Il lascito di Jeeg 0 742

Il 25 febbraio, appena due anni fa, usciva Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti. Poco più di due anni dopo mi ritrovo qui quasi costretto dalla mia coscienza a buttarci giù un paio di pensieri. Perché? Perché c’è ancora da dire; perché questo film ha cambiato e continua a cambiare il modo di approcciarsi al cinema in Italia; perché è riuscito in pochissimo tempo a diventare un cult cinematografico e, aggiungo, personale.

La trama, ormai, la conosciamo tutti ma, poiché mi piace usare citazioni latine non richieste per sembrare colto, ripetita iuvant.
Il nostro Jeeg è Enzo Ceccotti (Claudio Santamaria), uno sprovveduto ladruncolo che campa con uno scippo qua e là e che, dopo essersi immerso nel Tevere e aver scoperto un barile di scorie radioattive – modo ironico per parlare del degrado ambientale del fiume, non trovate?-, riceve una forza e una resistenza sovrumane. In tutto questo dovrà vedersela con lo Zingaro (Luca Marinelli), un folle criminale che brama di diventare un pezzo grosso della malavita capitolina e che vede in Enzo colui il quale gli metterebbe il bastone fra le ruote. Ma come in ogni film supereroistico che si rispetti c’è anche la principessa: si tratta di Alessia (Ilenia Pastorelli) vicina di casa psicolabile di Enzo ossessionata dall’anime “Jeeg Robot d’acciaio” che, una volta visti i poteri del ladruncolo, gli dà il soprannome di Hiroshi Shiba, come il protagonista del cartone animato. A fare da cornice alla storia è la difficile e tremendamente reale situazione di Tor Bella Monaca, quartiere periferico di Roma dove a governare è la criminalità organizzata.

I protagonisti Ilenia Pastorelli e Claudio Santamaria in una scena del film

Una delle caratteristiche che salta subito all’occhio è il generale senso di disagio che traspare dal contesto romano, ma più in generale italiano, specchio di un’intera generazione. Ma di questo tratteremo più tardi.
La bravura tecnica di Mainetti è stata quella di ficcare nel calderone bollente elementi supereroistici, gangster all’italiana (alla maniera di Romanzo Criminale, Gomorra e Suburra), riferimenti ai cartoni giapponesi anni ’80, dramma e azione in un mix che fa centro. È interessante notare come abbia voluto capovolgere completamente gli stilemi che da diverso tempo attanagliano ogni superhero movie proveniente dagli Stati Uniti: l’eroe buono e giusto è un ladro misantropo e menefreghista, il villain è un pesce piccolo in un mare di squali ben più pericolosi e la spalla femminile impavida è una fragile e tenerissima ragazza con un passato infelice. Se consideriamo questi elementi in un’ambientazione drammatica come quella delle periferie prese sotto scacco dalla mafia, avremo un film che denuncia, intrattiene alla grande (con scene pulp come non se ne vedevano da tanto tempo) ed emoziona ancora meglio (grazie anche ad una grande sceneggiatura), come si può notare dal rapporto tra Enzo e Alessia, elemento chiave per la rinnovata coscienza “eroica” del nostro Jeeg.
L’incontro-scontro tra questi due personaggi non è solo una storia di evoluzione e riscatto, ma anche e soprattutto un connubio inaspettato di due facce della stessa medaglia. Enzo e Alessia sono entrambi, ognuno a proprio modo, delle personalità dimenticate, dei reietti.

