Intervista a Rancore: “Musica per bambini” per ricordarsi che i mostri sotto al letto non scompaiono, ma si nascondono altrove 0 4903

Al tempo, molti si sono chiesti cosa sarebbe successo dopo “S.U.N.S.H.I.N.E.” (2015). La preoccupazione era legittima, perché si parlava dell’artista che, negli ultimi anni di aridità artistica generalizzata, ha rappresentato lo zenit del rap italiano per metrica, contenuti e tecnica. E dopo il punto più alto, è ammissibile che segua un fisiologico ciclo di tramonto. Qualche folle lo ha dato anche per spacciato. Ma per qualche ragione, il cielo di Rancore non è quello terrestre. Appartiene ad un altro universo, o magari a molti universi, e in quanto tale, non rispetta le logiche delle stagioni.

Dopo la breve parentesi di “Segui Me / Remind 2006” (2016), servita più che altro a confermare la presenza sul palcoscenico della GusBumps Orquestra durante i live, lo abbiamo visto collaborare con: Murubutu in “Scirocco” (“L’uomo che viaggiava nel vento e altri racconti di brezze e correnti”, 2016); Danno, Mic Handz e Rock degli Heltah Skeltah in “Poeti estinti” (“Dead Poets”, mixtape di Dj Fastcut, 2016); Claver Gold in “Il meglio di me” (“Requiem”, 2017); KenKode dei Cyberpunkers in “Specchio”; Giancane in “Ipocondria” (“Ansia e disagio”, 2017); Mezzosangue in “Upside-Down” (“Tree – Roots&Crown”, 2018).

Il 1 giugno 2018 esce “Musica per bambini”, un titolo a cui è stato difficile trovare un’immediata interpretazione. Ma ripercorrendo anche tutte le collaborazioni effettuate nel periodo subito precedente, si intuisce come Rancore non stesse facendo altro che mettere insieme i pezzi; come il linguaggio, le tematiche e i contenuti di quei tasselli preannunciassero cosa sarebbe venuto dopo; come il video di “Ipocondria” realizzato da ZeroCalcare non fosse un caso, così come “Upside-Down”  avrebbe potuto prestarsi perfettamente come undicesima traccia dell’album. In poche parole, “Musica per bambini” è solo l’ultimo dei numeri che il mago ha estratto dalla sua grande manica, e che ci ha raccontato con alcuni retroscena in una piacevole chiacchierata.

La copertina di “Musica per Bambini”, il nuovo disco di Rancore.

“A quattro anni dipingevo come Raffaello, poi ho impiegato una vita per imparare a dipingere come un bambino”, diceva Picasso. Hai iniziato a fare musica a quindici anni: come sei approdato a “Musica per bambini”(2018)? Raccontaci.
“Mi piacerebbe dirti che ho effettuato la stessa operazione di Picasso, ma non essendo Picasso, dell’affermazione posso solo condividere il fatto che più una persona cresce più ritrova se stesso; quindi, per assurdo più cresce, più diventa bambino, nel senso che si riunisce a se stesso. A volte penso che solo nell’attimo in cui si nasce una persona è veramente presente a se stessa. Dopo quel momento, è continuamente bombardata da un mondo che lo schiaccia, e fondamentalmente tende a dividere se stesso (ad esempio tra madre e padre, tra le prime cose). Ora, sicuramente Picasso aveva i suoi motivi per dire questa cosa. È un po’ simile a quello che ho detto io se ci si riferisce al fatto che ho iniziato molto presto e solo successivamente (a più di dieci anni dal primo) esce un disco dal titolo “Musica per bambini”, che è il primo lavoro ufficialmente mio, almeno dal punto di vista musicale. Sembra quasi un tentativo di dire che quando avevo quindici anni cercavo di scrivere come un adulto, mentre adesso mi riscopro un bambino come persona, avendo in un certo senso capito già tutto della scrittura. Ho deciso di chiamarlo “Musica per bambini” perché la crescita (e non solo) è uno dei temi fondamentali del disco; d’altro canto, il titolo si distacca dai contenuti e si sovrappone a questi, per cui lo definirei un “disco-ossimoro”. Lo ritengo il più importante del mio percorso, almeno dal punto di vista musicale.”

Underman” è il brano che ha anticipato l’uscita dell’album. Il testo è colmo di significato e richiede più ascolti per coglierne il più profondo. Penso che si tratti di un dialogo con te stesso, ovvero la tua coscienza, se preferiamo. La canzone ruota attorno al senso di colpa, ma non mi è chiaro se la consapevolezza che la sottende sia una sorta di obiezione di coscienza piuttosto che l’accettazione di un martirio.
“Direi che assomiglia molto di più alla seconda ipotesi; e d’altronde anche il video, dove porto una ragazza che ha nel cuore una bomba dietro alla macchina che guido, ne è una testimonianza. È sicuramente un modo per dire che ho accettato la mia condizione. Parlo con la mia coscienza, quella che sta sotto (quindi “underman”), cerco di aprirmi a lei e accettarne anche i lati oscuri. Questo è, in definitiva, quel gesto per così dire di martirio a cui ti riferisci, e sicuramente l’espressione massima del rancore in quanto tale, che negli altri brani del disco non si percepisce così tanto. “Underman” era la canzone con cui volevo iniziare l’album, e infatti si apre con “tu forse non mi senti bene perché devo alzare un po’ la voce”: è la voce di dentro che sto alzando, dicendo quello che penso senza preoccuparmene troppo. Non ho rinnegato assolutamente la mia posizione, anzi volevo rispettarla e che fosse rispettata all’interno di un sistema più complesso, dove nel momento in cui mi sento schiacciato o bombardato, a mia volta cerco di bombardarlo con la mia voce. È sicuramente il pezzo più forte e violento dell’album, però allo stesso tempo anche il più diretto. Ho deciso di uscire con quel singolo proprio perché raccontava tanto di me, del rap italiano, della musica italiana in generale, e proprio della situazione che stiamo vivendo tutti quanti.”

Come me, si saranno commossi molti altri ascoltatori (soprattutto le “femminucce”) con “Giocattoli”, la seconda traccia dell’album. Il testo, dalla matrice a mio parere delicatamente freudiana, lega insieme tre oggetti che fanno parte della crescita di una donna, dimostrando come i giocattoli non abbandonino mai veramente la vita di una persona, ma cambino forma a seconda dell’età. Potresti dirci di più a riguardo? Se la chiave di lettura è corretta, qual è il “perturbante” relativo al mondo dell’infanzia più ricorrente nella tua vita?
“Il giocattolo utilizzato da me è sempre stata la fantasia, che poi sfociava nell’utilizzo della penna o dei colori per dare vita a nuove cose. Questo è stato sicuramente il filo conduttore della mia vita, sia quand’ero piccolo e impiegavo la fantasia su carta, sia quando crescendo ho deciso di utilizzare la penna e il foglio come giocattoli, appunto, per uscire da situazioni forse un po’ meno giocose. L’interpretazione che dai del pezzo è molto corretta: nella prima strofa si tratta di un giocattolo, quindi un elemento chiave nello sviluppo della fantasia di una persona; nella seconda si tratta di un rossetto, che rappresenta il punto in cui osare significa giocare con l’estetica (forse il lato più presente ai giorni nostri); poi si aggiunge la sigaretta nella terza strofa, in cui il lato autodistruttivo della crescita viene sottolineato. Quindi fantasia-estetica-autodistruzione, che a mio modo di vedere le cose, è un po’ la maniera in cui è cresciuto il mondo. Purtroppo, il mondo di oggi.. o meglio come il mondo ha cresciuto le persone, si riflette in questi tre stadi: da piccolo ti vendono un giocattolo; quando cresci provano a venderti qualcosa che ti renda esteticamente più adeguato ai canoni; e poi quando arrivi al punto in cui hai già sperimentato diverse cose, arriva il momento di andarsene, o almeno si avvicina il momento in cui si inizia a pensare ad una serie di problemi, da come si è cresciuti fino alla ricerca di cose che non ci servono. Il mondo di oggi è basato su tante cose che non ci servono. In teoria, anche il giocattolo della prima strofa è inutile se non funzionale alla fantasia, ma serve ad andare avanti. Ne rimane solo la malinconia del gioco, ma la fantasia è finita. Tutto il disco è pervaso da quest’atmosfera, sebbene siano presenti anche molti lati ironici. Ciò che emerge è questa sorta di tragicommedia persistente. Nel caso di “Giocattoli” ti accorgi solo dopo diversi ascolti che è un gioco di punti di vista, un continuo cambio di regia, ma fondamentalmente la trama è sempre la stessa. Per quanto riguarda me, non posso fare altro che confermare il ruolo del foglio e della penna nella mia vita, che mi hanno permesso di raggiungere un altro step, quello in cui la musica si scrive. Sperando che non sia quello autodistruttivo (ride, ndr.).”

Alcune voci dicono che sei stato anche nel futuro. Cos’hai visto? È previsto un lieto fine?
“Il futuro non è né positivo né negativo. Il futuro è la conseguenza del presente. Come vivrai il futuro dipende solo da come vivi il presente. I viaggi nel futuro sono sempre stati una costante nel rap che faccio io e anche della mia persona, al di là del fatto che li abbia compiuti realmente o li abbia solo raccontati. Nel caso di questo disco ho avuto la possibilità di raccontare di alcune lettere accumulate in questi viaggi, mentre altre me le sono tenute per me (ride, ndr.). Due di queste sono “Sangue di drago” e “Quando piove”, che come si è ben capito, non sono collocate in un tempo preciso, o meglio non si evince l’epoca in cui sono ambientati gli storytelling. Sono realtà cinematografiche messe in rima. Non si capisce in che tempo siamo, perché può essere un passato così passato da diventare futuro, o un futuro così futuro da diventare passato. Nei viaggi che ho fatto sono finito esattamente in epoche di questo genere, in cui passato e futuro non si comprendono più ai nostri occhi (poi se ci sei arrivato con la macchina del tempo lo sai dove stai ovviamente, dipende se ti sei portato il navigatore o no)(ride, ndr.). Sicuramente “Sangue di drago” è dedicata a un amico, mentre “Quando piove” è dedicata alla propria tribù. Sono ovviamente metafore per raccontare altro, perché ogni storia non è mai fine a se stessa. La storia è una metafora per raccontare qualcosa dei giorni nostri, prima di tutto, e magari complessa da raccontare con parole non-metaforiche.”

Depressissimo” è una canzone “profondissimissima”, costruita su un’autoanalisi individuale che si riversa su un piano universalistico. Penso che il messaggio abbia un duplice carattere, ossia sociale e teologico-esistenziale. Riguardo al primo, mi piacerebbe sottoporti “una teoria della giustizia” di John Rawls e il suo “velo di ignoranza”. Secondo lui, è vero che alla base della struttura di una società esiste un accordo tra le parti: le condizioni poste sono la piena conoscenza di come questa sarà in futuro e, di contro, l’impossibilità di conoscere quale ruolo svolgerà il singolo all’interno di essa. Questa dimensione “embrionale” è una garanzia del fatto che nessuno proporrà norme volte a creare uno squilibrio di interessi, perché nessuno può sapere se ne sarebbe avvantaggiato o svantaggiato. Se avessi la possibilità di cambiare alla base il sistema che ti deprime stando a queste condizioni, quali regole proporresti e perché?
“Sicuramente non proporrei una differenziazione tra il mondo materiale e non materiale. Non darei un taglio tra quello che è il livello pratico delle cose e quello spirituale, ma cercherei di vedere tutto abbastanza unito, indiviso, in modo tale da alleggerire un po’ questo senso materialistico estremizzato esistente oggi, arrotondandolo con un’attenzione particolare allo spirito. Questa è la prima cosa che farei. Non lascerei insomma lo spirito chiuso in una nicchia, come si fa oggi, ma tenderei ad educare un minimo meglio le persone o i ragazzi allo spirito. Un po’ come facevano gli alchimisti: questi non erano semplici chimici, ma non erano nemmeno dei religiosi. Erano entrambe le cose. Riuscivano a vedere i movimenti della chimica fuori dalle sue composizioni e i movimenti della nostra chimica interna. Di conseguenza, trovare un elemento non è “trovare l’oro”, che può avere il valore che vogliamo e lo si può trovare in natura, ma è trovarlo prima dentro (altrimenti come faccio solo a pensare di cercarlo fuori?). Questo direbbe un alchimista. E questa filosofia, questo modo di approcciarsi alle cose unite, è stato tendenzialmente dimenticato. Ogni movimento in natura è semplicemente un movimento: che sia materiale, che sia spirituale, presta movimento. E per ogni movimento materiale ce n’è uno spirituale, e viceversa. Cercherei di fare questo, sensibilizzare le persone a quanto tutto, comprese loro stesse, è più unito di quanto pensiamo e vogliono farci credere.”

John Rawls, autore della “Teoria della Giustizia”

La “fede”, invece, a volte è una limitazione, altre volte è una ragione per continuare a seguire la propria vocazione. Credi, in un certo senso, in una sorta di “ascesi intramondana”, ossia che svolgere fedelmente il proprio ruolo non solo ci dia un posto nel mondo, ma ci trasmetta segnali sulla nostra direzione dopo il soggiorno terreno?
“Penso che nella vita un po’ tutti passino attraverso fasi alterne, in cui un giorno ti sembra di aver capito pienamente il tuo ruolo e a cosa sei destinato, e altri invece pare che tutto sia irrazionale e nulla abbia un senso. Riguardo alla religione, posso dirti in primo luogo che non sono battezzato. Ciò non significa che io non creda in nulla, ma significa che non sono stato iniziato, in un certo senso, ad una specifica fede religiosa. Ciò che intendiamo per fede ovviamente non sta scritta solo nei libri, e sebbene io non sia stato indirizzato a monte da qualcuno, non è affatto detto che io non creda in nulla. Semplicemente, ciò in cui credo è qualcosa di strettamente personale, e come tale credo che debba essere esercitato. Questo al fine anche di evitare derive dei gruppi, e in questo rientra la figura di Gesù Cristo. Nel brano parlo con Lui non perché abbia una particolare simpatia per il cristianesimo rispetto ad altre religioni, ma perché Gesù è da tutti riconosciuto come simbolo del sacrificio, e in questo mi ci rivedo. Quando mi riferisco a lui come “ribelle”, mi riferisco al fatto che fuori da ogni accezione religiosa, Gesù entrò nel tempio dove sedevano i saggi fondamentalmente a rompere i […]. Immagina se oggi Gesù si presentasse in chiesa magari durante una messa facendo la stessa cosa. Inoltre, ho capito che nella mia vita sono sempre stato un fan dei personaggi in un certo senso “boicottati”, e lo stesso vale anche per Gesù. È evidente che negli ultimi tempi questa figura sia stata progressivamente accantonata dalle persone e, ancora una volta, non dico questo perché penso che il cristianesimo debba riacquistare centralità: guardo a Gesù come identificazione del divino in sé. La divinità, e quindi la spiritualità, l’abbiamo sostituita sempre più con altre cose ai giorni nostri, e questo non è un nemmeno un male. Sostituire Dio andrebbe anche bene, ma guarda il mondo in cui viviamo: abbiamo tolto il posto a Lui per rimpiazzarlo con il nulla, il niente, cose che non hanno nessun valore.”

 “Centro asociale” ha alimentato molti dubbi che serbo da un po’: ogni giorno che passa, infatti,  mi rendo conto di essere circondato da grandi “capiscitori” di musica, i quali spesso puntano il dito contro gli altri, ritenendo quasi che sia necessario un certo livello di “cultura” per poter ascoltare un determinato genere musicale o artista. Sono confuso: la cultura serve alla musica o è la musica che genera cultura? Ad esempio, io che non capisco molto di musica classica, posso andare ad ascoltare un concerto sinfonico in teatro, oppure ho bisogno di uno specifico diploma per poter entrare?
“Quanto alla prima domanda, propenderei per la seconda ipotesi, e cioè che la musica genera cultura. Non credo ci sia molto da discutere a riguardo. La musica è parte di un concetto più ampio, che è quello di “cultura”, e quindi non può che essere propedeutica ad essa, in un certo senso. Poi, un po’ come dicevo prima, bisogna tendere a guardare le cose in maniera unita, e forse questi “capiscitori” sono quelle persone che, al contrario, vedono la musica e la cultura come due cose autonome e distinte. Io credo che la scoperta debba avvenire prima dentro, e poi fuori. Nessun libro, ad esempio, potrà spiegarti il livello o la misura dell’emozione che proverai ascoltando una canzone. Così, ad esempio, sicuramente non hai bisogno di nessuna qualifica specifica per poter assistere ad un concerto di musica classica, ed anzi ti dirò di più: forse il sogno, se non l’obiettivo, di ogni maestro d’orchestra è quello di avere davanti a sé un pubblico di persone “inesperte” sul genere. Un pubblico di bambini, ad esempio; fare intrattenimento; creare un movimento. A onor del vero, però, a una fase legata ai sensi può seguirne una legata alla ragione. Se si ha voglia di capire meglio un genere bisogna interessarsene e capire come è strutturato: bisogna imparare a capire le “regole del gioco”, in poche parole, altrimenti posso dirti come sono le carte di “Magic”, o magari quali sono i personaggi di “Dungeons&Dragons”, ma come ci gioco se non conosco i regolamenti? Allo stesso modo, Rancore crea un mondo attorno a sé che ha uno specifico significato, una specifica terminologia, uno specifico simbolismo, e sei costretto a seguirlo, entrare in quel mondo, se vuoi capirci qualcosa. Magari è anche in funzione di questo che spesso in passato hanno parlato del mio rap come “ermetico”.”

Il giorno che non c’è” è arrivato, e ora l’albero è diventato una foresta. “Quando piove” si può considerare un “mito della caverna” platonico 2.0?
“Sì, secondo me sì, perché la storia è esattamente quella. Nel mito si tratta di un gruppo di uomini reclusi; uno di questi vede qualcosa fuori e crede che ci sia qualcosa; quest’uomo, dopo la scoperta di ciò che sta all’esterno della caverna, tenta di tornare nella caverna per convincere gli altri che fuori il mondo è diverso da come l’hanno sempre immaginato. L’unica differenza sta nel fatto che se nel mito l’uomo rischia addirittura di essere ucciso dai suoi antichi compagni porgendogli la verità che non vogliono vedere, in “Quando piove” lui non torna più. Siccome “quando piove sotto gli alberi non piove/quando fuori smette è sotto gli alberi che piove”, lui tenta di convincere la tribù che fuori abbia ormai smesso, e che anzi ci sia il rischio che inizi a piovere sotto gli alberi. Nessuno gli crede, lui decide di uscire fuori per spogliarsi di quella protezione fittizia che l’opinione comune e la sua educazione gli hanno dato, e abbandona la tribù senza mai più fare ritorno (perché essendo nel futuro, il “mito della caverna” di Platone l’aveva già studiato, e quindi sapeva che non avrebbe dovuto fare l’errore di tornare nella foresta!)(ride, ndr.). Pur sapendo che tornando gli altri non l’avrebbero riconosciuto più e l’avrebbero visto come un’anomalia (qualcuno lo darà anche per morto), egli sceglie di perdere tutto, dagli amici all’amore, rischiando la propria vita per uscire e vedere finalmente il cielo. E una volta rischiata la propria vita, è cosciente che non si potrà mai stabilire una comunicazione con chi la propria vita non l’ha mai rischiata.”

Il disco si chiude con un verso che recita “non capisco mezza parola di ciò che dici”, ma da quello che so, forse proprio i bambini sono i veri destinatari del tuo messaggio: partecipi e tieni spesso laboratori all’interno delle scuole, in cui cerchi di sensibilizzarli alla scrittura. Quali metodi utilizzi? C’è qualcosa che ti accomuna a loro?
“Beh, così su due piedi non so dirti se c’è qualcosa che mi accomuna a loro, se non il fatto di essere stato anch’io bambino. Quanto ai metodi, in realtà, non faccio nulla in particolare. Porto la mia esperienza, la racconto, e se sento di dover sputare fuori qualche rima, la sputo. Lo faccio in primo luogo perché il rap è divulgazione, o meglio, ha sempre svolto la funzione di divulgare un messaggio, qualunque esso fosse; in secondo luogo, perché so che posso farlo e quindi devo, in un certo senso, mentre se non avessi potuto farlo, non avrei dovuto in nessun caso. Inoltre, ho notato che il rap oggi è seguito molto dai ragazzi, anche a scuola. Magari tra di loro ce n’è qualcuno che scrive o che vorrebbe utilizzarlo un domani per veicolare il proprio messaggio, far sentire la loro voce. È giusto che sappiano che esistono diversi modi di farlo (e non solo quello di strada o autocelebrativo), e che tra questi scelgano liberamente a cosa approcciarsi.”

Penso che l’ascoltatore si impossessi di una parte dell’artista ascoltando le sue canzoni. La domanda è: in che misura i tuoi ascoltatori ti appartengono?
“È una domanda difficile, e se dovessi risponderti a rigor di logica dovrei dire “zero”, ma probabilmente stabilire una misura è impossibile. Per questo tornerei a riconsiderare l’affermazione, almeno per quanto riguarda me. È vero che loro conoscono il mio volto o la mia voce, ma è anche vero che porto dei segreti che nessuno conosce, che appartengono a me e sono soltanto miei, e che non passano attraverso le canzoni. Ne risulta che la voce sulla traccia è quella di un’altra persona, e non del vero me; una persona che racconta storie, mondi ed epoche mai viste, ma mai di se stesso. “Depressissimo” è un’eccezione a riguardo, ma comunque è articolata per metafore. Forse un giorno racconterò il vero me stesso, forse mai. Tornando alla domanda, direi quindi che siamo pari, zero a zero.”

Prendo spunto da “Digging New York”(2016) per la prossima domanda. Come si definisce la linea di demarcazione tra “underground” e “commerciale”? L’idea generalizzata è che “underground” sia sinonimo di qualità, e “commerciale” sia sinonimo di mediocrità, anche se esistono esperienze come i The Roots che sono all’unanimità considerati tutt’altro che mediocri.
“Appunto, queste esperienze sono la dimostrazione che “underground” e “commerciale” non esistono. Ancora una volta ci troviamo davanti ad un’operazione di divisione della materia, e se l’operazione viene effettuata, significa che c’è qualcuno alle spalle che ha i propri interessi. Possono certamente esistere realtà “underground” che non hanno alcunché da dire. Rinchiudere la musica in concetti che non la riguardano geneticamente, che nascono all’esterno e non all’interno di essa, altro non è che un ennesimo modo ordinato di farsi la guerra. Scegliere da che parte stare, cosa vendere, cosa comprare, cosa va a destra e cosa a sinistra, rende tutto meno confusionario, e probabilmente proprio chi suggerisce la divisione è il primo a farci i soldi.”

