Intervista a Carmelo Pipitone: “Cornucopia come un contenitore; il mondo? Una merda…” 0 571

“Cornucopia è un contenitore all’interno del quale confluiscono cose belle e brutte. Tutte insieme”.

Questa è la definizione che Carmelo Pipitone dà al suo primo lavoro da solista: Cornucopia (2018). Tutto nasce da una sorta di prova di coraggio, amalgamata a testi che già da tempo stavano nel cassetto dell’artista di origini siciliane; una voglia di vedere che aria tirasse fuori dalle solite mura, senza dover dar conto a nessuno se non a sé stesso.

Le presentazioni sono doverose, anche se nel suo caso potrebbero apparire superflue per molti. Carmelo Pipitone nasce a Marsala, fin da piccolo sviluppa la passione per la chitarra e la rende da subito un “prolungamento delle sue braccia”. Insomma, un altro modo per dire: “che bello sapere che dove finiscono le mie dita debba in qualche modo incominciare una chitarra”. Nel 2001 si sposta a Bologna e fonda i Marta sui Tubi; e con la band pubblica sei lavori in studio, in un percorso artistico durato 15 anni. Partecipa al festival di Sanremo nel 2013 e nel 2014 contribuisce a formare gli O.R.K, una superband con Lorenzo Esposito Fornasari (Bersèk), Colin Edwin (Porcupine Tree) e Pat Mastelotto (King Crimson). Non si limita e nell’estate del 2017 inizia a suonare con i Dunk, band composta da Ettore e Marco Giuradei e Luca Ferrari dei Verdena.

Nel 2018, come anticipato all’inizio, intraprende il suo primo progetto solista. Cornucopia è attualità, è critica, è consapevolezza del mondo in cui ci troviamo. E possiamo dirlo: un mondo di merda.
All’interno vi sono temi sociali, politici e religiosi, tutti insieme: il bene e il male in unico vaso, la Cornucopia. È il racconto di un condannato a morte, che vaga tra otto brani legati tra di loro attraverso un filo comune; insomma, una sorta di concept album. Un personaggio bipolare, che salta da un testo all’altro e che per ognuno cambia umore restando sempre negativo. A testimonianza della realtà che troviamo ogni giorno e che dobbiamo affrontare.
Una critica al potere, a chi strumentalizza l’immigrazione per fini propri e una singolare visione della religione: “la continua ricerca di qualcosa che sai che non troverai mai, non esiste e sai benissimo che non esiste”.

Questi sono soltanto alcuni dei temi trattati durante l’intervista che segue. Argomenti ripresi da molti, più volte, che devono essere ripetuti perché “bisogna ricordale sempre certe cose, anche in modo ossessivo, perché ci stiamo ritrovando in un mondo in cui tutto è possibile…”

Ciao Carmelo! Come stai?
Bene compà, tu? È finito il primo giro di concerti e sono un pochino scosso. Ho una serie di tic che prima non avevo [ride, n.d.r].”

La prima parte è finita il 26, giusto? Come è andata?
Si, giorno 26! È stata l’ultima data ed è stata impegnativa, perché ci hanno fatto suonare tardino, intorno a mezzanotte e un quarto. Eh niente… siccome ci abbiamo dato anche dentro alcolicamente parlando per tutto il pomeriggio [ridiamo, n.d.r], la cosa è stata dura…”

“Cornucopia” è il tuo primo lavoro da solista. Come è nato il progetto?
Allora, questo progetto sostanzialmente nasce dalla voglia di vedere che aria tira fuori: siccome ho sempre lavorato con altre persone, gruppi, ho voluto vedere appunto che tipo di aria si potesse respirare fuori senza nessuno alle spalle, senza trovare compromessi con nessuno se non con me stesso. Ad agevolarmi il lavoro c’è stato un mio amico, LEF, Lorenzo Esposito Fornasari, che è anche il produttore di questo disco. Mi ha spinto a registrarlo il prima possibile, io avevo un paio di mesetti di tranquillità tra un progetto e l’altro, e lui mi ha detto di buttare giù delle idee; che in realtà erano idee già avanzate, insomma, erano messe soltanto lì ad aspettare di prendere una forma in termini di registrazione. Ho chiuso il cerchio anche grazie a lui.”

Quindi era un progetto che avevi da tempo nel cassetto…
Si sì. Sono delle canzoni che avevo scritto e sapevo che non potessero interessare ai Marta, ai Dunk o agli O.R.K. Era una roba mia e volevo che rimanesse lì. Solo mia.”

Da parte del pubblico hai trovato un buon riscontro?
Assolutamente sì. Guarda non me l’aspettavo, perché pensavo… pensavo che il disco fosse difficile, abbastanza cupo, avevo paura che la gente potesse annoiarsi. Poi io ho il terrore d’annoiare la gente, quindi faccio ‘sto tipo di ragionamento. A me non frega un cazzo di scrivere ritornello, strofa, assolo, ritornello… quelle robe lì. Non mi interessa farlo. Voglio soltanto che quella traccia lì comunichi qualcosa, prima a me e poi alla gente. E vedo che la gente, cazzo, ha apprezzato! Quindi boh, fino ad adesso tutto positivo, è finito il primo giro, parto per un paio di mesi con gli O.R.K. in giro per l’Europa, poi ritorno e in aprile parto con il secondo round di Cornucopia.”

Questo riscontro positivo arriva anche dai temi attuali non credi? Vedi “Il Potere” o “Come tutti”.
“Assolutamente. Anche se in realtà è una cosa più intima, quel tipo di intimità che è universale. Quei temi che hai sempre affrontato perché stanno lì da sempre, e ogni tanto bisogna ricordarle certe cose. Bisogna ricordare che c’è qualcuno che riesce a stuprare una bambina perché ha il potere di farlo, e resterà impunito, diventando magari presidente del consiglio. Capisci? Tutto è possibile, è un mondo di merda. Come d’altronde, poi, a un certo punto, diventa importante parlare degli sbarchi perché è diventato motivo politico. Gli sbarchi ci sono sempre stati, io sono un siciliano, cazzo, e ricordo che arrivavano di continuo. C’è sempre stato ma non è stato strumentalizzato, è andato tutto sempre come doveva andare: la gente scappa dalla guerra e arriva in Italia perché strategicamente è messa “bene”. Ma arrivano per andarsene, non per rimanerci. Bisogna ricordarle certe cose.”

“Cornucopia”. Come interpretiamo questo corno dell’abbondanza?
“Mah, io lo interpreto in maniera negativa. È una specie di contenitore, un involucro dove confluiscono cose belle e brutte. Tutte insieme. Come vedere, che ne so, la pasta con il ragù, e dentro ci butti pezzi di pizza, acciughe e altre cose che magari da sole sono buone! È un po’ tutto quello che puoi trovare nell’intestino: forse si doveva chiamare ‘intestino’ [ridiamo, n.d.r.]. Però è così, sono tutte cose buone, alcune un po’ meno, ma vedendole tutte assieme magari ti spaventi un po’. Poi che cazzo ne sai se aggiungendo le acciughe nella pasta con la pizza non viene fuori qualcosa di positivo?”

Della copertina invece cosa mi dici?
“La copertina voleva rappresentare una sorta di rinascita artistica e, siccome sono anche un cialtrone, ho voluto far vedere questa parte stupida del mio essere musicista. Non mi sono mai pigliato seriamente – anche perché non c’è motivo di farlo – e al tempo stesso questa rinascita artistica ha fatto sì che io mi denudassi di fronte a tutti senza trucchi e inganno.”

Hai qualche aneddoto a riguardo?
Mah, ce ne sono di robe strane. Sono stato contattato da diverse persone strane e in questo momento non so come chiamarli. Conosci quelle persone che si incontrano e si mettono tutti il pannolone? Non so come chiamarli… I nichilisti della situazione, diciamo, i feticisti di qualcosa, che si incontrano tutti con il pannalone… Insomma, qualcuno ha interpretato questa cosa pensando fossi uno di loro, ma a me non frega un cazzo, non mi metto il pannolone per farmi coccolare da te. Esiste anche questo però. Se mi fossi messo…che cazzo ne so, i jeans? Mi avrebbero contatto quelli della Levis dicendo ‘sei uno di noi’. Tutto è strumentalizzabile, appunto.”

