Il Cinzella è il prossimo festival al quale devi partecipare 0 521

Ho sempre vissuto attraverso i ricordi di mia madre quella che era la Taranto degli anni ‘80, centro gravitazionale della musica internazionale, tappa obbligatoria per tante band che han fatto la storia: dai Bauhaus ai New Order, dai Simple Minds agli Ultravox passando per Cult, Sound, Souxsie e Style Council – e per chi volesse approfondire la questione si consiglia l’acquisto del libro “80, New Sound, New Wave – Vita, musica ed eventi nella provincia italiana degli anni ’80” di G. Basile e M. Nitti. Da un paio di anni, grazie a festival come il Medimex ed il Cinzella, Taranto sembra tornata un po’ a quei fasti. Liam Gallagher, Patty Smith, Cigarettes after Sex e Placebo sono solo alcuni dei nomi giunti da queste parti negli ultimi tempi. E per chi, come me, vive al sud ed è abituato a macinare chilometri per seguire il tour di una band straniera, tutto ciò può risultare decisamente inconsueto ma piacevole.

Era l’agosto del 2017, due anni fa, quando il Cinzella aprì per la prima volta le sue porte – o meglio quelle della Masseria Carmine – al pubblico: ricordo le scarse mille presenze, la bellezza di un posto simbolo della lotta contro l’Ilva; ricordo anche gli headliners di quei giorni, Levante (qui la nostra intervista per l’occasione), Sick Tamburo, Zen Circus; e la facilità con cui si poteva avvicinarli: non erano scarsi controlli ma solo odore di casa. Perché il Cinzella è casa e, a distanza di tre anni, lo ha ampiamente riconfermato con un’edizione da panico.

Dopo aver ospitato i Nothing But Thieves e Frah Quintale l’anno scorso, anche quest’anno le Cave di Fantiano, posto magnifico in terra di Grottaglie e nuova location del Cinzella proprio dal 2018, si sono preparate per le esibizioni di alcune delle migliori realtà musicali italiane condite da tre ospiti internazionali d’eccezione: partendo dagli Afterhours e dai Marlene Kuntz, si sono alternati nei quattro giorni di festival anche i Battles, gli I Hate My Village, i White Lies e i Franz Ferdinand, con quest’ultimo concerto andato totalmente sold out. Tra le considerazioni generali c’è da riportare l’impeccabile organizzazione dell’associazione AFO6, abile nell’intrecciare tutti quei fattori che han fatto sì che il festival girasse ottimamente: tra l’ottimo cibo con possibilità di scelta vegan, la venue a dir poco magica, la ricercata scelta delle band e l’area adibita a mercatino, perdersi all’interno del festival diventa un vero piacere. Ed è quello che mi è successo.

Cave di Fantiano Cinzella Festival 2019 Blunote Music
Cave di Fantiano Cinzella Festival 2019 Blunote Music

17/08 – Decido di partire da casa per le cinque, in modo da arrivare al festival intorno alle cinque e mezza e cercare di capire la situazione: ho saltato l’anno precedente, quindi credo sia un’ottima idea passare del tempo a familiarizzare con l’ambiente. Le indicazioni di fortuna installate all’entrata di Grottaglie indicano la via alla mia potente Spark: proseguo per un minuto in aperta campagna, incontro una pattuglia della locale ad un bivio: ‘Per il Cinzella?’ – ‘Più avanti, da questa parte’ – ‘Grazie collega’; non apprezza, noto dallo specchietto. Proseguo per un po’ e ammetto di aver pensato d’essermi perso dopo i primi tre minuti di auto – ma sono avvezzo alla sensazione, un must quando si cerca un rave nelle campagne di queste zone – fin quando dei ragazzi che camminano a bordo strada nella mia stessa direzione non mi convincono del contrario: così è, e dopo qualche minuto arrivo davanti al parcheggio.

Penso che il miglior posto da cui iniziare ad esplorare un festival sia il bar, così mi dirigo al più vicino. Noto la perfetta organizzazione degli spazi: ci sono bancarelle di abiti vintage, dischi, vinili, a tutti gli effetti un piccolo mercatino all’interno del festival con molte facce conosciute. Più avanti la zona ristoro: panini, noodles, cibo vegano. L’odore della carne fa da padrone. L’intuizione del bar, però, non è delle migliori, perché qui mi serve Claudio, un vecchio amico col quale non sono più in ottimi rapporti. Insomma, non proprio la persona che vorrei mi servisse una birra in questo momento: mi ricorda quanto le relazioni siano difficili nonostante il bene che ci si voglia. E infatti desisto. Per circa dieci minuti. Alla fine mi mordo la lingua e mi abbandono ai miei desideri terreni. Lo scopro anche più amichevole di me.

Inizio a trascinarmi in giro in attesa che gli I Hate My Village comincino a suonare: il mio vagare dura poco, fin quando uno dei miei amici, Lorenzo, per l’occasione rider per il Cinzella, mi fa ‘Devo prendere i Marlene, vogliono vedere gli I Hate My Village. Vieni con me?’. Odore di casa, dicevo. Nel giro di venti minuti ritorniamo in città. La band esce dall’hotel: ci presentiamo, facciamo due chiacchiere e aspettiamo gli ultimi componenti. Per ultimo arriva Cristiano Godano: completo bianco elegante, classica attitudine da rockstar. Pagherei oro per essere fico come lui a quell’età. Passa qualche minuto e decidiamo che è il momento di rientrare.

Arriviamo a concerto inoltrato, come immaginavo. La band entra nel backstage, io saluto, ringrazio Lorenzo e mi faccio spazio fino alla transenna. Giusto il tempo di due o tre canzoni e gli I Hate My Village lasciano il palco ai Battles. La band americana suona per poco più di un’ora, lo spettacolo è di quelli che ti fan pensare a quanti gruppi non abbiano il successo che meritano – soprattutto quando ne meritano davvero tanto. Il pubblico è d’accordo con me, ma il mondo resterà comunque cattivo e le major spietate: anneghiamo nell’alcool. Quello che più mi colpisce è l’impatto visivo: la venue è magnifica, a tratti incantevole; la natura che circonda il palco sembra irradiare di energia i presenti: nessuno degli artisti è riuscito a non spendere parole sulla bellezza del posto.
Il concerto finisce per mezzanotte e mezza, il tempo di un giro di saluti ed in un’ora sono a Taranto.

Battles Cinzella Festival 2019 Blunote Music
Battles Cinzella Festival 2019 Blunote Music

18/08 – la domenica al Sud è sacra, quindi me la prendo comoda e arrivo al Cinzella per le sette. Oggi suonano Leitmotiv, Marlene Kuntz e White Lies, che il caso vuole siano una delle mie band preferite: li ho visti live e incontrati a Ferrara nel 2017 e rivederli dalle mie parti sembra un sogno. Qualcuno all’ingresso, in fila, parla di ‘una band indie rock inglese’. La mia palpebra inizia a battere nervosamente. Sorvolo, ma la verità è che inizio a non reggere più queste etichette approssimative, per altro prerogativa tutta italiana: lo si può notare dalle diciture diverse tra la pagina Wikipedia nostrana, che riporta indie rock, e quella inglese che li definisce post-rock e new wave. Ma va bene.

Mi dirigo per prima cosa al bar frontale al palco minore; qui Claudio mi serve una birra e mi dice di essersi innamorato di una fotografa che bazzica da quelle parti. Dice che ha degli occhi magnifici. Questione di minuti e ce la ritroviamo al bar che chiede una birra. Mi presento, si presenta; le presento Claudio che sorride inebetito e mi allontano. È stata la mia buona azione quotidiana, penso.

Scorgo Lorenzo in lontananza che accompagna i Marlene Kuntz al palco principale, così mi affianco a lui e saluto la band. Da qui vedo due ragazze con pass; una ha una macchina fotografica, guarda alternativamente me e i Marlene. Al terzo sguardo faccio un cenno, come per dire ‘Sì, dovresti fargli una foto, buttati’. Si avvicinano e Lorenzo dice, a bassa voce, ‘Sono i Marlene, forza’. La ragazza dal capello platino con la macchina fotografica risponde guardandomi: ‘Sì, sì, li conosco. In realtà volevo fotografare te’, dice. Così mi concedo a questa fan mentre i Marlene e Lorenzo si allontanano.

