Intervista a Francesco Camin: “Con la mia musica pianto alberi in Africa e Sud America” 0 561

Il palindromo (dal greco antico πάλιν “di nuovo” e δρóμος “percorso”, col significato “che può essere percorso in entrambi i sensi”) è una sequenza di caratteri che, letta al contrario, rimane invariata.

Abbiamo voluto iniziare da questa citazione di Wikipedia, perché è qui che si racchiude l’intero significato del nuovo disco di Francesco Camin, cantautore veneto al suo primo LP. “Palindromi” è un disco che si discosta dalle recenti uscite di mercato, tutte più o meno molto legate al fenomeno crescente dell’indie italiano, affondando le sue radici nel vecchio cantautorato italiano con grande sorpresa di chi vi scrive. Perché trovare un disco del genere, di questo spessore, al giorno d’oggi risulta difficile come trovare il classico ago nel pagliaio. “Palindromi” rispolvera la vera musica italiana, quel “made in italy” che ormai pochi artisti riescono a portare avanti con fierezza nel mondo del mainstream (Silvestri, Gazzè), e lo fa nel modo migliore che ci possa essere, spronando l’ascoltatore ad esplorare quel lato magico della musica nostrana che va pian piano sparendo.
Non solo una questione musicale, per Francesco Camin, ma un vero e proprio messaggio che sfrutta la musica come un mezzo per qualcosa di molto più grande e nobile: ne abbiamo parlato con lui stesso, in un’intervista a 360°.

Ciao Francesco! Per iniziare quest’intervista direi di proporci una breve bio incentrata sulla tua musica. Raccontati!
Ciao a tutti, io sono Francesco Camin e ho ventinove anni – ancora per poco, a metà luglio sono in dirittura d’arrivo per i trenta (Ride, n.d.r.). Ho cominciato a suonare la chitarra a otto anni, continuando poi ad allenarmi tutti i giorni. Mi sono avvicinato alla scrittura delle canzoni dopo aver frequentato la scuola di musica di Mogol, in Umbria. Grazie a quell’esperienza ho imparato ad incanalare le energie nella scrittura, rendendo più efficace il modo di esprimere concetti attraverso le melodie. In realtà ho anche fatto un percorso di studi parallelo che non ha niente a che vedere con la musica: un percorso legato all’ambiente, con un diploma in un istituto agrario e una laurea in scienze ambientali, anche se poi non ho mai voluto intraprendere un percorso lavorativo in questo senso – per la gioia di mio padre (Tono ironico, n.d.r.). Vivendo in Trentino posso tranquillamente dire che questo amore per gli alberi e le piante mi ha sempre accompagnato sin da piccolo!

Sappiamo però che hai trovato un modo per intrecciare le tue più grandi passioni, quella per la musica e quella per la natura: parlacene
Sì, ho sostanzialmente messo al servizio della natura la mia musica: in pratica, con la mia musica pianto nuovi alberi in Africa e Sud America, nelle zone desertificate, per dare un contributo alla riforestazione della nostra Terra. Questo lavoro ha una duplice importanza per me: concretamente quella di piantare degli alberi, e filosoficamente quella di mandare avanti il mio messaggio di interconnessione con la natura e, soprattutto, con gli alberi, che vedo come delle entità spirituali, se vogliamo. Imparo dalla natura diversi insegnamenti, che cerco poi di rigirare alle persone attraverso un videoblog che ho creato.”

Beh, comunque hai dato un perché al tuo percorso di studi, quindi in fondo papà sarà felice!
“(Ride, n.d.r.) massì! È che io non ho mai voluto fare un percorso lavorativo in quella direzione, non so perchè. Ma se qualcuno mi chiedesse se fossi disposto a rifare da capo questo percorso accademico direi di sì, perché è parte di quello che sono oggi. Non voglio farlo di mestiere, ma sono comunque soddisfatto del mio percorso formativo.”

Una delle cose che siamo riusciti a carpire da internet è che fai il postino: è ancora così?
Sì, sì, faccio il postino qui sulle montagne, qua intorno nei paesi limitrofi. Per fortuna non in città. Lo trovo un lavoro molto divertente, stimolante, mi permette di stare all’aria aperta, a contatto con la natura.”

Concentriamoci ora sulla tua musica ed in particolare sul tuo nuovo disco: Palindromi è il tuo primo LP. Sappiamo cosa sono i palindromi, ma mi piacerebbe sapere se quelli a cui ti riferisci sono palindromi di lettere (i topi non avevano nipoti) o palindromi di parole (porta la sbarra e sbarra la porta).
Cominciamo dall’inizio: questo è il vero disco, vero nel senso che è nato da un vero processo di produzione tutto incentrato nella stesura di un album – mentre il precedente EP era solo una raccolta di canzoni confezionate negli ultimi anni che ho voluto racchiudere in un disco, per chiudere un cerchio. Questo disco, invece, è più strutturato: abbiamo iniziato a lavorarci qualche anno fa, e si è trattato di un processo lungo e non certo privo di ostacoli, che ha portato alla creazione di queste otto tracce. Si chiama Palindromi, che riconosco essere un titolo un po’ inusuale: mi è stato suggerito da Anna, una persona a me vicina con cui ho condiviso molto della mia vita, e si lega alla canzone che poi dà il titolo al disco: una canzone d’amore. Non sono bravo a spiegare le canzoni, ma il concetto di palindromi si sviluppa attorno a quello dell’amore fra due persone: quando queste sono molto unite è come se diventassero una cosa sola, nuova, che diventa un vero e proprio palindromo leggibile da un verso o dall’altro ma con lo stesso risultato. È un concetto che mi ha colpito favorevolmente, al punto da decidere di chiamare l’intero disco così!

“Palindromi”, senza scadere nel banale e nei cliché delle interviste, può essere considerato una vera e propria evoluzione rispetto al precedente EP, “Aria Fresca”, con delle sonorità che sono rimaste una costante anche a distanza di anni. Nessun cambio di direzione quindi, per un disco che risulta essere il vero inizio del tuo percorso.
Beh, che non sia uno stravolgimento è bello sentirlo dire, perché vuol dire che una sorta di cifra stilistica, di identità artistica, c’era prima e c’è anche adesso, ed è giusto che vada ad evolversi e non a stravolgersi. Anch’io sono molto soddisfatto di questo disco, perché sento dentro di me un’evoluzione, come è giusto che sia: contando che alcune delle canzoni dell’EP hanno cinque anni sarebbe stato problematico se fossero risultate simili alle nuove. È stata un’evoluzione in tutto e per tutto, sia nel concetto stesso di musica che nella composizione e nella produzione, nonostante abbia lavorato con lo stesso produttore dell’EP. In questo lavoro abbiamo deciso di sperimentare e osare un po’ di più. Non sono delle canzoni facilmente ascoltabili a primo acchito, sicuramente non molto radio-friendly, ma va bene così: abbiamo voluto giocare e sperimentare, e a me questo risultato piace molto. Speriamo anche che piaccia a qualcun altro!

Ascoltando il tuo disco ci hanno colpito favorevolmente due canzoni in particolare: la prima è “Le Cose Semplici”, classica hit estiva. La seconda, più profonda, è la final track “Un Gioco”, che rimanda molto alle sonorità espresse da Niccolò Fabi nel suo ultimo disco, in particolare in “Filosofia Agricola”. Da qui, vorrei chiederti a quali artisti ti sei ispirato per la produzione di questo tuo disco, e più in generale, per la tua musica.
Niccolò Fabi fa sicuramente parte della mia top ten di ascolti, anche se ultimamente mi ci sono un po’ allontanato, ma resta un artista che ho ascoltato e studiato per molto tempo, e che ha sicuramente influenzato in maniera profonda il mio modo di scrivere. Sto cercando di levarmelo tra i piedi (Ride, n.d.r.), di trovare una mia via di espressione. È giusto, secondo me, prendere ispirazione da vari artisti, ma solo nell’ottica di intraprendere un proprio percorso, una propria strada. Altrimenti si rischia di diventare lo scimmiottatore di turno. Comunque, oltre Fabi, c’è sicuramente il restante panorama musicale romano ad avermi influenzato parecchio: Silvestri, De Gregori, i Tiromancino e quella scuola lì. Un altro artista fondamentale per me è Bon Iver, che a mio parere ha cambiato un po’ le sorti delle sonorità mondiali con il suo approccio pionieristico – non a caso ha vinto dei Grammy Awards coi suoi dischi.

Se avessi la possibilità di collaborare con qualcuno in futuro, chi sarebbe? Un nome italiano e uno straniero
Straniero sicuramente Bon Iver. In Italia mi piacerebbe lavorare con Giorgia, e neanche in un duetto quanto più con un lavoro d’autore, scrivendogli dei testi. Mi piace moltissimo come cantante

Dove possiamo venirti a vedere suonare? C’è un tour in programma?
Le date sono ancora in fase di programmazione, ma molto presto saranno fuori. In questo tour suonerò da solo, con un set solista, e penso si concentrerà nel centro-nord Italia, tra Veneto e Lombardia.

Va bene Francesco, ti ringraziamo tantissimo per il tempo dedicatoci!
Grazie a voi!

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Fame ed attitudine in “Disordinata Armonia”: Don Diegoh e Macro Marco sono la prova che l’hip hop sopravvive e non è mai cambiato 0 272

Il 2018 è stato un anno ricco di sorprese per il rap italiano. La lista di artisti che hanno rilasciato album di spessore, ripagando a pieno le lunghe attese degli ascoltatori, è molto lunga, e a questa si aggiungono senza dubbio i nomi di Don Diegoh e Macro Marco: il 14 dicembre esce “Disordinata Armonia”, un lavoro che a distanza di tre anni ci riporta in cuffia le strofe del rapper di Crotone sulle basi di uno dei deejay e producer più apprezzati dello Stivale.

Distaccato e retrospettivo, Don Diegoh è un’artista profondamente influenzato dall’eredità della Golden Age, statunitense e italiana, che continua in maniera ostinata e contraria alle tendenze della scena a fare rap per se stesso e per amore della musica, mantenendola vera, così come quando ha iniziato. Il grande banco di prova del suo talento, nella metrica e nei contenuti, è stato “Latte & Sangue” (2015), album interamente prodotto dal leggendario Ice One, che vanta collaborazioni con alcuni degli artisti più importanti del panorama italiano; oggi, il sodalizio con Macro Marco, fondatore dell’etichetta indipendente che porta il suo nome, Macro Beats, nonché dei Blue Knox e dei Real Rockers, ciurma composta da Moddi MC, Ensi, Madkid e lo stesso Marco, con cui ha partecipato all’ultimo Red Bull Culture Clash. La cura certosina dei beat e la passione incommensurabile che trasuda dalle liriche, si incontrano in un disco dal titolo ossimorico, che però assume significato proprio se messo in relazione al suo contenuto: “Disordinata Armonia” è un concetto che si carica di senso se l’album viene ascoltato nel suo complesso, indipendentemente se dalla prima all’ultima traccia, o nel senso inverso. Ciò non toglie che ogni canzone abbia la sua specificità: Diegoh semina in ogni verso un pezzo dei suoi ricordi e racconta di tutte le cose che per lui hanno importanza, anche se sembra che il resto del mondo le abbia dimenticate. La sua scrittura, che spesso si riferisce ad un interlocutore diretto, un tu, fa in modo che ci si possa riconoscere e stabilire un contatto empatico con quelle storie, che parlano da una persona comune a una persona comune, senza pretesa alcuna di sentirsi al di sopra degli altri (“La ragione per cui ascolti questa roba credo sia/ritrovare almeno un po’ della tua vita nella mia”).

Disordinata Armonia” è un disco compatto, composto da otto tracce in totale. Prima della pubblicazione, Don Diegoh ha anticipato il contenuto delle canzoni sul suo profilo Instagram; inoltre, il disco è stato rilasciato solo in vinile (500 copie in edizione limitata) e su digital stores per volere degli artisti. La scelta delle collaborazioni è interessante e inaspettata, anche in questo caso sinonimo della maturità artistica di Diegoh e Marco, capaci di rendersi versatili pur rimanendo nelle trame di un disco che fa bum cha e muove le teste su e giù dalla prima all’ultima traccia. Il viaggio attraversa ancora una volta le tappe della vita di tutti i giorni, motivo fondamentale e costante nelle strofe di Don Diegoh, dai sogni chiusi a chiave nel cassetto, passando per le delusioni fino ad un microfono stretto in mano sopra un palco. Le canzoni sono costellate di citazioni che alzano il livello dell’album e rendono chiaro il background musicale e culturale degli artisti.

Il disco si apre con una traccia malinconica, ma dal retrogusto dolce. Marco costruisce sulle sue tastiere un loop dai toni nostalgici per “Replica”, una “Foto di gruppo” dei momenti più intensi che hanno lasciato spazio all’abitudine e alla routine di ogni giorno. Don Diegoh tratteggia un fondale invernale, in cui le città diventano deserti freddi, malgrado il via vai delle persone perse nell’anonimato delle vite comuni. La passione per la musica e il tentativo di mantenerla vera, a differenza delle mode più recenti, sono le ragioni per sfuggire al ripetersi di istanti tutti uguali.
Sigarette morbide” e il primo featuring dell’album, in collaborazione con Killacat. Le barre di Diegoh si impastano con il soul caldo di Killacat su una base orientata al funk, creando complessivamente un prodotto degno della tradizione della black music. Un altro testo ricco di citazioni da cogliere al primo ascolto ad artisti e canzoni che hanno fatto la storia del rap italiano (tra queste, inoltre, rientrano “Lettera d’amore” e la ripresa di un verso di “Alpha e omega”, poi cambiato rispetto alla canzone precedente), ma in assoluto è sorprendente la ricostruzione della celebre scena de “La haine” in cui il deejay mixa KRS-One con Édith Piaf alla finestra del suo palazzo, e suona per tutto il quartiere.
XL” è il pezzo con cui tutto è cominciato. Pubblicato come primo singolo più di un anno fa, è in collaborazione con DJ Shocca aka Roc Beats, all’unanimità uno dei migliori in Italia, che ha curato i cuts. Il video, inoltre, vanta la partecipazione di “Jedi Master” Danno e Rancore, che realizza alcuni trick con lo skate. Il lungo periodo di gestazione che ha separato il singolo dall’uscita dell’album è la prova concreta dell’accuratezza e della passione che hanno portato alla realizzazione dell’album. Per il resto, base rompicollo e flow incredibile.
#NoFilter” non è un pezzo, ma sono tre pezzi insieme. 4 minuti e 19 secondi per spiegare praticamente che cosa significa questo disco: rime, beat e scratch appunto “senza filtro”, nudi e crudi così come è nato il rap. Riconosci il vero appena Diegoh entra su cassa e rullante.
Marco è sicuramente uno dei migliori quando si tratta di produzioni “alla vecchia maniera”, ma è anche vero che ha un gusto fine per le contaminazioni. “Rimmel” è in collaborazione con una delle voci più interessanti degli ultimi anni, ossia quella di CRLN, anche lei appartenente alla scuderia Macro Beats. La traccia è praticamente divisa in due: la prima parte è cantata da CRLN, mentre la seconda è rappata da Diegoh. Il prodotto è la prova che mettere insieme due artisti appartenenti a generi musicali diversi è tutt’altro che impossibile, e il risultato è a dir poco sorprendente.
Per sempre” è il secondo singolo estratto dall’album, pubblicato a distanza di un anno da “XL”. Diegoh ci mette tutto se stesso passando in rassegna i momenti e i compagni della sua adolescenza, in cui ha incontrato l’hip hop e se n’è innamorato. Sulla bilancia ci sono solo i sacrifici e ricordi di una vita, che si fanno grandi come ombre man mano che il tempo avanza. Gli anni sono treni che passano, a volte si ha il tempismo giusto per salirci, altre li si perde per una manciata di secondi. Ciò che resta sei soltanto tu, solo con te stesso e la dedizione che metti in quello che fai. La campionatura di “Shook ones, Pt. II” nella seconda strofa è la ciliegina su una produzione che suona come un classico, cucita appositamente per essere indossata dalle rime di Don Diegoh.
La penultima canzone della tracklist ricorda per certi versi le atmosfere di alcune produzioni di “Fuori da ogni spazio ed ogni tempo”, disco di qualche anno fa realizzato da Kiave e lo stesso Macro Marco. “Dodicesima ripresa” è la cronaca delle lotte che ognuno deve quotidianamente affrontare per provare a restare in piedi. Il flow di Diegoh è molto introspettivo, e sputa fuori il suo malessere come se fosse una confessione, amplificato dalle immagini incisive che crea con le parole (“Mani in aria, entro, sembro solo nella sala/strumento muto in un assolo al Teatro della Scala”).
Domenica” è l’ultima traccia dell’album. La canzone è sicuramente una delle migliori dell’album, in collaborazione con Bunna degli Africa Unite e curata da Kiave per la parte audio, e chiude un cerchio in un certo senso, ricollegandosi per molti aspetti a “Replica”, la traccia iniziale. Dalle liriche emerge un forte senso di solitudine, per molti una trappola, che non può essere superata se non restando attaccati alle proprie ambizioni. Diegoh riversa in questo testo le sue incertezze nei confronti del futuro come se fosse il diario di bordo, appunto, di una domenica malinconica, il giorno in cui tutto si ferma fino a che la settimana non inizia nuovamente con i suoi ritmi e gli impegni di ogni giorno.

Disordinata armonia” è un disco che fa bene al rap italiano. “Ideologie” a parte, in una realtà in cui la musica viene il più delle volte prodotta esclusivamente al fine di guadagnare, album come questo sono utili per ricordarci come andrebbe fatta, a prescindere dall’essere “vecchi” o dal seguire le nuove mode: Don Diegoh potrebbe rappare su qualsiasi base, e Macro Marco ha un talento naturale nel suo lavoro che sconfina in una gamma molto vasta di generi musicali, ma ciò che li accomuna è la passione per questa cosa, e il fatto di fare musica per amore della musica. Il risultato è un lavoro che sicuramente durerà nel tempo, e questo non dipende in prima linea dai canoni puramente tecnici a cui risponde, ma dall’attitudine con cui è stato portato a termine e il messaggio che trasmette. Rap puro, rime e beats di altissimo livello: niente di più, niente di meno. Nessun consiglio per l’ascolto in particolare, se non quello di calare le cuffie e mettere il disco in play. Funziona bene, soprattutto in quei giorni lì, in cui quando suona la sveglia hai già pensato almeno una volta di non potercela fare.

“Alone vol. 1”, l’inizio del nuovo viaggio di Gianni Maroccolo 0 608

Durante la vita si sente sempre l’esigenza di intraprendere un percorso in  solitudine, soprattutto dopo intensi periodi passati “in compagnia”. Non tanto perché si percepisce l’esigenza di allontanarsi da un contesto o perché l’attuale routine nuoce, ma piuttosto perché si sente la necessità di comunicare qualcosa in prima persona, attraverso un “proprio” lavoro, con le proprie forze e con il personale modo di comunicare. Dimostrando nuovamente a sé stessi e poi agli altri cosa siamo capaci di fare. In realtà Gianni Maroccolo (in arte Marok) è un musicista, compositore, produttore discografico e “scopritore di gemme rare” che non deve dimostrare nulla a nessuno, perché il suo trascorso fa capire abbastanza. Essendo questa una recensione musicale e non una pagina di Wikipedia, mi limiterò a elencare soltanto parte del suo “vissuto”: Litfiba (1980-1989); CCCP (1990); CSI (1992); Per Grazia Ricevuta (2002); Marlene Kuntz (2004); Ivana Gatti (2005). Probabilmente avrò omesso qualcosa – si tratta dei pochi artisti “multitasking” italiani, in grado di fare mille cose in una volta. Produrre, comporre, suonare – e un esempio è il progetto sperimentale dei Beau Geste nato parallelamente al periodo Litfiba, o la produzione del primo album dei Timoria (Colori che esplodono, 1990), ma questo è comunque abbastanza per dichiarare il nostro Marok – concedetemi il termine “nostro”, sia per senso di appartenenza territoriale, sia perché chi ha contribuito così tanto in una determinata scena musicale diventa di diritto un patrimonio da salvaguardare, e quindi “nostro; di tutti” – come un pezzo importante della storia rock indipendente italiana.

La fase solista di Gianni Maroccolo inizia nel lontano 1996, con la composizione di una colonna sonora per il film “Escoriandoli”, insieme a Francesco Magnelli. Nel 2004 pubblica il suo primo disco: “A.C.A.U La nostra meraviglia”, affiancando a sé artisti come Battiato, Manuel Agnelli, Giovanni Lindo Ferretti, e tanti altri. Non si ferma, e nel 2013 pubblica “Vdb23/Nulla è andato perso”, un album – creato insieme a Claudio Rocchi, uno dei maggiori esponenti del rock psichedelico e progressivo italiano – che sicuramente lo ispirerà e lo influenzerà per il lavoro che stiamo per introdurre: Alone vol.1, il suo secondo progetto solista, un percorso unico e senza fine articolato come una serie tv. Con episodi pubblicati ogni sei mesi – il 17 dicembre e il 17 giugno – con la parte grafica curata da Marco Cazzato e la narrazione dallo scrittore e critico musicale Mirco Salvadori.

Alone vol.1 quindi non è un semplice album e c’era da aspettarselo. Marok durante il suo percorso musicale ha avuto numerose influenze, ha collaborato con i migliori del circondario e oltre ad essere musicista è anche produttore e compositore. Sarebbe stato troppo banale.
Definito “disco perpetuo”, si tratta di un lungo viaggio accompagnato da ritmi ipnotici, tribali e psichedelici, con pause semestrali per ricaricare le forze e fare benzina. Un po’ come le serate in comitiva dei “migliori anni della nostra vita”: quelle che vorresti non finissero mai e che per fortuna finiscono perché sennò qualcuno potrebbe lasciarci la pelle. Gli esempi ovviamente non hanno lo stesso peso, ma a parer mio 50 minuti in totale per sei brani – strumentali al 75% e con un sound che non è per tutti – sono la dose giusta da somministrare.

Come in ogni viaggio, si incontra sempre qualcuno per una chiacchierata o semplice compagnia. Durante questo cammino i “passanti” che spiccano – oltre agli eccellenti musicisti che hanno dato un “aiuto” – sono due: Jacopo Incani (in arte IOSONOUNCANE) e Stefano Rampoldi (meglio noto come EDDA).
Marok, insieme a Jacopo, ci porta in un grande rave party nella tundra, con sound tribali, percussioni che introducono un “delirio elettronico” a metà brano e che lasciano spazio a un finale più “soft” e ipnotico. Con i suoi 17 minuti, tundra è il brano più lungo del lavoro e il secondo in ordine cronologico. Magari è proprio il luogo scelto per questo viaggio infinito, o il “mood” che vorrebbe far risaltare di più, o probabilmente niente di tutto questo. Però mi piace pensare che dietro ci sia sempre qualcosa, senza sguardi sospettosi o malizie varie.
In compagnia di Edda ci affascina con un ritmo induista, tra sitar – suonati da Beppe Brotto – sound psichedelici e “mantra di buon auspicio”. Si parla del brano l’Altrove, il quarto dell’album, che fa pensare molto – si, lo so, si tratta di induismo e non di buddismo –  alla “luce”, ricercata nel libro tibetano dei morti, cult della filosofia buddista e fonte d’ispirazione del maestro Franco Battiato. Un altrove anticipato da un preludio, da una fase che preannuncia l’andare oltre. Un’introduzione rappresentata da un brano, il terzo: l’altrove preludio. Un prologo che fa pensare al John Frusciante periodo Ataxia, o al Thom Yorke periodo “Thom Yorke”. Costituito anch’esso da quel sound orientale che caratterizza il quarto brano, e come poteva essere altrimenti. Un lavoro molto più soft, più lento, con una voce che sembra voler accompagnare un lungo cammino verso una porta, verso quella luce. Quasi un “uomo in marcia sul miglio verde” ma con più positività e con un finale migliore.

Il brano che da inizio a questo lungo percorso spirituale e psichedelico si chiama Cuspide. Una traccia noise, ruvida e a tratti malinconica, con una chitarra acustica utilizzata per introdurre un potente crescendo strumentale, che in seguito andrà a svanire per lasciare spazio a un fade to black musicale e “ventoso”. Invece, il secondo cantato tra i sei si trova in Sincaro, un lavoro molto new wave, a tratti ruvido e sinfonico, accompagnato dalla voce profonda di Luca Swanz Andriolo usata per introdurre un affasciante strumming , dalla tromba mariachi di Enrico Farnedi per un finale perfetto, e dal ricordo – come in tutto l’album –  di una persona scomparsa: Claudio Rocchi, il già menzionato protagonista assoluto del rock progressivo italiano, compagno di band di Marok e soprattutto amico. Scomparso prematuramente nel 2013.

Questa prima parte di viaggio si ferma con Alone to be continued, un brano costituito da un titolo che lascia spazio all’immaginazione, a quello che verrà dopo. Una traccia che ha fatto dell’elettronica il suo pilastro principale, fondamentale in un viaggio del genere, quasi spaziale, mistico. Un lavoro che annulla il tempo, che ci fa rivivere il passato – il giovane compositore elettronico toscano – il presente – un uomo che si conferma tra i grandi del panorama italiano – e il futuro. Con un inizio del genere non potrà che esserci un seguito altrettanto grandioso.

Alone non è un album. Alone è Gianni Maroccolo.

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