Intervista a Er Costa, “Vangelo è un grido di disillusione; nuova musica? Presto…” 0 1343

Claudio Costa, in arte Er Costa, classe 1982, è uno dei rapper più rappresentativi della Capitale. Attivo già dagli inizi del 2000, compare anche nei dischi ‘Terra Terra’ e ‘Manifesto’ dei Gente De Borgata, crew capitolina della quale è membro attivo. Dopo l’EP ‘Doppio Taglio’ in collaborazione con Nex Cassell, uscito agli inizi di quest’anno, Er Costa ha pubblicato di recente un singolo, ‘Vangelo’: trattasi di un pezzo spiritualmente riflessivo, del quale consigliamo vivamente l’ascolto. Abbiamo approfittato di quest’uscita per contattare Claudio e porgli qualche domanda scaturita proprio dall’analisi del testo di ‘Vangelo’. Abbiamo parlato di religione, spiritualità e politica, ma anche di tanta musica e del ritorno sulle scene dopo l’incidente in moto che lo coinvolse nel 2016, tagliandolo per un po’ fuori dai giochi. Oggi però Er Costa è tornato e ha voglia di fare le cose in grande.

Ciao Claudio! Per iniziare, come ‘Doppio Taglio’ e ‘Ossa Rotte’, anche ‘Vangelo’ è uscita sotto l’etichetta di Honiro. Come ti stai trovando con Honiro, contando anche che ha sempre curato artisti molto giovani, emergenti, spesso lanciandoli? Ricordo il primo Coez, o Briga – quanto ero in fissa col suo primo disco, Malinconia della Partenza. Ma anche Low Low, Sercho…
Mamma mia, quell’album faceva impazzire pure me, oltre al fatto che io e Mattia siamo amici per la pelle. Comunque sì, Honiro è sempre stata l’etichetta che scovava i talenti in erba e poi li vedeva andare lontano. Tu conta che fra me e Jacopo, il fondatore e manager di Honiro, c’è sempre stata una grande amicizia. In un periodo in cui ero qui fermo a Roma è venuto naturale fare le cose con lui, anche in virtù di questo rapporto. Era qualcosa a metà strada fra la praticità e il rapporto personale. In ogni caso, per ora mi trovo davvero bene e abbiamo in ballo anche progetti futuri!

Parliamo adesso di ‘Vangelo’: l’ho trovata una sorta di riflessione spirituale con te stesso, nella quale ho percepito una forte componente atea. Ho pensato bene o c’è altro? Come nasce la canzone?
In realtà non si tratta tanto di religiosità e ateismo, anche se molti l’hanno interpretato così. Faccio una breve premessa: mi sono sempre ritenuto, nonostante quello che possa sembrare, una persona molto spirituale, e sono sempre stato molto affascinato dalle tradizioni religiose e da come le religioni abbiano influenzato molti aspetti della storia, dalla geopolitica all’economia e alla cultura. Ho sempre letto tantissimo in merito, dai testi storici ai testi sacri, proprio per sfamare questa mia forte curiosità. Ora, tornando a ‘Vangelo’, il pezzo è un po’ un grido di disillusione, perché diciamolo: se qualcuno si avvicina a questo tipo di letture per capire il senso della vita o la differenza tra il giusto e lo sbagliato, è una ricerca molto fine a sé stessa. Quando la gente va in chiesa, va dal prete, si confessa, legge la Bibbia o il Corano, pensa che sia come seguire ‘na sorta di manuale che, passo passo, alla fine ti porta a capire come si sta al mondo – ma non è così. Io il mio interesse continuo ad alimentarlo, ma sapendo che ciò che vado a cercare non mi serve per rispondere alle domande della vita, ma è solo uno spunto per riflettere sulle domande giuste da pormi. Una volta che hai capito che domande farti, una risposta la trovi dentro di te.

