Il lascito di Jeeg 0 405

Il 25 febbraio, appena due anni fa, usciva Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti. Poco più di due anni dopo mi ritrovo qui quasi costretto dalla mia coscienza a buttarci giù un paio di pensieri. Perché? Perché c’è ancora da dire; perché questo film ha cambiato e continua a cambiare il modo di approcciarsi al cinema in Italia; perché è riuscito in pochissimo tempo a diventare un cult cinematografico e, aggiungo, personale.

La trama, ormai, la conosciamo tutti ma, poiché mi piace usare citazioni latine non richieste per sembrare colto, ripetita iuvant.
Il nostro Jeeg è Enzo Ceccotti (Claudio Santamaria), uno sprovveduto ladruncolo che campa con uno scippo qua e là e che, dopo essersi immerso nel Tevere e aver scoperto un barile di scorie radioattive – modo ironico per parlare del degrado ambientale del fiume, non trovate?-, riceve una forza e una resistenza sovrumane. In tutto questo dovrà vedersela con lo Zingaro (Luca Marinelli), un folle criminale che brama di diventare un pezzo grosso della malavita capitolina e che vede in Enzo colui il quale gli metterebbe il bastone fra le ruote. Ma come in ogni film supereroistico che si rispetti c’è anche la principessa: si tratta di Alessia (Ilenia Pastorelli) vicina di casa psicolabile di Enzo ossessionata dall’anime “Jeeg Robot d’acciaio” che, una volta visti i poteri del ladruncolo, gli dà il soprannome di Hiroshi Shiba, come il protagonista del cartone animato. A fare da cornice alla storia è la difficile e tremendamente reale situazione di Tor Bella Monaca, quartiere periferico di Roma dove a governare è la criminalità organizzata.

I protagonisti Ilenia Pastorelli e Claudio Santamaria in una scena del film

Una delle caratteristiche che salta subito all’occhio è il generale senso di disagio che traspare dal contesto romano, ma più in generale italiano, specchio di un’intera generazione. Ma di questo tratteremo più tardi.
La bravura tecnica di Mainetti è stata quella di ficcare nel calderone bollente elementi supereroistici, gangster all’italiana (alla maniera di Romanzo Criminale, Gomorra e Suburra), riferimenti ai cartoni giapponesi anni ’80, dramma e azione in un mix che fa centro. È interessante notare come abbia voluto capovolgere completamente gli stilemi che da diverso tempo attanagliano ogni superhero movie proveniente dagli Stati Uniti: l’eroe buono e giusto è un ladro misantropo e menefreghista, il villain è un pesce piccolo in un mare di squali ben più pericolosi e la spalla femminile impavida è una fragile e tenerissima ragazza con un passato infelice. Se consideriamo questi elementi in un’ambientazione drammatica come quella delle periferie prese sotto scacco dalla mafia, avremo un film che denuncia, intrattiene alla grande (con scene pulp come non se ne vedevano da tanto tempo) ed emoziona ancora meglio (grazie anche ad una grande sceneggiatura), come si può notare dal rapporto tra Enzo e Alessia, elemento chiave per la rinnovata coscienza “eroica” del nostro Jeeg.
L’incontro-scontro tra questi due personaggi non è solo una storia di evoluzione e riscatto, ma anche e soprattutto un connubio inaspettato di due facce della stessa medaglia. Enzo e Alessia sono entrambi, ognuno a proprio modo, delle personalità dimenticate, dei reietti.

A saltarci subito all’occhio, da questo punto di vista, è Alessia, costretta a vivere intrappolata in una stato emotivo e psichico irrimediabilmente danneggiato dalle violenze domestiche, ma che nel contempo crea per se stessa un’ancora di salvataggio grazie all’anime di Jeeg. Il suo isolamento, unito alla sua sensibilità e a questa sorta di regressione allo stato infantile post-traumatico, è senza dubbio l’elemento di congiunzione che riesce a far smuovere il protagonista dal proprio stato di apatia. Anche Enzo Ceccotti, infatti, è vittima di un immobilismo desolante, modellato su una routine di azioni che compie senza il minimo trasporto. I lavoretti criminali iniziati e terminati col broncio, i porno messi a tutto volume che Enzo guarda con freddezza senza masturbarsi, i vasetti di yogurt, il suo unico pasto, mangiato con voracità e senza neanche provare a gustarli. Non sarà un caso che il suo cambiamento comincerà proprio dalla visione dei dvd di Jeeg Robot d’Acciaio, lampante personificazione della stessa Alessia, grazie ai quali Enzo abbandona la comoda mediocrità della sua vita.

