‘In Times of Need’, la Roma Guasta che si racconta 0 744

Abbiamo ascoltato in anteprima ‘In Times of Need’, il nuovo disco dei Roma Guasta, duo hip hop capitolino formato dai due fratelli Blant e Lise, in uscita per il 22 marzo. Il disco, composto da otto tracce, presenta la peculiarità di essere diviso in due sezioni: la prima vede quattro canzoni prodotte dal producer Cuns, con l’altra metà del disco prodotto invece da Depha.

Come avevamo già anticipato poco meno di un anno fa, i Roma Guasta sono uno dei collettivi più importanti della scena emergente rap romana. Reduci da un ottimo disco d’esordio intitolato ‘RG Music’, il duo resta molto legato ai vecchi valori dell’Old School quali la rappresentanza e la vita di strada, e questo nuovo disco ne è la prova. È proprio grazie al riferimento offerto da questi temi ricorrenti che è facile osservare la crescita dei due fratelli di Serpentara, che con questo progetto esplorano in maniera più matura le stesse strade che hanno fatto da sfondo al loro percorso, dai primi freestyle alle prime tag.

La copertina di ‘In Times of Need’, il nuovo disco dei Roma Guasta

Esempio perfetto di questa nuova maturità è la title track In Times of Need che, con il suo ritmo lento ed angoscioso, definisce il setting nel quale si svilupperà il resto dell’album: la Roma moderna, inesorabile ed indifferente. La stessa città che un tempo è stata terreno fertile per la cultura ed i principi dell’hip-hop, e che oggi quasi li rinnega, lasciandoli nelle mani della superstite scena underground della quale Lise e Blant si fanno portavoce.

Ma nonostante le premesse quasi nichilistiche dei due, proprio quella Roma della “golden age” Italiana torna a vivere nella seconda traccia, 90’s con Gast, personalità storica nella scena underground dai tempi d’oro ad oggi, il quale di recente ha rilasciato il suo ultimo disco Star Roller. La traccia, sullo scenario chill tracciato dal beat di Cuns, dipinge un immaginario tipico della generazione che i novanta li ha vissuti e se li porta dentro nonostante tutto, con un ritornello autocelebrativo che inneggia agli iconici tutoni Adidas del periodo, il tutto condito dalla freschezza intramontabile di Gast.

Il progetto continua a guardare indietro con il terzo pezzo, Double Dragon, dove Lise sputa barre nostalgiche che sanno di bombolette spray e ricordi d’infanzia, condivisa con il fratello Blant che ribadisce con parole chiare e dirette come la loro sia una testimonianza vera, di chi la storia della scena l’ha vissuta in prima linea. Questi concetti vengono ribaditi in Riva, quarta traccia del disco che chiude la prima parte di quest’ultimo: Cuns lascia la sua ultima testimonianza nell’album con un beat cupo e calmo che lascia spazio alla grinta autocelebrativa dei due fratelli.

Blant Roma Guasta
In foto: Blant

A colmare il vuoto lasciato da Cuns c’è Depha Beat, con la melanconica strumentale di Cassa Spia, quinta traccia dell’album e, a mio parere, punta di diamante del progetto. I flow incalzanti e l’attitudine dei Roma Guasta si mescolano con l’atmosfera dolciastra del beat, risultando in una traccia che suona un po’ come un inno, nella quale i due non parlano solo per o di se stessi, lasciando a chi ascolta lo spazio per immedesimarsi nelle loro barre, evocative ed universali.

Con la traccia numero sei, Pillole, si confermano un’atmosfera decadente e urbana alla quale questa volta si aggiuge anche il flow sprezzante di Grezzo. Quest’ultimo si adatta perfettamente al tono della traccia con il suo andamento cantilenante e l’attitudine di chi ha percorso e vissuto la sua fetta di strada. Degno di nota anche il synth G-Funk, acuto e distante, vero tocco di classe, che spezza il tono cupo del pezzo.

