Intervista a Daniele Di Maglie: “‘La Mia Parte Peggiore’ il nuovo disco, ne sono orgoglioso. Progetti futuri? Mi godo il momento” 0 765

Sono passati quattro anni da ‘Il Mio Garage’, il secondo disco di Daniele Di Maglie, cantautore e scrittore tarantino. Definito da Rock-itStrambo e con una cifra pop anomala […] moderno cantautore romantico”, Daniele ha dato alle stampe a settembre il suo terzo album, ‘La Mia Parte Peggiore’, uscito anch’esso, come il precedente, sotto l’etichetta pugliese Digressione. Entusiasmati dall’ascolto, abbiamo deciso di farci una chiacchierata con il cantautore, chiedendogli cosa comunica questo nuovo lavoro, le sue impressioni sul tour in corso e cosa riserva per lui il futuro.

Ciao Daniele! Per iniziare questa intervista vorrei che ci raccontassi un po’ di te, dalla tua prima pubblicazione all’ultimo disco uscito, “La Mia Parte Peggiore”!
Come musicista ho tre dischi all’attivo: il primo, ‘Non so più che cosa scrivo’ è uscito nel 2001 con un’etichetta barese che si chiamava ‘Cavallo giallo’ – una sorta di consorzio di amici musicisti che si misero assieme per tirar su alcuni lavori discografici di particolare interesse, per loro. Lo stesso disco fu ristampato e pubblicato nel 2003 da ‘Storie di Note’, un’etichetta romana che ha pubblicato, tra le altre cose, alcuni dischi del compianto Claudio Lolli. Poi c’è stato un lungo periodo di concerti, senza uscite discografiche, se non alcune compilation. Nel 2014 è uscito ‘Il mio garage’ e a settembre 2018 ‘La mia parte peggiore’, il mio terzo disco. Nel mentre ho continuato a scrivere, come sempre, pubblicando il romanzo ‘La ballata dei raminghi adirati’, la raccolta intitolata ‘L’Altoforno. L’Ilva nei racconti e nelle canzoni di un cantautore di Taranto” in cui affronto il tema complesso del rapporto ambivalente che da sempre lega la città di Taranto all’impianto siderurgico, ed altre cose sparse, tra cui un racconto uscito sul Corriere della Sera nel 2003, ‘Malaestate’Nel 2016, una serie di ‘versi non cantati’ sono anche stati raccolti in un’antologia poetica dal titolo Le Gazze Disattente per ‘Secop Edizioni’.”

Come mai è passato così tanto tempo dal tuo primo disco al secondo?
Le ragioni possono essere tante. Innanzitutto una marea di concerti, perché dopo ‘Non so più che cosa scrivo’ ho iniziato ad andare su e giù lungo la penisola, dalla Sicilia al Trentino, per intenderci, tanti concerti. Nel frattempo cominciai anche a lavorare con una certa continuità, un lavoro ‘ordinario’, intendo, che chiaramente mi costringeva a presentarmi ogni mattina a lavoro e… capisci bene che tutto questo limita un po’ la vita artistica, fatta di chilometri, notti brave. Aggiungici anche un po’ di scapocchioneria [Dial. tarantino per ‘fannulloneria’, n.d.r.] (Ride, n.d.r.).”

A quali artisti ti ispiri per la composizione della tua musica?
Nasco ascoltando canzone d’autore italiana, quella di un certo tipo: De Andrè, Claudio Lolli, Guccini, De Gregori, passando per Dylan, Cohen, Tom Waits, Nick Cave e tanti altri, non tralasciando gruppi rock, soprattutto nella tarda adolescenza, come i Deep Purple, i King Crimson o Le Orme. Ma anche, più in là, crescendo, ascoltando dischi di Capossela e La Crus. Insomma, ‘nasco’ nel filone della canzone d’autore e a quello mi piace riferirmi: fin da quando ho iniziato a mettere le dita sulla chitarra, infatti, ho sempre e solo voluto raccontare storie. Non volevo suonare e basta. In quel tipo di canzoni non vedevo molta differenza fra musica e letteratura. E questo mi piaceva, mi affascinava, mi emozionava. I nomi che ho fatto prima, sono i nomi che hanno costellato la mia formazione, che hanno in qualche modo ‘forgiato’ il mio’“gusto’ – in un processo dialettico, ovviamente – ma quando scrivo le mie cose credo di non ispirarmi a nessuno: sono piuttosto egocentrico in questo.”

Parliamo un po’ del tuo ultimo disco, “La Mia Parte Peggiore”, uscito a settembre: come è nato questo lavoro?
“Questo disco è nato da una forte esigenza espressiva, ovvero quella di raccontare un percorso di crescita attraverso le stagioni più controverse degli ultimi decenni. Un percorso esistenziale, come in un romanzo di formazione. Le canzoni sono suddivise in tre aree tematiche che alludono alle fasi della giovinezza, della maturità e delle sintesi che ciascuno di noi ricava dalle vicissitudini della propria esistenza. C’è, all’interno del disco, un brano che considero cruciale, che fa da spartiacque tra la giovinezza e la maturità: ’Aprite il Fuoco’. È quel momento in cui le istanze individuali fanno i conti con le istanze sociali, e da questo incontro-scontro esce fuori ciascuno di noi con le proprie sintesi, la propria visione del mondo. Il disco, musicalmente parlando, è nato dalla collaborazione più che decennale con Cristò Chiapparino, scrittore e musicista – anzi: prima scrittore poi musicista, ipse dixit – il pianista che mi accompagna da sempre, e che in quest’occasione ha curato tutta la veste sonora del disco a partire dalle nude canzoni…”

Possiamo quindi definirlo anche un disco “politico”?
“Certo. Come scrivevo in una scheda di presentazione, è un disco eminentemente politico e al tempo stesso irrimediabilmente personale: personale perché scritto e vissuto con le viscere; politico perché inserito nel contesto politico-sociale nebuloso degli ultimi anni. Dalla strage di Bologna al Bataclan, per intenderci. Quindi sì, è anche politico.”

Politica che nella tua carriera artistica non hai mai tralasciato: leggevo addirittura un’intervista del Manifesto, che, insomma, dice già qualcosa.
Sì, mi definivano ‘cantautore socialmente scomodo’ (Ride, n.d.r.). Ma credo sia anche per il lavoro che faccio, in qualche modo. Mi occupo, da ormai vent’anni, di disagio sociale, prima coi tossicodipendenti e senza fissa dimora, poi con disabili e affetti da malattie mentali. Esperienze che direttamente ed indirettamente ho riportato e trasfigurato in certe mie canzoni”.

Poco meno di un mese fa (l’intervista è del 21 dicembre, n.d.r.) è uscito il primo estratto del disco, ‘Violini di Chagall’. Parlaci di questa canzone, accompagnata anche da un video.
’Violini di Chagall’ è la seconda traccia del disco e parla dell’infanzia: come ti dicevo, il disco parla di una crescita, e l’albero, si sa, viene dal seme. A differenza di molti miei ‘colleghi’ ho avuto un’infanzia felice. E mi piace raccontarla. La canzone ha un ritornello che sembra avulso dal cantato: ‘Se potessi tornare indietro ti sposerei’. È come se nel cortocircuito delle immagini vivide e care dell’infanzia, il narratore si rammaricasse di averle perdute o di non aver ‘fermato’ nulla, da cui il mood malinconico di tutto il brano. Riferendosi magari alle fanciulle ‘fiorite’ incontrate alle giostre o nei pressi di una cassarmonica – ‘c’era la festa del paese, il cartomante con le rose’…”

Nel pubblicare i prossimi singoli seguirai la divisione in tre parti del disco, pubblicandone uno per parte, o ti affiderai alla miglior ‘radiofonia’ delle canzoni?
No, guarda, non ho mai seguito il criterio della radiofonia, essendo criteri, adesso, alquanto misteriosi (Ride, n.d.r.). Mi lascerò guidare dalle sensazioni del momento; mi piacerebbe girare il video di ‘Aprite il fuoco’, che è il brano meno radiofonico che si possa pensare, una canzone che dura sei minuti e sappiamo benissimo che i brani radiofonici hanno ben altro minutaggio.”

