‘In Times of Need’, la Roma Guasta che si racconta 0 383

Abbiamo ascoltato in anteprima ‘In Times of Need’, il nuovo disco dei Roma Guasta, duo hip hop capitolino formato dai due fratelli Blant e Lise, in uscita per il 22 marzo. Il disco, composto da otto tracce, presenta la peculiarità di essere diviso in due sezioni: la prima vede quattro canzoni prodotte dal producer Cuns, con l’altra metà del disco prodotto invece da Depha.

Come avevamo già anticipato poco meno di un anno fa, i Roma Guasta sono uno dei collettivi più importanti della scena emergente rap romana. Reduci da un ottimo disco d’esordio intitolato ‘RG Music’, il duo resta molto legato ai vecchi valori dell’Old School quali la rappresentanza e la vita di strada, e questo nuovo disco ne è la prova. È proprio grazie al riferimento offerto da questi temi ricorrenti che è facile osservare la crescita dei due fratelli di Serpentara, che con questo progetto esplorano in maniera più matura le stesse strade che hanno fatto da sfondo al loro percorso, dai primi freestyle alle prime tag.

La copertina di ‘In Times of Need’, il nuovo disco dei Roma Guasta

Esempio perfetto di questa nuova maturità è la title track In Times of Need che, con il suo ritmo lento ed angoscioso, definisce il setting nel quale si svilupperà il resto dell’album: la Roma moderna, inesorabile ed indifferente. La stessa città che un tempo è stata terreno fertile per la cultura ed i principi dell’hip-hop, e che oggi quasi li rinnega, lasciandoli nelle mani della superstite scena underground della quale Lise e Blant si fanno portavoce.

Ma nonostante le premesse quasi nichilistiche dei due, proprio quella Roma della “golden age” Italiana torna a vivere nella seconda traccia, 90’s con Gast, personalità storica nella scena underground dai tempi d’oro ad oggi, il quale di recente ha rilasciato il suo ultimo disco Star Roller. La traccia, sullo scenario chill tracciato dal beat di Cuns, dipinge un immaginario tipico della generazione che i novanta li ha vissuti e se li porta dentro nonostante tutto, con un ritornello autocelebrativo che inneggia agli iconici tutoni Adidas del periodo, il tutto condito dalla freschezza intramontabile di Gast.

Il progetto continua a guardare indietro con il terzo pezzo, Double Dragon, dove Lise sputa barre nostalgiche che sanno di bombolette spray e ricordi d’infanzia, condivisa con il fratello Blant che ribadisce con parole chiare e dirette come la loro sia una testimonianza vera, di chi la storia della scena l’ha vissuta in prima linea. Questi concetti vengono ribaditi in Riva, quarta traccia del disco che chiude la prima parte di quest’ultimo: Cuns lascia la sua ultima testimonianza nell’album con un beat cupo e calmo che lascia spazio alla grinta autocelebrativa dei due fratelli.

Blant Roma Guasta
In foto: Blant

A colmare il vuoto lasciato da Cuns c’è Depha Beat, con la melanconica strumentale di Cassa Spia, quinta traccia dell’album e, a mio parere, punta di diamante del progetto. I flow incalzanti e l’attitudine dei Roma Guasta si mescolano con l’atmosfera dolciastra del beat, risultando in una traccia che suona un po’ come un inno, nella quale i due non parlano solo per o di se stessi, lasciando a chi ascolta lo spazio per immedesimarsi nelle loro barre, evocative ed universali.

Con la traccia numero sei, Pillole, si confermano un’atmosfera decadente e urbana alla quale questa volta si aggiuge anche il flow sprezzante di Grezzo. Quest’ultimo si adatta perfettamente al tono della traccia con il suo andamento cantilenante e l’attitudine di chi ha percorso e vissuto la sua fetta di strada. Degno di nota anche il synth G-Funk, acuto e distante, vero tocco di classe, che spezza il tono cupo del pezzo.

L’album prosegue con la settima traccia, Il Costo, nella quale il pessimismo delle tracce precedenti diventa molto più personale per i due rapper che, prima della conclusione del progetto, si guardano allo specchio e tirano le prime conclusioni sulla loro vita. Conclusioni attorno alle quali l’inquadratura si allarga nella traccia conclusiva del progetto, Portici, in collaborazione con Numi.

Lise Roma Guasta
In foto: Lise

L’ultima scena di questo breve film autobiografico comincia con una progressione di accordi di piano, dolce e speranzosa, cavalcata dal tono basso e riflessivo dei tre, che si raccontano per l’ultima volta prima della fine, Il tutto condito da un ritornello agrodolce che fa da intermezzo alle loro testimonianze. E proprio con questo ritornello si chiude il progetto, in maniera decisa, proprio come è cominciato.

‘In Times of Need’ è la testimonianza vera e senza troppi fronzoli di due ragazzi dell’immensa periferia romana, figli dei tempi che viviamo. “Tempi di Bisogno” appunto, caratterizzati da un senso di decadenza percettibile durante tutto l’album, che i Roma Guasta non falliscono a trasmettere insieme alla loro storia ed il loro modo di percepire il mondo.

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Californication compie vent’anni: riscopriamolo 0 124

Sapevamo che il disco aveva avuto un largo successo quando andammo in Europa per un giro di conferenze stampa. Eravamo in Italia, io e John stavamo sul sedile posteriore di una Mercedes con il finestrino aperto. Un motorino con due ragazzi italiani si fermò accanto a noi. Guardarono dentro e cominciarono a urlare: “Ehi, Californication, Californication!”. Poi si misero a cantare Scar Tissue. Il disco era uscito da cinque giorni. Ovunque andassimo, tutti i negozi suonavano il nostro disco. L’Italia aveva preso fuoco. Passammo dal vendere una manciata di dischi al venderne più di chiunque altro quell’anno in Italia. Com’è che un Paese intero decide di cominciare ad amarti in un giorno?

Così Anthony Kiedis decise di parlare di Californication all’interno della sua biografia, “Scar Tissue”, proprio come uno dei singoli estratti dall’album che ha fatto grande la band americana nel mondo. Californication usciva oggi, 8 giugno, vent’anni fa, nel 1999, segnando per sempre quell’estate e la storia della musica. Ma anche la storia della band losangelina.

Usciti un po’ malconci dal rilascio di One Hot Minute, stroncato dalla critica, e orfani del chitarrista sostituto di Frusciante, Dave Navarro, licenziato per incompatibilità con il resto della band, i Red Hot avevano bisogno del rilancio – un rilancio dovuto, per altro; non fosse solo per il successo che ebbe Blood Sugar Sex Magic, soprattutto in America.

Così, nell’estate del 1998, Flea riesce a convincere Frusciante, nel frattempo disintossicatosi dalla dipendenza dall’eroina, a rientrare nel gruppo. Il disco inizia a prendere forma grazie al lavoro di quest’ultimo, accompagnato dalle liriche del frontman e dalle jam session che da sempre hanno contraddistinto lo sviluppo dei dischi dei peperoncini.

Il sound vira: vengono abbandonate le sperimentazioni che ammiccavano al metal – frutto probabilmente del chitarrista ex-Jane’s Addiction – puntando tutto sull’alternative con il giusto mix di quel funk-rock che fece la fortuna della band agli inizi. Quello che non cambia è il produttore: Rick Rubin seguirà infatti la band per questo terzo lavoro di fila, dopo aver prodotto i già citati One Hot Minute e BSSM.

Il disco vide la luce proprio l’otto giugno del 1999, anticipato di un paio di settimane dal singolo Scar Tissue, uno dei brani più rappresentativi del gruppo. Fu un successo di critica e di vendite; qualcuno elogiò un Anthony Kiedis in grande spolvero, molti attribuirono la qualità al ritorno di Frusciante. Californication raggiunse la prima posizione in classifica in nove Paesi diversi – fra cui l’Italia, dove vendette 700.000 copie in due anni – aggiudicandosi ben undici dischi d’oro.

Oggi Californication rimane una pietra miliare della musica mondiale, uno di quei dischi che tante band sperano di rilasciare un giorno. E anche se oggi i Red Hot non sono più gli stessi, con il secondo abbandono di Frusciante e le speranze di un suo ritorno ormai rasentanti lo zero, ascoltare le prime note del brano omonimo durante un live è come tornare piccoli, o giovani, per rivivere i magici momenti dell’ultima estate del secolo scorso.