Uno sguardo concettuale al passato prima dell’ultima domanda. “Acustico” (2010) è come il suono nasce; “Elettrico” (2011) è come il suono si evolve; “Silenzio” (2012) è dove il suono ritorna. Questo processo è irreversibile? Pensi che tornando indietro avresti potuto effettuarlo al contrario?
“Anzitutto, l’invito è sempre quello di non guardare questi percorsi solo come album concettuali. La trilogia racchiude un percorso che Dj Myke e Rancore hanno fatto insieme e l’apporto che loro come singoli hanno dato al lavoro svolto. Per quanto mi riguarda, sarebbe molto difficile teorizzare un processo inverso. Pensaci: è come se ti chiedessi di scrivere un diario dalla fine. Inoltre, sono seguiti da “S.U.N.S.H.I.N.E.” (2015), che se proprio vogliamo, è il suono che si fa luce. Anche come singolo, è quello che ha girato di più, e questo forse ha permesso di guardarlo come “un pezzo unico” rispetto agli altri. Credo che la volontà di fare il percorso al contrario sia rimessa sicuramente all’ascoltatore, fermo restando che secondo me ogni disco ha la sua specificità.”

Grazie per il tuo tempo, Rancore. Per chiudere l’intervista con freschezza, volevo che esaudissi una mia personale curiosità: ma qual è il tuo personaggio preferito di “Romanzo Criminale”?
“(ride, ndr.) Beh dai, “Er Bufalo” è il più matto di tutti! E poi è il primo a comparire e l’ultimo a scomparire!”

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Intervista a Depha: “3Tone Studio ormai punto di riferimento a Roma.” 0 293

Il lavoro del producer è ormai fondamentale, nel Rap o nella Trap, per la buona riuscita di un progetto musicale: succede praticamente per ogni artista, basti pensare all’ottima coppia che formano Quentin40 e Dr. Cream, o al super lavoro di Charlie Charles all’interno della Trap. A metà fra old school e nuova scuola si trova un altro producer fra i più fruttuosi del panorama italiano: Depha Beat, all’anagrafe Edoardo Di Fazio, è un produttore classe ’86 da parecchio tempo impegnato a lavorare con molti esponenti del rap romano, fra cui Gast, Chicoria, Metal Carter, Yamba, Roma Guasta e Pa Pa. Il lavoro di Depha si concentra tutto al quartiere Africano di Roma, nel 3Tone Studio, da dove sono usciti tanti degli ultimi lavori della scena romana. Come dice Depha stesso, il 3Tone è diventato un punto di riferimento, e così anche lui: abbiamo intervistato il giovane produttore romano, parlando proprio del 3Tone Studio, degli artisti con cui lavora quotidianamente, ma anche della scena romana e dei progetti futuri.

depha beat intervista blunote music 3tone studio

Ciao Depha! Partiamo dalle basi: 3Tone Studio, attivo dal 2014. Raccontami un po’ la storia.
La storia del 3Tone Studio inizia ancora prima della sua formazione, quando si chiamava 3Q Studio. Devi sapere che sono laureato in grafica e design – sono completamente autodidatta per quello che riguarda la musica. Praticamente, tornai da Londra dopo aver fatto uno stage in uno studio di grafica dove venni trattato a pesci in faccia [Ride, n.d.r.]; da lì la decisione di aprire uno studio, visto anche che suonavo dall’età di quattordici anni. È iniziato come studio di grafica, non solo di musica, ma poi ci siamo dati solo a quest’ultima, investendoci molti soldi e rendendolo uno studio professionale.

Quanta gente passa dallo studio? Produci davvero un sacco di artisti…
Penso sia diventato un punto di riferimento a Roma, ci son passati quasi tutti per quel che riguarda il rap – o la trap, o l’hip hop, quello che vuoi. Non saprei quantificarli in numeri

Parecchi i lavori usciti nell’ultimo periodo, ad esempio il nuovo disco di Grezzo e Suarez, ‘Siberia’: parlami un po’ di questo lavoro.
Suarez non lo conoscevo ancora molto bene, Grezzo invece è un amico di vecchia data, collaboriamo già da un po’ – facemmo già un disco, Petrolio, un po’ più concettuale. Siberia è nato molto naturalmente, io e Grezzo lavoriamo molto insieme in studio; piano piano è nata l’idea del disco con Suarez e devo dire che è venuto su davvero bene, mi piace molto. È un disco parecchio in controtendenza con quello che va ora, uno dei lavori più belli che ho fatto, anche a partire dalla copertina realizzata dal Sacher Studio, a livello grafico. Ma soprattutto è nato molto naturalmente, spontaneamente.”

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La copertina di ‘Siberia’

Proprio in Siberia, nella traccia ‘Bollicine’, compare Rosa White, un’artista emergente per la quale hai prodotto l’ultimo singolo, Antidoto, che è davvero una bomba. Lei ha una voce fenomenale: dimmi qualcosa di più.
Rosa, calcola, è una macina, come si dice a Roma: è piccolina ma potente. È un concentrato di energie: ora fa una scuola per stuntman, per farti capire il tipo. Collaboriamo da un po’ insieme, me la presentò Gose; abbiamo già fatto un EP a suo tempo e come ti dicevo è un’artista davvero eccezionale: meriterebbe molto di più. Antidoto è un pezzo praticamente “suo”, è stata lei a chiedermi quella sonorità un po’ chill, un po’ jazz, in chiave molto moderna: Rosa è ‘na bella cacacazzi [Ride, n.d.r.], vuole il beat in una determinata maniera… ha il suo modo di lavorare, è giusto così. Anche con lei stiamo lavorando su nuova roba.”

