“Il paese dei camini spenti”, il racconto senza parole degli Sdang! 0 238

Gli Sdang! sono un duo formato nel 2014 dal batterista Alessandro Pedretti e dal chitarrista Nicola Panteghini. I due hanno alle spalle una lunga esperienza e diverse collaborazioni, tra cui quella con i Giuradei e quella con Colin Edwin, bassista dei Porcupine Tree.
Il paese dei camini spenti, il loro terzo lavoro in studio, è un concept album strumentale. Un campo minato di cose che potrebbero andare storte all’interno di un altro campo minato di cose che potrebbero annoiare, insomma. Ma gli Sdang!, con il loro post-progressive rock e il motto “raccontiamo storie senza parlare”, evitano gran parte dei rischi con grazia.

L’album si apre con l’omonimo brano Il paese dei camini spenti, una breve introduzione composta dal suono di una pioggia battente e da un arpeggio di pianoforte in lontananza.

Il campanile oltre la nebbia si apre con il tema principale che ci accompagna per gran parte della canzone: un riff insistente e una batteria dal suono crudo e dal ritmo funk. Come sarà per il resto del disco, le distorsioni sono equilibrate e controllate, gli echi e i riverberi molto presenti, e il ritmo regolare in quattro quarti viene spesso intervallato da incursioni di tempi dispari.

La copertina di “Il Paese dei camini spenti”, il nuovo disco degli Sdang!

Con Forse dopo cena verrà la neve si ritorna all’atmosfera più tranquilla della prima traccia. Almeno all’inizio, perché dopo poco tempo entra prepotentemente la chitarra che si prende la scena in quello che potrebbe essere un ritornello.

Il meccanismo dell’orologio ricorda vagamente le sonorità degli ultimi dischi dei Led Zeppelin, tant’è che ti aspetteresti da un momento all’altro l’entrata di una voce simil-Robert Plant. Verso la fine arriva pure un assolo senza virtuosismi non necessari, che ben si amalgama nell’insieme.

Come suggerisce il titolo, Tre vecchie streghe è un brano cupo, con schitarrate violente e un arpeggio dissonante. Aggiungiamoci una chitarra dai toni inquietanti che ricorda il grido e la risata di una strega, per l’appunto.

Estate – cartolina il ritmo sostenuto ed il suono spazioso della chitarra riassumono bene l’atmosfera un po’ spensierata un po’ malinconica di fine estate, quando le cartoline spedite mesi prima finalmente arrivavano.

Teleferica al chiaro di luna ci trasporta su e giù grazie alle scale musicale della chitarra, in un saliscendi continuo. Da circa metà canzone sembra di sentirci un pezzo dei Foo Fighters, con suoni un po’ meno distorti, ma con un’energia simile.

In Ruggine sul mulino ad acqua entra in campo anche una melanconica tromba, accompagnata da chitarra e batteria. Da notare le poliritmie sottili e discrete che non disturbano ma rendono le cose interessanti.

Quando le donne stavano ai lavatoi e la successiva La festa di San Sebastiano sono strettamente collegate tra di loro, sia musicalmente che tematicamente. Se nella prima si fa sentire un po’ la mancanza di una traccia vocale, i cambi ritmici e l’alternarsi di atmosfere diverse tengono l’orecchio incollato alla cassa.

In assenza di nuvole riprende il brano iniziale: c’è sempre il pianoforte protagonista, ma ora si è avvicinato e si sente distintamente, mentre la pioggia si è fermata. A chiudere una flebile nota che lascia tutto un po’ in sospeso.

A mio parere, la maggiore forza di questo disco sta nella possibilità di apprezzarlo a diversi livelli. Vuoi l’esperienza completa di un concept album? Ecco il tema della malinconia che fa affiorare ricordi e suggestioni, trasmesso efficacemente dalla musica e spiegato nelle poche righe che accompagnano ogni canzone. Non te ne frega niente? Goditi un po’ di musica solida e ben suonata.

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Medimex: Liam Gallagher porta gli anni Novanta a Taranto 0 64

Dopo l’apertura di Cigarettes After Sex ed Editors, il Medimex prosegue la sua cavalcata trionfante a Taranto con un altro concerto di successo: Liam Gallagher. L’ex Oasis ha regalato poco più di un’ora di concerto ai propri fan, cantando i vecchi successi della band che ha fatto grande il britpop, qualcosa dell’ultimo disco solista ed il suo nuovo singolo.

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Il concerto inizia intorno alle otto, quando sul palco salgono i JoyCut, gruppo musicale dark-wave elettronico formatosi nel 2003 a Bologna. La giusta alchimia fra synth, batteria e tastiere dà la carica al pubblico che aveva già iniziato ad affollare la rotonda del lungomare dalle 18, molto prima del concerto di ieri.

Dopo un’ora sale sul palco King Hammond, musicista londinese accompagnato dalla sua band: un po’ B-52s, un po’ sagra di paese in senso buono, King Hammond suona per quaranta minuti il suo raggae-ska movimentando la folla, ormai in trepida attesa di Liam Gallagher.

Alle 22.20 sale sul palco l’ex Oasis: classico giaccone invernale, storico tamburello in mano e tutti gli anni 90 sulle spalle. Il concerto si apre con Rock ‘N’ Roll Star, singolo datato 1995 uscito dal disco Definitely Maybe del 94: uno dei brani più rappresentativi degli Oasis. E non è da meno il secondo brano in scaletta, Morning Glory, title track del disco che fece grandi gli Oasis con sedici milioni di dischi venduti, terzo disco più venduto di sempre in Inghilterra, dietro a Beatles e Queen. Piccolo siparietto per concludere l’introduzione al concerto, con Liam che si “libera” del suo tamburello lanciandolo nel pubblico (se sei il fortunato ad averlo preso, mandaci una foto in DM su Facebook e Instagram!)

Il concerto prosegue con Wall of Glass, singolo di punta del disco solista di Liam Gallagher, As You Were. Da qui parte una piccola parentesi di tre canzoni estratte da questo disco, fra cui l’altro singolo di successo, For What it’s Worth. Ed è proprio dopo quest’ultima che arriva un bel momento: l’anteprima italiana del nuovo singolo, Shockwave, pubblicato il giorno prima ed estratto dal nuovo disco in arrivo del cantante inglese: Why Me? Why Not.

Liam Gallagher è esattamente come te lo immagini, come lo hai visto dai video: mani dietro la schiena, espressione costantemente arrogante, non sai mai chi del pubblico manderà a fanculo. È per questo che gli si vuole tanto bene, penso. Intanto che penso, il live prosegue e sul palco si suona una bellissima Some Might Say, cui segue Universal Gleam, fino ad arrivare alla spettacolare Lyla.

foto panoramica di Rosa De Benedetto

Il pubblico risponde benissimo, molti sventolano le maglie del Manchester City, qualcuno alza una maglia dei Noel Gallagher’s High Flyin’ Birds; Liam risponde in inglese: “Preferisco altre maglie. Preferisco la mia!” indicandone una lì vicino. E riprende a suonare: Cigarettes and AlcoholEh La, e si arriva al momento atteso da tutti: Wonderwall. Salti, urla, occhi lucidi.

Liam saluta, ma si sa che è solo per poco. Rientra e riattacca a suonare: la potenza di Roll With It, brano di apertura di quel What’s The Story Morning Glory di cui prima, risuona in tutta la città. E risuona forte anche nel cuore dei fan, che non sentivano questo pezzo live da ben dieci anni. Finisce Roll With It e Liam annuncia l’ultima canzone, partono le note e tutti sanno che si tratta di Champagne Supernova, alla quale viene affidata quasi sempre la chiusura dei suoi concerti.

Ci son poche parole per descrivere il momento storico che ha vissuto ieri la città di Taranto e la gente accorsa da tutto il Sud per questo live. Chi ha vissuto gli anni ’90 può desiderare solo tre cose nella vita: un appuntamento con Jennifer Aniston, una settimana col Drugo e un concerto di uno dei Gallagher. Ieri almeno uno di questi desideri si è avverato.

Californication compie vent’anni: riscopriamolo 0 127

Sapevamo che il disco aveva avuto un largo successo quando andammo in Europa per un giro di conferenze stampa. Eravamo in Italia, io e John stavamo sul sedile posteriore di una Mercedes con il finestrino aperto. Un motorino con due ragazzi italiani si fermò accanto a noi. Guardarono dentro e cominciarono a urlare: “Ehi, Californication, Californication!”. Poi si misero a cantare Scar Tissue. Il disco era uscito da cinque giorni. Ovunque andassimo, tutti i negozi suonavano il nostro disco. L’Italia aveva preso fuoco. Passammo dal vendere una manciata di dischi al venderne più di chiunque altro quell’anno in Italia. Com’è che un Paese intero decide di cominciare ad amarti in un giorno?

Così Anthony Kiedis decise di parlare di Californication all’interno della sua biografia, “Scar Tissue”, proprio come uno dei singoli estratti dall’album che ha fatto grande la band americana nel mondo. Californication usciva oggi, 8 giugno, vent’anni fa, nel 1999, segnando per sempre quell’estate e la storia della musica. Ma anche la storia della band losangelina.

Usciti un po’ malconci dal rilascio di One Hot Minute, stroncato dalla critica, e orfani del chitarrista sostituto di Frusciante, Dave Navarro, licenziato per incompatibilità con il resto della band, i Red Hot avevano bisogno del rilancio – un rilancio dovuto, per altro; non fosse solo per il successo che ebbe Blood Sugar Sex Magic, soprattutto in America.

Così, nell’estate del 1998, Flea riesce a convincere Frusciante, nel frattempo disintossicatosi dalla dipendenza dall’eroina, a rientrare nel gruppo. Il disco inizia a prendere forma grazie al lavoro di quest’ultimo, accompagnato dalle liriche del frontman e dalle jam session che da sempre hanno contraddistinto lo sviluppo dei dischi dei peperoncini.

Il sound vira: vengono abbandonate le sperimentazioni che ammiccavano al metal – frutto probabilmente del chitarrista ex-Jane’s Addiction – puntando tutto sull’alternative con il giusto mix di quel funk-rock che fece la fortuna della band agli inizi. Quello che non cambia è il produttore: Rick Rubin seguirà infatti la band per questo terzo lavoro di fila, dopo aver prodotto i già citati One Hot Minute e BSSM.

Il disco vide la luce proprio l’otto giugno del 1999, anticipato di un paio di settimane dal singolo Scar Tissue, uno dei brani più rappresentativi del gruppo. Fu un successo di critica e di vendite; qualcuno elogiò un Anthony Kiedis in grande spolvero, molti attribuirono la qualità al ritorno di Frusciante. Californication raggiunse la prima posizione in classifica in nove Paesi diversi – fra cui l’Italia, dove vendette 700.000 copie in due anni – aggiudicandosi ben undici dischi d’oro.

Oggi Californication rimane una pietra miliare della musica mondiale, uno di quei dischi che tante band sperano di rilasciare un giorno. E anche se oggi i Red Hot non sono più gli stessi, con il secondo abbandono di Frusciante e le speranze di un suo ritorno ormai rasentanti lo zero, ascoltare le prime note del brano omonimo durante un live è come tornare piccoli, o giovani, per rivivere i magici momenti dell’ultima estate del secolo scorso.

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