A saltarci subito all’occhio, da questo punto di vista, è Alessia, costretta a vivere intrappolata in una stato emotivo e psichico irrimediabilmente danneggiato dalle violenze domestiche, ma che nel contempo crea per se stessa un’ancora di salvataggio grazie all’anime di Jeeg. Il suo isolamento, unito alla sua sensibilità e a questa sorta di regressione allo stato infantile post-traumatico, è senza dubbio l’elemento di congiunzione che riesce a far smuovere il protagonista dal proprio stato di apatia. Anche Enzo Ceccotti, infatti, è vittima di un immobilismo desolante, modellato su una routine di azioni che compie senza il minimo trasporto. I lavoretti criminali iniziati e terminati col broncio, i porno messi a tutto volume che Enzo guarda con freddezza senza masturbarsi, i vasetti di yogurt, il suo unico pasto, mangiato con voracità e senza neanche provare a gustarli. Non sarà un caso che il suo cambiamento comincerà proprio dalla visione dei dvd di Jeeg Robot d’Acciaio, lampante personificazione della stessa Alessia, grazie ai quali Enzo abbandona la comoda mediocrità della sua vita.

Il ritratto iniziale e finale del nostro Jeeg potrebbe non rappresentare una novità così imponente da far gridare al miracolo cinematografico, ma la statura assoluta del personaggio la si può cogliere in uno dei momenti più rilassati della seconda metà della pellicola, quando finalmente è l’aspetto sociale a rendersi protagonista.
In un momento di stallo, Enzo e Alessia si trovano costretti ad alloggiare in una camera di un hotel che sarà teatro del racconto della giovinezza di Enzo: un ragazzo nato e cresciuto tra gli anni 80 e 90 tra i clan e le sparatorie di Tor Bella Monaca, una giovinezza che la vita ha già indirizzato verso una piega di disillusione e di mera sopravvivenza.
Quella di Enzo Ceccotti è la storia di ogni anima di periferia italiana post-gentrificazione, un’anima le cui ispirazioni vengono tarpate da una società che non lascia altra scelta se non quella di sopravvivere senza alcuna speranza di migliorare.

Figlio di questo modus vivendi è anche il cattivo, Lo Zingaro, interpretato da uno straordinario Luca Marinelli. Anche lui, infatti, sceglie di seguire le regole violente della periferia criminale, cercando di farsi spazio in un mondo forse troppo grande per un figlio di papà cresciuto con i programmi di Maria De Filippi e il pop all’italiana. Eppure, quello di Marinelli è un personaggio carismatico nel suo essere folle; andando quasi di pari passo all’anti-eroe Enzo, lo Zingaro è una sorta di anti-antagonista, un reietto malvagio in un cosmo di gente malvagia.
Sia Enzo che lo Zingaro, in fin dei conti, rappresentano uno spaccato di generazione mediante gli iconici rimandi all’animazione giapponese da un lato, e i rimandi alla cultura pop italiana dall’altro.

Lo Zingaro (Luca Marinelli) è un villain abbastanza atipico…

Lo Chiamavano Jeeg Robot fece incetta di David di Donatello, tra gli altri miglior regista esordiante, migliori attori (sì, ogni categoria!), migliori effetti visivi, miglior montaggio, ma la sua altissima levatura è da ricercare anche altrove. Questo film ha aperto gli occhi ad una intera pletora di registri, produttori e spettatori, mostrando a tutti che un cinema supereoristico in Italia può camminare secondo i propri passi, che possiamo farlo senza dover necessariamente scopiazzare le ormai ridondante trovate statunitense (coff coff Il ragazzo invisibile), che il cinema italiano, anche da questo punto di vista, può avere molto da dire. D’altronde, non è forse vero che siamo stati proprio noi italiani a elevare il western made in USA ad un livello mai più raggiunto?

Il regista Gabrielo Mainetti con il David di Donatello come Miglior Regista Esordiente

Il futuro del cinema di genere in Italia rimane ancora una grossa incognita, ma come disse Alessandro Cattelan durante la premiazione di quell’edizione del David “se l’America è l’industria del cinema, l’Italia è l’artigianato”. Perché si sa, l’industriale produce tanti buoni prodotti a catena, ma l’artigiano ti modella una perla unica e irripetibile. E questa è la perla dell’artigiano Gabriele Mainetti.
Speriamo di doverne collezionare altre.

