Il lascito di Jeeg 0 448

Il 25 febbraio, appena due anni fa, usciva Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti. Poco più di due anni dopo mi ritrovo qui quasi costretto dalla mia coscienza a buttarci giù un paio di pensieri. Perché? Perché c’è ancora da dire; perché questo film ha cambiato e continua a cambiare il modo di approcciarsi al cinema in Italia; perché è riuscito in pochissimo tempo a diventare un cult cinematografico e, aggiungo, personale.

La trama, ormai, la conosciamo tutti ma, poiché mi piace usare citazioni latine non richieste per sembrare colto, ripetita iuvant.
Il nostro Jeeg è Enzo Ceccotti (Claudio Santamaria), uno sprovveduto ladruncolo che campa con uno scippo qua e là e che, dopo essersi immerso nel Tevere e aver scoperto un barile di scorie radioattive – modo ironico per parlare del degrado ambientale del fiume, non trovate?-, riceve una forza e una resistenza sovrumane. In tutto questo dovrà vedersela con lo Zingaro (Luca Marinelli), un folle criminale che brama di diventare un pezzo grosso della malavita capitolina e che vede in Enzo colui il quale gli metterebbe il bastone fra le ruote. Ma come in ogni film supereroistico che si rispetti c’è anche la principessa: si tratta di Alessia (Ilenia Pastorelli) vicina di casa psicolabile di Enzo ossessionata dall’anime “Jeeg Robot d’acciaio” che, una volta visti i poteri del ladruncolo, gli dà il soprannome di Hiroshi Shiba, come il protagonista del cartone animato. A fare da cornice alla storia è la difficile e tremendamente reale situazione di Tor Bella Monaca, quartiere periferico di Roma dove a governare è la criminalità organizzata.

I protagonisti Ilenia Pastorelli e Claudio Santamaria in una scena del film

Una delle caratteristiche che salta subito all’occhio è il generale senso di disagio che traspare dal contesto romano, ma più in generale italiano, specchio di un’intera generazione. Ma di questo tratteremo più tardi.
La bravura tecnica di Mainetti è stata quella di ficcare nel calderone bollente elementi supereroistici, gangster all’italiana (alla maniera di Romanzo Criminale, Gomorra e Suburra), riferimenti ai cartoni giapponesi anni ’80, dramma e azione in un mix che fa centro. È interessante notare come abbia voluto capovolgere completamente gli stilemi che da diverso tempo attanagliano ogni superhero movie proveniente dagli Stati Uniti: l’eroe buono e giusto è un ladro misantropo e menefreghista, il villain è un pesce piccolo in un mare di squali ben più pericolosi e la spalla femminile impavida è una fragile e tenerissima ragazza con un passato infelice. Se consideriamo questi elementi in un’ambientazione drammatica come quella delle periferie prese sotto scacco dalla mafia, avremo un film che denuncia, intrattiene alla grande (con scene pulp come non se ne vedevano da tanto tempo) ed emoziona ancora meglio (grazie anche ad una grande sceneggiatura), come si può notare dal rapporto tra Enzo e Alessia, elemento chiave per la rinnovata coscienza “eroica” del nostro Jeeg.
L’incontro-scontro tra questi due personaggi non è solo una storia di evoluzione e riscatto, ma anche e soprattutto un connubio inaspettato di due facce della stessa medaglia. Enzo e Alessia sono entrambi, ognuno a proprio modo, delle personalità dimenticate, dei reietti.

