Il Cinzella è il prossimo festival al quale devi partecipare 0 197

Ho sempre vissuto attraverso i ricordi di mia madre quella che era la Taranto degli anni ‘80, centro gravitazionale della musica internazionale, tappa obbligatoria per tante band che han fatto la storia: dai Bauhaus ai New Order, dai Simple Minds agli Ultravox passando per Cult, Sound, Souxsie e Style Council – e per chi volesse approfondire la questione si consiglia l’acquisto del libro “80, New Sound, New Wave – Vita, musica ed eventi nella provincia italiana degli anni ’80” di G. Basile e M. Nitti. Da un paio di anni, grazie a festival come il Medimex ed il Cinzella, Taranto sembra tornata un po’ a quei fasti. Liam Gallagher, Patty Smith, Cigarettes after Sex e Placebo sono solo alcuni dei nomi giunti da queste parti negli ultimi tempi. E per chi, come me, vive al sud ed è abituato a macinare chilometri per seguire il tour di una band straniera, tutto ciò può risultare decisamente inconsueto ma piacevole.

Era l’agosto del 2017, due anni fa, quando il Cinzella aprì per la prima volta le sue porte – o meglio quelle della Masseria Carmine – al pubblico: ricordo le scarse mille presenze, la bellezza di un posto simbolo della lotta contro l’Ilva; ricordo anche gli headliners di quei giorni, Levante (qui la nostra intervista per l’occasione), Sick Tamburo, Zen Circus; e la facilità con cui si poteva avvicinarli: non erano scarsi controlli ma solo odore di casa. Perché il Cinzella è casa e, a distanza di tre anni, lo ha ampiamente riconfermato con un’edizione da panico.

Dopo aver ospitato i Nothing But Thieves e Frah Quintale l’anno scorso, anche quest’anno le Cave di Fantiano, posto magnifico in terra di Grottaglie e nuova location del Cinzella proprio dal 2018, si sono preparate per le esibizioni di alcune delle migliori realtà musicali italiane condite da tre ospiti internazionali d’eccezione: partendo dagli Afterhours e dai Marlene Kuntz, si sono alternati nei quattro giorni di festival anche i Battles, gli I Hate My Village, i White Lies e i Franz Ferdinand, con quest’ultimo concerto andato totalmente sold out. Tra le considerazioni generali c’è da riportare l’impeccabile organizzazione dell’associazione AFO6, abile nell’intrecciare tutti quei fattori che han fatto sì che il festival girasse ottimamente: tra l’ottimo cibo con possibilità di scelta vegan, la venue a dir poco magica, la ricercata scelta delle band e l’area adibita a mercatino, perdersi all’interno del festival diventa un vero piacere. Ed è quello che mi è successo.

Cave di Fantiano Cinzella Festival 2019 Blunote Music
Cave di Fantiano Cinzella Festival 2019 Blunote Music

17/08 – Decido di partire da casa per le cinque, in modo da arrivare al festival intorno alle cinque e mezza e cercare di capire la situazione: ho saltato l’anno precedente, quindi credo sia un’ottima idea passare del tempo a familiarizzare con l’ambiente. Le indicazioni di fortuna installate all’entrata di Grottaglie indicano la via alla mia potente Spark: proseguo per un minuto in aperta campagna, incontro una pattuglia della locale ad un bivio: ‘Per il Cinzella?’ – ‘Più avanti, da questa parte’ – ‘Grazie collega’; non apprezza, noto dallo specchietto. Proseguo per un po’ e ammetto di aver pensato d’essermi perso dopo i primi tre minuti di auto – ma sono avvezzo alla sensazione, un must quando si cerca un rave nelle campagne di queste zone – fin quando dei ragazzi che camminano a bordo strada nella mia stessa direzione non mi convincono del contrario: così è, e dopo qualche minuto arrivo davanti al parcheggio.