Un altro degli ultimi dischi in uscita è stato ‘In Times of Need’ dei Roma Guasta. Noi li abbiamo intervistati e pensiamo siano tra i migliori emergenti italiani.
Sì, i Roma Guasta spaccano proprio! A parte questa cosa che son due fratelli, che è stata detta e ridetta, è proprio il loro avere l’hip hop nel sangue ad essere stupefacente. Incarnano molto la cultura, una cosa che si sta perdendo nell’ultimo periodo. In Times of Need ne è la dimostrazione, un super disco a metà col Cuns, altro grande producer. Per loro ho anche curato ‘RG Music’, il disco dell’anno scorso, e ora stiamo lavorando su alcuni singoli. Loro sono molto prolifici, non riescono a stare fermi: a volte gli dico ‘ A Regà, spingete il disco prima di fare altra roba’, ma loro hanno questa attitudine – una rarità, oggi – di fare musica per sé stessi; è come andare dalla psicologa per loro, la vivono in maniera appassionata.

Tra gli artisti che produci c’è anche Pa Pa, uno degli artisti più controversi della scena: nei commenti di Instagram e Youtube la gente non spende proprio belle parole, eppure le visualizzazioni non mancano. Inoltre, io ho visto una crescita davvero importante da quando lavorate insieme, sotto il punto di vista artistico.
Conosco Matteo da parecchio, tra l’altro è proprio un ‘pischello de zona’ di dove son vissuto io, al quartiere Africano. Lui è controverso, sì: o lo ami o lo odi, fondamentalmente. Diciamo che è un bel personaggio, un bel coatto – come dicono a Roma. Chi scrive su Instagram, però, non lo sa: sono chiacchiere da cellulare. Io che lo conosco posso dire che è molto reale in quello che fa. Non so se la sua crescita sia merito mio – magari sì, ho cercato di metterlo sotto assiduamente, facendolo venire in studio il più possibile. Pa Pa è l’altra faccia della mia medaglia, quello con cui facciamo roba un po’ più trap: a me piace, è real, ha quell’attitudine nera, americana, che gli permette di mangiarsi il microfono. Con Pa Pa siamo sempre a lavoro, settimanalmente.”

depha beat intervista blunote music Pa Pa
Pa Pa in un fotogramma del videoclip di ‘Guardami Baby’

Proprio i Roma Guasta e Pa Pa disegnano quella contrapposizione fra Rap e Trap che si crea nel tuo studio, dove produci artisti molto diversi fra loro a livello di sonorità. I Roma Guasta, come anche Chicoria, sono legati ad un contesto molto Old School, mentre Pa Pa, Yamba e Numi virano su un sound più moderno. Quello che volevo chiederti è: ti diverti più con il Rap o con la Trap?
Io vengo sicuramente da un contesto old school: sono cresciuto col Truceklan, coi Colle… Il Truceklan fece una vera rivoluzione a suo tempo, e ce l’ho ovviamente nel cuore. Posso definirmi sicuramente old school, ma mi è sempre piaciuta l’innovazione. Per esempio, il primo disco che produssi, chiamato Violentt Beat Vol. 1 – parliamo del lontano 2008, su quel disco c’è anche Duke Montana quando ancora non litigò col Noyz – già sperimentavamo con delle basi un po’ più south. Fondamentalmente, a me diverte fare tutto, anche altri generi musicali – pensa a Rosa White, appunto, ma anche quando sono solo in studio faccio roba-tipo-aperitivo, senza voci sopra; sarà che arrivo al burnout lavorativo e non sopporto più i rapper [Ride, n.d.r.]… in verità funziona come una continua crisi: vengo in studio ogni giorno perché per me è un bisogno, ed ogni giorno dico qualcosa tipo ‘madonna che palle ‘sta roba moderna’ o ‘e basta con ‘sto old school’, ma poi la verità è che mi piace tutto ed il giorno dopo sto punto e a capo.”

Rarissima copia di Violent Beat

Oggi possiamo definire tranquillamente il Rap come genere di punta. Dove pensi sarà il Rap fra cinque anni? Credi che riuscirà a mantenere il trend?
Spero vivamente che lo mantenga – non fosse solo per motivi lavorativi! [Ride, n.d.r.] Al di là di questo, spero si amplino gli orizzonti: adesso mi sembra che le cose che vanno di più sono molto da teenager, è difficile trovare dei testi primi in classifica che abbiano anche un minimo di profondità. Si sa, le tracce che vanno per la maggiore parlano fondamentalmente del nulla. Mi auguro che non sia così, che possa arrivare qualcosa in più sotto questo punto di vista.