E questa ricerca spirituale la persegui da laico o da cattolico?
Mi preme specificare, proprio in virtù di alcuni fraintendimenti che possono scaturire dall’ascolto di ‘Vangelo’, che credo assolutamente in Dio, anche se non secondo i canoni codificati del cattolicesimo o di qualche altra religione. Non sono cattolico né seguo confessioni codificate. Ovviamente sono italiano e come tale sono stato tirato su ‘cattolico’, ma non ho avuto una famiglia praticante, a casa mia non si andava a messa tutte le domeniche. In Italia è più una tradizione: il battesimo, la comunione… alla fine siamo tutti ‘cattolici della domenica’, un’ora al giorno, quando si va a messa – per chi ci va, e spesso manco quello. Sono solo una persona molto curiosa, il mio approccio deriva da questo. Non sono un fanatico religioso che prende per dogma tutto quello che legge, ma neanche un ateo anti-clericale o ultra-scettico su tutto quello che riguarda la religione – che trovo un approccio estremista al pari del fanatismo. Ci vado coi piedi di piombo, senza chiudere la porta a nessun tipo di realtà.

Esattamente! Continuando a parlare di religione, viene facile pensare che sia un argomento storicamente in antitesi con alcuni valori progressisti all’interno della musica rap, come la rivoluzione o la parità dei diritti tra etnie diverse e classi sociali. Se questo era vero ai tempi di un 2pac, il quale ha dedicato svariati versi e canzoni a Dio, ancora di più lo è oggi, in un panorama storico nel quale la religione è soggetta alla secolarizzazione e sempre più gente ne prende le distanze. Come credi si coniughi la religione – o, a questo punto, la spiritualità, all’interno della musica rap oggi rispetto a ieri, e come invece lo fa nella tua musica?
Esatto, il discorso è questo qui. Secondo me una buona parte di questo discorso si collega alle origini della musica rap che, in Italia, è partita nei centri sociali, dei luoghi e delle situazioni estremamente politicizzate a sinistra, e storicamente il comunismo non è mai andato a braccetto con la religione. Il primo rap nato in Italia era strettamente politico, parliamo delle posse e gli argomenti erano quelli, quindi trattare di religione o spirituralità era praticamente impossibile. Nel rap americano, dal gangsta a quello conscious, invece, Dio si sente nominare quasi in ogni brano; poi non so, io l’ho sempre visto come un argomento estremamente fico da trattare, nonostante l’avversione e il disinteresse verso questi contenuti. ‘Vangelo’ era un pezzo che avevo in canna da tantissimo, ma non trovavo mail il modo, il come. Oggi l’ho trovato e l’ho fatto!

Visto che parliamo anche di politica, già dai tempi di Nudo e Crudo e Gente de Borgata hai sempre espresso una forte componente anti-politica all’interno della tua musica: questo succedeva intorno al 2011/2013; oggi che la situazione si è fatta molto tesa, ti senti più disposto a schierarti in quanto artista o senti ancora forte in te l’anti-politica? Cosa ne pensi della copertina di Rolling Stone, delle sue prese di posizione contro Salvini e degli artisti che hanno aderito?
Guarda, ti posso dire innanzitutto che non leggo Rolling Stone, e non ho neanche troppa stima della stampa musicale italiana come categoria. Al critico musicale – attenzione, non al giornalista che ti informa e fa le interviste come te -, ovvero colui che recensisce la musica sulla rivista, ecco: quella è una categoria di persone cui vorrei dire di trovarsi un altro mestiere. Chiusa questa piccola parentesi, posso dirti che nel contesto in cui ho scritto quei pezzi nel 2011/2013 avevo una forte avversione verso tutta la classe politica, senza guardare al colore o allo schieramento, a destra o a sinistra. Ovviamente, c’è stata la vera destra in Italia – e nessuno si augura di rivederla più. La verità è che, quando io ero piccolo, ai tempi della Democrazia Cristiana e della vera sinistra, c’erano anche personaggi di una certa caratura, come Craxi e Andreotti. Io quando vedo la gente che abbiamo adesso, che possa essere ‘sta sinistra inesistente da vent’anni, o Salvini e Di Maio, mi cadono solo le braccia. Se penso a quei tempi non dico che li rimpiango, perché non li rimpiango, ma in confronto a questi i politici di allora erano dei giganti. Non prendo in considerazione l’etica che potevano avere o meno, ma era gente formata, aveva senso averli lì. Una caratura culturale e intellettuale di un certo tipo. Questi qua in confronto sono degli sprovveduti. Il governo è lo specchio del Paese, non il contrario. Se abbiamo questi qua vuol dire ce li meritiamo. Ma poi non è solo un nostro problema, c’è un’ondata populista in tutta Europa, solo che qui è facile fare i populisti, con un interlocutore del ‘nostro’ livello. Pensando alla situazione in cui verte il paese prima mi incazzavo, adesso mi sono quasi arreso. Non credo scriverò mai più nulla che parli di politica o tratti temi sociali, perché ho perso le speranze. Non è questione di chi vince e chi perde, di destra o sinistra. Semplicemente la classe politica italiana è andata a picco negli ultimi venti-venticinque anni. Sono indegni, ma forse ce li meritiamo.”

Se la politica non è in grado di fornire certe risposte e, certe volte, Dio stenta a manifestarsi, chi salverà i ragazzini dalle strade, dalle borgate?
Eh… Questa è una domanda senza risposta. Ora, guardando distrattamente il telegiornale – perché ormai lo guardo distrattamente – sentivo che ci sono stati ulteriori tagli ai fondi per le periferie delle grandi città italiane. Ora, io conosco Roma, ma le periferie si assomigliano un po tutte. Spesso quando furono costruite non avevano negozi, lampioni, fognature. Erano dei palazzoni e a basta. Quando uno nasce e cresce in una situazione del genere, senza servizi, senza istruzione, senza sbocchi lavorativi, sopperisce a quel vuoto inventandosi qualcosa. Vieni messo nella condizione di doverlo fare. Non voglio fare il solito discorso di giustificazione, ma se vivi in un nucleo familiare stabile, con dell’istruzione adeguata, sapendo di avere delle prospettive per il futuro, è facile tenersi lontano da certe situazioni. Dicono che l’italiano non ha mai voglia di fare un cazzo, che è un pezzo di merda e i borgatari so’ criminali per DNA. Ma se tu metti un bambino nella condizione di funzionare come una ruota ben oliata all’interno del sistema economico e sociale, vedi come cambia la situazione. Prendi la gente del Nord Europa: quelli so’ contenti di pagare le tasse e partecipare alla vita politica. Se vai là a cercare gli impicci con le assicurazioni o a chiedere al commercialista magagne per pagare meno tasse, quelli ti guardano brutto come se parlassi di rubare a casa di qualcuno – ed è così, alla fine. Ma loro sono stati messi nella condizione di farlo, sanno che se ti comporti bene la vita ti va bene. Da loro se rubi, non paghi le tasse e roba simile, sei un pezzo di merda, perché vuol dire che lo volevi fare e basta. Hai scelto di non lavorare e rubare. Da noi c’è una fascia grigia per la quale non è così. L’altro giorno leggevo che in Sicilia il 50% dei ragazzi ha smesso di cercare lavoro, non studiano, non fanno nulla. Si sono arresi, e l’unica chance che hanno è quella di prendere un aereo e andare a farsi una vita in un’altra nazione, se non in un altro continente. Ma se continuiamo così fra quarant’anni ci sarà ancora gente qui in Italia? In ogni caso, quando fai parte di quel 50/60% di gente che viene dalle periferie, non è che hai molto da scegliere. Per aprirti un negozio, pure coi fondi europei, sono più le tasse che i guadagni. Tu spingi la gente a ricorrere a certi metodi: c’è chi lo fa perché è pigro e non vuole fare un cazzo, ma tanti lo fanno per mangiare. Stamo così. Stavamo così vent’anni fa, la situazione non è migliorata.

Pier Paolo Pasolini fu uno dei primi a parlare delle condizioni in cui versavano le borgate romane

‘Vangelo’ preannuncia un disco? Sapevamo stessi lavorando a tanta roba già dai tempi dell’EP con Nex Cassel.
Ti dirò una cosa, questo è un periodo di transizione per me. Sto lavorando a delle cose, ho del materiale da pubblicare. Non posso dirti se sarà un album, ma sicuramente uscirò roba a breve. Potrebbero essere dei singoli, o forse un EP.  Ancora non lo so. So che sto lavorando a qualcosa di nuovo, è tutto quello che posso dirti.

Quando pubblicasti con Egreen ‘Milano-Roma parte 2’, fu una sorta di passaggio del testimone con la vecchia scuola. Se dovessi pensare a una ‘Milano-Roma parte 3’, a chi passeresti il testimone?
Ma già lo dobbiamo passa’ sto testimone?! (Ride, n.d.r.) Guarda, te lo dico, ascolto un po’ di musica nuova, qualche nome c’è, ma sono focalizzato a portare avanti il nostro discorso. Dalla generazione precedente alla mia fino alla mia, il sound è cambiato e si è evoluto molto meno rispetto a quanto fatto tra la mia generazione e quella nuova. Non sarà il ‘nostro’ genere musicale, ma tutta quest’ondata trap, a prescindere che mi piaccia o meno, mi sembra solo un altro genere musicale, completamente diverso. La cosa figa che la vecchia generazione e la nostra generazione aveva in comune, e caratterizzava il genere, era il culto del flow, dell’incastro, della rima, del saper rappare bene. C’era il gusto musicale, tipo ‘questo mi piace, questo no’, ma se non eri una belva tecnicamente non ti cagava nessuno. Era uno sport, dovevi far vedere che eri bravo a farlo. Adesso, tutto questo discorso qui, che era il discorso centrale all’interno del rap, è diventata l’ultima cosa che conta. Adesso conta di più l’immagine, il beat figo – che poi, per me s’assomigliano un po’ tutti. Ma ti ricordi quando sentivi un pezzo ed era ‘barra, barra, barra, BUM’ arrivava quella barra e tu eri tipo ‘No, ma che cazzo ha fatto!’. Ecco, questa cosa nei pezzi d’adesso non la trovo più.  Adesso che ne ho trentacinque – e mi preoccuperei se i ragazzini di quindici anni s’ascoltassero la roba che ascolto io – se penso di farmi piacere qualcosa che ascolta un quindicenne crederei che uno dei due ha un problema, e non sarebbe lui! (Ride, n.d.r.)

Ricordo che in un’intervista a inizio anno, quando è uscito ‘Doppio Taglio’, hai dichiarato fosse difficoltoso fare un live a causa dei problemi relativi all’incidente. Stai meglio? Ti vedremo sui palchi?
Per il momento non ho in programma dei live, chiaramente per mettere su un bel giro dovrei far uscire qualcosa di più corposo piuttosto che qualche singolo. Per quanto riguarda la mia situazione, posso dirti con estrema felicità che ormai sto bene, sono quasi al 100%, ho passato una bella estate in giro per l’Italia e ora sto lavorando su roba nuova. Spero di tornare presto in giro con dei live, in condizione di poter presentare uno show di livello. Fin quando non avrò qualcosa di figo però non ne parlerò neanche: avere fretta di tornare a fare dei live e poi non farli ai livelli a cui ambisco sarebbe uno sbaglio. Quando tornerò, tornerò in grande!

Perfetto Claudio, ti ringrazio tantissimo per essere stato con noi!
“Ma va, grazie a te!

Un ringraziamento a Lorenzo Boccuni per la copertina dell’articolo.

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Magna Grecia Festival: Jacob Collier, conto alla rovescia 0 165

Jacob Collier, ospite del “Magna Grecia Festival” sabato 20 luglio alle 21.00 nell’Arena Villa Peripato. Conto alla rovescia, dunque, per il genio musicale assoluto del ragazzo-prodigio inglese e per il suo primo concerto italiano (unico in Puglia). Collier sarà uno dei momenti di maggior richiamo della rassegna estiva a cura dell’Orchestra della Magna Grecia e del Comune di Taranto. Enfant-prodige, l’artista inglese torna nel nostro Paese con un nuovo lavoro discografico al quale si ispira il titolo della sua tournée (Djesse World Tour). Fra le collaborazioni, Metropole Orkest, Laura Mvula e Take 6.

L’atteso concerto all’interno del “Magna Grecia Festival” è a cura dall’ICO Magna Grecia e Comune di Taranto. Partner degli eventi in cartellone: Regione Puglia, MiBAC, Fondazione Puglia, “Progetto “MaTa: un Ponte per la cultura con Total, Shell e Mitsui”. Un ringraziamento a Ubi Banca, Baux cucine, Programma Sviluppo, Fondazione Puglia e al media partner myCicero. Quello in programma all’Arena Villa Peripato sarà un viaggio nella mente, nel talento e nei suoni del polistrumentista londinese pupillo di Quincy Jones, Herbie Hancock, Chick Corea e Pat Metheny che lo hanno definito «talento assoluto» e «grande innovatore del jazz». 

Nonostante la sua giovanissima età, Jacob Collier è già riconosciuto come uno degli artisti più poliedrici e pieni di inventiva del mondo. La sua proposta combina elementi che vanno dal jazz al folk, passando per trip-hop, gospel, soul, improvisation e musica brasiliana. Nato a Londra, è diventato famosissimo sul web grazie ai video pubblicati su Youtube, che mostrano il suo innato talento mentre si cimenta cantando e suonando tutti gli strumenti e curando tutti i visuals su di un mosaico di schermi. Dal 2011 a oggi, ha totalizzato più di cinque milioni di visualizzazioni e al momento conta ottantamila subscribers da ogni parte del pianeta. Collier torna in tour con un nuovissimo show concepito, come tutta la sua musica, nella sua stanza ma che trova nei suoi sensazionali live l’essenza del suo essere.

In occasione del concerto esclusivo di Jacob Collier in programma all’Arena Villa Peripato sabato 20 luglio, previsti bus-navetta gratuiti per Taranto, da Matera, Bari e Marina di Pisticci/Castellaneta. Ingresso 20 euro (più 3 euro in prevendita). 

Biglietti (e informazioni): Orchestra della Magna Grecia, via Giovinazzi 28 (392.9199935), via Tirrenia n.4 (escluso il sabato, 099.7304422), mediante le piattaforme on line vivaticket.it e ticketone.it

Questi gli altri appuntamenti del Magna Grecia Festival: venerdì 19 luglio ore 20.00, ex Convento S. Antonio, “Mozart forever” (ingresso con invito); sabato 20 luglio ore 21.00, Arena Villa Peripato, Jacob Collier (ingresso 20euro, più 3euro di prevendita; “under 18”, 15 euro, più 3euro di prevendita); mercoledì 24 luglio ore 21.00, Arena Villa Peripato, “Bohemian Rhapsody – La leggenda dei Queen” (ingresso gratuito); mercoledì 31 luglio ore 20.00, ex Convento S. Antonio, “Farlibe Duo feat. Daniele Sepe” (ingresso con invito); lunedì 5 agosto ore 21.00, Arena Villa Peripato, “Bob Marley – Il mito del reggae” (ingresso gratuito).

MAGNA GRECIA FESTIVAL 2019

A cura ICO Magna Grecia e del Comune di Taranto

Jacob Collier in concerto. Sabato 20 luglio alle 21.00, Arena Villa Peripato di Taranto. Ingresso 20euro (più 3euro di prevendita); “under 18”, 15euro (più 3euro di prevendita). Biglietti (e informazioni): Orchestra della Magna Grecia, via Giovinazzi 28 (392.9199935), via Tirrenia n.4 (escluso il sabato, 099.7304422), mediante le piattaforme on line vivaticket.it e ticketone.it

“La Terra dei Re”: le mille maschere di Solfrizzo per l’unico volto del rock 0 214

Le vie del rock sono infinite, un po’ come quelle del signore (anche se forse quelle sono finite, come nel film di Troisi) e Vito Solfrizzo le percorre – quantomeno nelle intenzioni – tutte ormai da anni. Non è facile: bisogna sapersi orientare e per farlo è necessario trovare i giusti riferimenti, quelli che ti consentono di ripercorrere i tuoi passi quando ti accorgi che ti stai allontanando troppo e stai per finire fuori strada. Capita di perdersi l’importante è rendersene conto prima che sia troppo tardi. Come disse Baglioni in occasione del Festival di Sanremo “errare è umano, perseverare è artistico” o più semplicemente presuntuoso, come aggiungerei io. Il rock ha un solo volto ma cento, mille, un milione di maschere diverse da indossare secondo l’occasione, e distinguerle l’una dall’altra è difficile, quasi impossibile. Nessuno può avere la presunzione di farlo. “La terra dei re” è l’ultimo album – interamente autoprodotto – di questo giovane cantautore pugliese; è un lavoro che parte da un viaggio interiore e sfocia nella disamina della società contemporanea. Tocca diversi temi, come il precariato, la situazione politica e quello che egli definisce “l’inganno dei talent show”. Le critiche non sono larvate ma precise e mirate. Questo disco arriva a due anni di distanza da “Nove”, album d’esordio uscito nel 2017 in coproduzione con Alessandro Spenga.

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La copertina de “La Terra dei Re”, il nuovo album di Vito Solfrizzo


Si comincia con “Il paradiso dei sogni”, un brano, rude, grezzo. Chitarroni, riff graffianti e beat frenetici, a tratti nevrotici, accompagnano questo pezzo che parla dei nostri sogni, quelli che cerchiamo di realizzare a qualunque costo e che spesso ci spingono a fare cazzate. Non ce ne rendiamo conto, ma quando ci incamminiamo verso i nostri sogni non teniamo conto della strada che abbiamo già percorso né di quella che ancora ci manca per raggiungerli, non ci rendiamo conto della stanchezza e della fatica. Camminiamo per inerzia, fottuti e sfiniti, fino alla fine.

L’attacco del secondo pezzo ricorda molto “Non ci guarderemo indietro mai” dei Negrita. “La terra dei re” è il brano che dà il titolo all’album e ne dichiara le intenzioni: i “re” sono tutti coloro che credono di essere superiori solo perché siedono sugli scranni più alti o ricoprono posizioni apicali o più semplicemente perché indossano una cravatta o vestiti più costosi. I professori, i politici, i datori di lavoro, in generale coloro che si pongono al di sopra di te in un sistema gerarchico- professionale ti fanno pesare la posizione di subordinazione in cui ti trovi rispetto a loro e non puoi far altro che cercare il compromesso per garantirti un quieto vivere. A tutta questa bella gente è bene ricordare – come fa Solfrizzo – quella massima di Montaigne che recita pressappoco così: «Anche sul trono più alto del mondo si sta seduti sul proprio culo». Degno di nota è il sound alternative che ci riporta agli anni ’90, ai primi brani dei Timoria.

Si continua con “Profumo di sabbia”, brano romantico dedicato alla sua ragazza. È un pezzo più lento, meno ritmato e dal mood riflessivo. Parla di un amore che sopravvive al cambiamento: tutto cambia, perfino i soggetti che questo amore lo vivono e lo consumano, ma il sentimento no. Quello rimane intatto, come un castello di sabbia che nessun’onda riuscirà mai ad abbattere.

I soliti riff asettici ci accompagnano in “Il dono dei furbi”. Questo è una sorta di j’accuse rivolto alla classe politica italiana, rea di tentare continuamente di affabulare e circuire quanta più gente possibile. Non tutti restano intrappolati in questa rete, molti sfuggono perché le maglie sono troppo larghe o semplicemente consunte.

America” segue un preciso crescendo, passa da un’atmosfera cupa all’esplosione del ritornello. Ha un’anima rock classica e parla dell’esperienza nella musica, della rivalità fra gli artisti e del clima di competizione in cui vivono. L’America è l’isola felice, il posto che sogni di raggiungere per realizzare i tuoi sogni. È la terra fertile, quella promessa, quella anelata. Questa è la sola maschera del rock riconoscibile e riconosciuta in tutto l’album.

E so che c’è un posto, è un sogno per me. Io voglio solo l’America, per vivere come va.

Vito Solfrizzo, “America”

La chitarra acustica dona quel tocco di malinconia che serve per raccontare di un amore mai sbocciato – come una nave rimasta ormeggiata nel porto che non prenderà mai l’abbrivio per andare al largo – per un motivo futile. “Senza età” parla di tutte quelle storie d’amore che non nascono per differenze anagrafiche. L’età è un ostacolo da superare e non tutti hanno la forza per farlo. Il pezzo è un po’ piatto all’inizio ma poi prende quota e decolla nel finale con l’assolo.

La chitarra – come si percepisce – è una sorta di coperta di Linus per Solfrizzo, che la usa tanto, forse troppo. In “Cuore di Razza” la sua preminenza rende il pezzo un po’ piatto, parole e musica non sono sullo stesso piano ma posti in modo gerarchico: prima la chitarra e poi tutto il resto. C’è una sproporzione che sfocia nel virtuosismo e nell’ostentazione ed è un vero peccato perché sia in questo sia in altri pezzi emergono una buona vocalità e una buona capacità di scrittura che vengono relegati, purtroppo, a margine. Il tema è quello trito e ritrito dell’inganno dei talent show che puntano solo agli ascolti a detrimento del talento e del valore di un’artista.

Si cambia registro in “Conquiblues“, un pezzo che parla di precariato, di sfruttamento e di tutti i problemi che attanagliano il nostro paese. Il blues rock stile anni ’70 smarca un po’ l’album dall’alveo del classic e lo avvicina più al pop. L’armonica si addice perfettamente allo stile del brano.

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La duttilità è una qualità importante, che ci consente di stare bene in qualsiasi situazione. “Mi Adatterò” è un’apologia di questa capacità, per qualcuno di poco conto o addirittura esecrabile. È un pezzo che ha due facce: una acustica e l’altra elettrica. Comincia in acustico, una chitarra in stile Cobain in qualche strana versione di Something in The Way suonata sotto un ponte, cui si unisce l’elettrica “sporca” del ritornello. “Se cambia l’orizzonte io mi adatterò” è il manifesto di questa capacità adattiva non comune.

U.R.A.” acronimo di Utopia Realmente Astratta (una specie di supercazzola a cui Nanni Moretti risponderebbe con uno schiaffo) è «un viaggio interiore intenso quanto inaspettato» come lo definisce Solfrizzo. È un viaggio dettato dal cambiamento e dalla voglia di realizzare gli obiettivi e i sogni di una vita. In esso spiccano una buona vocalità troppo spesso oscurata e un bel basso.

Si continua sulla stessa scia con “L’ombra del Sole“, un pezzo che parla della lotta interiore contro il “nostro” lato oscuro. Lottiamo affinché non prenda il sopravvento e non trovi mai la luce. Ritorna lo stile Timoria (anche la vocalità lo ricorda vagamente). Il ritmo veloce e cadenzato rende il pezzo tutto sommato lineare a parte qualche sfumatura glitch.

Di stampo decisamente cantautoriale è “La Canzone nel Vento“, brano che chiude il disco. È un pezzo dedicato al nonno scomparso nel 2007. È quello più vero e sentito di tutto l’album: non ci sono sovrastrutture né orpelli, solo sentimento. È un brano struggente ma piacevole e dall’imponente carico emozionale.

L’amatorialità di questo disco emerge ad ogni singolo ascolto. Non rappresenta una novità né un unicum nel panorama musicale italiano – che di dischi del genere è ormai saturo; ogni anno ne escono a dozzine: dozzine di dischi pseudo-rock-wannabe dal sound inconsistente. Nel caso di Solfrizzo le capacità, almeno, ci sono, ma non vengono sfruttate per colpa di un’imprecisa superficialità.

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