“INdependence Time”, il primo disco dei The Lizards’ Invasion 0 277

I The Lizards’ Invasion sono una giovanissima band formatasi nel 2011 dall’incontro di sei ragazzi: Paolo Onestini (basso), Michele Mazzù (chitarra), Michele Adda (chitarra), Luca Restaino (voce), Edoardo Mattiello (batteria) e Federico Guglielmi (tastiere). Già nel 2013 il gruppo lancia il suo primo EP, ancora troppo immaturo per arrivare al grande pubblico. Seguono i primi “successi”, con la finale dell’Emergenza Festival all’Alcatraz di Milano ed il premio Schiolife del VicenzaNetMusic che permette alla band di aprire al concerto di Ian Paice, batterista storico dei Deep Purple.

Oggi i The Lizards’ Invasion sono cresciuti, maturati, e, grazie alla vincente raccolta fondi su Musicraiser, la band è riuscita a comporre il proprio primo disco in studio.

[IN]dipendence Time” prende così forma, sotto l’esperta produzione di Marino de Angeli, e vede la luce il 22 ottobre. Il disco, proposto come “concept album”, racconta la storia di un mondo parallelo al nostro, onirico, in cui ogni essere vivente non prova emozioni negative. Composto da sette tracce (tutte inizianti con la sillaba “IN”, a sottolineare l’INtimità del disco e della ricerca interiore cui l’ascoltatore è sottoposto), ha decisamente un sound più maturo e studiato rispetto alle prime uscite della band, che non ha certo paura di esplorare nuovi lidi musicali, spesso azzeccandoci e, a tratti, lasciandosi un po’ trascinare.

La copertina di INdependence Time

L’apertura del disco è affidata alla ovvia INtro, composta da una chitarra elettrica che strizza l’occhio ai Pink Floyd già dai primi accordi, arrivando poi ad esplodere, accompagnata dalla batteria incalzante, in una carica classicamente progressive. Le vaghe parole che vengono sussurrate in una radiolina – che fa molto post-conflitto nucleare – lasciano già intendere alcune delle atmosfere che scorteranno tutto il disco.

La seconda track dell’album, INdividuals, continua sull’onda del solco progressive tracciato con l’intro, lasciando emergere tutte le qualità canore di Luca Restaino, che si concede a qualche vocalizzo di troppo.

Segue INsider; la canzone ci ricorda una ballad dei Metallica, ed è proprio qui il fulcro del disco: se infatti, già con l’intro, ci si era figurata una possibile direzione verso il sound già nominato dei Pink Floyd, da INvasion la tendenza cambia, catapultando l’ascoltatore in quello che sembra un accostamento al metal et similia.

La quarta traccia del disco, INvasion, si apre inaspettatamente con un cambio radicale di sound, ricordandomi molto i Depeche Mode ai tempi di Violator. Questione di istanti prima di tornare a quel mix tra metal e prog rock cui ci hanno abituato le due canzoni precedenti. Anche qui la voce di Restaino – che, ad onor del vero, si presta molto bene al progressive – si macchia con qualche vocalizzo non necessario che, alla lunga, diventa finanche stucchevole.

Ci viene così incontro INterlude, non troppo degna di nota se non per il cambio ritmico abbozzato, votato alla ricerca, appunto, di un interludio, qualcosa che spezzi il disco in due. Su un disco di sette tracce, però, sembra una ricerca fine a sé stessa.

INdestructible è esattamente quello che ci si aspetta da un disco del genere per i primi tre minuti. Vorrei far finta di non aver ascoltato gli ultimi due e mezzo, che mi hanno vagamente ricordato le soundtrack dei videogiochi d’azione (Nier Automata su tutti) quando ingaggi il nemico e parte quella canzone che, se non ammazzi tutti nel giro di due minuti, potrebbe andare avanti all’infinito, tentandoti dallo scaraventare il joypad contro il televisore. Capisco benissimo la necessità di inserire un lungo break strumentale alla canzone, non capisco perché farlo in un modo tanto ripetitivo e mediocre quando, dopotutto, non c’è nulla di mediocre nel disco. E sì, all’interno del “concept” si dovrebbe figurare la “battaglia finale” tra bene e male (e l’esempio sopra potrebbe sembrare un complimento, in parte), ma qui sembra esserci tutta la guerra. Carina la chiusura in sordina.

