Inschemical, il disco d’esordio che tutte le band vorrebbero pubblicare 0 763

Gli Inschemical sono una band alt-rock di origini calabresi, nati dalle ceneri della band progressive metal Endforce ed attivi ormai dal 2012, il cui primo disco d’esordio – omonimo – è uscito solo il 31 marzo scorso. “Inschemical” è un album ricco di riferimenti alle vicende dei luoghi di provenienza della band (uno fra tutti, purtroppo, il rapporto tra mafia e tessuto sociale), ma tratta anche temi sociali rilevanti come la pedofilia e la solitudine umana. La componente metal pregressa della band risuona molto nelle composizioni del disco, ma la sfaccettatura hard-rock tutta italiana prende il sopravvento su ogni traccia, strizzando l’occhio a gruppi come Linea 77 e Litfiba. Composto da otto brani, il disco scorre abbastanza piacevolmente per tutta la sua – breve ma corposa – durata.

“Inschemical” si apre con il brano “Affine al mio Tempo”. La prima impressione che si ha ascoltando l’introduzione del pezzo risuona nella mente dell’ascoltatore più o meno come un sospirato “Oh, sì!”. Ed è un’impressione che diverrà costante fino alla fine del disco, anche nei momenti “flop” (pochi) che si incontreranno lungo la via. Il suono per niente grezzo degli strumenti fa subito capire perché ci sono voluti 6 anni per la prima pubblicazione: la coesione della band è forse la qualità che più emerge ascoltando questo disco che, per le prime tre tracce, fino al singolo estratto “Un Nuovo Inizio”, dà davvero l’idea di un gruppo molto affiatato.

Il primo momento “flop” arriva con “Allegoria di un Giorno”, e le ragioni sono plurime. Innanzitutto, come accennato dalla stessa band, il brano è uno dei primi registrati dal gruppo appena formatosi, ed è evidente la ricerca di “una via”, un sound che possa dare identità alla formazione. Il ritornello suona un po’ banale, i limiti vocali del cantante e chitarrista, Enea Bruno, emergono più rapidamente, e forse la scelta più azzeccata è stata posizionare la track al centro del disco, così da non lasciare l’amaro in bocca in caso di uno skip azzardato. Non fraintendeteci, non si tratta di un “cattivo” pezzo (non del tutto almeno), ma sicuramente non all’altezza delle prime tre tracce e di ciò che verrà dopo.

Ed è proprio il brano successivo, “Buio”, a farci tirare un sospiro di sollievo. La linea di basso iniziale accompagna l’ascolto per tutta la sua durata e risuona dentro chi l’ascolta come una carezza cui seguono le parole del testo cupamente rassicuranti: è un po’ come essere accuditi da Morticia Addams nella maniera più tenera possibile, ma con la consapevolezza di non fare Addams di cognome. “Buio” è il momento più alto del disco, i cambi di tempo e metrica vocale sono un toccasana per la scorrevolezza del brano e fanno davvero ben sperare per un successivo lavoro della band.

La Favola Sbagliata” prosegue il momento top del disco: gli arpeggi iniziali sono un toccasana prima di sentire la batteria emergere prepotentemente: Giovanni Benvenuto, bacchette alla mano, sa il fatto suo e non lascia niente al caso. Il brano ricorda vagamente il sound dei Casablanca, discorso sul quale torneremo nel debriefing che seguirà. Il ritornello scaccia i cattivi pensieri fatti con quello di “Allegoria di un Giorno”, la voce potente di Enea Bruno emerge in tutta la sua cattiveria, celando una malinconia di sottofondo che, per rimanere sul discorso delle “favole sbagliate”, ricorda un po’ la stessa malinconia che accompagna e segue certe favole di Gianni Rodari.

Controinformazione” è il brano più veloce del disco, ti prende per mano e ti trascina passo passo verso la fine. Sonorità un po’ più pop sono presenti all’interno di questa traccia, che scorre davvero bene tra i vari cambi di tempo e bridge studiati che anticipano il ritornello potente a massiccio. Ma è nel brano successivo che arriva la vera chicca.

La Ricerca” è il classico brano di chiusura: è il brano lento e sopito – in senso positivo; quello che metà delle band di questo mondo chiamano “In the End”, “The End” e tutti quei titoli con “End” nel nome che, per mancanza di fantasia, devono per forza dire all’ascoltatore che il disco è finito. Gli Inschemical decidono dunque di chiudere un disco che fa del “rumore” il suo punto focale nella maniera più classica possibile, ma senza scadere davvero nel banale e, anzi, dando buona prova della versatilità della band.

“Versatile” è l’aggettivo che più si presta a descrivere la formazione calabrese. Come accennato, gli “Inschemical” nascono dagli Endforce e dal bisogno di Enea Bruno di ricercare altrove le emozioni che, forse, il progressive metal non trasmetteva più. Il disco d’esordio è l’album che tutte le band vorrebbero produrre per presentarsi al pubblico per la prima volta. La lunghezza è perfetta, sette tracce sarebbero state decisamente troppo poche, nove tracce avrebbero un po’ stufato. Non un disco eccelso da 10/10, ma neanche una banalità in cui, per il genere della band, sarebbe stato facile scadere. Le influenze del Teatro Degli Orrori e dei Litfiba è fortissima, ma l’accostamento che più vien facile da fare è quello con i Casablanca. Il sound è quasi quello, il genere anche: chiaro che mettersi a fare veri paragoni fra le due band non gioverebbe certo agli Inschemical, se non altro per la caratura musicale di un mostro sacro come Max Zanotti, ma puntare al livello dei Casablanca potrebbe essere utile per il raggiungimento di certi standard qualitativi in futuro. Le potenzialità non mancano di certo.

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I Babil on Suite tornano con “Paz”: l’animo pop del collettivo tra funky, dance e jazz 0 50

Tornano i Babil On Suite, collettivo di DJ, musicisti e compositori catanesi.
Lo fanno con Paz, un caleidoscopio sonoro composto da 11 tracce che abbracciano diverse sonorità: dalla dance al funky, dal jazz alla samba, dall’electro swing alla musica etnica. Il tutto mantenendo la leggerezza e la semplicità dell’animo spiccatamente pop che pervade l’intero lavoro. La band, che vanta collaborazioni passate con nomi del calibro di Lucio Dalla, Max Gazzè e Samuele Bersani, questa volta si affida alle voci di Caterina Anastasi, Manola Micalizzi e Geo Johnson. Ma c’è spazio anche per una partecipazione di spessore come quella di Mario Venuti, coinvolto nel brano Boa Babil On.

Il viaggio musicale proposto da “Paz” (“pace” in portoghese e, allo stesso tempo, «omaggio al disegnatore Andrea “Paz” Pazienza»), parte dai sobborghi di Minneapolis con 2 Loose 2 Loose. Il brano, che vede Johnson come vocalist, è un accattivante funky che rimanda alle sonorità tipiche del producer londinese Mark Ronson.

Call Another Boy, il singolo scelto per anticipare l’uscita del disco, parte con un riff di piano che non può non ricordare l’iconico groove di Praise You(Fatboy Slim), salvo poi procedere verso un’altra direzione (un pop elettronico con venature swing). Sicuramente uno dei brani più efficaci di un disco che, nel complesso, ricerca puntualmente melodie orecchiabili e beat ballabili.

Segue l’esotica Boa Babil Onche, come detto, vede la partecipazione di Mario Venuti. Samba, bossa nova e dance si contaminano e si mescolano per dar vita ad un brano estivo ed effervescente.

Proseguono le suggestioni etniche con la gioiosa Little Lamb, che unisce canti tribali e viscerali di origine africana a un più moderno rap. Il tutto sorretto da solide architetture sonore di stampo electro funk.

Cambia nuovamente il registro con la successiva From the Distance, che fonde le solite sonorità soul/funk a un più nostalgico e rarefatto synthpop anni ’80. Non a caso la linea di basso, che sorregge e guida il pezzo per tutta la sua durata, è un chiaro richiamo alla hit di Donna Summer, “I Feel Love.

Contrappunti di archi pizzicati introducono la spensierata You Can Be Free, brano leggero e fanciullesco che restituisce efficacemente il senso di libertà richiamato nel titolo, anche grazie all’outro affidato alle giovani voci del coro interscolastico “Vincenzo Bellini” di Catania.

In questo sconfinato contenitore musicale proposto dai Babil On Suite non poteva mancare un richiamo alla “loro” Italia. Ed ecco che a essere campionata, in In My Cinema, è la sigla di Lunedì Film di Lucio Dalla, ritagliata e inserita in un coinvolgente mash-up dalle sonorità electro dance.

È poi il turno della title track Paz, che funge da perfetta sintesi dell’intero lavoro. Il brano, forte della solita efficace melodia pop (qui fischiettata), riesce a mescolare con il giusto equilibrio la modernità di synth e drum machine e la tradizione di strumenti etnici (in questo caso una kora africana). Il portoghese del ritornello si alterna all’inglese delle strofe, componendo un mosaico sonoro dai mille tasselli.

Cassa dritta, suadenti riff di tromba e ritmi “carioca” per la liberatoria Agora: un inno potente e vitale che invita gli ascoltatori a unirsi nella danza, dimenticando ogni distinzione razziale.

È poi il turno dell’irresistibile Sing it Back, successo internazionale anni ’90 firmato Moloko e qui rivisitato dai BOS in una chiave electro swing più che affine alle sonorità dell’olandese Caro Emerald.

Conclusione affidata a The Safari Now, che ci riporta sotto il sole della calda Africa. I sample dei canti tribali s’intrecciano con l’inglese del testo, in un festoso brano dance pop che chiude un lavoro sicuramente convincente per varietà e piglio internazionale.

Intervista a Daniele del Muro del Canto: “Contenti del nuovo disco; Giancane? Sta facendo bene; Roma? Eh…” 0 73

Abbiamo chiacchierato con Daniele Coccia, il frontman de Il Muro del Canto​, band romana attualmente impegnata nel tour promozionale del loro ultimo lavoro in studio: “L‘Amore Mio Non More“. Abbiamo parlato di molte cose: dell’album, del tour, dell’abbandono di Giancarlo Barbati (in arte Giancane​) e del messaggio universale che la band vuole mandare attraverso il “proprio” modo di comunicare. “L’Amore Mio Non More” è il quarto lavoro in studio della band romana, parla di un amore nostalgico e allo stesso tempo amaro, che non si limita al sentimento ma pervade ogni altro aspetto; in particolare quello sociale, culturale, oltre all’amore verso la vita. “Una resistenza che noi teniamo viva verso l’amore in generale”.

Ciao Daniele! Come stai? Come sta andando il tour? È iniziato il 16 novembre ad Asti e sono passati due anni da ‘Fiore de Niente’. Noti qualcosa di diverso dal precedente lavoro?
“Si si, mo che è uscito il disco nuovo, ‘L’Amore Mio Non More’, noto che è cresciuta ulteriormente l’attenzione nei nostri confronti. Sono molto contento perché se ne parla tanto, ci hanno aspettato di più anche al nord e questo vuol dire che qualcosa progredisce in senso positivo; quindi si, siamo davvero contenti attualmente di come stanno andando le cose.”

Ieri stavo osservando la copertina dell’album in cui vengono raffigurati un orologio, un serpente e un pettirosso. Il tema del tempo viene individuato subito; con gli altri elementi raffigurati cosa volete comunicare?
“Guarda, gli altri elementi simboleggiano un po’, diciamo, il bene e il male nel cammino della vita; e la vita è intesa appunto come ‘tempo’. Invece il titolo sta a indicare che in questo cammino noi preferiamo porre l’accento sull’amore, un amore che va oltre, che non si limita all’aspetto sentimentale ma va anche verso gli aspetti sociali. Diciamo che è una sorta di resistenza che noi teniamo viva verso l’amore in generale. Non so se mi sono espresso bene.”

Un amore immortale ma doloroso. Possiamo intenderlo come ‘due innamorati che non vogliono perdersi ma che non hanno più nulla da darsi’?
“Non solo, non sono due persone in realtà; noi intendiamo l’amore verso la vita, verso la cultura, verso varie cose. Questo teniamo a precisare, è l’amore rispetto agli aspetti positivi della vita.”

I due singoli ‘Reggime er gioco’ e ‘La vita è una’ mostrano la vostra scelta di tenere ben saldo un piede nelle vostre radici. Di solito cantare in dialetto, parlare di una realtà specifica, restringe il campo d’azione; nel vostro caso invece è accaduto l’opposto, avete infatti da tempo un ottimo seguito anche oltre le mura di Roma.
“Si si, guarda, il romano non è un dialetto molto stretto, è molto comprensibile. Ho capito che comunque è anche un modo di ‘essere’ molto amato dappertutto. E poi diciamo che è solo un “colore” della romanità perché è talmente comprensibile che molti ci chiedono se noi parliamo con un accento romano o se parliamo proprio in dialetto. In realtà il dialetto romano è comprensibilissimo, non è un dialetto stretto, è questo che forse ci aiuta un po’.”

Quindi questa scelta non è mai stato un limite per voi?
“No, anzi. È stata una cosa che secondo noi ha fatto affezionare il pubblico. Poi ecco, se a qualcuno crea fastidio non lo so, però non è stato mai un limite ma forse il nostro asso nella manica; è quello che ci differenzia dalle altre proposte.”

Nei video dei due singoli compaiono due grandi attori: Vinicio Marchio e Marco Giallini, due attori che, come spesso accade, sono legati all’immagine dei loro personaggi interpretati in Romanzo Criminale. Credi che il pubblico potrebbe non percepire a pieno il messaggio dei video a causa di questa influenza?
“Si, vabbé, è vero, però entrambi hanno fatto tantissimo anche dopo Romanzo Criminale. Io penso che tutti e due siano ormai usciti da quel periodo lì nel tempo. Giallini negli ultimi anni ha avuto una consacrazione impressionante e Vinicio sta facendo tantissimo teatro. Magari la gente non lo sa perché segue solamente quel tipo di telefilm. Si, comunque si, molti erano legati a quei film, ma io me sento de dì che sono passati molti anni e sono stati bravissimi ad interpretare i personaggi dei due singoli.”

Come è nata la collaborazione? Cosa vi ha fatto dire “sono proprio loro due quelli che cerchiamo”?
“È nato tutto per caso, ci siamo incontrati ed entrambi ci sembravano proprio perfetti per incarnare una certa Roma che, comunque, è soprattutto popolare; insomma, una certa visione di Roma e della cultura che viene dal basso. Quindi per noi è stato proprio automatico chiedere se gli annava di partecipare e loro sono stati entusiasti fin da subito. È stato molto gratificante perché siamo loro fan oltre che amici, quindi sì: siamo stati molto contenti.”

Attraverso questi video avete fatto notare un’influenza cinematografica. Già in passato avete varcato le porte dell’audiovisivo, dalla colonna sonora della serie tv di ‘Suburra’ a ‘Go Home a casa loro‘. È avvenuto tutto in maniera naturale? Le vostre influenze cinematografiche hanno influito?
“Guarda, noi amiamo molto il cinema, chi ci ascolta ci dice che creiamo molte immagini quindi, ecco, è venuto un po’ da sé. Noi appunto cerchiamo di creare ottimi videoclip, di colonne sonore ci piacerebbe farne anche di più e la collaborazione con loro è stata eccezionale. Poi noi siamo proprio amanti del cinema e per quanto ci riguarda…che ben vengano queste collaborazioni. Nasce tutto dalla nostra passione per Pasolini, per il cinema romano e anche quello moderno; noi e il cinema andiamo d’accordo ma bisogna vedere se in futuro il cinema andrà d’accordo con noi!”

Ascoltando ‘Roma Maledetta’ non ho potuto far altro che pensare ad una perfetta associazione con un’eventuale pellicola cinematografica.
“Si, anche noi, abbiamo infatti in mente di fare un video su questa canzone. Ma vediamo un po’ con che tempi…”

Nel corso degli anni si è evoluto molto il vostro sound e adesso collocarlo in un genere specifico potrebbe essere molto difficile e riduttivo. Non credi?
“Io lo spero guarda, lo spero [Ride, n.d.r.]. A noi per esempio la classificazione ‘folk’ ci sta un po’ stretta – in realtà ci definiscono così forse perché magari cantiamo in dialetto. Ma noi siamo più affezionati al rock americano, che in realtà non c’entra niente col folk italiano. Siamo più, appunto, verso il folk americano, quello italiano non è rappresentato nella nostra musica e non ci rappresenta. Però ecco, le definizioni le lasciamo agli ‘addetti ai lavori’, noi cerchiamo di non fossilizzarci su un suono. Quello che siamo è l’unione de sei musicisti, che dà poi un genere che diventa il “nostro”. Non siamo derivativi, non ci piace copiare, è una cosa che lasciamo evolvere lasciando il giudizio ai giornalisti e a chi ci ascolta. Ci fa piacere però sentire le varie opinioni…”

Spesso vi hanno inquadrato in quel genere definibile come ‘musica popolare moderna’; vi hanno anche definiti ‘i Lando Fiorini moderni’. Vi riscontrate un po’ in questo?
“Guarda, in realtà c’è anche quello. Tra l’altro nell’ultimo disco abbiamo messo una canzone che ha scritto lui [si riferisce a Ponte Mollo, n.d.r.]. Non ci dà fastidio nulla, pensiamo che una definizione sola potrebbe essere riduttiva, ma parlando un po’ di tutto potremmo andare sul riduttivo. Nel nostro caso siamo pure curiosi di vedere come ci definiscono, perché anche noi non sapremmo come…”

Con la morte di Lando potremmo dire che è scomparso l’ultimo grande cantante popolare romano, cosa che ha creato un grande vuoto nella cosiddetta ‘scena romana’.
“Anagraficamente era l’ultimo vivo, quindi penso che sia stato l’ultimo della vecchia scuola ancora in vita e purtroppo se né andato. Noi non siamo mai stati grandi fan di Lando Fiorini, però la canzone Ponte Mollo era bellissima, noi l’abbiamo sempre amata e da diversi anni la facevamo dal vivo con un arrangiamento che ci sembra perfetto per il brano. Però è un artista davanti al quale ci togliamo proprio il cappello.”

Lando Fiorini, cantautore romano scomparso nel 2017

Da romani quindi vi sentite in dovere di colmare questo vuoto che si sta creando nella scena?
“In realtà a Roma, se dovessimo paragonarla a Napoli per esempio, potremmo dire che è sempre stata molto povera di musica cantata in romano. Ma da sempre eh. Nel senso che a parte Gabriella Ferri e altri pochi casi forti degli anni sessanta e settanta, potremmo dire che già in passato, negli anni ottanta e novanta, si era creato un vuoto. Colmato solamente nel 2000 dagli Ardecore, band che ha ripreso a cantare le canzoni romane. E adesso si sta cantando in romano molto più di prima, lo vedo proprio intorno – e non solo perché ci siamo noi – e sono contento di questa cosa, perché si porta avanti una tradizione e una forma di canzone che, come se capisce, noi amiamo molto. Quindi il fatto che ci sia una rinascita, una nuova scuola, ci rende molto felici. È una cosa che noto molto e so che ai romani piace questo tipo di passione verso la propria città, quindi ci rendiamo conto che era un vuoto stupido, ed è stata un’ottima idea andarlo a colmare.”

Anche nella vostra band si è creato un vuoto. Giancane ha abbandonato…
“Si, eh… Giancane se n’è andato e ci dispiace molto. Ha un suo progetto, sta facendo bene e noi siamo contenti che stia andando così. Ci dispiace perché siamo amici da tanti anni ma siamo contenti che la cosa sia finita in armonia… e niente, magari continueremo a collaborare insieme, a vederci, come sta succedendo in questi giorni. Insomma, le strade si sono divise a livello artistico e non a livello umano.”

Come ultima domanda: Roma ancora non ha visto la vostra presenza durante il tour. Da poco avete deciso la data e sarà il 14 febbraio, il giorno di San Valentino…
“Si, suoneremo a Garbatella, un quartiere molto popolare, uno dei centri nevralgici della romanità. Ci suoneremo il 14 e speriamo che sia una grande festa e che tutti rimarranno contenti. Noi siamo molto felici perché ci manca proprio il pubblico romano. Le date sono andate molto bene anche a Milano, a Modena e a Torino, ma a Roma ci aspetta sicuramente molta più gente e sarà ‘na festa che sicuramente non dimenticheremo. Spero che vada tutto alla grande e…incrociamo le dita.”

A questo punto sarà obbligatoriamente questa l’ultima domanda: rispetto alle precedenti date ci sarà qualcosa di diverso a Roma?
“…guarda, in realtà ci sarà, ma non so se te lo posso dire; cioè, lo dico solo a te, però non lo scrivere! [Ride, n.d.r.]

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