Intervista a Murubutu, tra nuovo disco, collaborazioni e antifascismo 0 994

Alessio Mariani, in arte Murubutu, è un rapper emiliano classe 1975. Affermatosi negli ultimi anni grazie alla sua formula di “rap didattico”, è un artista che non ha bisogno di molte presentazioni. Professore di storia e filosofia nella vita, Murubutu ha portato il “suono della strada” oltre il suo stereotipo, convertendo il paradigma del rap come musica “dissacrante” in un’arte formalmente e contenutisticamente sublime. Il suo stile trobadorico, le ambientazioni suggestive e le sue narrazioni, a volte proprie e a volte d’ispirazione, l’hanno reso in poco tempo uno degli artisti più apprezzati, nonché unici, nel suo genere in Italia. Al suo fianco sono comparse figure d’altrettanta caratura artistica, in studio e sul palco, tra cui Claver Gold, Rancore, Dargen D’Amico, Ghemon, Mezzosangue, Caparezza, Dutch Nazari, Willie Peyote e la sua immancabile crew La Kattiveria. La sua consacrazione arriva di fatto con la pubblicazione del suo terzo album “Gli ammutinati del Bouncin’ ovvero mirabolanti avventure di uomini e mari” (2014) che vede, tra le tante cose, il ritorno sulla scena dell’etichetta bolognese Mandibola Records, pezzo di storia dell’hip hop italiano. L’album è anche il primo concept del professore di Reggio Emilia, in cui ogni canzone è appunto legata all’altra dalla presenza del mare come minimo comune denominatore. Sarà seguito da “L’uomo che viaggiava nel vento e altri racconti di brezze e correnti” (2016), che lo impegnerà in un tour che toccherà ogni angolo dello Stivale. Il 1 febbraio 2019 esce “Tenebra è la notte e altri racconti di buio e crepuscoli”, quinto album solista e terzo concept, anticipato dai singoli “La notte di San Lorenzo” e “La vita dopo la notte”. Il titolo del disco parafrasa il celebre romanzo di Fitzgerald, ed altrettanto ricche di citazioni e riferimenti sono le tracce che lo compongono. Colto il pretesto, ci siamo rivolti a lui per conoscere meglio la sua storia, i suoi processi di creazione, e qualche curiosità su un album che, malgrado siamo soltanto all’inizio, si staglia già sul podio delle uscite migliori dell’anno.

Tenebra è la notte Murubutu Blunotemusic

Se fossi Forbes, ti inserirei in una classifica delle dieci figure più influenti dello Stivale dal punto di vista culturale.
“(ride, ndr.) Grazie, troppo gentile!

L’uomo che viaggiava nel vento e altri racconti di brezze e correnti” è uscito verso la fine del 2016 ed è stato seguito da un tour lunghissimo, terminato alla fine del 2018. Poi, dopo il rilascio dei singoli e qualche collaborazione di qualità (tra tutte, ricordiamo “L’effetto farfalla” in “Dead Poets II” di DJ Fastcut), ci hai regalato “Tenebra è la notte e altri racconti di buio e crepuscoli”. Servirebbero più corpi per continuare a realizzare e allo stesso tempo mantenere un’attività artistica così intensa, se contiamo che c’è “una vita oltre Murubutu”.
C’è stato anche un mixtape, dove ho raccolto alcune collaborazioni che ho realizzato nel tempo, nonché qualche inedito. Per me è un passatempo, non sono un professionista della musica, sono un dilettante. Però questo mi rilassa molto, per me non è un lavoro, ecco. Il mio lavoro vero lo intervallo con la mia passione: c’è chi va a fare giri in bici, chi va in palestra, io faccio musica”.

Una passione che comunque richiede un grande sforzo di ricerca.
Sì, beh, la scuola in questo mi aiuta molto. Mi mantiene sempre stimolato e devo studiare spesso, a prescindere dalla musica”.

Quando il buio cala, pare che il mondo smetta di girare su se stesso e tutto si fermi. La notte diventa una sorta di camera di decompressione in cui tutti i personaggi sono bloccati in una dimensione tra il sogno (in alcuni casi l’incubo) e i ricordi. L’album è pervaso da una sensazione di stasi, ad eccezione della traccia omonima.
“Tenebra è la notte” è una delle poche che ha un esito positivo, che ha una progressione. Per quanto riguarda le altre, è giusta la tua impressione, quando parli di “staticità”, ma dipende dal fatto che quando ci si confronta con i pensieri – che di notte sono più voluminosi – il tempo scorre più lento. Malgrado questo, una progressione ce l’ha anche la dimensione notturna nell’album. Tutti i pezzi hanno la loro forma di progressione: pezzi come “La stella e il marinaio”, che sono più atmosferici, comunque prevedono un decorso; “Le notti bianche”, che sembra così surreale, in realtà un suo decorso ce l’ha, prevede una fine. Io amo inserire trame che siano progressive. Poi in alcuni brani, magari, c’è più atmosfera, specie in quelli in featuring, perché è più difficile costruire uno storytelling con un’altra persona. “Wordsworth” o “L’uomo senza sonno”, ad esempio, hanno una progressione minore, ma comunque c’è, di tipo emotivo e cognitivo. Raramente c’è solo paesaggio”.

Tenebra è la notte” è un album fittissimo di citazioni e riferimenti ad opere della letteratura moderna e contemporanea, come hai già raccontato in più occasioni.
Sì, sicuramente ci sono molti riferimenti alla letteratura, che è “la mia cifra”, nel senso che mi piace inserire negli album una componente culturale e soprattutto letteraria”.

Nel tuo racconto della “notte”, però, ci sono anche richiami alla classicità, come dimostra l’introduzione stessa “Nyx”. Ho associato anche la figura di Artemide Trivia ad alcuni scenari da te descritti, in cui la luna, la morte e, in senso più ampio, la natura, pare abbiano un legame tra loro. È corretto?
Questa forse è più un’immagine utilizzata da Caparezza”.

Inoltre, in “la stella e il marinaio”, si può dire che tu abbia operato un “catasterismo”, che pure è ricorrente nella mitologia classica?
Il tema del notturno è in generale molto ricorrente nella mitologia classica. Avevo cominciato a sviluppare una canzone molto difficile sul tema delle incursioni notturne nella letteratura, che passava dall’“Iliade” alla “Gerusalemme Liberata”. Insomma, passaggi importanti dei classici della letteratura. Poi però si è rivelata un po’ troppo difficile da gestire. Questo comunque sta a dimostrare come il tema del “notturno” attraversi la letteratura dai classici, passando per i moderni, fino alla contemporaneità. Anche se in realtà, per quanto riguarda i contemporanei, è stato difficile trovare dei riferimenti. Uno di questi è “Di notte”, di Mercedes Lauenstein, a cui è ispirata, per l’appunto, la titletrack”.

Però adesso questa traccia ce la aspettiamo.
“(Ride, ndr.) Sarebbe una di quelle da realizzare con qualche collaboratore, perché da solo può risultare un po’ pesante, ma lo stimolo c’è”.

Vieni spesso identificato nella tua dualità professionale ed artistica. Mi piacerebbe invece chiedere all’Alessio Mariani che non è ancora né professore né artista affermato cosa l’ha avvicinato alla cultura hip hop.
Io sono di una certa età, mi sono avvicinato alla cultura hip hop all’inizio degli anni novanta, quando ancora era vivo il fenomeno delle posse. L’hip hop stava nascendo, e per me, ancora adolescente, era un bell’esempio di identificazione: una controcultura, fondamentalmente, però ispirata a dei valori piuttosto solidi”.

Soprattutto tra Bologna e Reggio Emilia..
Esatto, forse a Reggio Emilia un po’ meno, ma a Bologna tantissimo – penso all’“Isola nel Kantiere” o agli stessi Sud Sound System, che gravitavano attorno alla città. C’era un bel movimento, e quindi era decisamente affascinante vedere nascere e sentirsi parte di questo movimento che cresceva e diventava sempre più grande”.

Te lo chiedo perché, ad esempio, in “L’uomo senza sonno” è presente una campionatura di “NY State of mind”, tra l’altro una delle canzoni più campionate nel mondo del rap. Oggi conosciamo Murubutu come un rapper “lontano dalle strade”, dalla scrittura certosina e dal registro raffinato, ma i racconti delle strade provenienti dall’America, o lo stesso “Illmatic” ad esempio, hanno contribuito – e se sì, quanto – alla costruzione del tuo immaginario?
Guarda, la fruizione del rap d’oltreoceano è stata sempre un mio punto di riferimento dal punto di vista musicale, più che liricistico. Dal punto di vista contenutistico, personalmente mi sono sempre ispirato al cantautorato italiano, e penso che questa cosa si avverta. Sono stato anche ispirato dallo storytelling nazionale già dai tempi di “La casa è un diritto” dei Comitato (contenuta nell’album “Immigrato”, 1993, Universal Music Italia, ndr.), anche se purtroppo ha avuto vita breve, e altri episodi saltuari che hanno caratterizzato il rap italiano – penso a Stokka & MadBuddy, ad esempio -. Se invece devo nominarti un album d’oltreoceano, anche piuttosto “recente”, sicuramente c’è posto per “The Truth” di Beanie Sigel”.

Nei romanzi di Kafka, come “Le metamorfosi” o “Il processo”, la notte rappresenta spesso un’ellissi temporale. I fatti accadono all’improvviso, e apparentemente senza motivo, al risveglio dei protagonisti. È curioso, quindi, come Kafka trovi posto in uno scenario notturno. Come mai?
Perché Kafka era un grafomane notturno. Volevo dedicare un brano alla scrittura notturna e avevo in mente questa evoluzione con una “scoperta” finale – caratterizzante di molti miei brani -, che spinge a rivedere la storia da capo. In questo caso, si parla di una vita, e alla fine si scopre che si trattava di una vita celebre. Kafka era l’ideale, perché scrisse tantissime lettere, e per la maggior parte di notte. Non dormiva praticamente, anche se lavorava di giorno. Questa dimensione surreale e visionaria, ma anche di talento nella scrittura, era l’ideale per scrivere questo brano”.

La canzone parla del rapporto epistolare tra Franz e Milena Jesenskà, ma le “Lettere a Milena” non sono state le sole ad essere pubblicate. “Lettera al padre” è un libro fondamentale per la lettura e la comprensione delle ambientazioni kafkiane, in cui l’autore si esprime sul rapporto conflittuale con suo padre. Hai pensato di scrivere una “Lettera al padre” al posto di “Franz e Milena”?
Ci sono arrivati diversi carteggi di Kafka, che tra l’altro non scrisse solo a Milena, ma ebbe anche altri amori. Io mi sono concentrato su quello di Milena perché era assolutamente toccante come racconto, ma se ne sarebbero potuti prendere altri. In ogni caso, era proprio quello di cui mi interessava scrivere”.

Kafka e Milena, Murubutu, blunotemusic
Kafka e Milena

Nella tua scrittura che ruolo ha la simbologia? Nel tuo album sono presenti simboli che forse non siamo riusciti a cogliere?
In realtà la mia è una scrittura abbastanza evocativa, mi lascio ispirare molto dal Naturalismo. Non c’è molto da decriptare a livello simbolico. Le mie sono suggestioni paesaggistiche, non c’è un’elucubrazione di tipo simbolico dietro, che voglia rimandare a qualcosa. Poi magari ci sono diversi sottolivelli di lettura, ma la mia non è una scrittura enigmatica”.

Che rapporto hai con il teatro? Hai mai pensato di scrivere una sceneggiatura?
In passato, durante gli anni novanta, con il mio gruppo ci siamo dedicati ad una bolla di teatro. Era una cosa molto istintiva, ma aveva la sua parte di rappresentazione. Mi è sempre piaciuto legare il rap al teatro, tant’è che il mio grande sogno sarebbe scrivere un musical per l’appunto. Non intendo un musical rap spostato sull’aspetto solo rappresentativo, ma anche tecnico. Questo però sicuramente rimarrà solo un sogno, perché è una cosa assolutamente impegnativa da portare avanti. In ogni caso, il teatro è sicuramente una cosa che mi piace, e anche quando facciamo i live, il tour parte all’interno di un teatro”.

La notte di San Lorenzo” rappresenta un’eccezione nell’album, perché è scritta in prima persona. Chi è l’“io” che parla, e a chi si rivolge?
L’“io” che parla è il bambino morto. Questa è l’originalità dell’approccio, anche se si coglie solo alla fine, che è lui a parlare: malgrado non ci sia più, è come se ci fosse ancora. C’è qualche altro brano che ho scritto in prima persona – “Buio”, ad esempio -, anche in passato. Lo faccio più raramente perché mi piace la terza persona. Ho un approccio piuttosto classico alla narrazione, però ogni tanto provare qualcosa di nuovo non fa male”.

Murubutu è un artista che mette d’accordo tutti quanti. Le collaborazioni che hai scelto sono di grandissima qualità e tutte dotate di una grande abilità di “storytelling”. Scegli i featuring maggiormente in base al rapporto che hai con gli artisti o alla loro scrittura?
Sicuramente in base alla scrittura. Pur stimandoli, non conoscevo personalmente né Caparezza né Mezzosangue. Li ho scelti perché ci trovavo un’affinità dal punto di vista della scrittura e poi perché li ritengo dei grandi esempi per il rap in Italia. Volevo che quest’album, come quello precedente, fosse rappresentativo anche per le giovani generazioni di quello che è un tipo di scrittura alta nel rap”.

Caparezza è il grande ospite dell’album, che probabilmente tutti sognavano ma nessuno si sarebbe davvero aspettato. Come siete giunti alla stesura di “Wordsworth”?
Anche a livello di visibilità, oltre che di distanza, Caparezza non è un artista facile da raggiungere, dato che è molto esposto. È un artista che stimo molto, perché è stato uno dei primi a veicolare determinati messaggi al pubblico, e viceversa da parte sua. La sua disponibilità a lavorare con me è emersa tramite un amico comune, ed io gli ho proposto sia il beat che la tematica. Lui ha accettato subito. Ammetto di aver scelto un beat che sapevo sarebbe stato nelle sue corde, conoscendo la sua produzione; e anche la tematica, avendo ascoltato le sue canzoni dedicate alla luna. Mi sembrava che tutto quadrasse, dalla sonorità alla stesura, e così è stato”.

Hai mai pensato, come Caparezza aveva fatto in “Le dimensioni del mio caos”, di scrivere un concept album concentrato su una storia sola, un “fonoromanzo” o un “fonopoema” epico?
Sarebbe un progetto bellissimo, ma temo che mantenere gli stessi personaggi o una trama costante dall’inizio alla fine di un album sia un po’ troppo vincolante. Insomma, è bene sperimentare, provare, però bisogna anche avere consapevolezza dei propri limiti”.

Siamo quasi giunti alla fine, per cui vorrei toccare un argomento attuale a partire da una sua vicissitudine personale, ossia la “libertà di espressione”. Nel 2014 tieni un concerto a Bologna, e dopo aver cantato “Martino e il ciliegio”, iniziano a volare le accuse. Cos’è successo quella notte?
Non ero presente quando c’è stata questa contestazione da parte di Forza Nuova. Loro contestarono il locale con il pretesto di aver accolto un cantante – me, nello specifico – che dedicava una canzone a Prospero Gallinari. Chiaramente si trattava di un fatto pretestuoso, perché chi ascolta la canzone capisce che il taglio non è politico, ma antropologico. Sto raccontando una storia. È come se mi si venisse a criticare il fatto che “Quando venne lei” sia un’incitazione alla droga o un elogio dell’eroina. Queste storie sono segnate da scelte sbagliate, da contesti e mille altre cose, non sono un elogio di chicchessia. Questo si evince subito, se si è un ascoltatore attento; è ovvio che si cercava un pretesto e l’hanno trovato”.

Tra l’altro, anche la fine di “Martino e il ciliegio” si discosta dalla biografia dello stesso Gallinari.
Si, come faccio spesso è una storia romanzata ispirata ad un fatto vero. Credo che il fatto di essermi dichiarato antifascista abbia fatto la differenza”.

Sulla strumentalizzazione in termini fascisti di Battisti, Mogol si è espresso così: «Lucio Battisti non è mai stato interessato alla politica. E io ne sono un testimone diretto: con me non ne ha mai parlato. […] Il punto è che all’epoca, negli anni Sessanta e Settanta, o andavi in giro con il pugno alzato e cantavi Contessa, oppure eri fascista. O qualunquista. Ma io e Lucio eravamo semplicemente disinteressati alla politica e quando si votava, lo si faceva per il meno peggio. Preferivamo raccontare il privato, anche se brani come Anima Latina erano molto sociali, e per questo siamo stati denigrati. Ma ormai non sono neanche più irritato per queste accuse». Cosa ne pensi?
È normale che si parla di un contesto completamente diverso da quello attuale, che non si può equiparare. Sono cambiate tante cose dal punto di vista del dibattito anche all’interno della sinistra stessa. Nel mio caso, la contestazione nasceva dal presunto elogio alla lotta armata, che è tuttora anticostituzionale. Non era quindi una questione solo ideologica, era una questione di legalità; loro si facevano forti non tanto della sola questione ideologica, ma di quella costituzionale. Il comune aveva abolito la propaganda anticostituzionale, e quindi conseguentemente, anche l’incitazione alla lotta armata. Questo era il discorso che aveva fatto scalpore, secondo Forza Nuova; nel caso di Battisti, invece, si trattava di semplice strumentalizzazione politica. Ma non ci dobbiamo scordare che anche Guccini era stato contestato, e per giunta a sinistra, malgrado fosse apertamente di sinistra”.

Chi è Murubutu nei suoi sogni?
“(Ride, ndr.) Sicuramente un buon insegnante. E poi magari anche uno scrittore in futuro, chi lo sa”.

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“La Terra dei Re”: le mille maschere di Solfrizzo per l’unico volto del rock 0 148

Le vie del rock sono infinite, un po’ come quelle del signore (anche se forse quelle sono finite, come nel film di Troisi) e Vito Solfrizzo le percorre – quantomeno nelle intenzioni – tutte ormai da anni. Non è facile: bisogna sapersi orientare e per farlo è necessario trovare i giusti riferimenti, quelli che ti consentono di ripercorrere i tuoi passi quando ti accorgi che ti stai allontanando troppo e stai per finire fuori strada. Capita di perdersi l’importante è rendersene conto prima che sia troppo tardi. Come disse Baglioni in occasione del Festival di Sanremo “errare è umano, perseverare è artistico” o più semplicemente presuntuoso, come aggiungerei io. Il rock ha un solo volto ma cento, mille, un milione di maschere diverse da indossare secondo l’occasione, e distinguerle l’una dall’altra è difficile, quasi impossibile. Nessuno può avere la presunzione di farlo. “La terra dei re” è l’ultimo album – interamente autoprodotto – di questo giovane cantautore pugliese; è un lavoro che parte da un viaggio interiore e sfocia nella disamina della società contemporanea. Tocca diversi temi, come il precariato, la situazione politica e quello che egli definisce “l’inganno dei talent show”. Le critiche non sono larvate ma precise e mirate. Questo disco arriva a due anni di distanza da “Nove”, album d’esordio uscito nel 2017 in coproduzione con Alessandro Spenga.

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La copertina de “La Terra dei Re”, il nuovo album di Vito Solfrizzo


Si comincia con “Il paradiso dei sogni”, un brano, rude, grezzo. Chitarroni, riff graffianti e beat frenetici, a tratti nevrotici, accompagnano questo pezzo che parla dei nostri sogni, quelli che cerchiamo di realizzare a qualunque costo e che spesso ci spingono a fare cazzate. Non ce ne rendiamo conto, ma quando ci incamminiamo verso i nostri sogni non teniamo conto della strada che abbiamo già percorso né di quella che ancora ci manca per raggiungerli, non ci rendiamo conto della stanchezza e della fatica. Camminiamo per inerzia, fottuti e sfiniti, fino alla fine.

L’attacco del secondo pezzo ricorda molto “Non ci guarderemo indietro mai” dei Negrita. “La terra dei re” è il brano che dà il titolo all’album e ne dichiara le intenzioni: i “re” sono tutti coloro che credono di essere superiori solo perché siedono sugli scranni più alti o ricoprono posizioni apicali o più semplicemente perché indossano una cravatta o vestiti più costosi. I professori, i politici, i datori di lavoro, in generale coloro che si pongono al di sopra di te in un sistema gerarchico- professionale ti fanno pesare la posizione di subordinazione in cui ti trovi rispetto a loro e non puoi far altro che cercare il compromesso per garantirti un quieto vivere. A tutta questa bella gente è bene ricordare – come fa Solfrizzo – quella massima di Montaigne che recita pressappoco così: «Anche sul trono più alto del mondo si sta seduti sul proprio culo». Degno di nota è il sound alternative che ci riporta agli anni ’90, ai primi brani dei Timoria.

Si continua con “Profumo di sabbia”, brano romantico dedicato alla sua ragazza. È un pezzo più lento, meno ritmato e dal mood riflessivo. Parla di un amore che sopravvive al cambiamento: tutto cambia, perfino i soggetti che questo amore lo vivono e lo consumano, ma il sentimento no. Quello rimane intatto, come un castello di sabbia che nessun’onda riuscirà mai ad abbattere.

I soliti riff asettici ci accompagnano in “Il dono dei furbi”. Questo è una sorta di j’accuse rivolto alla classe politica italiana, rea di tentare continuamente di affabulare e circuire quanta più gente possibile. Non tutti restano intrappolati in questa rete, molti sfuggono perché le maglie sono troppo larghe o semplicemente consunte.

America” segue un preciso crescendo, passa da un’atmosfera cupa all’esplosione del ritornello. Ha un’anima rock classica e parla dell’esperienza nella musica, della rivalità fra gli artisti e del clima di competizione in cui vivono. L’America è l’isola felice, il posto che sogni di raggiungere per realizzare i tuoi sogni. È la terra fertile, quella promessa, quella anelata. Questa è la sola maschera del rock riconoscibile e riconosciuta in tutto l’album.

E so che c’è un posto, è un sogno per me. Io voglio solo l’America, per vivere come va.

Vito Solfrizzo, “America”

La chitarra acustica dona quel tocco di malinconia che serve per raccontare di un amore mai sbocciato – come una nave rimasta ormeggiata nel porto che non prenderà mai l’abbrivio per andare al largo – per un motivo futile. “Senza età” parla di tutte quelle storie d’amore che non nascono per differenze anagrafiche. L’età è un ostacolo da superare e non tutti hanno la forza per farlo. Il pezzo è un po’ piatto all’inizio ma poi prende quota e decolla nel finale con l’assolo.

La chitarra – come si percepisce – è una sorta di coperta di Linus per Solfrizzo, che la usa tanto, forse troppo. In “Cuore di Razza” la sua preminenza rende il pezzo un po’ piatto, parole e musica non sono sullo stesso piano ma posti in modo gerarchico: prima la chitarra e poi tutto il resto. C’è una sproporzione che sfocia nel virtuosismo e nell’ostentazione ed è un vero peccato perché sia in questo sia in altri pezzi emergono una buona vocalità e una buona capacità di scrittura che vengono relegati, purtroppo, a margine. Il tema è quello trito e ritrito dell’inganno dei talent show che puntano solo agli ascolti a detrimento del talento e del valore di un’artista.

Si cambia registro in “Conquiblues“, un pezzo che parla di precariato, di sfruttamento e di tutti i problemi che attanagliano il nostro paese. Il blues rock stile anni ’70 smarca un po’ l’album dall’alveo del classic e lo avvicina più al pop. L’armonica si addice perfettamente allo stile del brano.

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La duttilità è una qualità importante, che ci consente di stare bene in qualsiasi situazione. “Mi Adatterò” è un’apologia di questa capacità, per qualcuno di poco conto o addirittura esecrabile. È un pezzo che ha due facce: una acustica e l’altra elettrica. Comincia in acustico, una chitarra in stile Cobain in qualche strana versione di Something in The Way suonata sotto un ponte, cui si unisce l’elettrica “sporca” del ritornello. “Se cambia l’orizzonte io mi adatterò” è il manifesto di questa capacità adattiva non comune.

U.R.A.” acronimo di Utopia Realmente Astratta (una specie di supercazzola a cui Nanni Moretti risponderebbe con uno schiaffo) è «un viaggio interiore intenso quanto inaspettato» come lo definisce Solfrizzo. È un viaggio dettato dal cambiamento e dalla voglia di realizzare gli obiettivi e i sogni di una vita. In esso spiccano una buona vocalità troppo spesso oscurata e un bel basso.

Si continua sulla stessa scia con “L’ombra del Sole“, un pezzo che parla della lotta interiore contro il “nostro” lato oscuro. Lottiamo affinché non prenda il sopravvento e non trovi mai la luce. Ritorna lo stile Timoria (anche la vocalità lo ricorda vagamente). Il ritmo veloce e cadenzato rende il pezzo tutto sommato lineare a parte qualche sfumatura glitch.

Di stampo decisamente cantautoriale è “La Canzone nel Vento“, brano che chiude il disco. È un pezzo dedicato al nonno scomparso nel 2007. È quello più vero e sentito di tutto l’album: non ci sono sovrastrutture né orpelli, solo sentimento. È un brano struggente ma piacevole e dall’imponente carico emozionale.

L’amatorialità di questo disco emerge ad ogni singolo ascolto. Non rappresenta una novità né un unicum nel panorama musicale italiano – che di dischi del genere è ormai saturo; ogni anno ne escono a dozzine: dozzine di dischi pseudo-rock-wannabe dal sound inconsistente. Nel caso di Solfrizzo le capacità, almeno, ci sono, ma non vengono sfruttate per colpa di un’imprecisa superficialità.

Intervista ai Quadrophenix: “Paraponzi il nuovo disco” 0 157

I Quadrophenix nascono a Taranto nell’estate del 2006. Dopo dei primi anni travagliati, alla ricerca della propria identità, la band tarantina vira verso un genere più scanzonato e ironico, mantenendo intatta la base pop-rock/twist sul quale viene fondata. Dalla fine di giugno è in radio il loro nuovo singolo, “Mai Più”, che anticipa il loro primo album in studio, “Paraponzi”, uscito proprio oggi. Noi abbiamo incontrato la band qualche giorno fa proprio per farci una chiacchierata su questo loro primo disco, parlando dei motivi che li hanno spinti a buttarsi nella mischia e sui progetti futuri, con un nuovo disco già pronto.

Ciao ragazzi! Rompiamo un po’ il ghiaccio: parlatemi di voi!
La cosa più importante da dire pensiamo sia che nel 2006 è nata la band. Prima facevamo una roba molto inglese, di ispirazione Gallagheriana; abbiamo poi cambiato impostazione, passando all’italiano. Quando ci siamo accorti di essere dei cazzari abbiamo spostato il modo di scrivere su un genere un po’ più allegro, ironico. È cambiata anche la formazione, stabile da cinque anni a questa parte.

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Come mai la scelta di intraprendere questo percorso più ironico, alla Elio e Le Storie Tese?
Guarda, io credo che la nostra musica sia seria! [Ride, n.d.r.] No, davvero… quello che penso è che fin quando tu scrivi rispettando quello che sei, quello è fare musica sul serio. Che non vuol dire scrivere i testi di Tenco e neanche quelli degli Skiantos. Se hai qualcosa da dire, dilla. E che sia vera. Se fatto solo per apparire, come lo era in principio – quando appunto suonavamo britpop, senza un senso – è sbagliato.

Dal 2006 ad oggi è passato davvero tanto tempo e, anche con un disco in dirittura d’arrivo, sembra comunque un’eternità. Va bene il cambio di sound, va bene il cambio di formazione, ma come mai nessuna pubblicazione in quest’arco di tempo?
Eh, penso tu ci abbia azzeccato in pieno. [Ride, n.d.r.] La questione è questa: nel 2006 esisteva My Space. Io avevo vent’anni, e vent’anni nel 2006 sono diversi dai vent’anni di oggi. Eravamo più ingenui, più genuini. Internet non era così radicato. Quando dico che esisteva My Space intendo un mondo diverso: su My Space avevi fra le amicizie Dodò, l’ingegner Filini… Era una visione del social diversa. E così cambiava anche il modo di intendere la musica, completamente diverso da oggi. Qualcosa la pubblicammo, ma non andò oltre la cerchia dei nostri amici – e noi siamo stati bravi ad approfittarne per far sparire tutto [Ride, n.d.r.]. Allo stesso tempo, l’album che siamo in procinto di pubblicare [Paraponzi, n.d.r.] è vecchio, risale al 2012, e non lo pubblicammo perché mancava l’etichetta: nel 2012 era fondamentale avere un’etichetta per pubblicare. Questo per far capire come siano cambiate le cose: oggi, nel 2019, grazie ad internet, puoi permetterti di pubblicare un disco anche senza etichetta. Ma oltre questo c’è anche altro: la verità è che stiamo disperatamente provando a pubblicare il primo disco quanto prima perché ne abbiamo già un secondo pronto!

Andiamo con ordine allora: di cosa tratta Paraponzi?
Beh, trattandosi di un disco scritto qualche anno fa, è sicuramente molto scanzonato. Rispecchia l’età che avevamo allora, gli anni dell’università, le prime libertà lontano da casa… è molto solare, prevalentemente. Molto diverso rispetto, ad esempio, al secondo che abbiamo in cantina. Per farti capire: stiamo disperatamente cercando un titolo per il secondo disco, e fra quelli che abbiamo pensato c’è “The Dark Side of the Mood”. Questo perché ha proprio un approccio diverso rispetto al nostro tradizionale modo di fare. Però è anche un’evoluzione rispetto al primo disco, motivo per il quale vogliamo pubblicarli comunque entrambi senza fare balzi in avanti. Vogliamo dare dei punti di riferimento all’ascoltatore.

quadrophenix intervista blunote music copertina paraponzi

Trattandosi però di un disco scritto nel 2012, in un periodo, come dite voi, completamente diverso – ed eravate diversi anche voi – e che non rispecchia la realtà odierna, c’è stato sicuramente il bisogno di un lavoro di revisione. Come siete riusciti ad attenuare queste problematiche in vista del lancio?
La risposta è semplicissima: con l’amore. [Ridiamo, n.d.r.] Pensavi di metterci in difficoltà, ma ci hai tirato un assist fantastico. No, scherzi a parte: se in “Mai più” [il singolo, n.d.r] ci sono alcuni riferimenti, all’interno del disco non troverai mai le parole “selfie”, “facebook”. Il disco ti racconta un mondo più genuino, qualcosa che esiste anche nel 2019 ma che è solo più difficile da trovare. E parla soprattutto di amore, qualcosa che ci sarà sempre.”

La vostra musica si ispira molto alla Surf Music anni ’60 – quella dei Beach Boys per intenderci. Questo è sicuramente vero per i due brani già pubblicati, ma è così anche per il resto del disco?
’’Mai più’ sicuramente. Il resto dell’album si rifà a quel sound, ma essendo un prodotto del 2011/2012 cerca di avere le sonorità radiofoniche del tempo – nel contesto radio-pop nazionale ancora non era arrivato prepotentemente il rap a fare da padrone, andava un po’ di tutto. Che poi, radiofonico è un termine un po’ stuprato, come ‘indie’. Questo per dire che per me è un disco radiofonico, per altri magari no, perché è diventato quasi soggettivo.

Mentre nel secondo disco, invece, il sound è rimasto invariato o avete fatto altro?
Abbiamo fatto peggio! [Ride, n.d.r.] Ci siamo concentrati su quello che ci piace fare. La verità è che ci siamo detti ‘ma chi ce la fa fare’ di seguire uno schema, una moda… facciamo quello che ci piace! Abbiamo azzardato di più, se Paraponzi ha una sua coerenza, il secondo disco è un puzzle: c’è il pezzo più psichedelico, quello più pop.

Siamo in conclusione: pensate di lanciare un secondo singolo dopo l’uscita?
C’è una grossa diatriba all’interno della band su questo. Pensiamo di sì, vogliamo vedere sicuramente come va il disco e il singolo già pubblicato, ma abbiamo già individuato quello che potrebbe essere il prossimo singolo, ‘Nuvole’. Comunque sia, vogliamo fare qualcosa per poi pubblicare il nuovo disco.

Perfetto ragazzi, vi ringrazio molto!
Grazie a te!

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