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Cinzella Festival: ritorna la mitica pecorella 0 261

L’Associazione Culturale AFO6 – Convertitori di idee in collaborazione con RADARConcerti e con il patrocinio di APULIA film Commission, annuncia i protagonisti del Cinzella Festival, il festival dedicato a musica e cinema che si terrà dal 17 al 20 agosto a Grottaglie (TA), nell’incantevole e unico scenario delle Cave di Fantiano, per la direzione artistica dell’attore Michele Riondino.

Cinzella è il festival dedicato alla musica e al cinema che lo scorso anno è diventato un autentico polo di attrazione artistica e culturale tra le splendide colline murgiane e i profondi lembi di mare della penisola jonico-salentina. Una scommessa vinta grazie a una line up di eccellenze musicali e alle rassegne cinematografiche d’autore legate a musica e arte. Questa nuova edizione avrà luogo alle Cave di Fantiano di Grottaglie, location dall’inestimabile valore paesaggistico, costellata di scenari mozzafiato: una ex cava di tufo ora divenuta un parco naturale dalle caratteristiche uniche, palcoscenico di eventi e manifestazioni culturali di rilievo nazionale. 

Cinzella Festival deve il suo nome a una figura molto nota alla cultura popolare tarantina. Cinzella, infatti, è stata una celebre “accompagnatrice” di uomini e di adolescenti, una donna così speciale da rimanere impressa nella memoria collettiva. Il logo del festival è la pecora, un tributo a un fatto di cronaca legato alla prima culla del festival, la Masseria Carmine di Taranto, divenuto simbolo dell’inquinamento dopo che, tra il 2008 e il 2010, sono stati abbattuti 600 ovini contaminati dalla diossina. Proprio lì, nel 2017, è nato il Cinzella Festival, in una splendida masseria persa in una valle di ulivi e diventata la speranza di una rinascita, di una “ventata” di cambiamento per la città e per l’intera provincia.

17 AGOSTO – BATTLES, I HATE MY VILLAGE, DIGITALISM dj set

BATTLES, ovvero la Networked Band: un progetto capace di combinare arte, sperimentazione e tecnologia nella musica, in un’unica esclusiva data italiana per presentare in anteprima il nuovo album in uscita in autunno per Warp Records. Nato nel 2002 dalle menti del batterista John Stanier (Helmet e Tomahawk), del chitarrista e tastierista Ian Williams (Don Caballero e Storm & Stress) e del chitarrista David Konopka (Lynx), il (super)gruppo unisce avanzi prog al rock più sperimentale, per sonorità segnate dall’era post industriale e computerizzata.

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Battles

Gli special guest della serata saranno gli I HATE MY VILLAGE. Fabio Rondanini (batteria di Calibro 35, Afterhours) e Adriano Viterbini (chitarra di Bud Spencer Blues Explosion e molti altri) presentano questo loro nuovo progetto che testimonia l’amore viscerale dei due per la musica africanaun amore nato sui palchi – accompagnando maestri quali Bombino e Rokia Traoré – e poi cresciuto in sala prove con la curiosità di chi ha costantemente voglia di contaminarsi e divertirsi nell’ampliare il proprio orizzonte. Alberto Ferrari (Verdena) si inserisce con la sua inconfondibile vocalità donando all’amalgama strumentale un ulteriore elemento capace di unire mondi – apparentemente lontani – che in I Hate My Village sembrano coesistere da sempre.

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I Hate My Village

Seguirà DIGITALISM dj set, i re del clubbing mondiale fin dalla fondazione nel 2004, in console per chiudere all’insegna delle danze la serata di inaugurazione del Cinzella Festival.

