Intervista a Murubutu, tra nuovo disco, collaborazioni e antifascismo 0 1758

Alessio Mariani, in arte Murubutu, è un rapper emiliano classe 1975. Affermatosi negli ultimi anni grazie alla sua formula di “rap didattico”, è un artista che non ha bisogno di molte presentazioni. Professore di storia e filosofia nella vita, Murubutu ha portato il “suono della strada” oltre il suo stereotipo, convertendo il paradigma del rap come musica “dissacrante” in un’arte formalmente e contenutisticamente sublime. Il suo stile trobadorico, le ambientazioni suggestive e le sue narrazioni, a volte proprie e a volte d’ispirazione, l’hanno reso in poco tempo uno degli artisti più apprezzati, nonché unici, nel suo genere in Italia. Al suo fianco sono comparse figure d’altrettanta caratura artistica, in studio e sul palco, tra cui Claver Gold, Rancore, Dargen D’Amico, Ghemon, Mezzosangue, Caparezza, Dutch Nazari, Willie Peyote e la sua immancabile crew La Kattiveria. La sua consacrazione arriva di fatto con la pubblicazione del suo terzo album “Gli ammutinati del Bouncin’ ovvero mirabolanti avventure di uomini e mari” (2014) che vede, tra le tante cose, il ritorno sulla scena dell’etichetta bolognese Mandibola Records, pezzo di storia dell’hip hop italiano. L’album è anche il primo concept del professore di Reggio Emilia, in cui ogni canzone è appunto legata all’altra dalla presenza del mare come minimo comune denominatore. Sarà seguito da “L’uomo che viaggiava nel vento e altri racconti di brezze e correnti” (2016), che lo impegnerà in un tour che toccherà ogni angolo dello Stivale. Il 1 febbraio 2019 esce “Tenebra è la notte e altri racconti di buio e crepuscoli”, quinto album solista e terzo concept, anticipato dai singoli “La notte di San Lorenzo” e “La vita dopo la notte”. Il titolo del disco parafrasa il celebre romanzo di Fitzgerald, ed altrettanto ricche di citazioni e riferimenti sono le tracce che lo compongono. Colto il pretesto, ci siamo rivolti a lui per conoscere meglio la sua storia, i suoi processi di creazione, e qualche curiosità su un album che, malgrado siamo soltanto all’inizio, si staglia già sul podio delle uscite migliori dell’anno.

Tenebra è la notte Murubutu Blunotemusic

Se fossi Forbes, ti inserirei in una classifica delle dieci figure più influenti dello Stivale dal punto di vista culturale.
“(ride, ndr.) Grazie, troppo gentile!

L’uomo che viaggiava nel vento e altri racconti di brezze e correnti” è uscito verso la fine del 2016 ed è stato seguito da un tour lunghissimo, terminato alla fine del 2018. Poi, dopo il rilascio dei singoli e qualche collaborazione di qualità (tra tutte, ricordiamo “L’effetto farfalla” in “Dead Poets II” di DJ Fastcut), ci hai regalato “Tenebra è la notte e altri racconti di buio e crepuscoli”. Servirebbero più corpi per continuare a realizzare e allo stesso tempo mantenere un’attività artistica così intensa, se contiamo che c’è “una vita oltre Murubutu”.
C’è stato anche un mixtape, dove ho raccolto alcune collaborazioni che ho realizzato nel tempo, nonché qualche inedito. Per me è un passatempo, non sono un professionista della musica, sono un dilettante. Però questo mi rilassa molto, per me non è un lavoro, ecco. Il mio lavoro vero lo intervallo con la mia passione: c’è chi va a fare giri in bici, chi va in palestra, io faccio musica”.

Una passione che comunque richiede un grande sforzo di ricerca.
Sì, beh, la scuola in questo mi aiuta molto. Mi mantiene sempre stimolato e devo studiare spesso, a prescindere dalla musica”.

