Il nuovo “Down the Road Wherever” di Mark Knopfler va piano e va lontano 0 605

Lo ammetto. Non ho mai ascoltato più di tanto i Dire Straits, figurati Mark Knopfler da solista. Sono sempre rimasti nella pila dei dischi che prima o poi devi per forza ascoltare ma che rimandi sempre al lunedì successivo. Il lato positivo è che questo Down the Road Wherever me lo posso ascoltare senza troppi pregiudizi e non sono tentato di dire “ah ma la roba vecchia è tutta un’altra storia”. Le malelingue diranno che sono troppo pigro per ascoltarmi attentamente tutta la discografia del buon Mark. Non è assolutamente vero: è solo l’amore per la spontaneità a spingermi.

Titolo e copertina ci danno un indizio su quello che ci aspetta dalle 14 tracce del nono album da solista di Knopfler: un’ottima musica da viaggio in macchina che fa scivolare nel sonno i passeggeri e tiene sveglio il guidatore. La qualità c’è, il timbro distintivo di voce e chitarra pure; completano il quadro un mixaggio semplice, ben definito ed estremamente efficace e – tanto per gradire – dei testi mica male. Ma esattamente come quando si guida su una lunga e ostinatamente dritta autostrada, non bisogna aspettarsi grossi colpi di scena e in un album dove le canzoni durano in media 5 minuti la monotonia è da tenere in conto. L’importante è rilassarsi e godersi il lento e scorrere del paesaggio e della musica.

Si parte con con Trapper Man, che parla del lavoro sporco del cacciatore di cui i ricchi “fat men” hanno bisogno per non doversi sporcare le mani in prima persona. Allo stesso modo in questa traccia l’arrangiamento si mette al servizio delle parole, in modo da dargli più risalto.

La seconda tappa è l’ipnotica Back on the Dance Floor: il ritmo incalza, il basso pompa, e la testa non può che ondeggiare dall’inizio alla fine.

Nobody’s Child rallenta il passo e ci trasporta direttamente nelle solitarie pianure del West. Dopo il centesimo ascolto non riesco ancora a capire se riesco ad apprezzare quel falsetto nel ritornello o se mi suona solamente strano.

In Just a Boy Away from Home c’è un po’ tutto: una vena blues, un groove funky, un assolo country (lo slider fa sempre il suo dovere) miscelati con arte.

Passiamo a When You Leave. Parte la tromba accompagnata dal piano e sfido a non immaginarsi la scena di un film in bianco e nero dove una figura in impermeabile pian piano si allontana. Mentre piove. In una Parigi deserta, magari.

Con Good on You Son si inizia a battere il piedino a tempo più velocemente, grazie a un bel mix di strofe senza troppi fronzoli e a un ritornello che ti sa prendere. Non a caso questa è il singolo che ha anticipato l’uscita del disco.

Di My Bacon Roll oltre al ritornello orecchiabile ho apprezzato molto i brevi intro e outro che impreziosiscono, nella loro semplicità, tutta la canzone.

In Nobody Does That sono la voce e la chitarra di Knopfler a lasciare il posto sotto i riflettori a tromba e sassofono. Il risultato è decisamente godibile.

Se volevate un pizzico di sonorità “celtiche” e ambientazioni rurali ci pensa il violino di Drovers’ Road. Anche la successiva One Song at a Time mantiene uno stile simile ma ci porta più giù, verso i canali e i porti inglesi di fine ‘800.

Con una melodia delicata sostenuta da un buon ritmo e da un filo di ironia, Floating Away racconta le difficoltà nel riuscire a riconoscersi mentre si invecchia e l’immagine di sé stessi che ci si è costruiti (fisica e non) sembra scomparire lentamente.

In Slow Learner Mark lo dice chiaramente: “Mi piace prendermela con calma”. E quale è il modo migliore per farcelo capire se non un blues lento, rilassante e ben curato?

Heavy Up è un soffio di allegria inaspettata che ti accompagna direttamente in spiaggia. Pure la classica chitarra alla Knopfler qua vuole sentirsi ukulele.