È anche vero che i brani e i videoclip migliori escono sempre da tracce dalla lunga durata.
Verissimo, tant’è che un tempo i Pink Floyd si permettevano tracce e video di dieci minuti che poi passavano anche in radio… (Ride, n.d.r.)”

 Questo disco è uscito sotto l’etichetta pugliese Digressione Music. Come ti stai trovando?
Digressione nasce come etichetta di musica classica: ha un catalogo decisamente prezioso per quanto riguarda il genere, distribuendo praticamente in tutta Europa. Da qualche anno a questa parte si sta concentrando anche sulla canzone d’autore e devo dire con ottimi risultati. È raro trovare oggi etichette che ‘lavorano’ come Digressione, investendo con passione su progetti nei quali si crede fermamente, a dispetto della crisi conclamata del mercato discografico: certe realtà andrebbero realmente supportate acquistando i loro prodotti, perché sono in via di estinzione. Quest’anno abbiamo anche vinto il bando di Puglia Sounds, un bando regionale che finanzia progetti discografici in uscita stanziando dei budget, per cui abbiamo fatto un tour notevole: sono stato a Roma, a Milano due volte, a Ferrara, a Bari, Lecce, Taranto, Foggia, il calendario è in continuo aggiornamento: ho delle date a Bergamo e Novara e la cosa non può che farmi piacere.”

Com’è andato questo tour?
Bene. Molto bene. Queste date hanno aiutato a risvegliare un certo interesse in giro; quando uscì ‘Non so più che cosa scrivo’, nei primi anni Zero, feci una gran quantità di concerti – eravamo ancora in epoca pre-social e pre-youtube – conquistandomi un certo seguito col passaparola, i live, i chilometri, i cd masterizzati. Pensandoci bene, c’era un bel movimento in quegli anni, si suonava tanto. Poi però non è più uscito un disco con nuove canzoni per un sacco di tempo e la gente, sai, ha memoria corta (Ride, n.d.r.); adesso sto cercando di ‘riacciuffarli’ tutti!”

Ci sono progetti futuri? Passeranno gli stessi anni che son passati dal primo al secondo disco per ascoltare un altro album?
No, no, e poi devo dire di essere migliorato tra il secondo e il terzo (Ride, n.d.r.). Per adesso voglio sicuramente godermi questo disco, di cui sono piuttosto orgoglioso e a cui tengo particolarmente… Sta anche ricevendo ottimi consensi da parte degli ‘addetti ai lavori’, diverse recensioni lusinghiere – Fabrizio Versienti, certamente tra i più autorevoli critici nostrani, parlando del disco, ha scritto parole forti di stima, dicendo che ‘non ha eguali nella storia recente della canzone d’autore italiana’, ad esempio -. Voglio continuare a suonare dal vivo – che è una dimensione che amo particolarmente, e chi mi conosce lo sa – e godermi questo momento, ma ho già in cantiere qualcosa. Ho sempre qualcosa in cantiere!

Perfetto Daniele, ti ringrazio per essere stato con noi!
Grazie a te!”

Ricordiamo ai lettori che ‘La mia parte peggiore’ la si può acquistare direttamente sul sito di Digressione oppure su Amazon, IBS, ecc. È inoltre presente sulle principali piattaforme digitali: Spotify, iTunes, Apple Music, Deezer, YouTube.

Previous ArticleNext Article

Lascia un commento

L’essenziale ritorno dei Save Our Souls rimanda all’alternative anni ‘90 0 92

Si chiama “Esse o Esse” l’album di ritorno dei Save Our Souls (S.O.S.), la band bergamasca capitanata da Marco Ferri (in arte Bruco). Nati nel 1993 su iniziativa del loro fontman, gli S.O.S hanno saputo costruirsi una lunga carriera, segnata da cambi di formazione, intensa attività live, importanti collaborazioni e vittorie di rassegne e festival. Un bagaglio d’esperienza messo a disposizione di questo loro ultimo lavoro, che la band stessa descrive come «schietto e sincero e che rinuncia a fronzoli e orpelli puntando all’essenziale».