Penso che il miglior posto da cui iniziare ad esplorare un festival sia il bar, così mi dirigo al più vicino. Noto la perfetta organizzazione degli spazi: ci sono bancarelle di abiti vintage, dischi, vinili, a tutti gli effetti un piccolo mercatino all’interno del festival con molte facce conosciute. Più avanti la zona ristoro: panini, noodles, cibo vegano. L’odore della carne fa da padrone. L’intuizione del bar, però, non è delle migliori, perché qui mi serve Claudio, un vecchio amico col quale non sono più in ottimi rapporti. Insomma, non proprio la persona che vorrei mi servisse una birra in questo momento: mi ricorda quanto le relazioni siano difficili nonostante il bene che ci si voglia. E infatti desisto. Per circa dieci minuti. Alla fine mi mordo la lingua e mi abbandono ai miei desideri terreni. Lo scopro anche più amichevole di me.

Inizio a trascinarmi in giro in attesa che gli I Hate My Village comincino a suonare: il mio vagare dura poco, fin quando uno dei miei amici, Lorenzo, per l’occasione rider per il Cinzella, mi fa ‘Devo prendere i Marlene, vogliono vedere gli I Hate My Village. Vieni con me?’. Odore di casa, dicevo. Nel giro di venti minuti ritorniamo in città. La band esce dall’hotel: ci presentiamo, facciamo due chiacchiere e aspettiamo gli ultimi componenti. Per ultimo arriva Cristiano Godano: completo bianco elegante, classica attitudine da rockstar. Pagherei oro per essere fico come lui a quell’età. Passa qualche minuto e decidiamo che è il momento di rientrare.

Arriviamo a concerto inoltrato, come immaginavo. La band entra nel backstage, io saluto, ringrazio Lorenzo e mi faccio spazio fino alla transenna. Giusto il tempo di due o tre canzoni e gli I Hate My Village lasciano il palco ai Battles. La band americana suona per poco più di un’ora, lo spettacolo è di quelli che ti fan pensare a quanti gruppi non abbiano il successo che meritano – soprattutto quando ne meritano davvero tanto. Il pubblico è d’accordo con me, ma il mondo resterà comunque cattivo e le major spietate: anneghiamo nell’alcool. Quello che più mi colpisce è l’impatto visivo: la venue è magnifica, a tratti incantevole; la natura che circonda il palco sembra irradiare di energia i presenti: nessuno degli artisti è riuscito a non spendere parole sulla bellezza del posto.
Il concerto finisce per mezzanotte e mezza, il tempo di un giro di saluti ed in un’ora sono a Taranto.

Battles Cinzella Festival 2019 Blunote Music
Battles Cinzella Festival 2019 Blunote Music

18/08 – la domenica al Sud è sacra, quindi me la prendo comoda e arrivo al Cinzella per le sette. Oggi suonano Leitmotiv, Marlene Kuntz e White Lies, che il caso vuole siano una delle mie band preferite: li ho visti live e incontrati a Ferrara nel 2017 e rivederli dalle mie parti sembra un sogno. Qualcuno all’ingresso, in fila, parla di ‘una band indie rock inglese’. La mia palpebra inizia a battere nervosamente. Sorvolo, ma la verità è che inizio a non reggere più queste etichette approssimative, per altro prerogativa tutta italiana: lo si può notare dalle diciture diverse tra la pagina Wikipedia nostrana, che riporta indie rock, e quella inglese che li definisce post-rock e new wave. Ma va bene.

Mi dirigo per prima cosa al bar frontale al palco minore; qui Claudio mi serve una birra e mi dice di essersi innamorato di una fotografa che bazzica da quelle parti. Dice che ha degli occhi magnifici. Questione di minuti e ce la ritroviamo al bar che chiede una birra. Mi presento, si presenta; le presento Claudio che sorride inebetito e mi allontano. È stata la mia buona azione quotidiana, penso.

Scorgo Lorenzo in lontananza che accompagna i Marlene Kuntz al palco principale, così mi affianco a lui e saluto la band. Da qui vedo due ragazze con pass; una ha una macchina fotografica, guarda alternativamente me e i Marlene. Al terzo sguardo faccio un cenno, come per dire ‘Sì, dovresti fargli una foto, buttati’. Si avvicinano e Lorenzo dice, a bassa voce, ‘Sono i Marlene, forza’. La ragazza dal capello platino con la macchina fotografica risponde guardandomi: ‘Sì, sì, li conosco. In realtà volevo fotografare te’, dice. Così mi concedo a questa fan mentre i Marlene e Lorenzo si allontanano.

