Il lascito di Jeeg 0 503

Il 25 febbraio, appena due anni fa, usciva Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti. Poco più di due anni dopo mi ritrovo qui quasi costretto dalla mia coscienza a buttarci giù un paio di pensieri. Perché? Perché c’è ancora da dire; perché questo film ha cambiato e continua a cambiare il modo di approcciarsi al cinema in Italia; perché è riuscito in pochissimo tempo a diventare un cult cinematografico e, aggiungo, personale.

La trama, ormai, la conosciamo tutti ma, poiché mi piace usare citazioni latine non richieste per sembrare colto, ripetita iuvant.
Il nostro Jeeg è Enzo Ceccotti (Claudio Santamaria), uno sprovveduto ladruncolo che campa con uno scippo qua e là e che, dopo essersi immerso nel Tevere e aver scoperto un barile di scorie radioattive – modo ironico per parlare del degrado ambientale del fiume, non trovate?-, riceve una forza e una resistenza sovrumane. In tutto questo dovrà vedersela con lo Zingaro (Luca Marinelli), un folle criminale che brama di diventare un pezzo grosso della malavita capitolina e che vede in Enzo colui il quale gli metterebbe il bastone fra le ruote. Ma come in ogni film supereroistico che si rispetti c’è anche la principessa: si tratta di Alessia (Ilenia Pastorelli) vicina di casa psicolabile di Enzo ossessionata dall’anime “Jeeg Robot d’acciaio” che, una volta visti i poteri del ladruncolo, gli dà il soprannome di Hiroshi Shiba, come il protagonista del cartone animato. A fare da cornice alla storia è la difficile e tremendamente reale situazione di Tor Bella Monaca, quartiere periferico di Roma dove a governare è la criminalità organizzata.

I protagonisti Ilenia Pastorelli e Claudio Santamaria in una scena del film

Una delle caratteristiche che salta subito all’occhio è il generale senso di disagio che traspare dal contesto romano, ma più in generale italiano, specchio di un’intera generazione. Ma di questo tratteremo più tardi.
La bravura tecnica di Mainetti è stata quella di ficcare nel calderone bollente elementi supereroistici, gangster all’italiana (alla maniera di Romanzo Criminale, Gomorra e Suburra), riferimenti ai cartoni giapponesi anni ’80, dramma e azione in un mix che fa centro. È interessante notare come abbia voluto capovolgere completamente gli stilemi che da diverso tempo attanagliano ogni superhero movie proveniente dagli Stati Uniti: l’eroe buono e giusto è un ladro misantropo e menefreghista, il villain è un pesce piccolo in un mare di squali ben più pericolosi e la spalla femminile impavida è una fragile e tenerissima ragazza con un passato infelice. Se consideriamo questi elementi in un’ambientazione drammatica come quella delle periferie prese sotto scacco dalla mafia, avremo un film che denuncia, intrattiene alla grande (con scene pulp come non se ne vedevano da tanto tempo) ed emoziona ancora meglio (grazie anche ad una grande sceneggiatura), come si può notare dal rapporto tra Enzo e Alessia, elemento chiave per la rinnovata coscienza “eroica” del nostro Jeeg.
L’incontro-scontro tra questi due personaggi non è solo una storia di evoluzione e riscatto, ma anche e soprattutto un connubio inaspettato di due facce della stessa medaglia. Enzo e Alessia sono entrambi, ognuno a proprio modo, delle personalità dimenticate, dei reietti.

