Il pagellone finale: Lauro vincitore morale, Ultimo mediocre; Il Volo in picchiata 0 580

Eccoci qua, ancora una volta, come ogni anno, a tirare le somme dell’evento musicale che, volente o nolente, catalizza l’attenzione del pubblico mainstream italiano: il festival di Sanremo. In questa edizione più che nelle altre, ci preme sottolineare il termine mainstream, visto che forse, per la prima volta dopo anni, la direzione artistica, gestita da Claudio Baglioni, ha aperto le porte al nuovo mainstream musicale italiano. Non solo dunque le classiche sonorità “sanremesi”, ma anche una buona dose di esponenti dei generi che, negli ultimi tempi, attirano di più le nuove generazioni: l’hip hop e l’indie.

Fatta questa premessa non richiesta, abbiamo deciso di continuare a scrivere opinioni non richieste col nostro personalissimo classificone finale della sessantanovesima edizione del Festival della Canzone Italiana. Sì, a noi italiani non basta metter bocca sulle convocazioni della nazionale di calcio, ma dobbiamo anche criticare senza riserve i pezzi sanremesi. Anche questa è italianità (vi garantiamo che non ci sono redattori con genitori egiziani).

Cominciamo dall’ultimo classificato sino al vincitore.

NINO D’ANGELO E LIVIO CORI – UN’ALTRA LUCE
Forse noi italiani siamo troppo ingenerosi con Nino D’Angelo, e non solo per il suo passato. Con “Un’altra luce” porta al festival il giovane Livio Cori, dando vita ad una canzone dal testo più poetico di quanto l’ultimo posto in classifica possa far immaginare e da una musicalità nostalgica e a tratti ricercata. D’Angelo ha ancora belle cartucce da sparare, mentre Cori può puntare ad essere continuatore di una musica napoletana da preservare con cura. VOTO 8

EINAR – PAROLE NUOVE
Il ragazzo si farà, anche se ha le spalle strette? Dati i pretesti temiamo di no. Le parole in “Parole nuove” sono in realtà parole vecchie, come vecchia è la musica che accompagna il giovane cantante. Una canzoncina funzionale al grande circo sanremese, probabilmente qualche 0,51 centesimi estirpati dai telefonini di qualche genitore di alcune preadolescenti sui 12/13 anni (ma non esageriamo, ci sono stati comunque Ultimo e Irama). VOTO 4

ANNA TATANGELO – LE NOSTRE ANIME DI NOTTE
Sapete cosa? Probabilmente questa è la miglior Tatangelo sanremese dai tempi di “Ragazza di periferia”. E non intendiamo certo migliore dal punto vista degli outfit. Una canzone modesta, senza troppe pretese, ma che ha sottolineato una maturazione vocale della Tatangelo che fa comunque piacere. Il livello può attestarsi quasi sulla sufficienza, ma siamo quietamente fiduciosi per il futuro. VOTO 6

PATTY PRAVO E BRIGA – UN PO’ COME VA LA VITA
Patty è stanca. Si sente dalla voce, dall’interpretazione e dal fatto che “Un po’ come va la vita”, se fosse stata proposta 10 anni fa, sarebbe stata uguale al 90% delle canzoni. Quindi Patty, grazie veramente per tutto, ma sarebbe anche ora di riposarsi un po’. Discorso diverso per Briga: ottima pulizia vocale e bella interpretazione. Da solo vale un mezzo voto in più. VOTO 5

NEGRITA – I RAGAZZI STANNO BENE
I ragazzi dei Negrita stanno bene, e vogliono dimostrarlo portando al festival un pezzo fresco, in pieno stile giovanile, senza però incidere fino in fondo. Il gruppo non riesce a colpire nel segno, e “I ragazzi stanno bene” appare come 4 minuti di spensieratezza pop-rock senza troppe pretese. Intrattenenti, in fin dei conti. VOTO 6 ½

NEK – MI FARÒ TROVARE PRONTO
Su Nek vorremmo non dilungarci troppo: suona la stessa canzone da 20 anni e, quando abbiamo letto il suo nome tra i concorrenti prima del festival, ci siamo aspettati tutti lo stesso pezzo. Pezzo che, puntuale come Michelle Hunziker “ospite a sorpresa” in OGNI EDIZIONE DEL FESTIVAL, è arrivato. Grazie ancora Nek, non ne sentivamo assolutamente la mancanza. VOTO 5

 

FEDERICA CARTA E SHADE – SENZA FARLO APPOSTA
Probabilmente in secondo superiore questa canzone ci sarebbe piaciuta di più. Sta di fatto che “Senza farlo apposta” risulta alquanto monotona, facendolo apposta. Polpettone adolescenziale in cui i due piatti forti degli interpreti, ossia gli abili giochi di parole di Shade e la particolarissima voce di Carta, sono sfruttati poco e maluccio. Big up per il feat. con la D’Avena. VOTO 5 ½

THE ZEN CIRCUS – L’AMORE È UNA DITTATURA
Appino è stato molto coraggioso. Portare al festival della canzone italiana un pezzo senza ritornello avrà confuso non poco il pubblico generalista. Il risultato è, ad ogni modo, ottimo: un crescendo continuo, un testo per nulla banale e un’ottima atmosfera, anche se il brano si discosta dalla discografia, ben superiore, degli Zen. Probabilmente Sanremo non è pronto per questo. VOTO 8

PAOLA TURCI – L’ULTIMO OSTACOLO
E brava la Turci! La cantautrice, tornata alla ribalta del panorama italiano dopo la partecipazione al Festival del 2017, dimostra a tutti di che stoffa è fatta. Anche dopo diversi anni di assenza si crea uno stile inconfondibile e, in qualche modo, esclusivo. La voce rimane potente e l’interpretazione non è niente male. Una piacevole riscoperta. VOTO 7

 

FRANCESCO RENGA – ASPETTO CHE TORNI
“Aspetto che torni” è la canzone sanremese per eccellenza: buoni sentimenti, qualche degna nota poetica che affoga in un mare di piccole e dolciastre banalità, percussionisti che si addormentano mentre suonano in 4/4… insomma, non c’è molto di cui discutere. Per quanto non ci piaccia in linea generale, comunque, l’estensione vocale di Renga riesce a sopperire ad alcune lacune foniche. VOTO 6

MOTTA – DOV’È L’ITALIA
Un gigante Motta. Riesce ad infilare una potentissima critica sociale sull’Italia di oggi (immigrazione soprattutto) in quella che pare essere una canzone d’amore da fiori sanremesi. Il testo è una poesia commovente, permeata da quello stile musicale che ha consacrato Motta come uno dei cantautori italiani più bravi degli ultimi tempi. Peccato che non sia stato capito. Standing ovation anche in redazione per il duetto con Nada. VOTO 9

EX-OTAGO – SOLO UNA CANZONE
“Ma sì dai, è solo una canzone!”. È sicuramente questo quello che hanno pensato gli Ex-Otago prima di partecipare al Festival con questo pezzo che, francamente, non è né carne né pesce. Anche qui c’è poco di cui parlare: il brano passa inosservato e, a giudicare dai precedenti lavori del gruppo, è un vero peccato. VOTO 5


GHEMON – ROSE VIOLA
Un gran bel pezzo quello di Ghemon, capace di offrire al pubblico del Festival un connubio meraviglioso tra hip-hop e R’n’B, il tutto accompagnato dalla voce, unica e suadente, di un grande musicista della nostra penisola. VOTO 8

BOOMDABASH – PER UN MILIONE
Ma siamo a Sanremo o a Ostia Lido? Prendo in prestito la citazione più utilizzato del cinema italiano: “ma che è ‘sta cafonata?” VOTO 4 ½

ENRICO NIGIOTTI – NONNO HOLLYWOOD
Qualcuno di noi non sapeva chi fosse, ma la risposta d’ora in avanti sarà “colui il quale ha portato, al Festival di Sanremo 2019, un pezzo riuscito ottimamente, figlio della classica tradizione sanremese, ma comunque di impatto e di indubbia efficacia comunicativa e musicale”. Insomma, non penso che diremo esattamente queste parole, ma ci siamo capiti. VOTO 7 ½

ACHILLE LAURO – ROLLS ROYCE
Signore e signori, fate spazio al vero vincitore morale di questo Sanremo: Achille Lauro con la sua rombante “Rolls Royce”. Il trapper ha dovuto subire di tutto: dalle primordiali critiche di entrare nelle case di milioni di famiglie con la pericolosa “tRaP”, dai vergognosi servizi infamanti di Striscia la Notizia, fino a quell’applauso scialbo che la platea dell’Ariston gli ha riservato il primo giorno. Da lì, però, è stato un crescendo di consensi e spettacolo: la canzone, che strizza l’occhio al rock toccando ben poco la trap, è un inno alla dissolutezza come non ne vedevamo da decenni su quel palco. Il personaggio Lauro ha egemonizzato l’Ariston con la spocchia e lo stile del fuoriclasse, e il duetto con Morgan è stato, senza troppi giri di parole, perfetto, nonché paradigma del vecchio e del nuovo modo italiano di andare controcorrente. Lauro ha avuto il coraggio di sfidare tutto e tutti. E ha vinto. VOTO 9

