Intervista a Daniele del Muro del Canto: “Contenti del nuovo disco; Giancane? Sta facendo bene; Roma? Eh…” 0 223

Abbiamo chiacchierato con Daniele Coccia, il frontman de Il Muro del Canto​, band romana attualmente impegnata nel tour promozionale del loro ultimo lavoro in studio: “L‘Amore Mio Non More“. Abbiamo parlato di molte cose: dell’album, del tour, dell’abbandono di Giancarlo Barbati (in arte Giancane​) e del messaggio universale che la band vuole mandare attraverso il “proprio” modo di comunicare. “L’Amore Mio Non More” è il quarto lavoro in studio della band romana, parla di un amore nostalgico e allo stesso tempo amaro, che non si limita al sentimento ma pervade ogni altro aspetto; in particolare quello sociale, culturale, oltre all’amore verso la vita. “Una resistenza che noi teniamo viva verso l’amore in generale”.

Ciao Daniele! Come stai? Come sta andando il tour? È iniziato il 16 novembre ad Asti e sono passati due anni da ‘Fiore de Niente’. Noti qualcosa di diverso dal precedente lavoro?
“Si si, mo che è uscito il disco nuovo, ‘L’Amore Mio Non More’, noto che è cresciuta ulteriormente l’attenzione nei nostri confronti. Sono molto contento perché se ne parla tanto, ci hanno aspettato di più anche al nord e questo vuol dire che qualcosa progredisce in senso positivo; quindi si, siamo davvero contenti attualmente di come stanno andando le cose.”

Ieri stavo osservando la copertina dell’album in cui vengono raffigurati un orologio, un serpente e un pettirosso. Il tema del tempo viene individuato subito; con gli altri elementi raffigurati cosa volete comunicare?
“Guarda, gli altri elementi simboleggiano un po’, diciamo, il bene e il male nel cammino della vita; e la vita è intesa appunto come ‘tempo’. Invece il titolo sta a indicare che in questo cammino noi preferiamo porre l’accento sull’amore, un amore che va oltre, che non si limita all’aspetto sentimentale ma va anche verso gli aspetti sociali. Diciamo che è una sorta di resistenza che noi teniamo viva verso l’amore in generale. Non so se mi sono espresso bene.”

Un amore immortale ma doloroso. Possiamo intenderlo come ‘due innamorati che non vogliono perdersi ma che non hanno più nulla da darsi’?
“Non solo, non sono due persone in realtà; noi intendiamo l’amore verso la vita, verso la cultura, verso varie cose. Questo teniamo a precisare, è l’amore rispetto agli aspetti positivi della vita.”

I due singoli ‘Reggime er gioco’ e ‘La vita è una’ mostrano la vostra scelta di tenere ben saldo un piede nelle vostre radici. Di solito cantare in dialetto, parlare di una realtà specifica, restringe il campo d’azione; nel vostro caso invece è accaduto l’opposto, avete infatti da tempo un ottimo seguito anche oltre le mura di Roma.
“Si si, guarda, il romano non è un dialetto molto stretto, è molto comprensibile. Ho capito che comunque è anche un modo di ‘essere’ molto amato dappertutto. E poi diciamo che è solo un “colore” della romanità perché è talmente comprensibile che molti ci chiedono se noi parliamo con un accento romano o se parliamo proprio in dialetto. In realtà il dialetto romano è comprensibilissimo, non è un dialetto stretto, è questo che forse ci aiuta un po’.”

Quindi questa scelta non è mai stato un limite per voi?
“No, anzi. È stata una cosa che secondo noi ha fatto affezionare il pubblico. Poi ecco, se a qualcuno crea fastidio non lo so, però non è stato mai un limite ma forse il nostro asso nella manica; è quello che ci differenzia dalle altre proposte.”

Nei video dei due singoli compaiono due grandi attori: Vinicio Marchio e Marco Giallini, due attori che, come spesso accade, sono legati all’immagine dei loro personaggi interpretati in Romanzo Criminale. Credi che il pubblico potrebbe non percepire a pieno il messaggio dei video a causa di questa influenza?
“Si, vabbé, è vero, però entrambi hanno fatto tantissimo anche dopo Romanzo Criminale. Io penso che tutti e due siano ormai usciti da quel periodo lì nel tempo. Giallini negli ultimi anni ha avuto una consacrazione impressionante e Vinicio sta facendo tantissimo teatro. Magari la gente non lo sa perché segue solamente quel tipo di telefilm. Si, comunque si, molti erano legati a quei film, ma io me sento de dì che sono passati molti anni e sono stati bravissimi ad interpretare i personaggi dei due singoli.”

Come è nata la collaborazione? Cosa vi ha fatto dire “sono proprio loro due quelli che cerchiamo”?
“È nato tutto per caso, ci siamo incontrati ed entrambi ci sembravano proprio perfetti per incarnare una certa Roma che, comunque, è soprattutto popolare; insomma, una certa visione di Roma e della cultura che viene dal basso. Quindi per noi è stato proprio automatico chiedere se gli annava di partecipare e loro sono stati entusiasti fin da subito. È stato molto gratificante perché siamo loro fan oltre che amici, quindi sì: siamo stati molto contenti.”

Attraverso questi video avete fatto notare un’influenza cinematografica. Già in passato avete varcato le porte dell’audiovisivo, dalla colonna sonora della serie tv di ‘Suburra’ a ‘Go Home a casa loro‘. È avvenuto tutto in maniera naturale? Le vostre influenze cinematografiche hanno influito?
“Guarda, noi amiamo molto il cinema, chi ci ascolta ci dice che creiamo molte immagini quindi, ecco, è venuto un po’ da sé. Noi appunto cerchiamo di creare ottimi videoclip, di colonne sonore ci piacerebbe farne anche di più e la collaborazione con loro è stata eccezionale. Poi noi siamo proprio amanti del cinema e per quanto ci riguarda…che ben vengano queste collaborazioni. Nasce tutto dalla nostra passione per Pasolini, per il cinema romano e anche quello moderno; noi e il cinema andiamo d’accordo ma bisogna vedere se in futuro il cinema andrà d’accordo con noi!”

Ascoltando ‘Roma Maledetta’ non ho potuto far altro che pensare ad una perfetta associazione con un’eventuale pellicola cinematografica.
“Si, anche noi, abbiamo infatti in mente di fare un video su questa canzone. Ma vediamo un po’ con che tempi…”

Nel corso degli anni si è evoluto molto il vostro sound e adesso collocarlo in un genere specifico potrebbe essere molto difficile e riduttivo. Non credi?
“Io lo spero guarda, lo spero [Ride, n.d.r.]. A noi per esempio la classificazione ‘folk’ ci sta un po’ stretta – in realtà ci definiscono così forse perché magari cantiamo in dialetto. Ma noi siamo più affezionati al rock americano, che in realtà non c’entra niente col folk italiano. Siamo più, appunto, verso il folk americano, quello italiano non è rappresentato nella nostra musica e non ci rappresenta. Però ecco, le definizioni le lasciamo agli ‘addetti ai lavori’, noi cerchiamo di non fossilizzarci su un suono. Quello che siamo è l’unione de sei musicisti, che dà poi un genere che diventa il “nostro”. Non siamo derivativi, non ci piace copiare, è una cosa che lasciamo evolvere lasciando il giudizio ai giornalisti e a chi ci ascolta. Ci fa piacere però sentire le varie opinioni…”

Spesso vi hanno inquadrato in quel genere definibile come ‘musica popolare moderna’; vi hanno anche definiti ‘i Lando Fiorini moderni’. Vi riscontrate un po’ in questo?
“Guarda, in realtà c’è anche quello. Tra l’altro nell’ultimo disco abbiamo messo una canzone che ha scritto lui [si riferisce a Ponte Mollo, n.d.r.]. Non ci dà fastidio nulla, pensiamo che una definizione sola potrebbe essere riduttiva, ma parlando un po’ di tutto potremmo andare sul riduttivo. Nel nostro caso siamo pure curiosi di vedere come ci definiscono, perché anche noi non sapremmo come…”

Con la morte di Lando potremmo dire che è scomparso l’ultimo grande cantante popolare romano, cosa che ha creato un grande vuoto nella cosiddetta ‘scena romana’.
“Anagraficamente era l’ultimo vivo, quindi penso che sia stato l’ultimo della vecchia scuola ancora in vita e purtroppo se né andato. Noi non siamo mai stati grandi fan di Lando Fiorini, però la canzone Ponte Mollo era bellissima, noi l’abbiamo sempre amata e da diversi anni la facevamo dal vivo con un arrangiamento che ci sembra perfetto per il brano. Però è un artista davanti al quale ci togliamo proprio il cappello.”

Lando Fiorini, cantautore romano scomparso nel 2017

Da romani quindi vi sentite in dovere di colmare questo vuoto che si sta creando nella scena?
“In realtà a Roma, se dovessimo paragonarla a Napoli per esempio, potremmo dire che è sempre stata molto povera di musica cantata in romano. Ma da sempre eh. Nel senso che a parte Gabriella Ferri e altri pochi casi forti degli anni sessanta e settanta, potremmo dire che già in passato, negli anni ottanta e novanta, si era creato un vuoto. Colmato solamente nel 2000 dagli Ardecore, band che ha ripreso a cantare le canzoni romane. E adesso si sta cantando in romano molto più di prima, lo vedo proprio intorno – e non solo perché ci siamo noi – e sono contento di questa cosa, perché si porta avanti una tradizione e una forma di canzone che, come se capisce, noi amiamo molto. Quindi il fatto che ci sia una rinascita, una nuova scuola, ci rende molto felici. È una cosa che noto molto e so che ai romani piace questo tipo di passione verso la propria città, quindi ci rendiamo conto che era un vuoto stupido, ed è stata un’ottima idea andarlo a colmare.”

Anche nella vostra band si è creato un vuoto. Giancane ha abbandonato…
“Si, eh… Giancane se n’è andato e ci dispiace molto. Ha un suo progetto, sta facendo bene e noi siamo contenti che stia andando così. Ci dispiace perché siamo amici da tanti anni ma siamo contenti che la cosa sia finita in armonia… e niente, magari continueremo a collaborare insieme, a vederci, come sta succedendo in questi giorni. Insomma, le strade si sono divise a livello artistico e non a livello umano.”

Come ultima domanda: Roma ancora non ha visto la vostra presenza durante il tour. Da poco avete deciso la data e sarà il 14 febbraio, il giorno di San Valentino…
“Si, suoneremo a Garbatella, un quartiere molto popolare, uno dei centri nevralgici della romanità. Ci suoneremo il 14 e speriamo che sia una grande festa e che tutti rimarranno contenti. Noi siamo molto felici perché ci manca proprio il pubblico romano. Le date sono andate molto bene anche a Milano, a Modena e a Torino, ma a Roma ci aspetta sicuramente molta più gente e sarà ‘na festa che sicuramente non dimenticheremo. Spero che vada tutto alla grande e…incrociamo le dita.”

A questo punto sarà obbligatoriamente questa l’ultima domanda: rispetto alle precedenti date ci sarà qualcosa di diverso a Roma?
“…guarda, in realtà ci sarà, ma non so se te lo posso dire; cioè, lo dico solo a te, però non lo scrivere! [Ride, n.d.r.]

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Medimex: Liam Gallagher porta gli anni Novanta a Taranto 0 65

Dopo l’apertura di Cigarettes After Sex ed Editors, il Medimex prosegue la sua cavalcata trionfante a Taranto con un altro concerto di successo: Liam Gallagher. L’ex Oasis ha regalato poco più di un’ora di concerto ai propri fan, cantando i vecchi successi della band che ha fatto grande il britpop, qualcosa dell’ultimo disco solista ed il suo nuovo singolo.

medimex blunote music

Il concerto inizia intorno alle otto, quando sul palco salgono i JoyCut, gruppo musicale dark-wave elettronico formatosi nel 2003 a Bologna. La giusta alchimia fra synth, batteria e tastiere dà la carica al pubblico che aveva già iniziato ad affollare la rotonda del lungomare dalle 18, molto prima del concerto di ieri.

Dopo un’ora sale sul palco King Hammond, musicista londinese accompagnato dalla sua band: un po’ B-52s, un po’ sagra di paese in senso buono, King Hammond suona per quaranta minuti il suo raggae-ska movimentando la folla, ormai in trepida attesa di Liam Gallagher.

Alle 22.20 sale sul palco l’ex Oasis: classico giaccone invernale, storico tamburello in mano e tutti gli anni 90 sulle spalle. Il concerto si apre con Rock ‘N’ Roll Star, singolo datato 1995 uscito dal disco Definitely Maybe del 94: uno dei brani più rappresentativi degli Oasis. E non è da meno il secondo brano in scaletta, Morning Glory, title track del disco che fece grandi gli Oasis con sedici milioni di dischi venduti, terzo disco più venduto di sempre in Inghilterra, dietro a Beatles e Queen. Piccolo siparietto per concludere l’introduzione al concerto, con Liam che si “libera” del suo tamburello lanciandolo nel pubblico (se sei il fortunato ad averlo preso, mandaci una foto in DM su Facebook e Instagram!)

Il concerto prosegue con Wall of Glass, singolo di punta del disco solista di Liam Gallagher, As You Were. Da qui parte una piccola parentesi di tre canzoni estratte da questo disco, fra cui l’altro singolo di successo, For What it’s Worth. Ed è proprio dopo quest’ultima che arriva un bel momento: l’anteprima italiana del nuovo singolo, Shockwave, pubblicato il giorno prima ed estratto dal nuovo disco in arrivo del cantante inglese: Why Me? Why Not.

Liam Gallagher è esattamente come te lo immagini, come lo hai visto dai video: mani dietro la schiena, espressione costantemente arrogante, non sai mai chi del pubblico manderà a fanculo. È per questo che gli si vuole tanto bene, penso. Intanto che penso, il live prosegue e sul palco si suona una bellissima Some Might Say, cui segue Universal Gleam, fino ad arrivare alla spettacolare Lyla.

foto panoramica di Rosa De Benedetto

Il pubblico risponde benissimo, molti sventolano le maglie del Manchester City, qualcuno alza una maglia dei Noel Gallagher’s High Flyin’ Birds; Liam risponde in inglese: “Preferisco altre maglie. Preferisco la mia!” indicandone una lì vicino. E riprende a suonare: Cigarettes and AlcoholEh La, e si arriva al momento atteso da tutti: Wonderwall. Salti, urla, occhi lucidi.

Liam saluta, ma si sa che è solo per poco. Rientra e riattacca a suonare: la potenza di Roll With It, brano di apertura di quel What’s The Story Morning Glory di cui prima, risuona in tutta la città. E risuona forte anche nel cuore dei fan, che non sentivano questo pezzo live da ben dieci anni. Finisce Roll With It e Liam annuncia l’ultima canzone, partono le note e tutti sanno che si tratta di Champagne Supernova, alla quale viene affidata quasi sempre la chiusura dei suoi concerti.

Ci son poche parole per descrivere il momento storico che ha vissuto ieri la città di Taranto e la gente accorsa da tutto il Sud per questo live. Chi ha vissuto gli anni ’90 può desiderare solo tre cose nella vita: un appuntamento con Jennifer Aniston, una settimana col Drugo e un concerto di uno dei Gallagher. Ieri almeno uno di questi desideri si è avverato.

Californication compie vent’anni: riscopriamolo 0 127

Sapevamo che il disco aveva avuto un largo successo quando andammo in Europa per un giro di conferenze stampa. Eravamo in Italia, io e John stavamo sul sedile posteriore di una Mercedes con il finestrino aperto. Un motorino con due ragazzi italiani si fermò accanto a noi. Guardarono dentro e cominciarono a urlare: “Ehi, Californication, Californication!”. Poi si misero a cantare Scar Tissue. Il disco era uscito da cinque giorni. Ovunque andassimo, tutti i negozi suonavano il nostro disco. L’Italia aveva preso fuoco. Passammo dal vendere una manciata di dischi al venderne più di chiunque altro quell’anno in Italia. Com’è che un Paese intero decide di cominciare ad amarti in un giorno?

Così Anthony Kiedis decise di parlare di Californication all’interno della sua biografia, “Scar Tissue”, proprio come uno dei singoli estratti dall’album che ha fatto grande la band americana nel mondo. Californication usciva oggi, 8 giugno, vent’anni fa, nel 1999, segnando per sempre quell’estate e la storia della musica. Ma anche la storia della band losangelina.

Usciti un po’ malconci dal rilascio di One Hot Minute, stroncato dalla critica, e orfani del chitarrista sostituto di Frusciante, Dave Navarro, licenziato per incompatibilità con il resto della band, i Red Hot avevano bisogno del rilancio – un rilancio dovuto, per altro; non fosse solo per il successo che ebbe Blood Sugar Sex Magic, soprattutto in America.

Così, nell’estate del 1998, Flea riesce a convincere Frusciante, nel frattempo disintossicatosi dalla dipendenza dall’eroina, a rientrare nel gruppo. Il disco inizia a prendere forma grazie al lavoro di quest’ultimo, accompagnato dalle liriche del frontman e dalle jam session che da sempre hanno contraddistinto lo sviluppo dei dischi dei peperoncini.

Il sound vira: vengono abbandonate le sperimentazioni che ammiccavano al metal – frutto probabilmente del chitarrista ex-Jane’s Addiction – puntando tutto sull’alternative con il giusto mix di quel funk-rock che fece la fortuna della band agli inizi. Quello che non cambia è il produttore: Rick Rubin seguirà infatti la band per questo terzo lavoro di fila, dopo aver prodotto i già citati One Hot Minute e BSSM.

Il disco vide la luce proprio l’otto giugno del 1999, anticipato di un paio di settimane dal singolo Scar Tissue, uno dei brani più rappresentativi del gruppo. Fu un successo di critica e di vendite; qualcuno elogiò un Anthony Kiedis in grande spolvero, molti attribuirono la qualità al ritorno di Frusciante. Californication raggiunse la prima posizione in classifica in nove Paesi diversi – fra cui l’Italia, dove vendette 700.000 copie in due anni – aggiudicandosi ben undici dischi d’oro.

Oggi Californication rimane una pietra miliare della musica mondiale, uno di quei dischi che tante band sperano di rilasciare un giorno. E anche se oggi i Red Hot non sono più gli stessi, con il secondo abbandono di Frusciante e le speranze di un suo ritorno ormai rasentanti lo zero, ascoltare le prime note del brano omonimo durante un live è come tornare piccoli, o giovani, per rivivere i magici momenti dell’ultima estate del secolo scorso.

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