Intervista a Daniele Di Maglie: “‘La Mia Parte Peggiore’ il nuovo disco, ne sono orgoglioso. Progetti futuri? Mi godo il momento” 0 1093

Sono passati quattro anni da ‘Il Mio Garage’, il secondo disco di Daniele Di Maglie, cantautore e scrittore tarantino. Definito da Rock-itStrambo e con una cifra pop anomala […] moderno cantautore romantico”, Daniele ha dato alle stampe a settembre il suo terzo album, ‘La Mia Parte Peggiore’, uscito anch’esso, come il precedente, sotto l’etichetta pugliese Digressione. Entusiasmati dall’ascolto, abbiamo deciso di farci una chiacchierata con il cantautore, chiedendogli cosa comunica questo nuovo lavoro, le sue impressioni sul tour in corso e cosa riserva per lui il futuro.

Ciao Daniele! Per iniziare questa intervista vorrei che ci raccontassi un po’ di te, dalla tua prima pubblicazione all’ultimo disco uscito, “La Mia Parte Peggiore”!
Come musicista ho tre dischi all’attivo: il primo, ‘Non so più che cosa scrivo’ è uscito nel 2001 con un’etichetta barese che si chiamava ‘Cavallo giallo’ – una sorta di consorzio di amici musicisti che si misero assieme per tirar su alcuni lavori discografici di particolare interesse, per loro. Lo stesso disco fu ristampato e pubblicato nel 2003 da ‘Storie di Note’, un’etichetta romana che ha pubblicato, tra le altre cose, alcuni dischi del compianto Claudio Lolli. Poi c’è stato un lungo periodo di concerti, senza uscite discografiche, se non alcune compilation. Nel 2014 è uscito ‘Il mio garage’ e a settembre 2018 ‘La mia parte peggiore’, il mio terzo disco. Nel mentre ho continuato a scrivere, come sempre, pubblicando il romanzo ‘La ballata dei raminghi adirati’, la raccolta intitolata ‘L’Altoforno. L’Ilva nei racconti e nelle canzoni di un cantautore di Taranto” in cui affronto il tema complesso del rapporto ambivalente che da sempre lega la città di Taranto all’impianto siderurgico, ed altre cose sparse, tra cui un racconto uscito sul Corriere della Sera nel 2003, ‘Malaestate’Nel 2016, una serie di ‘versi non cantati’ sono anche stati raccolti in un’antologia poetica dal titolo Le Gazze Disattente per ‘Secop Edizioni’.”

Come mai è passato così tanto tempo dal tuo primo disco al secondo?
Le ragioni possono essere tante. Innanzitutto una marea di concerti, perché dopo ‘Non so più che cosa scrivo’ ho iniziato ad andare su e giù lungo la penisola, dalla Sicilia al Trentino, per intenderci, tanti concerti. Nel frattempo cominciai anche a lavorare con una certa continuità, un lavoro ‘ordinario’, intendo, che chiaramente mi costringeva a presentarmi ogni mattina a lavoro e… capisci bene che tutto questo limita un po’ la vita artistica, fatta di chilometri, notti brave. Aggiungici anche un po’ di scapocchioneria [Dial. tarantino per ‘fannulloneria’, n.d.r.] (Ride, n.d.r.).”

A quali artisti ti ispiri per la composizione della tua musica?
Nasco ascoltando canzone d’autore italiana, quella di un certo tipo: De Andrè, Claudio Lolli, Guccini, De Gregori, passando per Dylan, Cohen, Tom Waits, Nick Cave e tanti altri, non tralasciando gruppi rock, soprattutto nella tarda adolescenza, come i Deep Purple, i King Crimson o Le Orme. Ma anche, più in là, crescendo, ascoltando dischi di Capossela e La Crus. Insomma, ‘nasco’ nel filone della canzone d’autore e a quello mi piace riferirmi: fin da quando ho iniziato a mettere le dita sulla chitarra, infatti, ho sempre e solo voluto raccontare storie. Non volevo suonare e basta. In quel tipo di canzoni non vedevo molta differenza fra musica e letteratura. E questo mi piaceva, mi affascinava, mi emozionava. I nomi che ho fatto prima, sono i nomi che hanno costellato la mia formazione, che hanno in qualche modo ‘forgiato’ il mio’“gusto’ – in un processo dialettico, ovviamente – ma quando scrivo le mie cose credo di non ispirarmi a nessuno: sono piuttosto egocentrico in questo.”