Il disco si chiude con INcredible, che mi ha lasciato completamente spiazzato. Se infatti un cambio di genere nelle canzoni precedenti era stato solamente abbozzato, qui si cambia totalmente identità alla band, andando a tastare quelli che sono i sound degli U2 ai tempi di ‘No Line on the Horizon’, dei Kings of Leon e di tutto quel filone alt/indie-rock degli ultimi anni, Young the Giant compresi. A mantenere ancora un sottofondo prog resta la voce di Restaino. Per nulla una brutta intuizione, anzi, forse la canzone che più mi ha colpito del disco. Potrebbe essere un punto di partenza per i prossimi lavori della band.

Tutto sommato “[IN]dependence Time” non è affatto un brutto disco per essere il primo, vero lavoro dei Lizards’ Invasion. Senza prendere in considerazione la natura concettuale di questo lavoo, appare chiaro che la band deve ancora maturare un po’ prima di poter lanciare qualcosa che possa davvero colpire il grande pubblico, ma le basi ci sono. Forse è proprio la ricerca spasmodica di rientrare in quel ristretto (per usare un eufemismo) circolo d’élite che è il progressive a tracciare alcune lacune del disco, che poi finiscono proprio per creare involontariamente “vie di fuga” come INcredible. Promosso con riserva – il classico 6 d’incoraggiamento che si mette a scuola – in attesa di un lavoro più maturo.

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Il pagellone finale: Lauro vincitore morale, Ultimo mediocre; Il Volo in picchiata 0 353

Eccoci qua, ancora una volta, come ogni anno, a tirare le somme dell’evento musicale che, volente o nolente, catalizza l’attenzione del pubblico mainstream italiano: il festival di Sanremo. In questa edizione più che nelle altre, ci preme sottolineare il termine mainstream, visto che forse, per la prima volta dopo anni, la direzione artistica, gestita da Claudio Baglioni, ha aperto le porte al nuovo mainstream musicale italiano. Non solo dunque le classiche sonorità “sanremesi”, ma anche una buona dose di esponenti dei generi che, negli ultimi tempi, attirano di più le nuove generazioni: l’hip hop e l’indie.

Fatta questa premessa non richiesta, abbiamo deciso di continuare a scrivere opinioni non richieste col nostro personalissimo classificone finale della sessantanovesima edizione del Festival della Canzone Italiana. Sì, a noi italiani non basta metter bocca sulle convocazioni della nazionale di calcio, ma dobbiamo anche criticare senza riserve i pezzi sanremesi. Anche questa è italianità (vi garantiamo che non ci sono redattori con genitori egiziani).

Cominciamo dall’ultimo classificato sino al vincitore.

NINO D’ANGELO E LIVIO CORI – UN’ALTRA LUCE
Forse noi italiani siamo troppo ingenerosi con Nino D’Angelo, e non solo per il suo passato. Con “Un’altra luce” porta al festival il giovane Livio Cori, dando vita ad una canzone dal testo più poetico di quanto l’ultimo posto in classifica possa far immaginare e da una musicalità nostalgica e a tratti ricercata. D’Angelo ha ancora belle cartucce da sparare, mentre Cori può puntare ad essere continuatore di una musica napoletana da preservare con cura. VOTO 8