A saltarci subito all’occhio, da questo punto di vista, è Alessia, costretta a vivere intrappolata in una stato emotivo e psichico irrimediabilmente danneggiato dalle violenze domestiche, ma che nel contempo crea per se stessa un’ancora di salvataggio grazie all’anime di Jeeg. Il suo isolamento, unito alla sua sensibilità e a questa sorta di regressione allo stato infantile post-traumatico, è senza dubbio l’elemento di congiunzione che riesce a far smuovere il protagonista dal proprio stato di apatia. Anche Enzo Ceccotti, infatti, è vittima di un immobilismo desolante, modellato su una routine di azioni che compie senza il minimo trasporto. I lavoretti criminali iniziati e terminati col broncio, i porno messi a tutto volume che Enzo guarda con freddezza senza masturbarsi, i vasetti di yogurt, il suo unico pasto, mangiato con voracità e senza neanche provare a gustarli. Non sarà un caso che il suo cambiamento comincerà proprio dalla visione dei dvd di Jeeg Robot d’Acciaio, lampante personificazione della stessa Alessia, grazie ai quali Enzo abbandona la comoda mediocrità della sua vita.

Il ritratto iniziale e finale del nostro Jeeg potrebbe non rappresentare una novità così imponente da far gridare al miracolo cinematografico, ma la statura assoluta del personaggio la si può cogliere in uno dei momenti più rilassati della seconda metà della pellicola, quando finalmente è l’aspetto sociale a rendersi protagonista.
In un momento di stallo, Enzo e Alessia si trovano costretti ad alloggiare in una camera di un hotel che sarà teatro del racconto della giovinezza di Enzo: un ragazzo nato e cresciuto tra gli anni 80 e 90 tra i clan e le sparatorie di Tor Bella Monaca, una giovinezza che la vita ha già indirizzato verso una piega di disillusione e di mera sopravvivenza.
Quella di Enzo Ceccotti è la storia di ogni anima di periferia italiana post-gentrificazione, un’anima le cui ispirazioni vengono tarpate da una società che non lascia altra scelta se non quella di sopravvivere senza alcuna speranza di migliorare.

Figlio di questo modus vivendi è anche il cattivo, Lo Zingaro, interpretato da uno straordinario Luca Marinelli. Anche lui, infatti, sceglie di seguire le regole violente della periferia criminale, cercando di farsi spazio in un mondo forse troppo grande per un figlio di papà cresciuto con i programmi di Maria De Filippi e il pop all’italiana. Eppure, quello di Marinelli è un personaggio carismatico nel suo essere folle; andando quasi di pari passo all’anti-eroe Enzo, lo Zingaro è una sorta di anti-antagonista, un reietto malvagio in un cosmo di gente malvagia.
Sia Enzo che lo Zingaro, in fin dei conti, rappresentano uno spaccato di generazione mediante gli iconici rimandi all’animazione giapponese da un lato, e i rimandi alla cultura pop italiana dall’altro.

Lo Zingaro (Luca Marinelli) è un villain abbastanza atipico…

Lo Chiamavano Jeeg Robot fece incetta di David di Donatello, tra gli altri miglior regista esordiante, migliori attori (sì, ogni categoria!), migliori effetti visivi, miglior montaggio, ma la sua altissima levatura è da ricercare anche altrove. Questo film ha aperto gli occhi ad una intera pletora di registri, produttori e spettatori, mostrando a tutti che un cinema supereoristico in Italia può camminare secondo i propri passi, che possiamo farlo senza dover necessariamente scopiazzare le ormai ridondante trovate statunitense (coff coff Il ragazzo invisibile), che il cinema italiano, anche da questo punto di vista, può avere molto da dire. D’altronde, non è forse vero che siamo stati proprio noi italiani a elevare il western made in USA ad un livello mai più raggiunto?

Il regista Gabrielo Mainetti con il David di Donatello come Miglior Regista Esordiente

Il futuro del cinema di genere in Italia rimane ancora una grossa incognita, ma come disse Alessandro Cattelan durante la premiazione di quell’edizione del David “se l’America è l’industria del cinema, l’Italia è l’artigianato”. Perché si sa, l’industriale produce tanti buoni prodotti a catena, ma l’artigiano ti modella una perla unica e irripetibile. E questa è la perla dell’artigiano Gabriele Mainetti.
Speriamo di doverne collezionare altre.

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“L’uomo che uccise Don Chisciotte”, o il coraggio di inseguire i propri sogni 0 434

“Don Chisciotte vive!”. In quanti ci avrebbero scommesso?

