Il pagellone finale: Lauro vincitore morale, Ultimo mediocre; Il Volo in picchiata 0 441

Eccoci qua, ancora una volta, come ogni anno, a tirare le somme dell’evento musicale che, volente o nolente, catalizza l’attenzione del pubblico mainstream italiano: il festival di Sanremo. In questa edizione più che nelle altre, ci preme sottolineare il termine mainstream, visto che forse, per la prima volta dopo anni, la direzione artistica, gestita da Claudio Baglioni, ha aperto le porte al nuovo mainstream musicale italiano. Non solo dunque le classiche sonorità “sanremesi”, ma anche una buona dose di esponenti dei generi che, negli ultimi tempi, attirano di più le nuove generazioni: l’hip hop e l’indie.

Fatta questa premessa non richiesta, abbiamo deciso di continuare a scrivere opinioni non richieste col nostro personalissimo classificone finale della sessantanovesima edizione del Festival della Canzone Italiana. Sì, a noi italiani non basta metter bocca sulle convocazioni della nazionale di calcio, ma dobbiamo anche criticare senza riserve i pezzi sanremesi. Anche questa è italianità (vi garantiamo che non ci sono redattori con genitori egiziani).

Cominciamo dall’ultimo classificato sino al vincitore.

NINO D’ANGELO E LIVIO CORI – UN’ALTRA LUCE
Forse noi italiani siamo troppo ingenerosi con Nino D’Angelo, e non solo per il suo passato. Con “Un’altra luce” porta al festival il giovane Livio Cori, dando vita ad una canzone dal testo più poetico di quanto l’ultimo posto in classifica possa far immaginare e da una musicalità nostalgica e a tratti ricercata. D’Angelo ha ancora belle cartucce da sparare, mentre Cori può puntare ad essere continuatore di una musica napoletana da preservare con cura. VOTO 8

EINAR – PAROLE NUOVE
Il ragazzo si farà, anche se ha le spalle strette? Dati i pretesti temiamo di no. Le parole in “Parole nuove” sono in realtà parole vecchie, come vecchia è la musica che accompagna il giovane cantante. Una canzoncina funzionale al grande circo sanremese, probabilmente qualche 0,51 centesimi estirpati dai telefonini di qualche genitore di alcune preadolescenti sui 12/13 anni (ma non esageriamo, ci sono stati comunque Ultimo e Irama). VOTO 4

ANNA TATANGELO – LE NOSTRE ANIME DI NOTTE
Sapete cosa? Probabilmente questa è la miglior Tatangelo sanremese dai tempi di “Ragazza di periferia”. E non intendiamo certo migliore dal punto vista degli outfit. Una canzone modesta, senza troppe pretese, ma che ha sottolineato una maturazione vocale della Tatangelo che fa comunque piacere. Il livello può attestarsi quasi sulla sufficienza, ma siamo quietamente fiduciosi per il futuro. VOTO 6

PATTY PRAVO E BRIGA – UN PO’ COME VA LA VITA
Patty è stanca. Si sente dalla voce, dall’interpretazione e dal fatto che “Un po’ come va la vita”, se fosse stata proposta 10 anni fa, sarebbe stata uguale al 90% delle canzoni. Quindi Patty, grazie veramente per tutto, ma sarebbe anche ora di riposarsi un po’. Discorso diverso per Briga: ottima pulizia vocale e bella interpretazione. Da solo vale un mezzo voto in più. VOTO 5

NEGRITA – I RAGAZZI STANNO BENE
I ragazzi dei Negrita stanno bene, e vogliono dimostrarlo portando al festival un pezzo fresco, in pieno stile giovanile, senza però incidere fino in fondo. Il gruppo non riesce a colpire nel segno, e “I ragazzi stanno bene” appare come 4 minuti di spensieratezza pop-rock senza troppe pretese. Intrattenenti, in fin dei conti. VOTO 6 ½

NEK – MI FARÒ TROVARE PRONTO
Su Nek vorremmo non dilungarci troppo: suona la stessa canzone da 20 anni e, quando abbiamo letto il suo nome tra i concorrenti prima del festival, ci siamo aspettati tutti lo stesso pezzo. Pezzo che, puntuale come Michelle Hunziker “ospite a sorpresa” in OGNI EDIZIONE DEL FESTIVAL, è arrivato. Grazie ancora Nek, non ne sentivamo assolutamente la mancanza. VOTO 5

 

FEDERICA CARTA E SHADE – SENZA FARLO APPOSTA
Probabilmente in secondo superiore questa canzone ci sarebbe piaciuta di più. Sta di fatto che “Senza farlo apposta” risulta alquanto monotona, facendolo apposta. Polpettone adolescenziale in cui i due piatti forti degli interpreti, ossia gli abili giochi di parole di Shade e la particolarissima voce di Carta, sono sfruttati poco e maluccio. Big up per il feat. con la D’Avena. VOTO 5 ½

THE ZEN CIRCUS – L’AMORE È UNA DITTATURA
Appino è stato molto coraggioso. Portare al festival della canzone italiana un pezzo senza ritornello avrà confuso non poco il pubblico generalista. Il risultato è, ad ogni modo, ottimo: un crescendo continuo, un testo per nulla banale e un’ottima atmosfera, anche se il brano si discosta dalla discografia, ben superiore, degli Zen. Probabilmente Sanremo non è pronto per questo. VOTO 8

PAOLA TURCI – L’ULTIMO OSTACOLO
E brava la Turci! La cantautrice, tornata alla ribalta del panorama italiano dopo la partecipazione al Festival del 2017, dimostra a tutti di che stoffa è fatta. Anche dopo diversi anni di assenza si crea uno stile inconfondibile e, in qualche modo, esclusivo. La voce rimane potente e l’interpretazione non è niente male. Una piacevole riscoperta. VOTO 7

 

FRANCESCO RENGA – ASPETTO CHE TORNI
“Aspetto che torni” è la canzone sanremese per eccellenza: buoni sentimenti, qualche degna nota poetica che affoga in un mare di piccole e dolciastre banalità, percussionisti che si addormentano mentre suonano in 4/4… insomma, non c’è molto di cui discutere. Per quanto non ci piaccia in linea generale, comunque, l’estensione vocale di Renga riesce a sopperire ad alcune lacune foniche. VOTO 6

MOTTA – DOV’È L’ITALIA
Un gigante Motta. Riesce ad infilare una potentissima critica sociale sull’Italia di oggi (immigrazione soprattutto) in quella che pare essere una canzone d’amore da fiori sanremesi. Il testo è una poesia commovente, permeata da quello stile musicale che ha consacrato Motta come uno dei cantautori italiani più bravi degli ultimi tempi. Peccato che non sia stato capito. Standing ovation anche in redazione per il duetto con Nada. VOTO 9

EX-OTAGO – SOLO UNA CANZONE
“Ma sì dai, è solo una canzone!”. È sicuramente questo quello che hanno pensato gli Ex-Otago prima di partecipare al Festival con questo pezzo che, francamente, non è né carne né pesce. Anche qui c’è poco di cui parlare: il brano passa inosservato e, a giudicare dai precedenti lavori del gruppo, è un vero peccato. VOTO 5


GHEMON – ROSE VIOLA
Un gran bel pezzo quello di Ghemon, capace di offrire al pubblico del Festival un connubio meraviglioso tra hip-hop e R’n’B, il tutto accompagnato dalla voce, unica e suadente, di un grande musicista della nostra penisola. VOTO 8

BOOMDABASH – PER UN MILIONE
Ma siamo a Sanremo o a Ostia Lido? Prendo in prestito la citazione più utilizzato del cinema italiano: “ma che è ‘sta cafonata?” VOTO 4 ½

ENRICO NIGIOTTI – NONNO HOLLYWOOD
Qualcuno di noi non sapeva chi fosse, ma la risposta d’ora in avanti sarà “colui il quale ha portato, al Festival di Sanremo 2019, un pezzo riuscito ottimamente, figlio della classica tradizione sanremese, ma comunque di impatto e di indubbia efficacia comunicativa e musicale”. Insomma, non penso che diremo esattamente queste parole, ma ci siamo capiti. VOTO 7 ½

ACHILLE LAURO – ROLLS ROYCE
Signore e signori, fate spazio al vero vincitore morale di questo Sanremo: Achille Lauro con la sua rombante “Rolls Royce”. Il trapper ha dovuto subire di tutto: dalle primordiali critiche di entrare nelle case di milioni di famiglie con la pericolosa “tRaP”, dai vergognosi servizi infamanti di Striscia la Notizia, fino a quell’applauso scialbo che la platea dell’Ariston gli ha riservato il primo giorno. Da lì, però, è stato un crescendo di consensi e spettacolo: la canzone, che strizza l’occhio al rock toccando ben poco la trap, è un inno alla dissolutezza come non ne vedevamo da decenni su quel palco. Il personaggio Lauro ha egemonizzato l’Ariston con la spocchia e lo stile del fuoriclasse, e il duetto con Morgan è stato, senza troppi giri di parole, perfetto, nonché paradigma del vecchio e del nuovo modo italiano di andare controcorrente. Lauro ha avuto il coraggio di sfidare tutto e tutti. E ha vinto. VOTO 9

 

ARISA – MI SENTO BENE
Presenza fissa sul palco dell’Ariston, Arisa si è voluta cimentare in un pezzo disneyano, ricolmo di quelle caratteristiche musicali assimilabili a musical “per tutta la famiglia”. L’ennesimo inno al carpe diem e al vivere la vita felicemente garantisce incetta di voti dal pubblico di mamme convinte di cambiare il mondo con l’amore. Se c’è, però, un pregio di assoluto livello di “Mi sento bene” è la voce di Arisa, come sempre perfetta e spettacolare, che garantisce un mezzo punto in più al voto complessivo. Quasi dispiace che la utilizzi per canzoni così banali, ma forse è giusto così. VOTO 6

IRAMA – LA RAGAZZA CON IL CUORE DI LATTA
Prego, signore e signori (e soprattutto ragazzine), benvenuti alla giostra delle banalità romanticone! Sperimentazione? Innovazioni a livello testuale e abbandono dei cliché? Macché! Salga pure sulla giostra di Irama! E se ci scegliete quest’anno, garantiamo per tutti i prossimi Festival una giostra uguale a questa ma non troppo, il tanto che basta per essere ammessa ed entrare in Top 10 grazie alla smielata potenza dell’amore adolescenziale! VOTO 3 ½

DANIELE SILVESTRI E RANCORE – ARGENTOVIVO
Allora, premettiamo che per questa canzone si dovrebbe scrivere un saggio. Un capolavoro raro, rarissimo, non solo a Sanremo, ma anche nella musica italiana. D’altronde i due artisti che la interpretano sono tra i musicisti migliori della nostra generazione: da una parte Daniele Silvestri, cantautore unico nel suo genere, dall’altra Rancore (non accreditato, sigh), uno dei rapper più monumentali dell’hip-hop italiano. Il pezzo, che descrive con poetica durezza la condizione di un ragazzo iperattivo emarginato dalla società, ricalca lo stile musicale frenetico e crudo di Rancore, affidandosi per lo più alla voce di Silvestri che ben si presta al rap. Un ritratto drammatico e vero di un problema lasciato spesso in secondo piano, scritto con commovente rabbia e liturgica poesia. Il miglior pezzo di questo Sanremo, e forse non solo. VOTO 10

 

SIMONE CRISTICCHI – ABBI CURA DI ME
Se dicessimo che il pezzo di Cristicchi non ci abbia emozionato mentiremmo, ma mentiremmo anche se dicessimo che “Abbi cura di me” sia ai livelli dei suoi precedenti lavori sanremesi. Il cantautore ha una sensibilità artistica ed umana rara, ed è per questo che dispiace constatare che la canzone, nonostante abbia toccato il cuore di molti, non sia riuscita ad andare oltre il semplice nodino in gola. Il testo è fin troppo banale per gli standard altissimi di Cristicchi, non riuscendo ad incidere più di tanto dopo il primo, religioso ascolto. E, ultima cosa, forse il premio per la miglior interpretazione non è giusto darlo a chi, come lui, mostra i lacrimoni sul palco. Forse l’interpretazione è anche altro. VOTO 7 ½

LOREDANA BERTÈ – COSA TI ASPETTI DA ME
Beh, lo affermiamo a gran voce: il pubblico dell’Ariston ha fatto bene a lamentarsi della mancanza della Bertè sul podio, soprattutto a giudicare da chi ci stava, su quel podio. La Loredana nazionale torna al Festival con una canzone potentissima, sia per il testo, sia per la musica, ma soprattutto per l’interpretazione. L’interpretazione di un’artista di cui spesso, purtroppo, dimentichiamo i meriti nella storia della musica italiana, di una donna che, dopo aver vissuto una vita al limite, vuole ancora gridare al mondo, con la voce graffiata e sfregata da un’esistenza spericolata, “cosa vuoi da me?” VOTO 9 ½

IL VOLO – MUSICA CHE RESTA
Che nel 2019 Il Volo arrivi terzo al Festival della Canzone Italiana significa che c’è ancora tanto su cui lavorare. Avremmo voluto scrivere questa sezione in caps lock per far capire l’ira che questo terzetto vecchio come il cucco provoca nelle nostre persone, ma ci limitiamo a scrivere che, al contrario del titolo del brano, ci auguriamo che questa musica non resti. E che magari subisca una sana damnatio memoriae; d’altro canto, se si vuole ascoltare lirica commerciale come si deve la scelta è ampia. VOTO 2

ULTIMO – I TUOI PARTICOLARI
Dispiace commentare una canzone così mediocre al secondo posto, ma tant’è. Ci scusiamo con i lettori che sono arrivati fin qui e che magari si aspettano un commento furioso e pieno di critiche o magari entusiastico, ma la banalità del pezzo non ci permette di scrivere nulla di interessante. Ecco: la verità è che questo pezzo non è rilevante, ma è stato votato dalla maggioranza delle persone e dunque è qui. Anche se una domanda ci sarebbe: ma tra tutti i particolari che ti mancano di un ex partner, quando mai si rimpiange l’essere svegliati da un “buu”? VOTO 5

MAHMOOD – SOLDI
Il vincitore di questa edizione, che in questo modo riesce nell’impresa di vincere sia la categoria giovani sia quella classica. Un successo comprensibile, frutto di una canzone musicalmente fresca e piena di interferenze culturali, nonché di un pastiche linguistico arabo che fa la sua porca figura e che, nella sua breve durata, ha un peso specifico notevole. Il testo è una critica drammatica all’egoismo della società che trova nella biografia di Alessandro (questo il vero nome del musicista) il giusto mezzo per emozionare. Tra i tre del podio, senza dubbio, la canzone migliore. Con buona pace del ministro Salvini. VOTO 9

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Ascoltare i Quercia per perdersi e ritrovarsi 0 113

È uscito il 20 febbraio scorso ‘Di Tutte le Cose che Abbiamo Perso e Perderemo‘ il nuovo LP dei Quercia, band cagliaritana dalla fortissima attitudine punk, che negli anni ha saputo coniugare l’alternative con l’emo e il pop con lo screamo, il post hardcore e, ovviamente, il post rock. In quest’ultimo lavoro – interamente autoprodotto – c’è tutto questo, ma anche di più. C’è il dadaismo intenzionale di band emergenti come i Cucineremo Ciambelle (forieri del math rock in Italia), il graffio dei Gazebo Penguins di Legna, ma anche il groove dei CCCP, insomma: storia, tradizione e irrazionalità. Il tutto è condito con una buona dose d’introspezione, un pizzico d’insofferenza e una spruzzata di malinconia. Questo disco ha un filo conduttore: la perdita. Relativa a persone, cose, sentimenti ed emozioni, la perdita è legata a un senso di vuoto che attiva in noi un meccanismo inerziale che ci spinge a cercare un “rimpiazzo” e ci porta a tracciare i contorni – prossimi alla dissolvenza – di ciò che abbiamo perso, su quelli dell’eventuale rimpiazzo. Non siamo disposti ad accettare l’oblio né tantomeno la perdita, per questo tentiamo di esorcizzarla ed esorcizzare la sofferenza che ad essa è legata. Con la musica si può fare.

La copertina del nuovo disco dei Quercia

Il disco si apre con Buio: brano potentissimo, urlato, quasi sputato in faccia a chi ascolta. Chitarre distorte e un ritmo martellante di una batteria ormai usurata: è il pezzo con la cazzimma, quello che ti spettina e ti fa ribollire qualcosa dentro. È il varo che porta la nave lontano, fra le onde della melanconia e quelle del destino (con buona pace di Lars von Trier).

Il viaggio continua con Finestra, brano che incarna perfettamente lo spirito screamo. Il testo è imperniato sulla domanda “che cosa ci manca davvero?”, e proprio la mancanza – come già detto – è il filo conduttore di tutto il disco. Il graffio della voce esalta il testo stringato ma essenziale e mai banale.

Torri è il pezzo multanime, quello che comincia in un modo e finisce in un altro. L’inizio soft con un bel riff lascia presto il posto alla prepotenza della voce e della batteria. Questo brano è un invito cinico a dimenticare tutto ciò che è stato e che probabilmente non sarà più. Dimenticare – fare tabula rasa – per ricostruire e ricostruirsi, per non perdersi nei ricordi e andare avanti, questo è il messaggio.

Pogare è lecito, soprattutto per pezzi come Corridoio che ti sollevano letteralmente da terra (provate ad ascoltarlo col surround acceso a volume alto, ma state lontani dai vetri!). Il post-rock, il punk, l’emo, si sentono tutti e si avvicendano in un preciso gioco di rimandi. Questo pezzo sembra descrivere la memoria come un corridoio che percorriamo a ritroso per trovare i ricordi migliori. I peggiori li lasciamo dissolvere nel buio dell’oblio.

Quercia band

Voci distorte, frasi che s’incastrano perfettamente e licenze poetiche. Problema è una confessione accompagnata da un groove avvolgente: “L’inferno che conserviamo nelle stanze di noi stessi brucia chi non lo capisce”. Abbiamo tutti un inferno privato che non siamo disposti a condividere, perché siamo convinti che nessuno sia in grado di comprendere. Non è sbagliato pensarlo, ma non è neanche giusto: è semplicemente relativo (anche se è risaputo che all’inferno ci sono solo stanze singole!).

Capolinea è un brano più lento e cupo ma non per questo meno intenso. È un pezzo alla Gomma (band post- punk casertana) da cui traspare l’anima intimista della band: noi siamo il capolinea del treno e non si può più andare oltre.

Si cambia completamente stile in Altalena, pezzo strumentale, quasi ambient. È un brano rilassante e cullante, un unicum nell’intera produzione dei Quercia.

C’è un trait d’union che lega Altalena e l’ottava traccia del disco; è un filo sottilissimo che unisce i due brani e li rende complementari. Con Pozzanghere si torna nell’alveo dell’emo, seppur con qualche sfumatura punk. Il pezzo è un invito ad asciugarsi le lacrime, a smettere di piangere e fare pozzanghere, perché c’è sempre qualcosa di meglio da fare. Questo è il tentativo di esorcizzare la pena che segue una perdita.

L’attacco è di quelli potenti: “Tutte le cose che abbiamo perso e perderemo, non sono mai nostre davvero”. Fiammiferi è il pezzo più breve ma il più intenso dell’album. È privo di sovrastrutture e l’incipit si ripete così tanto da rimanere impresso nel cervello. Sì, è il brano che preferiamo.

Siamo soliti costruire muri per evitare di continuare a guardare ciò che ci disturba e ci fa male. Il muro è un confine mentale e/o fisico che c’impedisce di guardare, ma non c’impedisce di pensare: occhio non vede, cuore non duo-…no, troppo banale! Muro non lo è e ci porta a riflettere sull’inutilità di continuare a costruire qualcosa che finiremo, comunque, per distruggere, se non fisicamente almeno col pensiero. La chitarra nel finale si prende meritatamente la scena!

Bivio ha un testo verace, a tratti poetico. L’anima alternative e post rock del pezzo si tinge di punk, l’elemento distintivo della band. Qui troviamo l’arrangiamento più bello dell’album; ovviamente, come ripete sempre un mio amico “De gustibus […]”.

Il pezzo che chiude il disco s’intitola Ridevamo ed è una sorta di avviso ai naviganti: c’è sempre un motivo per non stare fermi e andare avanti. Il tempo passa e non possiamo far altro che farci trovare pronti per non arrivare in ritardo al nuovo appuntamento. Il gattopardismo larvato nel testo tradisce l’insofferenza per un posto che è, allo stesso tempo, sempre troppo uguale e troppo diverso.

Non bisogna limitarsi all’apparenza. Per capire i Quercia e la loro musica bisogna andare in profondità, senza scarnificarli. Al primo ascolto sembrano i cinque ragazzotti che ti urlano in faccia l’incazzatura dei vent’anni. Approfondendoli, invece, ci si rende conto che hanno le palle e meritano tanto!

Abbiamo ascoltato in anteprima TeRAPia di Picciotto 0 129

TeRAPia è il nuovo concept album di Picciotto, storico rapper della scena palermitana, che è da sempre cantore cupo e appassionato della degradata realtà delle periferie meridionali. Per quest’ultimo lavoro, in uscita il 15 marzo, Picciotto dimostra di non aver perso lo smalto della scrittura chiara e potente e anche di poter variare, con ottimi risultati, lo stile musicale delle basi, grazie ad una produzione di alto livello, affidata ora a Gheesa, Naiupoche, Bonnot e Dj Spike.

Il pezzo d’apertura, Illusione, è un esordio che ammutolisce. Caratterizzato da un ritmo e da una narrazione nostalgica e drammatica, Picciotto ricorda le speranze della sua gioventù per un mondo migliore; si tratta, però, di speranze tradite, rifugio ormai di tristi ricordi che hanno il potere di farci guardare avanti. Il secondo pezzo Come Stai, che dipinge con arguzia la superficialità dei rapporti al giorno d’oggi, tenta, invece, di scrollarsi di dosso quell’atmosfera, dando vita ad un new soul dinamico, anche per via degli scratch di qualità di Dj Delta, una delle collaborazioni più gustose dell’album.

Sempre a proposito di collaborazioni, quella con Shakalab e Roy Paci nel terzo estratto, Hashtag la Victoria, è una carta indiscutibilmente vincente. Il pezzo, che critica la sempre più comune tendenza a fare politica sui social network, risente positivamente dell’eclettismo dei suoi ospiti, riuscendo comunque a trasportare l’ascoltatore anche al successivo Capitale, un inno sentito ed emozionante a Palermo.

L’argomento politico viene approfondito e sviscerato nelle seguenti quattro canzoni. Abbiamo dapprima Come non ho fatto mai, un pezzo che esclama la necessità dell’impegno politico tanto nel locale quanto nelle questioni globali, tanto da avere leggere e stuzzicanti influenze musicali tipicamente estere. Ci troveremo poi davanti ad Ashadogan, il quale mette alla berlina l’insensatezza e la pericolosità del razzismo, non risparmiando certo stoccate a personaggi che lo alimentano, come il ministro Salvini. C’è poi Lividi, in cui Picciotto, con un doppio feauturing ‘O ZulùDavide Shorty, indossa i panni di Stefano Cucchi, mettendoci in guardia su come quello che ha passato potrebbe succedere ancora, e sull’importanza di non dimenticare mai. Legato al ricordo è anche il pezzo successivo, Ancora Vive, cantato insieme a Simona Boo. Ancora Vive ha un testo e una musica di assoluta profondità, diventando un monito che vuole affermare l’importanza di ricordare la lotta politica e sociale partigiana, una lotta da cui prendere spunto per migliorare la società.

Concluso questo blocco prettamente politico, si passa a D’amore e D’accordi, un pezzo che infonde speranza ad ogni giovane musicista che non vede riconosciuta la propria arte, unica via per conoscere e conoscersi. La scrittura è viva e incisiva, frutto della reale esperienza di Picciotto, che con questa canzone ci offre uno degli spaccati più veri di cosa un artista dovrebbe essere.

Il decimo brano, Da grande – Rap Neomelodico, è quella che possiamo definire senza troppi problemi la vera hit di TeRAPia. Scanzonata ed ironica, la canzone ci trasporta direttamente nella periferia palermitana, tra note di pezzi neomelodiche napoletani e voglia di riscatto sociale. La collaborazione con il partenopeo Enzo Savastano contribuisce alla grande alla riuscita di questo pezzo da riascoltare e canticchiare.

Dopo questa nota pop, però, segue il pezzo, anzi, seguono i due pezzi, probabilmente più iconici e potenti dell’intero album: Sogno vs Incubo. Si tratta di un’unica traccia dove le personificazioni del Sogno e dell’Incubo parlano (pardon: rappano) con Picciotto. Il Sogno ci ricorda quanto il suo compito sia vitale nella nostra vita, diventando l’unico carburante che ci permette di migliorare, e lo fa con un flow disteso e morbido; l’Incubo, invece, parla di come il mondo sia in realtà crudele, di quanto l’opportunismo regni nelle coscienze delle persone, e per farcelo capire come si deve non esita ad affidarsi ad un rap hardcore, potente ed intenso.

La personale seduta di Picciotto, a questo punto, volge al termine, e lo fa grazie a Colloquio, una sorta di summa di tutto questo viaggio dentro e fuori il suo mondo. Un colloquio certamente complesso e stratificato, come dimostra il mix di suoni elettronici e più old-school che rendono questo pezzo un diamante raro.

L’ultimo brano è Terapia Popolare, dove il rapper riprende la sua identità di artista del popolo, criticando sferzante l’industria mainstream e rivendicando la musica come strumento per analizzare e criticare la società, soprattutto quella delle periferie. D’altro canto, come dice lo stesso Picciotto “Non è arte popolare, ma è il popolo che fa l’arte”.

TeRAPia è quindi, più che una cura, un colloquio psicanalitico tra il Picciotto artista e il Picciotto uomo, un album che cerca di comprendere la diversità e la complessità del mondo popolare, servendosi della musica rap, ora più classica ora più all’avanguardia. Un risultato iconico, che segna per tutti gli amanti del genere un ascolto consigliatissimo.

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