Il Dizionario della musica italiana, l’enorme archivio aprirà a Latina 0 216

È stimata per il 2020 l’apertura del Dizionario della musica Italiana a
Latina. Il sogno del maestro Claudio Paradiso ha finalmente trovato il
suo compimento grazie ad un fondo di due milioni di euro, stanziato dal
ministero delle attività culturali dei beni e del turismo.
I lavori, che prenderanno il via nell’ormai prossimo 2018, renderanno
fruibili al pubblico un’enorme mole di informazioni sulla musica.
L’intera collezione destinata all’archivio – al momento conservata in un
capannone dell’ex consorzio agrario – contiene libri e spartiti musicali,
ma anche strumenti, fotografie, articoli, dischi e tanto altro.
Fra le oltre cinquanta tonnellate di materiale preziosamente accumulato
negli anni vi è anche l’unica maschera funeraria di Beethoven, l’unico
vero calco ancora presente “Ogni volta mi viene la pelle d’oca” – confida
Paradiso – “In Germania farebbero una teca con cecchino per poterla
esporre. Chissà che giri ha fatto ed ora è arrivata a Latina. Ogni volta
che la mostro a qualcuno mi fa venire i brividi».
È prevista inoltre la creazione di venticinque posti di lavoro per la
gestione della struttura. Chi vorrà potrà imparare e poi trasmettere la
passione per mestieri antichi e ormai persi come archivisti e
catalogatori.
Appassionati e studiosi sembrano entusiasti dell’iniziativa.

Sono infatti già centinaia i curricula di lavoratori specializzati che ogni
giorno arrivano a Latina nella speranza di accaparrarsi uno spazio
nell’innovativo complesso.
L’Italia sarebbe infatti pioniera nell’inaugurazione di una simile struttura.
L’intero complesso ospiterà oltre l’immensa collezione – in continua
crescita grazie a donazioni private – una biblioteca fruibile anche dai più
giovani. Saranno inoltre definiti uno spazio dedicato ad eventi, mostre e
conferenze ed un area di studio pronta a garantire tranquillità e pace
agli studiosi specializzati.
Non ci resta che tenere gli occhi puntati su Latina in attesa di novità.

Di Federica Di Lecce

Previous ArticleNext Article

Lascia un commento

Riscopriamo gli Anonima Folk, gemma rara nella musica italiana 0 356

La musica, la vera musica non rispetta i crismi che vorrebbero etichettarla e racchiuderla, aprioristicamente, in un genere piuttosto che in un altro. È una commistione di stili; una contaminazione continua che porta alla nascita di nuovi fenomeni. Non supporta l’Aut Aut kierkegaardiano: non è esclusivamente o folk o pop, o rock o punk, o tribale o celtica. La vera musica nasce dalla fusione di diversi generi e stili, da una sorta di liaison dangereuse che può dare alla luce dei veri e propri capolavori. Lo sanno bene quattro ragazzi di Taranto che hanno dato vita a un progetto unico: Anonima Folk. Il loro sound è una “crasi” mistica che unisce musica celtica, gipsy, funk, blues, jazz e si realizza in qualcosa di veramente speciale e indefinibile. Dall’amalgama emerge sempre prepotentemente un meraviglioso violino che ti proietta in un altro tempo e in un’altra dimensione: se chiudi gli occhi, a tratti, pensi di essere in un pub di Dublino o al concerto della Bandabardò per la festa patronale del paese. È un po’ come se Paddy Moloney incontrasse Erriquez nel bar sotto casa per la festa di San Cataldo.

A discapito del nome, però, gli Anonima non sono folk; non sono blues né rock, non sono jazz o funk, non fanno musica gipsy o celtica o tribale. Sono tutto questo, insieme, nelle persone di: Francesco Santoro (voce e chitarra), Claudio Merico (magico violino), Remigio Furlanut (basso elettrico), Gianfranco Vozza (batteria). La loro musica non conosce muri né confini, e proprio per questo non ha limiti. I testi sono spaccati di vita quotidiana, piccole memorie dal sottosuolo: racconti di uomini e donne sullo sfondo di quella meravigliosa terra che è il Salento. Sospesi tra onirismo e fredda realtà i pezzi rimangono vere e proprie perle da scoprire e da apprezzare, ma solo chi avrà il coraggio di cercarle in fondo al mare ne potrà godere.

Il 15 marzo del 2005 esce l’album omonimo Anonima Folk, che vanta le collaborazioni di diversi musicisti della scena pugliese, tra cui: Giuseppe de Trizio e Adolfo La Volpe dei Radicanto. I dodici brani sono dodici differenti tessere che compongono un mosaico meraviglioso, poliedrico ed eterogeneo.

Apre il disco Emigranti: la storia di un uomo che si imbarca su una nave in cerca di fortuna e di un futuro per se stesso e per la propria donna. Sa che probabilmente non rivedrà più la terra amata – martoriata dalla guerra – e canta, accompagnandosi con una fisarmonica «Terra, terra, dalla terra sto partendo e forse non ritornerò». La musica lo sosterrà per tutto il viaggio, diventerà la sua sola compagna di vita, il porto sicuro cui approdare ogniqualvolta si sentirà solo. Senza più una donna – persa tra le braccia di un giovane marinaio –  e una terra a cui tornare, non gli rimane altro che «musica, rimpianti e memoria», in questo suo infinito viaggiare. È la storia di mio nonno, partito per l’America negli anni cinquanta. È la storia di chi, ancora oggi, parte alla ricerca di un futuro, ma si perde nel limbo di un presente senza fine.

Onirica è una poesia senza fine, un richiamo alle sonorità celtiche dei Pogues e il balkan groove dei Municipale Balcanica. Questa canzone è un’apologia del sogno lucido, in cui l’onironauta chiede di non essere svegliato, perché nel sonno è in grado di salvare se stesso e salvare il mondo.

L’atmosfera onirica continua, come un leitmotiv, anche in Dalla Seta. Una canzone d’amore delicata, una serenata atipica accompagnata dal suono incantatore del violino. È un richiamo dissacrante alla donna angelo, entità fittizia a fantasmatica di cui, però, si immaginano le forme, impresse come note sulla seta.

Fogliami è la quarta tessera del mosaico. Un inno alla caducità e alla precarietà della vita. Noi siamo come le foglie che in autunno smettono tutto, ingialliscono e si disperdono nel vento. Non c’è scampo per quelle deboli, solo le più forti rimangono appese, rinverdiscono e vivono una nuova estate. Il testo di stampo ungarettiano è impreziosito da sonorità celtiche e gipsy.

Il parallelismo con la Bandabardò trova pieno riscontro nel brano Una Cassa di Rhum. Il ritornello richiama molto quello di 20 bottiglie di vino della band fiorentina. Questo è il brano che ti aspetti di sentire dal vivo; quello per cui hai la fregola durante tutto il concerto e che quando arriva ti coglie impreparato e ti spiazza. È il pezzo “ska”, quello che ti fa cantare e ballare insieme agli amici, che ti coinvolge e ti travolge fino a stordirti.

Avete presente l’Otello di Shakespeare? Esatto, la tragedia piena di fraintendimenti, macchinazioni e intrecci che ricorda Beautiful. Gli Anonima – dopo un attento processo ermeneutico – l’hanno ripreso, ridotto in pezzi e ricostruito in chiave funky. Il risultato è Romantigedia, una canzone leggera e distensiva, ma dal significato profondo e sacrilego.

In Joe Randa – la settima traccia dell’album – il folk rock di stampo “evolutivo” incontra l’elettronica. Da questo sposalizio nasce un pezzo riuscitissimo che è un po’ l’emblema della band, capace di unire e racchiudere in un unico corpo la tradizione e la modernità.

La stessa chiave folk rock contraddistingue Beato Me, un brano impreziosito dalle atmosfere medievali che accompagnano la storia di un uomo, che può essere definito un self-made man, che canta la sua felicità di non essere nato re, di essersi “fatto” da sé: “beato me che non son nato re, io sono un menestrello ed un giullare”.

Le melodie balcaniche arricchiscono Come se Fosse, una canzone dall’anima popolare che richiama molto la tradizione salentina da Zimbaria agli Après La Classe.

Gli Anonima Folk live al concerto del Primo Maggio di Taranto.

In Il Cane del Pastore Merico si supera. Il suo violino è un pennello che dapprima scorre liscio, ma poi smette di seguire i contorni del disegno e inizia a improvvisare come un Kandinskij che ribadisce, per l’ennesima volta, la potenza dell’astratto. Il finale è da brividi.

Storia di un Musicista Amante è la canzone che ha consacrato gli Anonima. Questo pezzo è valso loro il Premio De André per la migliore interpretazione nel 2004 e la consacrazione come migliore tra le band emergenti di quello stesso anno. Un premio meritato per questo lavoro che, a mio parere, è ancora un unicum nel panorama italiano. Questa ballata popolare parla di un cantore che ammalia “la figlia del signore” (il despota di turno) soltanto per fare uno sgarbo al padre. La donna dapprima lo corrisponde, ma poi, per scampare all’ira del padre padrone, si rifugia in convento e lascia da solo il giovane menestrello che rimane vittima del suo stesso smacco.

Il mosaico si completa con Nu Suname un brano che racconta una serata andata a male. I ragazzi chiamati a suonare per una serata si trovano davanti un locale vuoto e squallido – allegoria della gavetta, di chi parte dal basso – in cui non hanno neanche la possibilità di cenare, e quindi si rifiutano di esibirsi. In questo brano ci sono tutte le anime e tutti i volti di questa band geniale.

Ogni altra parola sarebbe superflua. Smettete di fare qualunque cosa stiate facendo e dedicatevi a quest’ ascolto, vi cambierà la giornata (forse la vita).

Intervista ai Tre Allegri Ragazzi Morti: “Con Sindacato dei Sogni vogliamo essere eleganti e nudi.” 0 385

Sono passati 25 anni da quando Davide Toffolo, Enrico Molteni e Luca Masseroni hanno dato vita ai Tre Allegri Ragazzi Morti. E in questi anni di cose ne sono successe al giovane felice trio deceduto di Pordenone: c’è stato il punk delle origini, c’è stato il reggae e c’è stata la cumbia. È passato Jovanotti, un’orchestra swing e un sacco di altra gente. È rimasta una florida etichetta indipendente (La Tempesta Dischi), sono rimaste le maschere e la voglia di fare qualcosa di nuovo.

Oggi torniamo a parlare di loro. Anzi, meglio: parleremo direttamente con loro, perché è da poco uscito il nuovo disco Sindacato dei sogni, in bilico fra le nude sonorità degli esordi e le eleganti influenze psichedeliche.

La copertina di ‘Sindacato dei Sogni’, il nuovo disco dei TARM

Partiamo dall’inizio: come descrivereste e di che cosa parla ‘Sindacato dei sogni’?
“Dieci canzoni di rock psichedelico californiano/pordenonese del 1982/2019. I temi trattati sono vari, non è un concept. Si parla della nostra città, ci sono molte figure femminili, c’è la natura, c’è la festa. Molti temi.“

Riguardo il titolo, avete spiegato che è un omaggio ai The Dream Syndicate, uno dei gruppi più importanti nella scena Paisley Underground, ma che il titolo di lavorazione è stato a lungo ‘Classic’. Sembrerebbe quindi che l’idea iniziale abbia preso una direzione un po’ diversa grazie all’influenza di questa vena rock e psichedelica. È esatto?
Sì direi di sì. ’Sindacato dei sogni’ è un titolo che offre più spunti di riflessione. A loro volta i Dream Syndicate l’avevano preso dal disco di Tony Conrad coi Faust, e a loro volta chissà. Rimane il fatto che se esistesse un vero Sindacato dei sogni sarebbe bello, sarebbe utile, in un certo senso l’intenzione è stata quella di fondarlo con questo album.”

Avete anche detto che al primo ascolto questo disco ‘sembra’ un ritorno alle origini. Effettivamente lo spirito dei primi lavori è abbastanza evidente. Ad esempio il titolo della nona traccia ‘Non Ci Provare’ mi ha fatto tornare subito alla mente il “non ci provare ad entrare nelle nostre vite” di ‘Mai Come Voi’. Già dal secondo ascolto, però, direi che si inizia a notare qualcosa di differente, anche solo a livello di arrangiamento. Un’originalità diversa, in conflitto rispetto a quel ‘ritorno alle origini’. Insomma, dietro a quel ‘sembra’ c’è un mondo. Musicalmente parlando, come sono cambiati i TARM rispetto a 25 anni fa e cosa, invece, è rimasto uguale?
“Cerchiamo ogni volta di darci un obiettivo diverso, un abito nuovo. In questo caso volevamo essere eleganti nudi. E nudi oggi non possiamo che essere simili a nudi anni fa. Con l’avvento delle nuove tecnologie registrare un disco è diventato sempre più impersonale. Si taglia, si copia, si incolla, si spedisce. Qui siamo noi che suoniamo per ore gli stessi giri alla ricerca di una sensazione che è quella catturata nel disco. Però viviamo nel presente, non siamo un gruppo nostalgico. Quindi, vecchia tecnica, nuova testa.”

La terza traccia si intitola ‘C’era un Ragazzo che Come Me Non Assomigliava a Nessuno’, quindi ve lo devo assolutamente chiedere: come si concilia Gianni Morandi con i TARM? E ancora, c’è qualche influenza italiana in questo disco?
“Chiaramente prendere spunto da una canzone così nota come quella di Morandi e rovesciarla, negarne il senso, contraddirla, è di per sé un atto violento. È il grido d’orgoglio della nostra diversità. Noi non assomigliamo a nessuno. Abbiamo ascoltato molta musica mentre registravamo ma tutte cose straniere e vecchie, dai Grateful Dead ai Can, dai Television ai Jefferson Airplane, non volevamo essere influenzati da quello che sta succedendo in questi anni in Italia e che speriamo anche muti velocemente. Lo dico nel senso che ci affascinano da sempre le cose catalogabili come oddities & curiosities, oggi in giro c’è tanta normalità. La normalità dopo un po’ diventa noiosa.”

In un’intervista del 2016 per rockit.it esprimevate il desiderio che la musica italiana e anche il vostro pubblico si mescolassero sempre di più con elementi esteri. Tre anni e qualche cambiamento politico dopo, pensate che questo mix sia ancora possibile? O pensate che la paura per il negro (sic, n.d.r.), lo zingaro e il povero di cui parlate in “Non Ci Provare” abbia ostacolato il processo?
“Viviamo tempi così assurdi che fatico a capire cosa sta succedendo. Recentemente ho letto da qualche parte la celebre frase di Warhol stravolta: “Nel futuro tutti avranno quindici minuti di anonimato”. È bellissimo, è tutto al contrario. Rimane il fatto che sarebbe giusto mescolarsi di più. Noi come band la pensiamo così.“

Nel video di ‘Bengala’, fra tante cose, mi ha colpito il ruolo della tecnologia. Gli smartphone, ad esempio, hanno cambiato drasticamente le nostre vite e comportano dei rischi non indifferenti. Però oltre alla sacrosanta necessità di “lanciare il telefono sul prato”, mi sembra di coglierci uno sguardo consapevole sul fatto che si possa trovare un po’ di poesia anche in questi mezzi. Che è un po’ quello che volevate dire con “Persi nel Telefono”. Siete d’accordo?
“Sì, la tua è una bella interpretazione. Perché lanci il telefono sul prato, ma poi con ogni probabilità te lo vai anche a riprendere.”

Parliamo di ‘Una Ceramica Italiana Persa in California’, riassunta visivamente nella copertina stessa. Avete scritto che è “la vera chiave” per leggere il disco, oltre ad essere la preferita di Davide. Possiamo azzardare che contiene pure un po’ tutti i temi centrali della vostra carriera? Ci sono riferimenti al mondo animale e naturale, c’è la libertà, c’è l’amore, c’è la determinata affermazione della propria personalità.
“Sì, quel brano è particolarmente rappresentativo di quello che volevamo fare. Non ha logiche commerciali, è un viaggio vero e proprio col basso in tre e la batteria in quattro – roba da spaccare la testa -, ha un testo breve ma molto poetico; un cantico. Qualcuno ci ha detto che dovevamo metterla come prima del disco. Chissà, forse aveva ragione. E presto uscirà il video, roba da Oscar.”

Non può esistere un album dei TARM che non parli di adolescenza, ma da qualche tempo si è insinuato anche il tema della maturità e dell’essere adulti. Com’è la vita da vecchio allegro ragazzo morto?
“Come sai, incarniamo l’adolescente assoluto. È vero però che esistono anche degli adolescenti già vecchi. Comunque quando mettiamo la maschera non esistono le età e gli acciacchi smettono magicamente di dare noia.”

Le collaborazioni sono tantissime. Dai soliti noti alle nuovissime entrate, la famiglia dei ragazzi morti è sempre più numerosa. Come riuscite a gestire tante voci diverse? E quanto è stato importante il loro contribuito nello sviluppo del disco?
“Sicuramente di grande importanza è stato l’intervento musicale del produttore del disco Matt Bordin. In ogni brano è riuscito, che fosse con una chitarra o con un sintetizzatore, a mettere lo zampino spostando l’asse della nostra idea in una direzione più esotica. Certe scale le conoscono solo lui e Jerry Garcia. Ma poi sicuramente sono stati importanti i contributi di tutti: Andrea Maglia, Bologna Violenta, Francesco Bearzatti, Ruben Gardella, Adriano Viterbini e Davide Rossi.”

Il tour parte da Milano, che è stata protagonista dell’album precedente: che rapporto avete ora con questa città?
“Io, Enrico, ci vivo da una decina di anni. La amo sempre di più.”

Sempre parlando di città, non si può tacere sul grande ritorno di Pordenone, descritta in “Calamita”. Di nuovo, che rapporto c’è con la vostra ‘patria’ ora? E com’è cambiato in questi 25 anni?
“In questo momento solo Luca vive ancora in zona, a Malnisio, ma non è un grande fan del posto. Vorrebbe il sole ed il mare, mentre lì effettivamente piove e c’è la montagna. Davide vive a Roma. In ogni caso Pordenone batte sempre nei nostri cuori. È un’idea che rimarrà per sempre. Calamita, se ci fai caso, è il secondo tempo di “Prova a star con me un altro inverno a Pordenone”. In quella canzone, nel 2001, si cantava di andare via. In questa, nel 2019, dopo essere andati via, si dice che forse tornare sarebbe bello, che lì si sta bene, nonostante la gente che c’è in giro la notte nei bar.“

Ultima domanda sui live: qualche novità di cui potete parlarci? Dalle foto si intravede anche un nuovo costume…
“La prossima settimana faremo una sorta di ritiro in Carnia e decideremo tutto, i costumi sono già progettati. Ci vediamo presto ai concerti!”

Argomenti popolari

Editor Picks

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: