Intervista a Carmelo Pipitone: “Cornucopia come un contenitore; il mondo? Una merda…” 0 137

“Cornucopia è un contenitore all’interno del quale confluiscono cose belle e brutte. Tutte insieme”.

Questa è la definizione che Carmelo Pipitone dà al suo primo lavoro da solista: Cornucopia (2018). Tutto nasce da una sorta di prova di coraggio, amalgamata a testi che già da tempo stavano nel cassetto dell’artista di origini siciliane; una voglia di vedere che aria tirasse fuori dalle solite mura, senza dover dar conto a nessuno se non a sé stesso.

Le presentazioni sono doverose, anche se nel suo caso potrebbero apparire superflue per molti. Carmelo Pipitone nasce a Marsala, fin da piccolo sviluppa la passione per la chitarra e la rende da subito un “prolungamento delle sue braccia”. Insomma, un altro modo per dire: “che bello sapere che dove finiscono le mie dita debba in qualche modo incominciare una chitarra”. Nel 2001 si sposta a Bologna e fonda i Marta sui Tubi; e con la band pubblica sei lavori in studio, in un percorso artistico durato 15 anni. Partecipa al festival di Sanremo nel 2013 e nel 2014 contribuisce a formare gli O.R.K, una superband con Lorenzo Esposito Fornasari (Bersèk), Colin Edwin (Porcupine Tree) e Pat Mastelotto (King Crimson). Non si limita e nell’estate del 2017 inizia a suonare con i Dunk, band composta da Ettore e Marco Giuradei e Luca Ferrari dei Verdena.

Nel 2018, come anticipato all’inizio, intraprende il suo primo progetto solista. Cornucopia è attualità, è critica, è consapevolezza del mondo in cui ci troviamo. E possiamo dirlo: un mondo di merda.
All’interno vi sono temi sociali, politici e religiosi, tutti insieme: il bene e il male in unico vaso, la Cornucopia. È il racconto di un condannato a morte, che vaga tra otto brani legati tra di loro attraverso un filo comune; insomma, una sorta di concept album. Un personaggio bipolare, che salta da un testo all’altro e che per ognuno cambia umore restando sempre negativo. A testimonianza della realtà che troviamo ogni giorno e che dobbiamo affrontare.
Una critica al potere, a chi strumentalizza l’immigrazione per fini propri e una singolare visione della religione: “la continua ricerca di qualcosa che sai che non troverai mai, non esiste e sai benissimo che non esiste”.

Questi sono soltanto alcuni dei temi trattati durante l’intervista che segue. Argomenti ripresi da molti, più volte, che devono essere ripetuti perché “bisogna ricordale sempre certe cose, anche in modo ossessivo, perché ci stiamo ritrovando in un mondo in cui tutto è possibile…”

Ciao Carmelo! Come stai?
Bene compà, tu? È finito il primo giro di concerti e sono un pochino scosso. Ho una serie di tic che prima non avevo [ride, n.d.r].”

La prima parte è finita il 26, giusto? Come è andata?
Si, giorno 26! È stata l’ultima data ed è stata impegnativa, perché ci hanno fatto suonare tardino, intorno a mezzanotte e un quarto. Eh niente… siccome ci abbiamo dato anche dentro alcolicamente parlando per tutto il pomeriggio [ridiamo, n.d.r], la cosa è stata dura…”

“Cornucopia” è il tuo primo lavoro da solista. Come è nato il progetto?
Allora, questo progetto sostanzialmente nasce dalla voglia di vedere che aria tira fuori: siccome ho sempre lavorato con altre persone, gruppi, ho voluto vedere appunto che tipo di aria si potesse respirare fuori senza nessuno alle spalle, senza trovare compromessi con nessuno se non con me stesso. Ad agevolarmi il lavoro c’è stato un mio amico, LEF, Lorenzo Esposito Fornasari, che è anche il produttore di questo disco. Mi ha spinto a registrarlo il prima possibile, io avevo un paio di mesetti di tranquillità tra un progetto e l’altro, e lui mi ha detto di buttare giù delle idee; che in realtà erano idee già avanzate, insomma, erano messe soltanto lì ad aspettare di prendere una forma in termini di registrazione. Ho chiuso il cerchio anche grazie a lui.”

