“In realtà è solo paura”, l’esordio di Danilo Ruggero è una lucida istantanea di fobie personali e collettive 0 1293

In realtà è solo paura”: si intitola così l’EP d’esordio di Danilo Ruggero, cantautore ventisettenne, siciliano d’origine ma ormai romano d’adozione. Un titolo che mette in risalto l’importanza di un sentimento – la paura, per l’appunto – che, a detta dello stesso autore, riveste un ruolo centrale per la sua musica: «Non è l’amore, né la sofferenza, né la felicità e neanche l’ingiustizia sociale a portarmi a scrivere canzoni. In realtà è solo paura.» Paura che, come un autentico fil rouge, attraversa i cinque brani che compongono la tracklist di questo primo lavoro, ripresentandosi nelle sue più varie declinazioni a seconda dei diversi temi affrontati all’interno dei testi. Si passa così dalla paura per il diverso e per l’inaspettato, alla paura (o meglio il terrore) che avvolge la nostra società moderna; dalla paura di convivere con le proprie scelte e con i propri pensieri, a quella di cadere in incomprensioni con le persone che amiamo. Il tutto accompagnato da una scrittura già matura e consapevole, capace di trattare tematiche delicate senza mai sfociare nel banale o nel generico.

Ma, d’altro canto, la qualità del songwriting di Danilo non sorprende se si pensa che il suo percorso artistico comincia già in gioventù quando, a soli dodici anni, inizia a scrivere le prime poesie. Un percorso continuato durante gli anni dell’università a Roma, dove attualmente risiede, in un susseguirsi di live e collaborazioni artistiche. E proprio da alcune di queste collaborazioni è maturata la decisione di dare corpo a un progetto che con questo EP autoprodotto (uscita fissata per il 9 Aprile) inizia a muovere concretamente i suoi primi passi.

Dalla, Battisti, De Gregori e De Andrè, ma anche la «parte migliore» della scena indie italiana dei nostri giorni: sono queste le principali fonti di ispirazione, indicate dallo stesso Ruggero, che hanno contribuito al delinearsi di uno stile cantautoriale per certi versi classico, ma allo stesso tempo fresco e attuale. Merito soprattutto degli arrangiamenti curati da Alberto Laruccia, capaci di oscillare tra diversi generi e di conferire ecletticità al disco.

Si parte con il folk rock di “Agghiri drà” (letteralmente: “Verso quella parte”). La scelta di affidare l’apertura di un disco d’esordio a un brano scritto interamente in dialetto siciliano è di certo singolare, oltre che rischiosa. Tuttavia si dimostra sensata e per nulla pretenziosa se si considera il tema – di grande attualità – di cui parla la canzone: quello degli sbarchi e dell’immigrazione. Un argomento che in Sicilia sicuramente risulta essere più sentito e vissuto che in qualsiasi altra regione del nostro Paese. Ruggero esorta i genitori a raccontare ai propri figli che l’uomo nero (“omo niviro”) non vive nell’armadio, ma viene dal mare e che non bisogna avere paura di lui.

Paura, anzi terrore, che è anche il tema centrale del secondo brano dell’EP: “I figli dei figli degli altri” (brano attualmente in finale al Premio Fabrizio De Andrè 2017). Un terrore seminato da quegli “idioti dell’orrore” che «nelle notti violenti […] non brillano, si fanno brillare». Il brano ha il merito di affrontare il delicato tema del terrorismo in maniera non superficiale (come invece è capitato di sentire recentemente), mirando prevalentemente a soffermarsi sull’ipocrisia e la falsità delle quali spesso diamo dimostrazione in tali momenti («e noi siamo tutti francesi/il giorno dopo il funerale/e quei figli dei figli degli altri che Dio li salvi/io ho altro a cui pensare»). Il lungo elenco presente nella seconda strofa, cantato tutto d’un fiato in un crescendo di intensità e rabbia, sfocia nella lucida rassegnazione del ritornello («mai, non ci saranno mai dei veri eroi»), ad anticipazione di una chiosa amaramente ironica. Dal punto di vista dell’arrangiamento “I figli dei figli degli altri” rappresenta il momento più ruvido e cattivo del disco. Tuttavia, proprio la produzione di questa traccia si dimostra l’aspetto meno riuscita di un comunque più che convincente EP d’esordio.

Abbandonate le sonorità pop rock de “I figli dei figli degli altri” si passa alle spensierate atmosfere estive di “È una questione di scelta”, un’allegra samba sorretta dal suono caldo e morbido della tromba di Alessio Guzzon. Il brano è una decisa critica nei confronti di chi nella vita – ancora una volta per paura – gioca a fare il furbo, barando e imboccando facili scorciatoie pur di raggiungere la meta prefissata.