Già, perché dopo 29 anni di tentativi e di fallimenti (uno dei più incredibili casi di development hell nella storia del cinema) sembrava proprio non fosse destino per il “film maledetto” di Terry Gilliam. Ma, a dispetto di alluvioni e malattie, cambi di produzione e problemi finanziari (come in parte raccontato dal bellissimo documentario del 2002, “Lost in La Mancha”), il regista di Minneapolis, che in totale allineamento col proprio protagonista non ha mai smesso di inseguire mulini a vento, ha infine vinto la sua stessa ossessione. E così “L’uomo che uccise Don Chisciotte”, già presentato in anteprima lo scorso maggio al Festival di Cannes 2018 – non prima che l’ennesimo inconveniente (la diatriba legale con il produttore Paulo Branco) ne impedisse la partecipazione al concorso –, da qualche giorno è arrivato anche nelle nostre sale.

La trama, malgrado il lunghissimo periodo di gestazione, è rimasta abbastanza fedele allo script originale.

Toby (Adam Driver) è un giovane e talentuoso regista pubblicitario che si trova in Spagna per girare uno spot con protagonista Don Chischotte. Insoddisfatto per i risultati e infastidito da adulazioni della troupe e avanches della moglie del suo capo, il demotivato regista s’imbatte nel dvd di un film amatoriale da lui stesso girato, molti anni prima, proprio in quei luoghi. Protagonista del film: sempre Don Chischotte. Investito dai ricordi, Toby decide di lasciare il set per cercare Los Sueños (questo l’indicativo nome del paesino), con la speranza di ritrovare ispirazione per lo spot, oltre che entusiasmo e amore per il proprio lavoro. Una volta raggiunto il villaggio, però, si accorge di come quel film abbia distrutto le vite di coloro che ne avevano preso parte. Dalla bella Angelica (Joana Ribeiro) – della quale Toby si era invaghito ai tempi delle riprese –, partita per Madrid con l’obiettivo di diventare attrice e ritrovatasi a fare da escort a spietati miliardari, all’anziano calzolaio Javier (Jonathan Pryce), convintosi di essere a tutti gli effetti il cavaliere errante che era stato chiamato a interpretare: entrambi caduti vittime delle illusioni generate da una pellicola “maledetta” (vi ricorda qualcosa?). Ed è proprio in seguito all’incontro con il vecchio pazzo che Toby, scambiato per il fedele scudiero di Don Chischotte Sancho Panza, s’imbarcherà in un folle viaggio che, tra bizzarrie e allucinazioni, trascinerà il disincantato regista in una realtà magica e illusoria.

In questo modo Gilliam afferra per mano lo spettatore e lo catapulta nel suo stralunato reame immaginifico. Territorio nel quale realtà e immaginazione convivono simbioticamente, alternandosi e confondendosi in maniera sempre più ambigua. Che si tratti di deliranti allucinazioni dovute al consumo di sostanze psicotrope, di misteriosi mondi immaginari raggiungibili tramite l’utilizzo di uno specchio magico, di realtà virtuali generate da ipertecnologiche reti neurali o di favolistiche visioni di un senzatetto dal passato travagliato, non c’è film del visionario regista anglo-statunitense che non presenti una progressiva deformazione della realtà e una consequenziale discesa nell’onirico.

Come nel romanzo di Cervantes il protagonista, a furia di leggere romanzi di epica cavalleresca, si convince di essere un paladino medievale, così Javier, nello studiare il copione del film giovanile di Toby, si persuade di essere Don Chischotte. Una romantica illusione all’interno della quale verrà ben presto trascinato anche il cinico Toby, un Sancho Panza sui generis. Perché forse, come vorrebbe la trama dei più classici dei romanzi picareschi, ci sarà davvero una fanciulla in pericolo da salvare. Non dalle grinfie di mostruosi giganti, ma da quelle di un terribile magnate russo. Perché forse, come dirà lo stesso Javier, Don Chischotte ­non può morire. Ci sarà sempre un cocciuto e folle sognatore che ne indosserà i panni.

