Intervista a Er Costa, “Vangelo è un grido di disillusione; nuova musica? Presto…” 0 394

Claudio Costa, in arte Er Costa, classe 1982, è uno dei rapper più rappresentativi della Capitale. Attivo già dagli inizi del 2000, compare anche nei dischi ‘Terra Terra’ e ‘Manifesto’ dei Gente De Borgata, crew capitolina della quale è membro attivo. Dopo l’EP ‘Doppio Taglio’ in collaborazione con Nex Cassell, uscito agli inizi di quest’anno, Er Costa ha pubblicato di recente un singolo, ‘Vangelo’: trattasi di un pezzo spiritualmente riflessivo, del quale consigliamo vivamente l’ascolto. Abbiamo approfittato di quest’uscita per contattare Claudio e porgli qualche domanda scaturita proprio dall’analisi del testo di ‘Vangelo’. Abbiamo parlato di religione, spiritualità e politica, ma anche di tanta musica e del ritorno sulle scene dopo l’incidente in moto che lo coinvolse nel 2016, tagliandolo per un po’ fuori dai giochi. Oggi però Er Costa è tornato e ha voglia di fare le cose in grande.

Ciao Claudio! Per iniziare, come ‘Doppio Taglio’ e ‘Ossa Rotte’, anche ‘Vangelo’ è uscita sotto l’etichetta di Honiro. Come ti stai trovando con Honiro, contando anche che ha sempre curato artisti molto giovani, emergenti, spesso lanciandoli? Ricordo il primo Coez, o Briga – quanto ero in fissa col suo primo disco, Malinconia della Partenza. Ma anche Low Low, Sercho…
Mamma mia, quell’album faceva impazzire pure me, oltre al fatto che io e Mattia siamo amici per la pelle. Comunque sì, Honiro è sempre stata l’etichetta che scovava i talenti in erba e poi li vedeva andare lontano. Tu conta che fra me e Jacopo, il fondatore e manager di Honiro, c’è sempre stata una grande amicizia. In un periodo in cui ero qui fermo a Roma è venuto naturale fare le cose con lui, anche in virtù di questo rapporto. Era qualcosa a metà strada fra la praticità e il rapporto personale. In ogni caso, per ora mi trovo davvero bene e abbiamo in ballo anche progetti futuri!

Parliamo adesso di ‘Vangelo’: l’ho trovata una sorta di riflessione spirituale con te stesso, nella quale ho percepito una forte componente atea. Ho pensato bene o c’è altro? Come nasce la canzone?
In realtà non si tratta tanto di religiosità e ateismo, anche se molti l’hanno interpretato così. Faccio una breve premessa: mi sono sempre ritenuto, nonostante quello che possa sembrare, una persona molto spirituale, e sono sempre stato molto affascinato dalle tradizioni religiose e da come le religioni abbiano influenzato molti aspetti della storia, dalla geopolitica all’economia e alla cultura. Ho sempre letto tantissimo in merito, dai testi storici ai testi sacri, proprio per sfamare questa mia forte curiosità. Ora, tornando a ‘Vangelo’, il pezzo è un po’ un grido di disillusione, perché diciamolo: se qualcuno si avvicina a questo tipo di letture per capire il senso della vita o la differenza tra il giusto e lo sbagliato, è una ricerca molto fine a sé stessa. Quando la gente va in chiesa, va dal prete, si confessa, legge la Bibbia o il Corano, pensa che sia come seguire ‘na sorta di manuale che, passo passo, alla fine ti porta a capire come si sta al mondo – ma non è così. Io il mio interesse continuo ad alimentarlo, ma sapendo che ciò che vado a cercare non mi serve per rispondere alle domande della vita, ma è solo uno spunto per riflettere sulle domande giuste da pormi. Una volta che hai capito che domande farti, una risposta la trovi dentro di te.

