“In realtà è solo paura”, l’esordio di Danilo Ruggero è una lucida istantanea di fobie personali e collettive 0 1108

In realtà è solo paura”: si intitola così l’EP d’esordio di Danilo Ruggero, cantautore ventisettenne, siciliano d’origine ma ormai romano d’adozione. Un titolo che mette in risalto l’importanza di un sentimento – la paura, per l’appunto – che, a detta dello stesso autore, riveste un ruolo centrale per la sua musica: «Non è l’amore, né la sofferenza, né la felicità e neanche l’ingiustizia sociale a portarmi a scrivere canzoni. In realtà è solo paura.» Paura che, come un autentico fil rouge, attraversa i cinque brani che compongono la tracklist di questo primo lavoro, ripresentandosi nelle sue più varie declinazioni a seconda dei diversi temi affrontati all’interno dei testi. Si passa così dalla paura per il diverso e per l’inaspettato, alla paura (o meglio il terrore) che avvolge la nostra società moderna; dalla paura di convivere con le proprie scelte e con i propri pensieri, a quella di cadere in incomprensioni con le persone che amiamo. Il tutto accompagnato da una scrittura già matura e consapevole, capace di trattare tematiche delicate senza mai sfociare nel banale o nel generico.

Ma, d’altro canto, la qualità del songwriting di Danilo non sorprende se si pensa che il suo percorso artistico comincia già in gioventù quando, a soli dodici anni, inizia a scrivere le prime poesie. Un percorso continuato durante gli anni dell’università a Roma, dove attualmente risiede, in un susseguirsi di live e collaborazioni artistiche. E proprio da alcune di queste collaborazioni è maturata la decisione di dare corpo a un progetto che con questo EP autoprodotto (uscita fissata per il 9 Aprile) inizia a muovere concretamente i suoi primi passi.

Dalla, Battisti, De Gregori e De Andrè, ma anche la «parte migliore» della scena indie italiana dei nostri giorni: sono queste le principali fonti di ispirazione, indicate dallo stesso Ruggero, che hanno contribuito al delinearsi di uno stile cantautoriale per certi versi classico, ma allo stesso tempo fresco e attuale. Merito soprattutto degli arrangiamenti curati da Alberto Laruccia, capaci di oscillare tra diversi generi e di conferire ecletticità al disco.

Si parte con il folk rock di “Agghiri drà” (letteralmente: “Verso quella parte”). La scelta di affidare l’apertura di un disco d’esordio a un brano scritto interamente in dialetto siciliano è di certo singolare, oltre che rischiosa. Tuttavia si dimostra sensata e per nulla pretenziosa se si considera il tema – di grande attualità – di cui parla la canzone: quello degli sbarchi e dell’immigrazione. Un argomento che in Sicilia sicuramente risulta essere più sentito e vissuto che in qualsiasi altra regione del nostro Paese. Ruggero esorta i genitori a raccontare ai propri figli che l’uomo nero (“omo niviro”) non vive nell’armadio, ma viene dal mare e che non bisogna avere paura di lui.

Paura, anzi terrore, che è anche il tema centrale del secondo brano dell’EP: “I figli dei figli degli altri” (brano attualmente in finale al Premio Fabrizio De Andrè 2017). Un terrore seminato da quegli “idioti dell’orrore” che «nelle notti violenti […] non brillano, si fanno brillare». Il brano ha il merito di affrontare il delicato tema del terrorismo in maniera non superficiale (come invece è capitato di sentire recentemente), mirando prevalentemente a soffermarsi sull’ipocrisia e la falsità delle quali spesso diamo dimostrazione in tali momenti («e noi siamo tutti francesi/il giorno dopo il funerale/e quei figli dei figli degli altri che Dio li salvi/io ho altro a cui pensare»). Il lungo elenco presente nella seconda strofa, cantato tutto d’un fiato in un crescendo di intensità e rabbia, sfocia nella lucida rassegnazione del ritornello («mai, non ci saranno mai dei veri eroi»), ad anticipazione di una chiosa amaramente ironica. Dal punto di vista dell’arrangiamento “I figli dei figli degli altri” rappresenta il momento più ruvido e cattivo del disco. Tuttavia, proprio la produzione di questa traccia si dimostra l’aspetto meno riuscita di un comunque più che convincente EP d’esordio.

