Inschemical, il disco d’esordio che tutte le band vorrebbero pubblicare 0 1242

Gli Inschemical sono una band alt-rock di origini calabresi, nati dalle ceneri della band progressive metal Endforce ed attivi ormai dal 2012, il cui primo disco d’esordio – omonimo – è uscito solo il 31 marzo scorso. “Inschemical” è un album ricco di riferimenti alle vicende dei luoghi di provenienza della band (uno fra tutti, purtroppo, il rapporto tra mafia e tessuto sociale), ma tratta anche temi sociali rilevanti come la pedofilia e la solitudine umana. La componente metal pregressa della band risuona molto nelle composizioni del disco, ma la sfaccettatura hard-rock tutta italiana prende il sopravvento su ogni traccia, strizzando l’occhio a gruppi come Linea 77 e Litfiba. Composto da otto brani, il disco scorre abbastanza piacevolmente per tutta la sua – breve ma corposa – durata.

“Inschemical” si apre con il brano “Affine al mio Tempo”. La prima impressione che si ha ascoltando l’introduzione del pezzo risuona nella mente dell’ascoltatore più o meno come un sospirato “Oh, sì!”. Ed è un’impressione che diverrà costante fino alla fine del disco, anche nei momenti “flop” (pochi) che si incontreranno lungo la via. Il suono per niente grezzo degli strumenti fa subito capire perché ci sono voluti 6 anni per la prima pubblicazione: la coesione della band è forse la qualità che più emerge ascoltando questo disco che, per le prime tre tracce, fino al singolo estratto “Un Nuovo Inizio”, dà davvero l’idea di un gruppo molto affiatato.

Il primo momento “flop” arriva con “Allegoria di un Giorno”, e le ragioni sono plurime. Innanzitutto, come accennato dalla stessa band, il brano è uno dei primi registrati dal gruppo appena formatosi, ed è evidente la ricerca di “una via”, un sound che possa dare identità alla formazione. Il ritornello suona un po’ banale, i limiti vocali del cantante e chitarrista, Enea Bruno, emergono più rapidamente, e forse la scelta più azzeccata è stata posizionare la track al centro del disco, così da non lasciare l’amaro in bocca in caso di uno skip azzardato. Non fraintendeteci, non si tratta di un “cattivo” pezzo (non del tutto almeno), ma sicuramente non all’altezza delle prime tre tracce e di ciò che verrà dopo.

Ed è proprio il brano successivo, “Buio”, a farci tirare un sospiro di sollievo. La linea di basso iniziale accompagna l’ascolto per tutta la sua durata e risuona dentro chi l’ascolta come una carezza cui seguono le parole del testo cupamente rassicuranti: è un po’ come essere accuditi da Morticia Addams nella maniera più tenera possibile, ma con la consapevolezza di non fare Addams di cognome. “Buio” è il momento più alto del disco, i cambi di tempo e metrica vocale sono un toccasana per la scorrevolezza del brano e fanno davvero ben sperare per un successivo lavoro della band.

La Favola Sbagliata” prosegue il momento top del disco: gli arpeggi iniziali sono un toccasana prima di sentire la batteria emergere prepotentemente: Giovanni Benvenuto, bacchette alla mano, sa il fatto suo e non lascia niente al caso. Il brano ricorda vagamente il sound dei Casablanca, discorso sul quale torneremo nel debriefing che seguirà. Il ritornello scaccia i cattivi pensieri fatti con quello di “Allegoria di un Giorno”, la voce potente di Enea Bruno emerge in tutta la sua cattiveria, celando una malinconia di sottofondo che, per rimanere sul discorso delle “favole sbagliate”, ricorda un po’ la stessa malinconia che accompagna e segue certe favole di Gianni Rodari.

Controinformazione” è il brano più veloce del disco, ti prende per mano e ti trascina passo passo verso la fine. Sonorità un po’ più pop sono presenti all’interno di questa traccia, che scorre davvero bene tra i vari cambi di tempo e bridge studiati che anticipano il ritornello potente a massiccio. Ma è nel brano successivo che arriva la vera chicca.

La Ricerca” è il classico brano di chiusura: è il brano lento e sopito – in senso positivo; quello che metà delle band di questo mondo chiamano “In the End”, “The End” e tutti quei titoli con “End” nel nome che, per mancanza di fantasia, devono per forza dire all’ascoltatore che il disco è finito. Gli Inschemical decidono dunque di chiudere un disco che fa del “rumore” il suo punto focale nella maniera più classica possibile, ma senza scadere davvero nel banale e, anzi, dando buona prova della versatilità della band.

“Versatile” è l’aggettivo che più si presta a descrivere la formazione calabrese. Come accennato, gli “Inschemical” nascono dagli Endforce e dal bisogno di Enea Bruno di ricercare altrove le emozioni che, forse, il progressive metal non trasmetteva più. Il disco d’esordio è l’album che tutte le band vorrebbero produrre per presentarsi al pubblico per la prima volta. La lunghezza è perfetta, sette tracce sarebbero state decisamente troppo poche, nove tracce avrebbero un po’ stufato. Non un disco eccelso da 10/10, ma neanche una banalità in cui, per il genere della band, sarebbe stato facile scadere. Le influenze del Teatro Degli Orrori e dei Litfiba è fortissima, ma l’accostamento che più vien facile da fare è quello con i Casablanca. Il sound è quasi quello, il genere anche: chiaro che mettersi a fare veri paragoni fra le due band non gioverebbe certo agli Inschemical, se non altro per la caratura musicale di un mostro sacro come Max Zanotti, ma puntare al livello dei Casablanca potrebbe essere utile per il raggiungimento di certi standard qualitativi in futuro. Le potenzialità non mancano di certo.

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“Love and Rain”: Savage ci riporta negli anni ’80 0 226

1984, 2010, 2020.
Il debutto, la fase di mezzo e il ritorno di Roberto Zanetti; in arte Savage.

Chi è Roberto? Se ci avessero fatto questa domanda nella sua “era”, nei magici anni ’80, un’occhiataccia dettata da un “ma davvero non sai chi sia?” ci sarebbe arrivata. Ma adesso, a distanza di trentasette anni dal suo debutto, in un periodo storico totalmente diverso, ci sentiamo in dovere di rispondere tranquillamente. Roberto nasce a Massa nel 1956, inizia la sua carriera con diversi gruppi (Fathima, Pronipoti Sangrìa, Santarosa e Taxi), partecipa a diverse trasmissioni ottenendo numerosi successi e collabora da anni con artisti di un certo spessore: tra i tanti, Zucchero. Mi piace definire questo artista come il Giorgio Moroder dell’italo-disco e dell’eurodance. Inizia la sua carriera nel 1983 e, un anno più tardi, pubblica il suo primo album: Tonight (1984). Da quel periodo in poi inizia la sua ascesa: conosce Zucchero, produce, cavalca l’onda della musica house e lancia alcuni artisti di grande successo come Alexia. Nel 2010, a distanza di 26 anni dal primo, pubblica il suo secondo album (anche se definirlo così è errato; si tratta di greatest hits: Ten Years Ago (2010), fermandosi in seguito per altri dieci anni e ripresentandosi oggi con il suo ultimo lavoro: Love and Rain (2020). Quest’ultimo, presentato a San Valentino attraverso il singolo I Love You, è un omaggio agli anni ’80, un regalo ai nostalgici, un passato che si ripropone andando a creare i famosi nostalgici di un qualcosa che non si è vissuto; gli anni ’80 hanno questo potere.

Love and Rain è un lavoro composto da sedici canzoni; quelle che a parer nostro basterebbero per creare una serata degna di tale nome nelle attuali discoteche italiane. L’album viene definito scherzosamente dall’artista come guitar free, per il fatto che non sono state usate chitarre in nessuna canzone. Sono presenti violini veri che si sposano perfettamente con l’elettronica pop, creando il sound romantico di Savage. Un disco dove canzoni d’amore e malinconia vanno alla ricerca del tipico sound elettro-pop contaminato da batterie elettroniche e sintetizzatori. Con una copertina che rimanda al Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich: un uomo in abito nero, di spalle, con le mani in tasca e lo sguardo rivolto in avanti, verso l’alto. Tanti sono i significati e, personalmente, a noi piace attribuire quello del piacere del viaggiare, della scoperta. Un viaggio a ritroso nel tempo fino ad arrivare negli anni ’80; una scoperta per alcuni, un ritorno al passato per molti altri. Un’arma per andare avanti data dall’esperienza di anni che non abbiamo vissuto ma che possiamo vivere attraverso questo lavoro.

Quindici inediti, sommati alla versione sinfonica del suo più grande successo dal titolo Only You, danno vita a questa capsula del tempo. Viaggio che ha inizio attraverso una breve e romantica introduzione, Every second of my life, caratterizzata da violini e da una voce struggente. Dal secondo brano in poi si entra, di colpo, negli anni ’80: Don’t say you leave me è questo; un uomo cade dal cielo, dal futuro, trovandosi di colpo nelle atmosfere pop sinfoniche degli anni ’80. Atmosfere che faranno da sfondo a tutti i brani presenti in Love and Rain, senza rendersi mai banali e presentandosi prive di scontatezza. Sound, che dalla prima alla sedicesima canzone, si offre a diversi temi. Come quello dell’amore, presente nella maggior parte dei brani e in diverse forme. L’amore che crea delusioni (Alone); che riappare dopo anni sotto forma di ricordo (Remember Me); che dà vita a un tributo (Italodisco); che si dichiara per la prima volta (Your Eyes); e l’amore per ciò che ci circonda, per la vita, per il nostro ambiente: “We are the future”.

Un eterno romantico. Un uomo che attraverso la sua musica ha il potere di far innamorare una nuova generazione e, soprattutto, la possibilità di consolidare il rapporto con chi quel periodo lo ha vissuto davvero, dicendogli: “nulla è andato”. Ri-accendendo speranze che da trent’anni a questa parte sembrano svanite. Savage è questo: una donna che si culla tra le braccia di un uomo sotto una luce stroboscopica; un abbraccio nel tempo, tra gli anni ’80 e i 2000 inoltrati. Tra le speranze di allora e le consapevolezze di adesso, ma con la forza necessaria per andare verso l’ignoto.

“Romantica Io”: Pia Tuccitto scrive una pagina del rock italiano 0 418

D’amore e ombra – come il titolo di un famoso romanzo di Isabel Allende -: è di questo che parla “Romantica Io“, l’ultimo album di Pia Tuccitto, rocker bolognese dall’animo nobile. Il lavoro, uscito il 31 gennaio e interamente autoprodotto, è figlio della poliedricità di questa grande artista che ne ha curato ogni minimo dettaglio, dalle musiche ai testi, passando per la copertina. Cantautrice, pittrice, protagonista/deuteragonista/voce dello spettacolo Ioelei, messo in scena con la compagna di palco Federica Lisi, la sua carriera parte nel 1993 quando, dopo la partecipazione al festival Nuove Voci di Castrocaro, viene notata da Vasco Rossi che ne apprezza il talento e la invita a far parte della sua scuderia. Da qui nasce un sodalizio artistico che la porta a scrivere per interpreti del calibro di Patty Pravo, Irene Grandi e lo stesso Vasco.
Romantica Io” è l’opera terza ed esce a quindici anni di distanza dall’album d’esordio “Un segreto che” e a dodici da “Urlo” prodotto da Frank Nemola e Guido Elmi per l’etichetta Bollicine/EMI Capitol Music. Questo lavoro è un compendio: racchiude l’essenza di dodici anni di “inattività” discografica che sono stati invece ricchissimi dal punto di vista artistico e amoroso. L’amore, appunto, è il filo conduttore dell’album e  viene declinato in tutte le sue forme. Alla realizzazione e alla limatura hanno partecipato: Corrado Castellari in veste di autore delle musiche di due brani, Bettina Baldassarri, Luca Bignardi che ha curato l’arrangiamento di sette brani e Frank Nemola che ha arrangiato i restanti quattro brani.

Romantica io” (title track) è il brano d’apertura, la dichiarazione d’intenti di un lavoro perfettamente messo a fuoco da un’artista matura. Questa maturità artistica corrisponde – mutatis mutandis – ad una maturità sul piano amoroso e questo è chiaro già nell’incipit del brano: “io per amarti son dovuta invecchiare”. Così com’è chiara, sempre dalle prime battute, l’attitudine rock dell’artista bolognese che non usa espedienti o mezzi termini: “io per amarti ti ho lasciato suonare la mia chitarra da rocker”.  Il graffio nella voce ricorda molto Patty Pravo, ma anche e soprattutto Irene Grandi in “Colpa del Lupo”. L’influenza è evidente e non per via di una supponente forma di pareidolia, per la quale noi che recensiamo siamo tenuti a ricondurre il tutto a qualcosa di conosciuto.

Atmosfera cupa e onirismo in “Come nei films”. Il sound distorto e la voce sensuale ci danno l’abbrivio e ci trasportano all’interno di un racconto di un amore immaginario. Un amore senza confini e che attraverso la voce e le parole cerca la sua reificazione. L’inizio ricorda molto “Tre volte dentro me” di Mina e Afterhours.

L’animo rock emerge prepotentemente in “Com’è bello il mio amore”. La chitarra e la batteria seguono un ritmo preciso e martellante e accompagnano la voce fino all’esplosione nel ritornello. Questo brano è l’essenza del disco.

La chitarra lascia il posto alla tastiera nell’intento di ricreare una precisa atmosfera malinconica. “Perché tutto muore” è un brano ricco di pathos e dal carico emozionale abnorme. Parla dell’amore che finisce, di un sentimento nocivo e logorante che si dissolve nel vento come il fumo di una sigaretta che si spegne e ti lascia un imperituro amaro in bocca.

My Radio” ci riporta agli anni ‘80 quando il binomio dance-rock dava vita a spettacoli corali allietati da gioie lisergiche. Allora l’avanguardia era definita new wave e sfociava spesso in quello che profanamente veniva chiamato alternative rock. In questo pezzo vengono fusi assieme Neil Tennant, Freddie Mercury e Patty Pravo e il risultato è sorprendente. È il pezzo che continui a cantare per tutto il giorno e che provoca l’orchite/colpite a tutti quelli che ti stanno accanto.

Il sesto brano non ha bisogno di presentazioni. Si tratta di “E…”, pezzo scelto e portato al successo da Vasco, che l’autrice riabbraccia come un figlio che ha vissuto all’estero e non vedeva da tempo. Questa è la dichiarazione d’amore per eccellenza, priva di perifrasi e circonlocuzioni (che poi sono la stessa cosa).

Tu Sei Un Sogno Per Me” è il leitmotiv che accompagna lo spettacolo Ioelei messo in scena dall’artista insieme a Federica Lisi. Si tratta di un brano intimo e sincero che si fa colonna sonora di un amore, di una vita, di un viaggio.

L’eterogeneità di stili e generi è esplicitata in “Sto benissimo”: l’inizio in stile Subsonica lascia presto il posto al graffio della chitarra elettrica che sposta il focus è riporta il brano nell’alveo del rock puro e grezzo. L’armonia di chitarre e batteria è perfetta, come in tutto il resto del disco.

Stupida per te” ha l’incedere lento e malinconico di una classica ballad. Questo è la riprova che questa grande artista – come ogni grande artista – non si focalizza su un unico genere, ma spazia all’interno di un ventaglio di stili e generi che le appartengono tutti.

Nel disco c’è spazio per una sorta di intermezzo: “Quante volte sono da sola con te”. Ancora una volta è forte, oltre che necessario, il richiamo a Mina. Si tratta del pezzo più breve dell’album, ma che – per l’icasticità delle immagini che evoca – risulta uno dei più intensi.

Il brano che chiude l’album è “7 aprile”, pubblicato precedentemente in un Ep nel 2013. Si tratta del pezzo mancante, quello che completa e sublima il puzzle. È un brano ricco di colori e sfumature: la chitarra acustica presente all’inizio del pezzo viene sostituita e sovrastata da quella elettrica nel ritornello. La natura multiforme dell’album emerge in modo prepotente in questo brano.

Pia Tuccitto ha scritto un’altra pagina importante del rock italiano. La sua maturità artistica è la vera chiave di volta di questo grande album: la cura minuziosa di ogni dettaglio, l’attenzione e l’oculatezza di ogni singola scelta – dalle parole alle musiche – sono i due ingredienti di questo cocktail perfetto. Rimanendo in campo alcolico si potrebbe dire che sia come il vino che col passare del tempo migliora!

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