EINAR – PAROLE NUOVE
Il ragazzo si farà, anche se ha le spalle strette? Dati i pretesti temiamo di no. Le parole in “Parole nuove” sono in realtà parole vecchie, come vecchia è la musica che accompagna il giovane cantante. Una canzoncina funzionale al grande circo sanremese, probabilmente qualche 0,51 centesimi estirpati dai telefonini di qualche genitore di alcune preadolescenti sui 12/13 anni (ma non esageriamo, ci sono stati comunque Ultimo e Irama). VOTO 4

ANNA TATANGELO – LE NOSTRE ANIME DI NOTTE
Sapete cosa? Probabilmente questa è la miglior Tatangelo sanremese dai tempi di “Ragazza di periferia”. E non intendiamo certo migliore dal punto vista degli outfit. Una canzone modesta, senza troppe pretese, ma che ha sottolineato una maturazione vocale della Tatangelo che fa comunque piacere. Il livello può attestarsi quasi sulla sufficienza, ma siamo quietamente fiduciosi per il futuro. VOTO 6

PATTY PRAVO E BRIGA – UN PO’ COME VA LA VITA
Patty è stanca. Si sente dalla voce, dall’interpretazione e dal fatto che “Un po’ come va la vita”, se fosse stata proposta 10 anni fa, sarebbe stata uguale al 90% delle canzoni. Quindi Patty, grazie veramente per tutto, ma sarebbe anche ora di riposarsi un po’. Discorso diverso per Briga: ottima pulizia vocale e bella interpretazione. Da solo vale un mezzo voto in più. VOTO 5

NEGRITA – I RAGAZZI STANNO BENE
I ragazzi dei Negrita stanno bene, e vogliono dimostrarlo portando al festival un pezzo fresco, in pieno stile giovanile, senza però incidere fino in fondo. Il gruppo non riesce a colpire nel segno, e “I ragazzi stanno bene” appare come 4 minuti di spensieratezza pop-rock senza troppe pretese. Intrattenenti, in fin dei conti. VOTO 6 ½

NEK – MI FARÒ TROVARE PRONTO
Su Nek vorremmo non dilungarci troppo: suona la stessa canzone da 20 anni e, quando abbiamo letto il suo nome tra i concorrenti prima del festival, ci siamo aspettati tutti lo stesso pezzo. Pezzo che, puntuale come Michelle Hunziker “ospite a sorpresa” in OGNI EDIZIONE DEL FESTIVAL, è arrivato. Grazie ancora Nek, non ne sentivamo assolutamente la mancanza. VOTO 5

 

FEDERICA CARTA E SHADE – SENZA FARLO APPOSTA
Probabilmente in secondo superiore questa canzone ci sarebbe piaciuta di più. Sta di fatto che “Senza farlo apposta” risulta alquanto monotona, facendolo apposta. Polpettone adolescenziale in cui i due piatti forti degli interpreti, ossia gli abili giochi di parole di Shade e la particolarissima voce di Carta, sono sfruttati poco e maluccio. Big up per il feat. con la D’Avena. VOTO 5 ½

THE ZEN CIRCUS – L’AMORE È UNA DITTATURA
Appino è stato molto coraggioso. Portare al festival della canzone italiana un pezzo senza ritornello avrà confuso non poco il pubblico generalista. Il risultato è, ad ogni modo, ottimo: un crescendo continuo, un testo per nulla banale e un’ottima atmosfera, anche se il brano si discosta dalla discografia, ben superiore, degli Zen. Probabilmente Sanremo non è pronto per questo. VOTO 8

PAOLA TURCI – L’ULTIMO OSTACOLO
E brava la Turci! La cantautrice, tornata alla ribalta del panorama italiano dopo la partecipazione al Festival del 2017, dimostra a tutti di che stoffa è fatta. Anche dopo diversi anni di assenza si crea uno stile inconfondibile e, in qualche modo, esclusivo. La voce rimane potente e l’interpretazione non è niente male. Una piacevole riscoperta. VOTO 7

 

