“Il mondo secondo Marco” è il primo album di Marco Negri: una miscela di rock, pop, brit e nostalgia 0 308

Ognuno vede il mondo sotto la propria lente d’ingrandimento, e Marco Negri ha intenzione di raccontarci il suo punto di vista con il suo album d’esordio “Il mondo secondo Marco”, in arrivo il 25 settembre 2018. Quella di Marco sembra essere la storia di qualcuno che mai si sarebbe aspettato di arrivare dov’è ora, nella vita così come nel suo percorso musicale, e che guarda alle sue disavventure passate con disillusione mista a malinconica ironia. Dai natali nella pianura mantovana, Marco Negri approda nel 2012 a X-Factor, ottenendo una buona risposta dal pubblico, fin quando nel 2015 non conosce il produttore Carlo Cantini, con il quale lavora al suo primo album. “Il mondo secondo Marco” è stato anticipato dal singolo Doroty.

Ciò che colpisce di Marco Negri è la scrittura provocatoria e l’approccio a volte stanco, quasi pigro, nei confronti delle vicissitudini più o meno autobiografiche che si accinge a raccontare. Non ci si aspetti di trovarsi di fronte a testi di difficile comprensione: è proprio il suo essere essenziale, unito agli interventi elettronici del synth di Cantini, il pilastro principale dell’album. Pare che cammini come un funambolo su un filo sottile che è la sua rassegnazione, a volte esorcizzata, altre volte presa sul serio. In ogni caso, però, ciò che resta è sempre un retrogusto malinconico, anche dai pezzi più esplosivi, perché a suonare è quest’uomo di quasi quarant’anni, dall’espressione illeggibile, la barba incolta, e un’evidente passione/nostalgia per le atmosfere brit pop. Un mondo abbastanza eterogeneo, ma per il quale è impossibile non provare una certa simpatia. “Simpatia” nel senso di comprensione, perché alla fine dei conti Marco Negri è sincero, non si sente compiuto come molti artisti già all’inizio della loro carriera, non si comporta da star. Potrebbe essere quell’amico che ti dà un buon consiglio di sera al pub, quando la tua ragazza ti ha lasciato, e magari ti offre pure una birra.

Il disco si apre con un intro elettronica, che fa da sfondo a “Non è questo il male”, una canzone che parla del difficile rapporto tra genitore e figlio. Non si tratta di un brano alla Yusuf Cat Stevens, ma di una potente invettiva sull’incomunicabilità traghettata da ritmi elettronici anni ’80 di cui Garbo potrebbe andare fiero. Il pezzo, intermezzato da suoni monosillabici e voci di sottofondo di cui è difficile cogliere l’origine, si chiude con un verso riprodotto al contrario (sintomo che la vicenda raccontata appartiene con molta probabilità al passato dell’artista).
Prendi il sole” è una canzone dalla grande carica rock, che racconta le insicurezze di chi non si sente all’altezza di certe situazioni (nella fattispecie concreta, insieme alla sua “sirena” in spiaggia).
La traccia successiva è una delle migliori dell’album. “L’ultimo sole#2” è il racconto della fine di una estate colma di difficoltà e drammi esistenziali, in cui Marco confessa di tutte le volte in cui ha perseverato nel seguire i suoi sogni, malgrado sia spesso inciampato nelle incomprensioni di chi gli è stato vicino. “L’ultimo sole” può essere interpretato come l’ultimo tramonto estivo, o in generale, come l’ultima luce alla fine del giorno: in ogni caso, un momento in cui si traccia un bilancio dei propri fallimenti e delle proprie vittorie personali, con la fiducia inarrestabile che nonostante tutto, domani sarà un giorno diverso, e ci sarà un sole diverso. Una bella canzone, dalla struttura semplice ma efficace, che ricorda il sound di una qualsiasi canzone dei Negrita con un ritornello cantato alla Liam Gallagher, candidabile per essere il prossimo estratto.
Le chitarre elettriche annegano in “Da questo mare”, una ballata elettroacustica dal gusto malinconico e dolceamaro, che fa da spartiacque all’interno dell’album rompendo con la carica dei brani precedenti.
Segue un’altra breve intro a “Quella volta che”, un’ennesima canzone sulla scia delle aspettative deluse. Il gusto latino delle note si mischia ad un testo ricco di anafore, dall’alta fruibilità, dimostrando la spiccata versatilità di Marco Negri a chi, fino a qui, ha creduto che fosse un’artista un po’ “old fashioned”.
Cose che ho tradito” ne è un’altra conferma: un pezzo in cui raggae e pop si intrecciano, o meglio, si dividono lo spartito. La prima parte è infatti sicuramente caratterizzata dai suoni di oltreoceano (con una campionatura in background), mentre la seconda si avvicina molto di più alla maniera italiana di chiudere i brani con acuti e chitarre elettriche ostinate.
Alla numero otto arriva “Doroty”, la traccia tutta rock che ha anticipato l’album. Anche in questo caso, il testo è interpretabile in due modi: può trattarsi di una donna molto attraente di cui il protagonista è invaghito, ma che ha dietro di lei una fila di uomini pronti a possederla, e in confronto ai quali lui non si sente all’altezza (come chi soffre perché non può raggiungere un frutto che è cresciuto troppo in alto); d’altro canto, se si attribuisce un significato ai simboli disseminati nel testo (“Quanto son buie le tue galere”, “Parigi furbetta”, “Gioconda che stai lì a giocare”), allora la “mela” di cui Marco Negri parla potrebbe essere la “mela del peccato”, e Doroty potrebbe essere una prostituta.

Appeso al ramo non riesco a saltare / se la tua mela non posso comprare / c’è già quell’altro che sta lì a guardare / mi metto in fila, nient’altro da fare
Appeso al ramo ti lascio cadere / sei sempre quella ora lasciami andare / c’è già la fila di chi vuol comprare / la tua dolcezza che strega l’amore

Superstar!” è nostalgico quasi quanto un pezzo degli 883: una canzone da intonare in coro mentre ci si abbraccia, che parla di chi in passato ha vissuto da fenomeno ma che, come tutti, è stato vinto dalle abitudini del tempo e dalle necessità della vita. Sarebbe stata probabilmente la più adatta a chiudere il disco, ma Marco Negri ha deciso di cambiare registro anche con l’ultima traccia, “Te l’ho detto”, prima dell’outro finale. Si tratta di un discorso con la propria autocoscienza, dalla struttura avulsa rispetto al resto dell’album: Marco si convince che tutte le sue scelte sono state giuste, e che ha fatto bene a scambiare una velenosa normalità, fatta di materialismo e noiose certezze, con il rischio di realizzare i suoi sogni.

Il mondo secondo Marco”, in conclusione, non è sicuramente “il migliore dei mondi possibili”, come avrebbe ottimisticamente suggerito Leibniz qualche secolo fa. Anzi, a dirla tutta, se la storia di Marco Negri avesse un corrispettivo letterario, assomiglierebbe molto più a quella di Candido, strattonato da tutti e con il peso del mondo addosso. Ma è proprio questo a rendere l’artista interessante: il gusto di fare musica per il piacere di farla, per esorcizzare i propri drammi, per scaricare le sue tensioni emotive. A Marco Negri forse non interessa sapere chi lo ascolta; sembra invece che le sue canzoni siano pensieri ad alta voce, che lui abbia bisogno di cantarle in un microfono e registrarle per potersi riascoltare. Sono piacevoli anche i brani più frivoli, perché un po’ di sportività è necessaria in un Paese dove ormai le playlist e le radio sono costellate di amori tristissimi e storie finite male. Marco Negri è un artista sincero, che non sente l’esigenza di piacere a tutti i costi. La strada per il grande pubblico forse potrebbe essere meno breve quanto sembri di questo passo, e chissà, forse anche con il supporto costante del maestro Cantini, tra qualche anno lo rivedremo su palchi importanti.

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Ascoltare Turco per sentirsi sempre a casa: ecco “Via Roma” 0 63

Turco è una cantautrice e poli strumentista nata nella provincia di Taranto. La sua musica, definita dalla stessa come “visiva”, è influenzata molto dall’elettronica. Una meravigliosa alchimia tra dispositivi elettronici e cantautorato, mescolati tra di loro per riportare in scena nel 2018 – a modo suo e le riesce benissimo – l’electro-pop. Il sound precursore della musica elettronica conosciuta oggi, un genere che unisce elettronica, pop e, grazie a Turco, anche il cantautorato italiano.

Dopo l’ottimo feedback ottenuto grazie al suo LP “First, Turco inizia la sua eccellente ascesa nel panorama musicale italiano e non. Partecipa al Cinzella Festival di Taranto insieme a Levante, Frankie Hi-Nrg e The Zen Circus, e in breve tempo arriva anche all’Uno maggio di Taranto, affianco a grandi artisti come Brunori Sas e Vinicio Capossela. In seguito a ulteriori successi e soddisfazioni, ottenuti soprattutto grazie all’LP inglese First, aggiunge nel suo repertorio musicale un album: Via Roma (2018). Lingua diversa ma stessa filosofia e stessa coerenza con il sound iniziale: elettronica, cantautorato, synth-pop e rock. A differenza dei primi lavori però sarà affiancata da altri due musicisti, un tastierista e un chitarrista. Questa necessità nasce dal sound più complesso ricercato dalla cantautrice tarantina.

L’album è anticipato dal singolo Treni, caratterizzato da un vivace electro-pop new style e supportato da un’influenza pop moderna. Quello di Turco è il treno delle occasioni, di quelle offerte della vita da non perdere, un treno da prendere al volo, perché essi non aspettano. L’album è introdotto da Intro, uno strumentale dalla durata di 43 secondi affiancato da rumori di strada, sound di citofoni, gente che va e che viene. Sarà la sua Via Roma? Il luogo in cui si trova la sua casa, il suo studio, la sua vita? Si, lo è. “Via Roma è un viaggio fatto dall’ascoltatore per tutta la durata del disco”. Se Treni è secondo la cantautrice il brano più importante e più condiviso da chi sta “dall’altra parte”, gli altri lavori non sono da meno e meritano anch’essi una degna considerazione. L’album è composto da 11 canzoni e ognuna è caratterizzata da sound differenti che ruotano intorno alla sua influenza iniziale: l’elettronica. Un caso è quello di Sharon Dice Che La Vita è un Tropismo Evanescente, uno strumentale con un ritmo orientale, oppure Ho Visto Laura Palmer: ritmi ben definiti e dance, per un finale di stagione inaspettato. Un chiaro tributo alla fortunata serie Twin Peaks, creata da Mark Frost e David Lynch.

Nel brano Ansia invece si riflette una situazione quotidiana ben nota a tutti, raccontata con sonorità dance e con un particolare – a suo modo anch’esso orientaleggiante- intro. “Non mi contattare sennò mi viene l’ansia”. In ordine, il secondo brano dopo intro è Ti Vedi, caratterizzato un ottimo pop elettronico, elegante, con un synth adattato perfettamente alla voce. L’influenza della musica dance caratterizza molto questo album, lo si è notato nel brano tributo a Twin Peaks e lo si nota anche nel quarto brano: nella testa. Un sound che fin dal primo secondo ti entra davvero in testa e che successivamente ti dà un’immensa voglia di ballare. Forse il lavoro più commerciale di “Via Roma”. Il “personale” invece si nota maggiormente negli ultimi brani dell’album, in Ogni Volta per esempio, nella canzone della “ricerca” (“ogni volta che ti guardo sento che ci sei”), oppure in Volevo Dirti. Quest’ultimo accompagnato da un potente drumming e una forte elettronica, sfruttati per amplificare e ricercare un bisogno: quello di te. L’album ha soltanto un featuring, con Molla, e la collaborazione è nata per il brano Eroi: un pezzo introdotto e caratterizzato da una chitarra acustica. Un racconto di grande persone, piccole storie di grandi persone, gli eroi del quotidiano. Questo lungo viaggio in Via Roma si conclude con Buona Vita. Forse anch’esso uno dei lavori con un sound più attuale, ricorda molto Levante da un certo punto di vista. Una chitarra acustica arpeggiata, una voce dolce e calda, un crescendo finale che si conclude con il rumore del mare e il verso dei gabbiani.

Sentirsi sempre a casa e “assaporare” ogni evento del quotidiano sono delle sensazioni bellissime. Turco con quest’album è riuscita a far passeggiare ogni ascoltatore nella sua amata Via Roma, a farlo sentire a casa nella sua casa.

 

Foto di Martina Loiola e Ilenia Tesoro

Il nuovo “Down the Road Wherever” di Mark Knopfler va piano e va lontano 0 63

Lo ammetto. Non ho mai ascoltato più di tanto i Dire Straits, figurati Mark Knopfler da solista. Sono sempre rimasti nella pila dei dischi che prima o poi devi per forza ascoltare ma che rimandi sempre al lunedì successivo. Il lato positivo è che questo Down the Road Wherever me lo posso ascoltare senza troppi pregiudizi e non sono tentato di dire “ah ma la roba vecchia è tutta un’altra storia”. Le malelingue diranno che sono troppo pigro per ascoltarmi attentamente tutta la discografia del buon Mark. Non è assolutamente vero: è solo l’amore per la spontaneità a spingermi.

Titolo e copertina ci danno un indizio su quello che ci aspetta dalle 14 tracce del nono album da solista di Knopfler: un’ottima musica da viaggio in macchina che fa scivolare nel sonno i passeggeri e tiene sveglio il guidatore. La qualità c’è, il timbro distintivo di voce e chitarra pure; completano il quadro un mixaggio semplice, ben definito ed estremamente efficace e – tanto per gradire – dei testi mica male. Ma esattamente come quando si guida su una lunga e ostinatamente dritta autostrada, non bisogna aspettarsi grossi colpi di scena e in un album dove le canzoni durano in media 5 minuti la monotonia è da tenere in conto. L’importante è rilassarsi e godersi il lento e scorrere del paesaggio e della musica.

Si parte con con Trapper Man, che parla del lavoro sporco del cacciatore di cui i ricchi “fat men” hanno bisogno per non doversi sporcare le mani in prima persona. Allo stesso modo in questa traccia l’arrangiamento si mette al servizio delle parole, in modo da dargli più risalto.

La seconda tappa è l’ipnotica Back on the Dance Floor: il ritmo incalza, il basso pompa, e la testa non può che ondeggiare dall’inizio alla fine.

Nobody’s Child rallenta il passo e ci trasporta direttamente nelle solitarie pianure del West. Dopo il centesimo ascolto non riesco ancora a capire se riesco ad apprezzare quel falsetto nel ritornello o se mi suona solamente strano.

In Just a Boy Away from Home c’è un po’ tutto: una vena blues, un groove funky, un assolo country (lo slider fa sempre il suo dovere) miscelati con arte.

Passiamo a When You Leave. Parte la tromba accompagnata dal piano e sfido a non immaginarsi la scena di un film in bianco e nero dove una figura in impermeabile pian piano si allontana. Mentre piove. In una Parigi deserta, magari.

Con Good on You Son si inizia a battere il piedino a tempo più velocemente, grazie a un bel mix di strofe senza troppi fronzoli e a un ritornello che ti sa prendere. Non a caso questa è il singolo che ha anticipato l’uscita del disco.

Di My Bacon Roll oltre al ritornello orecchiabile ho apprezzato molto i brevi intro e outro che impreziosiscono, nella loro semplicità, tutta la canzone.

In Nobody Does That sono la voce e la chitarra di Knopfler a lasciare il posto sotto i riflettori a tromba e sassofono. Il risultato è decisamente godibile.

Se volevate un pizzico di sonorità “celtiche” e ambientazioni rurali ci pensa il violino di Drovers’ Road. Anche la successiva One Song at a Time mantiene uno stile simile ma ci porta più giù, verso i canali e i porti inglesi di fine ‘800.

Con una melodia delicata sostenuta da un buon ritmo e da un filo di ironia, Floating Away racconta le difficoltà nel riuscire a riconoscersi mentre si invecchia e l’immagine di sé stessi che ci si è costruiti (fisica e non) sembra scomparire lentamente.

In Slow Learner Mark lo dice chiaramente: “Mi piace prendermela con calma”. E quale è il modo migliore per farcelo capire se non un blues lento, rilassante e ben curato?

Heavy Up è un soffio di allegria inaspettata che ti accompagna direttamente in spiaggia. Pure la classica chitarra alla Knopfler qua vuole sentirsi ukulele.

Nonostante un’ora abbondante di album, Matschstick Man merita di essere ascoltata un paio di volte. Una chitarra acustica dal suono cristallino accompagna la storia di un musicista vagabondo che attraversa tutta la Gran Bretagna, tra neve, solitudine e insulti.

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