Il pagellone finale: Lauro vincitore morale, Ultimo mediocre; Il Volo in picchiata 0 944

Eccoci qua, ancora una volta, come ogni anno, a tirare le somme dell’evento musicale che, volente o nolente, catalizza l’attenzione del pubblico mainstream italiano: il festival di Sanremo. In questa edizione più che nelle altre, ci preme sottolineare il termine mainstream, visto che forse, per la prima volta dopo anni, la direzione artistica, gestita da Claudio Baglioni, ha aperto le porte al nuovo mainstream musicale italiano. Non solo dunque le classiche sonorità “sanremesi”, ma anche una buona dose di esponenti dei generi che, negli ultimi tempi, attirano di più le nuove generazioni: l’hip hop e l’indie.

Fatta questa premessa non richiesta, abbiamo deciso di continuare a scrivere opinioni non richieste col nostro personalissimo classificone finale della sessantanovesima edizione del Festival della Canzone Italiana. Sì, a noi italiani non basta metter bocca sulle convocazioni della nazionale di calcio, ma dobbiamo anche criticare senza riserve i pezzi sanremesi. Anche questa è italianità (vi garantiamo che non ci sono redattori con genitori egiziani).

Cominciamo dall’ultimo classificato sino al vincitore.

NINO D’ANGELO E LIVIO CORI – UN’ALTRA LUCE
Forse noi italiani siamo troppo ingenerosi con Nino D’Angelo, e non solo per il suo passato. Con “Un’altra luce” porta al festival il giovane Livio Cori, dando vita ad una canzone dal testo più poetico di quanto l’ultimo posto in classifica possa far immaginare e da una musicalità nostalgica e a tratti ricercata. D’Angelo ha ancora belle cartucce da sparare, mentre Cori può puntare ad essere continuatore di una musica napoletana da preservare con cura. VOTO 8

EINAR – PAROLE NUOVE
Il ragazzo si farà, anche se ha le spalle strette? Dati i pretesti temiamo di no. Le parole in “Parole nuove” sono in realtà parole vecchie, come vecchia è la musica che accompagna il giovane cantante. Una canzoncina funzionale al grande circo sanremese, probabilmente qualche 0,51 centesimi estirpati dai telefonini di qualche genitore di alcune preadolescenti sui 12/13 anni (ma non esageriamo, ci sono stati comunque Ultimo e Irama). VOTO 4

ANNA TATANGELO – LE NOSTRE ANIME DI NOTTE
Sapete cosa? Probabilmente questa è la miglior Tatangelo sanremese dai tempi di “Ragazza di periferia”. E non intendiamo certo migliore dal punto vista degli outfit. Una canzone modesta, senza troppe pretese, ma che ha sottolineato una maturazione vocale della Tatangelo che fa comunque piacere. Il livello può attestarsi quasi sulla sufficienza, ma siamo quietamente fiduciosi per il futuro. VOTO 6

PATTY PRAVO E BRIGA – UN PO’ COME VA LA VITA
Patty è stanca. Si sente dalla voce, dall’interpretazione e dal fatto che “Un po’ come va la vita”, se fosse stata proposta 10 anni fa, sarebbe stata uguale al 90% delle canzoni. Quindi Patty, grazie veramente per tutto, ma sarebbe anche ora di riposarsi un po’. Discorso diverso per Briga: ottima pulizia vocale e bella interpretazione. Da solo vale un mezzo voto in più. VOTO 5

NEGRITA – I RAGAZZI STANNO BENE
I ragazzi dei Negrita stanno bene, e vogliono dimostrarlo portando al festival un pezzo fresco, in pieno stile giovanile, senza però incidere fino in fondo. Il gruppo non riesce a colpire nel segno, e “I ragazzi stanno bene” appare come 4 minuti di spensieratezza pop-rock senza troppe pretese. Intrattenenti, in fin dei conti. VOTO 6 ½

NEK – MI FARÒ TROVARE PRONTO
Su Nek vorremmo non dilungarci troppo: suona la stessa canzone da 20 anni e, quando abbiamo letto il suo nome tra i concorrenti prima del festival, ci siamo aspettati tutti lo stesso pezzo. Pezzo che, puntuale come Michelle Hunziker “ospite a sorpresa” in OGNI EDIZIONE DEL FESTIVAL, è arrivato. Grazie ancora Nek, non ne sentivamo assolutamente la mancanza. VOTO 5