Quindi era un progetto che avevi da tempo nel cassetto…
Si sì. Sono delle canzoni che avevo scritto e sapevo che non potessero interessare ai Marta, ai Dunk o agli O.R.K. Era una roba mia e volevo che rimanesse lì. Solo mia.”

Da parte del pubblico hai trovato un buon riscontro?
Assolutamente sì. Guarda non me l’aspettavo, perché pensavo… pensavo che il disco fosse difficile, abbastanza cupo, avevo paura che la gente potesse annoiarsi. Poi io ho il terrore d’annoiare la gente, quindi faccio ‘sto tipo di ragionamento. A me non frega un cazzo di scrivere ritornello, strofa, assolo, ritornello… quelle robe lì. Non mi interessa farlo. Voglio soltanto che quella traccia lì comunichi qualcosa, prima a me e poi alla gente. E vedo che la gente, cazzo, ha apprezzato! Quindi boh, fino ad adesso tutto positivo, è finito il primo giro, parto per un paio di mesi con gli O.R.K. in giro per l’Europa, poi ritorno e in aprile parto con il secondo round di Cornucopia.”

Questo riscontro positivo arriva anche dai temi attuali non credi? Vedi “Il Potere” o “Come tutti”.
“Assolutamente. Anche se in realtà è una cosa più intima, quel tipo di intimità che è universale. Quei temi che hai sempre affrontato perché stanno lì da sempre, e ogni tanto bisogna ricordarle certe cose. Bisogna ricordare che c’è qualcuno che riesce a stuprare una bambina perché ha il potere di farlo, e resterà impunito, diventando magari presidente del consiglio. Capisci? Tutto è possibile, è un mondo di merda. Come d’altronde, poi, a un certo punto, diventa importante parlare degli sbarchi perché è diventato motivo politico. Gli sbarchi ci sono sempre stati, io sono un siciliano, cazzo, e ricordo che arrivavano di continuo. C’è sempre stato ma non è stato strumentalizzato, è andato tutto sempre come doveva andare: la gente scappa dalla guerra e arriva in Italia perché strategicamente è messa “bene”. Ma arrivano per andarsene, non per rimanerci. Bisogna ricordarle certe cose.”

“Cornucopia”. Come interpretiamo questo corno dell’abbondanza?
“Mah, io lo interpreto in maniera negativa. È una specie di contenitore, un involucro dove confluiscono cose belle e brutte. Tutte insieme. Come vedere, che ne so, la pasta con il ragù, e dentro ci butti pezzi di pizza, acciughe e altre cose che magari da sole sono buone! È un po’ tutto quello che puoi trovare nell’intestino: forse si doveva chiamare ‘intestino’ [ridiamo, n.d.r.]. Però è così, sono tutte cose buone, alcune un po’ meno, ma vedendole tutte assieme magari ti spaventi un po’. Poi che cazzo ne sai se aggiungendo le acciughe nella pasta con la pizza non viene fuori qualcosa di positivo?”

Della copertina invece cosa mi dici?
“La copertina voleva rappresentare una sorta di rinascita artistica e, siccome sono anche un cialtrone, ho voluto far vedere questa parte stupida del mio essere musicista. Non mi sono mai pigliato seriamente – anche perché non c’è motivo di farlo – e al tempo stesso questa rinascita artistica ha fatto sì che io mi denudassi di fronte a tutti senza trucchi e inganno.”

Hai qualche aneddoto a riguardo?
Mah, ce ne sono di robe strane. Sono stato contattato da diverse persone strane e in questo momento non so come chiamarli. Conosci quelle persone che si incontrano e si mettono tutti il pannolone? Non so come chiamarli… I nichilisti della situazione, diciamo, i feticisti di qualcosa, che si incontrano tutti con il pannalone… Insomma, qualcuno ha interpretato questa cosa pensando fossi uno di loro, ma a me non frega un cazzo, non mi metto il pannolone per farmi coccolare da te. Esiste anche questo però. Se mi fossi messo…che cazzo ne so, i jeans? Mi avrebbero contatto quelli della Levis dicendo ‘sei uno di noi’. Tutto è strumentalizzabile, appunto.”

Hai definito il tuo lavoro come un “concept album”, con brani legati da un filo logico.
Benomale si. Io vedo un filo tra un brano e l’altro, nel senso che sono tutti temi che in qualche maniera vengono ripresi e ripetuti in maniera quasi ossessiva. Anche se in alcuni casi sono nascosti. In ‘Potere’ per esempio, o ne ‘L’acqua che Hai Ingoiato’, sembra che non ci sia un filo conduttore ma in realtà c’è. Per esempio nel secondo brano il filo conduttore è il quarantenne che a un certo punto ha una specie di visione strana. Nota una specie di apocalisse. Insomma, ha un attacco di panico. E lo interpreta come la fine della sua giovinezza, da lì inizia a vedere il mondo per quello che è veramente. Non è più tutto rose e fiori, non è più un pensare ‘sono un dio e nessuno può uccidermi’. Inizia a essere fragile, a vedere veramente le cose che vedeva il giorno prima per quello che sono, e facendo la stessa strada di sempre nota che le stesse cose che vedeva non sono così gradevoli come pensava, ma grottesche. E quindi il filo conduttore è questo personaggio che passa dai diversi stati d’umore tra un pezzo e l’altro.”

Personaggio che hai descritto appunto come un “condannato a morte”.
“Esattamente. È un condannato a morte dalla vita, perché si rende conto che non è colpa sua se è nato, e in alcuni casi ha pensato anche ‘cazzo che sfiga che ho avuto a nascere’ perché, appunto, è una cosa che non si può decidere. Tu mi stai mettendo al mondo per farmi soffrire, ed è una cosa che veramente fa rabbrividire dal mio punto di vista. Cioè mi hai voluto bene ma mi intanto mi hai condannato a morte.”

Che mondo di merda. Ma andiamo avanti: nell’album si nota una forte attenzione ai testi, ma la chitarra come sempre è abbastanza presente.
Beh la chitarra c’è sempre stata, è una specie di prolungamento del mio corpo. Non ho mai suonato un altro strumento, mi sono sempre visto appoggiato a una cassa della chitarra e avevo la spalla già deformata tanto tempo fa per la postura sbagliata. Siamo un tutt’uno, non riuscirei a scrivere con un altro strumento, mi dovrei applicare, ma sono un pigro di merda quindi figurati se mi metto a studiare pianoforte, ad esempio. Non ho tempo, quindi continuerò con la chitarra. Una cosa che penso e che mi piacerebbe fare è un disco futuro da far suonare ad altre persone, con altri strumenti che non siano soltanto chitarra e la mia voce ovviamente. Ed è una cosa a cui sto pensando attualmente.”

Tre artisti che ti hanno influenzato?
“Beh, ce ne sono un po’. Cazzo ne so, i Nirvana o i Soundgarden. Io ho vissuto negli anni ’90 sostanzialmente, e comunque ecco, l’insieme di queste band è un po’ una cornucopia d’abbondanza intesa come tale. Non è come l’esempio della pizza, della pasta, e di tutte quelle cose messe insieme; ma è tutta una serie di cose positive che mettendole dentro, in qualche maniera, ti influenzeranno, appunto, positivamente. Cioè, non puoi sbagliare se citi nomi come quelli che ti ho detto. Poi vabbè, io sono anche un metallaro di merda, quindi per quanto riguarda ti direi i Pantera. Ma quel tipo di metallaro, non da Metallica ma da Pantera. C’è un delirio di musica figa anche adesso, sto ascoltando per esempio i Neutral Milk Hotel. Basta avere del tempo e trovarli.”

Megadeth o Metallica?
“Megadeth tutta la vita. Rust in Peace è uno dei dischi più fighi della storia del metal, di quel tipo di metal.”

Tornando all’album. Vedendo i temi sociali, politici e l’attuale situazione italiana, c’è qualcuno che lo potrebbe criticare?
Guarda, la musica è fatta anche per far pensare le persone. I testi servono a quello e devi anche immaginare che c’è un punto di vista di una persona che magari ha studiato leggermente più di te, e quindi ne sa parlare più di te di questo cazzo d’argomento. Quindi magari la cosa di avere la pazienza d’ascoltare chi è più “grande” di te bisogna averla. Io l’ho imparata dopo in realtà, perché quando sei piccolo spesso non lo capisci. Poi se la cosa ti dà fastidio ascolta la trap, fa quello che cazzo vuoi. Metti due pezzi inutili che parlano di niente, che non ti danno fastidio, che non ti fanno innervosire: forse vivrai meglio.”

Dio, che presenza ha nella tua vita? Ascoltando “Attentato a Dio” non posso far altro che domandartelo e, ovviamente, nemmeno te lo chiedo se credi in qualcosa…
“Guarda per me è la ricerca di una cosa che sai che non troverai mai, non esiste e sai benissimo che non esiste. E ti fai aiutare da questa specie di alter ego che chiameremo santo, che in realtà ti piglia per il culo. Ti organizza un attentato, ti rende partecipe di questa cosa e poi ti dice che da adesso dovrai soltanto aspettare, quando si farà vivo se avrai il coraggio lo ucciderai. In realtà è un’attesa che non porta a niente, nel mio mondo. Non c’è un dio nel mio mondo, è un modo allegorico per combattere questa cosa stupida che è la religione.”

Ultima domanda. C’è un brano a cui tieni di più tra questi otto?
Si, forse proprio Attentato a Dio. Perché ha quel tipo di impostazione che mi piace proprio, sia in termini strumentali che di testo. È imprevedibile, allegra, triste e graffiante al tempo stesso. Tutto in un pezzo di due minuti.”

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Ascoltare i Quercia per perdersi e ritrovarsi 0 113

È uscito il 20 febbraio scorso ‘Di Tutte le Cose che Abbiamo Perso e Perderemo‘ il nuovo LP dei Quercia, band cagliaritana dalla fortissima attitudine punk, che negli anni ha saputo coniugare l’alternative con l’emo e il pop con lo screamo, il post hardcore e, ovviamente, il post rock. In quest’ultimo lavoro – interamente autoprodotto – c’è tutto questo, ma anche di più. C’è il dadaismo intenzionale di band emergenti come i Cucineremo Ciambelle (forieri del math rock in Italia), il graffio dei Gazebo Penguins di Legna, ma anche il groove dei CCCP, insomma: storia, tradizione e irrazionalità. Il tutto è condito con una buona dose d’introspezione, un pizzico d’insofferenza e una spruzzata di malinconia. Questo disco ha un filo conduttore: la perdita. Relativa a persone, cose, sentimenti ed emozioni, la perdita è legata a un senso di vuoto che attiva in noi un meccanismo inerziale che ci spinge a cercare un “rimpiazzo” e ci porta a tracciare i contorni – prossimi alla dissolvenza – di ciò che abbiamo perso, su quelli dell’eventuale rimpiazzo. Non siamo disposti ad accettare l’oblio né tantomeno la perdita, per questo tentiamo di esorcizzarla ed esorcizzare la sofferenza che ad essa è legata. Con la musica si può fare.

La copertina del nuovo disco dei Quercia

Il disco si apre con Buio: brano potentissimo, urlato, quasi sputato in faccia a chi ascolta. Chitarre distorte e un ritmo martellante di una batteria ormai usurata: è il pezzo con la cazzimma, quello che ti spettina e ti fa ribollire qualcosa dentro. È il varo che porta la nave lontano, fra le onde della melanconia e quelle del destino (con buona pace di Lars von Trier).

Il viaggio continua con Finestra, brano che incarna perfettamente lo spirito screamo. Il testo è imperniato sulla domanda “che cosa ci manca davvero?”, e proprio la mancanza – come già detto – è il filo conduttore di tutto il disco. Il graffio della voce esalta il testo stringato ma essenziale e mai banale.

Torri è il pezzo multanime, quello che comincia in un modo e finisce in un altro. L’inizio soft con un bel riff lascia presto il posto alla prepotenza della voce e della batteria. Questo brano è un invito cinico a dimenticare tutto ciò che è stato e che probabilmente non sarà più. Dimenticare – fare tabula rasa – per ricostruire e ricostruirsi, per non perdersi nei ricordi e andare avanti, questo è il messaggio.

Pogare è lecito, soprattutto per pezzi come Corridoio che ti sollevano letteralmente da terra (provate ad ascoltarlo col surround acceso a volume alto, ma state lontani dai vetri!). Il post-rock, il punk, l’emo, si sentono tutti e si avvicendano in un preciso gioco di rimandi. Questo pezzo sembra descrivere la memoria come un corridoio che percorriamo a ritroso per trovare i ricordi migliori. I peggiori li lasciamo dissolvere nel buio dell’oblio.

Quercia band

Voci distorte, frasi che s’incastrano perfettamente e licenze poetiche. Problema è una confessione accompagnata da un groove avvolgente: “L’inferno che conserviamo nelle stanze di noi stessi brucia chi non lo capisce”. Abbiamo tutti un inferno privato che non siamo disposti a condividere, perché siamo convinti che nessuno sia in grado di comprendere. Non è sbagliato pensarlo, ma non è neanche giusto: è semplicemente relativo (anche se è risaputo che all’inferno ci sono solo stanze singole!).

Capolinea è un brano più lento e cupo ma non per questo meno intenso. È un pezzo alla Gomma (band post- punk casertana) da cui traspare l’anima intimista della band: noi siamo il capolinea del treno e non si può più andare oltre.

Si cambia completamente stile in Altalena, pezzo strumentale, quasi ambient. È un brano rilassante e cullante, un unicum nell’intera produzione dei Quercia.

C’è un trait d’union che lega Altalena e l’ottava traccia del disco; è un filo sottilissimo che unisce i due brani e li rende complementari. Con Pozzanghere si torna nell’alveo dell’emo, seppur con qualche sfumatura punk. Il pezzo è un invito ad asciugarsi le lacrime, a smettere di piangere e fare pozzanghere, perché c’è sempre qualcosa di meglio da fare. Questo è il tentativo di esorcizzare la pena che segue una perdita.

L’attacco è di quelli potenti: “Tutte le cose che abbiamo perso e perderemo, non sono mai nostre davvero”. Fiammiferi è il pezzo più breve ma il più intenso dell’album. È privo di sovrastrutture e l’incipit si ripete così tanto da rimanere impresso nel cervello. Sì, è il brano che preferiamo.

Siamo soliti costruire muri per evitare di continuare a guardare ciò che ci disturba e ci fa male. Il muro è un confine mentale e/o fisico che c’impedisce di guardare, ma non c’impedisce di pensare: occhio non vede, cuore non duo-…no, troppo banale! Muro non lo è e ci porta a riflettere sull’inutilità di continuare a costruire qualcosa che finiremo, comunque, per distruggere, se non fisicamente almeno col pensiero. La chitarra nel finale si prende meritatamente la scena!

Bivio ha un testo verace, a tratti poetico. L’anima alternative e post rock del pezzo si tinge di punk, l’elemento distintivo della band. Qui troviamo l’arrangiamento più bello dell’album; ovviamente, come ripete sempre un mio amico “De gustibus […]”.

Il pezzo che chiude il disco s’intitola Ridevamo ed è una sorta di avviso ai naviganti: c’è sempre un motivo per non stare fermi e andare avanti. Il tempo passa e non possiamo far altro che farci trovare pronti per non arrivare in ritardo al nuovo appuntamento. Il gattopardismo larvato nel testo tradisce l’insofferenza per un posto che è, allo stesso tempo, sempre troppo uguale e troppo diverso.

Non bisogna limitarsi all’apparenza. Per capire i Quercia e la loro musica bisogna andare in profondità, senza scarnificarli. Al primo ascolto sembrano i cinque ragazzotti che ti urlano in faccia l’incazzatura dei vent’anni. Approfondendoli, invece, ci si rende conto che hanno le palle e meritano tanto!

Abbiamo ascoltato in anteprima TeRAPia di Picciotto 0 130

TeRAPia è il nuovo concept album di Picciotto, storico rapper della scena palermitana, che è da sempre cantore cupo e appassionato della degradata realtà delle periferie meridionali. Per quest’ultimo lavoro, in uscita il 15 marzo, Picciotto dimostra di non aver perso lo smalto della scrittura chiara e potente e anche di poter variare, con ottimi risultati, lo stile musicale delle basi, grazie ad una produzione di alto livello, affidata ora a Gheesa, Naiupoche, Bonnot e Dj Spike.

Il pezzo d’apertura, Illusione, è un esordio che ammutolisce. Caratterizzato da un ritmo e da una narrazione nostalgica e drammatica, Picciotto ricorda le speranze della sua gioventù per un mondo migliore; si tratta, però, di speranze tradite, rifugio ormai di tristi ricordi che hanno il potere di farci guardare avanti. Il secondo pezzo Come Stai, che dipinge con arguzia la superficialità dei rapporti al giorno d’oggi, tenta, invece, di scrollarsi di dosso quell’atmosfera, dando vita ad un new soul dinamico, anche per via degli scratch di qualità di Dj Delta, una delle collaborazioni più gustose dell’album.