E questa ricerca spirituale la persegui da laico o da cattolico?
Mi preme specificare, proprio in virtù di alcuni fraintendimenti che possono scaturire dall’ascolto di ‘Vangelo’, che credo assolutamente in Dio, anche se non secondo i canoni codificati del cattolicesimo o di qualche altra religione. Non sono cattolico né seguo confessioni codificate. Ovviamente sono italiano e come tale sono stato tirato su ‘cattolico’, ma non ho avuto una famiglia praticante, a casa mia non si andava a messa tutte le domeniche. In Italia è più una tradizione: il battesimo, la comunione… alla fine siamo tutti ‘cattolici della domenica’, un’ora al giorno, quando si va a messa – per chi ci va, e spesso manco quello. Sono solo una persona molto curiosa, il mio approccio deriva da questo. Non sono un fanatico religioso che prende per dogma tutto quello che legge, ma neanche un ateo anti-clericale o ultra-scettico su tutto quello che riguarda la religione – che trovo un approccio estremista al pari del fanatismo. Ci vado coi piedi di piombo, senza chiudere la porta a nessun tipo di realtà.

Esattamente! Continuando a parlare di religione, viene facile pensare che sia un argomento storicamente in antitesi con alcuni valori progressisti all’interno della musica rap, come la rivoluzione o la parità dei diritti tra etnie diverse e classi sociali. Se questo era vero ai tempi di un 2pac, il quale ha dedicato svariati versi e canzoni a Dio, ancora di più lo è oggi, in un panorama storico nel quale la religione è soggetta alla secolarizzazione e sempre più gente ne prende le distanze. Come credi si coniughi la religione – o, a questo punto, la spiritualità, all’interno della musica rap oggi rispetto a ieri, e come invece lo fa nella tua musica?
Esatto, il discorso è questo qui. Secondo me una buona parte di questo discorso si collega alle origini della musica rap che, in Italia, è partita nei centri sociali, dei luoghi e delle situazioni estremamente politicizzate a sinistra, e storicamente il comunismo non è mai andato a braccetto con la religione. Il primo rap nato in Italia era strettamente politico, parliamo delle posse e gli argomenti erano quelli, quindi trattare di religione o spirituralità era praticamente impossibile. Nel rap americano, dal gangsta a quello conscious, invece, Dio si sente nominare quasi in ogni brano; poi non so, io l’ho sempre visto come un argomento estremamente fico da trattare, nonostante l’avversione e il disinteresse verso questi contenuti. ‘Vangelo’ era un pezzo che avevo in canna da tantissimo, ma non trovavo mail il modo, il come. Oggi l’ho trovato e l’ho fatto!

Visto che parliamo anche di politica, già dai tempi di Nudo e Crudo e Gente de Borgata hai sempre espresso una forte componente anti-politica all’interno della tua musica: questo succedeva intorno al 2011/2013; oggi che la situazione si è fatta molto tesa, ti senti più disposto a schierarti in quanto artista o senti ancora forte in te l’anti-politica? Cosa ne pensi della copertina di Rolling Stone, delle sue prese di posizione contro Salvini e degli artisti che hanno aderito?
Guarda, ti posso dire innanzitutto che non leggo Rolling Stone, e non ho neanche troppa stima della stampa musicale italiana come categoria. Al critico musicale – attenzione, non al giornalista che ti informa e fa le interviste come te -, ovvero colui che recensisce la musica sulla rivista, ecco: quella è una categoria di persone cui vorrei dire di trovarsi un altro mestiere. Chiusa questa piccola parentesi, posso dirti che nel contesto in cui ho scritto quei pezzi nel 2011/2013 avevo una forte avversione verso tutta la classe politica, senza guardare al colore o allo schieramento, a destra o a sinistra. Ovviamente, c’è stata la vera destra in Italia – e nessuno si augura di rivederla più. La verità è che, quando io ero piccolo, ai tempi della Democrazia Cristiana e della vera sinistra, c’erano anche personaggi di una certa caratura, come Craxi e Andreotti. Io quando vedo la gente che abbiamo adesso, che possa essere ‘sta sinistra inesistente da vent’anni, o Salvini e Di Maio, mi cadono solo le braccia. Se penso a quei tempi non dico che li rimpiango, perché non li rimpiango, ma in confronto a questi i politici di allora erano dei giganti. Non prendo in considerazione l’etica che potevano avere o meno, ma era gente formata, aveva senso averli lì. Una caratura culturale e intellettuale di un certo tipo. Questi qua in confronto sono degli sprovveduti. Il governo è lo specchio del Paese, non il contrario. Se abbiamo questi qua vuol dire ce li meritiamo. Ma poi non è solo un nostro problema, c’è un’ondata populista in tutta Europa, solo che qui è facile fare i populisti, con un interlocutore del ‘nostro’ livello. Pensando alla situazione in cui verte il paese prima mi incazzavo, adesso mi sono quasi arreso. Non credo scriverò mai più nulla che parli di politica o tratti temi sociali, perché ho perso le speranze. Non è questione di chi vince e chi perde, di destra o sinistra. Semplicemente la classe politica italiana è andata a picco negli ultimi venti-venticinque anni. Sono indegni, ma forse ce li meritiamo.”

Se la politica non è in grado di fornire certe risposte e, certe volte, Dio stenta a manifestarsi, chi salverà i ragazzini dalle strade, dalle borgate?
Eh… Questa è una domanda senza risposta. Ora, guardando distrattamente il telegiornale – perché ormai lo guardo distrattamente – sentivo che ci sono stati ulteriori tagli ai fondi per le periferie delle grandi città italiane. Ora, io conosco Roma, ma le periferie si assomigliano un po tutte. Spesso quando furono costruite non avevano negozi, lampioni, fognature. Erano dei palazzoni e a basta. Quando uno nasce e cresce in una situazione del genere, senza servizi, senza istruzione, senza sbocchi lavorativi, sopperisce a quel vuoto inventandosi qualcosa. Vieni messo nella condizione di doverlo fare. Non voglio fare il solito discorso di giustificazione, ma se vivi in un nucleo familiare stabile, con dell’istruzione adeguata, sapendo di avere delle prospettive per il futuro, è facile tenersi lontano da certe situazioni. Dicono che l’italiano non ha mai voglia di fare un cazzo, che è un pezzo di merda e i borgatari so’ criminali per DNA. Ma se tu metti un bambino nella condizione di funzionare come una ruota ben oliata all’interno del sistema economico e sociale, vedi come cambia la situazione. Prendi la gente del Nord Europa: quelli so’ contenti di pagare le tasse e partecipare alla vita politica. Se vai là a cercare gli impicci con le assicurazioni o a chiedere al commercialista magagne per pagare meno tasse, quelli ti guardano brutto come se parlassi di rubare a casa di qualcuno – ed è così, alla fine. Ma loro sono stati messi nella condizione di farlo, sanno che se ti comporti bene la vita ti va bene. Da loro se rubi, non paghi le tasse e roba simile, sei un pezzo di merda, perché vuol dire che lo volevi fare e basta. Hai scelto di non lavorare e rubare. Da noi c’è una fascia grigia per la quale non è così. L’altro giorno leggevo che in Sicilia il 50% dei ragazzi ha smesso di cercare lavoro, non studiano, non fanno nulla. Si sono arresi, e l’unica chance che hanno è quella di prendere un aereo e andare a farsi una vita in un’altra nazione, se non in un altro continente. Ma se continuiamo così fra quarant’anni ci sarà ancora gente qui in Italia? In ogni caso, quando fai parte di quel 50/60% di gente che viene dalle periferie, non è che hai molto da scegliere. Per aprirti un negozio, pure coi fondi europei, sono più le tasse che i guadagni. Tu spingi la gente a ricorrere a certi metodi: c’è chi lo fa perché è pigro e non vuole fare un cazzo, ma tanti lo fanno per mangiare. Stamo così. Stavamo così vent’anni fa, la situazione non è migliorata.

Pier Paolo Pasolini fu uno dei primi a parlare delle condizioni in cui versavano le borgate romane

‘Vangelo’ preannuncia un disco? Sapevamo stessi lavorando a tanta roba già dai tempi dell’EP con Nex Cassel.
Ti dirò una cosa, questo è un periodo di transizione per me. Sto lavorando a delle cose, ho del materiale da pubblicare. Non posso dirti se sarà un album, ma sicuramente uscirò roba a breve. Potrebbero essere dei singoli, o forse un EP.  Ancora non lo so. So che sto lavorando a qualcosa di nuovo, è tutto quello che posso dirti.

Quando pubblicasti con Egreen ‘Milano-Roma parte 2’, fu una sorta di passaggio del testimone con la vecchia scuola. Se dovessi pensare a una ‘Milano-Roma parte 3’, a chi passeresti il testimone?
Ma già lo dobbiamo passa’ sto testimone?! (Ride, n.d.r.) Guarda, te lo dico, ascolto un po’ di musica nuova, qualche nome c’è, ma sono focalizzato a portare avanti il nostro discorso. Dalla generazione precedente alla mia fino alla mia, il sound è cambiato e si è evoluto molto meno rispetto a quanto fatto tra la mia generazione e quella nuova. Non sarà il ‘nostro’ genere musicale, ma tutta quest’ondata trap, a prescindere che mi piaccia o meno, mi sembra solo un altro genere musicale, completamente diverso. La cosa figa che la vecchia generazione e la nostra generazione aveva in comune, e caratterizzava il genere, era il culto del flow, dell’incastro, della rima, del saper rappare bene. C’era il gusto musicale, tipo ‘questo mi piace, questo no’, ma se non eri una belva tecnicamente non ti cagava nessuno. Era uno sport, dovevi far vedere che eri bravo a farlo. Adesso, tutto questo discorso qui, che era il discorso centrale all’interno del rap, è diventata l’ultima cosa che conta. Adesso conta di più l’immagine, il beat figo – che poi, per me s’assomigliano un po’ tutti. Ma ti ricordi quando sentivi un pezzo ed era ‘barra, barra, barra, BUM’ arrivava quella barra e tu eri tipo ‘No, ma che cazzo ha fatto!’. Ecco, questa cosa nei pezzi d’adesso non la trovo più.  Adesso che ne ho trentacinque – e mi preoccuperei se i ragazzini di quindici anni s’ascoltassero la roba che ascolto io – se penso di farmi piacere qualcosa che ascolta un quindicenne crederei che uno dei due ha un problema, e non sarebbe lui! (Ride, n.d.r.)

Ricordo che in un’intervista a inizio anno, quando è uscito ‘Doppio Taglio’, hai dichiarato fosse difficoltoso fare un live a causa dei problemi relativi all’incidente. Stai meglio? Ti vedremo sui palchi?
Per il momento non ho in programma dei live, chiaramente per mettere su un bel giro dovrei far uscire qualcosa di più corposo piuttosto che qualche singolo. Per quanto riguarda la mia situazione, posso dirti con estrema felicità che ormai sto bene, sono quasi al 100%, ho passato una bella estate in giro per l’Italia e ora sto lavorando su roba nuova. Spero di tornare presto in giro con dei live, in condizione di poter presentare uno show di livello. Fin quando non avrò qualcosa di figo però non ne parlerò neanche: avere fretta di tornare a fare dei live e poi non farli ai livelli a cui ambisco sarebbe uno sbaglio. Quando tornerò, tornerò in grande!

Perfetto Claudio, ti ringrazio tantissimo per essere stato con noi!
“Ma va, grazie a te!

Un ringraziamento a Lorenzo Boccuni per la copertina dell’articolo.

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Abbiamo intervistato il ragazzo dello schiaffo di Jamil 0 4813

Come molti avranno letto sui maggiori magazine nazionali, in questi giorni c’è un acceso dibattito all’interno del mondo dell’hip hop – e non solo – in riferimento all’aggressione ai danni di un ragazzino (minorenne) da parte del rapper Jamil. Secondo quanto raccontatoci da un testimone, l’artista, durante l’esibizione di sabato scorso al Makeba Fest, a Martina Franca (TA), avrebbe dato uno schiaffo ad un ragazzo presente al concerto. Nei video diffusi in rete si vede chiaramente Jamil chiamare il ragazzo in questione – reo di indossare una felpa del brand Propaganda legato a Noyz Narcos, col quale Jamil avrebbe in atto un’accesa rivalità (a nostro parere unilaterale, n.d.r.) – sotto palco. Una volta avvicinatosi, si vede Jamil allungare il braccio per colpirlo, insultandolo l’attimo dopo con la frase “coglione di merda”. Sempre in base alle testimonianze e ai video raccolti dalla nostra redazione, subito dopo l’aggressione un membro dello staff del rapper sarebbe sceso dal palco e avrebbe dato un ulteriore colpo (questa volta una testata) al ragazzo.

La felpa “incriminata”

Per dare voce ai protagonisti, abbiamo contattato il ragazzino, Angelo, che ci ha concesso un’intervista esclusiva per raccontare la sua versione dei fatti. Prima dell’intervista ci siamo accordati con Gast, rapper romano amico di Noyz Narcos, il quale ha voluto chiamare il giovane per sincerarsi delle sue condizioni. Una piccola sorpresa che ha fatto molto felice Angelo, fan da tempo del Truceklan, utile anche per dargli la carica prima di iniziare la nostra intervista.
Ad onor del vero, abbiamo tentato di contattare anche Jamil per avere una sua versione dei fatti, ma non ci è pervenuta risposta e ne rispettiamo la volontà, rinnovandogli l’invito adesso tramite le nostre pagine.

Ciao Angelo! Per iniziare, ti è piaciuta la sorpresa? Cosa vi siete detti con Gast?
Tantissimo! Gast è stato gentilissimo, mi ha chiesto come stavo e si è scusato da parte di tutto l’ambiente hip hop italiano per quello che è successo. Dopodiché abbiamo chiacchierato di musica e mi ha invitato a passare da Roma per incontrarlo e regalarmi il suo merchindising. È stato bellissimo, mi ha fatto un sacco di piacere. È il primo artista che in tutta questa storia si è esposto e ci ha messo la faccia, nella maniera più umile possibile. Ho davvero apprezzato il suo gesto. Un mito.

Perfetto, siamo contenti che la sorpresa ti sia piaciuta. La storia la conosciamo tutti e i video sono ormai di dominio pubblico, ma chiariamo una cosa: Sapevi che ci fosse un po’ di tensione fra l’ambiente di Propaganda e quello di Jamil?
Sapevo ci fossero stati degli screzi, ma allo stesso tempo si parla di un po’ di tempo fa. Sinceramente, non avrei mai pensato si potesse arrivare a questo punto, né che potessero andarci di mezzo i fan. Poi parliamoci chiaro: Noyz Narcos non ha mai dato troppa importanza a Jamil – parliamo di una strofa rispetto a ben due dissing – e così i suoi fan. Se la cosa non è reciproca che colpa ne ho? Non ci stavo proprio pensando, credimi.”

Il dibattito rispetto a ciò che ha fatto Jamil è arrivato a livello nazionale, al punto che molte testate giornalistiche e finanche molti Youtubers ne hanno parlato. Primi fra tutti, gli Arcade Boyz hanno dedicato sette minuti e mezzo di video alla vicenda. Loro, come tanti altri e anche Jamil stesso sotto un post su Instagram di Aban, hanno equiparato il gesto della felpa all’indossare la maglia della Juve (o della Lega, secondo gli Arcade Boyz) a Napoli. Col senno di poi, ti trovi d’accordo con queste affermazioni?
Il ragionamento da fare è ben diverso: Jamil e Noyz Narcos – ma anche chiunque altro in una situazione simile – sono persone adulte e mature, e dovrebbero sbrigarsela fra di loro, lasciando ascoltare ai ragazzi quello che cazzo gli pare. Un po’ come i genitori dovrebbero lasciar scegliere al proprio figlio quale squadra tifare. Adesso, io so che il calcio è ben diverso dal rap: tutti quanti ascoltiamo centinaia di artisti diversi, è normalissimo; tifare due squadre un po’ meno. Ma, comunque, ognuno è libero di fare ciò che vuole.
In ogni caso, io ho sentito gli Arcade Boyz e ci ho parlato. Loro hanno un po’ provato a difendere Jamil e il suo gesto: ora, io non metto in dubbio che la mia non sia stata un’idea furbissima, dettata più che altro dall’inconsapevolezza del problema, ma è davvero giustificabile uno schiaffo senza alcuna reale provocazione dietro?”

Quindi non c’è stata una tua vera provocazione oltre quella – involontaria, come dici – di indossare la felpa?
Assolutamente no, io ero in fondo, neanche sotto palco come dicono tutti. Anzi, sotto palco mi ci hanno chiamato per poi, dopo quello che è successo, farmici allontanare. E ancora, dopo la vicenda sono andato in ospedale, non sono rimasto al concerto come molti dicono.

Dopo quanto accaduto continuerai ancora ad ascoltare Jamil?
Come artista non mi dispiace e continuerò ad ascoltarlo. Come persona, sinceramente, mi è molto scaduta

Che indosserai al prossimo concerto?
Qualsiasi cosa, non importa!

N.B.: Di seguito pubblichiamo due dei numerosi video che ritraggono il momento della presunta aggressione. Nel primo di questi video, registrato ai piedi del palco, si vede il rapper chiamare Angelo e, successivamente, dargli quello che sembra uno schiaffo. Nel secondo video, ripreso da più dietro rispetto al primo, oltre alla già citata scena è possibile vedere, intorno al minuto 00:26, un membro dello staff di Jamil dare una testata ad Angelo.

 

The National e Franz Ferdinand: l’alternative rock conquista il Milano Rocks 2018. 0 142

Dopo l’autentico bagno di folla ­­– e non solo ­– che ha accompagnato l’esibizione degli Imagine Dragons (supportati da Maneskin e The Vaccines) in occasione della prima delle tre giornate dedicate al Milano Rocks 2018, lo scorso venerdì 7 settembre è toccato a due delle più rilevanti band indie rock degli ultimi 15 anni esibirsi sul palco dell’Open Air Theatre di Rho: i The National e i Franz Ferdinand. Due band certamente diverse tra loro, ma comunque in grado di attirare tipologie simili di pubblico.

Headliners di quella che si potrebbe definire la serata più “alternative” delle tre, i gruppi capitanati dai carismatici Matt Berninger e Alex Kapranos hanno saputo regalare più di due ore di ottima musica e grande intrattenimento (non prima di una gradevole apertura affidata al cantautorato rock di Mèsa e alla new wave degli Stella Maris).

Ad aprire le danze sono stati i cinque ragazzi di Glasgow, ritornati di recente alla ribalta dopo una lunga pausa grazie al loro “Always Ascending”. Schitarrate funky, riff energici e ritmiche dance a definire l’ormai caratteristico sound scanzonato del gruppo scozzese, che si è presentato al pubblico con due cavalli di battaglia: “Do You Want To?” e “The Dark of the Matinée” (ripescati rispettivamente dal secondo e dal primo album). Oltre all’inevitabile spazio lasciato ad alcuni brani del nuovo disco (tra cui la title track), non sono mancate vecchie hits del calibro di “Walk Away” e “No You Boys”. Ma a calamitare l’attenzione del pubblico è stata senz’altro la prestazione offerta dallo scatenato frontman Alex Kapranos che, ogni qual volta si svincolava dalla sua fida Telecaster, dava dimostrazione di tutta la sua presenza scenica saltando, ballando e coinvolgendo il pubblico. Un autentico animale da palcoscenico. Il trascinante epilogo è stato affidato alle ballabilissime “Take Me Out” (probabilmente il brano più rappresentativo della band) e “This Fire”. Ed è proprio con “questo fuoco” di energia e spensieratezza che i Franz Ferdinand hanno incendiato il palco del Milano Rocks 2018, scaldando alla grande il pubblico in attesa della portata principale della serata.

I Franz Ferdinand al Milano Rocks 2018. Foto di Francesco Prandoni

Setlist (Franz Ferdinand):

  1. Do You Want To
  2. The Dark of the Matinée
  3. Glimpse of Love
  4. Always Ascending
  5. Walk Away
  6. No You Girls
  7. Lazy Boy
  8. Micheal
  9. Feel the Love Go
  10. Love Illumination
  11. Ulysses
  12. Take Me Out
  13. This Fire

Il tempo di un elaborato cambio palco (tanti gli strumenti da settare) ed ecco arrivare, tra il boato dei presenti, gli attesissimi The National. La band di Cincinnati, fresca vincitrice di un Grammy Award per l’ultimo acclamato lavoro, Sleep Well Beast, mancava dalle nostre parti da più di due anni. Tanto, troppo tempo. Ma Matt Berninger e soci hanno saputo farsi perdonare alla grande. È bastato farsi accarezzare dalle note del morbido giro di piano di “Nobody Else Will Be There” per ritrovarsi subito immersi nel crepuscolare e malinconico universo sonoro dei National, complice anche la calda e avvolgente voce baritonale di Berninger. Un universo nel quale da sempre convivono armoniosamente un’anima romantica e raffinata e un’altra più impetuosa e viscerale. L’inizio della scaletta sembrava quasi voler sottolineare questa perfetta dicotomia; all’iniziale ballata, infatti, ha fatto seguito la ben più sostenuta “The System Only Dreams in Total Darkness”. Impossibile non farsi trascinare dal travolgente ritornello, tanto che a fine canzone migliaia di voci si sono unite in un solo coro per intonarlo, quasi come si trattasse di un inno da stadio. A caratterizzare il resto della prima metà dello spettacolo sono stati una serie di brani più intimi e atmosferici, tra cui l’amata “I Need My Girl”. Sulle note di “Day I Die”, poi, è arrivata la consueta passeggiata in mezzo al pubblico di Berniger, mentre sul palco le affilate chitarre dei gemelli Dessner disegnavano riff taglienti come lame. C’è stato poi spazio per la dolcezza della romanticissima “Carin at the Liquor Store”, per la malinconia dell’inedita “Rylan”, per le ritmiche post-punk dell’iconica “Graceless”. Ciascuno di questi momenti immancabilmente intervallato da una bevuta di vino o da un tiro di sigaretta elettronica da parte di un Matt Berninger sempre più scatenato e sempre meno sobrio. Un frontman, Berninger, capace di incarnare alla perfezione l’ambivalente identità musicale della propria band: elegante e sofisticato all’apparenza, ma con un vero spirito da rocker a guidarlo dall’interno. La politica di “Fake Empire” e il deflagrante rock delle catartiche “Mr. November” e “Terrible Love” hanno accompagnato lo spettacolo verso la sua emozionante conclusione, affidata all’epifanica “Vanderlyle Crybaby Geeks” che, come da tradizione, è stata lasciata alle voci dei fans, mentre la band accompagnava in acustico e Matt Berninger si improvvisava singolare direttore d’orchestra.

Un degno epilogo per un concerto che ha saputo regalare al pubblico milanese due band in grandissimo spolvero: una piacevolmente riscoperta dopo anni passati nel dimenticatoio, l’altra probabilmente all’apice della propria già rimarchevole carriera.

Matt Berninger, cantante dei National, al Milano Rocks 2018. Foto di Francesco Prandoni.

Setlist (The National):

  1. Nobody Else Will Be There
  2. The System Only Dreams in Total Darkness
  3. Don’t Swallow the Cap
  4. Walk it Back
  5. Guilty Party
  6. Bloodbuzz Ohio
  7. I Need My Girl
  8. Slow Show
  9. Light Years
  10. Day I Die
  11. Carin at the Liquor Store
  12. Graceless
  13. Rylan
  14. Fake Empire
  15. November
  16. Terrible Love
  17. About Today

Encore: Vanderlyle Crybaby Geeks.

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