“Il rito della città”, una perla folk-medievale firmata Francesco Pelosi 0 350

C’è un termine inglese che ormai è entrato nel linguaggio comune e indica la scoperta fortuita, e felice, di qualcosa che non stavi cercando. Il termine in questione è serendipity (serendipità in italiano) ed è attribuito a Horace Walpole, uno scrittore inglese del settecento, rimasto ammaliato dalle fortunose scoperte dei protagonisti della fiaba persiana “I tre principi di Serendippo”. Si potrebbe considerare la versione letteraria di quello che è successo a Colombo, che ha scoperto l’America navigando verso occidente alle ricerca delle Indie. Così come Walpole e Colombo anch’io ho fatto una scoperta fortuita.

È un venerdì sera uggioso, uno dei tanti venerdì sera uggiosi reggiani, io e un mio amico decidiamo di andare al concerto di The Niro (alias Davide Combusti), un cantautore romano che si esibisce al centro sociale Catomes Tôt. Arriviamo, ordiniamo una birra e un bicchiere di Lambrusco, ci mettiamo comodi e aspettiamo l’inizio del concerto. Passano i minuti, le birre e i bicchieri di Lambrusco, ma di The Niro non si vede neanche l’ombra. Sul palco, però, c’è un ragazzo con le basette alla Corto Maltese che accorda una chitarra; il gestore del centro si avvicina e gli chiede se è pronto, lui fa cenno di sì, si siede sullo sgabello e si presenta: si chiama Francesco Pelosi, viene da Parma e presenta il suo album “Il Rito della Città“. Dai primi accordi emergono la sua anima folk, i richiami al cantautorato italiano da Guccini a Jannacci, passando per Gaber, e una ricerca attenta e minuziosa delle parole. La sua voce forte da “musico gentil” si accompagna perfettamente ai testi di stampo popolare. La sua scrittura icastica riporta indietro nel tempo, fino al medioevo, all’epoca di Gherardo Segalello – fondatore della setta ereticale degli Apostolici – il francescano che ha rinnovato la vita religiosa, distribuendo ogni suo avere ai poveri e dedicandosi alla penitenza, arso vivo il 18 luglio del 1300. I testi pieni di riferimenti e mai banali fanno di Francesco un vero e proprio artigiano delle parole che cesella ogni verso ed ogni rima affinché tutto si intrecci alla perfezione. Rimango folgorato (ovviamente non come Paolo sulla via di Damasco) e decido, dunque, di comprare il disco e di fargli i complimenti. Finisce di suonare The Niro, ci concediamo il bicchiere della staffa e torniamo a casa sotto la neve.

Una volta a casa mi metto ad ascoltare attentamente il disco e scopro che il pezzo di apertura “Sonno” si gioca in due soli accordi, RE e DO, ed è ispirato a un antico canto greco già interpretato – com’è riportato nella copertina dell’album – dagli Area del mitico Demetrio Stratos in “Gerontocrazia”.

Il secondo pezzo “O morte” è una piccola ode alla morte, un richiamo alla ferale “regina”; un’invocazione in Re- impreziosita dall’intenso recitar cantando che accompagna la melodia dall’inizio alla fine.

1260” è un piccolo trattato storico-teologico messo in musica; la forza delle immagini ci riporta a una città austera (Parma) in fermento per i cambiamenti radicali nella vita religiosa. Ce ne sono diverse significative, ma la più evocativa e dirompente secondo me è questa: «Forza piangete mestissime madri; coi mattoni della legge hanno alzato prigioni. E siamo incatenati al par dei manigoldi alle pietre delle religioni che alzano bordelli.»

Il quarto brano si apre col suono prepotente di un violoncello. È la “Storia di un fiore”, un fiore che nasce dal nulla, si fa uomo e canta una canzone disperata. L’harmonium arricchisce il finale e dà quel tocco di magia in più che non guasta mai.

Al concerto Francesco ha dedicato una canzone alla signora, più precisamente alla regina, della notte. Io e il mio amico inconsapevoli del fatto che si riferisse a Nico le abbiamo sparate tutte, ad esempio: Patti Smith e un improbabile essere mezzo donna mezzo Marzullo, figlio delle troppe o troppe poche birre e dei troppi o troppi pochi bicchieri di vino. In ogni caso la canzone, intitolata appunto “Nico”, è un omaggio alla grandissima artista poliedrica. L’atmosfera gotica accompagna il pezzo dall’inizio alla fine.

Il rito della città” è la chiave di volta di quest’album, è il filo rosso sottile che si dipana da qui e si intreccia in ognuna delle undici pietre preziose che formano questa splendida collana. Il rito della città è la fotografia di un movimento statico, un’ossimorica compresenza: la città si muove ma resta ferma; vive, ma non sembra respirare; invecchia ma resta sempre giovane. È invisibile e trascendente. La città è un non luogo, ma allo stesso tempo è un valzer frenetico che non ti puoi permettere almeno di accennare.

L’album è arricchito da una perla rara: una canzone in dialetto goriziano che rimanda ai luoghi descritti nei romanzi di Claudio Magris. “Nordest” è veramente una dolse canzón accompagnata perfettamente dal suono magico di una fisarmonica.

La canzone dei poeti russi” è una brano che ti lascia un senso di leggerezza impressionante. Ti disarma, e non puoi fare altro che restare inerme ad ascoltare. Il violino cullante ti avvicina al nirvana.

La nona canzone “The Auld Triangle” è una canzone contro la guerra composta da Dominic Behan e scritta dal fratello Brendan per un’opera teatrale. In questo pezzo c’è da sottolineare la collaborazione di Luigi Martinelli (voce e violino) e di Nicolas Furlan (voce e chitarra acustica).

Le belle canzoni” mi ricorda a tratti – come ho detto a Francesco– “La leggerezza” di Gaber. È un testo profondo, che denuncia in modo larvato la diserzione delle belle canzoni in favore di quelle loffie e frivole. La dissolvenza e la presenza finale del pianet chiudono il brano.

“No pasaràn” è il pezzo che chiude l’album. L’introduzione dal carattere onirico è figlia di un solo di fisarmonica e dei synth. Nel finale c’è una sorpresa che non vi svelo, lo scoprirete solo ascoltando.

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Ricordati Chi Sei, il nuovo singolo di ElleBlack 0 146

Ha soli 17 anni, un talento raffinato ma soprattutto una grande valigia piena di sogni. Luigi Orlando, in arte ElleBlack, rapper originario di Palagiano, in provincia di Taranto, comincia sin da piccolo a scrivere le prime poesie strutturate come fossero lettere e, negli anni successivi, comincia a cimentarsi nei testi in chiave musicale, con immediati consensi.

Secondo “Rock it”, il più grande portale di musica italiana, ElleBlack “dimostra una buona maturità e inserisce nei suoi testi riferimenti parecchio elevati, come citazioni poetiche, piuttosto rare sempre considerando la sua età e la sua spontaneità e la sua sincerità sono da salvaguardare”.

Dopo lo straordinario successo di “Sono a casa“, album uscito a gennaio e che ha ottenuto recensioni più che positive nell’intero panorama musicale nazionale, esattamente come l’hit estiva “Snapshot”, lunedì 11 novembre a mezzanotte uscirà, su tutte le piattaforme digitali, il nuovo singolo “Ricordati chi sei”.

Prodotto da NotJerk e registrato, mixato e masterizzato dalla Valentino Records, il brano è pubblicato da Top Records, nota casa discografica di Milano.

“‘Ricordati chi sei’ è un brano rap cantautorale  con tonalità più dolci rispetto al passato – spiega ElleBlack – e racconta la storia di un ragazzo che ha perso la memoria di chi è realmente, della sua figura. Per ritrovarla inizia un dialogo con una persona cara che però non c’è più: si tratta di un colloquio spirituale, attraverso cui il giovane ritrova sé stesso e ricorda al suo interlocutore ciò che ha svolto nella sua vecchia vita”.

Il brano è autobiografico: “Questa canzone nasce da un’esigenza personale ed arriva come conseguenza di un avvenimento realmente accaduto, la morte di mio nonno, a cui ha fatto seguito per me un periodo di forte smarrimento”.

‘Ricordati chi sei’ rappresenta una nuova tappa nella carriera musicale di ElleBlack: “E’ una sorta di ancora al mio vecchio stile di fare musica – precisa il giovane cantautore – è una traccia di chiusura di una mia stagione musicale e un punto di partenza per altri progetti”.

L’essenziale ritorno dei Save Our Souls rimanda all’alternative anni ‘90 0 92

Si chiama “Esse o Esse” l’album di ritorno dei Save Our Souls (S.O.S.), la band bergamasca capitanata da Marco Ferri (in arte Bruco). Nati nel 1993 su iniziativa del loro fontman, gli S.O.S hanno saputo costruirsi una lunga carriera, segnata da cambi di formazione, intensa attività live, importanti collaborazioni e vittorie di rassegne e festival. Un bagaglio d’esperienza messo a disposizione di questo loro ultimo lavoro, che la band stessa descrive come «schietto e sincero e che rinuncia a fronzoli e orpelli puntando all’essenziale».

Forse gli orpelli ai quali si è deciso di rinunciare sono ammiccamenti all’elettronica o abbellimenti vari in fase di produzione, dato che il disco sembra voler catapultarci ad inizio/metà degli anni ’90 e all’alternative rock di quel periodo.  Negrita, Timoria, il primo Ligabue sono i primi nomi che vengono in mente sentendo le otto tracce che compongono un disco caratterizzato dalla semplicità degli arrangiamenti (nei quali dominano le chitarre), dall’immediatezza dei testi e dalla ricerca di melodie accattivanti. Non mancano, comunque, rimandi a un indie rock più fresco e scanzonato, sorretto da ritmiche più ballabili.

È il caso dell’opening “Venere acida”: un brano dedicato alla Musica, la dea dell’amore con la quale ogni musicista vive un costante rapporto di odio e amore.

Sorretta dai suoi riff poderosi di chitarra, arriva “Non mi fermare”: un inno punk sulla “lucida follia” di chi vuole trasformare la propria passione in un lavoro, non curandosi delle parole di chi invece prova a tracciare limiti.

Fa il suo ingresso l’acustica (che sarà molto presente nel proseguo del disco) nella successiva “E non sai più cosa sei”, brano che parla dell’alienazione, della spersonalizzazione e dell’apatia causate dall’uso (o, meglio, dall’abuso) dei social network e di internet.

Echi di britpop in “Madre”, ballatona già presente nel disco d’esordio (datato 1993) e per l’occasione ri-arrangiata in una nuova veste.

Si rialza il ritmo con “Ancora vivere” in attesa e in preparazione della romantica “Corri Luna”, malinconica ballata sulla paternità che rimanda alle sonorità e alle melodie dei Litfiba nei loro momenti più “morbidi”.

Timoria e Negrita a influenzare la successiva “Ancora un’ora”, che anticipa il brano di chiusura, “Presidente” (già registrato nel 2017 e inserito nella compilation prodotta e distribuita da NDS Music e allegata al mensile Tribuna Magazine). Cambia il tono – più ironico e scanzonato – in un brano che vuole essere un monito: diffidare dai leader dalle facili promesse, figure tanto affascinanti quanto abbindolatrici. Il cantato di Bruco, come per tutto il resto del disco, oscilla tra soluzioni che ricordano un po’ Piero Pelù, un po’ Francesco Renga,mentre alle immancabili chitarre si uniscono sintetizzatori dal sound futuristico.

Si chiude così un disco breve, diretto ed essenziale che, pur senza offrire brani sensazionali o particolari spunti d’interesse, si lascia ascoltare con godibilità. Non particolarmente attuale o innovativo nel suo intento di riprendere sonorità appartenenti al passato (per quanto recente), ma comunque apprezzabile per le sue melodie orecchiabili e il suo discreto songwriting.

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