il sentimento dei Radiohead ed il groove dei RHCP: scopriamo gli Isabel 0 189

Abbiamo già conosciuto Giuseppe Miani per le sue esibizioni nei locali di Taranto da qualche anno a questa parte, portando fra gli sgabelli di molti pub alcune cover davvero eccezionali, spaziando dagli Arctic Monkeys ai Coldplay. La conferma di questo talento arriva con un nuovo progetto, una band tutta da scoprire, gli ISABEL. Formatisi un anno fa, il gruppo vede la partecipazione del sopraccitato Miani come frontman, di Eleonora Palazzo al basso, Virginia Mancarella alla chitarra, con Santino Pisanelli alla batteria e Sabino Pignatale alle tastiere. Così abbiamo deciso di farveli scoprire in un’intervista a tutto tondo, qui si Blunote Music.

 

Ciao ragazzi, per iniziare potete parlarmi un po’ di voi. Com’è nato questo progetto e da dove esce il nome, molto caratteristico, ISABEL?

“Ci conoscevamo già per degli amici in comune e in realtà avevamo già suonato insieme senza impegno. Verso la fine di agosto ci siamo detti: perché non fare un gruppo? Ci siamo riuniti in studio e abbiamo iniziato a suonare assieme, trovandoci subito molto bene. ISABEL deriva dai nostri nomi messi insieme, è un suono che ci piace molto e, come hai detto, è molto caratteristico.”

 

Vi definite in un genere preciso? Quali influenze avete?

“Definirci in un genere è molto difficile, alcuni direbbero “indipendente” ma lo trovo un po’ dispersivo, per non dire che dà un accento commerciale. Direi che andiamo più su un sound alternativo, con influenze pop; la verità è che ognuno di noi ingloba in sé stesso vari generi musicali, il che ci dà un tocco più “multi-tasking”. Una band molto influente per noi sono sicuramente i Radiohead, non tanto per il genere ma per il “genio” che li contraddistingue, riuscendo comunque a rimanere semplici. Ci sentiamo anche molto legati ai Red Hot Chili Peppers, dai quali prendiamo la “cazzimma”, la loro energia e il loro groove.”

 

I vostri testi sono tutti in italiano, una scelta sicuramente in controtendenza rispetto a molte band emergenti. Come mai questa scelta di restare legati alla vostra lingua madre e di non cantare in inglese?

“L’italiano è una delle lingue più romantiche al mondo, in grado di dire tutto in un’unica frase. La cosa difficile è musicare le parole, e in questo senso è stata una sfida per noi: perché adagiarsi sulla lingua inglese quando possiamo cantare nella nostra lingua rendendo il doppio e riuscendo ad essere più diretti col pubblico.”

 

Sempre parlando di testi, da dove vengono fuori i vostri? Qual è il sentimento che trapela di più e che cercate di imprimere maggiormente?

“Partiamo dal presupposto che ovunque vada porto sempre con me carta e penna, perché tutto quello che mi circonda può essere d’ispirazione per una nuova canzone. Il resto lo fanno le esperienze personali e le emozioni, prima tra tutte la tristezza. Credo che l’artista abbia questa sorta di “maledizione” su di lui, deve provare tristezza e vivere questa tristezza per riuscire a esprimerla ed essere felice grazie a quella via di fuga che può essere un testo, una canzone.”

 

Quali ambizioni coltivate nei confronti della vostra musica? Preferireste realizzarvi come artisti o riuscire ad abbracciare un pubblico più vasto con un sound più forzato?

“La musica, in Italia come nel mondo, è la cosa più meritocratica che esista: se sei bravo vai avanti. Quello che vogliamo fare è sicuramente proseguire il nostro percorso, senza forzare troppo la mano per sorridere ad un pubblico che potremmo poi non sentire più vicino. Se un giorno arrivassimo da qualche parte, vorremo che fosse esclusivamente grazie a noi stessi e alla nostra musica.”

 

Chiudiamo coi progetti futuri: avete in ballo qualcosa?

“Possiamo annunciare di essere in fase di registrazione del nostro primo EP. Ci manca solo uno dei cinque brani che avevamo in mente, e speriamo di riuscire a finirlo di incidere entro la fine del 2017.  Siamo orientati a portarlo in giro anche fuori dalla Puglia, per dare continuità al nostro progetto e allargare i nostri orizzonti.”

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Ascoltare i Quercia per perdersi e ritrovarsi 0 113

È uscito il 20 febbraio scorso ‘Di Tutte le Cose che Abbiamo Perso e Perderemo‘ il nuovo LP dei Quercia, band cagliaritana dalla fortissima attitudine punk, che negli anni ha saputo coniugare l’alternative con l’emo e il pop con lo screamo, il post hardcore e, ovviamente, il post rock. In quest’ultimo lavoro – interamente autoprodotto – c’è tutto questo, ma anche di più. C’è il dadaismo intenzionale di band emergenti come i Cucineremo Ciambelle (forieri del math rock in Italia), il graffio dei Gazebo Penguins di Legna, ma anche il groove dei CCCP, insomma: storia, tradizione e irrazionalità. Il tutto è condito con una buona dose d’introspezione, un pizzico d’insofferenza e una spruzzata di malinconia. Questo disco ha un filo conduttore: la perdita. Relativa a persone, cose, sentimenti ed emozioni, la perdita è legata a un senso di vuoto che attiva in noi un meccanismo inerziale che ci spinge a cercare un “rimpiazzo” e ci porta a tracciare i contorni – prossimi alla dissolvenza – di ciò che abbiamo perso, su quelli dell’eventuale rimpiazzo. Non siamo disposti ad accettare l’oblio né tantomeno la perdita, per questo tentiamo di esorcizzarla ed esorcizzare la sofferenza che ad essa è legata. Con la musica si può fare.

La copertina del nuovo disco dei Quercia

Il disco si apre con Buio: brano potentissimo, urlato, quasi sputato in faccia a chi ascolta. Chitarre distorte e un ritmo martellante di una batteria ormai usurata: è il pezzo con la cazzimma, quello che ti spettina e ti fa ribollire qualcosa dentro. È il varo che porta la nave lontano, fra le onde della melanconia e quelle del destino (con buona pace di Lars von Trier).

Il viaggio continua con Finestra, brano che incarna perfettamente lo spirito screamo. Il testo è imperniato sulla domanda “che cosa ci manca davvero?”, e proprio la mancanza – come già detto – è il filo conduttore di tutto il disco. Il graffio della voce esalta il testo stringato ma essenziale e mai banale.

Torri è il pezzo multanime, quello che comincia in un modo e finisce in un altro. L’inizio soft con un bel riff lascia presto il posto alla prepotenza della voce e della batteria. Questo brano è un invito cinico a dimenticare tutto ciò che è stato e che probabilmente non sarà più. Dimenticare – fare tabula rasa – per ricostruire e ricostruirsi, per non perdersi nei ricordi e andare avanti, questo è il messaggio.

Pogare è lecito, soprattutto per pezzi come Corridoio che ti sollevano letteralmente da terra (provate ad ascoltarlo col surround acceso a volume alto, ma state lontani dai vetri!). Il post-rock, il punk, l’emo, si sentono tutti e si avvicendano in un preciso gioco di rimandi. Questo pezzo sembra descrivere la memoria come un corridoio che percorriamo a ritroso per trovare i ricordi migliori. I peggiori li lasciamo dissolvere nel buio dell’oblio.

Quercia band

Voci distorte, frasi che s’incastrano perfettamente e licenze poetiche. Problema è una confessione accompagnata da un groove avvolgente: “L’inferno che conserviamo nelle stanze di noi stessi brucia chi non lo capisce”. Abbiamo tutti un inferno privato che non siamo disposti a condividere, perché siamo convinti che nessuno sia in grado di comprendere. Non è sbagliato pensarlo, ma non è neanche giusto: è semplicemente relativo (anche se è risaputo che all’inferno ci sono solo stanze singole!).