A saltarci subito all’occhio, da questo punto di vista, è Alessia, costretta a vivere intrappolata in una stato emotivo e psichico irrimediabilmente danneggiato dalle violenze domestiche, ma che nel contempo crea per se stessa un’ancora di salvataggio grazie all’anime di Jeeg. Il suo isolamento, unito alla sua sensibilità e a questa sorta di regressione allo stato infantile post-traumatico, è senza dubbio l’elemento di congiunzione che riesce a far smuovere il protagonista dal proprio stato di apatia. Anche Enzo Ceccotti, infatti, è vittima di un immobilismo desolante, modellato su una routine di azioni che compie senza il minimo trasporto. I lavoretti criminali iniziati e terminati col broncio, i porno messi a tutto volume che Enzo guarda con freddezza senza masturbarsi, i vasetti di yogurt, il suo unico pasto, mangiato con voracità e senza neanche provare a gustarli. Non sarà un caso che il suo cambiamento comincerà proprio dalla visione dei dvd di Jeeg Robot d’Acciaio, lampante personificazione della stessa Alessia, grazie ai quali Enzo abbandona la comoda mediocrità della sua vita.

Il ritratto iniziale e finale del nostro Jeeg potrebbe non rappresentare una novità così imponente da far gridare al miracolo cinematografico, ma la statura assoluta del personaggio la si può cogliere in uno dei momenti più rilassati della seconda metà della pellicola, quando finalmente è l’aspetto sociale a rendersi protagonista.
In un momento di stallo, Enzo e Alessia si trovano costretti ad alloggiare in una camera di un hotel che sarà teatro del racconto della giovinezza di Enzo: un ragazzo nato e cresciuto tra gli anni 80 e 90 tra i clan e le sparatorie di Tor Bella Monaca, una giovinezza che la vita ha già indirizzato verso una piega di disillusione e di mera sopravvivenza.
Quella di Enzo Ceccotti è la storia di ogni anima di periferia italiana post-gentrificazione, un’anima le cui ispirazioni vengono tarpate da una società che non lascia altra scelta se non quella di sopravvivere senza alcuna speranza di migliorare.

Figlio di questo modus vivendi è anche il cattivo, Lo Zingaro, interpretato da uno straordinario Luca Marinelli. Anche lui, infatti, sceglie di seguire le regole violente della periferia criminale, cercando di farsi spazio in un mondo forse troppo grande per un figlio di papà cresciuto con i programmi di Maria De Filippi e il pop all’italiana. Eppure, quello di Marinelli è un personaggio carismatico nel suo essere folle; andando quasi di pari passo all’anti-eroe Enzo, lo Zingaro è una sorta di anti-antagonista, un reietto malvagio in un cosmo di gente malvagia.
Sia Enzo che lo Zingaro, in fin dei conti, rappresentano uno spaccato di generazione mediante gli iconici rimandi all’animazione giapponese da un lato, e i rimandi alla cultura pop italiana dall’altro.

Lo Zingaro (Luca Marinelli) è un villain abbastanza atipico…

Lo Chiamavano Jeeg Robot fece incetta di David di Donatello, tra gli altri miglior regista esordiante, migliori attori (sì, ogni categoria!), migliori effetti visivi, miglior montaggio, ma la sua altissima levatura è da ricercare anche altrove. Questo film ha aperto gli occhi ad una intera pletora di registri, produttori e spettatori, mostrando a tutti che un cinema supereoristico in Italia può camminare secondo i propri passi, che possiamo farlo senza dover necessariamente scopiazzare le ormai ridondante trovate statunitense (coff coff Il ragazzo invisibile), che il cinema italiano, anche da questo punto di vista, può avere molto da dire. D’altronde, non è forse vero che siamo stati proprio noi italiani a elevare il western made in USA ad un livello mai più raggiunto?

Il regista Gabrielo Mainetti con il David di Donatello come Miglior Regista Esordiente

Il futuro del cinema di genere in Italia rimane ancora una grossa incognita, ma come disse Alessandro Cattelan durante la premiazione di quell’edizione del David “se l’America è l’industria del cinema, l’Italia è l’artigianato”. Perché si sa, l’industriale produce tanti buoni prodotti a catena, ma l’artigiano ti modella una perla unica e irripetibile. E questa è la perla dell’artigiano Gabriele Mainetti.
Speriamo di doverne collezionare altre.

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“Ollolanda”: Fabio Celenza produce la prima hit di Giorgia Meloni 0 1087

È bastata una Stratocaster al fianco di Giorgia Meloni per creare quello che potrebbe essere definito “il primo singolo del Presidente di Fratelli d’Italia”.

Su LA7, in diretta, la Meloni spiega il suo punto di vista sulla questione immigrazione; parlando di Olanda, sbarchi, mosse estreme e vere e proprie lotte in mare degne di un pirata, sostenendo di voler affondare le navi straniere che illegalmente varcano i confini della propria terra. In più, però, durante la puntata dà spunto a terzi per la produzione della sua prima hit musicale: “Ollolanda”.

Il singolo viene creato e prodotto dall’ormai famoso Fabio Celenza, un doppiatore – ma soprattutto genio – che è diventato famoso grazie ai doppiaggi al leader dei Rolling Stones, Mick Jagger. La canzone in questione, dalle chiare influenze brasiliane, è stata proposta dapprima nel programma Propaganda Live. In seguito, il video è stato pubblicato sul canale Youtube dello stesso Celenza e, attraverso una Fender Stratocaster e delle scale musicali, amplifica il messaggio dell’imperatrice di Fratelli d’Italia.

Ma la Meloni non è nuova a queste vicende e, soprattutto, alla satira di Propaganda Live, col programma che per diverse puntate di fila ha riproposto in chiave musicale un altro suo discorso, questa volta sul Global Compact: Emma Marrone, Jovanotti e Samuel dei Subsonica sono i tre artisti che hanno messo in musica le parole della deputata. A seguire, in un’altra puntata, l’attore Valerio Mastandrea ha interpretato il testo in chiave drammatico-teatrale. Il risultato, inutile dirlo, è tutto da ridere.

Una strategia, quella di associare il pensiero politico al mondo della musica, che porterà sicuramente l’attuale Governo alle elezioni…in un eventuale cartone animato di Celentano.

Old-Fashioned Cinema Club presents: The Gangster 0 131

Un fulmine si staglia sullo schermo, tracciando attraverso di esso un obliquo e serpeggiante percorso fatto di tratti spessi e rigidi; un cielo fumido e greve abbraccia l’intera scena, poi il titolo: esso appare nei suoi eleganti e bianchi caratteri. Le nuvole fanno ancora da sfondo, la pioggia e ogni avversa condizione atmosferica che l’immaginario umano assoccia a notti di tempesta e travaglio interiore. Si tratta di una mera apertura ad effetto? No: i limpidi flutti e le iridescenti lance di Zeus accompagneranno ogni scena del film con ossessiva devozione. No, la presenza oppressiva del maltempo è una cupa costante, la vera cornice che abbraccia gli eventi narrati che contribuisce a creare l’atmosfera di grevità e angoscia che il film emana.

The Gangster (in italiano tradotto con Violenza, con vaga metamorfosi del titolo), è un noir di un’altra epoca, era l’anno 1947 dell’era cristiana, di un’altra estetica fondata su antinomie perfettamente tangibili e palpabili, corrispondenze tra suoni, immagini, parole e finanche travagli interiori. Il rapporto speculare tra il cielo in tempesta e i moti dell’animo del gangster che dà titolo al film esemplifica perfettamente tale concetto: nella pioggia si aprirà la sua parabola, nella pioggia essa troverà la sua tragica fine.

Di che parabola si tratta? Ecco, in questa direzione il film si muove su percorsi già ampiamente trattati: Shubunka (Barry Sullivan) è un criminale, il Gangster di cui sopra, e la narrazione complessiva, la cornice entro cui le maschere danzano, concerne nient’altro che una banale lotta di potere tra le nuove leve della criminalità e il potere consolidato. La dicotomia tra le due parti si consuma tra la spregiudicatezza dei primi e la neghittosa calma del secondo.

Chi è Shubunka? Egli è  l’indiscusso protagonista della pellicola, il re di Neptune Beach, dalle cui ombre emana i suoi editti. Vive da solo nel suo bell’appartamento, arredato con stile più sobrio di quello che ci si aspetterebbe da un gangster, lontano dagli sproloqui chiassosi della moderna estetica criminale. La stessa eleganza di Shubunka si esprime in un doppio livello e contribuisce a corroborarne l’attrattiva: il suo modo di comunicare laconico e persuasivo, sia nelle forme della comunicazione orale, sia nel linguaggio del corpo fatto di una gestualità quieta e statica.

Ciò che vediamo dinanzi a noi è una roccia il cui cuore appare inscalfibile e nella silenziosa stasi del suo volto scorgiamo vivide tracce di apatia che, tuttavia, verrà gradualmente corrotta in una spirale in discesa. Solo una cicatrice solca la sua guancia, che altrimenti la pellicola in bianco e nero, e il trucco, restituirebbe virginea come la luna leopardiana.

Shubunka è un duro d’altri tempi, di quelli seri che non fanno una battuta nemmeno per errore. Egli gestisce ogni racket intorno alla zona della Neptune Beach, lo fa da solo: è il tipo d’uomo che tiene in mano ogni redine della sua vita, privata e non. Lo fa da anni, lo rivendica orgogliosamente: il potere conduce alla solitudine.

Il primo momento in cui ci accorgiamo che abbiamo dinanzi a noi nient’altro che un uomo, polvere ed ossa, si compie quando il gangster passeggia tra le tenui dune di sabbia, nei percorsi non tracciati della spiaggia, con l’amata, l’astro nascente Nancy (Belita), la ragazza dal volto puro incorniciato in quei riccioli puerili e biondi: il suo amore, la sua debolezza. È l’unico momento in cui non vi è poggia e il cielo è limpido. Serenità astrale che corrisponde alla serenità dell’animo del nostro protagonista, benché quest’ultima sia effimera. Non manca tuttavia l’elemento idrico, che fino ad ora è stato protagonista delle esterne: le onde scorrono nel loro perenne flusso e con esse l’iconico rumore del loro infrangersi contro la terra. Così come le onde scorrono alla rinfusa, così i pensieri e le sue malinconie, espresse in una delle più classiche forme dell’introspezione: il ricordo.

I saw a man and a girl kissing. Embracing. Funny I don’t know. It’s nothing, small thing. I don’t think I’ll ever forget.

Da quel fondamentale momento, che non a caso occupa la sezione centrale della pellicola  è una ineludibile discesa.  La lotta per il potere si intensifica incarnata perlopiù da Cornwell, una sua antitesi un po’ più sorridente, sicura di sé, più platealmente arrogante, come solitamente lo è un giovane in ascesa. Gangster come lui, ma pieno d’ambizione. Se Shubunka è la stasi di chi oramai ha consolidato il suo potere e non ha ragione di correre freneticamente, Cornwell rappresenta esattamente questa frenesia e tensione verso il potere a cui ambisce.

Ogni piccola sottotrama va via via stringendosi in un unico continuum narrativo, una corrente che diviene un tutt’uno impetuoso e forte e che inevitabilmente trascina con sé Shubunka relegandolo ad ineluttabile destino il cui compimento è la sua stessa morte la quale, con tragica ironia, avviene per un malinteso, quando sembrava che almeno la vita egli avesse salvato, dopo aver perduto i propri affari, tradito peraltro da colei a cui aveva rivelato le sue più profonde intimità.

The Gangster è un noir spiccatamente introspettivo. Le vicende che ruotano intorno a Neptune Beach costituiscono una mera, ma efficace, cornice con lo scopo di creare la pesante atmosfera che attornia il film dall’inizio alla fine. Quella stessa pesantezza d’animo del suo protagonista che va progressivamente svuotandosi e incrinandosi fino al crollo finale di un piccolo uomo tradito, in primo luogo da sé stesso, e fatto a pezzi.

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