18 AGOSTO – WHITE LIES, MARLENE KUNTZ

White Lies presenteranno dal vivo il nuovo album Five, uscito il 1° febbraio per PIAS Recordings, che festeggia i dieci anni della band. Il disco vede un’energia rinnovata nella creatività del trio londinese, ancora una volta capace di allargare i suoi territori sonori dall’electro rock al synth pop. Il risultato è un album importante e ambizioso, che segna il capitolo più maturo della discografia dei White Lies, nei testi e nella sperimentazione musicale.

Marlene Kuntz festeggeranno sia i trent’anni di attività che il ventennale del loro terzo disco Ho Ucciso ParanoiaUn viaggio a ritroso ricco di emozioni che per qualcuno potranno anche trasformarsi in nostalgia, ma densa di vitalità positiva e rigenerante: lo faranno con 10 concerti doppi (da cui 30-20-10MK al quadrato), un primo tutto acustico e un secondo elettrico, per un totale di quasi tre ore di spettacolo. 

“Abbiamo deciso di portare avanti l’esperimento fatto lo scorso ottobre a Milano, quando un pubblico attento ed emozionato ci seguì in queste due nostre dimensioni. Allora fu un esperimento, ora sarà una conferma, assecondando il desiderio di portare in giro per l’Italia la doppia anima che è insita nel nostro stesso nome.”

(Marlene Kuntz)
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19 AGOSTO – AFTERHOURS

A sorpresa, dopo poco più di un anno dalla memorabile e ormai storica data del 10 Aprile 2018 al Forum di Assago da cui, lo ricordiamo, è stato tratto un CD/DVD live dal titolo “NOI SIAMO AFTERHOURS” la band capitanata da MANUEL AGNELLI ha recentemente annunciato la partecipazione al Sonic Park Festival di Bologna, il 18 Luglio. Oggi, a distanza di qualche settimana, gli Afterhours ci sorprendono di nuovo dando notizia di una seconda, ultima ed esclusiva data per il 2019.
Saranno le sole due opportunità per vedere su un palco la band milanese che ha scelto, dopo il Forum, di prendersi un lungo periodo di lontananza dalle scene.
La location scelta è il Cinzella Festival di Grottaglie (TA) nell’incantevole scenario delle Cave di Fantiano, e la data è fissata per il 19 Agosto.

“Abbiamo scelto Taranto perchè negli ultimi anni ci siamo particolarmente legati a questa città. Taranto vive di grandi contraddizioni ma negli ultimi anni grazie anche al lavoro di molti artisti ed operatori culturali liberi si sta rilanciando alla grande e noi siamo felici di fare parte in qualche modo di questo rilancio”, dice la band. “Ci sembrava inoltre un gesto rispettoso e affettuoso nei confronti di tutti i fan del sud Italia che avranno così modo di vederci dal vivo dopo un lungo periodo di assenza”.

(Afterhours)
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20 AGOSTO – FRANZ FERDINAND

Pietra miliare dell’indie pop, Franz Ferdinand hanno pubblicato il 9 febbraio 2018 Always Ascending.
Prodotto da Philippe Zdar dei Cassius
, il disco rinnova ma non tradisce le radici indie pop/rock dei FF e fa innamorare di sé pubblico e critica.  “Always Ascending is, everywhere you look, a record driven by vim, vigour and ideas, and plenty of Kapranos’ idiosyncratic way with a lyric.” (NME) Always Ascending è solo l’ultimo tassello di una carriera iniziata con l’indimenticabile esordio discografico Franz Ferdinand (2004) che ha portato la band a essere considerata oggi un’istituzione della musica alternative e uno dei progetti più illuminanti del nuovo millennio musicale

Come ogni anno, il Cinzella avrà poi una sezione dedicata al cinema d’autore. Verranno presto annunciati nuovi nomi in cartellone musica. Per info e aggiornamenti vi rimandiamo alla pagina Facebook e Instagram dell’evento.