“L’uomo che uccise Don Chischotte” non è soltanto un’incantevole commedia dallo straordinario potere visivo, “l’uomo che uccise Don Chischotte” è Terry Gilliam all’ennesima potenza. È un vero e proprio compendio, per estetica e tematiche, del cinema del Maestro di Minneapolis. Un’opera che non solo incontrerà il favore dei fan del regista, ma anche di tutti coloro che hanno seguito la travagliata storia di questa pellicola.

Già, perché, a ben vedere, “L’uomo che uccise Don Chischotte” è un film sul film. È un film che parla di se stesso, della propria storia. Ed è ironico pensare a quanto il soggetto – scritto chiaramente prima che Gilliam potesse sapere a quali vicissitudini sarebbe andato incontro – si adatti perfettamente alle vicende accadute nella realtà. L’ex Monty Phyton si diverte a inserire diverse allusioni meta-testuali (esilarante il riferimento alla pioggia in una delle scene finali), senza dimenticare di toccare – anche se in maniera solo incidentale – tematiche attuali come la psicosi incontrollata che il mondo occidentale vive nei confronti del pericolo terrorismo.

È inoltre inevitabile, in un’opera così fortemente autoreferenziale, tracciare dei parallelismi tra il personaggio di Toby e lo stesso Gilliam. In quest’ottica si può notare come il regista abbia voluto prendersi una bella rivincita nei confronti di produttori e industria cinematografica, messi costantemente alla berlina e ritratti in maniera poco edificante. Il tutto senza mostrare un eccesso di indulgenza nei confronti della propria controparte filmica. Perché Gilliam, al povero Toby, gliene fa capitare di tutti i colori. Lo strapazza e lo sconquassa, gettandolo in un’esasperante odissea dai risvolti grotteschi. E forse lo fa proprio per ironizzare sullo sfortunato periodo da lui vissuto durante la preparazione del film (e, in questo modo, esorcizzarlo).

In tutto questo, non passano certamente in secondo piano le gigantesche performances di Adam Driver (convincentissimo, a dispetto di quanto si potesse pensare, nelle vesti comiche di un personaggio che inizialmente era stato pensato per Johnny Depp) e del magnifico Jonathan Pryce (che proprio da Terry Gilliam fu lanciato nel 1985 in quel capolavoro senza tempo che risponde al nome di “Brazil”).

In definitiva, al netto di un paio di difetti, quali una parte iniziale non troppo fluida e una durata leggermente eccessiva, “L’uomo che uccise Don Chiscotte” è un film da non perdere. Un film la cui stessa esistenza è testimonianza concreta del messaggio che vuole comunicare. Un film che ci esorta a essere folli, a essere sognatori.

È Terry Gilliam l’uomo che ha ucciso Don Chischotte, dopo 29 anni ci è finalmente riuscito. E, nel farlo, ci ha regalato il suo meraviglioso testamento filmico.

“Il sacrificio del cervo sacro”, il dramma disturbante che affonda le radici nella tragedia greca 0 600

A tre anni di distanza dall’acclamato The Lobster(2015), Yorgos Lanthimos torna in sala con il suo ultimo lavoro: “Il sacrificio del cervo sacro” (The Killing of a Sacred Deer”). E si tratta di un ritorno in grande stile per il mai banale cineasta ellenico che, con il tanto ambizioso quanto affascinante proposito di unire tragedia greca ed arthouse cinema, confeziona un film che tanto sta facendo parlare di sé.

Già vincitore della Palma d’Oro per la migliore sceneggiatura al Festival di Cannes 2017, “Il sacrificio del cervo sacro” rappresenta infatti un riuscito connubio tra modernità e classicità. Euripide che incontra Buñuel, Kubrick e Haneke: una premessa folle ma allo stesso tempo assolutamente intrigante. Il tutto senza “sacrificare” i principali tratti stilistici del cinema del regista greco, che ritornano puntuali in quello che potremmo definire un perturbante dramma psicologico, che riprende alcuni dei più ricorrenti tòpoi letterari della tragedia greca per riproporli in chiave contemporanea.

Un film sicuramente destinato a dividere il pubblico: c’è chi amerà le sue atmosfere ansiogene, le sue immagini disturbanti, la sua straniante tendenza a costruire una tensione apparentemente non giustificata dall’effettivo sviluppo della trama (in questo Lanthimos si dimostra degno allievo di David Lynch). Così come c’è chi non apprezzerà i suoi ritmi estenuanti, non accetterà la dimensione surreale del racconto o più semplicemente non ne comprenderà i contenuti.

Quel che è certo è che “Il sacrificio del cervo sacro” è un film che sa scavare nei recessi più reconditi dell’animo umano, fino a scoprire le tenebre che vi albergano in profondità. Un film che mette in mostra un’umanità fredda, distaccata, anaffettiva, asettica tanto quanto le ambientazioni nelle quali si sviluppa la vicenda (la lussuosa casa della famiglia protagonista e l’ospedale in cui i genitori della stessa lavorano). Un film che gioca a decostruire i legami interpersonali di una famiglia borghese, devastandola dall’interno e privandola di quelle maschere di bonomia e rettitudine che, in realtà, celano una natura mostruosa e improntata all’istinto di sopravvivenza.

Alla luce di ciò, risulterebbe sin troppo facile dire che Lanthimos abbia recepito e assimilato alla perfezione la lezione impartita da maestri del calibro di Luis Buñuel e Micheal Haneke, che più di tutti si sono fatti promotori di queste tematiche con il loro cinema. Inoltre, se del primo Lanthimos condivide l’approccio surrealista, del secondo, in questo film, il regista greco sembra aver voluto addirittura citare un’importante sequenza del celebre “Funny Games”.

La famiglia borghese che verrà devastata da un’inesorabile “giustizia divina” è quella di Steven Murphy (Colin Farrell), uno stimato cardio chirurgo con un passato da alcolista. Steven conduce, insieme all’affascinante moglie Anna (Nicole Kidman) – anch’ella dottoressa – e ai due figli adolescenti Kim e Bob, una vita agiata e apparentemente tranquilla. Almeno fino a quando non decide di invitare a casa Martin (Barry Keoghan), un misterioso ragazzo con il quale da tempo intrattiene un rapporto dalla natura non specificata. Il ragazzo impiega poco tempo per entrare nelle grazie degli altri componenti della famiglia. Soprattutto in quelle di Kim, che finisce subito per innamorarsi di lui. Ben presto il comportamento di Martin, che si scopre essere il figlio di un paziente avuto in cura da Steven e morto sotto i ferri durante un’operazione da lui condotta, si farà sempre più inquietante ed invadente. Fino a quando un morbo inspiegabile si abbatterà su Bob prima e Kim poi. Un morbo che, stando a quanto un Martin sadicamente compiaciuto rivelerà a Steven, presto colpirà anche Anna. L’incurabile malattia ha un decorso rapido e inesorabilmente fatale. Steven verrà dunque messo di fronte a una scelta diabolica da Martin: l’unico modo per fermare il progredire della malattia sarà sacrificare uno dei tre famigliari, in modo da guarire definitivamente gli altri due e salvarli da morte certa.

Ed ecco che lo spettatore si ritrova invischiato in una vera e propria tragedia greca (con tanto di coro) camuffata da thriller. Lanthimos, omaggiando e recuperando la tradizione del suo Paese, riprende stilemi tragici classici quali il tema dell’espiazione delle colpe dei padri che ricadono sui loro figli, del sacrificio a soddisfacimento di un Dio crudele e sanguinario, dell’inesorabilità di un fato incontrollabile per gli uomini e di una giustizia primordiale concepita come retribuzione (occhio per occhio, dente per dente). Nello specifico, a essere citata a più riprese (in un’occasione addirittura in maniera testuale) è l’Ifigenia in Aulide di Euripide, nella quale la dea Artemide chiede ad Agamennone di sacrificare in suo onore la figlia Ifigenia, al fine di calmare una tempesta e permettere all’esercito Greco di raggiungere Troia.

Allo stesso modo Steven, colpevole della morte del padre di Martin per via dei problemi di alcolismo che lo portarono ad operarlo in stato di ebbrezza, dovrà scegliere quale dei suoi famigliari sacrificare per salvare la vita degli altri due.

E qui Lanthimos si diverte a frantumare il microcosmo famigliare, lanciando i suoi membri in una deviata competizione che offre in premio la sopravvivenza. Dimenticando qualsiasi affetto e legame parentale Anna e i suoi due figli proveranno a ingraziarsi Steven, per far sì che la scelta finale di quest’ultimo non ricada su di loro. Da qui verrà fuori tutta la disumanità, il cinismo, l’egoismo, l’istinto di autoconservazione di personaggi con i quali, in fin dei conti, riesce difficile empatizzare e condividere il tormento per il dramma che stanno vivendo. Sicuramente non per un padre che non ammette le sue colpe e non accetta il peso delle sue responsabilità (neanche una volta chiede a Martin di uccidere lui – unico vero responsabile dell’ira vendicativa del ragazzo ­– e lasciare in pace moglie e figli, del tutto estranei alla vicenda). Neanche per una madre che arriverà addirittura a suggerire al marito di risparmiarla poiché, in quanto donna ancora fertile, potrà sempre “rimediare” alla perdita di uno dei due figli.

A fornirci uno spaccato ancor più evidente di questo mondo freddo e anaffettivo (dove persino i rapporti sessuali assumono dei connotati perversamente vicini alla necrofilia) ci pensa la recitazione distaccata e talvolta quasi inespressiva dei bravissimi attori coinvolti. Colin Farrell (che già aveva lavorato con Lanthimos in “The Lobster”) riesce a rendere alla perfezione l’inadeguatezza di un uomo incapace di venire a patti con se stesso e con le sue colpe, finendo per rimediare in modo goffo e inefficace alle conseguenze da queste scaturenti (la maniera in cui tenta di occuparsi di Martin nella prima parte del film o quella con la quale affronta la malattia dei figli nella seconda). Strepitosi anche la Kidman, come sempre a suo agio in ruoli di donne orgogliosamente altezzose e cinicamente algide, e il giovane Barry Keoghan, estremamente convincente nella parte del problematico Martin.

A corollario di quanto detto, come non soffermarsi sulla chirurgica regia di Lanthimos che, anche grazie al sapiente utilizzo di una colonna sonora da brividi, riesce a tenere alto l’interesse dello spettatore, mantenendolo in bilico in una condizione di costante ansia e attesa? La simmetria geometrica delle inquadrature e l’utilizzo sapiente di grandangoli, carrelli e zoom-in non può non riportare alla mente lo stile registico di Kubrick (tra l’altro, a conferma del potere visivo del Cinema dell’artista inglese, ogni volta che la Kidman si aggira in déshabillé di fronte a uno specchio risulta impossibile non ripensare alla celeberrima scena di “Eyes Wide Shut”). Ovviamente Lanthimos ci mette anche del suo, con disturbanti close-up di toraci spalancati e vertiginose inquadrature a strapiombo dall’alto, che procurano un voluto senso di vertigine e smarrimento in uno spettatore lasciato in balia dell’impatto scombussolante delle immagini che gli vengono presentate.

Un cinema viscerale quello di Lanthimos, che in questo suo ultimo lavoro arriva anche ad allinearsi a una maggiore fruibilità, grazie anche ai toni da thriller e all’utilizzo di un cast di stelle di Hollywood. In definitiva “Il sacrificio del cervo sacro” è uno dei film più interessanti di questa stagione cinematografica, nonché una gradita conferma per uno degli autori più intriganti e talentuosi attualmente in circolazione.

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