 

ARISA – MI SENTO BENE
Presenza fissa sul palco dell’Ariston, Arisa si è voluta cimentare in un pezzo disneyano, ricolmo di quelle caratteristiche musicali assimilabili a musical “per tutta la famiglia”. L’ennesimo inno al carpe diem e al vivere la vita felicemente garantisce incetta di voti dal pubblico di mamme convinte di cambiare il mondo con l’amore. Se c’è, però, un pregio di assoluto livello di “Mi sento bene” è la voce di Arisa, come sempre perfetta e spettacolare, che garantisce un mezzo punto in più al voto complessivo. Quasi dispiace che la utilizzi per canzoni così banali, ma forse è giusto così. VOTO 6

IRAMA – LA RAGAZZA CON IL CUORE DI LATTA
Prego, signore e signori (e soprattutto ragazzine), benvenuti alla giostra delle banalità romanticone! Sperimentazione? Innovazioni a livello testuale e abbandono dei cliché? Macché! Salga pure sulla giostra di Irama! E se ci scegliete quest’anno, garantiamo per tutti i prossimi Festival una giostra uguale a questa ma non troppo, il tanto che basta per essere ammessa ed entrare in Top 10 grazie alla smielata potenza dell’amore adolescenziale! VOTO 3 ½

DANIELE SILVESTRI E RANCORE – ARGENTOVIVO
Allora, premettiamo che per questa canzone si dovrebbe scrivere un saggio. Un capolavoro raro, rarissimo, non solo a Sanremo, ma anche nella musica italiana. D’altronde i due artisti che la interpretano sono tra i musicisti migliori della nostra generazione: da una parte Daniele Silvestri, cantautore unico nel suo genere, dall’altra Rancore (non accreditato, sigh), uno dei rapper più monumentali dell’hip-hop italiano. Il pezzo, che descrive con poetica durezza la condizione di un ragazzo iperattivo emarginato dalla società, ricalca lo stile musicale frenetico e crudo di Rancore, affidandosi per lo più alla voce di Silvestri che ben si presta al rap. Un ritratto drammatico e vero di un problema lasciato spesso in secondo piano, scritto con commovente rabbia e liturgica poesia. Il miglior pezzo di questo Sanremo, e forse non solo. VOTO 10

 

SIMONE CRISTICCHI – ABBI CURA DI ME
Se dicessimo che il pezzo di Cristicchi non ci abbia emozionato mentiremmo, ma mentiremmo anche se dicessimo che “Abbi cura di me” sia ai livelli dei suoi precedenti lavori sanremesi. Il cantautore ha una sensibilità artistica ed umana rara, ed è per questo che dispiace constatare che la canzone, nonostante abbia toccato il cuore di molti, non sia riuscita ad andare oltre il semplice nodino in gola. Il testo è fin troppo banale per gli standard altissimi di Cristicchi, non riuscendo ad incidere più di tanto dopo il primo, religioso ascolto. E, ultima cosa, forse il premio per la miglior interpretazione non è giusto darlo a chi, come lui, mostra i lacrimoni sul palco. Forse l’interpretazione è anche altro. VOTO 7 ½

LOREDANA BERTÈ – COSA TI ASPETTI DA ME
Beh, lo affermiamo a gran voce: il pubblico dell’Ariston ha fatto bene a lamentarsi della mancanza della Bertè sul podio, soprattutto a giudicare da chi ci stava, su quel podio. La Loredana nazionale torna al Festival con una canzone potentissima, sia per il testo, sia per la musica, ma soprattutto per l’interpretazione. L’interpretazione di un’artista di cui spesso, purtroppo, dimentichiamo i meriti nella storia della musica italiana, di una donna che, dopo aver vissuto una vita al limite, vuole ancora gridare al mondo, con la voce graffiata e sfregata da un’esistenza spericolata, “cosa vuoi da me?” VOTO 9 ½

IL VOLO – MUSICA CHE RESTA
Che nel 2019 Il Volo arrivi terzo al Festival della Canzone Italiana significa che c’è ancora tanto su cui lavorare. Avremmo voluto scrivere questa sezione in caps lock per far capire l’ira che questo terzetto vecchio come il cucco provoca nelle nostre persone, ma ci limitiamo a scrivere che, al contrario del titolo del brano, ci auguriamo che questa musica non resti. E che magari subisca una sana damnatio memoriae; d’altro canto, se si vuole ascoltare lirica commerciale come si deve la scelta è ampia. VOTO 2

ULTIMO – I TUOI PARTICOLARI
Dispiace commentare una canzone così mediocre al secondo posto, ma tant’è. Ci scusiamo con i lettori che sono arrivati fin qui e che magari si aspettano un commento furioso e pieno di critiche o magari entusiastico, ma la banalità del pezzo non ci permette di scrivere nulla di interessante. Ecco: la verità è che questo pezzo non è rilevante, ma è stato votato dalla maggioranza delle persone e dunque è qui. Anche se una domanda ci sarebbe: ma tra tutti i particolari che ti mancano di un ex partner, quando mai si rimpiange l’essere svegliati da un “buu”? VOTO 5

MAHMOOD – SOLDI
Il vincitore di questa edizione, che in questo modo riesce nell’impresa di vincere sia la categoria giovani sia quella classica. Un successo comprensibile, frutto di una canzone musicalmente fresca e piena di interferenze culturali, nonché di un pastiche linguistico arabo che fa la sua porca figura e che, nella sua breve durata, ha un peso specifico notevole. Il testo è una critica drammatica all’egoismo della società che trova nella biografia di Alessandro (questo il vero nome del musicista) il giusto mezzo per emozionare. Tra i tre del podio, senza dubbio, la canzone migliore. Con buona pace del ministro Salvini. VOTO 9

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Medimex: Liam Gallagher porta gli anni Novanta a Taranto 0 64

Dopo l’apertura di Cigarettes After Sex ed Editors, il Medimex prosegue la sua cavalcata trionfante a Taranto con un altro concerto di successo: Liam Gallagher. L’ex Oasis ha regalato poco più di un’ora di concerto ai propri fan, cantando i vecchi successi della band che ha fatto grande il britpop, qualcosa dell’ultimo disco solista ed il suo nuovo singolo.

medimex blunote music

Il concerto inizia intorno alle otto, quando sul palco salgono i JoyCut, gruppo musicale dark-wave elettronico formatosi nel 2003 a Bologna. La giusta alchimia fra synth, batteria e tastiere dà la carica al pubblico che aveva già iniziato ad affollare la rotonda del lungomare dalle 18, molto prima del concerto di ieri.

Dopo un’ora sale sul palco King Hammond, musicista londinese accompagnato dalla sua band: un po’ B-52s, un po’ sagra di paese in senso buono, King Hammond suona per quaranta minuti il suo raggae-ska movimentando la folla, ormai in trepida attesa di Liam Gallagher.

Alle 22.20 sale sul palco l’ex Oasis: classico giaccone invernale, storico tamburello in mano e tutti gli anni 90 sulle spalle. Il concerto si apre con Rock ‘N’ Roll Star, singolo datato 1995 uscito dal disco Definitely Maybe del 94: uno dei brani più rappresentativi degli Oasis. E non è da meno il secondo brano in scaletta, Morning Glory, title track del disco che fece grandi gli Oasis con sedici milioni di dischi venduti, terzo disco più venduto di sempre in Inghilterra, dietro a Beatles e Queen. Piccolo siparietto per concludere l’introduzione al concerto, con Liam che si “libera” del suo tamburello lanciandolo nel pubblico (se sei il fortunato ad averlo preso, mandaci una foto in DM su Facebook e Instagram!)

Il concerto prosegue con Wall of Glass, singolo di punta del disco solista di Liam Gallagher, As You Were. Da qui parte una piccola parentesi di tre canzoni estratte da questo disco, fra cui l’altro singolo di successo, For What it’s Worth. Ed è proprio dopo quest’ultima che arriva un bel momento: l’anteprima italiana del nuovo singolo, Shockwave, pubblicato il giorno prima ed estratto dal nuovo disco in arrivo del cantante inglese: Why Me? Why Not.

Liam Gallagher è esattamente come te lo immagini, come lo hai visto dai video: mani dietro la schiena, espressione costantemente arrogante, non sai mai chi del pubblico manderà a fanculo. È per questo che gli si vuole tanto bene, penso. Intanto che penso, il live prosegue e sul palco si suona una bellissima Some Might Say, cui segue Universal Gleam, fino ad arrivare alla spettacolare Lyla.

foto panoramica di Rosa De Benedetto

Il pubblico risponde benissimo, molti sventolano le maglie del Manchester City, qualcuno alza una maglia dei Noel Gallagher’s High Flyin’ Birds; Liam risponde in inglese: “Preferisco altre maglie. Preferisco la mia!” indicandone una lì vicino. E riprende a suonare: Cigarettes and AlcoholEh La, e si arriva al momento atteso da tutti: Wonderwall. Salti, urla, occhi lucidi.

Liam saluta, ma si sa che è solo per poco. Rientra e riattacca a suonare: la potenza di Roll With It, brano di apertura di quel What’s The Story Morning Glory di cui prima, risuona in tutta la città. E risuona forte anche nel cuore dei fan, che non sentivano questo pezzo live da ben dieci anni. Finisce Roll With It e Liam annuncia l’ultima canzone, partono le note e tutti sanno che si tratta di Champagne Supernova, alla quale viene affidata quasi sempre la chiusura dei suoi concerti.

Ci son poche parole per descrivere il momento storico che ha vissuto ieri la città di Taranto e la gente accorsa da tutto il Sud per questo live. Chi ha vissuto gli anni ’90 può desiderare solo tre cose nella vita: un appuntamento con Jennifer Aniston, una settimana col Drugo e un concerto di uno dei Gallagher. Ieri almeno uno di questi desideri si è avverato.

Californication compie vent’anni: riscopriamolo 0 127

Sapevamo che il disco aveva avuto un largo successo quando andammo in Europa per un giro di conferenze stampa. Eravamo in Italia, io e John stavamo sul sedile posteriore di una Mercedes con il finestrino aperto. Un motorino con due ragazzi italiani si fermò accanto a noi. Guardarono dentro e cominciarono a urlare: “Ehi, Californication, Californication!”. Poi si misero a cantare Scar Tissue. Il disco era uscito da cinque giorni. Ovunque andassimo, tutti i negozi suonavano il nostro disco. L’Italia aveva preso fuoco. Passammo dal vendere una manciata di dischi al venderne più di chiunque altro quell’anno in Italia. Com’è che un Paese intero decide di cominciare ad amarti in un giorno?

Così Anthony Kiedis decise di parlare di Californication all’interno della sua biografia, “Scar Tissue”, proprio come uno dei singoli estratti dall’album che ha fatto grande la band americana nel mondo. Californication usciva oggi, 8 giugno, vent’anni fa, nel 1999, segnando per sempre quell’estate e la storia della musica. Ma anche la storia della band losangelina.

Usciti un po’ malconci dal rilascio di One Hot Minute, stroncato dalla critica, e orfani del chitarrista sostituto di Frusciante, Dave Navarro, licenziato per incompatibilità con il resto della band, i Red Hot avevano bisogno del rilancio – un rilancio dovuto, per altro; non fosse solo per il successo che ebbe Blood Sugar Sex Magic, soprattutto in America.

Così, nell’estate del 1998, Flea riesce a convincere Frusciante, nel frattempo disintossicatosi dalla dipendenza dall’eroina, a rientrare nel gruppo. Il disco inizia a prendere forma grazie al lavoro di quest’ultimo, accompagnato dalle liriche del frontman e dalle jam session che da sempre hanno contraddistinto lo sviluppo dei dischi dei peperoncini.

Il sound vira: vengono abbandonate le sperimentazioni che ammiccavano al metal – frutto probabilmente del chitarrista ex-Jane’s Addiction – puntando tutto sull’alternative con il giusto mix di quel funk-rock che fece la fortuna della band agli inizi. Quello che non cambia è il produttore: Rick Rubin seguirà infatti la band per questo terzo lavoro di fila, dopo aver prodotto i già citati One Hot Minute e BSSM.

Il disco vide la luce proprio l’otto giugno del 1999, anticipato di un paio di settimane dal singolo Scar Tissue, uno dei brani più rappresentativi del gruppo. Fu un successo di critica e di vendite; qualcuno elogiò un Anthony Kiedis in grande spolvero, molti attribuirono la qualità al ritorno di Frusciante. Californication raggiunse la prima posizione in classifica in nove Paesi diversi – fra cui l’Italia, dove vendette 700.000 copie in due anni – aggiudicandosi ben undici dischi d’oro.

Oggi Californication rimane una pietra miliare della musica mondiale, uno di quei dischi che tante band sperano di rilasciare un giorno. E anche se oggi i Red Hot non sono più gli stessi, con il secondo abbandono di Frusciante e le speranze di un suo ritorno ormai rasentanti lo zero, ascoltare le prime note del brano omonimo durante un live è come tornare piccoli, o giovani, per rivivere i magici momenti dell’ultima estate del secolo scorso.

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