Mi allontano anche io e vedo Claudio seduto a dei tavoli con altra gente e la fotografa di prima. Mi guarda, sorride sotto i baffi; poco dopo si alza e mi raggiunge. Beviamo una birra e finiamo a parlare del festival e gli racconto dei Marlene, del parcheggiatore all’hotel e di come sia tutto ben organizzato. Camminando, incontriamo le due ragazze della foto. Mi presento, presento Claudio e le chiedo un’altra foto ‘che siamo decisamente i più belli del festival’. Non riesco neanche a finire la frase che dietro di loro compare Godano, mette le mani sulle spalle delle ragazze e mi sorride. ‘Ok, forse non i più belli’ dice Claudio. ‘Vabbè, voi avete il fascino giovanile’ ribatte Godano. Ci invitano al bar con loro, ma decido che bere con due ragazze può essere fruttuoso solo se non c’è una rockstar nei paraggi, quindi declino gentilmente sotto l’occhio critico del mio ritrovato amico.

Sul palco secondario iniziano ad esibirsi i Leitmotiv, una delle rockband locali più sorprendenti, se non la realtà migliore del territorio. Sul palco spaccano come sempre, presentano alcuni pezzi nuovi in vista del prossimo album. Sono contento, se la meritano tutta questa serata.

Sono quasi le nove e i Marlene si preparano a salire sul palco. C’è più gente di ieri, il concerto è di quelli storici e celebra i trent’anni della band: tre ore di performance, come annunciano sul palco, divisa in un’ora e mezza di set acustico ed un’ora e mezza di set elettrico. Ad aprire le danze è Lieve; in poco tempo Godano si ritrova a parlare di politica, di ritorni bui e di come i totalitarismi siano sempre nocivi per il popolo; lo fa attraverso la storia del poeta russo Osip Mandel’stam, vittima della dittatura stalinista, ed il brano Osja, mio amore a lui dedicato. Segue una bellissima interpretazione di Bella Ciao, da poco pubblicata con un video dedicato a Riace e la collaborazione di Skin. Nella seconda parte del concerto i Marlene propongono quasi per intero Ho Ucciso Paranoia, suonando alcuni pezzi che raramente hanno visto la luce di un palco, come Questo e Altro. Le tre ore volgono al termine, Arnodeo riprende il pubblico col telefono, Bergia lancia le bacchette verso i fan. La band saluta e lascia il palco ad ai White Lies.

Marlene Kuntz Cinzella Festival 2019 Blunote Music
Marlene Kuntz Cinzella Festival 2019 Blunote Music

Sopraggiunge Claudio e sono felice: eravamo a Ferrara insieme, appoggiati alla transenna a ridosso del palchetto montato per l’occasione, e oggi non c’era altra persona che potevo volere con me. I White Lies escono e attaccano subito con Time to Give, brano tratto dall’ultima fatica della band, Five. La scaletta è quella dei festival, non troppo corposa per un totale di un’ora scarsa di esibizione, ma la band non si lascia certo sfuggire le cartucce più interessanti: Death, Big TV, Is My Love Enough e Bigger Than Us in chiusura per una delle band più sottovalutate della storia. Io e Claudio diamo spettacolo mettendo da parte tutta la nostra professionalità. Ho ritrovato un amico sotto il palco della mia band preferita e non potrei essere più felice. Il concerto finisce per l’una ma vedo il letto solo alle quattro di notte: ho dei mesi da recuperare, questa notte.

White Lies Cinzella Festival 2019 Blunote Music

19/08 – Dopo i primi due giorni di festival inizio a sentire la stanchezza addosso, ma questo non mi fermerà. Arrivo al Cinzella, mi becco un po’ con Claudio e attendo il concerto degli Afterhours. Quando tutto è pronto e i cancelli si aprono, poco più avanti a me sulla via, vedo le due ragazze del giorno prima. Decido di accelerare il passo e raggiungerle, esordendo con un terribile ‘facciamoci compagnia fra colleghi’. Chiacchieriamo, mi dicono che sono delle parti di Monza e mi chiedono in che modo, da Grottaglie, sia possibile arrivare alla stazione in treno la mattina seguente senza spendere un’iperbole per un taxi. Ci ragiono due nanosecondi e rispondo ‘beh, potete dormire da me’. Sguardi di stupore misto ad incertezza, poi un cenno di coraggio. ‘Ma sei serio?’ – ‘Sì, davvero, e domattina vi accompagno in stazione, ci vogliono dieci minuti’. L’idea gli sembra buona, anche se sono un perfetto sconosciuto, così accettano e decidiamo di passare buona parte del concerto assieme.

Gli Afterhours vengono preceduti alle 21 dall’esibizione dei The Winstons. Il concerto di Manuel Agnelli e soci inizia così per le 22 con una potente e inaspettata Rapace che infiamma da subito il pubblico. Già dalle prime canzoni si intravede la voglia di ripetere ciò che i Marlene Kuntz hanno fatto il giorno prima, per mantenere alta l’asticella: il concerto si allunga più del previsto, sul palco vengono suonate Germi e Ossigeno, ma anche i lavori del nuovo disco datato 2016, Folfiri o Folfox.

Afterhours Cinzella Festival 2019 Blunote Music

La verità è che a me gli Afterhours non sono mai piaciuti, per non dire che li ho sempre trovati un filino sopravvalutati; forse sbaglio a fare paragoni con rock band italiane come Il Teatro degli Orrori e i Casablanca, quantificandone e catalogandone i successi. Non c’è dubbio, comunque: Agnelli ha saputo vendere e vendersi, e questo conta molto nell’industria discografica. Molto più di una buona canzone o un ottimo disco. Ma, da persona indifferente alla loro musica, lo dico: un concerto degli Afterhours è qualcosa cui bisogna assistere almeno una volta; la band è brava a caricare il pubblico e, se non bastasse la carica esplosiva a rendere questo concerto godibile, il carisma di Manuel Agnelli aggiunge quel magnetismo che rende gli occhi un tutt’uno con lo stage. Anche gli Afterhours, come i Marlene ieri, non perdono occasione per ricordarci il buio periodo politico, raccontato per introdurre al pubblico brani come Il Paese è Reale e Padania.

Doppio encore per la band milanese che chiude il proprio concerto solo all’una di notte tra le ovazioni del proprio pubblico, accorso in numero maggiore rispetto alle sere precedenti. Passa giusto il tempo di riprendermi dalla fatica e recupero le due ragazze, ora mie ospiti, con le quali andiamo a mangiare un panino con le bombette – che dopo nove giorni in Puglia non avevano ancora mangiato, raccontano davanti al mio sguardo incredulo – ed a goderci un breve sonno ristoratore fino al mattino seguente.

Afterhours Cinzella Festival 2019 Blunote Music

20/08 – Ricordo ancora il concerto dei Franz Ferdinand a Milano del 2014: era il tour promozionale di Right Thoughts, Right Words, Right Actions, la band di Alex Kapranos era in grandissima forma, ma ancora molto timida; ricordo le pochissime parole di Alex sul palco, qualche grazie e tantissima energia per un Mediolanum Forum pieno di gente. È questo ciò che riesuma la mia mente a poche ore dal concerto, e la curiosità di vedere una band cinque anni ed un disco dopo è tantissima.

La stanchezza del quarto giorno è tutta nelle gambe, nonostante abbia passato la giornata a dormire dopo aver accompagnato le ragazze alla stazione questa mattina. Mi trascino in giro come un’anima disperata, i muscoli non reggono il minimo sforzo e la mia voce inizia a perdere colpi. La prima cosa che noto arrivato alle cave è la mole di gente presentatasi ai cancelli; in giro sento vociferare dagli organizzatori che si va verso il sold out e la cosa è lampante quando capisco che parlare con Claudio oggi è impossibile, vista la fila interminabile davanti il suo bar.

I Franz Ferdinand salgono sul palco del Cinzella alle 22 dopo l’esibizione di Giungla, cantautrice bolognese di grandi prospettive. Gli scozzesi partono fortissimi con Dark of the Matinée, Always Ascending e No You Girls. Mi accorgo che son cambiati tanto da quel concerto a Milano: la timidezza ha lasciato spazio alla spavalderia con la quale Alex parla, saluta e si dimena coi fan; la band schiva che ricordavo si è incredibilmente trasformata in un branco di animali da palco. La scaletta è leggera, tredici brani, ma il gruppo è bravo a tenere alta l’attenzione, come nel caso di Do You Want To, allungata per una decina di minuti.

Franz Ferdinanda Cinzella Festival 2019 Blunote Music
Franz Ferdinanda Cinzella Festival 2019 Blunote Music

Dopo circa due ore di concerto ed un encore corposo, i Franz Ferdinand salutano affettuosamente il loro pubblico con un inchino e qualche parola in italiano; il pensiero volge di nuovo alla splendida venue che ha ospitato il festival, ora verso la sua conclusione. Sul palco escono gli organizzatori, ringraziano il pubblico anche loro, chiedono scusa per eventuali mancanze dell’organizzazione (quali?) lanciando l’appuntamento per il prossimo anno. La stanchezza nelle gambe rende impossibile allungare questa notte ancora di qualche ora, quindi decido di raccogliere tutte le mie forze per l’ultimo viaggio verso casa.

Ho parlato del ritorno di Taranto ai suoi antichi fasti musicali: mi chiedo se sarà possibile mantenere il trend; lo spero vivamente. È certo che il Cinzella ha fatto da battistrada verso questa conversione culturale assolutamente necessaria per un territorio come quello tarantino, il quale necessita di ripartire proprio da grandi band ed eventi internazionali che diano risalto alle qualità e non alle problematiche di questa terra. E allora grazie Cinzella, grazie AFO6: non mi sono mai sentito così tanto a casa.

Si ringraziano per le foto i ragazzi di Elephant Music e Roberta De Rossi

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“Love and Rain”: Savage ci riporta negli anni ’80 0 266

1984, 2010, 2020.
Il debutto, la fase di mezzo e il ritorno di Roberto Zanetti; in arte Savage.

Chi è Roberto? Se ci avessero fatto questa domanda nella sua “era”, nei magici anni ’80, un’occhiataccia dettata da un “ma davvero non sai chi sia?” ci sarebbe arrivata. Ma adesso, a distanza di trentasette anni dal suo debutto, in un periodo storico totalmente diverso, ci sentiamo in dovere di rispondere tranquillamente. Roberto nasce a Massa nel 1956, inizia la sua carriera con diversi gruppi (Fathima, Pronipoti Sangrìa, Santarosa e Taxi), partecipa a diverse trasmissioni ottenendo numerosi successi e collabora da anni con artisti di un certo spessore: tra i tanti, Zucchero. Mi piace definire questo artista come il Giorgio Moroder dell’italo-disco e dell’eurodance. Inizia la sua carriera nel 1983 e, un anno più tardi, pubblica il suo primo album: Tonight (1984). Da quel periodo in poi inizia la sua ascesa: conosce Zucchero, produce, cavalca l’onda della musica house e lancia alcuni artisti di grande successo come Alexia. Nel 2010, a distanza di 26 anni dal primo, pubblica il suo secondo album (anche se definirlo così è errato; si tratta di greatest hits: Ten Years Ago (2010), fermandosi in seguito per altri dieci anni e ripresentandosi oggi con il suo ultimo lavoro: Love and Rain (2020). Quest’ultimo, presentato a San Valentino attraverso il singolo I Love You, è un omaggio agli anni ’80, un regalo ai nostalgici, un passato che si ripropone andando a creare i famosi nostalgici di un qualcosa che non si è vissuto; gli anni ’80 hanno questo potere.

Love and Rain è un lavoro composto da sedici canzoni; quelle che a parer nostro basterebbero per creare una serata degna di tale nome nelle attuali discoteche italiane. L’album viene definito scherzosamente dall’artista come guitar free, per il fatto che non sono state usate chitarre in nessuna canzone. Sono presenti violini veri che si sposano perfettamente con l’elettronica pop, creando il sound romantico di Savage. Un disco dove canzoni d’amore e malinconia vanno alla ricerca del tipico sound elettro-pop contaminato da batterie elettroniche e sintetizzatori. Con una copertina che rimanda al Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich: un uomo in abito nero, di spalle, con le mani in tasca e lo sguardo rivolto in avanti, verso l’alto. Tanti sono i significati e, personalmente, a noi piace attribuire quello del piacere del viaggiare, della scoperta. Un viaggio a ritroso nel tempo fino ad arrivare negli anni ’80; una scoperta per alcuni, un ritorno al passato per molti altri. Un’arma per andare avanti data dall’esperienza di anni che non abbiamo vissuto ma che possiamo vivere attraverso questo lavoro.

Quindici inediti, sommati alla versione sinfonica del suo più grande successo dal titolo Only You, danno vita a questa capsula del tempo. Viaggio che ha inizio attraverso una breve e romantica introduzione, Every second of my life, caratterizzata da violini e da una voce struggente. Dal secondo brano in poi si entra, di colpo, negli anni ’80: Don’t say you leave me è questo; un uomo cade dal cielo, dal futuro, trovandosi di colpo nelle atmosfere pop sinfoniche degli anni ’80. Atmosfere che faranno da sfondo a tutti i brani presenti in Love and Rain, senza rendersi mai banali e presentandosi prive di scontatezza. Sound, che dalla prima alla sedicesima canzone, si offre a diversi temi. Come quello dell’amore, presente nella maggior parte dei brani e in diverse forme. L’amore che crea delusioni (Alone); che riappare dopo anni sotto forma di ricordo (Remember Me); che dà vita a un tributo (Italodisco); che si dichiara per la prima volta (Your Eyes); e l’amore per ciò che ci circonda, per la vita, per il nostro ambiente: “We are the future”.

Un eterno romantico. Un uomo che attraverso la sua musica ha il potere di far innamorare una nuova generazione e, soprattutto, la possibilità di consolidare il rapporto con chi quel periodo lo ha vissuto davvero, dicendogli: “nulla è andato”. Ri-accendendo speranze che da trent’anni a questa parte sembrano svanite. Savage è questo: una donna che si culla tra le braccia di un uomo sotto una luce stroboscopica; un abbraccio nel tempo, tra gli anni ’80 e i 2000 inoltrati. Tra le speranze di allora e le consapevolezze di adesso, ma con la forza necessaria per andare verso l’ignoto.

“Romantica Io”: Pia Tuccitto scrive una pagina del rock italiano 0 475

D’amore e ombra – come il titolo di un famoso romanzo di Isabel Allende -: è di questo che parla “Romantica Io“, l’ultimo album di Pia Tuccitto, rocker bolognese dall’animo nobile. Il lavoro, uscito il 31 gennaio e interamente autoprodotto, è figlio della poliedricità di questa grande artista che ne ha curato ogni minimo dettaglio, dalle musiche ai testi, passando per la copertina. Cantautrice, pittrice, protagonista/deuteragonista/voce dello spettacolo Ioelei, messo in scena con la compagna di palco Federica Lisi, la sua carriera parte nel 1993 quando, dopo la partecipazione al festival Nuove Voci di Castrocaro, viene notata da Vasco Rossi che ne apprezza il talento e la invita a far parte della sua scuderia. Da qui nasce un sodalizio artistico che la porta a scrivere per interpreti del calibro di Patty Pravo, Irene Grandi e lo stesso Vasco.
Romantica Io” è l’opera terza ed esce a quindici anni di distanza dall’album d’esordio “Un segreto che” e a dodici da “Urlo” prodotto da Frank Nemola e Guido Elmi per l’etichetta Bollicine/EMI Capitol Music. Questo lavoro è un compendio: racchiude l’essenza di dodici anni di “inattività” discografica che sono stati invece ricchissimi dal punto di vista artistico e amoroso. L’amore, appunto, è il filo conduttore dell’album e  viene declinato in tutte le sue forme. Alla realizzazione e alla limatura hanno partecipato: Corrado Castellari in veste di autore delle musiche di due brani, Bettina Baldassarri, Luca Bignardi che ha curato l’arrangiamento di sette brani e Frank Nemola che ha arrangiato i restanti quattro brani.

Romantica io” (title track) è il brano d’apertura, la dichiarazione d’intenti di un lavoro perfettamente messo a fuoco da un’artista matura. Questa maturità artistica corrisponde – mutatis mutandis – ad una maturità sul piano amoroso e questo è chiaro già nell’incipit del brano: “io per amarti son dovuta invecchiare”. Così com’è chiara, sempre dalle prime battute, l’attitudine rock dell’artista bolognese che non usa espedienti o mezzi termini: “io per amarti ti ho lasciato suonare la mia chitarra da rocker”.  Il graffio nella voce ricorda molto Patty Pravo, ma anche e soprattutto Irene Grandi in “Colpa del Lupo”. L’influenza è evidente e non per via di una supponente forma di pareidolia, per la quale noi che recensiamo siamo tenuti a ricondurre il tutto a qualcosa di conosciuto.

Atmosfera cupa e onirismo in “Come nei films”. Il sound distorto e la voce sensuale ci danno l’abbrivio e ci trasportano all’interno di un racconto di un amore immaginario. Un amore senza confini e che attraverso la voce e le parole cerca la sua reificazione. L’inizio ricorda molto “Tre volte dentro me” di Mina e Afterhours.

L’animo rock emerge prepotentemente in “Com’è bello il mio amore”. La chitarra e la batteria seguono un ritmo preciso e martellante e accompagnano la voce fino all’esplosione nel ritornello. Questo brano è l’essenza del disco.

La chitarra lascia il posto alla tastiera nell’intento di ricreare una precisa atmosfera malinconica. “Perché tutto muore” è un brano ricco di pathos e dal carico emozionale abnorme. Parla dell’amore che finisce, di un sentimento nocivo e logorante che si dissolve nel vento come il fumo di una sigaretta che si spegne e ti lascia un imperituro amaro in bocca.

My Radio” ci riporta agli anni ‘80 quando il binomio dance-rock dava vita a spettacoli corali allietati da gioie lisergiche. Allora l’avanguardia era definita new wave e sfociava spesso in quello che profanamente veniva chiamato alternative rock. In questo pezzo vengono fusi assieme Neil Tennant, Freddie Mercury e Patty Pravo e il risultato è sorprendente. È il pezzo che continui a cantare per tutto il giorno e che provoca l’orchite/colpite a tutti quelli che ti stanno accanto.

Il sesto brano non ha bisogno di presentazioni. Si tratta di “E…”, pezzo scelto e portato al successo da Vasco, che l’autrice riabbraccia come un figlio che ha vissuto all’estero e non vedeva da tempo. Questa è la dichiarazione d’amore per eccellenza, priva di perifrasi e circonlocuzioni (che poi sono la stessa cosa).

Tu Sei Un Sogno Per Me” è il leitmotiv che accompagna lo spettacolo Ioelei messo in scena dall’artista insieme a Federica Lisi. Si tratta di un brano intimo e sincero che si fa colonna sonora di un amore, di una vita, di un viaggio.

L’eterogeneità di stili e generi è esplicitata in “Sto benissimo”: l’inizio in stile Subsonica lascia presto il posto al graffio della chitarra elettrica che sposta il focus è riporta il brano nell’alveo del rock puro e grezzo. L’armonia di chitarre e batteria è perfetta, come in tutto il resto del disco.

Stupida per te” ha l’incedere lento e malinconico di una classica ballad. Questo è la riprova che questa grande artista – come ogni grande artista – non si focalizza su un unico genere, ma spazia all’interno di un ventaglio di stili e generi che le appartengono tutti.

Nel disco c’è spazio per una sorta di intermezzo: “Quante volte sono da sola con te”. Ancora una volta è forte, oltre che necessario, il richiamo a Mina. Si tratta del pezzo più breve dell’album, ma che – per l’icasticità delle immagini che evoca – risulta uno dei più intensi.

Il brano che chiude l’album è “7 aprile”, pubblicato precedentemente in un Ep nel 2013. Si tratta del pezzo mancante, quello che completa e sublima il puzzle. È un brano ricco di colori e sfumature: la chitarra acustica presente all’inizio del pezzo viene sostituita e sovrastata da quella elettrica nel ritornello. La natura multiforme dell’album emerge in modo prepotente in questo brano.

Pia Tuccitto ha scritto un’altra pagina importante del rock italiano. La sua maturità artistica è la vera chiave di volta di questo grande album: la cura minuziosa di ogni dettaglio, l’attenzione e l’oculatezza di ogni singola scelta – dalle parole alle musiche – sono i due ingredienti di questo cocktail perfetto. Rimanendo in campo alcolico si potrebbe dire che sia come il vino che col passare del tempo migliora!

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