“INdependence Time”, il primo disco dei The Lizards’ Invasion 0 213

I The Lizards’ Invasion sono una giovanissima band formatasi nel 2011 dall’incontro di sei ragazzi: Paolo Onestini (basso), Michele Mazzù (chitarra), Michele Adda (chitarra), Luca Restaino (voce), Edoardo Mattiello (batteria) e Federico Guglielmi (tastiere). Già nel 2013 il gruppo lancia il suo primo EP, ancora troppo immaturo per arrivare al grande pubblico. Seguono i primi “successi”, con la finale dell’Emergenza Festival all’Alcatraz di Milano ed il premio Schiolife del VicenzaNetMusic che permette alla band di aprire al concerto di Ian Paice, batterista storico dei Deep Purple.

Oggi i The Lizards’ Invasion sono cresciuti, maturati, e, grazie alla vincente raccolta fondi su Musicraiser, la band è riuscita a comporre il proprio primo disco in studio.

[IN]dipendence Time” prende così forma, sotto l’esperta produzione di Marino de Angeli, e vede la luce il 22 ottobre. Il disco, proposto come “concept album”, racconta la storia di un mondo parallelo al nostro, onirico, in cui ogni essere vivente non prova emozioni negative. Composto da sette tracce (tutte inizianti con la sillaba “IN”, a sottolineare l’INtimità del disco e della ricerca interiore cui l’ascoltatore è sottoposto), ha decisamente un sound più maturo e studiato rispetto alle prime uscite della band, che non ha certo paura di esplorare nuovi lidi musicali, spesso azzeccandoci e, a tratti, lasciandosi un po’ trascinare.

La copertina di INdependence Time

L’apertura del disco è affidata alla ovvia INtro, composta da una chitarra elettrica che strizza l’occhio ai Pink Floyd già dai primi accordi, arrivando poi ad esplodere, accompagnata dalla batteria incalzante, in una carica classicamente progressive. Le vaghe parole che vengono sussurrate in una radiolina – che fa molto post-conflitto nucleare – lasciano già intendere alcune delle atmosfere che scorteranno tutto il disco.

La seconda track dell’album, INdividuals, continua sull’onda del solco progressive tracciato con l’intro, lasciando emergere tutte le qualità canore di Luca Restaino, che si concede a qualche vocalizzo di troppo.

Segue INsider; la canzone ci ricorda una ballad dei Metallica, ed è proprio qui il fulcro del disco: se infatti, già con l’intro, ci si era figurata una possibile direzione verso il sound già nominato dei Pink Floyd, da INvasion la tendenza cambia, catapultando l’ascoltatore in quello che sembra un accostamento al metal et similia.

La quarta traccia del disco, INvasion, si apre inaspettatamente con un cambio radicale di sound, ricordandomi molto i Depeche Mode ai tempi di Violator. Questione di istanti prima di tornare a quel mix tra metal e prog rock cui ci hanno abituato le due canzoni precedenti. Anche qui la voce di Restaino – che, ad onor del vero, si presta molto bene al progressive – si macchia con qualche vocalizzo non necessario che, alla lunga, diventa finanche stucchevole.

Ci viene così incontro INterlude, non troppo degna di nota se non per il cambio ritmico abbozzato, votato alla ricerca, appunto, di un interludio, qualcosa che spezzi il disco in due. Su un disco di sette tracce, però, sembra una ricerca fine a sé stessa.

INdestructible è esattamente quello che ci si aspetta da un disco del genere per i primi tre minuti. Vorrei far finta di non aver ascoltato gli ultimi due e mezzo, che mi hanno vagamente ricordato le soundtrack dei videogiochi d’azione (Nier Automata su tutti) quando ingaggi il nemico e parte quella canzone che, se non ammazzi tutti nel giro di due minuti, potrebbe andare avanti all’infinito, tentandoti dallo scaraventare il joypad contro il televisore. Capisco benissimo la necessità di inserire un lungo break strumentale alla canzone, non capisco perché farlo in un modo tanto ripetitivo e mediocre quando, dopotutto, non c’è nulla di mediocre nel disco. E sì, all’interno del “concept” si dovrebbe figurare la “battaglia finale” tra bene e male (e l’esempio sopra potrebbe sembrare un complimento, in parte), ma qui sembra esserci tutta la guerra. Carina la chiusura in sordina.

Il disco si chiude con INcredible, che mi ha lasciato completamente spiazzato. Se infatti un cambio di genere nelle canzoni precedenti era stato solamente abbozzato, qui si cambia totalmente identità alla band, andando a tastare quelli che sono i sound degli U2 ai tempi di ‘No Line on the Horizon’, dei Kings of Leon e di tutto quel filone alt/indie-rock degli ultimi anni, Young the Giant compresi. A mantenere ancora un sottofondo prog resta la voce di Restaino. Per nulla una brutta intuizione, anzi, forse la canzone che più mi ha colpito del disco. Potrebbe essere un punto di partenza per i prossimi lavori della band.