Superato il giro di boa, il giudizio complessivo su quanto ascoltato fin ad ora è sicuramente positivo. Ma, come cantava Frank Sinatra, the best is yet to come. Infatti, è con il dittico finale che Danilo Ruggero si gioca le carte migliori. Ci imbattiamo così nel secondo pezzo in dialetto del disco: “Damu focu ai pinsera” (“Daremo fuoco ai pensieri”), un’intensa ballata sorretta da un semplice giro di quattro accordi di chitarra arpeggiata. Le acustiche si intrecciano tra loro e dialogano con le note sussurrate da un pianoforte elettrico, per poi poggiarsi sul tappeto steso da un malinconico violoncello. Il tutto impreziosito da inserti di archi e percussioni appena accennate. L’arrangiamento, pur essendo minimale, è il più efficace e riuscito del disco. La melodia della parte vocale si adatta alla perfezione al testo della canzone/poesia, la prima a esser stata scritta in dialetto dal cantautore di Pantelleria che, con riferimento al brano, spiega: «racconta di come possa accadere di rimanere attaccati, incastrati al proprio passato e di come questo possa condizionare irrimediabilmente ogni scelta futura (“scippannu l’erba tinta ca un more mae”, ovvero: “strappando l’erba cattiva che non muore mai”, proverbio siciliano che viene ripetuto nel ritornello)».

Chiusura affidata a “Lo spazio”, una potente e romantica ballata con la quale Danilo si sofferma sulle rovine di una storia d’amore sfumata tra incomprensioni e distanze. Una canzone che parla di rimpianti e di paura dei cambiamenti, ma anche della necessità di riappropriarsi di quel sottilissimo “spazio”, personale e intimo, che ognuno di noi possiede. Uno spazio invalicabile, che ha bisogno di esser curato e rispettato e verso il quale egli capisce di dover tornare per poter ripartire e ritrovare la felicità: «e ne avrai fatti di chilometri/ed io avrò rifatto i miei centimetri/ma per tornare indietro da me». Arrangiamento elegante, che dona atmosfere alla Niccolò Fabi, per un brano in cui Danilo dà anche grande prova delle sue abilità canore. Infatti, il semi-parlato della strofa (che un po’ ricorda quella di “Mi sono rotto il cazzo” de Lo Stato Sociale) prepara il terreno a un ritornello urlato con tutta la voce e tutto il cuore che l’artista siciliano ha da offrire.

Degna conclusione per il promettente lavoro d’esordio di un giovane cantautore siciliano che è riuscito a fotografare con lucidità i suoi ventisette anni di vita: le sue origini, i suoi ricordi, la sua visione sul mondo, le sue paure. Che poi, in fondo, sono anche le nostre.

“In realtà è solo paura” sarà presentato, in anteprima, sabato 7 aprile con un live che si terrà a Le Mura di Roma. La data di uscita dell’EP, che sarà disponibile in formato CD e su tutte le piattaforme digitali, è invece fissata per lunedì 9 aprile.

Un ringraziamento a Sofia Bucci per la foto in copertina

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“Love and Rain”: Savage ci riporta negli anni ’80 0 157

1984, 2010, 2020.
Il debutto, la fase di mezzo e il ritorno di Roberto Zanetti; in arte Savage.

Chi è Roberto? Se ci avessero fatto questa domanda nella sua “era”, nei magici anni ’80, un’occhiataccia dettata da un “ma davvero non sai chi sia?” ci sarebbe arrivata. Ma adesso, a distanza di trentasette anni dal suo debutto, in un periodo storico totalmente diverso, ci sentiamo in dovere di rispondere tranquillamente. Roberto nasce a Massa nel 1956, inizia la sua carriera con diversi gruppi (Fathima, Pronipoti Sangrìa, Santarosa e Taxi), partecipa a diverse trasmissioni ottenendo numerosi successi e collabora da anni con artisti di un certo spessore: tra i tanti, Zucchero. Mi piace definire questo artista come il Giorgio Moroder dell’italo-disco e dell’eurodance. Inizia la sua carriera nel 1983 e, un anno più tardi, pubblica il suo primo album: Tonight (1984). Da quel periodo in poi inizia la sua ascesa: conosce Zucchero, produce, cavalca l’onda della musica house e lancia alcuni artisti di grande successo come Alexia. Nel 2010, a distanza di 26 anni dal primo, pubblica il suo secondo album (anche se definirlo così è errato; si tratta di greatest hits: Ten Years Ago (2010), fermandosi in seguito per altri dieci anni e ripresentandosi oggi con il suo ultimo lavoro: Love and Rain (2020). Quest’ultimo, presentato a San Valentino attraverso il singolo I Love You, è un omaggio agli anni ’80, un regalo ai nostalgici, un passato che si ripropone andando a creare i famosi nostalgici di un qualcosa che non si è vissuto; gli anni ’80 hanno questo potere.