Capolinea è un brano più lento e cupo ma non per questo meno intenso. È un pezzo alla Gomma (band post- punk casertana) da cui traspare l’anima intimista della band: noi siamo il capolinea del treno e non si può più andare oltre.

Si cambia completamente stile in Altalena, pezzo strumentale, quasi ambient. È un brano rilassante e cullante, un unicum nell’intera produzione dei Quercia.

C’è un trait d’union che lega Altalena e l’ottava traccia del disco; è un filo sottilissimo che unisce i due brani e li rende complementari. Con Pozzanghere si torna nell’alveo dell’emo, seppur con qualche sfumatura punk. Il pezzo è un invito ad asciugarsi le lacrime, a smettere di piangere e fare pozzanghere, perché c’è sempre qualcosa di meglio da fare. Questo è il tentativo di esorcizzare la pena che segue una perdita.

L’attacco è di quelli potenti: “Tutte le cose che abbiamo perso e perderemo, non sono mai nostre davvero”. Fiammiferi è il pezzo più breve ma il più intenso dell’album. È privo di sovrastrutture e l’incipit si ripete così tanto da rimanere impresso nel cervello. Sì, è il brano che preferiamo.

Siamo soliti costruire muri per evitare di continuare a guardare ciò che ci disturba e ci fa male. Il muro è un confine mentale e/o fisico che c’impedisce di guardare, ma non c’impedisce di pensare: occhio non vede, cuore non duo-…no, troppo banale! Muro non lo è e ci porta a riflettere sull’inutilità di continuare a costruire qualcosa che finiremo, comunque, per distruggere, se non fisicamente almeno col pensiero. La chitarra nel finale si prende meritatamente la scena!

Bivio ha un testo verace, a tratti poetico. L’anima alternative e post rock del pezzo si tinge di punk, l’elemento distintivo della band. Qui troviamo l’arrangiamento più bello dell’album; ovviamente, come ripete sempre un mio amico “De gustibus […]”.

Il pezzo che chiude il disco s’intitola Ridevamo ed è una sorta di avviso ai naviganti: c’è sempre un motivo per non stare fermi e andare avanti. Il tempo passa e non possiamo far altro che farci trovare pronti per non arrivare in ritardo al nuovo appuntamento. Il gattopardismo larvato nel testo tradisce l’insofferenza per un posto che è, allo stesso tempo, sempre troppo uguale e troppo diverso.

Non bisogna limitarsi all’apparenza. Per capire i Quercia e la loro musica bisogna andare in profondità, senza scarnificarli. Al primo ascolto sembrano i cinque ragazzotti che ti urlano in faccia l’incazzatura dei vent’anni. Approfondendoli, invece, ci si rende conto che hanno le palle e meritano tanto!

Abbiamo ascoltato in anteprima TeRAPia di Picciotto 0 130

TeRAPia è il nuovo concept album di Picciotto, storico rapper della scena palermitana, che è da sempre cantore cupo e appassionato della degradata realtà delle periferie meridionali. Per quest’ultimo lavoro, in uscita il 15 marzo, Picciotto dimostra di non aver perso lo smalto della scrittura chiara e potente e anche di poter variare, con ottimi risultati, lo stile musicale delle basi, grazie ad una produzione di alto livello, affidata ora a Gheesa, Naiupoche, Bonnot e Dj Spike.

Il pezzo d’apertura, Illusione, è un esordio che ammutolisce. Caratterizzato da un ritmo e da una narrazione nostalgica e drammatica, Picciotto ricorda le speranze della sua gioventù per un mondo migliore; si tratta, però, di speranze tradite, rifugio ormai di tristi ricordi che hanno il potere di farci guardare avanti. Il secondo pezzo Come Stai, che dipinge con arguzia la superficialità dei rapporti al giorno d’oggi, tenta, invece, di scrollarsi di dosso quell’atmosfera, dando vita ad un new soul dinamico, anche per via degli scratch di qualità di Dj Delta, una delle collaborazioni più gustose dell’album.