Nonostante un’ora abbondante di album, Matschstick Man merita di essere ascoltata un paio di volte. Una chitarra acustica dal suono cristallino accompagna la storia di un musicista vagabondo che attraversa tutta la Gran Bretagna, tra neve, solitudine e insulti.

Previous ArticleNext Article

Lascia un commento

Medimex: Liam Gallagher porta gli anni Novanta a Taranto 0 64

Dopo l’apertura di Cigarettes After Sex ed Editors, il Medimex prosegue la sua cavalcata trionfante a Taranto con un altro concerto di successo: Liam Gallagher. L’ex Oasis ha regalato poco più di un’ora di concerto ai propri fan, cantando i vecchi successi della band che ha fatto grande il britpop, qualcosa dell’ultimo disco solista ed il suo nuovo singolo.

medimex blunote music

Il concerto inizia intorno alle otto, quando sul palco salgono i JoyCut, gruppo musicale dark-wave elettronico formatosi nel 2003 a Bologna. La giusta alchimia fra synth, batteria e tastiere dà la carica al pubblico che aveva già iniziato ad affollare la rotonda del lungomare dalle 18, molto prima del concerto di ieri.

Dopo un’ora sale sul palco King Hammond, musicista londinese accompagnato dalla sua band: un po’ B-52s, un po’ sagra di paese in senso buono, King Hammond suona per quaranta minuti il suo raggae-ska movimentando la folla, ormai in trepida attesa di Liam Gallagher.

Alle 22.20 sale sul palco l’ex Oasis: classico giaccone invernale, storico tamburello in mano e tutti gli anni 90 sulle spalle. Il concerto si apre con Rock ‘N’ Roll Star, singolo datato 1995 uscito dal disco Definitely Maybe del 94: uno dei brani più rappresentativi degli Oasis. E non è da meno il secondo brano in scaletta, Morning Glory, title track del disco che fece grandi gli Oasis con sedici milioni di dischi venduti, terzo disco più venduto di sempre in Inghilterra, dietro a Beatles e Queen. Piccolo siparietto per concludere l’introduzione al concerto, con Liam che si “libera” del suo tamburello lanciandolo nel pubblico (se sei il fortunato ad averlo preso, mandaci una foto in DM su Facebook e Instagram!)

Il concerto prosegue con Wall of Glass, singolo di punta del disco solista di Liam Gallagher, As You Were. Da qui parte una piccola parentesi di tre canzoni estratte da questo disco, fra cui l’altro singolo di successo, For What it’s Worth. Ed è proprio dopo quest’ultima che arriva un bel momento: l’anteprima italiana del nuovo singolo, Shockwave, pubblicato il giorno prima ed estratto dal nuovo disco in arrivo del cantante inglese: Why Me? Why Not.

Liam Gallagher è esattamente come te lo immagini, come lo hai visto dai video: mani dietro la schiena, espressione costantemente arrogante, non sai mai chi del pubblico manderà a fanculo. È per questo che gli si vuole tanto bene, penso. Intanto che penso, il live prosegue e sul palco si suona una bellissima Some Might Say, cui segue Universal Gleam, fino ad arrivare alla spettacolare Lyla.

foto panoramica di Rosa De Benedetto

Il pubblico risponde benissimo, molti sventolano le maglie del Manchester City, qualcuno alza una maglia dei Noel Gallagher’s High Flyin’ Birds; Liam risponde in inglese: “Preferisco altre maglie. Preferisco la mia!” indicandone una lì vicino. E riprende a suonare: Cigarettes and AlcoholEh La, e si arriva al momento atteso da tutti: Wonderwall. Salti, urla, occhi lucidi.

Liam saluta, ma si sa che è solo per poco. Rientra e riattacca a suonare: la potenza di Roll With It, brano di apertura di quel What’s The Story Morning Glory di cui prima, risuona in tutta la città. E risuona forte anche nel cuore dei fan, che non sentivano questo pezzo live da ben dieci anni. Finisce Roll With It e Liam annuncia l’ultima canzone, partono le note e tutti sanno che si tratta di Champagne Supernova, alla quale viene affidata quasi sempre la chiusura dei suoi concerti.

Ci son poche parole per descrivere il momento storico che ha vissuto ieri la città di Taranto e la gente accorsa da tutto il Sud per questo live. Chi ha vissuto gli anni ’90 può desiderare solo tre cose nella vita: un appuntamento con Jennifer Aniston, una settimana col Drugo e un concerto di uno dei Gallagher. Ieri almeno uno di questi desideri si è avverato.

Californication compie vent’anni: riscopriamolo 0 127

Sapevamo che il disco aveva avuto un largo successo quando andammo in Europa per un giro di conferenze stampa. Eravamo in Italia, io e John stavamo sul sedile posteriore di una Mercedes con il finestrino aperto. Un motorino con due ragazzi italiani si fermò accanto a noi. Guardarono dentro e cominciarono a urlare: “Ehi, Californication, Californication!”. Poi si misero a cantare Scar Tissue. Il disco era uscito da cinque giorni. Ovunque andassimo, tutti i negozi suonavano il nostro disco. L’Italia aveva preso fuoco. Passammo dal vendere una manciata di dischi al venderne più di chiunque altro quell’anno in Italia. Com’è che un Paese intero decide di cominciare ad amarti in un giorno?

Così Anthony Kiedis decise di parlare di Californication all’interno della sua biografia, “Scar Tissue”, proprio come uno dei singoli estratti dall’album che ha fatto grande la band americana nel mondo. Californication usciva oggi, 8 giugno, vent’anni fa, nel 1999, segnando per sempre quell’estate e la storia della musica. Ma anche la storia della band losangelina.

Usciti un po’ malconci dal rilascio di One Hot Minute, stroncato dalla critica, e orfani del chitarrista sostituto di Frusciante, Dave Navarro, licenziato per incompatibilità con il resto della band, i Red Hot avevano bisogno del rilancio – un rilancio dovuto, per altro; non fosse solo per il successo che ebbe Blood Sugar Sex Magic, soprattutto in America.

Così, nell’estate del 1998, Flea riesce a convincere Frusciante, nel frattempo disintossicatosi dalla dipendenza dall’eroina, a rientrare nel gruppo. Il disco inizia a prendere forma grazie al lavoro di quest’ultimo, accompagnato dalle liriche del frontman e dalle jam session che da sempre hanno contraddistinto lo sviluppo dei dischi dei peperoncini.

Il sound vira: vengono abbandonate le sperimentazioni che ammiccavano al metal – frutto probabilmente del chitarrista ex-Jane’s Addiction – puntando tutto sull’alternative con il giusto mix di quel funk-rock che fece la fortuna della band agli inizi. Quello che non cambia è il produttore: Rick Rubin seguirà infatti la band per questo terzo lavoro di fila, dopo aver prodotto i già citati One Hot Minute e BSSM.

Il disco vide la luce proprio l’otto giugno del 1999, anticipato di un paio di settimane dal singolo Scar Tissue, uno dei brani più rappresentativi del gruppo. Fu un successo di critica e di vendite; qualcuno elogiò un Anthony Kiedis in grande spolvero, molti attribuirono la qualità al ritorno di Frusciante. Californication raggiunse la prima posizione in classifica in nove Paesi diversi – fra cui l’Italia, dove vendette 700.000 copie in due anni – aggiudicandosi ben undici dischi d’oro.

Oggi Californication rimane una pietra miliare della musica mondiale, uno di quei dischi che tante band sperano di rilasciare un giorno. E anche se oggi i Red Hot non sono più gli stessi, con il secondo abbandono di Frusciante e le speranze di un suo ritorno ormai rasentanti lo zero, ascoltare le prime note del brano omonimo durante un live è come tornare piccoli, o giovani, per rivivere i magici momenti dell’ultima estate del secolo scorso.

Argomenti popolari

Editor Picks

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: