Intervista a Carmelo Pipitone: “Cornucopia come un contenitore; il mondo? Una merda…” 0 219

“Cornucopia è un contenitore all’interno del quale confluiscono cose belle e brutte. Tutte insieme”.

Questa è la definizione che Carmelo Pipitone dà al suo primo lavoro da solista: Cornucopia (2018). Tutto nasce da una sorta di prova di coraggio, amalgamata a testi che già da tempo stavano nel cassetto dell’artista di origini siciliane; una voglia di vedere che aria tirasse fuori dalle solite mura, senza dover dar conto a nessuno se non a sé stesso.

Le presentazioni sono doverose, anche se nel suo caso potrebbero apparire superflue per molti. Carmelo Pipitone nasce a Marsala, fin da piccolo sviluppa la passione per la chitarra e la rende da subito un “prolungamento delle sue braccia”. Insomma, un altro modo per dire: “che bello sapere che dove finiscono le mie dita debba in qualche modo incominciare una chitarra”. Nel 2001 si sposta a Bologna e fonda i Marta sui Tubi; e con la band pubblica sei lavori in studio, in un percorso artistico durato 15 anni. Partecipa al festival di Sanremo nel 2013 e nel 2014 contribuisce a formare gli O.R.K, una superband con Lorenzo Esposito Fornasari (Bersèk), Colin Edwin (Porcupine Tree) e Pat Mastelotto (King Crimson). Non si limita e nell’estate del 2017 inizia a suonare con i Dunk, band composta da Ettore e Marco Giuradei e Luca Ferrari dei Verdena.

Nel 2018, come anticipato all’inizio, intraprende il suo primo progetto solista. Cornucopia è attualità, è critica, è consapevolezza del mondo in cui ci troviamo. E possiamo dirlo: un mondo di merda.
All’interno vi sono temi sociali, politici e religiosi, tutti insieme: il bene e il male in unico vaso, la Cornucopia. È il racconto di un condannato a morte, che vaga tra otto brani legati tra di loro attraverso un filo comune; insomma, una sorta di concept album. Un personaggio bipolare, che salta da un testo all’altro e che per ognuno cambia umore restando sempre negativo. A testimonianza della realtà che troviamo ogni giorno e che dobbiamo affrontare.
Una critica al potere, a chi strumentalizza l’immigrazione per fini propri e una singolare visione della religione: “la continua ricerca di qualcosa che sai che non troverai mai, non esiste e sai benissimo che non esiste”.

Questi sono soltanto alcuni dei temi trattati durante l’intervista che segue. Argomenti ripresi da molti, più volte, che devono essere ripetuti perché “bisogna ricordale sempre certe cose, anche in modo ossessivo, perché ci stiamo ritrovando in un mondo in cui tutto è possibile…”

Ciao Carmelo! Come stai?
Bene compà, tu? È finito il primo giro di concerti e sono un pochino scosso. Ho una serie di tic che prima non avevo [ride, n.d.r].”

La prima parte è finita il 26, giusto? Come è andata?
Si, giorno 26! È stata l’ultima data ed è stata impegnativa, perché ci hanno fatto suonare tardino, intorno a mezzanotte e un quarto. Eh niente… siccome ci abbiamo dato anche dentro alcolicamente parlando per tutto il pomeriggio [ridiamo, n.d.r], la cosa è stata dura…”

“Cornucopia” è il tuo primo lavoro da solista. Come è nato il progetto?
Allora, questo progetto sostanzialmente nasce dalla voglia di vedere che aria tira fuori: siccome ho sempre lavorato con altre persone, gruppi, ho voluto vedere appunto che tipo di aria si potesse respirare fuori senza nessuno alle spalle, senza trovare compromessi con nessuno se non con me stesso. Ad agevolarmi il lavoro c’è stato un mio amico, LEF, Lorenzo Esposito Fornasari, che è anche il produttore di questo disco. Mi ha spinto a registrarlo il prima possibile, io avevo un paio di mesetti di tranquillità tra un progetto e l’altro, e lui mi ha detto di buttare giù delle idee; che in realtà erano idee già avanzate, insomma, erano messe soltanto lì ad aspettare di prendere una forma in termini di registrazione. Ho chiuso il cerchio anche grazie a lui.”

Quindi era un progetto che avevi da tempo nel cassetto…
Si sì. Sono delle canzoni che avevo scritto e sapevo che non potessero interessare ai Marta, ai Dunk o agli O.R.K. Era una roba mia e volevo che rimanesse lì. Solo mia.”

Da parte del pubblico hai trovato un buon riscontro?
Assolutamente sì. Guarda non me l’aspettavo, perché pensavo… pensavo che il disco fosse difficile, abbastanza cupo, avevo paura che la gente potesse annoiarsi. Poi io ho il terrore d’annoiare la gente, quindi faccio ‘sto tipo di ragionamento. A me non frega un cazzo di scrivere ritornello, strofa, assolo, ritornello… quelle robe lì. Non mi interessa farlo. Voglio soltanto che quella traccia lì comunichi qualcosa, prima a me e poi alla gente. E vedo che la gente, cazzo, ha apprezzato! Quindi boh, fino ad adesso tutto positivo, è finito il primo giro, parto per un paio di mesi con gli O.R.K. in giro per l’Europa, poi ritorno e in aprile parto con il secondo round di Cornucopia.”

Questo riscontro positivo arriva anche dai temi attuali non credi? Vedi “Il Potere” o “Come tutti”.
“Assolutamente. Anche se in realtà è una cosa più intima, quel tipo di intimità che è universale. Quei temi che hai sempre affrontato perché stanno lì da sempre, e ogni tanto bisogna ricordarle certe cose. Bisogna ricordare che c’è qualcuno che riesce a stuprare una bambina perché ha il potere di farlo, e resterà impunito, diventando magari presidente del consiglio. Capisci? Tutto è possibile, è un mondo di merda. Come d’altronde, poi, a un certo punto, diventa importante parlare degli sbarchi perché è diventato motivo politico. Gli sbarchi ci sono sempre stati, io sono un siciliano, cazzo, e ricordo che arrivavano di continuo. C’è sempre stato ma non è stato strumentalizzato, è andato tutto sempre come doveva andare: la gente scappa dalla guerra e arriva in Italia perché strategicamente è messa “bene”. Ma arrivano per andarsene, non per rimanerci. Bisogna ricordarle certe cose.”

“Cornucopia”. Come interpretiamo questo corno dell’abbondanza?
“Mah, io lo interpreto in maniera negativa. È una specie di contenitore, un involucro dove confluiscono cose belle e brutte. Tutte insieme. Come vedere, che ne so, la pasta con il ragù, e dentro ci butti pezzi di pizza, acciughe e altre cose che magari da sole sono buone! È un po’ tutto quello che puoi trovare nell’intestino: forse si doveva chiamare ‘intestino’ [ridiamo, n.d.r.]. Però è così, sono tutte cose buone, alcune un po’ meno, ma vedendole tutte assieme magari ti spaventi un po’. Poi che cazzo ne sai se aggiungendo le acciughe nella pasta con la pizza non viene fuori qualcosa di positivo?”

Della copertina invece cosa mi dici?
“La copertina voleva rappresentare una sorta di rinascita artistica e, siccome sono anche un cialtrone, ho voluto far vedere questa parte stupida del mio essere musicista. Non mi sono mai pigliato seriamente – anche perché non c’è motivo di farlo – e al tempo stesso questa rinascita artistica ha fatto sì che io mi denudassi di fronte a tutti senza trucchi e inganno.”

Hai qualche aneddoto a riguardo?
Mah, ce ne sono di robe strane. Sono stato contattato da diverse persone strane e in questo momento non so come chiamarli. Conosci quelle persone che si incontrano e si mettono tutti il pannolone? Non so come chiamarli… I nichilisti della situazione, diciamo, i feticisti di qualcosa, che si incontrano tutti con il pannalone… Insomma, qualcuno ha interpretato questa cosa pensando fossi uno di loro, ma a me non frega un cazzo, non mi metto il pannolone per farmi coccolare da te. Esiste anche questo però. Se mi fossi messo…che cazzo ne so, i jeans? Mi avrebbero contatto quelli della Levis dicendo ‘sei uno di noi’. Tutto è strumentalizzabile, appunto.”

Hai definito il tuo lavoro come un “concept album”, con brani legati da un filo logico.
Benomale si. Io vedo un filo tra un brano e l’altro, nel senso che sono tutti temi che in qualche maniera vengono ripresi e ripetuti in maniera quasi ossessiva. Anche se in alcuni casi sono nascosti. In ‘Potere’ per esempio, o ne ‘L’acqua che Hai Ingoiato’, sembra che non ci sia un filo conduttore ma in realtà c’è. Per esempio nel secondo brano il filo conduttore è il quarantenne che a un certo punto ha una specie di visione strana. Nota una specie di apocalisse. Insomma, ha un attacco di panico. E lo interpreta come la fine della sua giovinezza, da lì inizia a vedere il mondo per quello che è veramente. Non è più tutto rose e fiori, non è più un pensare ‘sono un dio e nessuno può uccidermi’. Inizia a essere fragile, a vedere veramente le cose che vedeva il giorno prima per quello che sono, e facendo la stessa strada di sempre nota che le stesse cose che vedeva non sono così gradevoli come pensava, ma grottesche. E quindi il filo conduttore è questo personaggio che passa dai diversi stati d’umore tra un pezzo e l’altro.”

Personaggio che hai descritto appunto come un “condannato a morte”.
“Esattamente. È un condannato a morte dalla vita, perché si rende conto che non è colpa sua se è nato, e in alcuni casi ha pensato anche ‘cazzo che sfiga che ho avuto a nascere’ perché, appunto, è una cosa che non si può decidere. Tu mi stai mettendo al mondo per farmi soffrire, ed è una cosa che veramente fa rabbrividire dal mio punto di vista. Cioè mi hai voluto bene ma mi intanto mi hai condannato a morte.”

Che mondo di merda. Ma andiamo avanti: nell’album si nota una forte attenzione ai testi, ma la chitarra come sempre è abbastanza presente.
Beh la chitarra c’è sempre stata, è una specie di prolungamento del mio corpo. Non ho mai suonato un altro strumento, mi sono sempre visto appoggiato a una cassa della chitarra e avevo la spalla già deformata tanto tempo fa per la postura sbagliata. Siamo un tutt’uno, non riuscirei a scrivere con un altro strumento, mi dovrei applicare, ma sono un pigro di merda quindi figurati se mi metto a studiare pianoforte, ad esempio. Non ho tempo, quindi continuerò con la chitarra. Una cosa che penso e che mi piacerebbe fare è un disco futuro da far suonare ad altre persone, con altri strumenti che non siano soltanto chitarra e la mia voce ovviamente. Ed è una cosa a cui sto pensando attualmente.”

Tre artisti che ti hanno influenzato?
“Beh, ce ne sono un po’. Cazzo ne so, i Nirvana o i Soundgarden. Io ho vissuto negli anni ’90 sostanzialmente, e comunque ecco, l’insieme di queste band è un po’ una cornucopia d’abbondanza intesa come tale. Non è come l’esempio della pizza, della pasta, e di tutte quelle cose messe insieme; ma è tutta una serie di cose positive che mettendole dentro, in qualche maniera, ti influenzeranno, appunto, positivamente. Cioè, non puoi sbagliare se citi nomi come quelli che ti ho detto. Poi vabbè, io sono anche un metallaro di merda, quindi per quanto riguarda ti direi i Pantera. Ma quel tipo di metallaro, non da Metallica ma da Pantera. C’è un delirio di musica figa anche adesso, sto ascoltando per esempio i Neutral Milk Hotel. Basta avere del tempo e trovarli.”

Megadeth o Metallica?
“Megadeth tutta la vita. Rust in Peace è uno dei dischi più fighi della storia del metal, di quel tipo di metal.”

Tornando all’album. Vedendo i temi sociali, politici e l’attuale situazione italiana, c’è qualcuno che lo potrebbe criticare?
Guarda, la musica è fatta anche per far pensare le persone. I testi servono a quello e devi anche immaginare che c’è un punto di vista di una persona che magari ha studiato leggermente più di te, e quindi ne sa parlare più di te di questo cazzo d’argomento. Quindi magari la cosa di avere la pazienza d’ascoltare chi è più “grande” di te bisogna averla. Io l’ho imparata dopo in realtà, perché quando sei piccolo spesso non lo capisci. Poi se la cosa ti dà fastidio ascolta la trap, fa quello che cazzo vuoi. Metti due pezzi inutili che parlano di niente, che non ti danno fastidio, che non ti fanno innervosire: forse vivrai meglio.”

Dio, che presenza ha nella tua vita? Ascoltando “Attentato a Dio” non posso far altro che domandartelo e, ovviamente, nemmeno te lo chiedo se credi in qualcosa…
“Guarda per me è la ricerca di una cosa che sai che non troverai mai, non esiste e sai benissimo che non esiste. E ti fai aiutare da questa specie di alter ego che chiameremo santo, che in realtà ti piglia per il culo. Ti organizza un attentato, ti rende partecipe di questa cosa e poi ti dice che da adesso dovrai soltanto aspettare, quando si farà vivo se avrai il coraggio lo ucciderai. In realtà è un’attesa che non porta a niente, nel mio mondo. Non c’è un dio nel mio mondo, è un modo allegorico per combattere questa cosa stupida che è la religione.”

Ultima domanda. C’è un brano a cui tieni di più tra questi otto?
Si, forse proprio Attentato a Dio. Perché ha quel tipo di impostazione che mi piace proprio, sia in termini strumentali che di testo. È imprevedibile, allegra, triste e graffiante al tempo stesso. Tutto in un pezzo di due minuti.”

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Medimex: Liam Gallagher porta gli anni Novanta a Taranto 0 64

Dopo l’apertura di Cigarettes After Sex ed Editors, il Medimex prosegue la sua cavalcata trionfante a Taranto con un altro concerto di successo: Liam Gallagher. L’ex Oasis ha regalato poco più di un’ora di concerto ai propri fan, cantando i vecchi successi della band che ha fatto grande il britpop, qualcosa dell’ultimo disco solista ed il suo nuovo singolo.

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Il concerto inizia intorno alle otto, quando sul palco salgono i JoyCut, gruppo musicale dark-wave elettronico formatosi nel 2003 a Bologna. La giusta alchimia fra synth, batteria e tastiere dà la carica al pubblico che aveva già iniziato ad affollare la rotonda del lungomare dalle 18, molto prima del concerto di ieri.

Dopo un’ora sale sul palco King Hammond, musicista londinese accompagnato dalla sua band: un po’ B-52s, un po’ sagra di paese in senso buono, King Hammond suona per quaranta minuti il suo raggae-ska movimentando la folla, ormai in trepida attesa di Liam Gallagher.

Alle 22.20 sale sul palco l’ex Oasis: classico giaccone invernale, storico tamburello in mano e tutti gli anni 90 sulle spalle. Il concerto si apre con Rock ‘N’ Roll Star, singolo datato 1995 uscito dal disco Definitely Maybe del 94: uno dei brani più rappresentativi degli Oasis. E non è da meno il secondo brano in scaletta, Morning Glory, title track del disco che fece grandi gli Oasis con sedici milioni di dischi venduti, terzo disco più venduto di sempre in Inghilterra, dietro a Beatles e Queen. Piccolo siparietto per concludere l’introduzione al concerto, con Liam che si “libera” del suo tamburello lanciandolo nel pubblico (se sei il fortunato ad averlo preso, mandaci una foto in DM su Facebook e Instagram!)

Il concerto prosegue con Wall of Glass, singolo di punta del disco solista di Liam Gallagher, As You Were. Da qui parte una piccola parentesi di tre canzoni estratte da questo disco, fra cui l’altro singolo di successo, For What it’s Worth. Ed è proprio dopo quest’ultima che arriva un bel momento: l’anteprima italiana del nuovo singolo, Shockwave, pubblicato il giorno prima ed estratto dal nuovo disco in arrivo del cantante inglese: Why Me? Why Not.

Liam Gallagher è esattamente come te lo immagini, come lo hai visto dai video: mani dietro la schiena, espressione costantemente arrogante, non sai mai chi del pubblico manderà a fanculo. È per questo che gli si vuole tanto bene, penso. Intanto che penso, il live prosegue e sul palco si suona una bellissima Some Might Say, cui segue Universal Gleam, fino ad arrivare alla spettacolare Lyla.

foto panoramica di Rosa De Benedetto

Il pubblico risponde benissimo, molti sventolano le maglie del Manchester City, qualcuno alza una maglia dei Noel Gallagher’s High Flyin’ Birds; Liam risponde in inglese: “Preferisco altre maglie. Preferisco la mia!” indicandone una lì vicino. E riprende a suonare: Cigarettes and AlcoholEh La, e si arriva al momento atteso da tutti: Wonderwall. Salti, urla, occhi lucidi.

Liam saluta, ma si sa che è solo per poco. Rientra e riattacca a suonare: la potenza di Roll With It, brano di apertura di quel What’s The Story Morning Glory di cui prima, risuona in tutta la città. E risuona forte anche nel cuore dei fan, che non sentivano questo pezzo live da ben dieci anni. Finisce Roll With It e Liam annuncia l’ultima canzone, partono le note e tutti sanno che si tratta di Champagne Supernova, alla quale viene affidata quasi sempre la chiusura dei suoi concerti.

Ci son poche parole per descrivere il momento storico che ha vissuto ieri la città di Taranto e la gente accorsa da tutto il Sud per questo live. Chi ha vissuto gli anni ’90 può desiderare solo tre cose nella vita: un appuntamento con Jennifer Aniston, una settimana col Drugo e un concerto di uno dei Gallagher. Ieri almeno uno di questi desideri si è avverato.

Californication compie vent’anni: riscopriamolo 0 127

Sapevamo che il disco aveva avuto un largo successo quando andammo in Europa per un giro di conferenze stampa. Eravamo in Italia, io e John stavamo sul sedile posteriore di una Mercedes con il finestrino aperto. Un motorino con due ragazzi italiani si fermò accanto a noi. Guardarono dentro e cominciarono a urlare: “Ehi, Californication, Californication!”. Poi si misero a cantare Scar Tissue. Il disco era uscito da cinque giorni. Ovunque andassimo, tutti i negozi suonavano il nostro disco. L’Italia aveva preso fuoco. Passammo dal vendere una manciata di dischi al venderne più di chiunque altro quell’anno in Italia. Com’è che un Paese intero decide di cominciare ad amarti in un giorno?

Così Anthony Kiedis decise di parlare di Californication all’interno della sua biografia, “Scar Tissue”, proprio come uno dei singoli estratti dall’album che ha fatto grande la band americana nel mondo. Californication usciva oggi, 8 giugno, vent’anni fa, nel 1999, segnando per sempre quell’estate e la storia della musica. Ma anche la storia della band losangelina.

Usciti un po’ malconci dal rilascio di One Hot Minute, stroncato dalla critica, e orfani del chitarrista sostituto di Frusciante, Dave Navarro, licenziato per incompatibilità con il resto della band, i Red Hot avevano bisogno del rilancio – un rilancio dovuto, per altro; non fosse solo per il successo che ebbe Blood Sugar Sex Magic, soprattutto in America.

Così, nell’estate del 1998, Flea riesce a convincere Frusciante, nel frattempo disintossicatosi dalla dipendenza dall’eroina, a rientrare nel gruppo. Il disco inizia a prendere forma grazie al lavoro di quest’ultimo, accompagnato dalle liriche del frontman e dalle jam session che da sempre hanno contraddistinto lo sviluppo dei dischi dei peperoncini.

Il sound vira: vengono abbandonate le sperimentazioni che ammiccavano al metal – frutto probabilmente del chitarrista ex-Jane’s Addiction – puntando tutto sull’alternative con il giusto mix di quel funk-rock che fece la fortuna della band agli inizi. Quello che non cambia è il produttore: Rick Rubin seguirà infatti la band per questo terzo lavoro di fila, dopo aver prodotto i già citati One Hot Minute e BSSM.

Il disco vide la luce proprio l’otto giugno del 1999, anticipato di un paio di settimane dal singolo Scar Tissue, uno dei brani più rappresentativi del gruppo. Fu un successo di critica e di vendite; qualcuno elogiò un Anthony Kiedis in grande spolvero, molti attribuirono la qualità al ritorno di Frusciante. Californication raggiunse la prima posizione in classifica in nove Paesi diversi – fra cui l’Italia, dove vendette 700.000 copie in due anni – aggiudicandosi ben undici dischi d’oro.

Oggi Californication rimane una pietra miliare della musica mondiale, uno di quei dischi che tante band sperano di rilasciare un giorno. E anche se oggi i Red Hot non sono più gli stessi, con il secondo abbandono di Frusciante e le speranze di un suo ritorno ormai rasentanti lo zero, ascoltare le prime note del brano omonimo durante un live è come tornare piccoli, o giovani, per rivivere i magici momenti dell’ultima estate del secolo scorso.

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