Tutto sommato “[IN]dependence Time” non è affatto un brutto disco per essere il primo, vero lavoro dei Lizards’ Invasion. Senza prendere in considerazione la natura concettuale di questo lavoo, appare chiaro che la band deve ancora maturare un po’ prima di poter lanciare qualcosa che possa davvero colpire il grande pubblico, ma le basi ci sono. Forse è proprio la ricerca spasmodica di rientrare in quel ristretto (per usare un eufemismo) circolo d’élite che è il progressive a tracciare alcune lacune del disco, che poi finiscono proprio per creare involontariamente “vie di fuga” come INcredible. Promosso con riserva – il classico 6 d’incoraggiamento che si mette a scuola – in attesa di un lavoro più maturo.

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“Storia di un Equilibrista”: il primo album di Massimo Stona 0 40

Chi è Massimo Stona? È un cantautore piemontese attivo dal 2008. L’anno successivo pubblica il primo EP e da lì in avanti diversi singoli, mentre continua la sua attività live e la partecipazione a vari festival.

Cosa ha fatto recentemente Massimo Stona? Nel 2017 ha iniziato a collaborare con Guido Guglielminetti, storico bassista – tra le altre cose – di Francesco De Gregori, mentre da poco ha pubblicato il suo primo album intitolato “Storia di un equilibrista“.

Che genere fa Massimo Stona? Diciamo Indie Pop con qualche influenza brasiliana. Un po’ Mannarino, un po’ Negrita, un po’ Brunori.

La title track Storia di un equilibrista apre le danze con un buon mix tra chitarra acustica e base di batteria. Le altre percussioni sembrano non amalgamarsi in modo molto naturale, ma il risultato è comunque un pezzo orecchiabile.

Nell’armadio ci introduce all’anima vagamente latin e lounge di Stona. Si aggiungono piano e percussioni per creare una canzone rilassante, con qualche piccola variazione ogni tanto per non rischiare di annoiare.

Streaming ha la giusta dose di energia e un ritornello che funziona bene.

Con Belladonna ci troviamo un altro ritornello che sa prendere. Anche gli stop improvvisi nelle strofe risultano abbastanza interessanti.

Ascoltando i primi secondi L’agio del naufragio non si può che rimanere un po’ spiazzati: cosa ci fanno queste cosine bippanti in un album del genere? Poi si torna alla normalità. Cori e voce femminile sono un’ottima aggiunta a una base musicale semplice ma efficace.

Con Troppo pigro abbiamo un cambio di ritmo che movimenta un po’ la situazione. Arrivati a metà disco c’è da dire una cosa: la voce che si abbassa in un sussurro pieno di pathos a ogni fine di verso inizia a stufare un po’.

Il suono dello shaker di Gamberi ci riporta brevemente in territorio latino, mentre le strofe della successiva Mannequin ricordano qualcosa dei Bluvertigo. Anche qui non può comunque mancare un rapido intervento di percussioni.

Il suono che richiama quello di un sonar dà il via all’omonimo pezzo – Sonar, appunto. L’ormai immancabile chitarra acustica cede il passo a una batteria e a una tastiera anni ’80. Ancora una volta è il ritornello il vero punto forte.

In Santa pazienza i suoni di pianoforte e archi si mescolano per dare vita a un lentone che non sarebbe male se non ci fosse qualche imprecisione a livello di voce.

Com’è “Storia di un Equilibrista” di Massimo Stona? È un album variegato, che spazia da uno stile all’altro, pur mantenendo in ogni traccia una stessa impronta distintiva data dalla voce e dalla chitarra acustica di Stona. In generale è ben fatto e di facile ascolto, con linee vocali e di basso ritmicamente varie e interessanti. D’altro canto non mancano alcune imprecisioni nella voce e nella chitarra, i testi peccano di rime interne un po’ facilotte (come “agio del naufragio”, per dirne una). Insomma, i margini di miglioramento sono chiari ma la base di partenza non è malvagia.

“Palasport 2019”, Daniele Silvestri annuncia il nuovo tour in vista del prossimo disco 0 49

Dopo il successo di “Acrobati“, debuttante al primo posto nelle classifiche FIMI e premiato col disco d’oro, Daniele Silvestri è in studio di registrazione per le fasi finali del suo nuovo disco, del quale ancora non si conosce il nome o la tracklist. Nonostante ciò, con dei post su Facebook e Instagram, il cantautore romano ha annunciato il nuovo tour nei palazzetti di tutta Italia per la presentazione del disco, il tutto condito da un breve teaser.

Ci sono voluti 50 anni di vita e 25 di carriera per trovare non tanto il coraggio, quanto la voglia di decidere di fare un tour nei palasport. Ho sempre amato gli spazi più raccolti, o la magia dei teatri… e continuerò a farlo. Ma ho anche sempre avuto voglia di cimentarmi con sfide diverse, e a quanto pare le nuove canzoni sembrano spingermi in questa direzione

Col titolo “Palasport 2019“, le prime date annunciate del tour – alle quali se ne aggiungeranno sicuramente delle altre – prevedono concerti nelle principali città italiane a partire da Ottobre 2019.

PALASPORT 2019 – LE DATE 

25 Ottobre – Roma, Palazzo dello Sport

8 Novembre – Padova, Kione Arena

9 Novembre – Rimini, RDS Stadium

15 Novembre – Bari, Palaflorio

16 Novembre – Napoli, Palapartenope

22 Novembre – Milano, Mediolanum Forum

23 Novembre – Torino, Pala Alpitour

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