Sempre a proposito di collaborazioni, quella con Shakalab e Roy Paci nel terzo estratto, Hashtag la Victoria, è una carta indiscutibilmente vincente. Il pezzo, che critica la sempre più comune tendenza a fare politica sui social network, risente positivamente dell’eclettismo dei suoi ospiti, riuscendo comunque a trasportare l’ascoltatore anche al successivo Capitale, un inno sentito ed emozionante a Palermo.

L’argomento politico viene approfondito e sviscerato nelle seguenti quattro canzoni. Abbiamo dapprima Come non ho fatto mai, un pezzo che esclama la necessità dell’impegno politico tanto nel locale quanto nelle questioni globali, tanto da avere leggere e stuzzicanti influenze musicali tipicamente estere. Ci troveremo poi davanti ad Ashadogan, il quale mette alla berlina l’insensatezza e la pericolosità del razzismo, non risparmiando certo stoccate a personaggi che lo alimentano, come il ministro Salvini. C’è poi Lividi, in cui Picciotto, con un doppio feauturing ‘O ZulùDavide Shorty, indossa i panni di Stefano Cucchi, mettendoci in guardia su come quello che ha passato potrebbe succedere ancora, e sull’importanza di non dimenticare mai. Legato al ricordo è anche il pezzo successivo, Ancora Vive, cantato insieme a Simona Boo. Ancora Vive ha un testo e una musica di assoluta profondità, diventando un monito che vuole affermare l’importanza di ricordare la lotta politica e sociale partigiana, una lotta da cui prendere spunto per migliorare la società.

Concluso questo blocco prettamente politico, si passa a D’amore e D’accordi, un pezzo che infonde speranza ad ogni giovane musicista che non vede riconosciuta la propria arte, unica via per conoscere e conoscersi. La scrittura è viva e incisiva, frutto della reale esperienza di Picciotto, che con questa canzone ci offre uno degli spaccati più veri di cosa un artista dovrebbe essere.

Il decimo brano, Da grande – Rap Neomelodico, è quella che possiamo definire senza troppi problemi la vera hit di TeRAPia. Scanzonata ed ironica, la canzone ci trasporta direttamente nella periferia palermitana, tra note di pezzi neomelodiche napoletani e voglia di riscatto sociale. La collaborazione con il partenopeo Enzo Savastano contribuisce alla grande alla riuscita di questo pezzo da riascoltare e canticchiare.

Dopo questa nota pop, però, segue il pezzo, anzi, seguono i due pezzi, probabilmente più iconici e potenti dell’intero album: Sogno vs Incubo. Si tratta di un’unica traccia dove le personificazioni del Sogno e dell’Incubo parlano (pardon: rappano) con Picciotto. Il Sogno ci ricorda quanto il suo compito sia vitale nella nostra vita, diventando l’unico carburante che ci permette di migliorare, e lo fa con un flow disteso e morbido; l’Incubo, invece, parla di come il mondo sia in realtà crudele, di quanto l’opportunismo regni nelle coscienze delle persone, e per farcelo capire come si deve non esita ad affidarsi ad un rap hardcore, potente ed intenso.

La personale seduta di Picciotto, a questo punto, volge al termine, e lo fa grazie a Colloquio, una sorta di summa di tutto questo viaggio dentro e fuori il suo mondo. Un colloquio certamente complesso e stratificato, come dimostra il mix di suoni elettronici e più old-school che rendono questo pezzo un diamante raro.

L’ultimo brano è Terapia Popolare, dove il rapper riprende la sua identità di artista del popolo, criticando sferzante l’industria mainstream e rivendicando la musica come strumento per analizzare e criticare la società, soprattutto quella delle periferie. D’altro canto, come dice lo stesso Picciotto “Non è arte popolare, ma è il popolo che fa l’arte”.

TeRAPia è quindi, più che una cura, un colloquio psicanalitico tra il Picciotto artista e il Picciotto uomo, un album che cerca di comprendere la diversità e la complessità del mondo popolare, servendosi della musica rap, ora più classica ora più all’avanguardia. Un risultato iconico, che segna per tutti gli amanti del genere un ascolto consigliatissimo.

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