Quando il buio cala, pare che il mondo smetta di girare su se stesso e tutto si fermi. La notte diventa una sorta di camera di decompressione in cui tutti i personaggi sono bloccati in una dimensione tra il sogno (in alcuni casi l’incubo) e i ricordi. L’album è pervaso da una sensazione di stasi, ad eccezione della traccia omonima.
“Tenebra è la notte” è una delle poche che ha un esito positivo, che ha una progressione. Per quanto riguarda le altre, è giusta la tua impressione, quando parli di “staticità”, ma dipende dal fatto che quando ci si confronta con i pensieri – che di notte sono più voluminosi – il tempo scorre più lento. Malgrado questo, una progressione ce l’ha anche la dimensione notturna nell’album. Tutti i pezzi hanno la loro forma di progressione: pezzi come “La stella e il marinaio”, che sono più atmosferici, comunque prevedono un decorso; “Le notti bianche”, che sembra così surreale, in realtà un suo decorso ce l’ha, prevede una fine. Io amo inserire trame che siano progressive. Poi in alcuni brani, magari, c’è più atmosfera, specie in quelli in featuring, perché è più difficile costruire uno storytelling con un’altra persona. “Wordsworth” o “L’uomo senza sonno”, ad esempio, hanno una progressione minore, ma comunque c’è, di tipo emotivo e cognitivo. Raramente c’è solo paesaggio”.

Tenebra è la notte” è un album fittissimo di citazioni e riferimenti ad opere della letteratura moderna e contemporanea, come hai già raccontato in più occasioni.
Sì, sicuramente ci sono molti riferimenti alla letteratura, che è “la mia cifra”, nel senso che mi piace inserire negli album una componente culturale e soprattutto letteraria”.

Nel tuo racconto della “notte”, però, ci sono anche richiami alla classicità, come dimostra l’introduzione stessa “Nyx”. Ho associato anche la figura di Artemide Trivia ad alcuni scenari da te descritti, in cui la luna, la morte e, in senso più ampio, la natura, pare abbiano un legame tra loro. È corretto?
Questa forse è più un’immagine utilizzata da Caparezza”.

Inoltre, in “la stella e il marinaio”, si può dire che tu abbia operato un “catasterismo”, che pure è ricorrente nella mitologia classica?
Il tema del notturno è in generale molto ricorrente nella mitologia classica. Avevo cominciato a sviluppare una canzone molto difficile sul tema delle incursioni notturne nella letteratura, che passava dall’“Iliade” alla “Gerusalemme Liberata”. Insomma, passaggi importanti dei classici della letteratura. Poi però si è rivelata un po’ troppo difficile da gestire. Questo comunque sta a dimostrare come il tema del “notturno” attraversi la letteratura dai classici, passando per i moderni, fino alla contemporaneità. Anche se in realtà, per quanto riguarda i contemporanei, è stato difficile trovare dei riferimenti. Uno di questi è “Di notte”, di Mercedes Lauenstein, a cui è ispirata, per l’appunto, la titletrack”.

Però adesso questa traccia ce la aspettiamo.
“(Ride, ndr.) Sarebbe una di quelle da realizzare con qualche collaboratore, perché da solo può risultare un po’ pesante, ma lo stimolo c’è”.

Vieni spesso identificato nella tua dualità professionale ed artistica. Mi piacerebbe invece chiedere all’Alessio Mariani che non è ancora né professore né artista affermato cosa l’ha avvicinato alla cultura hip hop.
Io sono di una certa età, mi sono avvicinato alla cultura hip hop all’inizio degli anni novanta, quando ancora era vivo il fenomeno delle posse. L’hip hop stava nascendo, e per me, ancora adolescente, era un bell’esempio di identificazione: una controcultura, fondamentalmente, però ispirata a dei valori piuttosto solidi”.

Soprattutto tra Bologna e Reggio Emilia..
Esatto, forse a Reggio Emilia un po’ meno, ma a Bologna tantissimo – penso all’“Isola nel Kantiere” o agli stessi Sud Sound System, che gravitavano attorno alla città. C’era un bel movimento, e quindi era decisamente affascinante vedere nascere e sentirsi parte di questo movimento che cresceva e diventava sempre più grande”.

Te lo chiedo perché, ad esempio, in “L’uomo senza sonno” è presente una campionatura di “NY State of mind”, tra l’altro una delle canzoni più campionate nel mondo del rap. Oggi conosciamo Murubutu come un rapper “lontano dalle strade”, dalla scrittura certosina e dal registro raffinato, ma i racconti delle strade provenienti dall’America, o lo stesso “Illmatic” ad esempio, hanno contribuito – e se sì, quanto – alla costruzione del tuo immaginario?
Guarda, la fruizione del rap d’oltreoceano è stata sempre un mio punto di riferimento dal punto di vista musicale, più che liricistico. Dal punto di vista contenutistico, personalmente mi sono sempre ispirato al cantautorato italiano, e penso che questa cosa si avverta. Sono stato anche ispirato dallo storytelling nazionale già dai tempi di “La casa è un diritto” dei Comitato (contenuta nell’album “Immigrato”, 1993, Universal Music Italia, ndr.), anche se purtroppo ha avuto vita breve, e altri episodi saltuari che hanno caratterizzato il rap italiano – penso a Stokka & MadBuddy, ad esempio -. Se invece devo nominarti un album d’oltreoceano, anche piuttosto “recente”, sicuramente c’è posto per “The Truth” di Beanie Sigel”.

Nei romanzi di Kafka, come “Le metamorfosi” o “Il processo”, la notte rappresenta spesso un’ellissi temporale. I fatti accadono all’improvviso, e apparentemente senza motivo, al risveglio dei protagonisti. È curioso, quindi, come Kafka trovi posto in uno scenario notturno. Come mai?
Perché Kafka era un grafomane notturno. Volevo dedicare un brano alla scrittura notturna e avevo in mente questa evoluzione con una “scoperta” finale – caratterizzante di molti miei brani -, che spinge a rivedere la storia da capo. In questo caso, si parla di una vita, e alla fine si scopre che si trattava di una vita celebre. Kafka era l’ideale, perché scrisse tantissime lettere, e per la maggior parte di notte. Non dormiva praticamente, anche se lavorava di giorno. Questa dimensione surreale e visionaria, ma anche di talento nella scrittura, era l’ideale per scrivere questo brano”.

La canzone parla del rapporto epistolare tra Franz e Milena Jesenskà, ma le “Lettere a Milena” non sono state le sole ad essere pubblicate. “Lettera al padre” è un libro fondamentale per la lettura e la comprensione delle ambientazioni kafkiane, in cui l’autore si esprime sul rapporto conflittuale con suo padre. Hai pensato di scrivere una “Lettera al padre” al posto di “Franz e Milena”?
Ci sono arrivati diversi carteggi di Kafka, che tra l’altro non scrisse solo a Milena, ma ebbe anche altri amori. Io mi sono concentrato su quello di Milena perché era assolutamente toccante come racconto, ma se ne sarebbero potuti prendere altri. In ogni caso, era proprio quello di cui mi interessava scrivere”.

Kafka e Milena, Murubutu, blunotemusic
Kafka e Milena

Nella tua scrittura che ruolo ha la simbologia? Nel tuo album sono presenti simboli che forse non siamo riusciti a cogliere?
In realtà la mia è una scrittura abbastanza evocativa, mi lascio ispirare molto dal Naturalismo. Non c’è molto da decriptare a livello simbolico. Le mie sono suggestioni paesaggistiche, non c’è un’elucubrazione di tipo simbolico dietro, che voglia rimandare a qualcosa. Poi magari ci sono diversi sottolivelli di lettura, ma la mia non è una scrittura enigmatica”.

Che rapporto hai con il teatro? Hai mai pensato di scrivere una sceneggiatura?
In passato, durante gli anni novanta, con il mio gruppo ci siamo dedicati ad una bolla di teatro. Era una cosa molto istintiva, ma aveva la sua parte di rappresentazione. Mi è sempre piaciuto legare il rap al teatro, tant’è che il mio grande sogno sarebbe scrivere un musical per l’appunto. Non intendo un musical rap spostato sull’aspetto solo rappresentativo, ma anche tecnico. Questo però sicuramente rimarrà solo un sogno, perché è una cosa assolutamente impegnativa da portare avanti. In ogni caso, il teatro è sicuramente una cosa che mi piace, e anche quando facciamo i live, il tour parte all’interno di un teatro”.

La notte di San Lorenzo” rappresenta un’eccezione nell’album, perché è scritta in prima persona. Chi è l’“io” che parla, e a chi si rivolge?
L’“io” che parla è il bambino morto. Questa è l’originalità dell’approccio, anche se si coglie solo alla fine, che è lui a parlare: malgrado non ci sia più, è come se ci fosse ancora. C’è qualche altro brano che ho scritto in prima persona – “Buio”, ad esempio -, anche in passato. Lo faccio più raramente perché mi piace la terza persona. Ho un approccio piuttosto classico alla narrazione, però ogni tanto provare qualcosa di nuovo non fa male”.

Murubutu è un artista che mette d’accordo tutti quanti. Le collaborazioni che hai scelto sono di grandissima qualità e tutte dotate di una grande abilità di “storytelling”. Scegli i featuring maggiormente in base al rapporto che hai con gli artisti o alla loro scrittura?
Sicuramente in base alla scrittura. Pur stimandoli, non conoscevo personalmente né Caparezza né Mezzosangue. Li ho scelti perché ci trovavo un’affinità dal punto di vista della scrittura e poi perché li ritengo dei grandi esempi per il rap in Italia. Volevo che quest’album, come quello precedente, fosse rappresentativo anche per le giovani generazioni di quello che è un tipo di scrittura alta nel rap”.

Caparezza è il grande ospite dell’album, che probabilmente tutti sognavano ma nessuno si sarebbe davvero aspettato. Come siete giunti alla stesura di “Wordsworth”?
Anche a livello di visibilità, oltre che di distanza, Caparezza non è un artista facile da raggiungere, dato che è molto esposto. È un artista che stimo molto, perché è stato uno dei primi a veicolare determinati messaggi al pubblico, e viceversa da parte sua. La sua disponibilità a lavorare con me è emersa tramite un amico comune, ed io gli ho proposto sia il beat che la tematica. Lui ha accettato subito. Ammetto di aver scelto un beat che sapevo sarebbe stato nelle sue corde, conoscendo la sua produzione; e anche la tematica, avendo ascoltato le sue canzoni dedicate alla luna. Mi sembrava che tutto quadrasse, dalla sonorità alla stesura, e così è stato”.

Hai mai pensato, come Caparezza aveva fatto in “Le dimensioni del mio caos”, di scrivere un concept album concentrato su una storia sola, un “fonoromanzo” o un “fonopoema” epico?
Sarebbe un progetto bellissimo, ma temo che mantenere gli stessi personaggi o una trama costante dall’inizio alla fine di un album sia un po’ troppo vincolante. Insomma, è bene sperimentare, provare, però bisogna anche avere consapevolezza dei propri limiti”.

Siamo quasi giunti alla fine, per cui vorrei toccare un argomento attuale a partire da una sua vicissitudine personale, ossia la “libertà di espressione”. Nel 2014 tieni un concerto a Bologna, e dopo aver cantato “Martino e il ciliegio”, iniziano a volare le accuse. Cos’è successo quella notte?
Non ero presente quando c’è stata questa contestazione da parte di Forza Nuova. Loro contestarono il locale con il pretesto di aver accolto un cantante – me, nello specifico – che dedicava una canzone a Prospero Gallinari. Chiaramente si trattava di un fatto pretestuoso, perché chi ascolta la canzone capisce che il taglio non è politico, ma antropologico. Sto raccontando una storia. È come se mi si venisse a criticare il fatto che “Quando venne lei” sia un’incitazione alla droga o un elogio dell’eroina. Queste storie sono segnate da scelte sbagliate, da contesti e mille altre cose, non sono un elogio di chicchessia. Questo si evince subito, se si è un ascoltatore attento; è ovvio che si cercava un pretesto e l’hanno trovato”.

Tra l’altro, anche la fine di “Martino e il ciliegio” si discosta dalla biografia dello stesso Gallinari.
Si, come faccio spesso è una storia romanzata ispirata ad un fatto vero. Credo che il fatto di essermi dichiarato antifascista abbia fatto la differenza”.

Sulla strumentalizzazione in termini fascisti di Battisti, Mogol si è espresso così: «Lucio Battisti non è mai stato interessato alla politica. E io ne sono un testimone diretto: con me non ne ha mai parlato. […] Il punto è che all’epoca, negli anni Sessanta e Settanta, o andavi in giro con il pugno alzato e cantavi Contessa, oppure eri fascista. O qualunquista. Ma io e Lucio eravamo semplicemente disinteressati alla politica e quando si votava, lo si faceva per il meno peggio. Preferivamo raccontare il privato, anche se brani come Anima Latina erano molto sociali, e per questo siamo stati denigrati. Ma ormai non sono neanche più irritato per queste accuse». Cosa ne pensi?
È normale che si parla di un contesto completamente diverso da quello attuale, che non si può equiparare. Sono cambiate tante cose dal punto di vista del dibattito anche all’interno della sinistra stessa. Nel mio caso, la contestazione nasceva dal presunto elogio alla lotta armata, che è tuttora anticostituzionale. Non era quindi una questione solo ideologica, era una questione di legalità; loro si facevano forti non tanto della sola questione ideologica, ma di quella costituzionale. Il comune aveva abolito la propaganda anticostituzionale, e quindi conseguentemente, anche l’incitazione alla lotta armata. Questo era il discorso che aveva fatto scalpore, secondo Forza Nuova; nel caso di Battisti, invece, si trattava di semplice strumentalizzazione politica. Ma non ci dobbiamo scordare che anche Guccini era stato contestato, e per giunta a sinistra, malgrado fosse apertamente di sinistra”.

Chi è Murubutu nei suoi sogni?
“(Ride, ndr.) Sicuramente un buon insegnante. E poi magari anche uno scrittore in futuro, chi lo sa”.

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“Love and Rain”: Savage ci riporta negli anni ’80 0 224

1984, 2010, 2020.
Il debutto, la fase di mezzo e il ritorno di Roberto Zanetti; in arte Savage.

Chi è Roberto? Se ci avessero fatto questa domanda nella sua “era”, nei magici anni ’80, un’occhiataccia dettata da un “ma davvero non sai chi sia?” ci sarebbe arrivata. Ma adesso, a distanza di trentasette anni dal suo debutto, in un periodo storico totalmente diverso, ci sentiamo in dovere di rispondere tranquillamente. Roberto nasce a Massa nel 1956, inizia la sua carriera con diversi gruppi (Fathima, Pronipoti Sangrìa, Santarosa e Taxi), partecipa a diverse trasmissioni ottenendo numerosi successi e collabora da anni con artisti di un certo spessore: tra i tanti, Zucchero. Mi piace definire questo artista come il Giorgio Moroder dell’italo-disco e dell’eurodance. Inizia la sua carriera nel 1983 e, un anno più tardi, pubblica il suo primo album: Tonight (1984). Da quel periodo in poi inizia la sua ascesa: conosce Zucchero, produce, cavalca l’onda della musica house e lancia alcuni artisti di grande successo come Alexia. Nel 2010, a distanza di 26 anni dal primo, pubblica il suo secondo album (anche se definirlo così è errato; si tratta di greatest hits: Ten Years Ago (2010), fermandosi in seguito per altri dieci anni e ripresentandosi oggi con il suo ultimo lavoro: Love and Rain (2020). Quest’ultimo, presentato a San Valentino attraverso il singolo I Love You, è un omaggio agli anni ’80, un regalo ai nostalgici, un passato che si ripropone andando a creare i famosi nostalgici di un qualcosa che non si è vissuto; gli anni ’80 hanno questo potere.

Love and Rain è un lavoro composto da sedici canzoni; quelle che a parer nostro basterebbero per creare una serata degna di tale nome nelle attuali discoteche italiane. L’album viene definito scherzosamente dall’artista come guitar free, per il fatto che non sono state usate chitarre in nessuna canzone. Sono presenti violini veri che si sposano perfettamente con l’elettronica pop, creando il sound romantico di Savage. Un disco dove canzoni d’amore e malinconia vanno alla ricerca del tipico sound elettro-pop contaminato da batterie elettroniche e sintetizzatori. Con una copertina che rimanda al Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich: un uomo in abito nero, di spalle, con le mani in tasca e lo sguardo rivolto in avanti, verso l’alto. Tanti sono i significati e, personalmente, a noi piace attribuire quello del piacere del viaggiare, della scoperta. Un viaggio a ritroso nel tempo fino ad arrivare negli anni ’80; una scoperta per alcuni, un ritorno al passato per molti altri. Un’arma per andare avanti data dall’esperienza di anni che non abbiamo vissuto ma che possiamo vivere attraverso questo lavoro.

Quindici inediti, sommati alla versione sinfonica del suo più grande successo dal titolo Only You, danno vita a questa capsula del tempo. Viaggio che ha inizio attraverso una breve e romantica introduzione, Every second of my life, caratterizzata da violini e da una voce struggente. Dal secondo brano in poi si entra, di colpo, negli anni ’80: Don’t say you leave me è questo; un uomo cade dal cielo, dal futuro, trovandosi di colpo nelle atmosfere pop sinfoniche degli anni ’80. Atmosfere che faranno da sfondo a tutti i brani presenti in Love and Rain, senza rendersi mai banali e presentandosi prive di scontatezza. Sound, che dalla prima alla sedicesima canzone, si offre a diversi temi. Come quello dell’amore, presente nella maggior parte dei brani e in diverse forme. L’amore che crea delusioni (Alone); che riappare dopo anni sotto forma di ricordo (Remember Me); che dà vita a un tributo (Italodisco); che si dichiara per la prima volta (Your Eyes); e l’amore per ciò che ci circonda, per la vita, per il nostro ambiente: “We are the future”.

Un eterno romantico. Un uomo che attraverso la sua musica ha il potere di far innamorare una nuova generazione e, soprattutto, la possibilità di consolidare il rapporto con chi quel periodo lo ha vissuto davvero, dicendogli: “nulla è andato”. Ri-accendendo speranze che da trent’anni a questa parte sembrano svanite. Savage è questo: una donna che si culla tra le braccia di un uomo sotto una luce stroboscopica; un abbraccio nel tempo, tra gli anni ’80 e i 2000 inoltrati. Tra le speranze di allora e le consapevolezze di adesso, ma con la forza necessaria per andare verso l’ignoto.

“Romantica Io”: Pia Tuccitto scrive una pagina del rock italiano 0 417

D’amore e ombra – come il titolo di un famoso romanzo di Isabel Allende -: è di questo che parla “Romantica Io“, l’ultimo album di Pia Tuccitto, rocker bolognese dall’animo nobile. Il lavoro, uscito il 31 gennaio e interamente autoprodotto, è figlio della poliedricità di questa grande artista che ne ha curato ogni minimo dettaglio, dalle musiche ai testi, passando per la copertina. Cantautrice, pittrice, protagonista/deuteragonista/voce dello spettacolo Ioelei, messo in scena con la compagna di palco Federica Lisi, la sua carriera parte nel 1993 quando, dopo la partecipazione al festival Nuove Voci di Castrocaro, viene notata da Vasco Rossi che ne apprezza il talento e la invita a far parte della sua scuderia. Da qui nasce un sodalizio artistico che la porta a scrivere per interpreti del calibro di Patty Pravo, Irene Grandi e lo stesso Vasco.
Romantica Io” è l’opera terza ed esce a quindici anni di distanza dall’album d’esordio “Un segreto che” e a dodici da “Urlo” prodotto da Frank Nemola e Guido Elmi per l’etichetta Bollicine/EMI Capitol Music. Questo lavoro è un compendio: racchiude l’essenza di dodici anni di “inattività” discografica che sono stati invece ricchissimi dal punto di vista artistico e amoroso. L’amore, appunto, è il filo conduttore dell’album e  viene declinato in tutte le sue forme. Alla realizzazione e alla limatura hanno partecipato: Corrado Castellari in veste di autore delle musiche di due brani, Bettina Baldassarri, Luca Bignardi che ha curato l’arrangiamento di sette brani e Frank Nemola che ha arrangiato i restanti quattro brani.

Romantica io” (title track) è il brano d’apertura, la dichiarazione d’intenti di un lavoro perfettamente messo a fuoco da un’artista matura. Questa maturità artistica corrisponde – mutatis mutandis – ad una maturità sul piano amoroso e questo è chiaro già nell’incipit del brano: “io per amarti son dovuta invecchiare”. Così com’è chiara, sempre dalle prime battute, l’attitudine rock dell’artista bolognese che non usa espedienti o mezzi termini: “io per amarti ti ho lasciato suonare la mia chitarra da rocker”.  Il graffio nella voce ricorda molto Patty Pravo, ma anche e soprattutto Irene Grandi in “Colpa del Lupo”. L’influenza è evidente e non per via di una supponente forma di pareidolia, per la quale noi che recensiamo siamo tenuti a ricondurre il tutto a qualcosa di conosciuto.

Atmosfera cupa e onirismo in “Come nei films”. Il sound distorto e la voce sensuale ci danno l’abbrivio e ci trasportano all’interno di un racconto di un amore immaginario. Un amore senza confini e che attraverso la voce e le parole cerca la sua reificazione. L’inizio ricorda molto “Tre volte dentro me” di Mina e Afterhours.

L’animo rock emerge prepotentemente in “Com’è bello il mio amore”. La chitarra e la batteria seguono un ritmo preciso e martellante e accompagnano la voce fino all’esplosione nel ritornello. Questo brano è l’essenza del disco.

La chitarra lascia il posto alla tastiera nell’intento di ricreare una precisa atmosfera malinconica. “Perché tutto muore” è un brano ricco di pathos e dal carico emozionale abnorme. Parla dell’amore che finisce, di un sentimento nocivo e logorante che si dissolve nel vento come il fumo di una sigaretta che si spegne e ti lascia un imperituro amaro in bocca.

My Radio” ci riporta agli anni ‘80 quando il binomio dance-rock dava vita a spettacoli corali allietati da gioie lisergiche. Allora l’avanguardia era definita new wave e sfociava spesso in quello che profanamente veniva chiamato alternative rock. In questo pezzo vengono fusi assieme Neil Tennant, Freddie Mercury e Patty Pravo e il risultato è sorprendente. È il pezzo che continui a cantare per tutto il giorno e che provoca l’orchite/colpite a tutti quelli che ti stanno accanto.

Il sesto brano non ha bisogno di presentazioni. Si tratta di “E…”, pezzo scelto e portato al successo da Vasco, che l’autrice riabbraccia come un figlio che ha vissuto all’estero e non vedeva da tempo. Questa è la dichiarazione d’amore per eccellenza, priva di perifrasi e circonlocuzioni (che poi sono la stessa cosa).

Tu Sei Un Sogno Per Me” è il leitmotiv che accompagna lo spettacolo Ioelei messo in scena dall’artista insieme a Federica Lisi. Si tratta di un brano intimo e sincero che si fa colonna sonora di un amore, di una vita, di un viaggio.

L’eterogeneità di stili e generi è esplicitata in “Sto benissimo”: l’inizio in stile Subsonica lascia presto il posto al graffio della chitarra elettrica che sposta il focus è riporta il brano nell’alveo del rock puro e grezzo. L’armonia di chitarre e batteria è perfetta, come in tutto il resto del disco.

Stupida per te” ha l’incedere lento e malinconico di una classica ballad. Questo è la riprova che questa grande artista – come ogni grande artista – non si focalizza su un unico genere, ma spazia all’interno di un ventaglio di stili e generi che le appartengono tutti.

Nel disco c’è spazio per una sorta di intermezzo: “Quante volte sono da sola con te”. Ancora una volta è forte, oltre che necessario, il richiamo a Mina. Si tratta del pezzo più breve dell’album, ma che – per l’icasticità delle immagini che evoca – risulta uno dei più intensi.

Il brano che chiude l’album è “7 aprile”, pubblicato precedentemente in un Ep nel 2013. Si tratta del pezzo mancante, quello che completa e sublima il puzzle. È un brano ricco di colori e sfumature: la chitarra acustica presente all’inizio del pezzo viene sostituita e sovrastata da quella elettrica nel ritornello. La natura multiforme dell’album emerge in modo prepotente in questo brano.

Pia Tuccitto ha scritto un’altra pagina importante del rock italiano. La sua maturità artistica è la vera chiave di volta di questo grande album: la cura minuziosa di ogni dettaglio, l’attenzione e l’oculatezza di ogni singola scelta – dalle parole alle musiche – sono i due ingredienti di questo cocktail perfetto. Rimanendo in campo alcolico si potrebbe dire che sia come il vino che col passare del tempo migliora!

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