Parliamo un po’ del tuo ultimo disco, “La Mia Parte Peggiore”, uscito a settembre: come è nato questo lavoro?
“Questo disco è nato da una forte esigenza espressiva, ovvero quella di raccontare un percorso di crescita attraverso le stagioni più controverse degli ultimi decenni. Un percorso esistenziale, come in un romanzo di formazione. Le canzoni sono suddivise in tre aree tematiche che alludono alle fasi della giovinezza, della maturità e delle sintesi che ciascuno di noi ricava dalle vicissitudini della propria esistenza. C’è, all’interno del disco, un brano che considero cruciale, che fa da spartiacque tra la giovinezza e la maturità: ’Aprite il Fuoco’. È quel momento in cui le istanze individuali fanno i conti con le istanze sociali, e da questo incontro-scontro esce fuori ciascuno di noi con le proprie sintesi, la propria visione del mondo. Il disco, musicalmente parlando, è nato dalla collaborazione più che decennale con Cristò Chiapparino, scrittore e musicista – anzi: prima scrittore poi musicista, ipse dixit – il pianista che mi accompagna da sempre, e che in quest’occasione ha curato tutta la veste sonora del disco a partire dalle nude canzoni…”

Possiamo quindi definirlo anche un disco “politico”?
“Certo. Come scrivevo in una scheda di presentazione, è un disco eminentemente politico e al tempo stesso irrimediabilmente personale: personale perché scritto e vissuto con le viscere; politico perché inserito nel contesto politico-sociale nebuloso degli ultimi anni. Dalla strage di Bologna al Bataclan, per intenderci. Quindi sì, è anche politico.”

Politica che nella tua carriera artistica non hai mai tralasciato: leggevo addirittura un’intervista del Manifesto, che, insomma, dice già qualcosa.
Sì, mi definivano ‘cantautore socialmente scomodo’ (Ride, n.d.r.). Ma credo sia anche per il lavoro che faccio, in qualche modo. Mi occupo, da ormai vent’anni, di disagio sociale, prima coi tossicodipendenti e senza fissa dimora, poi con disabili e affetti da malattie mentali. Esperienze che direttamente ed indirettamente ho riportato e trasfigurato in certe mie canzoni”.

Poco meno di un mese fa (l’intervista è del 21 dicembre, n.d.r.) è uscito il primo estratto del disco, ‘Violini di Chagall’. Parlaci di questa canzone, accompagnata anche da un video.
’Violini di Chagall’ è la seconda traccia del disco e parla dell’infanzia: come ti dicevo, il disco parla di una crescita, e l’albero, si sa, viene dal seme. A differenza di molti miei ‘colleghi’ ho avuto un’infanzia felice. E mi piace raccontarla. La canzone ha un ritornello che sembra avulso dal cantato: ‘Se potessi tornare indietro ti sposerei’. È come se nel cortocircuito delle immagini vivide e care dell’infanzia, il narratore si rammaricasse di averle perdute o di non aver ‘fermato’ nulla, da cui il mood malinconico di tutto il brano. Riferendosi magari alle fanciulle ‘fiorite’ incontrate alle giostre o nei pressi di una cassarmonica – ‘c’era la festa del paese, il cartomante con le rose’…”

Nel pubblicare i prossimi singoli seguirai la divisione in tre parti del disco, pubblicandone uno per parte, o ti affiderai alla miglior ‘radiofonia’ delle canzoni?
No, guarda, non ho mai seguito il criterio della radiofonia, essendo criteri, adesso, alquanto misteriosi (Ride, n.d.r.). Mi lascerò guidare dalle sensazioni del momento; mi piacerebbe girare il video di ‘Aprite il fuoco’, che è il brano meno radiofonico che si possa pensare, una canzone che dura sei minuti e sappiamo benissimo che i brani radiofonici hanno ben altro minutaggio.”

È anche vero che i brani e i videoclip migliori escono sempre da tracce dalla lunga durata.
Verissimo, tant’è che un tempo i Pink Floyd si permettevano tracce e video di dieci minuti che poi passavano anche in radio… (Ride, n.d.r.)”

 Questo disco è uscito sotto l’etichetta pugliese Digressione Music. Come ti stai trovando?
Digressione nasce come etichetta di musica classica: ha un catalogo decisamente prezioso per quanto riguarda il genere, distribuendo praticamente in tutta Europa. Da qualche anno a questa parte si sta concentrando anche sulla canzone d’autore e devo dire con ottimi risultati. È raro trovare oggi etichette che ‘lavorano’ come Digressione, investendo con passione su progetti nei quali si crede fermamente, a dispetto della crisi conclamata del mercato discografico: certe realtà andrebbero realmente supportate acquistando i loro prodotti, perché sono in via di estinzione. Quest’anno abbiamo anche vinto il bando di Puglia Sounds, un bando regionale che finanzia progetti discografici in uscita stanziando dei budget, per cui abbiamo fatto un tour notevole: sono stato a Roma, a Milano due volte, a Ferrara, a Bari, Lecce, Taranto, Foggia, il calendario è in continuo aggiornamento: ho delle date a Bergamo e Novara e la cosa non può che farmi piacere.”

Com’è andato questo tour?
Bene. Molto bene. Queste date hanno aiutato a risvegliare un certo interesse in giro; quando uscì ‘Non so più che cosa scrivo’, nei primi anni Zero, feci una gran quantità di concerti – eravamo ancora in epoca pre-social e pre-youtube – conquistandomi un certo seguito col passaparola, i live, i chilometri, i cd masterizzati. Pensandoci bene, c’era un bel movimento in quegli anni, si suonava tanto. Poi però non è più uscito un disco con nuove canzoni per un sacco di tempo e la gente, sai, ha memoria corta (Ride, n.d.r.); adesso sto cercando di ‘riacciuffarli’ tutti!”

Ci sono progetti futuri? Passeranno gli stessi anni che son passati dal primo al secondo disco per ascoltare un altro album?
No, no, e poi devo dire di essere migliorato tra il secondo e il terzo (Ride, n.d.r.). Per adesso voglio sicuramente godermi questo disco, di cui sono piuttosto orgoglioso e a cui tengo particolarmente… Sta anche ricevendo ottimi consensi da parte degli ‘addetti ai lavori’, diverse recensioni lusinghiere – Fabrizio Versienti, certamente tra i più autorevoli critici nostrani, parlando del disco, ha scritto parole forti di stima, dicendo che ‘non ha eguali nella storia recente della canzone d’autore italiana’, ad esempio -. Voglio continuare a suonare dal vivo – che è una dimensione che amo particolarmente, e chi mi conosce lo sa – e godermi questo momento, ma ho già in cantiere qualcosa. Ho sempre qualcosa in cantiere!

Perfetto Daniele, ti ringrazio per essere stato con noi!
Grazie a te!”

Ricordiamo ai lettori che ‘La mia parte peggiore’ la si può acquistare direttamente sul sito di Digressione oppure su Amazon, IBS, ecc. È inoltre presente sulle principali piattaforme digitali: Spotify, iTunes, Apple Music, Deezer, YouTube.

Previous ArticleNext Article

Lascia un commento

“Love and Rain”: Savage ci riporta negli anni ’80 0 157

1984, 2010, 2020.
Il debutto, la fase di mezzo e il ritorno di Roberto Zanetti; in arte Savage.

Chi è Roberto? Se ci avessero fatto questa domanda nella sua “era”, nei magici anni ’80, un’occhiataccia dettata da un “ma davvero non sai chi sia?” ci sarebbe arrivata. Ma adesso, a distanza di trentasette anni dal suo debutto, in un periodo storico totalmente diverso, ci sentiamo in dovere di rispondere tranquillamente. Roberto nasce a Massa nel 1956, inizia la sua carriera con diversi gruppi (Fathima, Pronipoti Sangrìa, Santarosa e Taxi), partecipa a diverse trasmissioni ottenendo numerosi successi e collabora da anni con artisti di un certo spessore: tra i tanti, Zucchero. Mi piace definire questo artista come il Giorgio Moroder dell’italo-disco e dell’eurodance. Inizia la sua carriera nel 1983 e, un anno più tardi, pubblica il suo primo album: Tonight (1984). Da quel periodo in poi inizia la sua ascesa: conosce Zucchero, produce, cavalca l’onda della musica house e lancia alcuni artisti di grande successo come Alexia. Nel 2010, a distanza di 26 anni dal primo, pubblica il suo secondo album (anche se definirlo così è errato; si tratta di greatest hits: Ten Years Ago (2010), fermandosi in seguito per altri dieci anni e ripresentandosi oggi con il suo ultimo lavoro: Love and Rain (2020). Quest’ultimo, presentato a San Valentino attraverso il singolo I Love You, è un omaggio agli anni ’80, un regalo ai nostalgici, un passato che si ripropone andando a creare i famosi nostalgici di un qualcosa che non si è vissuto; gli anni ’80 hanno questo potere.

Love and Rain è un lavoro composto da sedici canzoni; quelle che a parer nostro basterebbero per creare una serata degna di tale nome nelle attuali discoteche italiane. L’album viene definito scherzosamente dall’artista come guitar free, per il fatto che non sono state usate chitarre in nessuna canzone. Sono presenti violini veri che si sposano perfettamente con l’elettronica pop, creando il sound romantico di Savage. Un disco dove canzoni d’amore e malinconia vanno alla ricerca del tipico sound elettro-pop contaminato da batterie elettroniche e sintetizzatori. Con una copertina che rimanda al Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich: un uomo in abito nero, di spalle, con le mani in tasca e lo sguardo rivolto in avanti, verso l’alto. Tanti sono i significati e, personalmente, a noi piace attribuire quello del piacere del viaggiare, della scoperta. Un viaggio a ritroso nel tempo fino ad arrivare negli anni ’80; una scoperta per alcuni, un ritorno al passato per molti altri. Un’arma per andare avanti data dall’esperienza di anni che non abbiamo vissuto ma che possiamo vivere attraverso questo lavoro.

Quindici inediti, sommati alla versione sinfonica del suo più grande successo dal titolo Only You, danno vita a questa capsula del tempo. Viaggio che ha inizio attraverso una breve e romantica introduzione, Every second of my life, caratterizzata da violini e da una voce struggente. Dal secondo brano in poi si entra, di colpo, negli anni ’80: Don’t say you leave me è questo; un uomo cade dal cielo, dal futuro, trovandosi di colpo nelle atmosfere pop sinfoniche degli anni ’80. Atmosfere che faranno da sfondo a tutti i brani presenti in Love and Rain, senza rendersi mai banali e presentandosi prive di scontatezza. Sound, che dalla prima alla sedicesima canzone, si offre a diversi temi. Come quello dell’amore, presente nella maggior parte dei brani e in diverse forme. L’amore che crea delusioni (Alone); che riappare dopo anni sotto forma di ricordo (Remember Me); che dà vita a un tributo (Italodisco); che si dichiara per la prima volta (Your Eyes); e l’amore per ciò che ci circonda, per la vita, per il nostro ambiente: “We are the future”.

Un eterno romantico. Un uomo che attraverso la sua musica ha il potere di far innamorare una nuova generazione e, soprattutto, la possibilità di consolidare il rapporto con chi quel periodo lo ha vissuto davvero, dicendogli: “nulla è andato”. Ri-accendendo speranze che da trent’anni a questa parte sembrano svanite. Savage è questo: una donna che si culla tra le braccia di un uomo sotto una luce stroboscopica; un abbraccio nel tempo, tra gli anni ’80 e i 2000 inoltrati. Tra le speranze di allora e le consapevolezze di adesso, ma con la forza necessaria per andare verso l’ignoto.

“Romantica Io”: Pia Tuccitto scrive una pagina del rock italiano 0 346

D’amore e ombra – come il titolo di un famoso romanzo di Isabel Allende -: è di questo che parla “Romantica Io“, l’ultimo album di Pia Tuccitto, rocker bolognese dall’animo nobile. Il lavoro, uscito il 31 gennaio e interamente autoprodotto, è figlio della poliedricità di questa grande artista che ne ha curato ogni minimo dettaglio, dalle musiche ai testi, passando per la copertina. Cantautrice, pittrice, protagonista/deuteragonista/voce dello spettacolo Ioelei, messo in scena con la compagna di palco Federica Lisi, la sua carriera parte nel 1993 quando, dopo la partecipazione al festival Nuove Voci di Castrocaro, viene notata da Vasco Rossi che ne apprezza il talento e la invita a far parte della sua scuderia. Da qui nasce un sodalizio artistico che la porta a scrivere per interpreti del calibro di Patty Pravo, Irene Grandi e lo stesso Vasco.
Romantica Io” è l’opera terza ed esce a quindici anni di distanza dall’album d’esordio “Un segreto che” e a dodici da “Urlo” prodotto da Frank Nemola e Guido Elmi per l’etichetta Bollicine/EMI Capitol Music. Questo lavoro è un compendio: racchiude l’essenza di dodici anni di “inattività” discografica che sono stati invece ricchissimi dal punto di vista artistico e amoroso. L’amore, appunto, è il filo conduttore dell’album e  viene declinato in tutte le sue forme. Alla realizzazione e alla limatura hanno partecipato: Corrado Castellari in veste di autore delle musiche di due brani, Bettina Baldassarri, Luca Bignardi che ha curato l’arrangiamento di sette brani e Frank Nemola che ha arrangiato i restanti quattro brani.

