Il lascito di Jeeg 0 386

Il 25 febbraio, appena due anni fa, usciva Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti. Poco più di due anni dopo mi ritrovo qui quasi costretto dalla mia coscienza a buttarci giù un paio di pensieri. Perché? Perché c’è ancora da dire; perché questo film ha cambiato e continua a cambiare il modo di approcciarsi al cinema in Italia; perché è riuscito in pochissimo tempo a diventare un cult cinematografico e, aggiungo, personale.

La trama, ormai, la conosciamo tutti ma, poiché mi piace usare citazioni latine non richieste per sembrare colto, ripetita iuvant.
Il nostro Jeeg è Enzo Ceccotti (Claudio Santamaria), uno sprovveduto ladruncolo che campa con uno scippo qua e là e che, dopo essersi immerso nel Tevere e aver scoperto un barile di scorie radioattive – modo ironico per parlare del degrado ambientale del fiume, non trovate?-, riceve una forza e una resistenza sovrumane. In tutto questo dovrà vedersela con lo Zingaro (Luca Marinelli), un folle criminale che brama di diventare un pezzo grosso della malavita capitolina e che vede in Enzo colui il quale gli metterebbe il bastone fra le ruote. Ma come in ogni film supereroistico che si rispetti c’è anche la principessa: si tratta di Alessia (Ilenia Pastorelli) vicina di casa psicolabile di Enzo ossessionata dall’anime “Jeeg Robot d’acciaio” che, una volta visti i poteri del ladruncolo, gli dà il soprannome di Hiroshi Shiba, come il protagonista del cartone animato. A fare da cornice alla storia è la difficile e tremendamente reale situazione di Tor Bella Monaca, quartiere periferico di Roma dove a governare è la criminalità organizzata.

I protagonisti Ilenia Pastorelli e Claudio Santamaria in una scena del film

Una delle caratteristiche che salta subito all’occhio è il generale senso di disagio che traspare dal contesto romano, ma più in generale italiano, specchio di un’intera generazione. Ma di questo tratteremo più tardi.
La bravura tecnica di Mainetti è stata quella di ficcare nel calderone bollente elementi supereroistici, gangster all’italiana (alla maniera di Romanzo Criminale, Gomorra e Suburra), riferimenti ai cartoni giapponesi anni ’80, dramma e azione in un mix che fa centro. È interessante notare come abbia voluto capovolgere completamente gli stilemi che da diverso tempo attanagliano ogni superhero movie proveniente dagli Stati Uniti: l’eroe buono e giusto è un ladro misantropo e menefreghista, il villain è un pesce piccolo in un mare di squali ben più pericolosi e la spalla femminile impavida è una fragile e tenerissima ragazza con un passato infelice. Se consideriamo questi elementi in un’ambientazione drammatica come quella delle periferie prese sotto scacco dalla mafia, avremo un film che denuncia, intrattiene alla grande (con scene pulp come non se ne vedevano da tanto tempo) ed emoziona ancora meglio (grazie anche ad una grande sceneggiatura), come si può notare dal rapporto tra Enzo e Alessia, elemento chiave per la rinnovata coscienza “eroica” del nostro Jeeg.
L’incontro-scontro tra questi due personaggi non è solo una storia di evoluzione e riscatto, ma anche e soprattutto un connubio inaspettato di due facce della stessa medaglia. Enzo e Alessia sono entrambi, ognuno a proprio modo, delle personalità dimenticate, dei reietti.