Sempre a proposito di collaborazioni, quella con Shakalab e Roy Paci nel terzo estratto, Hashtag la Victoria, è una carta indiscutibilmente vincente. Il pezzo, che critica la sempre più comune tendenza a fare politica sui social network, risente positivamente dell’eclettismo dei suoi ospiti, riuscendo comunque a trasportare l’ascoltatore anche al successivo Capitale, un inno sentito ed emozionante a Palermo.

L’argomento politico viene approfondito e sviscerato nelle seguenti quattro canzoni. Abbiamo dapprima Come non ho fatto mai, un pezzo che esclama la necessità dell’impegno politico tanto nel locale quanto nelle questioni globali, tanto da avere leggere e stuzzicanti influenze musicali tipicamente estere. Ci troveremo poi davanti ad Ashadogan, il quale mette alla berlina l’insensatezza e la pericolosità del razzismo, non risparmiando certo stoccate a personaggi che lo alimentano, come il ministro Salvini. C’è poi Lividi, in cui Picciotto, con un doppio feauturing ‘O ZulùDavide Shorty, indossa i panni di Stefano Cucchi, mettendoci in guardia su come quello che ha passato potrebbe succedere ancora, e sull’importanza di non dimenticare mai. Legato al ricordo è anche il pezzo successivo, Ancora Vive, cantato insieme a Simona Boo. Ancora Vive ha un testo e una musica di assoluta profondità, diventando un monito che vuole affermare l’importanza di ricordare la lotta politica e sociale partigiana, una lotta da cui prendere spunto per migliorare la società.

Concluso questo blocco prettamente politico, si passa a D’amore e D’accordi, un pezzo che infonde speranza ad ogni giovane musicista che non vede riconosciuta la propria arte, unica via per conoscere e conoscersi. La scrittura è viva e incisiva, frutto della reale esperienza di Picciotto, che con questa canzone ci offre uno degli spaccati più veri di cosa un artista dovrebbe essere.

Il decimo brano, Da grande – Rap Neomelodico, è quella che possiamo definire senza troppi problemi la vera hit di TeRAPia. Scanzonata ed ironica, la canzone ci trasporta direttamente nella periferia palermitana, tra note di pezzi neomelodiche napoletani e voglia di riscatto sociale. La collaborazione con il partenopeo Enzo Savastano contribuisce alla grande alla riuscita di questo pezzo da riascoltare e canticchiare.

Dopo questa nota pop, però, segue il pezzo, anzi, seguono i due pezzi, probabilmente più iconici e potenti dell’intero album: Sogno vs Incubo. Si tratta di un’unica traccia dove le personificazioni del Sogno e dell’Incubo parlano (pardon: rappano) con Picciotto. Il Sogno ci ricorda quanto il suo compito sia vitale nella nostra vita, diventando l’unico carburante che ci permette di migliorare, e lo fa con un flow disteso e morbido; l’Incubo, invece, parla di come il mondo sia in realtà crudele, di quanto l’opportunismo regni nelle coscienze delle persone, e per farcelo capire come si deve non esita ad affidarsi ad un rap hardcore, potente ed intenso.

La personale seduta di Picciotto, a questo punto, volge al termine, e lo fa grazie a Colloquio, una sorta di summa di tutto questo viaggio dentro e fuori il suo mondo. Un colloquio certamente complesso e stratificato, come dimostra il mix di suoni elettronici e più old-school che rendono questo pezzo un diamante raro.

L’ultimo brano è Terapia Popolare, dove il rapper riprende la sua identità di artista del popolo, criticando sferzante l’industria mainstream e rivendicando la musica come strumento per analizzare e criticare la società, soprattutto quella delle periferie. D’altro canto, come dice lo stesso Picciotto “Non è arte popolare, ma è il popolo che fa l’arte”.

TeRAPia è quindi, più che una cura, un colloquio psicanalitico tra il Picciotto artista e il Picciotto uomo, un album che cerca di comprendere la diversità e la complessità del mondo popolare, servendosi della musica rap, ora più classica ora più all’avanguardia. Un risultato iconico, che segna per tutti gli amanti del genere un ascolto consigliatissimo.

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