Woodstock 50: storia di un fallimento annunciato 0 449

Il concerto celebrativo per i cinquant’anni di Woodstock non si farà. Almeno così sembrerebbe, stando all’annuncio rilasciato lo scorso 29 aprile dalla Dentsu Aegis Network, società organizzatrice del festival. Problemi logistici e di sicurezza alla base dell’inaspettato dietro front che tanto sta facendo discutere. Soprattutto perché Micheal Lang, storico ideatore dell’evento originale, aveva annunciato già da qualche mese quella che sarebbe stata la line-up definitiva: ad alcuni veterani del 1969 (Santana, David Crosby, John Fogerty) si sarebbero aggiunti esponenti dell’alternative rock (The Black Keys, The Killers, Greta Van Fleet) e del pop contemporaneo (Imagine Dragons, Miley Cyrus, Jay-Z). E poco importa se, come sembra, 30 milioni di dollari fossero stati già investiti e molti degli artisti pagati. La Dentsu non finanzierà più Woodstock 50, perché «non ritiene che la produzione del festival possa essere eseguita come un evento meritevole del nome che porta».

Verrebbe, a questo punto, da chiedersi se il vero motivo di questa improvvisa ritirata sia davvero da ricercare, come trapelato, in problemi burocratici di permessi non ottenuti e di sicurezza pubblica (il concerto era stato programmato a Watkins Glen, nei pressi della location del festival originario), o altrove. Come, ad esempio, nella scarsa attrattiva della line-up di un festival evidentemente privo di quello stesso spirito dirompente che nel ’69 lo aveva portato a scrivere alcune delle pagine più importanti della storia della musica. Diversi i tempi, diverso il contesto socio-culturale, diversi gli artisti, verrebbe da pensare.

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È chiaro che ricercare in un evento di questo tipo un’essenza diversa da quella della più classica delle operazioni nostalgia (e, perché no, anche commerciali) risulterebbe pretestuoso. Woodstock, per ovvi motivi, non può avere nel 2019 lo stesso significato politico-ideologico che ebbe per i giovani di cinquant’anni fa. Tantomeno la stessa rilevanza mediatica. Verrebbe, dunque, da interrogarsi sull’effettiva necessità di un evento dalla natura inevitabilmente anacronistica e, per questo, dalla pericolosa riuscita.

Dall’altro lato, si potrebbe dire che il cinquantesimo anniversario di un evento di simile calibro capiti una volta soltanto e che, pertanto, valga la pena celebrarlo. Purché lo si faccia nel migliore dei modi possibili. L’impressione è che la Dentsu non abbia tutti i torti quando parla di «festival non meritevole del nome che porta». E non tanto per la presenza di popstar e rapper tra gli headliner selezionati per le serate dal 16 al 18 agosto (sarebbe impensabile non tener conto delle attuali tendenze musicali, in favore di un improbabile revival nostalgico all’insegna dell’egemonia del rock), ma di nomi poco capaci di suscitare un adeguato entusiasmo tra il pubblico. Fatte le dovute – minime – eccezioni, la scaletta di Lang ha avuto il demerito di affiancare artisti ormai superati (per quanto storicamente rilevanti) ad altri solo sulla carta commerciali, ma di fatto non più di richiamo (si pensi ad Akon o alla stessa Miley Cyrus). Il risultato? Una scaletta trascurabile e incoerente: in altre parole, un fallimento annunciato.

woodstock 50 annullato blunote music
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La Dentsu ha deciso di staccare la spina, tuttavia la prognosi rimane riservata. Con l’aspettativa che, nei giorni a seguire, potremo conoscere meglio il destino di un festival che ormai sembra destinato a non farsi. E se la prospettiva era quella di passare dall’immagine di Jimi Hendrix, che con le dissonanti distorsioni della sua leggendaria Stratocaster bianca distruggeva e disintegrava l’inno degli Stati Uniti d’America nel pieno di una guerra tanto controversa quanto contestata, a quella di una folla danzante sulle note di Party in the USA, forse non ci dispereremo troppo.

Francesco Carrieri

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