“Il Nuotatore”, il post-rock dei Massimo Volume era ciò di cui avevamo bisogno 0 386

Oggi a Bologna ha inizio il tour nei teatri dei Massimo Volume per presentare il loro ultimo lavoro in studio: Il Nuotatore”. Quest’album è il risultato di un’intensa carriera musicale nata a Bologna nel 1991, bloccatasi nel 2002 a causa di uno scioglimento della band e “ripresa” nel 2008. Un percorso artistico nato in una cantina, attraverso due vecchi amplificatori e una voglia di suonare con il volume al massimo (lo diciamo adesso per non scriverlo mai più, promesso) per sentire meglio il suono e riuscire ad ottenere quel sound che li contraddistingue da tutto il resto. Finalmente in Italia un post rock degno, mi sento di aggiungere.

Era il 1991, al tempo provavamo in cantina con un’attrezzatura infame, avevamo solo due vecchi
amplificatori, così per poter sentire il suono dicevamo in continuazione: Massimo volume, alza al massimo il volume!
(Emidio Clementi)

Ma cosa ha Il nuotatore di diverso rispetto agli album precedenti? In grande linee direi nulla – a parte la formazione; adesso sono un trio formato dai membri storici della band – ed è proprio questa la cosa bella. C’è coerenza musicale, voglia di suonare come ai vecchi tempi – cosa che molte band perdono dopo il primo anno di réunion – e soprattutto: riflessione. La coerenza musicale la si ritrova nelle loro scelte, in un sound ottenuto senza l’ausilio dell’elettronica ma attraverso delle perfette alchimie tra gli strumenti; un ritorno al passato, alla purezza musicale di quei tempi, ai Massimo Volume del ’91.

Un album composto da nove tracce, tante chitarre e un messaggio molto importante che si individua superficialmente già dal titolo. Un nuotatore che sguazza nel mare – un chiaro riferimento al racconto di John Cheever – in balia di un qualcosa di incontrollabile, indomabile, che può essere allo stesso tempo sia luce che buio. Capace di travolgere ogni cosa che trova e allo stesso tempo abile a tenerci a galla in un mare che non è altro che sinonimo di “vita”. Un’esistenza difficile, piena di problemi che spesso travolgono i nostri giorni togliendoci le forze per andare avanti, costringendoci a stare nell’ombra, a farcela piacere controvoglia, come Fred; che vive in una stanza fredda, assente da qualunque voglia e allo stesso tempo con diverse presenze nella sua vita che vogliono aiutarlo.

Fred è la settima traccia dell’album; un brano caratterizzato da un mood riflessivo, un groove lento, un parlato che si traveste da schiaffo. Uno schiaffo dato da un amico che prende le sembianze di uno psicologo ma con più coraggio, sbattendoti in faccia cose che soltanto lui potrebbe dirti. Per permetterci di vedere la luce anche nel buio più profondo, perché c’è sempre uno spiraglio. Quest’ultimo lo ritroviamo nel primo brano, in Una voce a Orlando. Un pezzo che fin da subito, soltanto strumentalmente, ti fa dire: “sono i Massimo Volume”. Un post-rock vecchia scuola che sfocia a tratti in un sound psichedelico, con una chitarra che ascoltandola a occhi chiusi sarebbe capace di portarti in un’altra dimensione e di farti capire davvero le parole precedenti; perché le cose in un modo o nell’altro ce le devono dire due volte per farcele capire. In ogni situazione.

Esistono case senza luce
né tetto
ma la gente ha imparato a viverci lo stesso
pur di non stare all’aperto

La ditta di acqua minerale, il secondo brano, vede un sound diverso da quello dei precedenti brani. Più “veloce”, intenso e a tratti vuoto; perfetto per spiegare la situazione che viene raccontata dal testo e con una chitarra inedita. Nei primi album non risultava molto una ricerca timbrica come quella riscontrata in questo ultimo lavoro; ecco, ho appena smentito una frase della mia introduzione, questa è una delle poche cose che differenziano questo disco dai precedenti.

Il terzo brano è intitolato Amica Prudenza. Quella che tutti vorrebbero nella loro vita, utile e inutile allo stesso tempo. Un brano “raccontato” attraverso un sound che sfocia a tratti nell’ambient o in un post-rock più “pulito”; che si intensifica, si distorce, si pulisce, si sporca.