Abbandonate le sonorità pop rock de “I figli dei figli degli altri” si passa alle spensierate atmosfere estive di “È una questione di scelta”, un’allegra samba sorretta dal suono caldo e morbido della tromba di Alessio Guzzon. Il brano è una decisa critica nei confronti di chi nella vita – ancora una volta per paura – gioca a fare il furbo, barando e imboccando facili scorciatoie pur di raggiungere la meta prefissata.

Superato il giro di boa, il giudizio complessivo su quanto ascoltato fin ad ora è sicuramente positivo. Ma, come cantava Frank Sinatra, the best is yet to come. Infatti, è con il dittico finale che Danilo Ruggero si gioca le carte migliori. Ci imbattiamo così nel secondo pezzo in dialetto del disco: “Damu focu ai pinsera” (“Daremo fuoco ai pensieri”), un’intensa ballata sorretta da un semplice giro di quattro accordi di chitarra arpeggiata. Le acustiche si intrecciano tra loro e dialogano con le note sussurrate da un pianoforte elettrico, per poi poggiarsi sul tappeto steso da un malinconico violoncello. Il tutto impreziosito da inserti di archi e percussioni appena accennate. L’arrangiamento, pur essendo minimale, è il più efficace e riuscito del disco. La melodia della parte vocale si adatta alla perfezione al testo della canzone/poesia, la prima a esser stata scritta in dialetto dal cantautore di Pantelleria che, con riferimento al brano, spiega: «racconta di come possa accadere di rimanere attaccati, incastrati al proprio passato e di come questo possa condizionare irrimediabilmente ogni scelta futura (“scippannu l’erba tinta ca un more mae”, ovvero: “strappando l’erba cattiva che non muore mai”, proverbio siciliano che viene ripetuto nel ritornello)».

Chiusura affidata a “Lo spazio”, una potente e romantica ballata con la quale Danilo si sofferma sulle rovine di una storia d’amore sfumata tra incomprensioni e distanze. Una canzone che parla di rimpianti e di paura dei cambiamenti, ma anche della necessità di riappropriarsi di quel sottilissimo “spazio”, personale e intimo, che ognuno di noi possiede. Uno spazio invalicabile, che ha bisogno di esser curato e rispettato e verso il quale egli capisce di dover tornare per poter ripartire e ritrovare la felicità: «e ne avrai fatti di chilometri/ed io avrò rifatto i miei centimetri/ma per tornare indietro da me». Arrangiamento elegante, che dona atmosfere alla Niccolò Fabi, per un brano in cui Danilo dà anche grande prova delle sue abilità canore. Infatti, il semi-parlato della strofa (che un po’ ricorda quella di “Mi sono rotto il cazzo” de Lo Stato Sociale) prepara il terreno a un ritornello urlato con tutta la voce e tutto il cuore che l’artista siciliano ha da offrire.

Degna conclusione per il promettente lavoro d’esordio di un giovane cantautore siciliano che è riuscito a fotografare con lucidità i suoi ventisette anni di vita: le sue origini, i suoi ricordi, la sua visione sul mondo, le sue paure. Che poi, in fondo, sono anche le nostre.

“In realtà è solo paura” sarà presentato, in anteprima, sabato 7 aprile con un live che si terrà a Le Mura di Roma. La data di uscita dell’EP, che sarà disponibile in formato CD e su tutte le piattaforme digitali, è invece fissata per lunedì 9 aprile.

Un ringraziamento a Sofia Bucci per la foto in copertina

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L’atto d’amore definitivo di Tarantino nei confronti del cinema 0 106

«Ma nelle pagine della storia, di tanto in tanto, il fato si ferma a guardarti e ti tende la mano…cosa diranno i libri di storia?»

Sta tutto qui, in questa battuta pronunciata dallo spietato colonnello delle SS Hans Landa, il senso di “Bastardi senza gloria”. Il cult del 2009 con il quale Quentin Tarantino riscrisse la Seconda Guerra Mondiale, raccontando la caduta del regime nazista per mano di un gruppo di mercenari e di una ragazza desiderosa di vendetta. Una storia nella Storia, dunque, capace di alterare il corso degli eventi, restituendo allo spettatore una versione alternativa rispetto a quella originale. Spettacolare e soddisfacente. Una riscrittura resa possibile grazie all’utilizzo di un mezzo dallo straordinario potere: il cinema (non è un caso che l’alto comando del III Reich trovasse la propria fine all’interno di una sala cinematografica). Cinema che Tarantino ama più di ogni altra cosa al mondo, come i suoi film da sempre testimoniano.

Non fa certamente eccezione “C’era una volta a…Hollywood”, nono lungometraggio del cineasta statunitense, che riprende la formula “storia nella Storia” di Bastardi Senza Gloria. Lo fa riportandoci indietro di cinquant’anni, nell’assolata Los Angeles del 1969, dove, nella notte dell’8 agosto, si consumò l’efferato e tristemente noto “omicidio Tate”. Ma il film di Tarantino vuole essere tutt’altro che una ricostruzione, per quanto fantasiosa, dell’eccidio di Cielo Drive, i quali fatti s’incastrano solo collateralmente all’interno della trama principale.

Una trama che vede protagonisti Rick Dalton (Leonardo DiCaprio) e Cliff Booth (Brad Pitt), rispettivamente la star di telefilm western anni ‘50 e la sua storica controfigura. Due personaggi in difficoltà, che con affanno cercano di rimanere al passo con i cambiamenti che in quegli anni stavano stravolgendo Hollywood (e, in generale, l’America intera). Rick, attore in declino e dedito ai vizi, non riesce a compiere il tanto agognato “salto” che dalla televisione lo farebbe approdare al cinema. Complice anche l’incapacità di comprendere l’evoluzione dei suoi tempi (disprezza gli “spaghetti western” e il movimento hippie), Rick è incastrato in ruoli marginali e ripetitivi, che lo portano a temere per il proseguo di una carriera ormai in crisi. Come lo è anche quella di Cliff che, allontanato dai set per via di una (esilarante) rissa con Bruce Lee e sospettato di uxoricidio, ha dovuto riciclarsi nei panni di autista/tuttofare del suo amico Rick. Due falliti, simbolo di un’America retrograda e reazionaria – arroccata nelle sue tradizioni e minacciata dai fermenti e dalle novità del momento – che si riscopriranno eroi sui generis in questa che, come già il titolo vuole suggerire, si presenta come una vera e propria fiaba moderna.

E come in ogni fiaba che si rispetti ci sarà una fanciulla da salvare. Non una principessa, ma una vicina di casa, bellissima e famosa. L’attrice Sharon Tate (Margot Robbie), della quale Tarantino sembra volerci trasmettere tutto l’entusiasmo, l’ingenuità e l’incanto di una giovane donna trapiantata in un posto da sogno. Che rischierà, però, di diventare un incubo.

Così come in “The Hateful Eight”, Tarantino limita l’azione e la violenza (sempre volutamente posticcia e poco realistica) all’atto conclusivo. Non prima di aver restituito allo spettatore una lunga, dettagliata, didascalica diapositiva del cinema del periodo – nello specifico, quello di serie B –. Un cinema che Tarantino ama e nei confronti del quale si produce in una serie infinita di citazioni e omaggi. Nulla di nuovo, per un regista che si è sempre distinto per una certa autoreferenzialità. Ma l’impressione è che mai come in questo caso Tarantino abbia voluto fare un film prima di tutto per se. Anche perché, più che in passato, si diverte a disseminare rimandi e riferimenti interni all’universo filmico creato da lui stesso con le sue opere passate (tra l’altro, chiamando a raccolta molti dei suoi attori feticcio).

Ed è forse questo il difetto maggiore di un ottimo film che, però, non riesce a essere grandioso. Almeno non quanto capolavori del calibro di Pulp Fiction, Le Iene o Jackie Brown. Già, perché se cinefili incalliti e tarantiniani doc, presumibilmente, finiranno per amare “C’era una volta a…Hollywood”, i non appartenenti a queste prime due categorie potrebbero, invece, trovarlo lento e poco comprensibile. Complice anche la mancanza di un intreccio vero e proprio e l’assenza di dialoghi memorabili (da sempre dimostrazione massima della grandezza di Tarantino).

D’altro canto l’autore, pur rinunciando alla solita verbosità, riesce ancora una volta a presentarci dei personaggi riuscitissimi. Dei personaggi che vuole farci amare tanto quanto lui ama loro e che decide di seguire in qualsiasi momento, anche il più superfluo, delle loro giornate. Ed ecco che osserveremo Rick ripassare delle battute a bordo piscina nella sua lussuosa abitazione, Cliff preparare la cena al proprio cane, Sharon entrare in un cinema per vedere un film con lei protagonista, spiando le reazioni del pubblico in sala. Tutto è rilevante ai fini del racconto del quotidiano che Tarantino mette in scena. Un racconto che passa al setaccio il mondo dell’industria cinematografica (un po’ come fatto dai fratelli Coen qualche anno fa nel loro “Ave, Cesare!”), tenendo conto non solo di attori e registi, ma anche di produttori e stuntman (figura per la quale Tarantino già in passato aveva dimostrato grande interesse).

“C’era una volta a…Hollywood” è, a tutti gli effetti, un atto d’amore spassionato di un regista nei confronti del suo lavoro. Del suo mondo. Della storia di questo  mondo. Ed è, soprattutto, una sorta di summa tarantiniana che sintetizza e condensa in 160 minuti quasi trent’anni di carriera. Si è vociferato che questo potesse essere l’ultimo film di Quentin Tarantino. Pare, invece, che il regista di Knoxville voglia arricchire la sua filmografia con un decimo titolo. Se anche così non fosse “C’era una volta a…Hollywood” rappresenterebbe la coerente conclusione di una carriera interamente dedicata alla celebrazione e alla venerazione di un’unica grande musa: il cinema.

Il Cinzella è il prossimo festival al quale devi partecipare 0 227

Ho sempre vissuto attraverso i ricordi di mia madre quella che era la Taranto degli anni ‘80, centro gravitazionale della musica internazionale, tappa obbligatoria per tante band che han fatto la storia: dai Bauhaus ai New Order, dai Simple Minds agli Ultravox passando per Cult, Sound, Souxsie e Style Council – e per chi volesse approfondire la questione si consiglia l’acquisto del libro “80, New Sound, New Wave – Vita, musica ed eventi nella provincia italiana degli anni ’80” di G. Basile e M. Nitti. Da un paio di anni, grazie a festival come il Medimex ed il Cinzella, Taranto sembra tornata un po’ a quei fasti. Liam Gallagher, Patty Smith, Cigarettes after Sex e Placebo sono solo alcuni dei nomi giunti da queste parti negli ultimi tempi. E per chi, come me, vive al sud ed è abituato a macinare chilometri per seguire il tour di una band straniera, tutto ciò può risultare decisamente inconsueto ma piacevole.

Era l’agosto del 2017, due anni fa, quando il Cinzella aprì per la prima volta le sue porte – o meglio quelle della Masseria Carmine – al pubblico: ricordo le scarse mille presenze, la bellezza di un posto simbolo della lotta contro l’Ilva; ricordo anche gli headliners di quei giorni, Levante (qui la nostra intervista per l’occasione), Sick Tamburo, Zen Circus; e la facilità con cui si poteva avvicinarli: non erano scarsi controlli ma solo odore di casa. Perché il Cinzella è casa e, a distanza di tre anni, lo ha ampiamente riconfermato con un’edizione da panico.

Dopo aver ospitato i Nothing But Thieves e Frah Quintale l’anno scorso, anche quest’anno le Cave di Fantiano, posto magnifico in terra di Grottaglie e nuova location del Cinzella proprio dal 2018, si sono preparate per le esibizioni di alcune delle migliori realtà musicali italiane condite da tre ospiti internazionali d’eccezione: partendo dagli Afterhours e dai Marlene Kuntz, si sono alternati nei quattro giorni di festival anche i Battles, gli I Hate My Village, i White Lies e i Franz Ferdinand, con quest’ultimo concerto andato totalmente sold out. Tra le considerazioni generali c’è da riportare l’impeccabile organizzazione dell’associazione AFO6, abile nell’intrecciare tutti quei fattori che han fatto sì che il festival girasse ottimamente: tra l’ottimo cibo con possibilità di scelta vegan, la venue a dir poco magica, la ricercata scelta delle band e l’area adibita a mercatino, perdersi all’interno del festival diventa un vero piacere. Ed è quello che mi è successo.

Cave di Fantiano Cinzella Festival 2019 Blunote Music
Cave di Fantiano Cinzella Festival 2019 Blunote Music

17/08 – Decido di partire da casa per le cinque, in modo da arrivare al festival intorno alle cinque e mezza e cercare di capire la situazione: ho saltato l’anno precedente, quindi credo sia un’ottima idea passare del tempo a familiarizzare con l’ambiente. Le indicazioni di fortuna installate all’entrata di Grottaglie indicano la via alla mia potente Spark: proseguo per un minuto in aperta campagna, incontro una pattuglia della locale ad un bivio: ‘Per il Cinzella?’ – ‘Più avanti, da questa parte’ – ‘Grazie collega’; non apprezza, noto dallo specchietto. Proseguo per un po’ e ammetto di aver pensato d’essermi perso dopo i primi tre minuti di auto – ma sono avvezzo alla sensazione, un must quando si cerca un rave nelle campagne di queste zone – fin quando dei ragazzi che camminano a bordo strada nella mia stessa direzione non mi convincono del contrario: così è, e dopo qualche minuto arrivo davanti al parcheggio.

Penso che il miglior posto da cui iniziare ad esplorare un festival sia il bar, così mi dirigo al più vicino. Noto la perfetta organizzazione degli spazi: ci sono bancarelle di abiti vintage, dischi, vinili, a tutti gli effetti un piccolo mercatino all’interno del festival con molte facce conosciute. Più avanti la zona ristoro: panini, noodles, cibo vegano. L’odore della carne fa da padrone. L’intuizione del bar, però, non è delle migliori, perché qui mi serve Claudio, un vecchio amico col quale non sono più in ottimi rapporti. Insomma, non proprio la persona che vorrei mi servisse una birra in questo momento: mi ricorda quanto le relazioni siano difficili nonostante il bene che ci si voglia. E infatti desisto. Per circa dieci minuti. Alla fine mi mordo la lingua e mi abbandono ai miei desideri terreni. Lo scopro anche più amichevole di me.

Inizio a trascinarmi in giro in attesa che gli I Hate My Village comincino a suonare: il mio vagare dura poco, fin quando uno dei miei amici, Lorenzo, per l’occasione rider per il Cinzella, mi fa ‘Devo prendere i Marlene, vogliono vedere gli I Hate My Village. Vieni con me?’. Odore di casa, dicevo. Nel giro di venti minuti ritorniamo in città. La band esce dall’hotel: ci presentiamo, facciamo due chiacchiere e aspettiamo gli ultimi componenti. Per ultimo arriva Cristiano Godano: completo bianco elegante, classica attitudine da rockstar. Pagherei oro per essere fico come lui a quell’età. Passa qualche minuto e decidiamo che è il momento di rientrare.

Arriviamo a concerto inoltrato, come immaginavo. La band entra nel backstage, io saluto, ringrazio Lorenzo e mi faccio spazio fino alla transenna. Giusto il tempo di due o tre canzoni e gli I Hate My Village lasciano il palco ai Battles. La band americana suona per poco più di un’ora, lo spettacolo è di quelli che ti fan pensare a quanti gruppi non abbiano il successo che meritano – soprattutto quando ne meritano davvero tanto. Il pubblico è d’accordo con me, ma il mondo resterà comunque cattivo e le major spietate: anneghiamo nell’alcool. Quello che più mi colpisce è l’impatto visivo: la venue è magnifica, a tratti incantevole; la natura che circonda il palco sembra irradiare di energia i presenti: nessuno degli artisti è riuscito a non spendere parole sulla bellezza del posto.
Il concerto finisce per mezzanotte e mezza, il tempo di un giro di saluti ed in un’ora sono a Taranto.

Battles Cinzella Festival 2019 Blunote Music
Battles Cinzella Festival 2019 Blunote Music

18/08 – la domenica al Sud è sacra, quindi me la prendo comoda e arrivo al Cinzella per le sette. Oggi suonano Leitmotiv, Marlene Kuntz e White Lies, che il caso vuole siano una delle mie band preferite: li ho visti live e incontrati a Ferrara nel 2017 e rivederli dalle mie parti sembra un sogno. Qualcuno all’ingresso, in fila, parla di ‘una band indie rock inglese’. La mia palpebra inizia a battere nervosamente. Sorvolo, ma la verità è che inizio a non reggere più queste etichette approssimative, per altro prerogativa tutta italiana: lo si può notare dalle diciture diverse tra la pagina Wikipedia nostrana, che riporta indie rock, e quella inglese che li definisce post-rock e new wave. Ma va bene.

Mi dirigo per prima cosa al bar frontale al palco minore; qui Claudio mi serve una birra e mi dice di essersi innamorato di una fotografa che bazzica da quelle parti. Dice che ha degli occhi magnifici. Questione di minuti e ce la ritroviamo al bar che chiede una birra. Mi presento, si presenta; le presento Claudio che sorride inebetito e mi allontano. È stata la mia buona azione quotidiana, penso.

Scorgo Lorenzo in lontananza che accompagna i Marlene Kuntz al palco principale, così mi affianco a lui e saluto la band. Da qui vedo due ragazze con pass; una ha una macchina fotografica, guarda alternativamente me e i Marlene. Al terzo sguardo faccio un cenno, come per dire ‘Sì, dovresti fargli una foto, buttati’. Si avvicinano e Lorenzo dice, a bassa voce, ‘Sono i Marlene, forza’. La ragazza dal capello platino con la macchina fotografica risponde guardandomi: ‘Sì, sì, li conosco. In realtà volevo fotografare te’, dice. Così mi concedo a questa fan mentre i Marlene e Lorenzo si allontanano.

Mi allontano anche io e vedo Claudio seduto a dei tavoli con altra gente e la fotografa di prima. Mi guarda, sorride sotto i baffi; poco dopo si alza e mi raggiunge. Beviamo una birra e finiamo a parlare del festival e gli racconto dei Marlene, del parcheggiatore all’hotel e di come sia tutto ben organizzato. Camminando, incontriamo le due ragazze della foto. Mi presento, presento Claudio e le chiedo un’altra foto ‘che siamo decisamente i più belli del festival’. Non riesco neanche a finire la frase che dietro di loro compare Godano, mette le mani sulle spalle delle ragazze e mi sorride. ‘Ok, forse non i più belli’ dice Claudio. ‘Vabbè, voi avete il fascino giovanile’ ribatte Godano. Ci invitano al bar con loro, ma decido che bere con due ragazze può essere fruttuoso solo se non c’è una rockstar nei paraggi, quindi declino gentilmente sotto l’occhio critico del mio ritrovato amico.

Sul palco secondario iniziano ad esibirsi i Leitmotiv, una delle rockband locali più sorprendenti, se non la realtà migliore del territorio. Sul palco spaccano come sempre, presentano alcuni pezzi nuovi in vista del prossimo album. Sono contento, se la meritano tutta questa serata.

Sono quasi le nove e i Marlene si preparano a salire sul palco. C’è più gente di ieri, il concerto è di quelli storici e celebra i trent’anni della band: tre ore di performance, come annunciano sul palco, divisa in un’ora e mezza di set acustico ed un’ora e mezza di set elettrico. Ad aprire le danze è Lieve; in poco tempo Godano si ritrova a parlare di politica, di ritorni bui e di come i totalitarismi siano sempre nocivi per il popolo; lo fa attraverso la storia del poeta russo Osip Mandel’stam, vittima della dittatura stalinista, ed il brano Osja, mio amore a lui dedicato. Segue una bellissima interpretazione di Bella Ciao, da poco pubblicata con un video dedicato a Riace e la collaborazione di Skin. Nella seconda parte del concerto i Marlene propongono quasi per intero Ho Ucciso Paranoia, suonando alcuni pezzi che raramente hanno visto la luce di un palco, come Questo e Altro. Le tre ore volgono al termine, Arnodeo riprende il pubblico col telefono, Bergia lancia le bacchette verso i fan. La band saluta e lascia il palco ad ai White Lies.

Marlene Kuntz Cinzella Festival 2019 Blunote Music
Marlene Kuntz Cinzella Festival 2019 Blunote Music

Sopraggiunge Claudio e sono felice: eravamo a Ferrara insieme, appoggiati alla transenna a ridosso del palchetto montato per l’occasione, e oggi non c’era altra persona che potevo volere con me. I White Lies escono e attaccano subito con Time to Give, brano tratto dall’ultima fatica della band, Five. La scaletta è quella dei festival, non troppo corposa per un totale di un’ora scarsa di esibizione, ma la band non si lascia certo sfuggire le cartucce più interessanti: Death, Big TV, Is My Love Enough e Bigger Than Us in chiusura per una delle band più sottovalutate della storia. Io e Claudio diamo spettacolo mettendo da parte tutta la nostra professionalità. Ho ritrovato un amico sotto il palco della mia band preferita e non potrei essere più felice. Il concerto finisce per l’una ma vedo il letto solo alle quattro di notte: ho dei mesi da recuperare, questa notte.

White Lies Cinzella Festival 2019 Blunote Music

19/08 – Dopo i primi due giorni di festival inizio a sentire la stanchezza addosso, ma questo non mi fermerà. Arrivo al Cinzella, mi becco un po’ con Claudio e attendo il concerto degli Afterhours. Quando tutto è pronto e i cancelli si aprono, poco più avanti a me sulla via, vedo le due ragazze del giorno prima. Decido di accelerare il passo e raggiungerle, esordendo con un terribile ‘facciamoci compagnia fra colleghi’. Chiacchieriamo, mi dicono che sono delle parti di Monza e mi chiedono in che modo, da Grottaglie, sia possibile arrivare alla stazione in treno la mattina seguente senza spendere un’iperbole per un taxi. Ci ragiono due nanosecondi e rispondo ‘beh, potete dormire da me’. Sguardi di stupore misto ad incertezza, poi un cenno di coraggio. ‘Ma sei serio?’ – ‘Sì, davvero, e domattina vi accompagno in stazione, ci vogliono dieci minuti’. L’idea gli sembra buona, anche se sono un perfetto sconosciuto, così accettano e decidiamo di passare buona parte del concerto assieme.

Gli Afterhours vengono preceduti alle 21 dall’esibizione dei The Winstons. Il concerto di Manuel Agnelli e soci inizia così per le 22 con una potente e inaspettata Rapace che infiamma da subito il pubblico. Già dalle prime canzoni si intravede la voglia di ripetere ciò che i Marlene Kuntz hanno fatto il giorno prima, per mantenere alta l’asticella: il concerto si allunga più del previsto, sul palco vengono suonate Germi e Ossigeno, ma anche i lavori del nuovo disco datato 2016, Folfiri o Folfox.

Afterhours Cinzella Festival 2019 Blunote Music

La verità è che a me gli Afterhours non sono mai piaciuti, per non dire che li ho sempre trovati un filino sopravvalutati; forse sbaglio a fare paragoni con rock band italiane come Il Teatro degli Orrori e i Casablanca, quantificandone e catalogandone i successi. Non c’è dubbio, comunque: Agnelli ha saputo vendere e vendersi, e questo conta molto nell’industria discografica. Molto più di una buona canzone o un ottimo disco. Ma, da persona indifferente alla loro musica, lo dico: un concerto degli Afterhours è qualcosa cui bisogna assistere almeno una volta; la band è brava a caricare il pubblico e, se non bastasse la carica esplosiva a rendere questo concerto godibile, il carisma di Manuel Agnelli aggiunge quel magnetismo che rende gli occhi un tutt’uno con lo stage. Anche gli Afterhours, come i Marlene ieri, non perdono occasione per ricordarci il buio periodo politico, raccontato per introdurre al pubblico brani come Il Paese è Reale e Padania.