 

FEDERICA CARTA E SHADE – SENZA FARLO APPOSTA
Probabilmente in secondo superiore questa canzone ci sarebbe piaciuta di più. Sta di fatto che “Senza farlo apposta” risulta alquanto monotona, facendolo apposta. Polpettone adolescenziale in cui i due piatti forti degli interpreti, ossia gli abili giochi di parole di Shade e la particolarissima voce di Carta, sono sfruttati poco e maluccio. Big up per il feat. con la D’Avena. VOTO 5 ½

THE ZEN CIRCUS – L’AMORE È UNA DITTATURA
Appino è stato molto coraggioso. Portare al festival della canzone italiana un pezzo senza ritornello avrà confuso non poco il pubblico generalista. Il risultato è, ad ogni modo, ottimo: un crescendo continuo, un testo per nulla banale e un’ottima atmosfera, anche se il brano si discosta dalla discografia, ben superiore, degli Zen. Probabilmente Sanremo non è pronto per questo. VOTO 8

PAOLA TURCI – L’ULTIMO OSTACOLO
E brava la Turci! La cantautrice, tornata alla ribalta del panorama italiano dopo la partecipazione al Festival del 2017, dimostra a tutti di che stoffa è fatta. Anche dopo diversi anni di assenza si crea uno stile inconfondibile e, in qualche modo, esclusivo. La voce rimane potente e l’interpretazione non è niente male. Una piacevole riscoperta. VOTO 7

 

FRANCESCO RENGA – ASPETTO CHE TORNI
“Aspetto che torni” è la canzone sanremese per eccellenza: buoni sentimenti, qualche degna nota poetica che affoga in un mare di piccole e dolciastre banalità, percussionisti che si addormentano mentre suonano in 4/4… insomma, non c’è molto di cui discutere. Per quanto non ci piaccia in linea generale, comunque, l’estensione vocale di Renga riesce a sopperire ad alcune lacune foniche. VOTO 6

MOTTA – DOV’È L’ITALIA
Un gigante Motta. Riesce ad infilare una potentissima critica sociale sull’Italia di oggi (immigrazione soprattutto) in quella che pare essere una canzone d’amore da fiori sanremesi. Il testo è una poesia commovente, permeata da quello stile musicale che ha consacrato Motta come uno dei cantautori italiani più bravi degli ultimi tempi. Peccato che non sia stato capito. Standing ovation anche in redazione per il duetto con Nada. VOTO 9

EX-OTAGO – SOLO UNA CANZONE
“Ma sì dai, è solo una canzone!”. È sicuramente questo quello che hanno pensato gli Ex-Otago prima di partecipare al Festival con questo pezzo che, francamente, non è né carne né pesce. Anche qui c’è poco di cui parlare: il brano passa inosservato e, a giudicare dai precedenti lavori del gruppo, è un vero peccato. VOTO 5


GHEMON – ROSE VIOLA
Un gran bel pezzo quello di Ghemon, capace di offrire al pubblico del Festival un connubio meraviglioso tra hip-hop e R’n’B, il tutto accompagnato dalla voce, unica e suadente, di un grande musicista della nostra penisola. VOTO 8

BOOMDABASH – PER UN MILIONE
Ma siamo a Sanremo o a Ostia Lido? Prendo in prestito la citazione più utilizzato del cinema italiano: “ma che è ‘sta cafonata?” VOTO 4 ½

ENRICO NIGIOTTI – NONNO HOLLYWOOD
Qualcuno di noi non sapeva chi fosse, ma la risposta d’ora in avanti sarà “colui il quale ha portato, al Festival di Sanremo 2019, un pezzo riuscito ottimamente, figlio della classica tradizione sanremese, ma comunque di impatto e di indubbia efficacia comunicativa e musicale”. Insomma, non penso che diremo esattamente queste parole, ma ci siamo capiti. VOTO 7 ½