Medimex: gli Editors e i Cigarettes After Sex celebrano Woodstock 0 159

Ci eravamo lasciati con i Placebo, ci siamo ritrovati con Editors e Cigarettes After Sex. Il Medimex, l’International Festival and Music Conference in programma dal 4 al 9 giugno, apre i cancelli al suo pubblico per il terzo anno di fila, il secondo a Taranto, portando una delle band più apprezzate al mondo a suonare tra i due mari, davanti una rotonda piena di gente che arriva da tutto il Sud Italia. Non poteva essere diversamente, d’altronde, per quest’edizione speciale del Medimex che celebra i cinquant’anni di Woodstock – e qualcuno doveva pur farlo, visto che il vero Woodstock 50 è stato cancellato.

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Cancelli aperti alle cinque, con le prime file sotto il palco già conquistate intorno alle sette e mezza. Nell’aria si respira l’odore del mare e della musica, nei bicchieri sgorga Raffo non filtrata. Questione di minuti e iniziano le danze con Le Scimmie Sulla Luna, band alternative italiana che presenta il suo disco Terra!. La scelta si rivela azzeccata, Jory Stifani ricorda tanto la cantante dei Bowland, ma la band dimostra di sapersela cavare anche senza voce, movimentando la folla nel finale con un paio di brani strumentali.

Dopo poco salgono sul palco i Cigarettes After Sex e il concerto inizia davvero: la conosciamo bene la band texana di Greg Gonzalez, già sold-out a Roma un paio di anni fa, apprezzatissima in Italia. La folla risponde bene: molti cantano le loro bedroom songs sensuali, i rimanenti iniziano a collegare il sound col nome; il gruppo si diverte ma non lo dà a vedere – il mood non lo permette – limitandosi a pochi ‘thanks’ e il nome di un paio di pezzi.

L’esibizione dura un’ora, un tempo più che sufficiente per presentare l’unico album pubblicato, omonimo, e farsi desiderare; i Cigarettes After Sex riescono a creare il giusto mix di dolcezza e malinconia per illuminare la serata, anche se la luce che fanno è più o meno quella di una candela. Ma a noi tanto basta per ristorarci e caricare le batterie.

Passa infatti poco dall’uscita dei texani e alle dieci e mezza in punto la band di Stafford esce fra le urla del suo pubblico. Li avevamo già ascoltati al Palladozza di Bologna gli Editors, per un concerto durato circa due ore, e certo non li riscopriamo oggi al Medimex: energici, violenti, spietati; gli Editors ti prendono e ti accartocciano per tutta la durata del concerto, non dandoti il tempo di respirare davvero tra una canzone e l’altra, trascinandoti nel loro universo anni ‘80. Smith tiene il palco come il vero frontman qual è, la band non risparmia i grandi successi: Papillon fa ballare tutta la piazza, No Harm lascia pietrificati per la sua bellezza; A Ton of Love, semplicemente, spacca, come ha sempre spaccato. So che si dice spesso, ma concerti come questo mi fan pensare di avere il secondo lavoro più bello del mondo, dopo quello di Tom Smith.

Magazine chiude la prima parte del concerto; gli Editors escono di nuovo dopo i canonici cinque minuti, trainati dalla folla, per quattro brani finali accompagnati dal piano di Tom Smith. Alla fine, la band londinese saluta per l’ultima volta la propria piazza, con le maglie inzuppate di sudore come ogni buon ultras vorrebbe per la propria squadra del cuore. Ed è proprio come gli ultras che si è saltato su Formaldehyde. Possiamo dire che sia la band texana che quella inglese hanno assolutamente reso giustizia a Woodstock.

Poco tempo per riprendere fiato, però, perché domani si riprende col nuovo appuntamento del Medimex: Liam Gallagher sarà infatti a Taranto, reduce proprio ieri dal rilascio del nuovo singolo Shockwave che preannuncia il suo secondo disco da solista “Why Me? Why Not”. La data di domani è la prima delle due italiane, con l’ex Oasis che tornerà in Italia per il Collisioni festival a Barolo, il 4 luglio.

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