L’album prosegue con la settima traccia, Il Costo, nella quale il pessimismo delle tracce precedenti diventa molto più personale per i due rapper che, prima della conclusione del progetto, si guardano allo specchio e tirano le prime conclusioni sulla loro vita. Conclusioni attorno alle quali l’inquadratura si allarga nella traccia conclusiva del progetto, Portici, in collaborazione con Numi.

Lise Roma Guasta
In foto: Lise

L’ultima scena di questo breve film autobiografico comincia con una progressione di accordi di piano, dolce e speranzosa, cavalcata dal tono basso e riflessivo dei tre, che si raccontano per l’ultima volta prima della fine, Il tutto condito da un ritornello agrodolce che fa da intermezzo alle loro testimonianze. E proprio con questo ritornello si chiude il progetto, in maniera decisa, proprio come è cominciato.

‘In Times of Need’ è la testimonianza vera e senza troppi fronzoli di due ragazzi dell’immensa periferia romana, figli dei tempi che viviamo. “Tempi di Bisogno” appunto, caratterizzati da un senso di decadenza percettibile durante tutto l’album, che i Roma Guasta non falliscono a trasmettere insieme alla loro storia ed il loro modo di percepire il mondo.

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“Love and Rain”: Savage ci riporta negli anni ’80 0 157

1984, 2010, 2020.
Il debutto, la fase di mezzo e il ritorno di Roberto Zanetti; in arte Savage.

Chi è Roberto? Se ci avessero fatto questa domanda nella sua “era”, nei magici anni ’80, un’occhiataccia dettata da un “ma davvero non sai chi sia?” ci sarebbe arrivata. Ma adesso, a distanza di trentasette anni dal suo debutto, in un periodo storico totalmente diverso, ci sentiamo in dovere di rispondere tranquillamente. Roberto nasce a Massa nel 1956, inizia la sua carriera con diversi gruppi (Fathima, Pronipoti Sangrìa, Santarosa e Taxi), partecipa a diverse trasmissioni ottenendo numerosi successi e collabora da anni con artisti di un certo spessore: tra i tanti, Zucchero. Mi piace definire questo artista come il Giorgio Moroder dell’italo-disco e dell’eurodance. Inizia la sua carriera nel 1983 e, un anno più tardi, pubblica il suo primo album: Tonight (1984). Da quel periodo in poi inizia la sua ascesa: conosce Zucchero, produce, cavalca l’onda della musica house e lancia alcuni artisti di grande successo come Alexia. Nel 2010, a distanza di 26 anni dal primo, pubblica il suo secondo album (anche se definirlo così è errato; si tratta di greatest hits: Ten Years Ago (2010), fermandosi in seguito per altri dieci anni e ripresentandosi oggi con il suo ultimo lavoro: Love and Rain (2020). Quest’ultimo, presentato a San Valentino attraverso il singolo I Love You, è un omaggio agli anni ’80, un regalo ai nostalgici, un passato che si ripropone andando a creare i famosi nostalgici di un qualcosa che non si è vissuto; gli anni ’80 hanno questo potere.

Love and Rain è un lavoro composto da sedici canzoni; quelle che a parer nostro basterebbero per creare una serata degna di tale nome nelle attuali discoteche italiane. L’album viene definito scherzosamente dall’artista come guitar free, per il fatto che non sono state usate chitarre in nessuna canzone. Sono presenti violini veri che si sposano perfettamente con l’elettronica pop, creando il sound romantico di Savage. Un disco dove canzoni d’amore e malinconia vanno alla ricerca del tipico sound elettro-pop contaminato da batterie elettroniche e sintetizzatori. Con una copertina che rimanda al Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich: un uomo in abito nero, di spalle, con le mani in tasca e lo sguardo rivolto in avanti, verso l’alto. Tanti sono i significati e, personalmente, a noi piace attribuire quello del piacere del viaggiare, della scoperta. Un viaggio a ritroso nel tempo fino ad arrivare negli anni ’80; una scoperta per alcuni, un ritorno al passato per molti altri. Un’arma per andare avanti data dall’esperienza di anni che non abbiamo vissuto ma che possiamo vivere attraverso questo lavoro.

Quindici inediti, sommati alla versione sinfonica del suo più grande successo dal titolo Only You, danno vita a questa capsula del tempo. Viaggio che ha inizio attraverso una breve e romantica introduzione, Every second of my life, caratterizzata da violini e da una voce struggente. Dal secondo brano in poi si entra, di colpo, negli anni ’80: Don’t say you leave me è questo; un uomo cade dal cielo, dal futuro, trovandosi di colpo nelle atmosfere pop sinfoniche degli anni ’80. Atmosfere che faranno da sfondo a tutti i brani presenti in Love and Rain, senza rendersi mai banali e presentandosi prive di scontatezza. Sound, che dalla prima alla sedicesima canzone, si offre a diversi temi. Come quello dell’amore, presente nella maggior parte dei brani e in diverse forme. L’amore che crea delusioni (Alone); che riappare dopo anni sotto forma di ricordo (Remember Me); che dà vita a un tributo (Italodisco); che si dichiara per la prima volta (Your Eyes); e l’amore per ciò che ci circonda, per la vita, per il nostro ambiente: “We are the future”.

Un eterno romantico. Un uomo che attraverso la sua musica ha il potere di far innamorare una nuova generazione e, soprattutto, la possibilità di consolidare il rapporto con chi quel periodo lo ha vissuto davvero, dicendogli: “nulla è andato”. Ri-accendendo speranze che da trent’anni a questa parte sembrano svanite. Savage è questo: una donna che si culla tra le braccia di un uomo sotto una luce stroboscopica; un abbraccio nel tempo, tra gli anni ’80 e i 2000 inoltrati. Tra le speranze di allora e le consapevolezze di adesso, ma con la forza necessaria per andare verso l’ignoto.

“Romantica Io”: Pia Tuccitto scrive una pagina del rock italiano 0 346

D’amore e ombra – come il titolo di un famoso romanzo di Isabel Allende -: è di questo che parla “Romantica Io“, l’ultimo album di Pia Tuccitto, rocker bolognese dall’animo nobile. Il lavoro, uscito il 31 gennaio e interamente autoprodotto, è figlio della poliedricità di questa grande artista che ne ha curato ogni minimo dettaglio, dalle musiche ai testi, passando per la copertina. Cantautrice, pittrice, protagonista/deuteragonista/voce dello spettacolo Ioelei, messo in scena con la compagna di palco Federica Lisi, la sua carriera parte nel 1993 quando, dopo la partecipazione al festival Nuove Voci di Castrocaro, viene notata da Vasco Rossi che ne apprezza il talento e la invita a far parte della sua scuderia. Da qui nasce un sodalizio artistico che la porta a scrivere per interpreti del calibro di Patty Pravo, Irene Grandi e lo stesso Vasco.
Romantica Io” è l’opera terza ed esce a quindici anni di distanza dall’album d’esordio “Un segreto che” e a dodici da “Urlo” prodotto da Frank Nemola e Guido Elmi per l’etichetta Bollicine/EMI Capitol Music. Questo lavoro è un compendio: racchiude l’essenza di dodici anni di “inattività” discografica che sono stati invece ricchissimi dal punto di vista artistico e amoroso. L’amore, appunto, è il filo conduttore dell’album e  viene declinato in tutte le sue forme. Alla realizzazione e alla limatura hanno partecipato: Corrado Castellari in veste di autore delle musiche di due brani, Bettina Baldassarri, Luca Bignardi che ha curato l’arrangiamento di sette brani e Frank Nemola che ha arrangiato i restanti quattro brani.

Romantica io” (title track) è il brano d’apertura, la dichiarazione d’intenti di un lavoro perfettamente messo a fuoco da un’artista matura. Questa maturità artistica corrisponde – mutatis mutandis – ad una maturità sul piano amoroso e questo è chiaro già nell’incipit del brano: “io per amarti son dovuta invecchiare”. Così com’è chiara, sempre dalle prime battute, l’attitudine rock dell’artista bolognese che non usa espedienti o mezzi termini: “io per amarti ti ho lasciato suonare la mia chitarra da rocker”.  Il graffio nella voce ricorda molto Patty Pravo, ma anche e soprattutto Irene Grandi in “Colpa del Lupo”. L’influenza è evidente e non per via di una supponente forma di pareidolia, per la quale noi che recensiamo siamo tenuti a ricondurre il tutto a qualcosa di conosciuto.