Hai definito il tuo lavoro come un “concept album”, con brani legati da un filo logico.
Benomale si. Io vedo un filo tra un brano e l’altro, nel senso che sono tutti temi che in qualche maniera vengono ripresi e ripetuti in maniera quasi ossessiva. Anche se in alcuni casi sono nascosti. In ‘Potere’ per esempio, o ne ‘L’acqua che Hai Ingoiato’, sembra che non ci sia un filo conduttore ma in realtà c’è. Per esempio nel secondo brano il filo conduttore è il quarantenne che a un certo punto ha una specie di visione strana. Nota una specie di apocalisse. Insomma, ha un attacco di panico. E lo interpreta come la fine della sua giovinezza, da lì inizia a vedere il mondo per quello che è veramente. Non è più tutto rose e fiori, non è più un pensare ‘sono un dio e nessuno può uccidermi’. Inizia a essere fragile, a vedere veramente le cose che vedeva il giorno prima per quello che sono, e facendo la stessa strada di sempre nota che le stesse cose che vedeva non sono così gradevoli come pensava, ma grottesche. E quindi il filo conduttore è questo personaggio che passa dai diversi stati d’umore tra un pezzo e l’altro.”

Personaggio che hai descritto appunto come un “condannato a morte”.
“Esattamente. È un condannato a morte dalla vita, perché si rende conto che non è colpa sua se è nato, e in alcuni casi ha pensato anche ‘cazzo che sfiga che ho avuto a nascere’ perché, appunto, è una cosa che non si può decidere. Tu mi stai mettendo al mondo per farmi soffrire, ed è una cosa che veramente fa rabbrividire dal mio punto di vista. Cioè mi hai voluto bene ma mi intanto mi hai condannato a morte.”

Che mondo di merda. Ma andiamo avanti: nell’album si nota una forte attenzione ai testi, ma la chitarra come sempre è abbastanza presente.
Beh la chitarra c’è sempre stata, è una specie di prolungamento del mio corpo. Non ho mai suonato un altro strumento, mi sono sempre visto appoggiato a una cassa della chitarra e avevo la spalla già deformata tanto tempo fa per la postura sbagliata. Siamo un tutt’uno, non riuscirei a scrivere con un altro strumento, mi dovrei applicare, ma sono un pigro di merda quindi figurati se mi metto a studiare pianoforte, ad esempio. Non ho tempo, quindi continuerò con la chitarra. Una cosa che penso e che mi piacerebbe fare è un disco futuro da far suonare ad altre persone, con altri strumenti che non siano soltanto chitarra e la mia voce ovviamente. Ed è una cosa a cui sto pensando attualmente.”

Tre artisti che ti hanno influenzato?
“Beh, ce ne sono un po’. Cazzo ne so, i Nirvana o i Soundgarden. Io ho vissuto negli anni ’90 sostanzialmente, e comunque ecco, l’insieme di queste band è un po’ una cornucopia d’abbondanza intesa come tale. Non è come l’esempio della pizza, della pasta, e di tutte quelle cose messe insieme; ma è tutta una serie di cose positive che mettendole dentro, in qualche maniera, ti influenzeranno, appunto, positivamente. Cioè, non puoi sbagliare se citi nomi come quelli che ti ho detto. Poi vabbè, io sono anche un metallaro di merda, quindi per quanto riguarda ti direi i Pantera. Ma quel tipo di metallaro, non da Metallica ma da Pantera. C’è un delirio di musica figa anche adesso, sto ascoltando per esempio i Neutral Milk Hotel. Basta avere del tempo e trovarli.”

Megadeth o Metallica?
“Megadeth tutta la vita. Rust in Peace è uno dei dischi più fighi della storia del metal, di quel tipo di metal.”

Tornando all’album. Vedendo i temi sociali, politici e l’attuale situazione italiana, c’è qualcuno che lo potrebbe criticare?
Guarda, la musica è fatta anche per far pensare le persone. I testi servono a quello e devi anche immaginare che c’è un punto di vista di una persona che magari ha studiato leggermente più di te, e quindi ne sa parlare più di te di questo cazzo d’argomento. Quindi magari la cosa di avere la pazienza d’ascoltare chi è più “grande” di te bisogna averla. Io l’ho imparata dopo in realtà, perché quando sei piccolo spesso non lo capisci. Poi se la cosa ti dà fastidio ascolta la trap, fa quello che cazzo vuoi. Metti due pezzi inutili che parlano di niente, che non ti danno fastidio, che non ti fanno innervosire: forse vivrai meglio.”

Dio, che presenza ha nella tua vita? Ascoltando “Attentato a Dio” non posso far altro che domandartelo e, ovviamente, nemmeno te lo chiedo se credi in qualcosa…
“Guarda per me è la ricerca di una cosa che sai che non troverai mai, non esiste e sai benissimo che non esiste. E ti fai aiutare da questa specie di alter ego che chiameremo santo, che in realtà ti piglia per il culo. Ti organizza un attentato, ti rende partecipe di questa cosa e poi ti dice che da adesso dovrai soltanto aspettare, quando si farà vivo se avrai il coraggio lo ucciderai. In realtà è un’attesa che non porta a niente, nel mio mondo. Non c’è un dio nel mio mondo, è un modo allegorico per combattere questa cosa stupida che è la religione.”

Ultima domanda. C’è un brano a cui tieni di più tra questi otto?
Si, forse proprio Attentato a Dio. Perché ha quel tipo di impostazione che mi piace proprio, sia in termini strumentali che di testo. È imprevedibile, allegra, triste e graffiante al tempo stesso. Tutto in un pezzo di due minuti.”

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“Love and Rain”: Savage ci riporta negli anni ’80 0 224

1984, 2010, 2020.
Il debutto, la fase di mezzo e il ritorno di Roberto Zanetti; in arte Savage.

Chi è Roberto? Se ci avessero fatto questa domanda nella sua “era”, nei magici anni ’80, un’occhiataccia dettata da un “ma davvero non sai chi sia?” ci sarebbe arrivata. Ma adesso, a distanza di trentasette anni dal suo debutto, in un periodo storico totalmente diverso, ci sentiamo in dovere di rispondere tranquillamente. Roberto nasce a Massa nel 1956, inizia la sua carriera con diversi gruppi (Fathima, Pronipoti Sangrìa, Santarosa e Taxi), partecipa a diverse trasmissioni ottenendo numerosi successi e collabora da anni con artisti di un certo spessore: tra i tanti, Zucchero. Mi piace definire questo artista come il Giorgio Moroder dell’italo-disco e dell’eurodance. Inizia la sua carriera nel 1983 e, un anno più tardi, pubblica il suo primo album: Tonight (1984). Da quel periodo in poi inizia la sua ascesa: conosce Zucchero, produce, cavalca l’onda della musica house e lancia alcuni artisti di grande successo come Alexia. Nel 2010, a distanza di 26 anni dal primo, pubblica il suo secondo album (anche se definirlo così è errato; si tratta di greatest hits: Ten Years Ago (2010), fermandosi in seguito per altri dieci anni e ripresentandosi oggi con il suo ultimo lavoro: Love and Rain (2020). Quest’ultimo, presentato a San Valentino attraverso il singolo I Love You, è un omaggio agli anni ’80, un regalo ai nostalgici, un passato che si ripropone andando a creare i famosi nostalgici di un qualcosa che non si è vissuto; gli anni ’80 hanno questo potere.

Love and Rain è un lavoro composto da sedici canzoni; quelle che a parer nostro basterebbero per creare una serata degna di tale nome nelle attuali discoteche italiane. L’album viene definito scherzosamente dall’artista come guitar free, per il fatto che non sono state usate chitarre in nessuna canzone. Sono presenti violini veri che si sposano perfettamente con l’elettronica pop, creando il sound romantico di Savage. Un disco dove canzoni d’amore e malinconia vanno alla ricerca del tipico sound elettro-pop contaminato da batterie elettroniche e sintetizzatori. Con una copertina che rimanda al Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich: un uomo in abito nero, di spalle, con le mani in tasca e lo sguardo rivolto in avanti, verso l’alto. Tanti sono i significati e, personalmente, a noi piace attribuire quello del piacere del viaggiare, della scoperta. Un viaggio a ritroso nel tempo fino ad arrivare negli anni ’80; una scoperta per alcuni, un ritorno al passato per molti altri. Un’arma per andare avanti data dall’esperienza di anni che non abbiamo vissuto ma che possiamo vivere attraverso questo lavoro.

Quindici inediti, sommati alla versione sinfonica del suo più grande successo dal titolo Only You, danno vita a questa capsula del tempo. Viaggio che ha inizio attraverso una breve e romantica introduzione, Every second of my life, caratterizzata da violini e da una voce struggente. Dal secondo brano in poi si entra, di colpo, negli anni ’80: Don’t say you leave me è questo; un uomo cade dal cielo, dal futuro, trovandosi di colpo nelle atmosfere pop sinfoniche degli anni ’80. Atmosfere che faranno da sfondo a tutti i brani presenti in Love and Rain, senza rendersi mai banali e presentandosi prive di scontatezza. Sound, che dalla prima alla sedicesima canzone, si offre a diversi temi. Come quello dell’amore, presente nella maggior parte dei brani e in diverse forme. L’amore che crea delusioni (Alone); che riappare dopo anni sotto forma di ricordo (Remember Me); che dà vita a un tributo (Italodisco); che si dichiara per la prima volta (Your Eyes); e l’amore per ciò che ci circonda, per la vita, per il nostro ambiente: “We are the future”.

Un eterno romantico. Un uomo che attraverso la sua musica ha il potere di far innamorare una nuova generazione e, soprattutto, la possibilità di consolidare il rapporto con chi quel periodo lo ha vissuto davvero, dicendogli: “nulla è andato”. Ri-accendendo speranze che da trent’anni a questa parte sembrano svanite. Savage è questo: una donna che si culla tra le braccia di un uomo sotto una luce stroboscopica; un abbraccio nel tempo, tra gli anni ’80 e i 2000 inoltrati. Tra le speranze di allora e le consapevolezze di adesso, ma con la forza necessaria per andare verso l’ignoto.

“Romantica Io”: Pia Tuccitto scrive una pagina del rock italiano 0 417

D’amore e ombra – come il titolo di un famoso romanzo di Isabel Allende -: è di questo che parla “Romantica Io“, l’ultimo album di Pia Tuccitto, rocker bolognese dall’animo nobile. Il lavoro, uscito il 31 gennaio e interamente autoprodotto, è figlio della poliedricità di questa grande artista che ne ha curato ogni minimo dettaglio, dalle musiche ai testi, passando per la copertina. Cantautrice, pittrice, protagonista/deuteragonista/voce dello spettacolo Ioelei, messo in scena con la compagna di palco Federica Lisi, la sua carriera parte nel 1993 quando, dopo la partecipazione al festival Nuove Voci di Castrocaro, viene notata da Vasco Rossi che ne apprezza il talento e la invita a far parte della sua scuderia. Da qui nasce un sodalizio artistico che la porta a scrivere per interpreti del calibro di Patty Pravo, Irene Grandi e lo stesso Vasco.
Romantica Io” è l’opera terza ed esce a quindici anni di distanza dall’album d’esordio “Un segreto che” e a dodici da “Urlo” prodotto da Frank Nemola e Guido Elmi per l’etichetta Bollicine/EMI Capitol Music. Questo lavoro è un compendio: racchiude l’essenza di dodici anni di “inattività” discografica che sono stati invece ricchissimi dal punto di vista artistico e amoroso. L’amore, appunto, è il filo conduttore dell’album e  viene declinato in tutte le sue forme. Alla realizzazione e alla limatura hanno partecipato: Corrado Castellari in veste di autore delle musiche di due brani, Bettina Baldassarri, Luca Bignardi che ha curato l’arrangiamento di sette brani e Frank Nemola che ha arrangiato i restanti quattro brani.

Romantica io” (title track) è il brano d’apertura, la dichiarazione d’intenti di un lavoro perfettamente messo a fuoco da un’artista matura. Questa maturità artistica corrisponde – mutatis mutandis – ad una maturità sul piano amoroso e questo è chiaro già nell’incipit del brano: “io per amarti son dovuta invecchiare”. Così com’è chiara, sempre dalle prime battute, l’attitudine rock dell’artista bolognese che non usa espedienti o mezzi termini: “io per amarti ti ho lasciato suonare la mia chitarra da rocker”.  Il graffio nella voce ricorda molto Patty Pravo, ma anche e soprattutto Irene Grandi in “Colpa del Lupo”. L’influenza è evidente e non per via di una supponente forma di pareidolia, per la quale noi che recensiamo siamo tenuti a ricondurre il tutto a qualcosa di conosciuto.

Atmosfera cupa e onirismo in “Come nei films”. Il sound distorto e la voce sensuale ci danno l’abbrivio e ci trasportano all’interno di un racconto di un amore immaginario. Un amore senza confini e che attraverso la voce e le parole cerca la sua reificazione. L’inizio ricorda molto “Tre volte dentro me” di Mina e Afterhours.

L’animo rock emerge prepotentemente in “Com’è bello il mio amore”. La chitarra e la batteria seguono un ritmo preciso e martellante e accompagnano la voce fino all’esplosione nel ritornello. Questo brano è l’essenza del disco.

La chitarra lascia il posto alla tastiera nell’intento di ricreare una precisa atmosfera malinconica. “Perché tutto muore” è un brano ricco di pathos e dal carico emozionale abnorme. Parla dell’amore che finisce, di un sentimento nocivo e logorante che si dissolve nel vento come il fumo di una sigaretta che si spegne e ti lascia un imperituro amaro in bocca.

My Radio” ci riporta agli anni ‘80 quando il binomio dance-rock dava vita a spettacoli corali allietati da gioie lisergiche. Allora l’avanguardia era definita new wave e sfociava spesso in quello che profanamente veniva chiamato alternative rock. In questo pezzo vengono fusi assieme Neil Tennant, Freddie Mercury e Patty Pravo e il risultato è sorprendente. È il pezzo che continui a cantare per tutto il giorno e che provoca l’orchite/colpite a tutti quelli che ti stanno accanto.

Il sesto brano non ha bisogno di presentazioni. Si tratta di “E…”, pezzo scelto e portato al successo da Vasco, che l’autrice riabbraccia come un figlio che ha vissuto all’estero e non vedeva da tempo. Questa è la dichiarazione d’amore per eccellenza, priva di perifrasi e circonlocuzioni (che poi sono la stessa cosa).

Tu Sei Un Sogno Per Me” è il leitmotiv che accompagna lo spettacolo Ioelei messo in scena dall’artista insieme a Federica Lisi. Si tratta di un brano intimo e sincero che si fa colonna sonora di un amore, di una vita, di un viaggio.

L’eterogeneità di stili e generi è esplicitata in “Sto benissimo”: l’inizio in stile Subsonica lascia presto il posto al graffio della chitarra elettrica che sposta il focus è riporta il brano nell’alveo del rock puro e grezzo. L’armonia di chitarre e batteria è perfetta, come in tutto il resto del disco.

Stupida per te” ha l’incedere lento e malinconico di una classica ballad. Questo è la riprova che questa grande artista – come ogni grande artista – non si focalizza su un unico genere, ma spazia all’interno di un ventaglio di stili e generi che le appartengono tutti.

Nel disco c’è spazio per una sorta di intermezzo: “Quante volte sono da sola con te”. Ancora una volta è forte, oltre che necessario, il richiamo a Mina. Si tratta del pezzo più breve dell’album, ma che – per l’icasticità delle immagini che evoca – risulta uno dei più intensi.

Il brano che chiude l’album è “7 aprile”, pubblicato precedentemente in un Ep nel 2013. Si tratta del pezzo mancante, quello che completa e sublima il puzzle. È un brano ricco di colori e sfumature: la chitarra acustica presente all’inizio del pezzo viene sostituita e sovrastata da quella elettrica nel ritornello. La natura multiforme dell’album emerge in modo prepotente in questo brano.

Pia Tuccitto ha scritto un’altra pagina importante del rock italiano. La sua maturità artistica è la vera chiave di volta di questo grande album: la cura minuziosa di ogni dettaglio, l’attenzione e l’oculatezza di ogni singola scelta – dalle parole alle musiche – sono i due ingredienti di questo cocktail perfetto. Rimanendo in campo alcolico si potrebbe dire che sia come il vino che col passare del tempo migliora!

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