Mi allontano anche io e vedo Claudio seduto a dei tavoli con altra gente e la fotografa di prima. Mi guarda, sorride sotto i baffi; poco dopo si alza e mi raggiunge. Beviamo una birra e finiamo a parlare del festival e gli racconto dei Marlene, del parcheggiatore all’hotel e di come sia tutto ben organizzato. Camminando, incontriamo le due ragazze della foto. Mi presento, presento Claudio e le chiedo un’altra foto ‘che siamo decisamente i più belli del festival’. Non riesco neanche a finire la frase che dietro di loro compare Godano, mette le mani sulle spalle delle ragazze e mi sorride. ‘Ok, forse non i più belli’ dice Claudio. ‘Vabbè, voi avete il fascino giovanile’ ribatte Godano. Ci invitano al bar con loro, ma decido che bere con due ragazze può essere fruttuoso solo se non c’è una rockstar nei paraggi, quindi declino gentilmente sotto l’occhio critico del mio ritrovato amico.

Sul palco secondario iniziano ad esibirsi i Leitmotiv, una delle rockband locali più sorprendenti, se non la realtà migliore del territorio. Sul palco spaccano come sempre, presentano alcuni pezzi nuovi in vista del prossimo album. Sono contento, se la meritano tutta questa serata.

Sono quasi le nove e i Marlene si preparano a salire sul palco. C’è più gente di ieri, il concerto è di quelli storici e celebra i trent’anni della band: tre ore di performance, come annunciano sul palco, divisa in un’ora e mezza di set acustico ed un’ora e mezza di set elettrico. Ad aprire le danze è Lieve; in poco tempo Godano si ritrova a parlare di politica, di ritorni bui e di come i totalitarismi siano sempre nocivi per il popolo; lo fa attraverso la storia del poeta russo Osip Mandel’stam, vittima della dittatura stalinista, ed il brano Osja, mio amore a lui dedicato. Segue una bellissima interpretazione di Bella Ciao, da poco pubblicata con un video dedicato a Riace e la collaborazione di Skin. Nella seconda parte del concerto i Marlene propongono quasi per intero Ho Ucciso Paranoia, suonando alcuni pezzi che raramente hanno visto la luce di un palco, come Questo e Altro. Le tre ore volgono al termine, Arnodeo riprende il pubblico col telefono, Bergia lancia le bacchette verso i fan. La band saluta e lascia il palco ad ai White Lies.

Marlene Kuntz Cinzella Festival 2019 Blunote Music
Marlene Kuntz Cinzella Festival 2019 Blunote Music

Sopraggiunge Claudio e sono felice: eravamo a Ferrara insieme, appoggiati alla transenna a ridosso del palchetto montato per l’occasione, e oggi non c’era altra persona che potevo volere con me. I White Lies escono e attaccano subito con Time to Give, brano tratto dall’ultima fatica della band, Five. La scaletta è quella dei festival, non troppo corposa per un totale di un’ora scarsa di esibizione, ma la band non si lascia certo sfuggire le cartucce più interessanti: Death, Big TV, Is My Love Enough e Bigger Than Us in chiusura per una delle band più sottovalutate della storia. Io e Claudio diamo spettacolo mettendo da parte tutta la nostra professionalità. Ho ritrovato un amico sotto il palco della mia band preferita e non potrei essere più felice. Il concerto finisce per l’una ma vedo il letto solo alle quattro di notte: ho dei mesi da recuperare, questa notte.

White Lies Cinzella Festival 2019 Blunote Music

19/08 – Dopo i primi due giorni di festival inizio a sentire la stanchezza addosso, ma questo non mi fermerà. Arrivo al Cinzella, mi becco un po’ con Claudio e attendo il concerto degli Afterhours. Quando tutto è pronto e i cancelli si aprono, poco più avanti a me sulla via, vedo le due ragazze del giorno prima. Decido di accelerare il passo e raggiungerle, esordendo con un terribile ‘facciamoci compagnia fra colleghi’. Chiacchieriamo, mi dicono che sono delle parti di Monza e mi chiedono in che modo, da Grottaglie, sia possibile arrivare alla stazione in treno la mattina seguente senza spendere un’iperbole per un taxi. Ci ragiono due nanosecondi e rispondo ‘beh, potete dormire da me’. Sguardi di stupore misto ad incertezza, poi un cenno di coraggio. ‘Ma sei serio?’ – ‘Sì, davvero, e domattina vi accompagno in stazione, ci vogliono dieci minuti’. L’idea gli sembra buona, anche se sono un perfetto sconosciuto, così accettano e decidiamo di passare buona parte del concerto assieme.

Gli Afterhours vengono preceduti alle 21 dall’esibizione dei The Winstons. Il concerto di Manuel Agnelli e soci inizia così per le 22 con una potente e inaspettata Rapace che infiamma da subito il pubblico. Già dalle prime canzoni si intravede la voglia di ripetere ciò che i Marlene Kuntz hanno fatto il giorno prima, per mantenere alta l’asticella: il concerto si allunga più del previsto, sul palco vengono suonate Germi e Ossigeno, ma anche i lavori del nuovo disco datato 2016, Folfiri o Folfox.

Afterhours Cinzella Festival 2019 Blunote Music

La verità è che a me gli Afterhours non sono mai piaciuti, per non dire che li ho sempre trovati un filino sopravvalutati; forse sbaglio a fare paragoni con rock band italiane come Il Teatro degli Orrori e i Casablanca, quantificandone e catalogandone i successi. Non c’è dubbio, comunque: Agnelli ha saputo vendere e vendersi, e questo conta molto nell’industria discografica. Molto più di una buona canzone o un ottimo disco. Ma, da persona indifferente alla loro musica, lo dico: un concerto degli Afterhours è qualcosa cui bisogna assistere almeno una volta; la band è brava a caricare il pubblico e, se non bastasse la carica esplosiva a rendere questo concerto godibile, il carisma di Manuel Agnelli aggiunge quel magnetismo che rende gli occhi un tutt’uno con lo stage. Anche gli Afterhours, come i Marlene ieri, non perdono occasione per ricordarci il buio periodo politico, raccontato per introdurre al pubblico brani come Il Paese è Reale e Padania.

Doppio encore per la band milanese che chiude il proprio concerto solo all’una di notte tra le ovazioni del proprio pubblico, accorso in numero maggiore rispetto alle sere precedenti. Passa giusto il tempo di riprendermi dalla fatica e recupero le due ragazze, ora mie ospiti, con le quali andiamo a mangiare un panino con le bombette – che dopo nove giorni in Puglia non avevano ancora mangiato, raccontano davanti al mio sguardo incredulo – ed a goderci un breve sonno ristoratore fino al mattino seguente.

Afterhours Cinzella Festival 2019 Blunote Music

20/08 – Ricordo ancora il concerto dei Franz Ferdinand a Milano del 2014: era il tour promozionale di Right Thoughts, Right Words, Right Actions, la band di Alex Kapranos era in grandissima forma, ma ancora molto timida; ricordo le pochissime parole di Alex sul palco, qualche grazie e tantissima energia per un Mediolanum Forum pieno di gente. È questo ciò che riesuma la mia mente a poche ore dal concerto, e la curiosità di vedere una band cinque anni ed un disco dopo è tantissima.

La stanchezza del quarto giorno è tutta nelle gambe, nonostante abbia passato la giornata a dormire dopo aver accompagnato le ragazze alla stazione questa mattina. Mi trascino in giro come un’anima disperata, i muscoli non reggono il minimo sforzo e la mia voce inizia a perdere colpi. La prima cosa che noto arrivato alle cave è la mole di gente presentatasi ai cancelli; in giro sento vociferare dagli organizzatori che si va verso il sold out e la cosa è lampante quando capisco che parlare con Claudio oggi è impossibile, vista la fila interminabile davanti il suo bar.

I Franz Ferdinand salgono sul palco del Cinzella alle 22 dopo l’esibizione di Giungla, cantautrice bolognese di grandi prospettive. Gli scozzesi partono fortissimi con Dark of the Matinée, Always Ascending e No You Girls. Mi accorgo che son cambiati tanto da quel concerto a Milano: la timidezza ha lasciato spazio alla spavalderia con la quale Alex parla, saluta e si dimena coi fan; la band schiva che ricordavo si è incredibilmente trasformata in un branco di animali da palco. La scaletta è leggera, tredici brani, ma il gruppo è bravo a tenere alta l’attenzione, come nel caso di Do You Want To, allungata per una decina di minuti.

Franz Ferdinanda Cinzella Festival 2019 Blunote Music
Franz Ferdinanda Cinzella Festival 2019 Blunote Music

Dopo circa due ore di concerto ed un encore corposo, i Franz Ferdinand salutano affettuosamente il loro pubblico con un inchino e qualche parola in italiano; il pensiero volge di nuovo alla splendida venue che ha ospitato il festival, ora verso la sua conclusione. Sul palco escono gli organizzatori, ringraziano il pubblico anche loro, chiedono scusa per eventuali mancanze dell’organizzazione (quali?) lanciando l’appuntamento per il prossimo anno. La stanchezza nelle gambe rende impossibile allungare questa notte ancora di qualche ora, quindi decido di raccogliere tutte le mie forze per l’ultimo viaggio verso casa.

Ho parlato del ritorno di Taranto ai suoi antichi fasti musicali: mi chiedo se sarà possibile mantenere il trend; lo spero vivamente. È certo che il Cinzella ha fatto da battistrada verso questa conversione culturale assolutamente necessaria per un territorio come quello tarantino, il quale necessita di ripartire proprio da grandi band ed eventi internazionali che diano risalto alle qualità e non alle problematiche di questa terra. E allora grazie Cinzella, grazie AFO6: non mi sono mai sentito così tanto a casa.

Si ringraziano per le foto i ragazzi di Elephant Music e Roberta De Rossi

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“La Terra dei Re”: le mille maschere di Solfrizzo per l’unico volto del rock 0 215

Le vie del rock sono infinite, un po’ come quelle del signore (anche se forse quelle sono finite, come nel film di Troisi) e Vito Solfrizzo le percorre – quantomeno nelle intenzioni – tutte ormai da anni. Non è facile: bisogna sapersi orientare e per farlo è necessario trovare i giusti riferimenti, quelli che ti consentono di ripercorrere i tuoi passi quando ti accorgi che ti stai allontanando troppo e stai per finire fuori strada. Capita di perdersi l’importante è rendersene conto prima che sia troppo tardi. Come disse Baglioni in occasione del Festival di Sanremo “errare è umano, perseverare è artistico” o più semplicemente presuntuoso, come aggiungerei io. Il rock ha un solo volto ma cento, mille, un milione di maschere diverse da indossare secondo l’occasione, e distinguerle l’una dall’altra è difficile, quasi impossibile. Nessuno può avere la presunzione di farlo. “La terra dei re” è l’ultimo album – interamente autoprodotto – di questo giovane cantautore pugliese; è un lavoro che parte da un viaggio interiore e sfocia nella disamina della società contemporanea. Tocca diversi temi, come il precariato, la situazione politica e quello che egli definisce “l’inganno dei talent show”. Le critiche non sono larvate ma precise e mirate. Questo disco arriva a due anni di distanza da “Nove”, album d’esordio uscito nel 2017 in coproduzione con Alessandro Spenga.

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La copertina de “La Terra dei Re”, il nuovo album di Vito Solfrizzo


Si comincia con “Il paradiso dei sogni”, un brano, rude, grezzo. Chitarroni, riff graffianti e beat frenetici, a tratti nevrotici, accompagnano questo pezzo che parla dei nostri sogni, quelli che cerchiamo di realizzare a qualunque costo e che spesso ci spingono a fare cazzate. Non ce ne rendiamo conto, ma quando ci incamminiamo verso i nostri sogni non teniamo conto della strada che abbiamo già percorso né di quella che ancora ci manca per raggiungerli, non ci rendiamo conto della stanchezza e della fatica. Camminiamo per inerzia, fottuti e sfiniti, fino alla fine.

L’attacco del secondo pezzo ricorda molto “Non ci guarderemo indietro mai” dei Negrita. “La terra dei re” è il brano che dà il titolo all’album e ne dichiara le intenzioni: i “re” sono tutti coloro che credono di essere superiori solo perché siedono sugli scranni più alti o ricoprono posizioni apicali o più semplicemente perché indossano una cravatta o vestiti più costosi. I professori, i politici, i datori di lavoro, in generale coloro che si pongono al di sopra di te in un sistema gerarchico- professionale ti fanno pesare la posizione di subordinazione in cui ti trovi rispetto a loro e non puoi far altro che cercare il compromesso per garantirti un quieto vivere. A tutta questa bella gente è bene ricordare – come fa Solfrizzo – quella massima di Montaigne che recita pressappoco così: «Anche sul trono più alto del mondo si sta seduti sul proprio culo». Degno di nota è il sound alternative che ci riporta agli anni ’90, ai primi brani dei Timoria.

Si continua con “Profumo di sabbia”, brano romantico dedicato alla sua ragazza. È un pezzo più lento, meno ritmato e dal mood riflessivo. Parla di un amore che sopravvive al cambiamento: tutto cambia, perfino i soggetti che questo amore lo vivono e lo consumano, ma il sentimento no. Quello rimane intatto, come un castello di sabbia che nessun’onda riuscirà mai ad abbattere.

I soliti riff asettici ci accompagnano in “Il dono dei furbi”. Questo è una sorta di j’accuse rivolto alla classe politica italiana, rea di tentare continuamente di affabulare e circuire quanta più gente possibile. Non tutti restano intrappolati in questa rete, molti sfuggono perché le maglie sono troppo larghe o semplicemente consunte.

America” segue un preciso crescendo, passa da un’atmosfera cupa all’esplosione del ritornello. Ha un’anima rock classica e parla dell’esperienza nella musica, della rivalità fra gli artisti e del clima di competizione in cui vivono. L’America è l’isola felice, il posto che sogni di raggiungere per realizzare i tuoi sogni. È la terra fertile, quella promessa, quella anelata. Questa è la sola maschera del rock riconoscibile e riconosciuta in tutto l’album.

E so che c’è un posto, è un sogno per me. Io voglio solo l’America, per vivere come va.

Vito Solfrizzo, “America”

La chitarra acustica dona quel tocco di malinconia che serve per raccontare di un amore mai sbocciato – come una nave rimasta ormeggiata nel porto che non prenderà mai l’abbrivio per andare al largo – per un motivo futile. “Senza età” parla di tutte quelle storie d’amore che non nascono per differenze anagrafiche. L’età è un ostacolo da superare e non tutti hanno la forza per farlo. Il pezzo è un po’ piatto all’inizio ma poi prende quota e decolla nel finale con l’assolo.

La chitarra – come si percepisce – è una sorta di coperta di Linus per Solfrizzo, che la usa tanto, forse troppo. In “Cuore di Razza” la sua preminenza rende il pezzo un po’ piatto, parole e musica non sono sullo stesso piano ma posti in modo gerarchico: prima la chitarra e poi tutto il resto. C’è una sproporzione che sfocia nel virtuosismo e nell’ostentazione ed è un vero peccato perché sia in questo sia in altri pezzi emergono una buona vocalità e una buona capacità di scrittura che vengono relegati, purtroppo, a margine. Il tema è quello trito e ritrito dell’inganno dei talent show che puntano solo agli ascolti a detrimento del talento e del valore di un’artista.

Si cambia registro in “Conquiblues“, un pezzo che parla di precariato, di sfruttamento e di tutti i problemi che attanagliano il nostro paese. Il blues rock stile anni ’70 smarca un po’ l’album dall’alveo del classic e lo avvicina più al pop. L’armonica si addice perfettamente allo stile del brano.

vito solfrizzo la terra dei re recensione blunote music

La duttilità è una qualità importante, che ci consente di stare bene in qualsiasi situazione. “Mi Adatterò” è un’apologia di questa capacità, per qualcuno di poco conto o addirittura esecrabile. È un pezzo che ha due facce: una acustica e l’altra elettrica. Comincia in acustico, una chitarra in stile Cobain in qualche strana versione di Something in The Way suonata sotto un ponte, cui si unisce l’elettrica “sporca” del ritornello. “Se cambia l’orizzonte io mi adatterò” è il manifesto di questa capacità adattiva non comune.

U.R.A.” acronimo di Utopia Realmente Astratta (una specie di supercazzola a cui Nanni Moretti risponderebbe con uno schiaffo) è «un viaggio interiore intenso quanto inaspettato» come lo definisce Solfrizzo. È un viaggio dettato dal cambiamento e dalla voglia di realizzare gli obiettivi e i sogni di una vita. In esso spiccano una buona vocalità troppo spesso oscurata e un bel basso.

Si continua sulla stessa scia con “L’ombra del Sole“, un pezzo che parla della lotta interiore contro il “nostro” lato oscuro. Lottiamo affinché non prenda il sopravvento e non trovi mai la luce. Ritorna lo stile Timoria (anche la vocalità lo ricorda vagamente). Il ritmo veloce e cadenzato rende il pezzo tutto sommato lineare a parte qualche sfumatura glitch.

Di stampo decisamente cantautoriale è “La Canzone nel Vento“, brano che chiude il disco. È un pezzo dedicato al nonno scomparso nel 2007. È quello più vero e sentito di tutto l’album: non ci sono sovrastrutture né orpelli, solo sentimento. È un brano struggente ma piacevole e dall’imponente carico emozionale.

L’amatorialità di questo disco emerge ad ogni singolo ascolto. Non rappresenta una novità né un unicum nel panorama musicale italiano – che di dischi del genere è ormai saturo; ogni anno ne escono a dozzine: dozzine di dischi pseudo-rock-wannabe dal sound inconsistente. Nel caso di Solfrizzo le capacità, almeno, ci sono, ma non vengono sfruttate per colpa di un’imprecisa superficialità.

Intervista ai Quadrophenix: “Paraponzi il nuovo disco” 0 247

I Quadrophenix nascono a Taranto nell’estate del 2006. Dopo dei primi anni travagliati, alla ricerca della propria identità, la band tarantina vira verso un genere più scanzonato e ironico, mantenendo intatta la base pop-rock/twist sul quale viene fondata. Dalla fine di giugno è in radio il loro nuovo singolo, “Mai Più”, che anticipa il loro primo album in studio, “Paraponzi”, uscito proprio oggi. Noi abbiamo incontrato la band qualche giorno fa proprio per farci una chiacchierata su questo loro primo disco, parlando dei motivi che li hanno spinti a buttarsi nella mischia e sui progetti futuri, con un nuovo disco già pronto.

Ciao ragazzi! Rompiamo un po’ il ghiaccio: parlatemi di voi!
La cosa più importante da dire pensiamo sia che nel 2006 è nata la band. Prima facevamo una roba molto inglese, di ispirazione Gallagheriana; abbiamo poi cambiato impostazione, passando all’italiano. Quando ci siamo accorti di essere dei cazzari abbiamo spostato il modo di scrivere su un genere un po’ più allegro, ironico. È cambiata anche la formazione, stabile da cinque anni a questa parte.

quadrophenix intervista blunote music

Come mai la scelta di intraprendere questo percorso più ironico, alla Elio e Le Storie Tese?
Guarda, io credo che la nostra musica sia seria! [Ride, n.d.r.] No, davvero… quello che penso è che fin quando tu scrivi rispettando quello che sei, quello è fare musica sul serio. Che non vuol dire scrivere i testi di Tenco e neanche quelli degli Skiantos. Se hai qualcosa da dire, dilla. E che sia vera. Se fatto solo per apparire, come lo era in principio – quando appunto suonavamo britpop, senza un senso – è sbagliato.

Dal 2006 ad oggi è passato davvero tanto tempo e, anche con un disco in dirittura d’arrivo, sembra comunque un’eternità. Va bene il cambio di sound, va bene il cambio di formazione, ma come mai nessuna pubblicazione in quest’arco di tempo?
Eh, penso tu ci abbia azzeccato in pieno. [Ride, n.d.r.] La questione è questa: nel 2006 esisteva My Space. Io avevo vent’anni, e vent’anni nel 2006 sono diversi dai vent’anni di oggi. Eravamo più ingenui, più genuini. Internet non era così radicato. Quando dico che esisteva My Space intendo un mondo diverso: su My Space avevi fra le amicizie Dodò, l’ingegner Filini… Era una visione del social diversa. E così cambiava anche il modo di intendere la musica, completamente diverso da oggi. Qualcosa la pubblicammo, ma non andò oltre la cerchia dei nostri amici – e noi siamo stati bravi ad approfittarne per far sparire tutto [Ride, n.d.r.]. Allo stesso tempo, l’album che siamo in procinto di pubblicare [Paraponzi, n.d.r.] è vecchio, risale al 2012, e non lo pubblicammo perché mancava l’etichetta: nel 2012 era fondamentale avere un’etichetta per pubblicare. Questo per far capire come siano cambiate le cose: oggi, nel 2019, grazie ad internet, puoi permetterti di pubblicare un disco anche senza etichetta. Ma oltre questo c’è anche altro: la verità è che stiamo disperatamente provando a pubblicare il primo disco quanto prima perché ne abbiamo già un secondo pronto!

Andiamo con ordine allora: di cosa tratta Paraponzi?
Beh, trattandosi di un disco scritto qualche anno fa, è sicuramente molto scanzonato. Rispecchia l’età che avevamo allora, gli anni dell’università, le prime libertà lontano da casa… è molto solare, prevalentemente. Molto diverso rispetto, ad esempio, al secondo che abbiamo in cantina. Per farti capire: stiamo disperatamente cercando un titolo per il secondo disco, e fra quelli che abbiamo pensato c’è “The Dark Side of the Mood”. Questo perché ha proprio un approccio diverso rispetto al nostro tradizionale modo di fare. Però è anche un’evoluzione rispetto al primo disco, motivo per il quale vogliamo pubblicarli comunque entrambi senza fare balzi in avanti. Vogliamo dare dei punti di riferimento all’ascoltatore.

quadrophenix intervista blunote music copertina paraponzi

Trattandosi però di un disco scritto nel 2012, in un periodo, come dite voi, completamente diverso – ed eravate diversi anche voi – e che non rispecchia la realtà odierna, c’è stato sicuramente il bisogno di un lavoro di revisione. Come siete riusciti ad attenuare queste problematiche in vista del lancio?
La risposta è semplicissima: con l’amore. [Ridiamo, n.d.r.] Pensavi di metterci in difficoltà, ma ci hai tirato un assist fantastico. No, scherzi a parte: se in “Mai più” [il singolo, n.d.r] ci sono alcuni riferimenti, all’interno del disco non troverai mai le parole “selfie”, “facebook”. Il disco ti racconta un mondo più genuino, qualcosa che esiste anche nel 2019 ma che è solo più difficile da trovare. E parla soprattutto di amore, qualcosa che ci sarà sempre.”

La vostra musica si ispira molto alla Surf Music anni ’60 – quella dei Beach Boys per intenderci. Questo è sicuramente vero per i due brani già pubblicati, ma è così anche per il resto del disco?
’’Mai più’ sicuramente. Il resto dell’album si rifà a quel sound, ma essendo un prodotto del 2011/2012 cerca di avere le sonorità radiofoniche del tempo – nel contesto radio-pop nazionale ancora non era arrivato prepotentemente il rap a fare da padrone, andava un po’ di tutto. Che poi, radiofonico è un termine un po’ stuprato, come ‘indie’. Questo per dire che per me è un disco radiofonico, per altri magari no, perché è diventato quasi soggettivo.

Mentre nel secondo disco, invece, il sound è rimasto invariato o avete fatto altro?
Abbiamo fatto peggio! [Ride, n.d.r.] Ci siamo concentrati su quello che ci piace fare. La verità è che ci siamo detti ‘ma chi ce la fa fare’ di seguire uno schema, una moda… facciamo quello che ci piace! Abbiamo azzardato di più, se Paraponzi ha una sua coerenza, il secondo disco è un puzzle: c’è il pezzo più psichedelico, quello più pop.

Siamo in conclusione: pensate di lanciare un secondo singolo dopo l’uscita?
C’è una grossa diatriba all’interno della band su questo. Pensiamo di sì, vogliamo vedere sicuramente come va il disco e il singolo già pubblicato, ma abbiamo già individuato quello che potrebbe essere il prossimo singolo, ‘Nuvole’. Comunque sia, vogliamo fare qualcosa per poi pubblicare il nuovo disco.

Perfetto ragazzi, vi ringrazio molto!
Grazie a te!

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