Romantica io” (title track) è il brano d’apertura, la dichiarazione d’intenti di un lavoro perfettamente messo a fuoco da un’artista matura. Questa maturità artistica corrisponde – mutatis mutandis – ad una maturità sul piano amoroso e questo è chiaro già nell’incipit del brano: “io per amarti son dovuta invecchiare”. Così com’è chiara, sempre dalle prime battute, l’attitudine rock dell’artista bolognese che non usa espedienti o mezzi termini: “io per amarti ti ho lasciato suonare la mia chitarra da rocker”.  Il graffio nella voce ricorda molto Patty Pravo, ma anche e soprattutto Irene Grandi in “Colpa del Lupo”. L’influenza è evidente e non per via di una supponente forma di pareidolia, per la quale noi che recensiamo siamo tenuti a ricondurre il tutto a qualcosa di conosciuto.

Atmosfera cupa e onirismo in “Come nei films”. Il sound distorto e la voce sensuale ci danno l’abbrivio e ci trasportano all’interno di un racconto di un amore immaginario. Un amore senza confini e che attraverso la voce e le parole cerca la sua reificazione. L’inizio ricorda molto “Tre volte dentro me” di Mina e Afterhours.

L’animo rock emerge prepotentemente in “Com’è bello il mio amore”. La chitarra e la batteria seguono un ritmo preciso e martellante e accompagnano la voce fino all’esplosione nel ritornello. Questo brano è l’essenza del disco.

La chitarra lascia il posto alla tastiera nell’intento di ricreare una precisa atmosfera malinconica. “Perché tutto muore” è un brano ricco di pathos e dal carico emozionale abnorme. Parla dell’amore che finisce, di un sentimento nocivo e logorante che si dissolve nel vento come il fumo di una sigaretta che si spegne e ti lascia un imperituro amaro in bocca.

My Radio” ci riporta agli anni ‘80 quando il binomio dance-rock dava vita a spettacoli corali allietati da gioie lisergiche. Allora l’avanguardia era definita new wave e sfociava spesso in quello che profanamente veniva chiamato alternative rock. In questo pezzo vengono fusi assieme Neil Tennant, Freddie Mercury e Patty Pravo e il risultato è sorprendente. È il pezzo che continui a cantare per tutto il giorno e che provoca l’orchite/colpite a tutti quelli che ti stanno accanto.

Il sesto brano non ha bisogno di presentazioni. Si tratta di “E…”, pezzo scelto e portato al successo da Vasco, che l’autrice riabbraccia come un figlio che ha vissuto all’estero e non vedeva da tempo. Questa è la dichiarazione d’amore per eccellenza, priva di perifrasi e circonlocuzioni (che poi sono la stessa cosa).

Tu Sei Un Sogno Per Me” è il leitmotiv che accompagna lo spettacolo Ioelei messo in scena dall’artista insieme a Federica Lisi. Si tratta di un brano intimo e sincero che si fa colonna sonora di un amore, di una vita, di un viaggio.

L’eterogeneità di stili e generi è esplicitata in “Sto benissimo”: l’inizio in stile Subsonica lascia presto il posto al graffio della chitarra elettrica che sposta il focus è riporta il brano nell’alveo del rock puro e grezzo. L’armonia di chitarre e batteria è perfetta, come in tutto il resto del disco.

Stupida per te” ha l’incedere lento e malinconico di una classica ballad. Questo è la riprova che questa grande artista – come ogni grande artista – non si focalizza su un unico genere, ma spazia all’interno di un ventaglio di stili e generi che le appartengono tutti.

Nel disco c’è spazio per una sorta di intermezzo: “Quante volte sono da sola con te”. Ancora una volta è forte, oltre che necessario, il richiamo a Mina. Si tratta del pezzo più breve dell’album, ma che – per l’icasticità delle immagini che evoca – risulta uno dei più intensi.

Il brano che chiude l’album è “7 aprile”, pubblicato precedentemente in un Ep nel 2013. Si tratta del pezzo mancante, quello che completa e sublima il puzzle. È un brano ricco di colori e sfumature: la chitarra acustica presente all’inizio del pezzo viene sostituita e sovrastata da quella elettrica nel ritornello. La natura multiforme dell’album emerge in modo prepotente in questo brano.

Pia Tuccitto ha scritto un’altra pagina importante del rock italiano. La sua maturità artistica è la vera chiave di volta di questo grande album: la cura minuziosa di ogni dettaglio, l’attenzione e l’oculatezza di ogni singola scelta – dalle parole alle musiche – sono i due ingredienti di questo cocktail perfetto. Rimanendo in campo alcolico si potrebbe dire che sia come il vino che col passare del tempo migliora!

Argomenti popolari

Editor Picks

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: