“Il rito della città”, una perla folk-medievale firmata Francesco Pelosi 0 262

C’è un termine inglese che ormai è entrato nel linguaggio comune e indica la scoperta fortuita, e felice, di qualcosa che non stavi cercando. Il termine in questione è serendipity (serendipità in italiano) ed è attribuito a Horace Walpole, uno scrittore inglese del settecento, rimasto ammaliato dalle fortunose scoperte dei protagonisti della fiaba persiana “I tre principi di Serendippo”. Si potrebbe considerare la versione letteraria di quello che è successo a Colombo, che ha scoperto l’America navigando verso occidente alle ricerca delle Indie. Così come Walpole e Colombo anch’io ho fatto una scoperta fortuita.

È un venerdì sera uggioso, uno dei tanti venerdì sera uggiosi reggiani, io e un mio amico decidiamo di andare al concerto di The Niro (alias Davide Combusti), un cantautore romano che si esibisce al centro sociale Catomes Tôt. Arriviamo, ordiniamo una birra e un bicchiere di Lambrusco, ci mettiamo comodi e aspettiamo l’inizio del concerto. Passano i minuti, le birre e i bicchieri di Lambrusco, ma di The Niro non si vede neanche l’ombra. Sul palco, però, c’è un ragazzo con le basette alla Corto Maltese che accorda una chitarra; il gestore del centro si avvicina e gli chiede se è pronto, lui fa cenno di sì, si siede sullo sgabello e si presenta: si chiama Francesco Pelosi, viene da Parma e presenta il suo album “Il Rito della Città“. Dai primi accordi emergono la sua anima folk, i richiami al cantautorato italiano da Guccini a Jannacci, passando per Gaber, e una ricerca attenta e minuziosa delle parole. La sua voce forte da “musico gentil” si accompagna perfettamente ai testi di stampo popolare. La sua scrittura icastica riporta indietro nel tempo, fino al medioevo, all’epoca di Gherardo Segalello – fondatore della setta ereticale degli Apostolici – il francescano che ha rinnovato la vita religiosa, distribuendo ogni suo avere ai poveri e dedicandosi alla penitenza, arso vivo il 18 luglio del 1300. I testi pieni di riferimenti e mai banali fanno di Francesco un vero e proprio artigiano delle parole che cesella ogni verso ed ogni rima affinché tutto si intrecci alla perfezione. Rimango folgorato (ovviamente non come Paolo sulla via di Damasco) e decido, dunque, di comprare il disco e di fargli i complimenti. Finisce di suonare The Niro, ci concediamo il bicchiere della staffa e torniamo a casa sotto la neve.

Una volta a casa mi metto ad ascoltare attentamente il disco e scopro che il pezzo di apertura “Sonno” si gioca in due soli accordi, RE e DO, ed è ispirato a un antico canto greco già interpretato – com’è riportato nella copertina dell’album – dagli Area del mitico Demetrio Stratos in “Gerontocrazia”.

Il secondo pezzo “O morte” è una piccola ode alla morte, un richiamo alla ferale “regina”; un’invocazione in Re- impreziosita dall’intenso recitar cantando che accompagna la melodia dall’inizio alla fine.

1260” è un piccolo trattato storico-teologico messo in musica; la forza delle immagini ci riporta a una città austera (Parma) in fermento per i cambiamenti radicali nella vita religiosa. Ce ne sono diverse significative, ma la più evocativa e dirompente secondo me è questa: «Forza piangete mestissime madri; coi mattoni della legge hanno alzato prigioni. E siamo incatenati al par dei manigoldi alle pietre delle religioni che alzano bordelli.»

Il quarto brano si apre col suono prepotente di un violoncello. È la “Storia di un fiore”, un fiore che nasce dal nulla, si fa uomo e canta una canzone disperata. L’harmonium arricchisce il finale e dà quel tocco di magia in più che non guasta mai.

Al concerto Francesco ha dedicato una canzone alla signora, più precisamente alla regina, della notte. Io e il mio amico inconsapevoli del fatto che si riferisse a Nico le abbiamo sparate tutte, ad esempio: Patti Smith e un improbabile essere mezzo donna mezzo Marzullo, figlio delle troppe o troppe poche birre e dei troppi o troppi pochi bicchieri di vino. In ogni caso la canzone, intitolata appunto “Nico”, è un omaggio alla grandissima artista poliedrica. L’atmosfera gotica accompagna il pezzo dall’inizio alla fine.

Il rito della città” è la chiave di volta di quest’album, è il filo rosso sottile che si dipana da qui e si intreccia in ognuna delle undici pietre preziose che formano questa splendida collana. Il rito della città è la fotografia di un movimento statico, un’ossimorica compresenza: la città si muove ma resta ferma; vive, ma non sembra respirare; invecchia ma resta sempre giovane. È invisibile e trascendente. La città è un non luogo, ma allo stesso tempo è un valzer frenetico che non ti puoi permettere almeno di accennare.

L’album è arricchito da una perla rara: una canzone in dialetto goriziano che rimanda ai luoghi descritti nei romanzi di Claudio Magris. “Nordest” è veramente una dolse canzón accompagnata perfettamente dal suono magico di una fisarmonica.

La canzone dei poeti russi” è una brano che ti lascia un senso di leggerezza impressionante. Ti disarma, e non puoi fare altro che restare inerme ad ascoltare. Il violino cullante ti avvicina al nirvana.

La nona canzone “The Auld Triangle” è una canzone contro la guerra composta da Dominic Behan e scritta dal fratello Brendan per un’opera teatrale. In questo pezzo c’è da sottolineare la collaborazione di Luigi Martinelli (voce e violino) e di Nicolas Furlan (voce e chitarra acustica).

Le belle canzoni” mi ricorda a tratti – come ho detto a Francesco– “La leggerezza” di Gaber. È un testo profondo, che denuncia in modo larvato la diserzione delle belle canzoni in favore di quelle loffie e frivole. La dissolvenza e la presenza finale del pianet chiudono il brano.

“No pasaràn” è il pezzo che chiude l’album. L’introduzione dal carattere onirico è figlia di un solo di fisarmonica e dei synth. Nel finale c’è una sorpresa che non vi svelo, lo scoprirete solo ascoltando.

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Medimex: Liam Gallagher porta gli anni Novanta a Taranto 0 64

Dopo l’apertura di Cigarettes After Sex ed Editors, il Medimex prosegue la sua cavalcata trionfante a Taranto con un altro concerto di successo: Liam Gallagher. L’ex Oasis ha regalato poco più di un’ora di concerto ai propri fan, cantando i vecchi successi della band che ha fatto grande il britpop, qualcosa dell’ultimo disco solista ed il suo nuovo singolo.

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Il concerto inizia intorno alle otto, quando sul palco salgono i JoyCut, gruppo musicale dark-wave elettronico formatosi nel 2003 a Bologna. La giusta alchimia fra synth, batteria e tastiere dà la carica al pubblico che aveva già iniziato ad affollare la rotonda del lungomare dalle 18, molto prima del concerto di ieri.

Dopo un’ora sale sul palco King Hammond, musicista londinese accompagnato dalla sua band: un po’ B-52s, un po’ sagra di paese in senso buono, King Hammond suona per quaranta minuti il suo raggae-ska movimentando la folla, ormai in trepida attesa di Liam Gallagher.

Alle 22.20 sale sul palco l’ex Oasis: classico giaccone invernale, storico tamburello in mano e tutti gli anni 90 sulle spalle. Il concerto si apre con Rock ‘N’ Roll Star, singolo datato 1995 uscito dal disco Definitely Maybe del 94: uno dei brani più rappresentativi degli Oasis. E non è da meno il secondo brano in scaletta, Morning Glory, title track del disco che fece grandi gli Oasis con sedici milioni di dischi venduti, terzo disco più venduto di sempre in Inghilterra, dietro a Beatles e Queen. Piccolo siparietto per concludere l’introduzione al concerto, con Liam che si “libera” del suo tamburello lanciandolo nel pubblico (se sei il fortunato ad averlo preso, mandaci una foto in DM su Facebook e Instagram!)

Il concerto prosegue con Wall of Glass, singolo di punta del disco solista di Liam Gallagher, As You Were. Da qui parte una piccola parentesi di tre canzoni estratte da questo disco, fra cui l’altro singolo di successo, For What it’s Worth. Ed è proprio dopo quest’ultima che arriva un bel momento: l’anteprima italiana del nuovo singolo, Shockwave, pubblicato il giorno prima ed estratto dal nuovo disco in arrivo del cantante inglese: Why Me? Why Not.

Liam Gallagher è esattamente come te lo immagini, come lo hai visto dai video: mani dietro la schiena, espressione costantemente arrogante, non sai mai chi del pubblico manderà a fanculo. È per questo che gli si vuole tanto bene, penso. Intanto che penso, il live prosegue e sul palco si suona una bellissima Some Might Say, cui segue Universal Gleam, fino ad arrivare alla spettacolare Lyla.

foto panoramica di Rosa De Benedetto

Il pubblico risponde benissimo, molti sventolano le maglie del Manchester City, qualcuno alza una maglia dei Noel Gallagher’s High Flyin’ Birds; Liam risponde in inglese: “Preferisco altre maglie. Preferisco la mia!” indicandone una lì vicino. E riprende a suonare: Cigarettes and AlcoholEh La, e si arriva al momento atteso da tutti: Wonderwall. Salti, urla, occhi lucidi.

