“Il Nuotatore”, il post-rock dei Massimo Volume era ciò di cui avevamo bisogno 0 200

Oggi a Bologna ha inizio il tour nei teatri dei Massimo Volume per presentare il loro ultimo lavoro in studio: Il Nuotatore”. Quest’album è il risultato di un’intensa carriera musicale nata a Bologna nel 1991, bloccatasi nel 2002 a causa di uno scioglimento della band e “ripresa” nel 2008. Un percorso artistico nato in una cantina, attraverso due vecchi amplificatori e una voglia di suonare con il volume al massimo (lo diciamo adesso per non scriverlo mai più, promesso) per sentire meglio il suono e riuscire ad ottenere quel sound che li contraddistingue da tutto il resto. Finalmente in Italia un post rock degno, mi sento di aggiungere.

Era il 1991, al tempo provavamo in cantina con un’attrezzatura infame, avevamo solo due vecchi
amplificatori, così per poter sentire il suono dicevamo in continuazione: Massimo volume, alza al massimo il volume!
(Emidio Clementi)

Ma cosa ha Il nuotatore di diverso rispetto agli album precedenti? In grande linee direi nulla – a parte la formazione; adesso sono un trio formato dai membri storici della band – ed è proprio questa la cosa bella. C’è coerenza musicale, voglia di suonare come ai vecchi tempi – cosa che molte band perdono dopo il primo anno di réunion – e soprattutto: riflessione. La coerenza musicale la si ritrova nelle loro scelte, in un sound ottenuto senza l’ausilio dell’elettronica ma attraverso delle perfette alchimie tra gli strumenti; un ritorno al passato, alla purezza musicale di quei tempi, ai Massimo Volume del ’91.

Un album composto da nove tracce, tante chitarre e un messaggio molto importante che si individua superficialmente già dal titolo. Un nuotatore che sguazza nel mare – un chiaro riferimento al racconto di John Cheever – in balia di un qualcosa di incontrollabile, indomabile, che può essere allo stesso tempo sia luce che buio. Capace di travolgere ogni cosa che trova e allo stesso tempo abile a tenerci a galla in un mare che non è altro che sinonimo di “vita”. Un’esistenza difficile, piena di problemi che spesso travolgono i nostri giorni togliendoci le forze per andare avanti, costringendoci a stare nell’ombra, a farcela piacere controvoglia, come Fred; che vive in una stanza fredda, assente da qualunque voglia e allo stesso tempo con diverse presenze nella sua vita che vogliono aiutarlo.

Fred è la settima traccia dell’album; un brano caratterizzato da un mood riflessivo, un groove lento, un parlato che si traveste da schiaffo. Uno schiaffo dato da un amico che prende le sembianze di uno psicologo ma con più coraggio, sbattendoti in faccia cose che soltanto lui potrebbe dirti. Per permetterci di vedere la luce anche nel buio più profondo, perché c’è sempre uno spiraglio. Quest’ultimo lo ritroviamo nel primo brano, in Una voce a Orlando. Un pezzo che fin da subito, soltanto strumentalmente, ti fa dire: “sono i Massimo Volume”. Un post-rock vecchia scuola che sfocia a tratti in un sound psichedelico, con una chitarra che ascoltandola a occhi chiusi sarebbe capace di portarti in un’altra dimensione e di farti capire davvero le parole precedenti; perché le cose in un modo o nell’altro ce le devono dire due volte per farcele capire. In ogni situazione.

Esistono case senza luce
né tetto
ma la gente ha imparato a viverci lo stesso
pur di non stare all’aperto

La ditta di acqua minerale, il secondo brano, vede un sound diverso da quello dei precedenti brani. Più “veloce”, intenso e a tratti vuoto; perfetto per spiegare la situazione che viene raccontata dal testo e con una chitarra inedita. Nei primi album non risultava molto una ricerca timbrica come quella riscontrata in questo ultimo lavoro; ecco, ho appena smentito una frase della mia introduzione, questa è una delle poche cose che differenziano questo disco dai precedenti.

Il terzo brano è intitolato Amica Prudenza. Quella che tutti vorrebbero nella loro vita, utile e inutile allo stesso tempo. Un brano “raccontato” attraverso un sound che sfocia a tratti nell’ambient o in un post-rock più “pulito”; che si intensifica, si distorce, si pulisce, si sporca.

Ed eccoci adesso alla traccia omonima, Il nuotatore. Un arrangiamento molto ritmato, caratterizzato da una batteria decisa, convinta, e una voce che emana consapevolezza cruda e spietata. Una vita dura, che cambia di colpo e che a ogni cambiamento ci grida contro dicendo: “non puoi fare nulla per impedirlo, cazzi tuoi”. tre minuti e trentasette secondi di pura poesia.

Il brano successivo, Nostra signora del caso, ha come protagonista la sorte, il destino, il fato… insomma, avete capito. Un’entità incontrollabile, che spesso sottovalutiamo pensando di tenerla in pugno; imprechiamo contro di essa giornalmente, proviamo a resistere fallendo miseramente. La traccia è costruita su un’impalcatura sonora dai tratti angoscianti, capace di rievocare quelle emozioni ansiose celate in noi stessi anche grazie alla potenza del testo; una sonorità, una perfetta correlazione tra parole e sound, un mix di emozioni riscontrabili in diverse band (ogni riferimento ai Radiohead è puramente casuale) e non da tutti. Non per tutti.

L’ultima notte del mondo, il sesto brano, è uno dei migliori pezzi della band, non solo per tecnica. Possiamo intendere questo brano come un’autobiografia, una testimonianza della cultura dei Massimo Volume in campo musicale e delle loro capacità in termini di composizione.

Adesso è tempo di introdurre due piccoli aneddoti: uno riguardante il secondo brano La ditta di acqua minerale” e l’altro per introdurre l’ottava canzone: Mia madre e la morte del gen. José Sanjurjo”.
Due personaggi che perdono tutto a causa dell’eccesso; lo zio la sua azienda e il generale – come è noto – la vita. Come dice Emidio durante delle interviste: “si tratta di grandi parabole sulla vanità”. La Storia con la S maiuscola, narrata attraverso il post-rock italiano.

Domani sapremo
ne sono quasi sicuro
se poi sarà troppo dura per noi
incolperemo qualcuno

La strofa precedente introduce l’ultimo brano: Vedremo domani. Un pezzo che inizialmente appare come diverso, scostante rispetto agli altri grazie ad una qualche influenza pop-rock estranea alla band, ma che sa riprendersi subito e che, comunque, non dispiace. Nella vita bisogna variare, ogni tanto.
Domani sapremo e nel caso incolperemo qualcun altro. Testimonianza di una band che, dopo anni di carriera, si trova in un’Italia cambiata sotto ogni aspetto e che trova le parole perfette per raffigurare e racchiudere in quattro minuti e trenta secondi il contesto in cui ci ritroviamo.

Arrivati all’ultimo brano, non posso altro che riconfermare quanto detto in precedenza: un album coerente con il loro modo di fare, che testimonia la loro cultura letteraria – da sempre, e per fortuna nostra, sfruttata per i loro testi – e che, soprattutto, trasmette un messaggio molto forte e più che attuale, lanciato da una band che da ventotto anni risiede in un’Italia in costante mutamento, sul piano musicale come su quello politico. Certo, questo è il corso della vita, è inevitabile e loro lo sanno – la signora del caso lo sa – ma sicuramente non possiamo star zitti e con gli occhi chiusi.
Questo “non è un paese per inetti”.

 

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Uno Maggio Taranto: intervista ai Colle der Fomento 0 232

Anche i Colle der Fomento presenti ieri all’Uno Maggio Libero e Pensante. Li abbiamo incontrati nel backstage qualche ora dopo la loro esibizione, riuscendo a parlare in esclusiva con Danno per una brevissima intervista. (Leggi anche la nostra intervista esclusiva di ieri a Squarta dei Cor Veleno)

Da Roma – Rome Sweet Home, per citare Dj Gengis – a Taranto, precisamente al “controconcerto” di quello romano. Una tua breve impressione.
Beh, a noi a Roma non ci hanno mai chiamato [Ride, n.d.r.]. Qui ci hanno chiamato e ringraziamo infatti Roy Paci, ma non è per questo. Questa ci sembrava e ci sembra – e lo abbiamo visto con gli occhi oggi – una manifestazione non solo musicale; non voglio dire politica, diciamo una sorta di presa di coscienza. È sempre buono prendere coscienza di quello che ci sta succedendo intorno.”

Prese di coscienza che oggi servono un sacco, infatti son stati tanti i messaggi di antifascismo, lotta al sistema…
Noi, purtroppo, veniamo da Roma, e Roma è ‘na città piena di fascisti, apparenti o reali. Ci siamo nati in mezzo, li abbiamo sempre visti: non ci sono mai piaciuti, noi non siamo mai piaciuti a loro e quindi niente, noi ribadiamo il nostro essere antifascisti e speriamo che chi ci ascolta capisca e condivida questo nostro aspetto.

Un messaggio alla città di Taranto da parte di Danno.
Resistete e smettiamo tutti di credere ai primi che ci promettono il cielo che tanto il cielo non ce la daranno mai. Insomma, resistete: la parola d’ordine è resistenza umana.

Uno Maggio Taranto: intervista ai Cor Veleno 0 264

Nel backstage del concerto dell’UnoMaggio Libero e Pensante, Blunote Music incontra in esclusiva Squarta dei Cor Veleno per una breve intervista (leggi l’intervista di Kragler a Squarta per l’uscita de Lo Spirito che Suona).

Siamo alla sesta edizione dell’ 1Maggio a Taranto e questa è la vostra prima presenza. Da Roma al “controconcerto” di Roma, avete portato Lo Spirito che Suona.
Sì, e devo dire che spacca. È la prima volta, ma c’è un’energia da paura e la manifestazione è come piace a noi: familiare, cruda, dove la protagonista è la musica con il coltello fra i denti.

In una situazione difficile come quella che sta vivendo Taranto in questo periodo, la città ha bisogno di questo evento e ha bisogno di musica forte, come dici tu. Un messaggio alla città.
Non è solo Taranto a trovarsi in una situazione infelice, ma purtroppo ci sono tanti posti in Italia dove è altrettanto difficile. La musica può essere un mezzo per ricordarsi di lottare sempre, mai darsi per vinti e alzare la testa. Una manifestazione del genere è a questo che serve.

Questa tappa è stata inserita nella seconda parte del vostro tour.
Il tour è partito in inverno, dopo l’uscita del disco. La prima parte l’abbiamo fatta io e Grandi in formazione classica, deejay e voce. In questa parte si è aggiunta anche la band in cui al basso c’è Gabbo, che produce con me anche i beat e tutte le produzioni che sentite, e alla batteria c’è Zamibrady; Taranto è la terza tappa.

C’è qualcosa nel futuro o vi fermerete con Lo Spirito che Suona?
Un futuro c’è, perché te pare che un gruppo che se chiama Cor Veleno se ferma? (ride, ndr.). Siamo già in studio a fare delle cose nuove. Non sappiamo qual è la direzione in cui si muovono queste cose, ma ci stiamo lavorando. Lo spirito di Primo ci sarà sempre, forte e lo sentirete suonare sempre.”

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