Forse gli orpelli ai quali si è deciso di rinunciare sono ammiccamenti all’elettronica o abbellimenti vari in fase di produzione, dato che il disco sembra voler catapultarci ad inizio/metà degli anni ’90 e all’alternative rock di quel periodo.  Negrita, Timoria, il primo Ligabue sono i primi nomi che vengono in mente sentendo le otto tracce che compongono un disco caratterizzato dalla semplicità degli arrangiamenti (nei quali dominano le chitarre), dall’immediatezza dei testi e dalla ricerca di melodie accattivanti. Non mancano, comunque, rimandi a un indie rock più fresco e scanzonato, sorretto da ritmiche più ballabili.

È il caso dell’opening “Venere acida”: un brano dedicato alla Musica, la dea dell’amore con la quale ogni musicista vive un costante rapporto di odio e amore.

Sorretta dai suoi riff poderosi di chitarra, arriva “Non mi fermare”: un inno punk sulla “lucida follia” di chi vuole trasformare la propria passione in un lavoro, non curandosi delle parole di chi invece prova a tracciare limiti.

Fa il suo ingresso l’acustica (che sarà molto presente nel proseguo del disco) nella successiva “E non sai più cosa sei”, brano che parla dell’alienazione, della spersonalizzazione e dell’apatia causate dall’uso (o, meglio, dall’abuso) dei social network e di internet.

Echi di britpop in “Madre”, ballatona già presente nel disco d’esordio (datato 1993) e per l’occasione ri-arrangiata in una nuova veste.

Si rialza il ritmo con “Ancora vivere” in attesa e in preparazione della romantica “Corri Luna”, malinconica ballata sulla paternità che rimanda alle sonorità e alle melodie dei Litfiba nei loro momenti più “morbidi”.

Timoria e Negrita a influenzare la successiva “Ancora un’ora”, che anticipa il brano di chiusura, “Presidente” (già registrato nel 2017 e inserito nella compilation prodotta e distribuita da NDS Music e allegata al mensile Tribuna Magazine). Cambia il tono – più ironico e scanzonato – in un brano che vuole essere un monito: diffidare dai leader dalle facili promesse, figure tanto affascinanti quanto abbindolatrici. Il cantato di Bruco, come per tutto il resto del disco, oscilla tra soluzioni che ricordano un po’ Piero Pelù, un po’ Francesco Renga,mentre alle immancabili chitarre si uniscono sintetizzatori dal sound futuristico.

Si chiude così un disco breve, diretto ed essenziale che, pur senza offrire brani sensazionali o particolari spunti d’interesse, si lascia ascoltare con godibilità. Non particolarmente attuale o innovativo nel suo intento di riprendere sonorità appartenenti al passato (per quanto recente), ma comunque apprezzabile per le sue melodie orecchiabili e il suo discreto songwriting.

Lei contro Lei: i Newdress cantano i due animi del mondo femminile 0 113

È uscito lo scorso 11 ottobre “Lei contro Lei”, ultimo lavoro dei bresciani Newdress, band attiva da più di dieci anni e con sei dischi all’attivo (tre ep e tre lp). Per l’occasione Stefano Marzioli e Jordan Vianello, storici fondatori della band e unici membri ad avervi fatto parte continuativamente sin dalla sua nascita, si sono avvalsi delle collaborazioni – tra gli altri – di Antonio Aiazzi (Litfiba) e del chitarrista Stefano Brandoni,

Con l’immediato ed esplicito intento di rendere omaggio, e di attingere a piene mani, al synthpop e alla electro wave anni ’80 (Duran Duran, New Order) senza tralasciare le sue derive più dark e decadenti (Depeche Mode, Gary Numan), “Lei contro Lei” si propone come un concept album che ruota intorno alla figura femminile. Da Marylin Monroe a Amelia Earhart, da Joyce Lussu a Greta Thunberg: sono tante e diverse le “muse” che hanno ispirato le dieci canzoni che compongono la tracklist dell’album. Positive e negative, perché con questo lavoro l’intento dei Newdress è quello di celebrare l’antitesi fra i due animi opposti del mondo femminile. Un intento ambizioso, ma non particolarmente riuscito. Sia per via di testi non sempre particolarmente a fuoco e in sintonia con il tema principale (si pensi all’opening “Vacanza Dark” o a “Il tipo banale”), sia per la scelta di un sound fin troppo derivativo e non particolarmente brillante per personalità.

Come detto, l’album si apre con l’interlocutoria “Vacanza Dark”, che con i suoi intrecci di tastiere dai suoni futuristici rimanda alle atmosfere di Digitalism e Ou Est la Swimming Pool.

Segue “Overdose in L.A.”, che cerca di immaginare l’ultima travagliata notte della diva del cinema Marylin Monroe. Sebbene sorretta da accattivanti sequenze di synth, poderosi e taglienti, il brano manca d’incisività, complice la piattezza della linea melodica del cantato.

Maggiore presa per le successive – e convincenti – “Pallida” (il singolo, che vede la partecipazione di Stefano Brandoni) e “Freelove Dating”, che parla di relazioni nate sul web.

La politica fa il suo prepotente ingresso nella più riflessiva “L’alieno e la bambina”, nella quale s’immagina un ipotetico incontro tra un visitatore dello spazio (che torna sulla Terra a 2000 anni dal suo primo approdo) e la paladina del movimento ambientalista Fridays for Future Greta Thunberg. Un pretesto per riflettere sui cambiamenti climatici causati dalla sconclusionata gestione delle risorse da parte dei nostri Capi di Stato.

Con la sua intro in stile Eurythmics arriva l’accattivante title track “Lei contro Lei” che, complice la melodia della strofa e la seconda voce al femminile, proprio non può non rimandare ai connazionali Baustelle. Al centro della narrazione del testo c’è lo scontro antitetico tra Lillith e Eva, le due moglii di Adamo.

La successiva “Joyce” vede la collaborazione di Antonio Aiazzi alla voce e alla produzione. Dave Gahan e soci presenti con la loro influenza in ogni nota pulsante di synth, mentre le parole di Marzoli si succedono come una preghiera notturna dedicata alla partigiana, scrittrice e poetessa Joyce Lussu.

È invece Amelia Earhart, prima donna ad aver sorvolato l’Oceano Pacifico, la protagonista de “Il Rumore di te”, che aggiunge poco a quanto già sentito in precedenza.

Segue la banale “Il tipo banale”, che potremmo riassumere parafrasandone il testo: “Le tastiere? Sempre uguali. La batteria? Sempre uguale. Le atmosfere? Sempre uguali.”

Terza collaborazione del disco per il brano di chiusura, “Bolle di sapone”, che si avvale del featuring di Diego Galeri alla batteria. Questa volta a essere cupenon sono solo le atmosfere ma lo è anche il soggetto del brano, che racconta una storia di credulità e magia, ignoranza e cupidigia, sentimenti e istinti primitivi, mortificazioni e dolore. Protagonista di questa macabra canzone è la serial killer Leonarda Cianciulli, nota come la “saponificatrice di Correggio”.

In definitiva “Lei contro Lei” si dimostra un disco riuscito solo in parte. Le melodie e i testi – solo a tratti particolarmente ispirati – lasciano intravedere l’indubbio potenziale di una band con una storia e un percorso di tutto rispetto. Ma l’idea di riproporre un sound sentito e risentito negli ultimi dieci anni (senza personalizzarlo o portarlo avanti in qualsiasi altra direzione) non giova a un lavoro che finisce per incartarsi nel suo stesso manierismo. Il tutto senza mantenere neanche una piena coerenza con l’idea di concept album. La seconda metà della prima decade degli anni 2000 è passata da un po’ e cavalcare l’onda di un revival ormai quasi del tutto sopito è una scelta che lascia il tempo che trova, per quanto nobili possano essere le influenze alle quali si vuole attingere. 

Argomenti popolari

Editor Picks

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: