Il poetico inno alla vita di Mannarino 0 335

Sono passati quasi due anni dalla pubblicazione di Apriti Cielo, l’ennesimo capolavoro firmato da Alessandro Mannarino. Un album pieno di pretese da parte degli ascoltatori, nate dalla voglia di risentire un Mannarino puro, come quello che si ascoltava in strada e nel primo album. Non che gli altri album e i nuovi arrangiamenti siano da buttare, ma alla gente, quando menzioni Mannarino, viene subito in mente il classico canto a squarciagola. Quello che elimina i pensieri, che ti fa abbracciare gli amici da ubriaco, il canto che allieta i falò, che riporta in mente amori passati, speranze future, illusioni e messaggi scritti insieme all’alcool. Anzi: dall’alcool. Addio dignità ma sensazioni bellissime.

Credo quindi che l’essenza di questo album la si possa ritrovare nell’ultimo brano: un’estate. Un “concentrato” d’amore e di voglia di vivere che crea in me delle sensazioni assurde. Dal primo ascolto ho iniziato ad aver i brividi durante il ritornello, dal secondo a partire dal primo accordo, e la cosa che notai fu che per la prima volta nella vita, preferivo ascoltare una canzone attraverso video amatoriali piuttosto che tramite fonti ufficiali, vevo, cd, cazzi e mazzi vari. Questo perché si tratta di un brano “puro”, semplice, diretto e sincero. E il bello di questi brani è che permettono di unire 4000 sconosciuti e di renderli una persona sola – si, adesso penserete che accade in ogni concerto, ma qui per me è diverso e probabilmente si tratta di sensazioni soggettive – Mannarino e quell’unica entità chiamata “pubblico”, sinonimo di famiglia, di vita. “E daje regá beviamo tutti insieme che ci si vuole bene”: immagino così la prima frase post canzone tra gli ascoltatori (e magari scende anche Mannarino dal palco, perché non da la sensazione di uno che rifiuta una bevuta. Anzi..)

Prendete un video a caso su YouTube, fatto da un qualunque tizio che saltella e ascoltatelo. Iniziate a cantare anche voi e aspettate – con la pelle d’oca – la seguente frase: cantavamo senza paura…

Ecco, da quel momento in poi nel pubblico succede qualcosa. È come se in quell’istante ogni problema, ogni singola preoccupazione e qualunque altra cosa di negativo, si trasformi in energia e dia forza a tutti. Come una droga ma senza danni fisici e mentali, solo positività e voglia di vivere. Unendoli, dandogli quella cosa che illude e che allo stesso tempo fa stare bene: la speranza. La speranza di un’estate, la stagione dei pensieri rimandati all’autunno, con il desiderio che quel momento non arrivi mai e comunque poco importa, godiamoci il momento. O almeno proviamoci…

“Si, ho costruito una bandiera, di stracci. Ci ho messo sopra pezzi di bandiera che non si riconoscono più, sono diventati solo colori, non ci sono concetti dentro. Ci sta un pezzo di bandiera di pirati e un pezzo di stoffa del cuscino in cui ho dormito. Questo perché la bandiera italiana con i tre colori era un po’ poco, poca fantasia. Non ho mai creduto a sistemi politici che affermano di essere perfetti, migliori di altri, e allora invece di parlare di sistemi politici, mi piace pensare che la mia identità non me la da la mia carta d’identità ma me la da chi sono io umanamente. È difficile trovare la propria strada, il proprio modo di vivere, al di fuori di quello che sembra un carcere a cielo aperto, una caserma. Un modo di pensare che deve essere uguale per tutti. E tanta gente finisce male, tanti muoiono di freddo alla stazione e altri ubriaconi. E allora ho scritto una canzone che parla della ricerca, della libertà, quando stai solo in una camera d’albergo con la persona che ami, lì non c’è più niente. Si cerca l’umanità che abbiamo dentro. Tengo molto a questa canzone e attraverso essa spero in un’utopia, con un futuro che facendoci guardare indietro ci farà dire: erano tempi duri.

gridavamo senza paura…”

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Medimex: Liam Gallagher porta gli anni Novanta a Taranto 0 64

Dopo l’apertura di Cigarettes After Sex ed Editors, il Medimex prosegue la sua cavalcata trionfante a Taranto con un altro concerto di successo: Liam Gallagher. L’ex Oasis ha regalato poco più di un’ora di concerto ai propri fan, cantando i vecchi successi della band che ha fatto grande il britpop, qualcosa dell’ultimo disco solista ed il suo nuovo singolo.

medimex blunote music

Il concerto inizia intorno alle otto, quando sul palco salgono i JoyCut, gruppo musicale dark-wave elettronico formatosi nel 2003 a Bologna. La giusta alchimia fra synth, batteria e tastiere dà la carica al pubblico che aveva già iniziato ad affollare la rotonda del lungomare dalle 18, molto prima del concerto di ieri.

Dopo un’ora sale sul palco King Hammond, musicista londinese accompagnato dalla sua band: un po’ B-52s, un po’ sagra di paese in senso buono, King Hammond suona per quaranta minuti il suo raggae-ska movimentando la folla, ormai in trepida attesa di Liam Gallagher.

Alle 22.20 sale sul palco l’ex Oasis: classico giaccone invernale, storico tamburello in mano e tutti gli anni 90 sulle spalle. Il concerto si apre con Rock ‘N’ Roll Star, singolo datato 1995 uscito dal disco Definitely Maybe del 94: uno dei brani più rappresentativi degli Oasis. E non è da meno il secondo brano in scaletta, Morning Glory, title track del disco che fece grandi gli Oasis con sedici milioni di dischi venduti, terzo disco più venduto di sempre in Inghilterra, dietro a Beatles e Queen. Piccolo siparietto per concludere l’introduzione al concerto, con Liam che si “libera” del suo tamburello lanciandolo nel pubblico (se sei il fortunato ad averlo preso, mandaci una foto in DM su Facebook e Instagram!)

Il concerto prosegue con Wall of Glass, singolo di punta del disco solista di Liam Gallagher, As You Were. Da qui parte una piccola parentesi di tre canzoni estratte da questo disco, fra cui l’altro singolo di successo, For What it’s Worth. Ed è proprio dopo quest’ultima che arriva un bel momento: l’anteprima italiana del nuovo singolo, Shockwave, pubblicato il giorno prima ed estratto dal nuovo disco in arrivo del cantante inglese: Why Me? Why Not.

Liam Gallagher è esattamente come te lo immagini, come lo hai visto dai video: mani dietro la schiena, espressione costantemente arrogante, non sai mai chi del pubblico manderà a fanculo. È per questo che gli si vuole tanto bene, penso. Intanto che penso, il live prosegue e sul palco si suona una bellissima Some Might Say, cui segue Universal Gleam, fino ad arrivare alla spettacolare Lyla.

foto panoramica di Rosa De Benedetto

Il pubblico risponde benissimo, molti sventolano le maglie del Manchester City, qualcuno alza una maglia dei Noel Gallagher’s High Flyin’ Birds; Liam risponde in inglese: “Preferisco altre maglie. Preferisco la mia!” indicandone una lì vicino. E riprende a suonare: Cigarettes and AlcoholEh La, e si arriva al momento atteso da tutti: Wonderwall. Salti, urla, occhi lucidi.

Liam saluta, ma si sa che è solo per poco. Rientra e riattacca a suonare: la potenza di Roll With It, brano di apertura di quel What’s The Story Morning Glory di cui prima, risuona in tutta la città. E risuona forte anche nel cuore dei fan, che non sentivano questo pezzo live da ben dieci anni. Finisce Roll With It e Liam annuncia l’ultima canzone, partono le note e tutti sanno che si tratta di Champagne Supernova, alla quale viene affidata quasi sempre la chiusura dei suoi concerti.

Ci son poche parole per descrivere il momento storico che ha vissuto ieri la città di Taranto e la gente accorsa da tutto il Sud per questo live. Chi ha vissuto gli anni ’90 può desiderare solo tre cose nella vita: un appuntamento con Jennifer Aniston, una settimana col Drugo e un concerto di uno dei Gallagher. Ieri almeno uno di questi desideri si è avverato.

Californication compie vent’anni: riscopriamolo 0 127

Sapevamo che il disco aveva avuto un largo successo quando andammo in Europa per un giro di conferenze stampa. Eravamo in Italia, io e John stavamo sul sedile posteriore di una Mercedes con il finestrino aperto. Un motorino con due ragazzi italiani si fermò accanto a noi. Guardarono dentro e cominciarono a urlare: “Ehi, Californication, Californication!”. Poi si misero a cantare Scar Tissue. Il disco era uscito da cinque giorni. Ovunque andassimo, tutti i negozi suonavano il nostro disco. L’Italia aveva preso fuoco. Passammo dal vendere una manciata di dischi al venderne più di chiunque altro quell’anno in Italia. Com’è che un Paese intero decide di cominciare ad amarti in un giorno?

Così Anthony Kiedis decise di parlare di Californication all’interno della sua biografia, “Scar Tissue”, proprio come uno dei singoli estratti dall’album che ha fatto grande la band americana nel mondo. Californication usciva oggi, 8 giugno, vent’anni fa, nel 1999, segnando per sempre quell’estate e la storia della musica. Ma anche la storia della band losangelina.

Usciti un po’ malconci dal rilascio di One Hot Minute, stroncato dalla critica, e orfani del chitarrista sostituto di Frusciante, Dave Navarro, licenziato per incompatibilità con il resto della band, i Red Hot avevano bisogno del rilancio – un rilancio dovuto, per altro; non fosse solo per il successo che ebbe Blood Sugar Sex Magic, soprattutto in America.

Così, nell’estate del 1998, Flea riesce a convincere Frusciante, nel frattempo disintossicatosi dalla dipendenza dall’eroina, a rientrare nel gruppo. Il disco inizia a prendere forma grazie al lavoro di quest’ultimo, accompagnato dalle liriche del frontman e dalle jam session che da sempre hanno contraddistinto lo sviluppo dei dischi dei peperoncini.

Il sound vira: vengono abbandonate le sperimentazioni che ammiccavano al metal – frutto probabilmente del chitarrista ex-Jane’s Addiction – puntando tutto sull’alternative con il giusto mix di quel funk-rock che fece la fortuna della band agli inizi. Quello che non cambia è il produttore: Rick Rubin seguirà infatti la band per questo terzo lavoro di fila, dopo aver prodotto i già citati One Hot Minute e BSSM.

Il disco vide la luce proprio l’otto giugno del 1999, anticipato di un paio di settimane dal singolo Scar Tissue, uno dei brani più rappresentativi del gruppo. Fu un successo di critica e di vendite; qualcuno elogiò un Anthony Kiedis in grande spolvero, molti attribuirono la qualità al ritorno di Frusciante. Californication raggiunse la prima posizione in classifica in nove Paesi diversi – fra cui l’Italia, dove vendette 700.000 copie in due anni – aggiudicandosi ben undici dischi d’oro.

Oggi Californication rimane una pietra miliare della musica mondiale, uno di quei dischi che tante band sperano di rilasciare un giorno. E anche se oggi i Red Hot non sono più gli stessi, con il secondo abbandono di Frusciante e le speranze di un suo ritorno ormai rasentanti lo zero, ascoltare le prime note del brano omonimo durante un live è come tornare piccoli, o giovani, per rivivere i magici momenti dell’ultima estate del secolo scorso.

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