Intervista a Murubutu, tra nuovo disco, collaborazioni e antifascismo 0 388

Alessio Mariani, in arte Murubutu, è un rapper emiliano classe 1975. Affermatosi negli ultimi anni grazie alla sua formula di “rap didattico”, è un artista che non ha bisogno di molte presentazioni. Professore di storia e filosofia nella vita, Murubutu ha portato il “suono della strada” oltre il suo stereotipo, convertendo il paradigma del rap come musica “dissacrante” in un’arte formalmente e contenutisticamente sublime. Il suo stile trobadorico, le ambientazioni suggestive e le sue narrazioni, a volte proprie e a volte d’ispirazione, l’hanno reso in poco tempo uno degli artisti più apprezzati, nonché unici, nel suo genere in Italia. Al suo fianco sono comparse figure d’altrettanta caratura artistica, in studio e sul palco, tra cui Claver Gold, Rancore, Dargen D’Amico, Ghemon, Mezzosangue, Caparezza, Dutch Nazari, Willie Peyote e la sua immancabile crew La Kattiveria. La sua consacrazione arriva di fatto con la pubblicazione del suo terzo album “Gli ammutinati del Bouncin’ ovvero mirabolanti avventure di uomini e mari” (2014) che vede, tra le tante cose, il ritorno sulla scena dell’etichetta bolognese Mandibola Records, pezzo di storia dell’hip hop italiano. L’album è anche il primo concept del professore di Reggio Emilia, in cui ogni canzone è appunto legata all’altra dalla presenza del mare come minimo comune denominatore. Sarà seguito da “L’uomo che viaggiava nel vento e altri racconti di brezze e correnti” (2016), che lo impegnerà in un tour che toccherà ogni angolo dello Stivale. Il 1 febbraio 2019 esce “Tenebra è la notte e altri racconti di buio e crepuscoli”, quinto album solista e terzo concept, anticipato dai singoli “La notte di San Lorenzo” e “La vita dopo la notte”. Il titolo del disco parafrasa il celebre romanzo di Fitzgerald, ed altrettanto ricche di citazioni e riferimenti sono le tracce che lo compongono. Colto il pretesto, ci siamo rivolti a lui per conoscere meglio la sua storia, i suoi processi di creazione, e qualche curiosità su un album che, malgrado siamo soltanto all’inizio, si staglia già sul podio delle uscite migliori dell’anno.

Tenebra è la notte Murubutu Blunotemusic

Se fossi Forbes, ti inserirei in una classifica delle dieci figure più influenti dello Stivale dal punto di vista culturale.
“(ride, ndr.) Grazie, troppo gentile!

L’uomo che viaggiava nel vento e altri racconti di brezze e correnti” è uscito verso la fine del 2016 ed è stato seguito da un tour lunghissimo, terminato alla fine del 2018. Poi, dopo il rilascio dei singoli e qualche collaborazione di qualità (tra tutte, ricordiamo “L’effetto farfalla” in “Dead Poets II” di DJ Fastcut), ci hai regalato “Tenebra è la notte e altri racconti di buio e crepuscoli”. Servirebbero più corpi per continuare a realizzare e allo stesso tempo mantenere un’attività artistica così intensa, se contiamo che c’è “una vita oltre Murubutu”.
C’è stato anche un mixtape, dove ho raccolto alcune collaborazioni che ho realizzato nel tempo, nonché qualche inedito. Per me è un passatempo, non sono un professionista della musica, sono un dilettante. Però questo mi rilassa molto, per me non è un lavoro, ecco. Il mio lavoro vero lo intervallo con la mia passione: c’è chi va a fare giri in bici, chi va in palestra, io faccio musica”.

Una passione che comunque richiede un grande sforzo di ricerca.
Sì, beh, la scuola in questo mi aiuta molto. Mi mantiene sempre stimolato e devo studiare spesso, a prescindere dalla musica”.

Quando il buio cala, pare che il mondo smetta di girare su se stesso e tutto si fermi. La notte diventa una sorta di camera di decompressione in cui tutti i personaggi sono bloccati in una dimensione tra il sogno (in alcuni casi l’incubo) e i ricordi. L’album è pervaso da una sensazione di stasi, ad eccezione della traccia omonima.
“Tenebra è la notte” è una delle poche che ha un esito positivo, che ha una progressione. Per quanto riguarda le altre, è giusta la tua impressione, quando parli di “staticità”, ma dipende dal fatto che quando ci si confronta con i pensieri – che di notte sono più voluminosi – il tempo scorre più lento. Malgrado questo, una progressione ce l’ha anche la dimensione notturna nell’album. Tutti i pezzi hanno la loro forma di progressione: pezzi come “La stella e il marinaio”, che sono più atmosferici, comunque prevedono un decorso; “Le notti bianche”, che sembra così surreale, in realtà un suo decorso ce l’ha, prevede una fine. Io amo inserire trame che siano progressive. Poi in alcuni brani, magari, c’è più atmosfera, specie in quelli in featuring, perché è più difficile costruire uno storytelling con un’altra persona. “Wordsworth” o “L’uomo senza sonno”, ad esempio, hanno una progressione minore, ma comunque c’è, di tipo emotivo e cognitivo. Raramente c’è solo paesaggio”.

Tenebra è la notte” è un album fittissimo di citazioni e riferimenti ad opere della letteratura moderna e contemporanea, come hai già raccontato in più occasioni.
Sì, sicuramente ci sono molti riferimenti alla letteratura, che è “la mia cifra”, nel senso che mi piace inserire negli album una componente culturale e soprattutto letteraria”.

Nel tuo racconto della “notte”, però, ci sono anche richiami alla classicità, come dimostra l’introduzione stessa “Nyx”. Ho associato anche la figura di Artemide Trivia ad alcuni scenari da te descritti, in cui la luna, la morte e, in senso più ampio, la natura, pare abbiano un legame tra loro. È corretto?
Questa forse è più un’immagine utilizzata da Caparezza”.

Inoltre, in “la stella e il marinaio”, si può dire che tu abbia operato un “catasterismo”, che pure è ricorrente nella mitologia classica?
Il tema del notturno è in generale molto ricorrente nella mitologia classica. Avevo cominciato a sviluppare una canzone molto difficile sul tema delle incursioni notturne nella letteratura, che passava dall’“Iliade” alla “Gerusalemme Liberata”. Insomma, passaggi importanti dei classici della letteratura. Poi però si è rivelata un po’ troppo difficile da gestire. Questo comunque sta a dimostrare come il tema del “notturno” attraversi la letteratura dai classici, passando per i moderni, fino alla contemporaneità. Anche se in realtà, per quanto riguarda i contemporanei, è stato difficile trovare dei riferimenti. Uno di questi è “Di notte”, di Mercedes Lauenstein, a cui è ispirata, per l’appunto, la titletrack”.

Però adesso questa traccia ce la aspettiamo.
“(Ride, ndr.) Sarebbe una di quelle da realizzare con qualche collaboratore, perché da solo può risultare un po’ pesante, ma lo stimolo c’è”.

Vieni spesso identificato nella tua dualità professionale ed artistica. Mi piacerebbe invece chiedere all’Alessio Mariani che non è ancora né professore né artista affermato cosa l’ha avvicinato alla cultura hip hop.
Io sono di una certa età, mi sono avvicinato alla cultura hip hop all’inizio degli anni novanta, quando ancora era vivo il fenomeno delle posse. L’hip hop stava nascendo, e per me, ancora adolescente, era un bell’esempio di identificazione: una controcultura, fondamentalmente, però ispirata a dei valori piuttosto solidi”.

Soprattutto tra Bologna e Reggio Emilia..
Esatto, forse a Reggio Emilia un po’ meno, ma a Bologna tantissimo – penso all’“Isola nel Kantiere” o agli stessi Sud Sound System, che gravitavano attorno alla città. C’era un bel movimento, e quindi era decisamente affascinante vedere nascere e sentirsi parte di questo movimento che cresceva e diventava sempre più grande”.

Te lo chiedo perché, ad esempio, in “L’uomo senza sonno” è presente una campionatura di “NY State of mind”, tra l’altro una delle canzoni più campionate nel mondo del rap. Oggi conosciamo Murubutu come un rapper “lontano dalle strade”, dalla scrittura certosina e dal registro raffinato, ma i racconti delle strade provenienti dall’America, o lo stesso “Illmatic” ad esempio, hanno contribuito – e se sì, quanto – alla costruzione del tuo immaginario?
Guarda, la fruizione del rap d’oltreoceano è stata sempre un mio punto di riferimento dal punto di vista musicale, più che liricistico. Dal punto di vista contenutistico, personalmente mi sono sempre ispirato al cantautorato italiano, e penso che questa cosa si avverta. Sono stato anche ispirato dallo storytelling nazionale già dai tempi di “La casa è un diritto” dei Comitato (contenuta nell’album “Immigrato”, 1993, Universal Music Italia, ndr.), anche se purtroppo ha avuto vita breve, e altri episodi saltuari che hanno caratterizzato il rap italiano – penso a Stokka & MadBuddy, ad esempio -. Se invece devo nominarti un album d’oltreoceano, anche piuttosto “recente”, sicuramente c’è posto per “The Truth” di Beanie Sigel”.

Nei romanzi di Kafka, come “Le metamorfosi” o “Il processo”, la notte rappresenta spesso un’ellissi temporale. I fatti accadono all’improvviso, e apparentemente senza motivo, al risveglio dei protagonisti. È curioso, quindi, come Kafka trovi posto in uno scenario notturno. Come mai?
Perché Kafka era un grafomane notturno. Volevo dedicare un brano alla scrittura notturna e avevo in mente questa evoluzione con una “scoperta” finale – caratterizzante di molti miei brani -, che spinge a rivedere la storia da capo. In questo caso, si parla di una vita, e alla fine si scopre che si trattava di una vita celebre. Kafka era l’ideale, perché scrisse tantissime lettere, e per la maggior parte di notte. Non dormiva praticamente, anche se lavorava di giorno. Questa dimensione surreale e visionaria, ma anche di talento nella scrittura, era l’ideale per scrivere questo brano”.

La canzone parla del rapporto epistolare tra Franz e Milena Jesenskà, ma le “Lettere a Milena” non sono state le sole ad essere pubblicate. “Lettera al padre” è un libro fondamentale per la lettura e la comprensione delle ambientazioni kafkiane, in cui l’autore si esprime sul rapporto conflittuale con suo padre. Hai pensato di scrivere una “Lettera al padre” al posto di “Franz e Milena”?
Ci sono arrivati diversi carteggi di Kafka, che tra l’altro non scrisse solo a Milena, ma ebbe anche altri amori. Io mi sono concentrato su quello di Milena perché era assolutamente toccante come racconto, ma se ne sarebbero potuti prendere altri. In ogni caso, era proprio quello di cui mi interessava scrivere”.

Kafka e Milena, Murubutu, blunotemusic
Kafka e Milena

Nella tua scrittura che ruolo ha la simbologia? Nel tuo album sono presenti simboli che forse non siamo riusciti a cogliere?
In realtà la mia è una scrittura abbastanza evocativa, mi lascio ispirare molto dal Naturalismo. Non c’è molto da decriptare a livello simbolico. Le mie sono suggestioni paesaggistiche, non c’è un’elucubrazione di tipo simbolico dietro, che voglia rimandare a qualcosa. Poi magari ci sono diversi sottolivelli di lettura, ma la mia non è una scrittura enigmatica”.

Che rapporto hai con il teatro? Hai mai pensato di scrivere una sceneggiatura?
In passato, durante gli anni novanta, con il mio gruppo ci siamo dedicati ad una bolla di teatro. Era una cosa molto istintiva, ma aveva la sua parte di rappresentazione. Mi è sempre piaciuto legare il rap al teatro, tant’è che il mio grande sogno sarebbe scrivere un musical per l’appunto. Non intendo un musical rap spostato sull’aspetto solo rappresentativo, ma anche tecnico. Questo però sicuramente rimarrà solo un sogno, perché è una cosa assolutamente impegnativa da portare avanti. In ogni caso, il teatro è sicuramente una cosa che mi piace, e anche quando facciamo i live, il tour parte all’interno di un teatro”.

La notte di San Lorenzo” rappresenta un’eccezione nell’album, perché è scritta in prima persona. Chi è l’“io” che parla, e a chi si rivolge?
L’“io” che parla è il bambino morto. Questa è l’originalità dell’approccio, anche se si coglie solo alla fine, che è lui a parlare: malgrado non ci sia più, è come se ci fosse ancora. C’è qualche altro brano che ho scritto in prima persona – “Buio”, ad esempio -, anche in passato. Lo faccio più raramente perché mi piace la terza persona. Ho un approccio piuttosto classico alla narrazione, però ogni tanto provare qualcosa di nuovo non fa male”.