Il ritratto iniziale e finale del nostro Jeeg potrebbe non rappresentare una novità così imponente da far gridare al miracolo cinematografico, ma la statura assoluta del personaggio la si può cogliere in uno dei momenti più rilassati della seconda metà della pellicola, quando finalmente è l’aspetto sociale a rendersi protagonista.
In un momento di stallo, Enzo e Alessia si trovano costretti ad alloggiare in una camera di un hotel che sarà teatro del racconto della giovinezza di Enzo: un ragazzo nato e cresciuto tra gli anni 80 e 90 tra i clan e le sparatorie di Tor Bella Monaca, una giovinezza che la vita ha già indirizzato verso una piega di disillusione e di mera sopravvivenza.
Quella di Enzo Ceccotti è la storia di ogni anima di periferia italiana post-gentrificazione, un’anima le cui ispirazioni vengono tarpate da una società che non lascia altra scelta se non quella di sopravvivere senza alcuna speranza di migliorare.

Figlio di questo modus vivendi è anche il cattivo, Lo Zingaro, interpretato da uno straordinario Luca Marinelli. Anche lui, infatti, sceglie di seguire le regole violente della periferia criminale, cercando di farsi spazio in un mondo forse troppo grande per un figlio di papà cresciuto con i programmi di Maria De Filippi e il pop all’italiana. Eppure, quello di Marinelli è un personaggio carismatico nel suo essere folle; andando quasi di pari passo all’anti-eroe Enzo, lo Zingaro è una sorta di anti-antagonista, un reietto malvagio in un cosmo di gente malvagia.
Sia Enzo che lo Zingaro, in fin dei conti, rappresentano uno spaccato di generazione mediante gli iconici rimandi all’animazione giapponese da un lato, e i rimandi alla cultura pop italiana dall’altro.

Lo Zingaro (Luca Marinelli) è un villain abbastanza atipico…

Lo Chiamavano Jeeg Robot fece incetta di David di Donatello, tra gli altri miglior regista esordiante, migliori attori (sì, ogni categoria!), migliori effetti visivi, miglior montaggio, ma la sua altissima levatura è da ricercare anche altrove. Questo film ha aperto gli occhi ad una intera pletora di registri, produttori e spettatori, mostrando a tutti che un cinema supereoristico in Italia può camminare secondo i propri passi, che possiamo farlo senza dover necessariamente scopiazzare le ormai ridondante trovate statunitense (coff coff Il ragazzo invisibile), che il cinema italiano, anche da questo punto di vista, può avere molto da dire. D’altronde, non è forse vero che siamo stati proprio noi italiani a elevare il western made in USA ad un livello mai più raggiunto?

Il regista Gabrielo Mainetti con il David di Donatello come Miglior Regista Esordiente

Il futuro del cinema di genere in Italia rimane ancora una grossa incognita, ma come disse Alessandro Cattelan durante la premiazione di quell’edizione del David “se l’America è l’industria del cinema, l’Italia è l’artigianato”. Perché si sa, l’industriale produce tanti buoni prodotti a catena, ma l’artigiano ti modella una perla unica e irripetibile. E questa è la perla dell’artigiano Gabriele Mainetti.
Speriamo di doverne collezionare altre.

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Dogman: un ritorno alle origini in grande stile per Matteo Garrone 0 470

A tre anni di distanza dal pluripremiato (7 David di Donatello) “Il racconto dei racconti”, ambizioso adattamento dell’omonima raccolta di fiabe di Giambattista Basile, arriva nelle sale Dogman, l’atteso ritorno sul grande schermo di Matteo Garrone.

Presentato in concorso al festival di Cannes 2018, dove è stato accolto in maniera positiva da critica e pubblico (vincendo tra l’altro il premio per la migliore interpretazione maschile grazie alla performance del protagonista Marcello Fonte), il nuovo film del regista romano si pone, sotto diversi punti di vista, in netta contrapposizione rispetto al lavoro precedente. Dalle fantasiose trame favolistiche si passa ora a un iperrealismo asciutto e rigoroso, dal nutrito ensemble di stelle internazionali si vira su un ristretto cast di attori (in alcuni casi neanche professionisti), dai maestosi paesaggi e dai castelli medievali si torna a una provincia povera e isolata di “Gomorriana” memoria.

D’altronde, con Dogman, Garrone ha voluto rivisitare le stesse location nelle quali aveva ambientato alcuni dei suoi vecchi cult, quali “L’imbalsamatore” e – per l’appunto – “Gomorra”. I paesaggi desolati sono quelli di Pinetamare, frazione della provincia di Caserta, simbolo di abusivismo edilizio e degrado sociale. La storia, invece, è quella di Marcello (Marcello Fonte), un tenero e impacciato “toilettatore” per cani, vittima degli abusi di Simoncino (Edoardo Pesce), un ex pugile violento e prevaricatore.