A saltarci subito all’occhio, da questo punto di vista, è Alessia, costretta a vivere intrappolata in una stato emotivo e psichico irrimediabilmente danneggiato dalle violenze domestiche, ma che nel contempo crea per se stessa un’ancora di salvataggio grazie all’anime di Jeeg. Il suo isolamento, unito alla sua sensibilità e a questa sorta di regressione allo stato infantile post-traumatico, è senza dubbio l’elemento di congiunzione che riesce a far smuovere il protagonista dal proprio stato di apatia. Anche Enzo Ceccotti, infatti, è vittima di un immobilismo desolante, modellato su una routine di azioni che compie senza il minimo trasporto. I lavoretti criminali iniziati e terminati col broncio, i porno messi a tutto volume che Enzo guarda con freddezza senza masturbarsi, i vasetti di yogurt, il suo unico pasto, mangiato con voracità e senza neanche provare a gustarli. Non sarà un caso che il suo cambiamento comincerà proprio dalla visione dei dvd di Jeeg Robot d’Acciaio, lampante personificazione della stessa Alessia, grazie ai quali Enzo abbandona la comoda mediocrità della sua vita.

Il ritratto iniziale e finale del nostro Jeeg potrebbe non rappresentare una novità così imponente da far gridare al miracolo cinematografico, ma la statura assoluta del personaggio la si può cogliere in uno dei momenti più rilassati della seconda metà della pellicola, quando finalmente è l’aspetto sociale a rendersi protagonista.
In un momento di stallo, Enzo e Alessia si trovano costretti ad alloggiare in una camera di un hotel che sarà teatro del racconto della giovinezza di Enzo: un ragazzo nato e cresciuto tra gli anni 80 e 90 tra i clan e le sparatorie di Tor Bella Monaca, una giovinezza che la vita ha già indirizzato verso una piega di disillusione e di mera sopravvivenza.
Quella di Enzo Ceccotti è la storia di ogni anima di periferia italiana post-gentrificazione, un’anima le cui ispirazioni vengono tarpate da una società che non lascia altra scelta se non quella di sopravvivere senza alcuna speranza di migliorare.

Figlio di questo modus vivendi è anche il cattivo, Lo Zingaro, interpretato da uno straordinario Luca Marinelli. Anche lui, infatti, sceglie di seguire le regole violente della periferia criminale, cercando di farsi spazio in un mondo forse troppo grande per un figlio di papà cresciuto con i programmi di Maria De Filippi e il pop all’italiana. Eppure, quello di Marinelli è un personaggio carismatico nel suo essere folle; andando quasi di pari passo all’anti-eroe Enzo, lo Zingaro è una sorta di anti-antagonista, un reietto malvagio in un cosmo di gente malvagia.
Sia Enzo che lo Zingaro, in fin dei conti, rappresentano uno spaccato di generazione mediante gli iconici rimandi all’animazione giapponese da un lato, e i rimandi alla cultura pop italiana dall’altro.

Lo Zingaro (Luca Marinelli) è un villain abbastanza atipico…

Lo Chiamavano Jeeg Robot fece incetta di David di Donatello, tra gli altri miglior regista esordiante, migliori attori (sì, ogni categoria!), migliori effetti visivi, miglior montaggio, ma la sua altissima levatura è da ricercare anche altrove. Questo film ha aperto gli occhi ad una intera pletora di registri, produttori e spettatori, mostrando a tutti che un cinema supereoristico in Italia può camminare secondo i propri passi, che possiamo farlo senza dover necessariamente scopiazzare le ormai ridondante trovate statunitense (coff coff Il ragazzo invisibile), che il cinema italiano, anche da questo punto di vista, può avere molto da dire. D’altronde, non è forse vero che siamo stati proprio noi italiani a elevare il western made in USA ad un livello mai più raggiunto?

Il regista Gabrielo Mainetti con il David di Donatello come Miglior Regista Esordiente

Il futuro del cinema di genere in Italia rimane ancora una grossa incognita, ma come disse Alessandro Cattelan durante la premiazione di quell’edizione del David “se l’America è l’industria del cinema, l’Italia è l’artigianato”. Perché si sa, l’industriale produce tanti buoni prodotti a catena, ma l’artigiano ti modella una perla unica e irripetibile. E questa è la perla dell’artigiano Gabriele Mainetti.
Speriamo di doverne collezionare altre.

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Loro 2, la parabola discendente di un uomo (e di noi tutti) 0 380

Ci aveva salutato con un finale romantico e al contempo malinconico, il buon Sorrentino. “Loro 1”, infatti, si chiudeva con le immagini di Silvio e Veronica teneramente abbracciati sulle note della loro canzone. E con un flashback – autentico marchio di fabbrica “sorrentiniano” – nel quale proprio una giovane Veronica Lario dichiarava il suo amore nei confronti del futuro marito. Un epilogo nostalgico e sentimentale, rispetto al quale l’incipit di questo secondo capitolo si pone in netta contrapposizione.

Non siamo più a Villa Certosa, ma nell’adiacente residenza di Sergio Morra, dove romanticismo e delicatezza lasciano spazio alla volgarità della compagna Tamara, intenta a depilarsi a bordo piscina sotto gli occhi del figlioletto. Si ritorna da “Loro” dunque, gli stessi che per gran parte del primo film avevano monopolizzato la scena. Ma si tratta solo di un breve excursus. Infatti, prologo a parte, “Loro 2” si regge prevalentemente sulla figura totalizzante e accentratrice di Silvio Berlusconi. Il nutrito corteo di lacchè, opportunisti ed arrivisti, ossessionati da velleità di potere e facile ricchezza, assume un ruolo soltanto marginale in quello che ben presto si rivelerà essere un vero e proprio one-man show, con Berlusconi chiamato a fare da mattatore. Un Berlusconi ironico, carismatico, persuasivo, empatico, istrionico, sfaccettato e addirittura tormentato, che vedremo impegnato a corrompere, sedurre, festeggiare, cantare…Il tutto con la consueta e ostentata vitalità, sfoggiata nel tentativo di dissimulare un horror vacui comune a tutti i personaggi della filmografia di Sorrentino.

La paura della morte e dell’oblio ad essa conseguente è, infatti, l’autentico filo conduttore della poetica nichilista del regista partenopeo, capace di legare il Berlusconi di Toni Servillo agli altri “vecchietti” protagonisti del suo cinema (la decaduta rockstar di “This Must be the Place”, il direttore d’orchestra di “Youth – la giovinezza”, l’iconico Jep Gambardella de “La Grande Bellezza”).

 

“Loro 2” ci mostra la parabola, prima ascendente e poi di nuovo discendente, di un Berlusconi ormai settantenne. E lo fa soffermandosi sulla tormentata e ormai compromessa love story con una moglie delusa e tradita, vera e propria metafora di un Paese allo stesso modo sedotto e poi ingannato da un uomo che per tutta la vita ha dimostrato forza e audacia nel conquistare ciò che desiderava, ma non altrettanta capacità nel mantenerlo. Un uomo che, giunto ormai al tramonto di un’esistenza che lo ha portato ad avere tutto (ma come dirà lui stesso «tutto non è mai abbastanza»), si ritrova imprigionato in una sorta di otium imposto, al quale – almeno inizialmente – sembra essersi rassegnato.

Sfiduciato e abbandonato all’idea di non esser più lo stesso di un tempo, il Cavaliere sembra aver ormai riposto la sua spada all’ombra di un gazebo della sua lussuosissima villa di Sardegna. Toccherà al compagno d’affari e amico Ennio (interpretato dallo stesso Servillo) ridare fiducia all’ex premier, indicandogli la via da seguire: corrompere sei senatori per far crollare il Governo Prodi e tornare al comando del Paese. E sarà così che B., rispolverando la sua innata persuasività da irresistibile venditore d’immobili (meravigliosamente grottesca la scena di un Berlusconi che, con voce e accento camuffato, telefona nel bel mezzo della notte a una casalinga per convincerla ad acquistare una casa inesistente), riuscirà a portare a termine una campagna di “compravendita di senatori”, messa in scena con spiccata ironia da un Sorrentino (come nel primo capitolo) sorprendentemente dinamico ed “americano” per montaggio e uso delle musiche. Particolarmente divertente anche la satira (alla “Boris”) con la quale si ironizza sull’ingerenza della politica nel cinema e nella televisione ( soprattutto nella fiction) di quegli anni, con tanto di soubrette incompetenti “piazzate” in ruoli di punta di svariate produzioni.

Paradossalmente, però, proprio il ritorno ai vertici del Paese segna un contestuale declino per il Cavaliere. Un declino da lui tanto temuto quanto rifuggito.

L’idea di esorcizzare l’avvicinarsi della morte attraverso una forte spinta vitale (donne, festini e “cene eleganti”) non inganna una giovane ragazza – interpretata da Alice Pagani -, che riconosce la pateticità e l’inadeguatezza della «messa in scena» allestita da un vecchio che tenta disperatamente di aggrapparsi all’immagine costruita di sé nel tempo (e che ormai sta inevitabilmente svanendo).

Non inganna neanche una Veronica Lario quanto mai distante da quella giovane ragazza innamorata che, una trentina di anni prima, esternava con trasporto i propri sentimenti davanti alle guglie del Duomo. Una Veronica Lario che Sorrentino pone volutamente agli antipodi rispetto a Berlusconi: austera, razionale, fredda, formale, interessata alla cultura, all’arte, ai templi della Cambogia. Una donna che nulla sembrerebbe avere in comune con l’impetuoso marito, ma che, ciò nonostante, dello stesso si era perdutamente innamorata (come ammette al termine del litigio finale).

Ed ecco che, anche e soprattutto grazie a questa scena, la pellicola di Sorrentino si rivela definitivamente per quello che è: un film sentimentale prima ancora che politico.

Certo, i riferimenti ai reati, ai processi, alle condanne, alle zone d’ombra riguardanti la “discesa in campo” dell’imprenditore meneghino (che metterebbero in crisi il tanto perpetrato mito del self-made man) ci sono, ma sono solo citati didascalicamente e mai opportunamente approfonditi. A dimostrazione di come Sorrentino non avesse la minima intenzione di realizzare un film di denuncia, quanto piuttosto di servirsi della storia (romanzata) dell’uomo più chiacchierato d’Italia come pretesto per affrontare tematiche universali. E, a conti fatti, finché il film si concentra sulla figura archetipicamente “sorrentiniana” di Berlusconi, ci riesce anche discretamente bene. Si potrebbe poi discutere sull’utilità di dedicare più di un’ora alle story line di personaggi quasi del tutto accantonati nella seconda metà del dittico. Così come sulla necessità di dividere la storia in due capitoli, ma qui ci addentreremmo in discorsi di marketing.

Sorrentino si concentra sulla sfera privata del Cavaliere. Sul suo senso di inadeguatezza e di solitudine e, più in generale, su paure e debolezze nelle quali lo spettatore può facilmente riconoscersi. Gioca ad “umanizzare” il personaggio-Berlusconi e a far cadere la maschera dietro la quale questi «non si lascia mai mostrare» (come gli rinfaccia Veronica). Nel farlo fornisce uno spaccato – come detto, non del tutto approfondito – di un’Italia in macerie, non solo in senso metaforico.

Il film (inteso come la somma di entrambi i capitoli) si conclude in maniera speculare e opposta rispetto a come era iniziato: ovvero spostando nuovamente il focus da “Lui” a “Loro”, che però stavolta non sono più gli arrivisti spregiudicati e i politici corrotti, ma la gente comune. I titoli di coda, infatti, scorrono in sovraimpressione mentre un lungo piano sequenza ci mostra i volti dei volontari della protezione civile, intenti a riposarsi dopo aver effettuato il recupero di una statua dalle rovine di una chiesa (causate dal terremoto che il 6 aprile del 2009 colpì L’Aquila). Il tono tragico, funereo e dimesso fa da contraltare alla smodata vitalità con la quale si era aperto il primo capitolo. Metafora di una parabola discendente che, prima o poi, saremo tutti chiamati a percorrere.

In definitiva, da un punto di vista prettamente commerciale, con ogni probabilità “Loro” si dimostra il film più riuscito di Sorrentino: capace di intrattenere lo spettatore medio grazie a un ritmo sostenuto, di riproporre i soliti interrogativi esistenziali tanto cari al regista napoletano e di coinvolgere grazie al magnetismo di un protagonista col quale (almeno in questo contesto) difficilmente si finisce per non entrare in empatia. Sta poi a noi, che dal punto di vista di Sorrentino siamo “Loro”, decidere se questo sia un difetto o meno.

Loro 1: un focus “barocco” su decadentismo e potere 0 489

Ricordate le parole pronunciate da Paolo Sorrentino agli Academy Awards del 2014, quando con “La grande bellezza” vinse il premio per il miglior film straniero? Tra i ringraziamenti di rito a cast e familiari, con apprezzabile spigliatezza e non impeccabile pronuncia, il regista partenopeo ebbe modo di tributare anche le sue «principali fonti d’ispirazione»: Federico Fellini, Martin Scorsese, Talking Heads e Diego Armando Maradona. Delle vere e proprie icone che l’autore non ha esitato a omaggiare in più occasioni durante la sua, ormai quasi ventennale, carriera.

Ed è proprio al regista newyorkese di “Taxi Driver” e “Toro Scatenato” (tra gli altri) che questo primo capitolo di “Loro” – pellicola divisa in due atti e dedicata alla figura dell’ex premier Silvio Berlusconi – strizza l’occhio a più riprese. Si, perché la vorticosa spirale di denaro, potere, sesso, cocaina e festini (vero e proprio fulcro della prima parte del film) non può non far tornare alla mente, anche semplicemente sul piano della messa in scena,  le (reali) “vicissitudini” di Jordan Belfort, così come narrate da Scorsese in “The Wolf of Wall Street”. Anche se non è con un lupo che “Loro 1” si apre, ma con una pecora (protagonista di una delle numerose e ormai distintive escursioni “sorrentiniane”, sempre in bilico tra l’ironico e il grottesco).

Per vedere il lupo, quello vero, dovremo aspettare. Precisamente un’ora.

Nell’attesa, Sorrentino ci “intrattiene” con le peripezie del Jordan Belfort dei due Mari: Sergio Morra (Riccardo Scamarcio). Ovvero un faccendiere tarantino che, tra appalti truccati e politici corrotti, sogna di fare il grande salto lasciandosi alle spalle la Puglia e stabilendosi a Roma, dove spera di arrivare al leader di Forza Italia. Ad aiutarlo in questa affannosa scalata verso il potere ci pensa l’altrettanto spregiudicata compagna Tamara (Euridice Axen), la quale – una volta giunta nella capitale – inizierà a frequentare intimamente un ex senatore molto vicino al Cavaliere, Santino Recchia (Fabrizio Bentivoglio). Sergio, dal canto suo, prova a farsi strada allestendo e gestendo un giro di giovani escort. Attività che gli permetterà di conoscere Kira (Kasia Smutniak), un’affascinante e misteriosa donna dell’est, anche lei in stretti rapporti con Berlusconi.

Tutta la prima parte del film è dunque incentrata su di “Loro”: ovvero sui politicanti, le soubrette, gli affaristi e gli arrivisti che abitano lo squallido e decadente sottobosco della politica italiana di inizio millennio. Personaggi che orbitano, quasi come satelliti con un pianeta, intorno all’onnipresente – seppur inizialmente celata – figura di “Lui”, di Silvio Berlusconi. Tutti lo cercano, tutti ne parlano, tutti si esaltano in caso di una sua chiamata. Eppure nessuno lo nomina. Quasi come si trattasse di un’entità eterea ed impercettibile che aleggia nell’aria. Persino sui cellulari di più di un personaggio egli è semplicemente salvato con la dicitura: “LUI”.

Ma ecco che, dopo averlo ripetutamente invocato, “Lui” farà la sua comparsa nella seconda (più breve) metà del film. A fare da spartiacque tra i due tronconi, in cui il film può idealmente essere diviso, ci pensa un’interminabile ed esagerata festa organizzata da Morra in un’imponente villa in Sardegna, confinante con la residenza estiva di Berlusconi. Il tentativo dell’imprenditore pugliese è quello di attirare l’attenzione di Silvio. Impresa che, però, si dimostrerà di non facile riuscita. Già, perché il Berlusconi che Sorrentino ci presenta (interpretato, inutile dirlo, dal fido Toni Servillo) ha ben altri problemi per la testa; uno su tutti recuperare l’affetto e la fiducia perduti di una Veronica Lario (Elena Sofia Ricci) stanca e disamorata. Ed ecco che in un tourbillon di battute, sorrisi a tutto volto e serenate napoletane – non mancherà il buon Mariano Apicella (Giovanni Espopsito), munito di chitarra – veniamo catapultati nel mondo di B. Giusto quanto basta per spingerci a desiderare di rimanerci ancora un po’ di tempo – perché, va detto, questa seconda metà del film è nettamente più accattivante della prima -. Ma per farlo ci toccherà aspettare ancora qualche giorno, ci toccherà aspettare l’uscita di “Loro 2”.

Da un punto di vista narrativo l’opera di Sorrentino è ancora difficilmente valutabile, se non altro per il semplice fatto che ci troviamo di fronte ad un prodotto, per forza di cose, incompiuto. Sarebbe come valutare un film di due ore basandoci esclusivamente sulla visione del primo tempo. O come valutare la stagione di una serie TV, consci di aver assistito solo a metà del numero complessivo delle puntate. Se a questo si aggiunge il fatto che Sorrentino, come ormai ci ha da tempo abituato, ribadisce uno scarso interesse per un canonico sviluppo di trama e intreccio, ecco che ai più “Loro 1” potrebbe sembrare nient’altro che un interminabile esercizio di stile. Una lunga successione di sequenze ben girate, accompagnate da un’ottima fotografia (giocata per lo più tra colori scuri e saturati), da una colonna sonora curata e ricercata e poco più.

In realtà quello che Sorrentino vuole mostrarci nella prima parte del film, sempre avvalendosi della sua estetica ormai riconoscibilissima (grazie anche al recente successo della serie TV The Young Popee di film quali Youth – la giovinezza” e il già citato “La grande bellezza”), è il personale disgusto provato nei confronti di una classe sociale che vive un’esistenza vuota ed effimera, nonostante tutti gli eccessi volti a mascherarla. Un’esistenza “barocca” fotografata da una prima parte di film altrettanto “barocca”. Se si vuole considerare la definizione resa da Deleuze riguardo all’estetica della suddetta corrente stilistica: «Il Barocco produce di continuo pieghe, le curva e le ricurva, le porta all’infinito, piega su piega, piega nella piega». Così come l’arte barocca è caratterizzata dall’infinita e costante riproduzione di linee, curve e orpelli vari, sotto la quale però è celata una struttura che corrisponde soltanto a un frammento della creazione finale, allo stesso modo anche la prima parte di “Loro 1” è caratterizzata da una continua ripetizione di scene che fotografano il dissoluto stile di vita di Sergio e Tamara sottendendo, allo stesso tempo, una quasi totale assenza di sviluppo di trama. Questo non vuol dire che il film non presenti un ritmo inusualmente sostenuto per gli standard “sorrentiniani”, complice anche un montaggio particolarmente dinamico. Tuttavia l’eccessiva dilatazione temporale di cui soffre questa metà iniziale, e che trova massima espressione con la scena del party nella villa in Sardegna, grava sull’incisività di una pellicola che inizia ad ingranare la quinta solo con l’ingresso in scena di Berlusconi.

Un Berlusconi che sin dalla prima inquadratura ci viene presentato in maniera sostanzialmente ridicola: pesantemente truccato, quasi fosse un clown. Percezione iniziale che viene poi confermata dagli scambi di battute successivi, nei quali l’ex premier si dimostra un barzellettiere nato, o dall’indugiare sui primi piani di un Servillo sorridentissimo e in certi casi quasi pagliaccesco. Quella che Sorrentino ci propone non ha la pretesa di essere una diapositiva realistica dell’uomo-Berlusconi, ma più che altro una riproposizione accattivante e cinematograficamente funzionale del personaggio-Berlusconi, con tutti gli stereotipi che ne hanno sempre caratterizzato la figura (non mancherà l’ironia sui capelli, sull’altezza, sull’ossessiva paranoia per i comunisti). Un Berlusconi sì comico, ma allo stesso tempo anche risoluto e autoritario (come nella scena che lo vede protagonista assieme a Fabrizio Bentivoglio). E, soprattutto, un Berlusconi fragile. Le vicende narrate dal film si svolgono in un arco temporale che va dal 2006 al 2010: un periodo in cui l’imprenditore milanese ha perso la guida del Paese, ha ormai lasciato ai figli la guida delle aziende di famiglia, è presidente di un club ridimensionato e incapace di esercitare appeal nei confronti di un giovane calciatore di talento, è costretto guardarsi dai tradimenti dei suoi stessi alleati e soprattutto deve tentare di recuperare un rapporto coniugale ormai logoro e profondamente compromesso. Tutte sfaccettature che lo rendono un personaggio (di finzione) ben caratterizzato e capace di esercitare un innegabile magnetismo nei confronti dello spettatore, complice anche l’interpretazione del sempre magistrale Toni Servillo. Elementi che, però, hanno esposto il film ad una serie di critiche estremamente negative da parte di chi ha visto da parte di Sorrentino un eccessivo tentativo di umanizzare ed edulcorare la figura dell’”uomo di Arcore”. A dire il vero, come detto, Sorrentino non maschera un’evidente critica nei confronti del berlusconismo bieco e becero sposato come stile di vita dal resto dei protagonisti, e le stesse responsabilità penali del Cavaliere vengono accennate a più riprese. Così come si fa riferimento alla sua innata capacità di mistificare la realtà (nella scena del dialogo col nipotino). Cosa che ha portato un’altra fetta di critica – evidentemente schierata in senso opposto – a stroncare la pellicola poiché diffamante nei confronti del suo protagonista. L’impressione, a ben vedere, è che invece “Loro 1” non sia un film politicamente schierato, tutt’altro. Sorrentino ha sempre dimostrato grande fascinazione per il potere e, di conseguenza, per gli uomini che lo detengono (dal Giulio Andreotti de “Il divo”, al “giovane papa” interpretato da Jude Law e via discorrendo). “Loro 1” non è un film biografico, non è neanche un’opera satirica. È, piuttosto, un’introspezione sulla decadenza di un uomo e del modo di vivere da lui impiantato nella società degli ultimi decenni. Un film che prende in prestito personaggi esistenti, o ad essi liberamente ispirati (Sergio Morra = Gianpi Tarantini, Santino Recchia = Roberto Formigoni/Sandro Bondi, Cupa Caiafa = Michela Brambilla/Daniela Santanchè ecc…), per raccontare una storia che non ha pretese diverse da quelle di intrattenere (sia pure con un approccio autoriale). A tratti ci riesce, grazie ad una regia – come spesso accade con Sorrentino – ispirata e visivamente potente (fatta eccezione per un paio di cadute di stile, come ad esempio la scena del camion o quella della stucchevole e poco comprensibile riappacificazione tra Sergio e Tamara) e a una seconda parte di film che riscatta l’eccessiva ridondanza dell’ora precedente.

In definitiva “Loro 1” è come un abbondante aperitivo: di per sé non sazia, ma stimola l’appetito in previsione delle portate principali. Giudizio sospeso, in attesa che Sorrentino ci presenti il conto.

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