E dove vedi Depha, invece, fra cinque anni?
“Sicuramente lo vedo che suona. Ti dico la verità: vorrei andarmene dall’Italia. Non trovo che sia un Paese in grado di dare prospettive future, e non solo per noi artisti: questo Stato sta letteralmente morendo. Sogno uno studio con vista sull’oceano, magari neanche troppo lontano; penso a Tenerife, ad esempio. Un mio amico l’ha fatto, sta lì. Quello è il mio sogno nel cassetto: continuare a fare questo ma in un posto più rilassato, magari lavorando a progetti miei, solo strumentali.”

depha beat intervista blunote music
Depha Beat al 3Tone Studio

Torniamo sul 3Tone Studio. Come dicevamo, sono tantissimi gli artisti che passano sulle tue basi, pressocché tutti romani. Possiamo dire quindi che sì, il 3Tone Studio rappresenta molto la scena romana, ma hai mai pensato di andare oltre quei confini oppure è una scelta stilistica quella di produrre solo gente di Roma?
È una domanda difficile. Stando a Roma mi trovo a lavorare praticamente solo con artisti romani, è una cosa che viene da sé; però è successo di avere persone che vengono da fuori, magari pischelli, o anche qualche featuring in un disco con qualcuno non di Roma. A prescindere, a me piace la realtà romana, il romano, Roma: per me è un complimento questa domanda. Ma non è che non voglio uscire da Roma; mi piacerebbe essere una di quelle persone che portano la scena romana a livelli alti come quella di Milano, o anche a livello internazionale. Roma è complicata, siamo pieni di storie, di faide fra persone, ed è difficile creare un unico ‘esercito’ di artisti: tendiamo ad escluderci l’uno con l’altro, una cosa che a Milano non succede. Infatti molti dei rapper romani che sono andati a Milano sono quelli che sono andati meglio.

Basti pensare solo a Noyz Narcos…
Sì, esatto, anche se penso che Noyz avrebbe fatto successo anche rimanendo a Roma. Guardiamo Lauro [Achille, n.d.r.], ad esempio: conosco molto bene il Quarto Blocco – stavo alle elementari con Sedato, per dire – e Lauro è stato quello che da zero è diventato un capo. Poi, puoi criticare la musica che fa adesso, può essere rap o non rap, però…

Questi discorsi li lasciamo a chi non capisce di musica: Achille Lauro è uno degli artisti migliori in Italia, se non il migliore
Son d’accordo: può piacere o no, ma tanto di cappello e tutta la mia stima, anche per come si è saputo vendere senza mai piegarsi al mercato.

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Achille Lauro

C’è qualche artista al di fuori della scena romana, magari emergente, che apprezzi particolarmente? Ad esempio, di recente sono andato in fissa con la scena napoletana che oggi ci sta regalando parecchi artisti che spaccano davvero: sicuramente il primo che mi viene in mente è Speranza, ma anche Ciro Zero, Geolièr ecc.
“Speranza mi fa sballare, mi piace troppo. È forte tecnicamente ed ha un modo di raccontare le sue storie in maniera del tutto originale. Per quello che riguarda quello che ascolto, beh, mi becchi in flagrante. Facendo rap italiano tutto il giorno è difficile che la sera, quando non sono in studio, ascolti rap italiano…”

T’ha rotto il cazzo!
Eh, sì! [Ride, n.d.r.]. Diciamo che lo ascolto perché qualcuno mi viene a dire che è uscito questo o quest’altro, ma io ascolto molto rap americano e, quando ascolto rap italiano, cerco qualcosa della mia adolescenza. Sul rap italiano posso anche definirmi ignorante; posso dirti, però, che mi piace molto Gué, ‘na cifra: ha un’arroganza che nessun rapper italiano ha. Posso dire anche che mi piace Ghali, ma rimango comunque legato al rap americano. Sono un mega fan di Nipsey Hussle – a cui  purtroppo hanno sparato da poco – e che mi fece conoscere proprio Manuel [Gast, n.d.r.]. Lui mi piaceva perché ha queste sonorità trap-west coast, e io amo la west coast. Ma anche Tyler The Creator, tutta l’ASAP, la scena di Buffalo col campione che gira loopato all’infinito. Ma posso cambiare del tutto e andare anche su Battisti, Pink Floyd… diciamo che sono un po’ eclettico [Ride, n.d.r.]. Non amo chiudermi in un genere, la trovo una cosa superficiale: c’è sempre nuova musica da scoprire, nuove emozioni da provare, a prescindere che faccia parte di una corrente o di un’altra.”

In una tua intervista del 2016 per 2Due Righe parlavi di un progetto, Grounder, fondamentalmente un’etichetta di cui però, posso immaginare, non se n’è fatto più nulla. Allo stesso tempo, però, il 3Tone Studio è diventato un’etichetta: possiamo dire che è la sua evoluzione?
Sì, non viene proprio direttamente da Grounder però sì, il 3Tone Studio è un’etichetta, abbiamo anche la distribuzione. Ovviamente abbiamo iniziato da poco a lavorare come etichetta, ma andiamo bene: puntiamo a raccogliere buona parte del panorama romano per farlo emergere di più. Speriamo!

Sempre in quell’intervista avevi anche accennato ad un disco con molti artisti che, però, ancora non è uscito. Hai abbandonato l’idea di questo lavoro?
Non è che l’ho abbandonato, è che ci sono difficoltà realizzative dovute alla mia indecisione: è difficile, a volte faccio un beat che penso di tenere per il mio progetto e alla fine, preso dall’entusiasmo, lo do ad un artista a cui piace per il suo lavoro. Ogni tanto droppo un singolo – ad esempio fra un po’ ne esce uno con Pacman. Diciamo che piuttosto che fare un disco, cosa che sicuramente farò quando mi deciderò, farò dei singoli come ‘Depha Beat X l’artista in questione’. Ho già fatto quello con i Roma Guasta, poi quello con Pacman e sicuramente uno col Chicoria…”

Ah! Finalmente il Chicoria. Ha pubblicato un singolo da poco, ma un disco di Chicoria manca da tanto, dal 2016, con Lettere.
Sì, guarda, ho visto Armando da poco. Eh… Mo ritornerà prepotentemente! Non voglio dire altro.

Parliamo di Gast, allora: Star Roller è uscito di recente: com’è andato e cosa avete in studio adesso?
Beh, il disco è andato bene, abbiamo fatto un milione e passa di streaming e sono molto contento. Con Manuel ci lavoro in maniera molto naturale, le cose vanno sempre bene con lui. Adesso ci siamo presi un attimo di pausa, stiamo respirando. Sicuramente faremo un Cime Viola 2, per ora mi godo i frutti del lavoro. Sono tanto soddisfatto di Star Roller, mi piace molto, posso dirti che la mia traccia preferita è Fuoriserie. Ma anche quella col Noyz è spettacolare. È un disco che mi piace perché è il riassunto di innumerevoli tracce che facemmo, abbiamo cercato di regalare al pubblico un lavoro più completo, che facesse vedere tutte le nostre sfaccettature. Penso ci siamo riusciti alla grande.”

Abbiamo parlato di PaPa come artista controverso, ma un altro che può rientrare in questo genere è Metal Carter, del quale hai curato l’ultimo disco uscito: com’è stato lavorarci e cosa ci dobbiamo aspettare?
Beh, lavorare col Sergente è sempre esilarante! Consiglio sempre il suo ascolto la mattina nel traffico, per motivarsi prima di andare a lavoro. [Ride, n.d.r.] Lui è molto prolifico, scrive molto, ha molto da dire anche se del suo genere di cose. Siamo già a lavoro su altra roba… A volte non ti ascolta molto, ha delle idee molto ferme – com’è giusto che sia, per carità. Anche del suo ultimo disco sono molto soddisfatto, fare ‘Pagliaccio di Ghiaccio pt.3’ per me è stato un onore. Ma poi Metal Carter mi è sempre piaciuto, è uno di quelli che mi ascoltavo quand’ero ragazzino e lavorarci oggi lo considero come un traguardo personale.

Ultima parentesi per quanto riguarda gli artisti: vedremo mai un nuovo disco di 1Zuckero?
Ma magari! È venuto in studio qualche volta, abbiamo lavorato molto bene. Per me è un culto enorme… Ora che mi ci fai pensare non è una brutta idea, gli butto un messaggio appena chiudiamo! [Ride, n.d.r.]”

Chiudiamo con uno sguardo al futuro prossimo: cosa sta per uscire?
In uscita ho vari artisti emergenti: Bebi 182, Occhiaia 47, Alo e molti altri, un pezzo di PaPa che deve uscire con Louis Papi, ma anche qualche traccia con Numi – penso che a Settembre dropperemo qualcosa; Yamba sta lavorando sul suo disco, ma anche il Chicoria… Sto lavorando con parecchia gente, non mi fermo mai. Uscirà parecchia roba, se mi son scordato qualcuno mi perdonerà!”

Perfetto Depha, ti ringrazio tantissimo per il tuo tempo
Ma va, grazie a te!


“@90”: Beppe Dettori torna con l’album che aveva in cantiere da più di vent’anni 0 188

Era il 1998 quando Beppe Dettori, frontman dei Tazenda dal 2006 al 2012, iniziò con Giorgio Secco una collaborazioneche portò alla scrittura e alla registrazione di un album poi mai rilasciato. Ritardi, incomprensioni, svariati problemi di pubblicazione alla base dell’arenamento di un progetto che oggi, a ben vent’anni di distanza, viene recuperato grazie al ricongiungimento dei suoi due autori. Ed ecco che dopo aver dissotterrato l’album, “pulito” e rimasterizzato le tracce, Dettori e Secco si sono resi conto di quanto questo lavoro fosse ancora attuale e sensato per loro. Di quanto sentissero ancora l’esigenza di portarlo alla luce. Da qui la decisione di pubblicarlo, senza però abbandonare quelle sonorità tipicamente anni ’90 con le quali era inizialmente nato. A conferma di ciò l’esplicativo titolo scelto, “@90”: non solo un riferimento al sound adottato, ma anche omaggio a un «periodo ricco di fermenti musicali e di cambiamenti tecnologici, di crisi economiche e politiche ma anche di grandi soddisfazioni e consapevolezze»).

11 inediti e una cover di Ivan Graziani a comporre la tracklist dell’album. Ed è proprio quest’ultima, “Monalisa”, ad aprire il disco, donando all’ascoltatore una sensazione di forza e ribellione, follia e ragione, cultura e passione per l’arte.

Si passa poi dalla positività e la spensieratezza del pop rock di “Starò meglio” – brano edificato intorno all’esigenza di tirarsi fuori dalla mediocrità e dall’omologazione sociale, fuggendo verso lidi di libertà e bellezza –  alle sonorità vagamente madchester di “Mentre passa” – anch’essa guidata dalla ricorrente voglia di ribellarsi alle paure, al dolore e alle difficoltà che la vita presenta.

Tappeti di synth e chitarre funky a colorare la romantica “Fermi il tempo”, che anticipa la ballata di stampo radioheadiano (periodo “Pablo Honey”/”The Bends”) “I’m Falling Down”.

Si passa poi a reminiscenze, rispettivamente, del primo Ligabue e di Vasco per le briose “Sono uscito” e “Quando è ora di andare”, brani accomunati dalla stessa tematica: vincere la paura di buttarsi nell’ignoto e inventarsi un nuovo futuro.

Riff di organi si arrampicano sui morbidi accordi delle chitarre acustiche nella successiva “Mi piace stare qui”: ballata emozionale nella quale Dettori si lascia andare a un cantato rabbioso e sofferto.

I ritmi non si alzano con le successive “Rabbia e dolore” e “Tutto il veleno”: ballad pop rock che racconta la storia di un soldato richiamato alle armi la prima, sussurrata parentesi folk incentrata sull’incanto dell’amore la seconda.

A chiudere le danze ci pensa, poi, la psichedelia appena accennata dalle chitarre sbilenche di “Prendo quello che c’è”: tappa conclusiva di un viaggio all’insegna di un cantautorato pop rock intimo e sincero. Non certo spiazzante o innovativo, ma comunque gradevole e confortante.

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