Il conto alla rovescia di Stage Invaders accompagna l’entrata in scena, o meglio ancora l’invasione dei PJP. La voce acuta e nasale, alla Die Antwoord ripete che è ora di far partire la festa, mentre una base di tastiera ricorda giustamente la sigla del classico videogioco Space Invaders.
Si passa subito a My Heart Is Boom, una bella dichiarazione d’amore senza alcun tipo di filtro, sopra a una base rabbiosa. L’esplosione, preannunciata dal suono di una sirena che si fa sempre più forte, non tarda certo ad arrivare, e con il ritornello il pogo parte all’istante. Violento ma comunque amorevole.

Con Pie si assaggia anche quel forte sapore di reggae, con tanto di accento giamaicano marcato e allusioni ganjiche. Anche qui troviamo un ritornello esplosivo, in cui la chitarra entra e si fa sentire, per poi regalare un movimentato assolo.
Sweetol the Lemur è il primo di cinque brevi intermezzi, che servono a presentare ognuno dei cinque componenti della band, o meglio il loro alter ego. Si inizia con la tastierista/lemure Vittoria Bagnoli, con un beat hip hop e alcuni sample riguardanti il numero di specie di lemuri attualmente viventi.

Shut up and Swallow è una sorta di marcia traballante e trionfale per una regina pazza e sbroccata. Se vogliamo una riedizione dello “zitto e guida” di Rihanna. La tensione costruita dal synth, si risolve quasi in modo epico quando entrano le trombe.
Hanef the Cow è dedicate al chitarrista Gianluca D’Aco, nei panni di una mucca addormentata.
L’inizio di Monsterz probabilmente non sfigurerebbe in un pezzo dance dei primi anni ’90. Dopodiché ci si trova immersi in un mondo in bilico fra l’inquietante e l’infantile: è come assistere a un rave in cui i personaggi di Toy Story e di Nightmare Before Christmas ballano insieme, al suono di una chitarra che sembra urlare e di uno xilofono lontano.
Un’atmosfera simile si respira in Magik, sebbene a guidare siano un basso martellante, una chitarra in levare dal sapore ska e il suono di trombe basse e distorte. La magia (nera) evocata cattura e fa ballare.

Mug the Giraffe è un interludio balcanico che ci introduce il batterista Daniele Magnani AKA Mug la giraffa.
Nel festone imbastito dai PJP trova spazio anche il classico riempipista Puppetz, che invita a parole e con il ritmo serrato della batteria a saltare.
In Chemically ritorna in modo evidente l’influenza reggae, sia nel cantato che nel giro di basso. Dopo si aggiunge il suono più elettronico del synth che spinge più verso il dub. Le sorprese non finiscono perché entra in gioco un breve assolo di chitarra, che si colloca tra latin e rock.
Con Cum the Red Panda arriva il turno del bassista Salvatore Cummaudo per presentarsi.
L’eponima Pijama Party inizia con un basso funk ad una velocità rilassata. Basta aspettare il ritornello per accelerare il passo, sotto la guida di infuriati sedicesimi sul charleston.

Fin da subito i suoni esotici e una voce a tratti più delicata di Planet portano chi ascolta a navigare in una dimensione extraterrestre. Sembra un saluto e insieme un invito a continuare il viaggio verso una sorta di isola che non c’è un po’ strana e fascinosamente inquietante.
Come in ogni giro di presentazioni che conclude un concerto che si rispetti, il cantante viene per ultimo; Silvia the Unicorn è infatti dedicata alla cantante Silvia Meniconi. Il suono di una tastiera giocattolo che cerca di intonare una canzoncina per bambini, (appositamente) sbagliando e creando dissonanze, è un finale azzeccato e rappresentativo dello spirito dell’album, oscillando continuamente fra infanzia “lunga”, anni ’90 e provocazione.