Liam saluta, ma si sa che è solo per poco. Rientra e riattacca a suonare: la potenza di Roll With It, brano di apertura di quel What’s The Story Morning Glory di cui prima, risuona in tutta la città. E risuona forte anche nel cuore dei fan, che non sentivano questo pezzo live da ben dieci anni. Finisce Roll With It e Liam annuncia l’ultima canzone, partono le note e tutti sanno che si tratta di Champagne Supernova, alla quale viene affidata quasi sempre la chiusura dei suoi concerti.

Ci son poche parole per descrivere il momento storico che ha vissuto ieri la città di Taranto e la gente accorsa da tutto il Sud per questo live. Chi ha vissuto gli anni ’90 può desiderare solo tre cose nella vita: un appuntamento con Jennifer Aniston, una settimana col Drugo e un concerto di uno dei Gallagher. Ieri almeno uno di questi desideri si è avverato.

Californication compie vent’anni: riscopriamolo 0 127

Sapevamo che il disco aveva avuto un largo successo quando andammo in Europa per un giro di conferenze stampa. Eravamo in Italia, io e John stavamo sul sedile posteriore di una Mercedes con il finestrino aperto. Un motorino con due ragazzi italiani si fermò accanto a noi. Guardarono dentro e cominciarono a urlare: “Ehi, Californication, Californication!”. Poi si misero a cantare Scar Tissue. Il disco era uscito da cinque giorni. Ovunque andassimo, tutti i negozi suonavano il nostro disco. L’Italia aveva preso fuoco. Passammo dal vendere una manciata di dischi al venderne più di chiunque altro quell’anno in Italia. Com’è che un Paese intero decide di cominciare ad amarti in un giorno?

Così Anthony Kiedis decise di parlare di Californication all’interno della sua biografia, “Scar Tissue”, proprio come uno dei singoli estratti dall’album che ha fatto grande la band americana nel mondo. Californication usciva oggi, 8 giugno, vent’anni fa, nel 1999, segnando per sempre quell’estate e la storia della musica. Ma anche la storia della band losangelina.

Usciti un po’ malconci dal rilascio di One Hot Minute, stroncato dalla critica, e orfani del chitarrista sostituto di Frusciante, Dave Navarro, licenziato per incompatibilità con il resto della band, i Red Hot avevano bisogno del rilancio – un rilancio dovuto, per altro; non fosse solo per il successo che ebbe Blood Sugar Sex Magic, soprattutto in America.

Così, nell’estate del 1998, Flea riesce a convincere Frusciante, nel frattempo disintossicatosi dalla dipendenza dall’eroina, a rientrare nel gruppo. Il disco inizia a prendere forma grazie al lavoro di quest’ultimo, accompagnato dalle liriche del frontman e dalle jam session che da sempre hanno contraddistinto lo sviluppo dei dischi dei peperoncini.

Il sound vira: vengono abbandonate le sperimentazioni che ammiccavano al metal – frutto probabilmente del chitarrista ex-Jane’s Addiction – puntando tutto sull’alternative con il giusto mix di quel funk-rock che fece la fortuna della band agli inizi. Quello che non cambia è il produttore: Rick Rubin seguirà infatti la band per questo terzo lavoro di fila, dopo aver prodotto i già citati One Hot Minute e BSSM.

Il disco vide la luce proprio l’otto giugno del 1999, anticipato di un paio di settimane dal singolo Scar Tissue, uno dei brani più rappresentativi del gruppo. Fu un successo di critica e di vendite; qualcuno elogiò un Anthony Kiedis in grande spolvero, molti attribuirono la qualità al ritorno di Frusciante. Californication raggiunse la prima posizione in classifica in nove Paesi diversi – fra cui l’Italia, dove vendette 700.000 copie in due anni – aggiudicandosi ben undici dischi d’oro.

Oggi Californication rimane una pietra miliare della musica mondiale, uno di quei dischi che tante band sperano di rilasciare un giorno. E anche se oggi i Red Hot non sono più gli stessi, con il secondo abbandono di Frusciante e le speranze di un suo ritorno ormai rasentanti lo zero, ascoltare le prime note del brano omonimo durante un live è come tornare piccoli, o giovani, per rivivere i magici momenti dell’ultima estate del secolo scorso.

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