FRANCESCO RENGA – ASPETTO CHE TORNI
“Aspetto che torni” è la canzone sanremese per eccellenza: buoni sentimenti, qualche degna nota poetica che affoga in un mare di piccole e dolciastre banalità, percussionisti che si addormentano mentre suonano in 4/4… insomma, non c’è molto di cui discutere. Per quanto non ci piaccia in linea generale, comunque, l’estensione vocale di Renga riesce a sopperire ad alcune lacune foniche. VOTO 6

MOTTA – DOV’È L’ITALIA
Un gigante Motta. Riesce ad infilare una potentissima critica sociale sull’Italia di oggi (immigrazione soprattutto) in quella che pare essere una canzone d’amore da fiori sanremesi. Il testo è una poesia commovente, permeata da quello stile musicale che ha consacrato Motta come uno dei cantautori italiani più bravi degli ultimi tempi. Peccato che non sia stato capito. Standing ovation anche in redazione per il duetto con Nada. VOTO 9

EX-OTAGO – SOLO UNA CANZONE
“Ma sì dai, è solo una canzone!”. È sicuramente questo quello che hanno pensato gli Ex-Otago prima di partecipare al Festival con questo pezzo che, francamente, non è né carne né pesce. Anche qui c’è poco di cui parlare: il brano passa inosservato e, a giudicare dai precedenti lavori del gruppo, è un vero peccato. VOTO 5


GHEMON – ROSE VIOLA
Un gran bel pezzo quello di Ghemon, capace di offrire al pubblico del Festival un connubio meraviglioso tra hip-hop e R’n’B, il tutto accompagnato dalla voce, unica e suadente, di un grande musicista della nostra penisola. VOTO 8

BOOMDABASH – PER UN MILIONE
Ma siamo a Sanremo o a Ostia Lido? Prendo in prestito la citazione più utilizzato del cinema italiano: “ma che è ‘sta cafonata?” VOTO 4 ½

ENRICO NIGIOTTI – NONNO HOLLYWOOD
Qualcuno di noi non sapeva chi fosse, ma la risposta d’ora in avanti sarà “colui il quale ha portato, al Festival di Sanremo 2019, un pezzo riuscito ottimamente, figlio della classica tradizione sanremese, ma comunque di impatto e di indubbia efficacia comunicativa e musicale”. Insomma, non penso che diremo esattamente queste parole, ma ci siamo capiti. VOTO 7 ½

ACHILLE LAURO – ROLLS ROYCE
Signore e signori, fate spazio al vero vincitore morale di questo Sanremo: Achille Lauro con la sua rombante “Rolls Royce”. Il trapper ha dovuto subire di tutto: dalle primordiali critiche di entrare nelle case di milioni di famiglie con la pericolosa “tRaP”, dai vergognosi servizi infamanti di Striscia la Notizia, fino a quell’applauso scialbo che la platea dell’Ariston gli ha riservato il primo giorno. Da lì, però, è stato un crescendo di consensi e spettacolo: la canzone, che strizza l’occhio al rock toccando ben poco la trap, è un inno alla dissolutezza come non ne vedevamo da decenni su quel palco. Il personaggio Lauro ha egemonizzato l’Ariston con la spocchia e lo stile del fuoriclasse, e il duetto con Morgan è stato, senza troppi giri di parole, perfetto, nonché paradigma del vecchio e del nuovo modo italiano di andare controcorrente. Lauro ha avuto il coraggio di sfidare tutto e tutti. E ha vinto. VOTO 9

 

ARISA – MI SENTO BENE
Presenza fissa sul palco dell’Ariston, Arisa si è voluta cimentare in un pezzo disneyano, ricolmo di quelle caratteristiche musicali assimilabili a musical “per tutta la famiglia”. L’ennesimo inno al carpe diem e al vivere la vita felicemente garantisce incetta di voti dal pubblico di mamme convinte di cambiare il mondo con l’amore. Se c’è, però, un pregio di assoluto livello di “Mi sento bene” è la voce di Arisa, come sempre perfetta e spettacolare, che garantisce un mezzo punto in più al voto complessivo. Quasi dispiace che la utilizzi per canzoni così banali, ma forse è giusto così. VOTO 6

IRAMA – LA RAGAZZA CON IL CUORE DI LATTA
Prego, signore e signori (e soprattutto ragazzine), benvenuti alla giostra delle banalità romanticone! Sperimentazione? Innovazioni a livello testuale e abbandono dei cliché? Macché! Salga pure sulla giostra di Irama! E se ci scegliete quest’anno, garantiamo per tutti i prossimi Festival una giostra uguale a questa ma non troppo, il tanto che basta per essere ammessa ed entrare in Top 10 grazie alla smielata potenza dell’amore adolescenziale! VOTO 3 ½

DANIELE SILVESTRI E RANCORE – ARGENTOVIVO
Allora, premettiamo che per questa canzone si dovrebbe scrivere un saggio. Un capolavoro raro, rarissimo, non solo a Sanremo, ma anche nella musica italiana. D’altronde i due artisti che la interpretano sono tra i musicisti migliori della nostra generazione: da una parte Daniele Silvestri, cantautore unico nel suo genere, dall’altra Rancore (non accreditato, sigh), uno dei rapper più monumentali dell’hip-hop italiano. Il pezzo, che descrive con poetica durezza la condizione di un ragazzo iperattivo emarginato dalla società, ricalca lo stile musicale frenetico e crudo di Rancore, affidandosi per lo più alla voce di Silvestri che ben si presta al rap. Un ritratto drammatico e vero di un problema lasciato spesso in secondo piano, scritto con commovente rabbia e liturgica poesia. Il miglior pezzo di questo Sanremo, e forse non solo. VOTO 10

 

SIMONE CRISTICCHI – ABBI CURA DI ME
Se dicessimo che il pezzo di Cristicchi non ci abbia emozionato mentiremmo, ma mentiremmo anche se dicessimo che “Abbi cura di me” sia ai livelli dei suoi precedenti lavori sanremesi. Il cantautore ha una sensibilità artistica ed umana rara, ed è per questo che dispiace constatare che la canzone, nonostante abbia toccato il cuore di molti, non sia riuscita ad andare oltre il semplice nodino in gola. Il testo è fin troppo banale per gli standard altissimi di Cristicchi, non riuscendo ad incidere più di tanto dopo il primo, religioso ascolto. E, ultima cosa, forse il premio per la miglior interpretazione non è giusto darlo a chi, come lui, mostra i lacrimoni sul palco. Forse l’interpretazione è anche altro. VOTO 7 ½

LOREDANA BERTÈ – COSA TI ASPETTI DA ME
Beh, lo affermiamo a gran voce: il pubblico dell’Ariston ha fatto bene a lamentarsi della mancanza della Bertè sul podio, soprattutto a giudicare da chi ci stava, su quel podio. La Loredana nazionale torna al Festival con una canzone potentissima, sia per il testo, sia per la musica, ma soprattutto per l’interpretazione. L’interpretazione di un’artista di cui spesso, purtroppo, dimentichiamo i meriti nella storia della musica italiana, di una donna che, dopo aver vissuto una vita al limite, vuole ancora gridare al mondo, con la voce graffiata e sfregata da un’esistenza spericolata, “cosa vuoi da me?” VOTO 9 ½

IL VOLO – MUSICA CHE RESTA
Che nel 2019 Il Volo arrivi terzo al Festival della Canzone Italiana significa che c’è ancora tanto su cui lavorare. Avremmo voluto scrivere questa sezione in caps lock per far capire l’ira che questo terzetto vecchio come il cucco provoca nelle nostre persone, ma ci limitiamo a scrivere che, al contrario del titolo del brano, ci auguriamo che questa musica non resti. E che magari subisca una sana damnatio memoriae; d’altro canto, se si vuole ascoltare lirica commerciale come si deve la scelta è ampia. VOTO 2

ULTIMO – I TUOI PARTICOLARI
Dispiace commentare una canzone così mediocre al secondo posto, ma tant’è. Ci scusiamo con i lettori che sono arrivati fin qui e che magari si aspettano un commento furioso e pieno di critiche o magari entusiastico, ma la banalità del pezzo non ci permette di scrivere nulla di interessante. Ecco: la verità è che questo pezzo non è rilevante, ma è stato votato dalla maggioranza delle persone e dunque è qui. Anche se una domanda ci sarebbe: ma tra tutti i particolari che ti mancano di un ex partner, quando mai si rimpiange l’essere svegliati da un “buu”? VOTO 5

MAHMOOD – SOLDI
Il vincitore di questa edizione, che in questo modo riesce nell’impresa di vincere sia la categoria giovani sia quella classica. Un successo comprensibile, frutto di una canzone musicalmente fresca e piena di interferenze culturali, nonché di un pastiche linguistico arabo che fa la sua porca figura e che, nella sua breve durata, ha un peso specifico notevole. Il testo è una critica drammatica all’egoismo della società che trova nella biografia di Alessandro (questo il vero nome del musicista) il giusto mezzo per emozionare. Tra i tre del podio, senza dubbio, la canzone migliore. Con buona pace del ministro Salvini. VOTO 9

“Il rito della città”, una perla folk-medievale firmata Francesco Pelosi 0 144

C’è un termine inglese che ormai è entrato nel linguaggio comune e indica la scoperta fortuita, e felice, di qualcosa che non stavi cercando. Il termine in questione è serendipity (serendipità in italiano) ed è attribuito a Horace Walpole, uno scrittore inglese del settecento, rimasto ammaliato dalle fortunose scoperte dei protagonisti della fiaba persiana “I tre principi di Serendippo”. Si potrebbe considerare la versione letteraria di quello che è successo a Colombo, che ha scoperto l’America navigando verso occidente alle ricerca delle Indie. Così come Walpole e Colombo anch’io ho fatto una scoperta fortuita.

È un venerdì sera uggioso, uno dei tanti venerdì sera uggiosi reggiani, io e un mio amico decidiamo di andare al concerto di The Niro (alias Davide Combusti), un cantautore romano che si esibisce al centro sociale Catomes Tôt. Arriviamo, ordiniamo una birra e un bicchiere di Lambrusco, ci mettiamo comodi e aspettiamo l’inizio del concerto. Passano i minuti, le birre e i bicchieri di Lambrusco, ma di The Niro non si vede neanche l’ombra. Sul palco, però, c’è un ragazzo con le basette alla Corto Maltese che accorda una chitarra; il gestore del centro si avvicina e gli chiede se è pronto, lui fa cenno di sì, si siede sullo sgabello e si presenta: si chiama Francesco Pelosi, viene da Parma e presenta il suo album “Il Rito della Città“. Dai primi accordi emergono la sua anima folk, i richiami al cantautorato italiano da Guccini a Jannacci, passando per Gaber, e una ricerca attenta e minuziosa delle parole. La sua voce forte da “musico gentil” si accompagna perfettamente ai testi di stampo popolare. La sua scrittura icastica riporta indietro nel tempo, fino al medioevo, all’epoca di Gherardo Segalello – fondatore della setta ereticale degli Apostolici – il francescano che ha rinnovato la vita religiosa, distribuendo ogni suo avere ai poveri e dedicandosi alla penitenza, arso vivo il 18 luglio del 1300. I testi pieni di riferimenti e mai banali fanno di Francesco un vero e proprio artigiano delle parole che cesella ogni verso ed ogni rima affinché tutto si intrecci alla perfezione. Rimango folgorato (ovviamente non come Paolo sulla via di Damasco) e decido, dunque, di comprare il disco e di fargli i complimenti. Finisce di suonare The Niro, ci concediamo il bicchiere della staffa e torniamo a casa sotto la neve.

Una volta a casa mi metto ad ascoltare attentamente il disco e scopro che il pezzo di apertura “Sonno” si gioca in due soli accordi, RE e DO, ed è ispirato a un antico canto greco già interpretato – com’è riportato nella copertina dell’album – dagli Area del mitico Demetrio Stratos in “Gerontocrazia”.

Il secondo pezzo “O morte” è una piccola ode alla morte, un richiamo alla ferale “regina”; un’invocazione in Re- impreziosita dall’intenso recitar cantando che accompagna la melodia dall’inizio alla fine.

1260” è un piccolo trattato storico-teologico messo in musica; la forza delle immagini ci riporta a una città austera (Parma) in fermento per i cambiamenti radicali nella vita religiosa. Ce ne sono diverse significative, ma la più evocativa e dirompente secondo me è questa: «Forza piangete mestissime madri; coi mattoni della legge hanno alzato prigioni. E siamo incatenati al par dei manigoldi alle pietre delle religioni che alzano bordelli.»

Il quarto brano si apre col suono prepotente di un violoncello. È la “Storia di un fiore”, un fiore che nasce dal nulla, si fa uomo e canta una canzone disperata. L’harmonium arricchisce il finale e dà quel tocco di magia in più che non guasta mai.

Al concerto Francesco ha dedicato una canzone alla signora, più precisamente alla regina, della notte. Io e il mio amico inconsapevoli del fatto che si riferisse a Nico le abbiamo sparate tutte, ad esempio: Patti Smith e un improbabile essere mezzo donna mezzo Marzullo, figlio delle troppe o troppe poche birre e dei troppi o troppi pochi bicchieri di vino. In ogni caso la canzone, intitolata appunto “Nico”, è un omaggio alla grandissima artista poliedrica. L’atmosfera gotica accompagna il pezzo dall’inizio alla fine.

Il rito della città” è la chiave di volta di quest’album, è il filo rosso sottile che si dipana da qui e si intreccia in ognuna delle undici pietre preziose che formano questa splendida collana. Il rito della città è la fotografia di un movimento statico, un’ossimorica compresenza: la città si muove ma resta ferma; vive, ma non sembra respirare; invecchia ma resta sempre giovane. È invisibile e trascendente. La città è un non luogo, ma allo stesso tempo è un valzer frenetico che non ti puoi permettere almeno di accennare.

L’album è arricchito da una perla rara: una canzone in dialetto goriziano che rimanda ai luoghi descritti nei romanzi di Claudio Magris. “Nordest” è veramente una dolse canzón accompagnata perfettamente dal suono magico di una fisarmonica.

La canzone dei poeti russi” è una brano che ti lascia un senso di leggerezza impressionante. Ti disarma, e non puoi fare altro che restare inerme ad ascoltare. Il violino cullante ti avvicina al nirvana.

La nona canzone “The Auld Triangle” è una canzone contro la guerra composta da Dominic Behan e scritta dal fratello Brendan per un’opera teatrale. In questo pezzo c’è da sottolineare la collaborazione di Luigi Martinelli (voce e violino) e di Nicolas Furlan (voce e chitarra acustica).

Le belle canzoni” mi ricorda a tratti – come ho detto a Francesco– “La leggerezza” di Gaber. È un testo profondo, che denuncia in modo larvato la diserzione delle belle canzoni in favore di quelle loffie e frivole. La dissolvenza e la presenza finale del pianet chiudono il brano.

“No pasaràn” è il pezzo che chiude l’album. L’introduzione dal carattere onirico è figlia di un solo di fisarmonica e dei synth. Nel finale c’è una sorpresa che non vi svelo, lo scoprirete solo ascoltando.

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