Love and Rain è un lavoro composto da sedici canzoni; quelle che a parer nostro basterebbero per creare una serata degna di tale nome nelle attuali discoteche italiane. L’album viene definito scherzosamente dall’artista come guitar free, per il fatto che non sono state usate chitarre in nessuna canzone. Sono presenti violini veri che si sposano perfettamente con l’elettronica pop, creando il sound romantico di Savage. Un disco dove canzoni d’amore e malinconia vanno alla ricerca del tipico sound elettro-pop contaminato da batterie elettroniche e sintetizzatori. Con una copertina che rimanda al Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich: un uomo in abito nero, di spalle, con le mani in tasca e lo sguardo rivolto in avanti, verso l’alto. Tanti sono i significati e, personalmente, a noi piace attribuire quello del piacere del viaggiare, della scoperta. Un viaggio a ritroso nel tempo fino ad arrivare negli anni ’80; una scoperta per alcuni, un ritorno al passato per molti altri. Un’arma per andare avanti data dall’esperienza di anni che non abbiamo vissuto ma che possiamo vivere attraverso questo lavoro.

Quindici inediti, sommati alla versione sinfonica del suo più grande successo dal titolo Only You, danno vita a questa capsula del tempo. Viaggio che ha inizio attraverso una breve e romantica introduzione, Every second of my life, caratterizzata da violini e da una voce struggente. Dal secondo brano in poi si entra, di colpo, negli anni ’80: Don’t say you leave me è questo; un uomo cade dal cielo, dal futuro, trovandosi di colpo nelle atmosfere pop sinfoniche degli anni ’80. Atmosfere che faranno da sfondo a tutti i brani presenti in Love and Rain, senza rendersi mai banali e presentandosi prive di scontatezza. Sound, che dalla prima alla sedicesima canzone, si offre a diversi temi. Come quello dell’amore, presente nella maggior parte dei brani e in diverse forme. L’amore che crea delusioni (Alone); che riappare dopo anni sotto forma di ricordo (Remember Me); che dà vita a un tributo (Italodisco); che si dichiara per la prima volta (Your Eyes); e l’amore per ciò che ci circonda, per la vita, per il nostro ambiente: “We are the future”.

Un eterno romantico. Un uomo che attraverso la sua musica ha il potere di far innamorare una nuova generazione e, soprattutto, la possibilità di consolidare il rapporto con chi quel periodo lo ha vissuto davvero, dicendogli: “nulla è andato”. Ri-accendendo speranze che da trent’anni a questa parte sembrano svanite. Savage è questo: una donna che si culla tra le braccia di un uomo sotto una luce stroboscopica; un abbraccio nel tempo, tra gli anni ’80 e i 2000 inoltrati. Tra le speranze di allora e le consapevolezze di adesso, ma con la forza necessaria per andare verso l’ignoto.

“Romantica Io”: Pia Tuccitto scrive una pagina del rock italiano 0 346

D’amore e ombra – come il titolo di un famoso romanzo di Isabel Allende -: è di questo che parla “Romantica Io“, l’ultimo album di Pia Tuccitto, rocker bolognese dall’animo nobile. Il lavoro, uscito il 31 gennaio e interamente autoprodotto, è figlio della poliedricità di questa grande artista che ne ha curato ogni minimo dettaglio, dalle musiche ai testi, passando per la copertina. Cantautrice, pittrice, protagonista/deuteragonista/voce dello spettacolo Ioelei, messo in scena con la compagna di palco Federica Lisi, la sua carriera parte nel 1993 quando, dopo la partecipazione al festival Nuove Voci di Castrocaro, viene notata da Vasco Rossi che ne apprezza il talento e la invita a far parte della sua scuderia. Da qui nasce un sodalizio artistico che la porta a scrivere per interpreti del calibro di Patty Pravo, Irene Grandi e lo stesso Vasco.
Romantica Io” è l’opera terza ed esce a quindici anni di distanza dall’album d’esordio “Un segreto che” e a dodici da “Urlo” prodotto da Frank Nemola e Guido Elmi per l’etichetta Bollicine/EMI Capitol Music. Questo lavoro è un compendio: racchiude l’essenza di dodici anni di “inattività” discografica che sono stati invece ricchissimi dal punto di vista artistico e amoroso. L’amore, appunto, è il filo conduttore dell’album e  viene declinato in tutte le sue forme. Alla realizzazione e alla limatura hanno partecipato: Corrado Castellari in veste di autore delle musiche di due brani, Bettina Baldassarri, Luca Bignardi che ha curato l’arrangiamento di sette brani e Frank Nemola che ha arrangiato i restanti quattro brani.