Per atmosfere e ambientazioni Garrone ritorna, dunque, al cinema delle sue origini e lo fa con una regia diretta ed essenziale. Una regia che, senza inutili svolazzi e ostentati tecnicismi, si mette perfettamente al servizio della storia e dei suoi protagonisti.

Infatti Dogman, la cui trama si ispira solo lontanamente ai truculenti fatti di cronaca di fine anni ’80 (il c.d. delitto del “canaro della Magliana”), ha il grande pregio di essere un film che vive e si alimenta dei suoi personaggi, così dettagliatamente caratterizzati e meticolosamente scavati nella loro psicologia da riuscire a provocare nello spettatore sentimenti tanto forti, quanto polarizzanti.

Da una parte troviamo Marcello, un uomo mite e cordiale, con uno sconfinato amore per i cani, dei quali si prende premurosamente cura con passione e dedizione, e per la figlioletta Alida, con la quale adora passare il tempo libero (spesso facendo immersioni subacquee). Dall’altra abbiamo invece Simoncino, un criminale brutale e prepotente, fonte continua di soprusi e disagi per l’intero quartiere.

Tuttavia la banale dicotomia buono/cattivo non è propria di questa storia.

A dimostrazione di quanto ognuno di noi sia portatore di profonde contraddizioni e vittima impotente di fronte all’imprevedibilità del corso degli eventi, Marcello ci viene presentato come un personaggio caratterizzato da una forte conflittualità interna. Egli è un sostanzialmente un buono, una persona dal cuore gentile. Ma essere buoni, all’interno di un contesto feroce e disumano come quello in cui si ritrova, equivale ad essere deboli. In un mondo del genere, dove i pitbull feroci azzannano i cani più docili, per sopravvivere è necessario sporcarsi le mani. Ed ecco che, in aggiunta alla sua piccola attività, Marcello si guadagna da vivere spacciando cocaina e aiutando l’”amico” Simoncino, uno dei suoi più affezionati clienti, in furti occasionali.

A ben vedere, però, il vero protagonista del film risulta essere proprio lo squallido quartiere popolare che fa da spettrale cornice alla vicenda. Un luogo di frontiera, indefinito nello spazio e sospeso nel tempo, la cui brutalità selvaggia e il cui silenzioso isolamento si fanno essenza stessa della narrazione. Un luogo abbandonato e dimenticato da tutti, all’interno del quale si trascinano le stanche vite di una piccola comunità, perennemente confinata nei soliti quattro posti che Garrone torna puntualmente a mostrarci (il fatiscente negozio di Marcello, il Compro Oro adiacente, i campi di calcetto, la sala giochi, il ristorante). Un villaggio che richiama atmosfere western (con la sabbia del deserto sostituita da quella del litorale sul quale si affacciano le mostruose palazzine di cemento) e che, nella sua emarginazione, restituisce perfettamente allo spettatore una sensazione di totale disinteresse e impassibilità da parte del mondo esterno per le vite dei personaggi che agiscono in questo sperduto microcosmo.

A sorreggere la pellicola ci pensa l’ambiguo rapporto che lega Marcello a Simoncino. Il timido canaro, pur essendo totalmente succube delle vessazioni del prepotente, non sembra sottomettersi alla volontà di quest’ultimo solo per timore e sudditanza, ma anche per una sorta di fascinazione provata nei confronti della sua forza e della sua autorevolezza (che, in fondo, vorrebbe possedere). Inoltre Marcello, che si dimostra spasmodicamente desideroso di farsi voler bene da tutti nel quartiere (Simoncino incluso), sembra esser mosso da un labile, ma comunque percepibile, affetto nei confronti del suo spregiudicato perseguitore. Tanto da esser pronto a sacrificare la sua stessa libertà per lui.

Ma sarà proprio questo gesto di inusuale umanità, in maniera tragicamente ironica, a fargli perdere l’affetto dei suoi amici, facendolo così sprofondare in un abisso di isolamento e alienazione che toglierebbe ossigeno anche a un abituale sommozzatore come lui. Da qui il desiderio di farsi riaccettare. Da qui il desiderio di rivalsa, di reazione, di riappropriazione di una dignità perduta sotto il peso di soprusi non più tollerabili.

Una vendetta che però, in linea con il candore e la purezza dell’animo di Marcello, non vuole essere violenta. Sono, ancora una volta, gli eventi a trascinare il canaro alla deriva, come il mare in tempesta farebbe con uno spaesato sommozzatore. Sono gli stessi eventi ad azionare un inesorabile meccanismo di violenza nel quale Marcello, suo malgrado, finisce per trovarsi incastrato, pur essendone estraneo. Sono sempre questi eventi a condurre la vicenda verso un brutale epilogo, racchiuso in tutta la sua tragicità nello straziante primo piano finale.

Dogman è un film che parla, con impressionante lucidità e rigorosa semplicità, della lotta quotidiana per la sopravvivenza in luoghi violenti, della complessità nel gestire le relazioni umane, della salvaguardia della propria dignità in risposta alla sopraffazione e alle prepotenze altrui. Il tutto confezionato in una “fiaba realistica”, scura e contemporanea, dai contorni teneri e commoventi (le scene in cui ci viene mostrato il rapporto dolce e amorevole che Marcello ha con i cani e con sua figlia) e dai risvolti tragici e violenti. Un film che si dimostra un riuscito ritorno alle origini per uno degli autori più importanti del nostro cinema.

 

“L’Isola dei Cani”, Wes Anderson ci regala un piccolo capolavoro indipendente 0 285

Nuovo film di Wes Anderson, la pellicola è ambientata nella terra del Sol Levante e ha una sinossi molto semplice, senza perdersi per questo motivo nella banalità: nella città di Megasaki, in Giappone, i cani si sono ammalati di una misteriosa influenza simile ad una febbre malarica; non vi è rischio di trasmissione interspecie (animale-uomo), ma il partito reazionario guidato dal sindaco Kobayashi, in carica da sette mandati, fa leva sull’ignoranza e sul sensazionalismo mediatico per condurre una campagna di odio sistematico verso i cani. Il clan Kobayashi era durante il periodo Edo – come viene raccontato all’inizio del film – una nobile famiglia di dignitari che condusse una guerra contro i cani selvatici, per sottometterli.
Sarà compito del pupillo di Kobayashi, suo nipote Atari – il quale si schianterà sull’isola/discarica usata per il confino dei cani – far cambiare idea alla popolazione e sventare il complotto, assieme ai ragazzi di un collettivo studentesco metropolitano pro-cani, prima che il sindaco dia l’ordine di sterminarli tutti.

Da un punto di vista tecnico, il film è ineccepibile, perfetto nella sua semplicità registica, la quale lascia comunque spazio a pennellate autoriali di stile; la sceneggiatura è solida e non si lancia in rocamboleschi intrecci di tarantiniana memoria, bensì si mantiene pulita e chiara, senza tuttavia peccare di essere didascalica. La tecnica espositiva usata non è il live-action, ma uno stop-motion dal sapore rétro e nostalgico, che ben si sposa con l’atmosfera narrativa e conferisce delicatezza e serietà alla pellicola; essa, infatti, sembra possedere in ogni momento – perfino quelli comici – la consapevolezza di star metaforizzando una tematica molto importante e di starne parlando col pubblico in modo intimo e dolce.

La metafora è infatti quella del razzismo e della segregazione: una tematica difficile che tuttavia viene trattata con una delicatezza quasi paterna da parte del regista, il quale adopera uno stile asciutto e ben impostato, senza sbavature e senza esagerazioni, pur sperimentando diverse soluzioni visive e scenografiche; il risultato è un’opera scorrevole, valorizzata nei concetti e nell’approfondimento dei personaggi, che non risulta pesante o di difficile digestione in nessun momento. L’attenzione alla sfera emotiva e personale dei personaggi mostrati, l’aria di familiarità e di dolce nostalgia che il film riesce a creare, assieme ad un’interessante quanto essenziale colonna sonora rendono “L’Isola Dei Cani” un film godibile, profondo e dolce nella sua dissacrante quanto scanzonata e sottile schiettezza; ciò rende la visione fruibile ad un pubblico piuttosto ampio, anche se il ritmo posato e riflessivo e l’azione dosata e ben contestualizzata (scordatevi Michael Bay, quindi) potrebbero scoraggiare piccini e adulti facilmente annoiabili.

Un po’ thriller, un po’ fantapolitica, Wes Anderson fa l’occhiolino dietro la cinepresa, citando opere divenute miti senza tempo (il Piccolo Principe, il Signore degli Anelli, 1997: Fuga da New York e tanti altri) e stabilendo un contatto personale e quasi intimo con ciascuno spettatore in sala, raccontando una storia agrodolce nella sua atmosfera nostalgica ma speranzosa; assieme ad intuizioni e spunti innovativi e ad una accuratezza fedele e rispettosa al mondo nipponico, ciò lo rende un piccolo capolavoro indipendente che merita senza dubbio alcuno la visione.

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