Il tour primaverile di presentazione di Ca$h Machine è partito il 12 aprile, data di rilascio dell’album, e toccherà alcuni dei club più importanti d’Italia:

12 aprile, Urban, Perugia
20 aprile, Viper Room, Firenze
25 aprile, Circolo Arci Chinaski, Sermide (MN)
26 aprile, Arci Tom, Mantova
27 aprile, Circolo Ohibò, Milano
11 maggio, Bookique Trento, Trento
7 giugno, Reasonanz AssCult, Loreto (AN)

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‘Biciclette Rubate’: Diego Esposito disegna una nuova frontiera per il cantautorato 0 170

Un vero artista scrive solo quando sente la necessità di dire qualcosa. Che poi fondamentalmente quando hai qualcosa da dire le parole escono da sole, non chiedono permesso, non aspettano che tu le spinga fuori. È così che nasce Biciclette Rubate, il nuovo disco di Diego Esposito – cantautore toscano di origini campane classe 1986 – uscito il 22 marzo e pubblicato da iCompany/luovo e prodotto da Riccardo “Deepa” Di Paola. La necessità di dire, di raccontare e di raccontarsi; la necessità di dare forma e sostanza, di reificare i contorni di quello che uno ha dentro. Ecco, questo disco è una necessità. Diego dice che questo disco nasce dal senso di smarrimento provato a un certo punto della sua carriera artistica e l’immagine – che poi è un’ipotiposi per la qualità della descrizione – che ci dà è quella delle biciclette rubate “che da un momento all’altro si ritrovano in un posto differente rispetto a quello dove erano state parcheggiate qualche attimo prima”. Questo secondo lui è frutto delle scelte che facciamo, che ci portano a prendere una strada al posto di un’altra: quindi, secondo il principio caro ai latini dell’homo faber ipsius fortunae, ognuno si crea da sé il proprio destino e dunque non possiamo dire che ciò che ci capita sia colpa del destino ma colpa nostra. La sua breve ma intensa carriera l’ha già portato in giro per il mondo, toccando città come Pechino (nella quale è stato in veste di rappresentante del cantautorato italiano per l’ambasciata italiana). Nel 2018 è salito sul palco del concerto del primo maggio in piazza San Giovanni a Roma. Nel suo curriculum annovera – oltre alla partecipazione a XFactor – la vittoria di due edizioni del concorso Area Sanremo e un disco, È più Comodo se Dormi da Me, prodotto da Zibba. L’uscita di quest’ultimo disco è anticipata dal lancio dei singoli Le Canzoni Tristi, Diego e L’amore Cos’è.

Diego Esposito Biciclette Rubate Recensione Blunote Music

Il disco si apre con un omaggio a un grandissimo artista: Stefano Bollani. Questo pezzo – che s’intitola appunto Bollani – è il racconto di un viaggio, mentale e fisico. C’è il suono leggero di una chitarra, accompagnata da un piano morbido e da voci e suoni distorti in sottofondo. È il racconto di un viaggio che Diego ha fatto a Mauritius, e di un episodio nello specifico da cui poi è nata la canzone: “Era il giorno del Pongal – Makara Samkranti (giorno di festa celebrato in tutta l’India in onore del raccolto invernale) c’era un fiume di gente che camminava in senso opposto al mio per andare al tempio sul mare per rendere omaggio agli dei, io non ricordo dove stessi andando, ma in quel momento mi sono sentito in contromano”. C’è chi viaggia in direzione ostinata e contraria, perché ha scelto di farlo, perché le sue scelte l’hanno portato sull’altro lato della strada.

Un bell’arpeggio introduce il secondo brano, Voglio Stare con Te. È una canzone che nasce da un pensiero fisso, un motivo ricorrente e l’icasticità di chi sa che scrivere vuol dire tracciare i contorni di un disegno perfetto. Questa capacità nella scrittura abbinata a una vocalità pulita e riconoscibile fanno di Diego il modello del cantautore moderno: canzoni scritte di getto, magari dopo una serata passata sul tetto di un hotel delle isole Tremiti, prive di sovrastrutture.

Biciclette Rubate è il brano che dà il titolo al disco. È un pezzo scritto per un amore appena nato, che ti brucia e come sostiene Diego: “ti rende libero come una bicicletta, anzi come una bicicletta rubata che rompe la routine degli stessi percorsi e si lascia trasportare alla ricerca di nuovi orizzonti e percorsi da affrontare”. L’intensità cresce secondo dopo secondo fino al ritornello che ti entra in testa e non esce più.

Un leggero graffio nella voce accresce la carica emozionale del quarto pezzo: La casa di Margò. Lei non esiste, così come la sua casa, sono due modelli ideali, due rifugi: Margò è un’imago, un’entità incorruttibile e indefettibile; la sua casa è l’ultima Thule, il posto in cui rimettere tutto, dal quale lasciare fuori tutte le brutture della vita. Chissà magari un giorno ci troveremo tutti a casa di Margò per un caffè, sempre che lei non sia veneta, in quel caso ci ritroveremo lì per uno Spritz!

Il quinto brano Solo Quando sei Ubriaca nasce da un abbozzo di Zibba (all’anagrafe Sergio Vallarino) – produttore del suo primo album e, soprattutto, grandissimo cantautore – che, in un freddo pomeriggio di lavoro in studio, propone a Diego il ritornello della canzone. È la storia di un amore non corrisposto, di una liaison dangereuse dal quale lui non riesce a smarcarsi: lei lo chiama solo quando è ubriaca e lui puntualmente corre da lei, cosciente di essere soltanto un ripiego. L’elettronica colora un po’ il pezzo la cui produzione è affidata a Simone Sproccati.

L’estate è la stagione degli amori fatui che si spengono come i fuochi dei falò sotto i colpi dei temporali nei giorni di fine agosto. Le Canzoni Tristi racconta di un amore effimero, finito prima del previsto, che ti lascia l’amaro in bocca per ciò che sarebbe potuto essere, ma non è stato. Quando qualcosa finisce c’è sempre la consapevolezza che possa essere comunque l’inizio di qualcos’altro, parafrasando il titolo di quel meraviglioso libro di Tiziano Terzani. Degno di nota l’assolo che accompagna il pezzo alla fine.

La settima traccia non è autoreferenziale: Diego è una canzone che nasce da un conflitto interiore – come sostiene lui stesso –ed è dedicata a tutte quelle persone che non si accettano e hanno perso la stima in se stesse. Diego è quasi una figura astratta, la personificazione della disistima e del conflitto interiore; io sono Diego, tu sei Diego, tutti sono Diego.

L’interrogativo degli interrogativi: L’amore Cos’è? Ogni risposta potrebbe risultare inopportuna, o quantomeno banale e si tratterebbe comunque di una visione soggettiva. Se l’amore fosse oggettivo, sarebbe convenzionale e dunque facilmente definibile, ma ovviamente non è così. “Ma l’amore cos’è? È che non riesco a fare a meno di te”. Questa è una risposta sincera.

Marina di Pisa è un pezzo dall’anima elettronica. Parla di una vacanza in questa località toscana tanto cara a D’Annunzio. Non ci sarà il mare dei Caraibi ma è un posto che ha tante storie da raccontare e le immagini cui si affida lo descrivono perfettamente: Marina di Pisa è un ultras del Foggia, è un viaggio culinario, un posto in cui ti fermi a pensare a tutto quello che è stato e provare ad immaginare ciò che sarà, magari davanti alla “polpette di tua madre”.

Il pezzo che chiude il disco si chiama Le viole. È un pezzo dall’atmosfera intimista, c’è il piano che accompagna la voce e rende il tutto più magico. Rappresenta il mondo e l’idea di musica di questo grande artista: l’attenzione per i dettagli e l’importanza di lasciare che le emozioni impresse in ogni testo, in ogni parola, suono e nota escano spontanei, senza artifici che ne possano corrompere la purezza.

A tutti quelli che hanno decretato “ufficialmente” la morte del cantautorato mi viene da rispondere soltanto “Diego Esposito“.

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