ACHILLE LAURO – ROLLS ROYCE
Signore e signori, fate spazio al vero vincitore morale di questo Sanremo: Achille Lauro con la sua rombante “Rolls Royce”. Il trapper ha dovuto subire di tutto: dalle primordiali critiche di entrare nelle case di milioni di famiglie con la pericolosa “tRaP”, dai vergognosi servizi infamanti di Striscia la Notizia, fino a quell’applauso scialbo che la platea dell’Ariston gli ha riservato il primo giorno. Da lì, però, è stato un crescendo di consensi e spettacolo: la canzone, che strizza l’occhio al rock toccando ben poco la trap, è un inno alla dissolutezza come non ne vedevamo da decenni su quel palco. Il personaggio Lauro ha egemonizzato l’Ariston con la spocchia e lo stile del fuoriclasse, e il duetto con Morgan è stato, senza troppi giri di parole, perfetto, nonché paradigma del vecchio e del nuovo modo italiano di andare controcorrente. Lauro ha avuto il coraggio di sfidare tutto e tutti. E ha vinto. VOTO 9

 

ARISA – MI SENTO BENE
Presenza fissa sul palco dell’Ariston, Arisa si è voluta cimentare in un pezzo disneyano, ricolmo di quelle caratteristiche musicali assimilabili a musical “per tutta la famiglia”. L’ennesimo inno al carpe diem e al vivere la vita felicemente garantisce incetta di voti dal pubblico di mamme convinte di cambiare il mondo con l’amore. Se c’è, però, un pregio di assoluto livello di “Mi sento bene” è la voce di Arisa, come sempre perfetta e spettacolare, che garantisce un mezzo punto in più al voto complessivo. Quasi dispiace che la utilizzi per canzoni così banali, ma forse è giusto così. VOTO 6

IRAMA – LA RAGAZZA CON IL CUORE DI LATTA
Prego, signore e signori (e soprattutto ragazzine), benvenuti alla giostra delle banalità romanticone! Sperimentazione? Innovazioni a livello testuale e abbandono dei cliché? Macché! Salga pure sulla giostra di Irama! E se ci scegliete quest’anno, garantiamo per tutti i prossimi Festival una giostra uguale a questa ma non troppo, il tanto che basta per essere ammessa ed entrare in Top 10 grazie alla smielata potenza dell’amore adolescenziale! VOTO 3 ½

DANIELE SILVESTRI E RANCORE – ARGENTOVIVO
Allora, premettiamo che per questa canzone si dovrebbe scrivere un saggio. Un capolavoro raro, rarissimo, non solo a Sanremo, ma anche nella musica italiana. D’altronde i due artisti che la interpretano sono tra i musicisti migliori della nostra generazione: da una parte Daniele Silvestri, cantautore unico nel suo genere, dall’altra Rancore (non accreditato, sigh), uno dei rapper più monumentali dell’hip-hop italiano. Il pezzo, che descrive con poetica durezza la condizione di un ragazzo iperattivo emarginato dalla società, ricalca lo stile musicale frenetico e crudo di Rancore, affidandosi per lo più alla voce di Silvestri che ben si presta al rap. Un ritratto drammatico e vero di un problema lasciato spesso in secondo piano, scritto con commovente rabbia e liturgica poesia. Il miglior pezzo di questo Sanremo, e forse non solo. VOTO 10

 

SIMONE CRISTICCHI – ABBI CURA DI ME
Se dicessimo che il pezzo di Cristicchi non ci abbia emozionato mentiremmo, ma mentiremmo anche se dicessimo che “Abbi cura di me” sia ai livelli dei suoi precedenti lavori sanremesi. Il cantautore ha una sensibilità artistica ed umana rara, ed è per questo che dispiace constatare che la canzone, nonostante abbia toccato il cuore di molti, non sia riuscita ad andare oltre il semplice nodino in gola. Il testo è fin troppo banale per gli standard altissimi di Cristicchi, non riuscendo ad incidere più di tanto dopo il primo, religioso ascolto. E, ultima cosa, forse il premio per la miglior interpretazione non è giusto darlo a chi, come lui, mostra i lacrimoni sul palco. Forse l’interpretazione è anche altro. VOTO 7 ½

LOREDANA BERTÈ – COSA TI ASPETTI DA ME
Beh, lo affermiamo a gran voce: il pubblico dell’Ariston ha fatto bene a lamentarsi della mancanza della Bertè sul podio, soprattutto a giudicare da chi ci stava, su quel podio. La Loredana nazionale torna al Festival con una canzone potentissima, sia per il testo, sia per la musica, ma soprattutto per l’interpretazione. L’interpretazione di un’artista di cui spesso, purtroppo, dimentichiamo i meriti nella storia della musica italiana, di una donna che, dopo aver vissuto una vita al limite, vuole ancora gridare al mondo, con la voce graffiata e sfregata da un’esistenza spericolata, “cosa vuoi da me?” VOTO 9 ½

IL VOLO – MUSICA CHE RESTA
Che nel 2019 Il Volo arrivi terzo al Festival della Canzone Italiana significa che c’è ancora tanto su cui lavorare. Avremmo voluto scrivere questa sezione in caps lock per far capire l’ira che questo terzetto vecchio come il cucco provoca nelle nostre persone, ma ci limitiamo a scrivere che, al contrario del titolo del brano, ci auguriamo che questa musica non resti. E che magari subisca una sana damnatio memoriae; d’altro canto, se si vuole ascoltare lirica commerciale come si deve la scelta è ampia. VOTO 2

ULTIMO – I TUOI PARTICOLARI
Dispiace commentare una canzone così mediocre al secondo posto, ma tant’è. Ci scusiamo con i lettori che sono arrivati fin qui e che magari si aspettano un commento furioso e pieno di critiche o magari entusiastico, ma la banalità del pezzo non ci permette di scrivere nulla di interessante. Ecco: la verità è che questo pezzo non è rilevante, ma è stato votato dalla maggioranza delle persone e dunque è qui. Anche se una domanda ci sarebbe: ma tra tutti i particolari che ti mancano di un ex partner, quando mai si rimpiange l’essere svegliati da un “buu”? VOTO 5

MAHMOOD – SOLDI
Il vincitore di questa edizione, che in questo modo riesce nell’impresa di vincere sia la categoria giovani sia quella classica. Un successo comprensibile, frutto di una canzone musicalmente fresca e piena di interferenze culturali, nonché di un pastiche linguistico arabo che fa la sua porca figura e che, nella sua breve durata, ha un peso specifico notevole. Il testo è una critica drammatica all’egoismo della società che trova nella biografia di Alessandro (questo il vero nome del musicista) il giusto mezzo per emozionare. Tra i tre del podio, senza dubbio, la canzone migliore. Con buona pace del ministro Salvini. VOTO 9

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“Love and Rain”: Savage ci riporta negli anni ’80 0 157

1984, 2010, 2020.
Il debutto, la fase di mezzo e il ritorno di Roberto Zanetti; in arte Savage.

Chi è Roberto? Se ci avessero fatto questa domanda nella sua “era”, nei magici anni ’80, un’occhiataccia dettata da un “ma davvero non sai chi sia?” ci sarebbe arrivata. Ma adesso, a distanza di trentasette anni dal suo debutto, in un periodo storico totalmente diverso, ci sentiamo in dovere di rispondere tranquillamente. Roberto nasce a Massa nel 1956, inizia la sua carriera con diversi gruppi (Fathima, Pronipoti Sangrìa, Santarosa e Taxi), partecipa a diverse trasmissioni ottenendo numerosi successi e collabora da anni con artisti di un certo spessore: tra i tanti, Zucchero. Mi piace definire questo artista come il Giorgio Moroder dell’italo-disco e dell’eurodance. Inizia la sua carriera nel 1983 e, un anno più tardi, pubblica il suo primo album: Tonight (1984). Da quel periodo in poi inizia la sua ascesa: conosce Zucchero, produce, cavalca l’onda della musica house e lancia alcuni artisti di grande successo come Alexia. Nel 2010, a distanza di 26 anni dal primo, pubblica il suo secondo album (anche se definirlo così è errato; si tratta di greatest hits: Ten Years Ago (2010), fermandosi in seguito per altri dieci anni e ripresentandosi oggi con il suo ultimo lavoro: Love and Rain (2020). Quest’ultimo, presentato a San Valentino attraverso il singolo I Love You, è un omaggio agli anni ’80, un regalo ai nostalgici, un passato che si ripropone andando a creare i famosi nostalgici di un qualcosa che non si è vissuto; gli anni ’80 hanno questo potere.

Love and Rain è un lavoro composto da sedici canzoni; quelle che a parer nostro basterebbero per creare una serata degna di tale nome nelle attuali discoteche italiane. L’album viene definito scherzosamente dall’artista come guitar free, per il fatto che non sono state usate chitarre in nessuna canzone. Sono presenti violini veri che si sposano perfettamente con l’elettronica pop, creando il sound romantico di Savage. Un disco dove canzoni d’amore e malinconia vanno alla ricerca del tipico sound elettro-pop contaminato da batterie elettroniche e sintetizzatori. Con una copertina che rimanda al Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich: un uomo in abito nero, di spalle, con le mani in tasca e lo sguardo rivolto in avanti, verso l’alto. Tanti sono i significati e, personalmente, a noi piace attribuire quello del piacere del viaggiare, della scoperta. Un viaggio a ritroso nel tempo fino ad arrivare negli anni ’80; una scoperta per alcuni, un ritorno al passato per molti altri. Un’arma per andare avanti data dall’esperienza di anni che non abbiamo vissuto ma che possiamo vivere attraverso questo lavoro.

Quindici inediti, sommati alla versione sinfonica del suo più grande successo dal titolo Only You, danno vita a questa capsula del tempo. Viaggio che ha inizio attraverso una breve e romantica introduzione, Every second of my life, caratterizzata da violini e da una voce struggente. Dal secondo brano in poi si entra, di colpo, negli anni ’80: Don’t say you leave me è questo; un uomo cade dal cielo, dal futuro, trovandosi di colpo nelle atmosfere pop sinfoniche degli anni ’80. Atmosfere che faranno da sfondo a tutti i brani presenti in Love and Rain, senza rendersi mai banali e presentandosi prive di scontatezza. Sound, che dalla prima alla sedicesima canzone, si offre a diversi temi. Come quello dell’amore, presente nella maggior parte dei brani e in diverse forme. L’amore che crea delusioni (Alone); che riappare dopo anni sotto forma di ricordo (Remember Me); che dà vita a un tributo (Italodisco); che si dichiara per la prima volta (Your Eyes); e l’amore per ciò che ci circonda, per la vita, per il nostro ambiente: “We are the future”.

Un eterno romantico. Un uomo che attraverso la sua musica ha il potere di far innamorare una nuova generazione e, soprattutto, la possibilità di consolidare il rapporto con chi quel periodo lo ha vissuto davvero, dicendogli: “nulla è andato”. Ri-accendendo speranze che da trent’anni a questa parte sembrano svanite. Savage è questo: una donna che si culla tra le braccia di un uomo sotto una luce stroboscopica; un abbraccio nel tempo, tra gli anni ’80 e i 2000 inoltrati. Tra le speranze di allora e le consapevolezze di adesso, ma con la forza necessaria per andare verso l’ignoto.

“Romantica Io”: Pia Tuccitto scrive una pagina del rock italiano 0 346

D’amore e ombra – come il titolo di un famoso romanzo di Isabel Allende -: è di questo che parla “Romantica Io“, l’ultimo album di Pia Tuccitto, rocker bolognese dall’animo nobile. Il lavoro, uscito il 31 gennaio e interamente autoprodotto, è figlio della poliedricità di questa grande artista che ne ha curato ogni minimo dettaglio, dalle musiche ai testi, passando per la copertina. Cantautrice, pittrice, protagonista/deuteragonista/voce dello spettacolo Ioelei, messo in scena con la compagna di palco Federica Lisi, la sua carriera parte nel 1993 quando, dopo la partecipazione al festival Nuove Voci di Castrocaro, viene notata da Vasco Rossi che ne apprezza il talento e la invita a far parte della sua scuderia. Da qui nasce un sodalizio artistico che la porta a scrivere per interpreti del calibro di Patty Pravo, Irene Grandi e lo stesso Vasco.
Romantica Io” è l’opera terza ed esce a quindici anni di distanza dall’album d’esordio “Un segreto che” e a dodici da “Urlo” prodotto da Frank Nemola e Guido Elmi per l’etichetta Bollicine/EMI Capitol Music. Questo lavoro è un compendio: racchiude l’essenza di dodici anni di “inattività” discografica che sono stati invece ricchissimi dal punto di vista artistico e amoroso. L’amore, appunto, è il filo conduttore dell’album e  viene declinato in tutte le sue forme. Alla realizzazione e alla limatura hanno partecipato: Corrado Castellari in veste di autore delle musiche di due brani, Bettina Baldassarri, Luca Bignardi che ha curato l’arrangiamento di sette brani e Frank Nemola che ha arrangiato i restanti quattro brani.

Romantica io” (title track) è il brano d’apertura, la dichiarazione d’intenti di un lavoro perfettamente messo a fuoco da un’artista matura. Questa maturità artistica corrisponde – mutatis mutandis – ad una maturità sul piano amoroso e questo è chiaro già nell’incipit del brano: “io per amarti son dovuta invecchiare”. Così com’è chiara, sempre dalle prime battute, l’attitudine rock dell’artista bolognese che non usa espedienti o mezzi termini: “io per amarti ti ho lasciato suonare la mia chitarra da rocker”.  Il graffio nella voce ricorda molto Patty Pravo, ma anche e soprattutto Irene Grandi in “Colpa del Lupo”. L’influenza è evidente e non per via di una supponente forma di pareidolia, per la quale noi che recensiamo siamo tenuti a ricondurre il tutto a qualcosa di conosciuto.

Atmosfera cupa e onirismo in “Come nei films”. Il sound distorto e la voce sensuale ci danno l’abbrivio e ci trasportano all’interno di un racconto di un amore immaginario. Un amore senza confini e che attraverso la voce e le parole cerca la sua reificazione. L’inizio ricorda molto “Tre volte dentro me” di Mina e Afterhours.

L’animo rock emerge prepotentemente in “Com’è bello il mio amore”. La chitarra e la batteria seguono un ritmo preciso e martellante e accompagnano la voce fino all’esplosione nel ritornello. Questo brano è l’essenza del disco.

La chitarra lascia il posto alla tastiera nell’intento di ricreare una precisa atmosfera malinconica. “Perché tutto muore” è un brano ricco di pathos e dal carico emozionale abnorme. Parla dell’amore che finisce, di un sentimento nocivo e logorante che si dissolve nel vento come il fumo di una sigaretta che si spegne e ti lascia un imperituro amaro in bocca.

My Radio” ci riporta agli anni ‘80 quando il binomio dance-rock dava vita a spettacoli corali allietati da gioie lisergiche. Allora l’avanguardia era definita new wave e sfociava spesso in quello che profanamente veniva chiamato alternative rock. In questo pezzo vengono fusi assieme Neil Tennant, Freddie Mercury e Patty Pravo e il risultato è sorprendente. È il pezzo che continui a cantare per tutto il giorno e che provoca l’orchite/colpite a tutti quelli che ti stanno accanto.

Il sesto brano non ha bisogno di presentazioni. Si tratta di “E…”, pezzo scelto e portato al successo da Vasco, che l’autrice riabbraccia come un figlio che ha vissuto all’estero e non vedeva da tempo. Questa è la dichiarazione d’amore per eccellenza, priva di perifrasi e circonlocuzioni (che poi sono la stessa cosa).

Tu Sei Un Sogno Per Me” è il leitmotiv che accompagna lo spettacolo Ioelei messo in scena dall’artista insieme a Federica Lisi. Si tratta di un brano intimo e sincero che si fa colonna sonora di un amore, di una vita, di un viaggio.

L’eterogeneità di stili e generi è esplicitata in “Sto benissimo”: l’inizio in stile Subsonica lascia presto il posto al graffio della chitarra elettrica che sposta il focus è riporta il brano nell’alveo del rock puro e grezzo. L’armonia di chitarre e batteria è perfetta, come in tutto il resto del disco.

Stupida per te” ha l’incedere lento e malinconico di una classica ballad. Questo è la riprova che questa grande artista – come ogni grande artista – non si focalizza su un unico genere, ma spazia all’interno di un ventaglio di stili e generi che le appartengono tutti.

Nel disco c’è spazio per una sorta di intermezzo: “Quante volte sono da sola con te”. Ancora una volta è forte, oltre che necessario, il richiamo a Mina. Si tratta del pezzo più breve dell’album, ma che – per l’icasticità delle immagini che evoca – risulta uno dei più intensi.

Il brano che chiude l’album è “7 aprile”, pubblicato precedentemente in un Ep nel 2013. Si tratta del pezzo mancante, quello che completa e sublima il puzzle. È un brano ricco di colori e sfumature: la chitarra acustica presente all’inizio del pezzo viene sostituita e sovrastata da quella elettrica nel ritornello. La natura multiforme dell’album emerge in modo prepotente in questo brano.

Pia Tuccitto ha scritto un’altra pagina importante del rock italiano. La sua maturità artistica è la vera chiave di volta di questo grande album: la cura minuziosa di ogni dettaglio, l’attenzione e l’oculatezza di ogni singola scelta – dalle parole alle musiche – sono i due ingredienti di questo cocktail perfetto. Rimanendo in campo alcolico si potrebbe dire che sia come il vino che col passare del tempo migliora!

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