Murubutu è un artista che mette d’accordo tutti quanti. Le collaborazioni che hai scelto sono di grandissima qualità e tutte dotate di una grande abilità di “storytelling”. Scegli i featuring maggiormente in base al rapporto che hai con gli artisti o alla loro scrittura?
Sicuramente in base alla scrittura. Pur stimandoli, non conoscevo personalmente né Caparezza né Mezzosangue. Li ho scelti perché ci trovavo un’affinità dal punto di vista della scrittura e poi perché li ritengo dei grandi esempi per il rap in Italia. Volevo che quest’album, come quello precedente, fosse rappresentativo anche per le giovani generazioni di quello che è un tipo di scrittura alta nel rap”.

Caparezza è il grande ospite dell’album, che probabilmente tutti sognavano ma nessuno si sarebbe davvero aspettato. Come siete giunti alla stesura di “Wordsworth”?
Anche a livello di visibilità, oltre che di distanza, Caparezza non è un artista facile da raggiungere, dato che è molto esposto. È un artista che stimo molto, perché è stato uno dei primi a veicolare determinati messaggi al pubblico, e viceversa da parte sua. La sua disponibilità a lavorare con me è emersa tramite un amico comune, ed io gli ho proposto sia il beat che la tematica. Lui ha accettato subito. Ammetto di aver scelto un beat che sapevo sarebbe stato nelle sue corde, conoscendo la sua produzione; e anche la tematica, avendo ascoltato le sue canzoni dedicate alla luna. Mi sembrava che tutto quadrasse, dalla sonorità alla stesura, e così è stato”.

Hai mai pensato, come Caparezza aveva fatto in “Le dimensioni del mio caos”, di scrivere un concept album concentrato su una storia sola, un “fonoromanzo” o un “fonopoema” epico?
Sarebbe un progetto bellissimo, ma temo che mantenere gli stessi personaggi o una trama costante dall’inizio alla fine di un album sia un po’ troppo vincolante. Insomma, è bene sperimentare, provare, però bisogna anche avere consapevolezza dei propri limiti”.

Siamo quasi giunti alla fine, per cui vorrei toccare un argomento attuale a partire da una sua vicissitudine personale, ossia la “libertà di espressione”. Nel 2014 tieni un concerto a Bologna, e dopo aver cantato “Martino e il ciliegio”, iniziano a volare le accuse. Cos’è successo quella notte?
Non ero presente quando c’è stata questa contestazione da parte di Forza Nuova. Loro contestarono il locale con il pretesto di aver accolto un cantante – me, nello specifico – che dedicava una canzone a Prospero Gallinari. Chiaramente si trattava di un fatto pretestuoso, perché chi ascolta la canzone capisce che il taglio non è politico, ma antropologico. Sto raccontando una storia. È come se mi si venisse a criticare il fatto che “Quando venne lei” sia un’incitazione alla droga o un elogio dell’eroina. Queste storie sono segnate da scelte sbagliate, da contesti e mille altre cose, non sono un elogio di chicchessia. Questo si evince subito, se si è un ascoltatore attento; è ovvio che si cercava un pretesto e l’hanno trovato”.

Tra l’altro, anche la fine di “Martino e il ciliegio” si discosta dalla biografia dello stesso Gallinari.
Si, come faccio spesso è una storia romanzata ispirata ad un fatto vero. Credo che il fatto di essermi dichiarato antifascista abbia fatto la differenza”.

Sulla strumentalizzazione in termini fascisti di Battisti, Mogol si è espresso così: «Lucio Battisti non è mai stato interessato alla politica. E io ne sono un testimone diretto: con me non ne ha mai parlato. […] Il punto è che all’epoca, negli anni Sessanta e Settanta, o andavi in giro con il pugno alzato e cantavi Contessa, oppure eri fascista. O qualunquista. Ma io e Lucio eravamo semplicemente disinteressati alla politica e quando si votava, lo si faceva per il meno peggio. Preferivamo raccontare il privato, anche se brani come Anima Latina erano molto sociali, e per questo siamo stati denigrati. Ma ormai non sono neanche più irritato per queste accuse». Cosa ne pensi?
È normale che si parla di un contesto completamente diverso da quello attuale, che non si può equiparare. Sono cambiate tante cose dal punto di vista del dibattito anche all’interno della sinistra stessa. Nel mio caso, la contestazione nasceva dal presunto elogio alla lotta armata, che è tuttora anticostituzionale. Non era quindi una questione solo ideologica, era una questione di legalità; loro si facevano forti non tanto della sola questione ideologica, ma di quella costituzionale. Il comune aveva abolito la propaganda anticostituzionale, e quindi conseguentemente, anche l’incitazione alla lotta armata. Questo era il discorso che aveva fatto scalpore, secondo Forza Nuova; nel caso di Battisti, invece, si trattava di semplice strumentalizzazione politica. Ma non ci dobbiamo scordare che anche Guccini era stato contestato, e per giunta a sinistra, malgrado fosse apertamente di sinistra”.

Chi è Murubutu nei suoi sogni?
“(Ride, ndr.) Sicuramente un buon insegnante. E poi magari anche uno scrittore in futuro, chi lo sa”.

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Ascoltare i Quercia per perdersi e ritrovarsi 0 114

È uscito il 20 febbraio scorso ‘Di Tutte le Cose che Abbiamo Perso e Perderemo‘ il nuovo LP dei Quercia, band cagliaritana dalla fortissima attitudine punk, che negli anni ha saputo coniugare l’alternative con l’emo e il pop con lo screamo, il post hardcore e, ovviamente, il post rock. In quest’ultimo lavoro – interamente autoprodotto – c’è tutto questo, ma anche di più. C’è il dadaismo intenzionale di band emergenti come i Cucineremo Ciambelle (forieri del math rock in Italia), il graffio dei Gazebo Penguins di Legna, ma anche il groove dei CCCP, insomma: storia, tradizione e irrazionalità. Il tutto è condito con una buona dose d’introspezione, un pizzico d’insofferenza e una spruzzata di malinconia. Questo disco ha un filo conduttore: la perdita. Relativa a persone, cose, sentimenti ed emozioni, la perdita è legata a un senso di vuoto che attiva in noi un meccanismo inerziale che ci spinge a cercare un “rimpiazzo” e ci porta a tracciare i contorni – prossimi alla dissolvenza – di ciò che abbiamo perso, su quelli dell’eventuale rimpiazzo. Non siamo disposti ad accettare l’oblio né tantomeno la perdita, per questo tentiamo di esorcizzarla ed esorcizzare la sofferenza che ad essa è legata. Con la musica si può fare.

La copertina del nuovo disco dei Quercia

Il disco si apre con Buio: brano potentissimo, urlato, quasi sputato in faccia a chi ascolta. Chitarre distorte e un ritmo martellante di una batteria ormai usurata: è il pezzo con la cazzimma, quello che ti spettina e ti fa ribollire qualcosa dentro. È il varo che porta la nave lontano, fra le onde della melanconia e quelle del destino (con buona pace di Lars von Trier).

Il viaggio continua con Finestra, brano che incarna perfettamente lo spirito screamo. Il testo è imperniato sulla domanda “che cosa ci manca davvero?”, e proprio la mancanza – come già detto – è il filo conduttore di tutto il disco. Il graffio della voce esalta il testo stringato ma essenziale e mai banale.

Torri è il pezzo multanime, quello che comincia in un modo e finisce in un altro. L’inizio soft con un bel riff lascia presto il posto alla prepotenza della voce e della batteria. Questo brano è un invito cinico a dimenticare tutto ciò che è stato e che probabilmente non sarà più. Dimenticare – fare tabula rasa – per ricostruire e ricostruirsi, per non perdersi nei ricordi e andare avanti, questo è il messaggio.

Pogare è lecito, soprattutto per pezzi come Corridoio che ti sollevano letteralmente da terra (provate ad ascoltarlo col surround acceso a volume alto, ma state lontani dai vetri!). Il post-rock, il punk, l’emo, si sentono tutti e si avvicendano in un preciso gioco di rimandi. Questo pezzo sembra descrivere la memoria come un corridoio che percorriamo a ritroso per trovare i ricordi migliori. I peggiori li lasciamo dissolvere nel buio dell’oblio.

Quercia band

Voci distorte, frasi che s’incastrano perfettamente e licenze poetiche. Problema è una confessione accompagnata da un groove avvolgente: “L’inferno che conserviamo nelle stanze di noi stessi brucia chi non lo capisce”. Abbiamo tutti un inferno privato che non siamo disposti a condividere, perché siamo convinti che nessuno sia in grado di comprendere. Non è sbagliato pensarlo, ma non è neanche giusto: è semplicemente relativo (anche se è risaputo che all’inferno ci sono solo stanze singole!).

Capolinea è un brano più lento e cupo ma non per questo meno intenso. È un pezzo alla Gomma (band post- punk casertana) da cui traspare l’anima intimista della band: noi siamo il capolinea del treno e non si può più andare oltre.

Si cambia completamente stile in Altalena, pezzo strumentale, quasi ambient. È un brano rilassante e cullante, un unicum nell’intera produzione dei Quercia.

C’è un trait d’union che lega Altalena e l’ottava traccia del disco; è un filo sottilissimo che unisce i due brani e li rende complementari. Con Pozzanghere si torna nell’alveo dell’emo, seppur con qualche sfumatura punk. Il pezzo è un invito ad asciugarsi le lacrime, a smettere di piangere e fare pozzanghere, perché c’è sempre qualcosa di meglio da fare. Questo è il tentativo di esorcizzare la pena che segue una perdita.

L’attacco è di quelli potenti: “Tutte le cose che abbiamo perso e perderemo, non sono mai nostre davvero”. Fiammiferi è il pezzo più breve ma il più intenso dell’album. È privo di sovrastrutture e l’incipit si ripete così tanto da rimanere impresso nel cervello. Sì, è il brano che preferiamo.

Siamo soliti costruire muri per evitare di continuare a guardare ciò che ci disturba e ci fa male. Il muro è un confine mentale e/o fisico che c’impedisce di guardare, ma non c’impedisce di pensare: occhio non vede, cuore non duo-…no, troppo banale! Muro non lo è e ci porta a riflettere sull’inutilità di continuare a costruire qualcosa che finiremo, comunque, per distruggere, se non fisicamente almeno col pensiero. La chitarra nel finale si prende meritatamente la scena!

Bivio ha un testo verace, a tratti poetico. L’anima alternative e post rock del pezzo si tinge di punk, l’elemento distintivo della band. Qui troviamo l’arrangiamento più bello dell’album; ovviamente, come ripete sempre un mio amico “De gustibus […]”.

Il pezzo che chiude il disco s’intitola Ridevamo ed è una sorta di avviso ai naviganti: c’è sempre un motivo per non stare fermi e andare avanti. Il tempo passa e non possiamo far altro che farci trovare pronti per non arrivare in ritardo al nuovo appuntamento. Il gattopardismo larvato nel testo tradisce l’insofferenza per un posto che è, allo stesso tempo, sempre troppo uguale e troppo diverso.

Non bisogna limitarsi all’apparenza. Per capire i Quercia e la loro musica bisogna andare in profondità, senza scarnificarli. Al primo ascolto sembrano i cinque ragazzotti che ti urlano in faccia l’incazzatura dei vent’anni. Approfondendoli, invece, ci si rende conto che hanno le palle e meritano tanto!

Abbiamo ascoltato in anteprima TeRAPia di Picciotto 0 130

TeRAPia è il nuovo concept album di Picciotto, storico rapper della scena palermitana, che è da sempre cantore cupo e appassionato della degradata realtà delle periferie meridionali. Per quest’ultimo lavoro, in uscita il 15 marzo, Picciotto dimostra di non aver perso lo smalto della scrittura chiara e potente e anche di poter variare, con ottimi risultati, lo stile musicale delle basi, grazie ad una produzione di alto livello, affidata ora a Gheesa, Naiupoche, Bonnot e Dj Spike.

Il pezzo d’apertura, Illusione, è un esordio che ammutolisce. Caratterizzato da un ritmo e da una narrazione nostalgica e drammatica, Picciotto ricorda le speranze della sua gioventù per un mondo migliore; si tratta, però, di speranze tradite, rifugio ormai di tristi ricordi che hanno il potere di farci guardare avanti. Il secondo pezzo Come Stai, che dipinge con arguzia la superficialità dei rapporti al giorno d’oggi, tenta, invece, di scrollarsi di dosso quell’atmosfera, dando vita ad un new soul dinamico, anche per via degli scratch di qualità di Dj Delta, una delle collaborazioni più gustose dell’album.

Sempre a proposito di collaborazioni, quella con Shakalab e Roy Paci nel terzo estratto, Hashtag la Victoria, è una carta indiscutibilmente vincente. Il pezzo, che critica la sempre più comune tendenza a fare politica sui social network, risente positivamente dell’eclettismo dei suoi ospiti, riuscendo comunque a trasportare l’ascoltatore anche al successivo Capitale, un inno sentito ed emozionante a Palermo.

L’argomento politico viene approfondito e sviscerato nelle seguenti quattro canzoni. Abbiamo dapprima Come non ho fatto mai, un pezzo che esclama la necessità dell’impegno politico tanto nel locale quanto nelle questioni globali, tanto da avere leggere e stuzzicanti influenze musicali tipicamente estere. Ci troveremo poi davanti ad Ashadogan, il quale mette alla berlina l’insensatezza e la pericolosità del razzismo, non risparmiando certo stoccate a personaggi che lo alimentano, come il ministro Salvini. C’è poi Lividi, in cui Picciotto, con un doppio feauturing ‘O ZulùDavide Shorty, indossa i panni di Stefano Cucchi, mettendoci in guardia su come quello che ha passato potrebbe succedere ancora, e sull’importanza di non dimenticare mai. Legato al ricordo è anche il pezzo successivo, Ancora Vive, cantato insieme a Simona Boo. Ancora Vive ha un testo e una musica di assoluta profondità, diventando un monito che vuole affermare l’importanza di ricordare la lotta politica e sociale partigiana, una lotta da cui prendere spunto per migliorare la società.

Concluso questo blocco prettamente politico, si passa a D’amore e D’accordi, un pezzo che infonde speranza ad ogni giovane musicista che non vede riconosciuta la propria arte, unica via per conoscere e conoscersi. La scrittura è viva e incisiva, frutto della reale esperienza di Picciotto, che con questa canzone ci offre uno degli spaccati più veri di cosa un artista dovrebbe essere.

Il decimo brano, Da grande – Rap Neomelodico, è quella che possiamo definire senza troppi problemi la vera hit di TeRAPia. Scanzonata ed ironica, la canzone ci trasporta direttamente nella periferia palermitana, tra note di pezzi neomelodiche napoletani e voglia di riscatto sociale. La collaborazione con il partenopeo Enzo Savastano contribuisce alla grande alla riuscita di questo pezzo da riascoltare e canticchiare.

Dopo questa nota pop, però, segue il pezzo, anzi, seguono i due pezzi, probabilmente più iconici e potenti dell’intero album: Sogno vs Incubo. Si tratta di un’unica traccia dove le personificazioni del Sogno e dell’Incubo parlano (pardon: rappano) con Picciotto. Il Sogno ci ricorda quanto il suo compito sia vitale nella nostra vita, diventando l’unico carburante che ci permette di migliorare, e lo fa con un flow disteso e morbido; l’Incubo, invece, parla di come il mondo sia in realtà crudele, di quanto l’opportunismo regni nelle coscienze delle persone, e per farcelo capire come si deve non esita ad affidarsi ad un rap hardcore, potente ed intenso.

La personale seduta di Picciotto, a questo punto, volge al termine, e lo fa grazie a Colloquio, una sorta di summa di tutto questo viaggio dentro e fuori il suo mondo. Un colloquio certamente complesso e stratificato, come dimostra il mix di suoni elettronici e più old-school che rendono questo pezzo un diamante raro.

L’ultimo brano è Terapia Popolare, dove il rapper riprende la sua identità di artista del popolo, criticando sferzante l’industria mainstream e rivendicando la musica come strumento per analizzare e criticare la società, soprattutto quella delle periferie. D’altro canto, come dice lo stesso Picciotto “Non è arte popolare, ma è il popolo che fa l’arte”.

TeRAPia è quindi, più che una cura, un colloquio psicanalitico tra il Picciotto artista e il Picciotto uomo, un album che cerca di comprendere la diversità e la complessità del mondo popolare, servendosi della musica rap, ora più classica ora più all’avanguardia. Un risultato iconico, che segna per tutti gli amanti del genere un ascolto consigliatissimo.

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