Ed eccoci adesso alla traccia omonima, Il nuotatore. Un arrangiamento molto ritmato, caratterizzato da una batteria decisa, convinta, e una voce che emana consapevolezza cruda e spietata. Una vita dura, che cambia di colpo e che a ogni cambiamento ci grida contro dicendo: “non puoi fare nulla per impedirlo, cazzi tuoi”. tre minuti e trentasette secondi di pura poesia.

Il brano successivo, Nostra signora del caso, ha come protagonista la sorte, il destino, il fato… insomma, avete capito. Un’entità incontrollabile, che spesso sottovalutiamo pensando di tenerla in pugno; imprechiamo contro di essa giornalmente, proviamo a resistere fallendo miseramente. La traccia è costruita su un’impalcatura sonora dai tratti angoscianti, capace di rievocare quelle emozioni ansiose celate in noi stessi anche grazie alla potenza del testo; una sonorità, una perfetta correlazione tra parole e sound, un mix di emozioni riscontrabili in diverse band (ogni riferimento ai Radiohead è puramente casuale) e non da tutti. Non per tutti.

L’ultima notte del mondo, il sesto brano, è uno dei migliori pezzi della band, non solo per tecnica. Possiamo intendere questo brano come un’autobiografia, una testimonianza della cultura dei Massimo Volume in campo musicale e delle loro capacità in termini di composizione.

Adesso è tempo di introdurre due piccoli aneddoti: uno riguardante il secondo brano La ditta di acqua minerale” e l’altro per introdurre l’ottava canzone: Mia madre e la morte del gen. José Sanjurjo”.
Due personaggi che perdono tutto a causa dell’eccesso; lo zio la sua azienda e il generale – come è noto – la vita. Come dice Emidio durante delle interviste: “si tratta di grandi parabole sulla vanità”. La Storia con la S maiuscola, narrata attraverso il post-rock italiano.

Domani sapremo
ne sono quasi sicuro
se poi sarà troppo dura per noi
incolperemo qualcuno

La strofa precedente introduce l’ultimo brano: Vedremo domani. Un pezzo che inizialmente appare come diverso, scostante rispetto agli altri grazie ad una qualche influenza pop-rock estranea alla band, ma che sa riprendersi subito e che, comunque, non dispiace. Nella vita bisogna variare, ogni tanto.
Domani sapremo e nel caso incolperemo qualcun altro. Testimonianza di una band che, dopo anni di carriera, si trova in un’Italia cambiata sotto ogni aspetto e che trova le parole perfette per raffigurare e racchiudere in quattro minuti e trenta secondi il contesto in cui ci ritroviamo.

Arrivati all’ultimo brano, non posso altro che riconfermare quanto detto in precedenza: un album coerente con il loro modo di fare, che testimonia la loro cultura letteraria – da sempre, e per fortuna nostra, sfruttata per i loro testi – e che, soprattutto, trasmette un messaggio molto forte e più che attuale, lanciato da una band che da ventotto anni risiede in un’Italia in costante mutamento, sul piano musicale come su quello politico. Certo, questo è il corso della vita, è inevitabile e loro lo sanno – la signora del caso lo sa – ma sicuramente non possiamo star zitti e con gli occhi chiusi.
Questo “non è un paese per inetti”.

 

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Ricordati Chi Sei, il nuovo singolo di ElleBlack 0 156

Ha soli 17 anni, un talento raffinato ma soprattutto una grande valigia piena di sogni. Luigi Orlando, in arte ElleBlack, rapper originario di Palagiano, in provincia di Taranto, comincia sin da piccolo a scrivere le prime poesie strutturate come fossero lettere e, negli anni successivi, comincia a cimentarsi nei testi in chiave musicale, con immediati consensi.

Secondo “Rock it”, il più grande portale di musica italiana, ElleBlack “dimostra una buona maturità e inserisce nei suoi testi riferimenti parecchio elevati, come citazioni poetiche, piuttosto rare sempre considerando la sua età e la sua spontaneità e la sua sincerità sono da salvaguardare”.

Dopo lo straordinario successo di “Sono a casa“, album uscito a gennaio e che ha ottenuto recensioni più che positive nell’intero panorama musicale nazionale, esattamente come l’hit estiva “Snapshot”, lunedì 11 novembre a mezzanotte uscirà, su tutte le piattaforme digitali, il nuovo singolo “Ricordati chi sei”.

Prodotto da NotJerk e registrato, mixato e masterizzato dalla Valentino Records, il brano è pubblicato da Top Records, nota casa discografica di Milano.

“‘Ricordati chi sei’ è un brano rap cantautorale  con tonalità più dolci rispetto al passato – spiega ElleBlack – e racconta la storia di un ragazzo che ha perso la memoria di chi è realmente, della sua figura. Per ritrovarla inizia un dialogo con una persona cara che però non c’è più: si tratta di un colloquio spirituale, attraverso cui il giovane ritrova sé stesso e ricorda al suo interlocutore ciò che ha svolto nella sua vecchia vita”.

Il brano è autobiografico: “Questa canzone nasce da un’esigenza personale ed arriva come conseguenza di un avvenimento realmente accaduto, la morte di mio nonno, a cui ha fatto seguito per me un periodo di forte smarrimento”.

‘Ricordati chi sei’ rappresenta una nuova tappa nella carriera musicale di ElleBlack: “E’ una sorta di ancora al mio vecchio stile di fare musica – precisa il giovane cantautore – è una traccia di chiusura di una mia stagione musicale e un punto di partenza per altri progetti”.

L’essenziale ritorno dei Save Our Souls rimanda all’alternative anni ‘90 0 107

Si chiama “Esse o Esse” l’album di ritorno dei Save Our Souls (S.O.S.), la band bergamasca capitanata da Marco Ferri (in arte Bruco). Nati nel 1993 su iniziativa del loro fontman, gli S.O.S hanno saputo costruirsi una lunga carriera, segnata da cambi di formazione, intensa attività live, importanti collaborazioni e vittorie di rassegne e festival. Un bagaglio d’esperienza messo a disposizione di questo loro ultimo lavoro, che la band stessa descrive come «schietto e sincero e che rinuncia a fronzoli e orpelli puntando all’essenziale».

Forse gli orpelli ai quali si è deciso di rinunciare sono ammiccamenti all’elettronica o abbellimenti vari in fase di produzione, dato che il disco sembra voler catapultarci ad inizio/metà degli anni ’90 e all’alternative rock di quel periodo.  Negrita, Timoria, il primo Ligabue sono i primi nomi che vengono in mente sentendo le otto tracce che compongono un disco caratterizzato dalla semplicità degli arrangiamenti (nei quali dominano le chitarre), dall’immediatezza dei testi e dalla ricerca di melodie accattivanti. Non mancano, comunque, rimandi a un indie rock più fresco e scanzonato, sorretto da ritmiche più ballabili.

È il caso dell’opening “Venere acida”: un brano dedicato alla Musica, la dea dell’amore con la quale ogni musicista vive un costante rapporto di odio e amore.

Sorretta dai suoi riff poderosi di chitarra, arriva “Non mi fermare”: un inno punk sulla “lucida follia” di chi vuole trasformare la propria passione in un lavoro, non curandosi delle parole di chi invece prova a tracciare limiti.

Fa il suo ingresso l’acustica (che sarà molto presente nel proseguo del disco) nella successiva “E non sai più cosa sei”, brano che parla dell’alienazione, della spersonalizzazione e dell’apatia causate dall’uso (o, meglio, dall’abuso) dei social network e di internet.

Echi di britpop in “Madre”, ballatona già presente nel disco d’esordio (datato 1993) e per l’occasione ri-arrangiata in una nuova veste.

Si rialza il ritmo con “Ancora vivere” in attesa e in preparazione della romantica “Corri Luna”, malinconica ballata sulla paternità che rimanda alle sonorità e alle melodie dei Litfiba nei loro momenti più “morbidi”.

Timoria e Negrita a influenzare la successiva “Ancora un’ora”, che anticipa il brano di chiusura, “Presidente” (già registrato nel 2017 e inserito nella compilation prodotta e distribuita da NDS Music e allegata al mensile Tribuna Magazine). Cambia il tono – più ironico e scanzonato – in un brano che vuole essere un monito: diffidare dai leader dalle facili promesse, figure tanto affascinanti quanto abbindolatrici. Il cantato di Bruco, come per tutto il resto del disco, oscilla tra soluzioni che ricordano un po’ Piero Pelù, un po’ Francesco Renga,mentre alle immancabili chitarre si uniscono sintetizzatori dal sound futuristico.

Si chiude così un disco breve, diretto ed essenziale che, pur senza offrire brani sensazionali o particolari spunti d’interesse, si lascia ascoltare con godibilità. Non particolarmente attuale o innovativo nel suo intento di riprendere sonorità appartenenti al passato (per quanto recente), ma comunque apprezzabile per le sue melodie orecchiabili e il suo discreto songwriting.

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