Atmosfera cupa e onirismo in “Come nei films”. Il sound distorto e la voce sensuale ci danno l’abbrivio e ci trasportano all’interno di un racconto di un amore immaginario. Un amore senza confini e che attraverso la voce e le parole cerca la sua reificazione. L’inizio ricorda molto “Tre volte dentro me” di Mina e Afterhours.

L’animo rock emerge prepotentemente in “Com’è bello il mio amore”. La chitarra e la batteria seguono un ritmo preciso e martellante e accompagnano la voce fino all’esplosione nel ritornello. Questo brano è l’essenza del disco.

La chitarra lascia il posto alla tastiera nell’intento di ricreare una precisa atmosfera malinconica. “Perché tutto muore” è un brano ricco di pathos e dal carico emozionale abnorme. Parla dell’amore che finisce, di un sentimento nocivo e logorante che si dissolve nel vento come il fumo di una sigaretta che si spegne e ti lascia un imperituro amaro in bocca.

My Radio” ci riporta agli anni ‘80 quando il binomio dance-rock dava vita a spettacoli corali allietati da gioie lisergiche. Allora l’avanguardia era definita new wave e sfociava spesso in quello che profanamente veniva chiamato alternative rock. In questo pezzo vengono fusi assieme Neil Tennant, Freddie Mercury e Patty Pravo e il risultato è sorprendente. È il pezzo che continui a cantare per tutto il giorno e che provoca l’orchite/colpite a tutti quelli che ti stanno accanto.

Il sesto brano non ha bisogno di presentazioni. Si tratta di “E…”, pezzo scelto e portato al successo da Vasco, che l’autrice riabbraccia come un figlio che ha vissuto all’estero e non vedeva da tempo. Questa è la dichiarazione d’amore per eccellenza, priva di perifrasi e circonlocuzioni (che poi sono la stessa cosa).

Tu Sei Un Sogno Per Me” è il leitmotiv che accompagna lo spettacolo Ioelei messo in scena dall’artista insieme a Federica Lisi. Si tratta di un brano intimo e sincero che si fa colonna sonora di un amore, di una vita, di un viaggio.

L’eterogeneità di stili e generi è esplicitata in “Sto benissimo”: l’inizio in stile Subsonica lascia presto il posto al graffio della chitarra elettrica che sposta il focus è riporta il brano nell’alveo del rock puro e grezzo. L’armonia di chitarre e batteria è perfetta, come in tutto il resto del disco.

Stupida per te” ha l’incedere lento e malinconico di una classica ballad. Questo è la riprova che questa grande artista – come ogni grande artista – non si focalizza su un unico genere, ma spazia all’interno di un ventaglio di stili e generi che le appartengono tutti.

Nel disco c’è spazio per una sorta di intermezzo: “Quante volte sono da sola con te”. Ancora una volta è forte, oltre che necessario, il richiamo a Mina. Si tratta del pezzo più breve dell’album, ma che – per l’icasticità delle immagini che evoca – risulta uno dei più intensi.

Il brano che chiude l’album è “7 aprile”, pubblicato precedentemente in un Ep nel 2013. Si tratta del pezzo mancante, quello che completa e sublima il puzzle. È un brano ricco di colori e sfumature: la chitarra acustica presente all’inizio del pezzo viene sostituita e sovrastata da quella elettrica nel ritornello. La natura multiforme dell’album emerge in modo prepotente in questo brano.

Pia Tuccitto ha scritto un’altra pagina importante del rock italiano. La sua maturità artistica è la vera chiave di volta di questo grande album: la cura minuziosa di ogni dettaglio, l’attenzione e l’oculatezza di ogni singola scelta – dalle parole alle musiche – sono i due ingredienti di questo cocktail perfetto. Rimanendo in campo alcolico si potrebbe dire che sia come il vino che col passare del tempo migliora!

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