Doppio encore per la band milanese che chiude il proprio concerto solo all’una di notte tra le ovazioni del proprio pubblico, accorso in numero maggiore rispetto alle sere precedenti. Passa giusto il tempo di riprendermi dalla fatica e recupero le due ragazze, ora mie ospiti, con le quali andiamo a mangiare un panino con le bombette – che dopo nove giorni in Puglia non avevano ancora mangiato, raccontano davanti al mio sguardo incredulo – ed a goderci un breve sonno ristoratore fino al mattino seguente.

Afterhours Cinzella Festival 2019 Blunote Music

20/08 – Ricordo ancora il concerto dei Franz Ferdinand a Milano del 2014: era il tour promozionale di Right Thoughts, Right Words, Right Actions, la band di Alex Kapranos era in grandissima forma, ma ancora molto timida; ricordo le pochissime parole di Alex sul palco, qualche grazie e tantissima energia per un Mediolanum Forum pieno di gente. È questo ciò che riesuma la mia mente a poche ore dal concerto, e la curiosità di vedere una band cinque anni ed un disco dopo è tantissima.

La stanchezza del quarto giorno è tutta nelle gambe, nonostante abbia passato la giornata a dormire dopo aver accompagnato le ragazze alla stazione questa mattina. Mi trascino in giro come un’anima disperata, i muscoli non reggono il minimo sforzo e la mia voce inizia a perdere colpi. La prima cosa che noto arrivato alle cave è la mole di gente presentatasi ai cancelli; in giro sento vociferare dagli organizzatori che si va verso il sold out e la cosa è lampante quando capisco che parlare con Claudio oggi è impossibile, vista la fila interminabile davanti il suo bar.

I Franz Ferdinand salgono sul palco del Cinzella alle 22 dopo l’esibizione di Giungla, cantautrice bolognese di grandi prospettive. Gli scozzesi partono fortissimi con Dark of the Matinée, Always Ascending e No You Girls. Mi accorgo che son cambiati tanto da quel concerto a Milano: la timidezza ha lasciato spazio alla spavalderia con la quale Alex parla, saluta e si dimena coi fan; la band schiva che ricordavo si è incredibilmente trasformata in un branco di animali da palco. La scaletta è leggera, tredici brani, ma il gruppo è bravo a tenere alta l’attenzione, come nel caso di Do You Want To, allungata per una decina di minuti.

Franz Ferdinanda Cinzella Festival 2019 Blunote Music
Franz Ferdinanda Cinzella Festival 2019 Blunote Music

Dopo circa due ore di concerto ed un encore corposo, i Franz Ferdinand salutano affettuosamente il loro pubblico con un inchino e qualche parola in italiano; il pensiero volge di nuovo alla splendida venue che ha ospitato il festival, ora verso la sua conclusione. Sul palco escono gli organizzatori, ringraziano il pubblico anche loro, chiedono scusa per eventuali mancanze dell’organizzazione (quali?) lanciando l’appuntamento per il prossimo anno. La stanchezza nelle gambe rende impossibile allungare questa notte ancora di qualche ora, quindi decido di raccogliere tutte le mie forze per l’ultimo viaggio verso casa.

Ho parlato del ritorno di Taranto ai suoi antichi fasti musicali: mi chiedo se sarà possibile mantenere il trend; lo spero vivamente. È certo che il Cinzella ha fatto da battistrada verso questa conversione culturale assolutamente necessaria per un territorio come quello tarantino, il quale necessita di ripartire proprio da grandi band ed eventi internazionali che diano risalto alle qualità e non alle problematiche di questa terra. E allora grazie Cinzella, grazie AFO6: non mi sono mai sentito così tanto a casa.

Si ringraziano per le foto i ragazzi di Elephant Music e Roberta De Rossi

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