Romantica io” (title track) è il brano d’apertura, la dichiarazione d’intenti di un lavoro perfettamente messo a fuoco da un’artista matura. Questa maturità artistica corrisponde – mutatis mutandis – ad una maturità sul piano amoroso e questo è chiaro già nell’incipit del brano: “io per amarti son dovuta invecchiare”. Così com’è chiara, sempre dalle prime battute, l’attitudine rock dell’artista bolognese che non usa espedienti o mezzi termini: “io per amarti ti ho lasciato suonare la mia chitarra da rocker”.  Il graffio nella voce ricorda molto Patty Pravo, ma anche e soprattutto Irene Grandi in “Colpa del Lupo”. L’influenza è evidente e non per via di una supponente forma di pareidolia, per la quale noi che recensiamo siamo tenuti a ricondurre il tutto a qualcosa di conosciuto.

Atmosfera cupa e onirismo in “Come nei films”. Il sound distorto e la voce sensuale ci danno l’abbrivio e ci trasportano all’interno di un racconto di un amore immaginario. Un amore senza confini e che attraverso la voce e le parole cerca la sua reificazione. L’inizio ricorda molto “Tre volte dentro me” di Mina e Afterhours.

L’animo rock emerge prepotentemente in “Com’è bello il mio amore”. La chitarra e la batteria seguono un ritmo preciso e martellante e accompagnano la voce fino all’esplosione nel ritornello. Questo brano è l’essenza del disco.

La chitarra lascia il posto alla tastiera nell’intento di ricreare una precisa atmosfera malinconica. “Perché tutto muore” è un brano ricco di pathos e dal carico emozionale abnorme. Parla dell’amore che finisce, di un sentimento nocivo e logorante che si dissolve nel vento come il fumo di una sigaretta che si spegne e ti lascia un imperituro amaro in bocca.

My Radio” ci riporta agli anni ‘80 quando il binomio dance-rock dava vita a spettacoli corali allietati da gioie lisergiche. Allora l’avanguardia era definita new wave e sfociava spesso in quello che profanamente veniva chiamato alternative rock. In questo pezzo vengono fusi assieme Neil Tennant, Freddie Mercury e Patty Pravo e il risultato è sorprendente. È il pezzo che continui a cantare per tutto il giorno e che provoca l’orchite/colpite a tutti quelli che ti stanno accanto.

Il sesto brano non ha bisogno di presentazioni. Si tratta di “E…”, pezzo scelto e portato al successo da Vasco, che l’autrice riabbraccia come un figlio che ha vissuto all’estero e non vedeva da tempo. Questa è la dichiarazione d’amore per eccellenza, priva di perifrasi e circonlocuzioni (che poi sono la stessa cosa).

Tu Sei Un Sogno Per Me” è il leitmotiv che accompagna lo spettacolo Ioelei messo in scena dall’artista insieme a Federica Lisi. Si tratta di un brano intimo e sincero che si fa colonna sonora di un amore, di una vita, di un viaggio.

L’eterogeneità di stili e generi è esplicitata in “Sto benissimo”: l’inizio in stile Subsonica lascia presto il posto al graffio della chitarra elettrica che sposta il focus è riporta il brano nell’alveo del rock puro e grezzo. L’armonia di chitarre e batteria è perfetta, come in tutto il resto del disco.

Stupida per te” ha l’incedere lento e malinconico di una classica ballad. Questo è la riprova che questa grande artista – come ogni grande artista – non si focalizza su un unico genere, ma spazia all’interno di un ventaglio di stili e generi che le appartengono tutti.

Nel disco c’è spazio per una sorta di intermezzo: “Quante volte sono da sola con te”. Ancora una volta è forte, oltre che necessario, il richiamo a Mina. Si tratta del pezzo più breve dell’album, ma che – per l’icasticità delle immagini che evoca – risulta uno dei più intensi.

Il brano che chiude l’album è “7 aprile”, pubblicato precedentemente in un Ep nel 2013. Si tratta del pezzo mancante, quello che completa e sublima il puzzle. È un brano ricco di colori e sfumature: la chitarra acustica presente all’inizio del pezzo viene sostituita e sovrastata da quella elettrica nel ritornello. La natura multiforme dell’album emerge in modo prepotente in questo brano.

Pia Tuccitto ha scritto un’altra pagina importante del rock italiano. La sua maturità artistica è la vera chiave di volta di questo grande album: la cura minuziosa di ogni dettaglio, l’attenzione e l’oculatezza di ogni singola scelta – dalle parole alle musiche – sono i due ingredienti di questo cocktail perfetto. Rimanendo in campo alcolico si potrebbe dire che sia come il vino che col passare del tempo migliora!

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