Intervista a Rancore: “Musica per bambini” per ricordarsi che i mostri sotto al letto non scompaiono, ma si nascondono altrove 0 3207

Al tempo, molti si sono chiesti cosa sarebbe successo dopo “S.U.N.S.H.I.N.E.” (2015). La preoccupazione era legittima, perché si parlava dell’artista che, negli ultimi anni di aridità artistica generalizzata, ha rappresentato lo zenit del rap italiano per metrica, contenuti e tecnica. E dopo il punto più alto, è ammissibile che segua un fisiologico ciclo di tramonto. Qualche folle lo ha dato anche per spacciato. Ma per qualche ragione, il cielo di Rancore non è quello terrestre. Appartiene ad un altro universo, o magari a molti universi, e in quanto tale, non rispetta le logiche delle stagioni.

Dopo la breve parentesi di “Segui Me / Remind 2006” (2016), servita più che altro a confermare la presenza sul palcoscenico della GusBumps Orquestra durante i live, lo abbiamo visto collaborare con: Murubutu in “Scirocco” (“L’uomo che viaggiava nel vento e altri racconti di brezze e correnti”, 2016); Danno, Mic Handz e Rock degli Heltah Skeltah in “Poeti estinti” (“Dead Poets”, mixtape di Dj Fastcut, 2016); Claver Gold in “Il meglio di me” (“Requiem”, 2017); KenKode dei Cyberpunkers in “Specchio”; Giancane in “Ipocondria” (“Ansia e disagio”, 2017); Mezzosangue in “Upside-Down” (“Tree – Roots&Crown”, 2018).

Il 1 giugno 2018 esce “Musica per bambini”, un titolo a cui è stato difficile trovare un’immediata interpretazione. Ma ripercorrendo anche tutte le collaborazioni effettuate nel periodo subito precedente, si intuisce come Rancore non stesse facendo altro che mettere insieme i pezzi; come il linguaggio, le tematiche e i contenuti di quei tasselli preannunciassero cosa sarebbe venuto dopo; come il video di “Ipocondria” realizzato da ZeroCalcare non fosse un caso, così come “Upside-Down”  avrebbe potuto prestarsi perfettamente come undicesima traccia dell’album. In poche parole, “Musica per bambini” è solo l’ultimo dei numeri che il mago ha estratto dalla sua grande manica, e che ci ha raccontato con alcuni retroscena in una piacevole chiacchierata.

La copertina di “Musica per Bambini”, il nuovo disco di Rancore.

“A quattro anni dipingevo come Raffaello, poi ho impiegato una vita per imparare a dipingere come un bambino”, diceva Picasso. Hai iniziato a fare musica a quindici anni: come sei approdato a “Musica per bambini”(2018)? Raccontaci.
“Mi piacerebbe dirti che ho effettuato la stessa operazione di Picasso, ma non essendo Picasso, dell’affermazione posso solo condividere il fatto che più una persona cresce più ritrova se stesso; quindi, per assurdo più cresce, più diventa bambino, nel senso che si riunisce a se stesso. A volte penso che solo nell’attimo in cui si nasce una persona è veramente presente a se stessa. Dopo quel momento, è continuamente bombardata da un mondo che lo schiaccia, e fondamentalmente tende a dividere se stesso (ad esempio tra madre e padre, tra le prime cose). Ora, sicuramente Picasso aveva i suoi motivi per dire questa cosa. È un po’ simile a quello che ho detto io se ci si riferisce al fatto che ho iniziato molto presto e solo successivamente (a più di dieci anni dal primo) esce un disco dal titolo “Musica per bambini”, che è il primo lavoro ufficialmente mio, almeno dal punto di vista musicale. Sembra quasi un tentativo di dire che quando avevo quindici anni cercavo di scrivere come un adulto, mentre adesso mi riscopro un bambino come persona, avendo in un certo senso capito già tutto della scrittura. Ho deciso di chiamarlo “Musica per bambini” perché la crescita (e non solo) è uno dei temi fondamentali del disco; d’altro canto, il titolo si distacca dai contenuti e si sovrappone a questi, per cui lo definirei un “disco-ossimoro”. Lo ritengo il più importante del mio percorso, almeno dal punto di vista musicale.”

Underman” è il brano che ha anticipato l’uscita dell’album. Il testo è colmo di significato e richiede più ascolti per coglierne il più profondo. Penso che si tratti di un dialogo con te stesso, ovvero la tua coscienza, se preferiamo. La canzone ruota attorno al senso di colpa, ma non mi è chiaro se la consapevolezza che la sottende sia una sorta di obiezione di coscienza piuttosto che l’accettazione di un martirio.
“Direi che assomiglia molto di più alla seconda ipotesi; e d’altronde anche il video, dove porto una ragazza che ha nel cuore una bomba dietro alla macchina che guido, ne è una testimonianza. È sicuramente un modo per dire che ho accettato la mia condizione. Parlo con la mia coscienza, quella che sta sotto (quindi “underman”), cerco di aprirmi a lei e accettarne anche i lati oscuri. Questo è, in definitiva, quel gesto per così dire di martirio a cui ti riferisci, e sicuramente l’espressione massima del rancore in quanto tale, che negli altri brani del disco non si percepisce così tanto. “Underman” era la canzone con cui volevo iniziare l’album, e infatti si apre con “tu forse non mi senti bene perché devo alzare un po’ la voce”: è la voce di dentro che sto alzando, dicendo quello che penso senza preoccuparmene troppo. Non ho rinnegato assolutamente la mia posizione, anzi volevo rispettarla e che fosse rispettata all’interno di un sistema più complesso, dove nel momento in cui mi sento schiacciato o bombardato, a mia volta cerco di bombardarlo con la mia voce. È sicuramente il pezzo più forte e violento dell’album, però allo stesso tempo anche il più diretto. Ho deciso di uscire con quel singolo proprio perché raccontava tanto di me, del rap italiano, della musica italiana in generale, e proprio della situazione che stiamo vivendo tutti quanti.”

Come me, si saranno commossi molti altri ascoltatori (soprattutto le “femminucce”) con “Giocattoli”, la seconda traccia dell’album. Il testo, dalla matrice a mio parere delicatamente freudiana, lega insieme tre oggetti che fanno parte della crescita di una donna, dimostrando come i giocattoli non abbandonino mai veramente la vita di una persona, ma cambino forma a seconda dell’età. Potresti dirci di più a riguardo? Se la chiave di lettura è corretta, qual è il “perturbante” relativo al mondo dell’infanzia più ricorrente nella tua vita?
“Il giocattolo utilizzato da me è sempre stata la fantasia, che poi sfociava nell’utilizzo della penna o dei colori per dare vita a nuove cose. Questo è stato sicuramente il filo conduttore della mia vita, sia quand’ero piccolo e impiegavo la fantasia su carta, sia quando crescendo ho deciso di utilizzare la penna e il foglio come giocattoli, appunto, per uscire da situazioni forse un po’ meno giocose. L’interpretazione che dai del pezzo è molto corretta: nella prima strofa si tratta di un giocattolo, quindi un elemento chiave nello sviluppo della fantasia di una persona; nella seconda si tratta di un rossetto, che rappresenta il punto in cui osare significa giocare con l’estetica (forse il lato più presente ai giorni nostri); poi si aggiunge la sigaretta nella terza strofa, in cui il lato autodistruttivo della crescita viene sottolineato. Quindi fantasia-estetica-autodistruzione, che a mio modo di vedere le cose, è un po’ la maniera in cui è cresciuto il mondo. Purtroppo, il mondo di oggi.. o meglio come il mondo ha cresciuto le persone, si riflette in questi tre stadi: da piccolo ti vendono un giocattolo; quando cresci provano a venderti qualcosa che ti renda esteticamente più adeguato ai canoni; e poi quando arrivi al punto in cui hai già sperimentato diverse cose, arriva il momento di andarsene, o almeno si avvicina il momento in cui si inizia a pensare ad una serie di problemi, da come si è cresciuti fino alla ricerca di cose che non ci servono. Il mondo di oggi è basato su tante cose che non ci servono. In teoria, anche il giocattolo della prima strofa è inutile se non funzionale alla fantasia, ma serve ad andare avanti. Ne rimane solo la malinconia del gioco, ma la fantasia è finita. Tutto il disco è pervaso da quest’atmosfera, sebbene siano presenti anche molti lati ironici. Ciò che emerge è questa sorta di tragicommedia persistente. Nel caso di “Giocattoli” ti accorgi solo dopo diversi ascolti che è un gioco di punti di vista, un continuo cambio di regia, ma fondamentalmente la trama è sempre la stessa. Per quanto riguarda me, non posso fare altro che confermare il ruolo del foglio e della penna nella mia vita, che mi hanno permesso di raggiungere un altro step, quello in cui la musica si scrive. Sperando che non sia quello autodistruttivo (ride, ndr.).”

Alcune voci dicono che sei stato anche nel futuro. Cos’hai visto? È previsto un lieto fine?
“Il futuro non è né positivo né negativo. Il futuro è la conseguenza del presente. Come vivrai il futuro dipende solo da come vivi il presente. I viaggi nel futuro sono sempre stati una costante nel rap che faccio io e anche della mia persona, al di là del fatto che li abbia compiuti realmente o li abbia solo raccontati. Nel caso di questo disco ho avuto la possibilità di raccontare di alcune lettere accumulate in questi viaggi, mentre altre me le sono tenute per me (ride, ndr.). Due di queste sono “Sangue di drago” e “Quando piove”, che come si è ben capito, non sono collocate in un tempo preciso, o meglio non si evince l’epoca in cui sono ambientati gli storytelling. Sono realtà cinematografiche messe in rima. Non si capisce in che tempo siamo, perché può essere un passato così passato da diventare futuro, o un futuro così futuro da diventare passato. Nei viaggi che ho fatto sono finito esattamente in epoche di questo genere, in cui passato e futuro non si comprendono più ai nostri occhi (poi se ci sei arrivato con la macchina del tempo lo sai dove stai ovviamente, dipende se ti sei portato il navigatore o no)(ride, ndr.). Sicuramente “Sangue di drago” è dedicata a un amico, mentre “Quando piove” è dedicata alla propria tribù. Sono ovviamente metafore per raccontare altro, perché ogni storia non è mai fine a se stessa. La storia è una metafora per raccontare qualcosa dei giorni nostri, prima di tutto, e magari complessa da raccontare con parole non-metaforiche.”

Depressissimo” è una canzone “profondissimissima”, costruita su un’autoanalisi individuale che si riversa su un piano universalistico. Penso che il messaggio abbia un duplice carattere, ossia sociale e teologico-esistenziale. Riguardo al primo, mi piacerebbe sottoporti “una teoria della giustizia” di John Rawls e il suo “velo di ignoranza”. Secondo lui, è vero che alla base della struttura di una società esiste un accordo tra le parti: le condizioni poste sono la piena conoscenza di come questa sarà in futuro e, di contro, l’impossibilità di conoscere quale ruolo svolgerà il singolo all’interno di essa. Questa dimensione “embrionale” è una garanzia del fatto che nessuno proporrà norme volte a creare uno squilibrio di interessi, perché nessuno può sapere se ne sarebbe avvantaggiato o svantaggiato. Se avessi la possibilità di cambiare alla base il sistema che ti deprime stando a queste condizioni, quali regole proporresti e perché?
“Sicuramente non proporrei una differenziazione tra il mondo materiale e non materiale. Non darei un taglio tra quello che è il livello pratico delle cose e quello spirituale, ma cercherei di vedere tutto abbastanza unito, indiviso, in modo tale da alleggerire un po’ questo senso materialistico estremizzato esistente oggi, arrotondandolo con un’attenzione particolare allo spirito. Questa è la prima cosa che farei. Non lascerei insomma lo spirito chiuso in una nicchia, come si fa oggi, ma tenderei ad educare un minimo meglio le persone o i ragazzi allo spirito. Un po’ come facevano gli alchimisti: questi non erano semplici chimici, ma non erano nemmeno dei religiosi. Erano entrambe le cose. Riuscivano a vedere i movimenti della chimica fuori dalle sue composizioni e i movimenti della nostra chimica interna. Di conseguenza, trovare un elemento non è “trovare l’oro”, che può avere il valore che vogliamo e lo si può trovare in natura, ma è trovarlo prima dentro (altrimenti come faccio solo a pensare di cercarlo fuori?). Questo direbbe un alchimista. E questa filosofia, questo modo di approcciarsi alle cose unite, è stato tendenzialmente dimenticato. Ogni movimento in natura è semplicemente un movimento: che sia materiale, che sia spirituale, presta movimento. E per ogni movimento materiale ce n’è uno spirituale, e viceversa. Cercherei di fare questo, sensibilizzare le persone a quanto tutto, comprese loro stesse, è più unito di quanto pensiamo e vogliono farci credere.”

John Rawls, autore della “Teoria della Giustizia”

La “fede”, invece, a volte è una limitazione, altre volte è una ragione per continuare a seguire la propria vocazione. Credi, in un certo senso, in una sorta di “ascesi intramondana”, ossia che svolgere fedelmente il proprio ruolo non solo ci dia un posto nel mondo, ma ci trasmetta segnali sulla nostra direzione dopo il soggiorno terreno?
“Penso che nella vita un po’ tutti passino attraverso fasi alterne, in cui un giorno ti sembra di aver capito pienamente il tuo ruolo e a cosa sei destinato, e altri invece pare che tutto sia irrazionale e nulla abbia un senso. Riguardo alla religione, posso dirti in primo luogo che non sono battezzato. Ciò non significa che io non creda in nulla, ma significa che non sono stato iniziato, in un certo senso, ad una specifica fede religiosa. Ciò che intendiamo per fede ovviamente non sta scritta solo nei libri, e sebbene io non sia stato indirizzato a monte da qualcuno, non è affatto detto che io non creda in nulla. Semplicemente, ciò in cui credo è qualcosa di strettamente personale, e come tale credo che debba essere esercitato. Questo al fine anche di evitare derive dei gruppi, e in questo rientra la figura di Gesù Cristo. Nel brano parlo con Lui non perché abbia una particolare simpatia per il cristianesimo rispetto ad altre religioni, ma perché Gesù è da tutti riconosciuto come simbolo del sacrificio, e in questo mi ci rivedo. Quando mi riferisco a lui come “ribelle”, mi riferisco al fatto che fuori da ogni accezione religiosa, Gesù entrò nel tempio dove sedevano i saggi fondamentalmente a rompere i […]. Immagina se oggi Gesù si presentasse in chiesa magari durante una messa facendo la stessa cosa. Inoltre, ho capito che nella mia vita sono sempre stato un fan dei personaggi in un certo senso “boicottati”, e lo stesso vale anche per Gesù. È evidente che negli ultimi tempi questa figura sia stata progressivamente accantonata dalle persone e, ancora una volta, non dico questo perché penso che il cristianesimo debba riacquistare centralità: guardo a Gesù come identificazione del divino in sé. La divinità, e quindi la spiritualità, l’abbiamo sostituita sempre più con altre cose ai giorni nostri, e questo non è un nemmeno un male. Sostituire Dio andrebbe anche bene, ma guarda il mondo in cui viviamo: abbiamo tolto il posto a Lui per rimpiazzarlo con il nulla, il niente, cose che non hanno nessun valore.”

 “Centro asociale” ha alimentato molti dubbi che serbo da un po’: ogni giorno che passa, infatti,  mi rendo conto di essere circondato da grandi “capiscitori” di musica, i quali spesso puntano il dito contro gli altri, ritenendo quasi che sia necessario un certo livello di “cultura” per poter ascoltare un determinato genere musicale o artista. Sono confuso: la cultura serve alla musica o è la musica che genera cultura? Ad esempio, io che non capisco molto di musica classica, posso andare ad ascoltare un concerto sinfonico in teatro, oppure ho bisogno di uno specifico diploma per poter entrare?
“Quanto alla prima domanda, propenderei per la seconda ipotesi, e cioè che la musica genera cultura. Non credo ci sia molto da discutere a riguardo. La musica è parte di un concetto più ampio, che è quello di “cultura”, e quindi non può che essere propedeutica ad essa, in un certo senso. Poi, un po’ come dicevo prima, bisogna tendere a guardare le cose in maniera unita, e forse questi “capiscitori” sono quelle persone che, al contrario, vedono la musica e la cultura come due cose autonome e distinte. Io credo che la scoperta debba avvenire prima dentro, e poi fuori. Nessun libro, ad esempio, potrà spiegarti il livello o la misura dell’emozione che proverai ascoltando una canzone. Così, ad esempio, sicuramente non hai bisogno di nessuna qualifica specifica per poter assistere ad un concerto di musica classica, ed anzi ti dirò di più: forse il sogno, se non l’obiettivo, di ogni maestro d’orchestra è quello di avere davanti a sé un pubblico di persone “inesperte” sul genere. Un pubblico di bambini, ad esempio; fare intrattenimento; creare un movimento. A onor del vero, però, a una fase legata ai sensi può seguirne una legata alla ragione. Se si ha voglia di capire meglio un genere bisogna interessarsene e capire come è strutturato: bisogna imparare a capire le “regole del gioco”, in poche parole, altrimenti posso dirti come sono le carte di “Magic”, o magari quali sono i personaggi di “Dungeons&Dragons”, ma come ci gioco se non conosco i regolamenti? Allo stesso modo, Rancore crea un mondo attorno a sé che ha uno specifico significato, una specifica terminologia, uno specifico simbolismo, e sei costretto a seguirlo, entrare in quel mondo, se vuoi capirci qualcosa. Magari è anche in funzione di questo che spesso in passato hanno parlato del mio rap come “ermetico”.”

Il giorno che non c’è” è arrivato, e ora l’albero è diventato una foresta. “Quando piove” si può considerare un “mito della caverna” platonico 2.0?
“Sì, secondo me sì, perché la storia è esattamente quella. Nel mito si tratta di un gruppo di uomini reclusi; uno di questi vede qualcosa fuori e crede che ci sia qualcosa; quest’uomo, dopo la scoperta di ciò che sta all’esterno della caverna, tenta di tornare nella caverna per convincere gli altri che fuori il mondo è diverso da come l’hanno sempre immaginato. L’unica differenza sta nel fatto che se nel mito l’uomo rischia addirittura di essere ucciso dai suoi antichi compagni porgendogli la verità che non vogliono vedere, in “Quando piove” lui non torna più. Siccome “quando piove sotto gli alberi non piove/quando fuori smette è sotto gli alberi che piove”, lui tenta di convincere la tribù che fuori abbia ormai smesso, e che anzi ci sia il rischio che inizi a piovere sotto gli alberi. Nessuno gli crede, lui decide di uscire fuori per spogliarsi di quella protezione fittizia che l’opinione comune e la sua educazione gli hanno dato, e abbandona la tribù senza mai più fare ritorno (perché essendo nel futuro, il “mito della caverna” di Platone l’aveva già studiato, e quindi sapeva che non avrebbe dovuto fare l’errore di tornare nella foresta!)(ride, ndr.). Pur sapendo che tornando gli altri non l’avrebbero riconosciuto più e l’avrebbero visto come un’anomalia (qualcuno lo darà anche per morto), egli sceglie di perdere tutto, dagli amici all’amore, rischiando la propria vita per uscire e vedere finalmente il cielo. E una volta rischiata la propria vita, è cosciente che non si potrà mai stabilire una comunicazione con chi la propria vita non l’ha mai rischiata.”

Il disco si chiude con un verso che recita “non capisco mezza parola di ciò che dici”, ma da quello che so, forse proprio i bambini sono i veri destinatari del tuo messaggio: partecipi e tieni spesso laboratori all’interno delle scuole, in cui cerchi di sensibilizzarli alla scrittura. Quali metodi utilizzi? C’è qualcosa che ti accomuna a loro?
“Beh, così su due piedi non so dirti se c’è qualcosa che mi accomuna a loro, se non il fatto di essere stato anch’io bambino. Quanto ai metodi, in realtà, non faccio nulla in particolare. Porto la mia esperienza, la racconto, e se sento di dover sputare fuori qualche rima, la sputo. Lo faccio in primo luogo perché il rap è divulgazione, o meglio, ha sempre svolto la funzione di divulgare un messaggio, qualunque esso fosse; in secondo luogo, perché so che posso farlo e quindi devo, in un certo senso, mentre se non avessi potuto farlo, non avrei dovuto in nessun caso. Inoltre, ho notato che il rap oggi è seguito molto dai ragazzi, anche a scuola. Magari tra di loro ce n’è qualcuno che scrive o che vorrebbe utilizzarlo un domani per veicolare il proprio messaggio, far sentire la loro voce. È giusto che sappiano che esistono diversi modi di farlo (e non solo quello di strada o autocelebrativo), e che tra questi scelgano liberamente a cosa approcciarsi.”

Penso che l’ascoltatore si impossessi di una parte dell’artista ascoltando le sue canzoni. La domanda è: in che misura i tuoi ascoltatori ti appartengono?
“È una domanda difficile, e se dovessi risponderti a rigor di logica dovrei dire “zero”, ma probabilmente stabilire una misura è impossibile. Per questo tornerei a riconsiderare l’affermazione, almeno per quanto riguarda me. È vero che loro conoscono il mio volto o la mia voce, ma è anche vero che porto dei segreti che nessuno conosce, che appartengono a me e sono soltanto miei, e che non passano attraverso le canzoni. Ne risulta che la voce sulla traccia è quella di un’altra persona, e non del vero me; una persona che racconta storie, mondi ed epoche mai viste, ma mai di se stesso. “Depressissimo” è un’eccezione a riguardo, ma comunque è articolata per metafore. Forse un giorno racconterò il vero me stesso, forse mai. Tornando alla domanda, direi quindi che siamo pari, zero a zero.”

Prendo spunto da “Digging New York”(2016) per la prossima domanda. Come si definisce la linea di demarcazione tra “underground” e “commerciale”? L’idea generalizzata è che “underground” sia sinonimo di qualità, e “commerciale” sia sinonimo di mediocrità, anche se esistono esperienze come i The Roots che sono all’unanimità considerati tutt’altro che mediocri.
“Appunto, queste esperienze sono la dimostrazione che “underground” e “commerciale” non esistono. Ancora una volta ci troviamo davanti ad un’operazione di divisione della materia, e se l’operazione viene effettuata, significa che c’è qualcuno alle spalle che ha i propri interessi. Possono certamente esistere realtà “underground” che non hanno alcunché da dire. Rinchiudere la musica in concetti che non la riguardano geneticamente, che nascono all’esterno e non all’interno di essa, altro non è che un ennesimo modo ordinato di farsi la guerra. Scegliere da che parte stare, cosa vendere, cosa comprare, cosa va a destra e cosa a sinistra, rende tutto meno confusionario, e probabilmente proprio chi suggerisce la divisione è il primo a farci i soldi.”

Uno sguardo concettuale al passato prima dell’ultima domanda. “Acustico” (2010) è come il suono nasce; “Elettrico” (2011) è come il suono si evolve; “Silenzio” (2012) è dove il suono ritorna. Questo processo è irreversibile? Pensi che tornando indietro avresti potuto effettuarlo al contrario?
“Anzitutto, l’invito è sempre quello di non guardare questi percorsi solo come album concettuali. La trilogia racchiude un percorso che Dj Myke e Rancore hanno fatto insieme e l’apporto che loro come singoli hanno dato al lavoro svolto. Per quanto mi riguarda, sarebbe molto difficile teorizzare un processo inverso. Pensaci: è come se ti chiedessi di scrivere un diario dalla fine. Inoltre, sono seguiti da “S.U.N.S.H.I.N.E.” (2015), che se proprio vogliamo, è il suono che si fa luce. Anche come singolo, è quello che ha girato di più, e questo forse ha permesso di guardarlo come “un pezzo unico” rispetto agli altri. Credo che la volontà di fare il percorso al contrario sia rimessa sicuramente all’ascoltatore, fermo restando che secondo me ogni disco ha la sua specificità.”

Grazie per il tuo tempo, Rancore. Per chiudere l’intervista con freschezza, volevo che esaudissi una mia personale curiosità: ma qual è il tuo personaggio preferito di “Romanzo Criminale”?
“(ride, ndr.) Beh dai, “Er Bufalo” è il più matto di tutti! E poi è il primo a comparire e l’ultimo a scomparire!”

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‘Night Ride’, il nuovo album della Municipale Balcanica ne conferma l’assoluta brillantezza 0 896

La Municipale Balcanica è, dal 2003, un punto di riferimento della musica balcan del bel Paese, e con il loro ultimo lavoro, ‘Night Ride‘, confermano ed anzi arricchiscono un repertorio musicale eclettico e coinvolgente. È infatti evidente uno studio formale variegato, merito delle diverse culture musicali dei membri del gruppo, che è stato, sin dai tempi dello stupefacente ‘Fòua‘, il punto di forza che ha elevato la Municipale da gruppo della provincia pugliese a realtà riconosciuta a livello internazionale.

Da sempre ammaliati e ammaliatori di sonorità meridionali, ebraiche e, ovviamente, balcan-rock, in ‘Night Ride’ Raffaele Tedeschi e compagnia cantante vengono contaminati (o meglio, si lasciano contaminare) da vie musicali a più ampio raggio. L’album diventa così un passpartout per una giostra di generi e stili eterogenei, che ci accoglie con un pezzo, ‘Constellation’, nelle classiche corde della band, in un susseguirsi di pop balcanico e propositivo. Per iniziare a godere di un’esperienza musicale così divertente è, senza dubbio, il brano perfetto.

La copertina di ‘Night Ride’, il nuovo disco della Municipale Balcanica

A seguire troviamo ‘Transylvania Party Hard‘ che, sempre continuando il nostro parallelismo con le giostre, si presenta come la classica “casa degli orrori”. È un pezzo certamente tenebroso, ma si rifà a quell’estetica horror scanzonata degli anni ‘80 che non vuole certo rovinare la festa di ‘Night Ride’, ma che anzi stuzzica il nostro udito anche grazie all’interpretazione azzeccata di Tedeschi.

Kill slow, Kill fast‘ è il terzo brano, squisitamente country, il quale è seguito da ‘Rusty‘, un’ottima strumentale balcan che funge quasi da intermezzo.

La strumentale migliore è però la successiva, ‘Martin Got Lost‘, in cui possiamo immergerci in un’atmosfera dal retrogusto morriconiano.

Polvo y Sueños‘, cantato in spagnolo, convince quanto basta musicalmente ma pare abbastanza telefonato a livello di testi; le continue citazioni a motti e slogan spagnoli contribuisce a non dare il giusto merito ad un pezzo che, ad ogni modo, si innesta perfettamente nel corpo dell’album.

L’unica canzone in italiano è la suadente ‘Ogni Stella‘, quasi un arrivederci malinconico che è il preludio all’ultimo brano, la strumentale ‘Deserto Non Deserto‘, che ci abbandona in una distesa arabeggiante con sonorità nuove e interessanti.

La produzione, di ottimo livello, ci regala un disco di pregevole fattura, in cui la Municipale Balcanica si riprende e si reinventa, dimostrando di essere, ancora una volta, tra gli artisti più originali del panorama della musica world italiana.

L’adrenalinico EP d’esordio dell’Ira di Febo: perfetto connubio tra rap e funk 0 787

Unire funk, rock e rap, trasmettendo quel sentimento primordiale e viscerale al quale il nome stesso del gruppo fa riferimento. Con questo intento l’Ira di Febo, giovane band bitontina nata dall’incontro del bassista Federico Marinelli, del batterista Antonio Allegretti, del chitarrista Gigi Laricchia e del rapper Valerio Vacca, presenta il suo primo eponimo lavoro. Un EP di cinque canzoni che mescola suadenti groove di basso e scatenati riff di chitarra alle impegnate rime “rappate” di Valerio Vacca. Seguendo il solco tracciato tra fine anni ’80 e inizio anni ’90 da band del calibro di Primus, Red Hot Chili Peppers e Rage Against the Machine, i quattro ragazzi pugliesi danno vita ad un disco adrenalinico dall’identità chiara e ben definita.

La copertina del disco a cura di Michele Santoruvo

Si parte con l’energica “Get Up”, un’esortazione ad “alzarsi” e a reagire con positività e determinazione alle avversità che la vita ci presenta. Il brano, breve ed incisivo, funziona bene come singolo apripista e anticipa quello che sarà il canovaccio musicale che i quattro ragazzi di Bitonto seguiranno pedissequamente per il resto dell’EP.

La successiva “What’s up Doc?” parte con un riff abrasivo e tagliente che riporta alla mente i primi Red Hot Chili Peppers. La chitarra e il basso dialogano ossessivamente, intrecciandosi e annodandosi tra di loro, intessendo ponti sonori sui quali viaggia spedito il rap a perdifiato di Valerio Vacca (che qui alterna italiano e inglese con maggior frequenza). Cambio di registro nella parte finale del brano, quando il ritmo rallenta e un morbido assolo di chitarra ci accompagna verso una placida conclusione.

Willie Peyote che incontra i Rage Against the Machine. Questa l’insolita suggestione portata alla mente dell’ascoltatore dalla successiva “Sì sì come no”. Il ritornello, orecchiabile e accattivante, è accompagnato da acidi assoli di chitarra carica di wah-wah e dai soliti groove disegnati dal basso galoppante di Marinelli. Ancora una volta i ragazzi pugliesi si dimostrano abili nel trovare la giusta alchimia tra il rap del cantato e le distintive sonorità funk rock che permeano l’intero lavoro.

Ritmi leggermente meno sostenuti per “Cavie”, brano che fa della lucida amarezza del testo il suo punto di forza. In un mondo nel quale “la verità non è mai abbastanza” e “il vero si estingue” l’imperativo categorico rimane uno soltanto: “credere in sé”.

Chiusura affidata a “What the Funk”, brano che si potrebbe definire un manifesto programmatico della band. A partire dal titolo che, con il  suo evidente ­gioco di parole, unisce l’identità musicale del gruppo ad uno sbotto che ben fotografa quello stato psichico (l’ira) del quale i quattro ragazzi bitontini vogliono farsi cantori. L’”incazzatura” in questione è data da una società che non asseconda, o più semplicemente non capisce, l’esigenza di reinventarsi e uscire fuori da schemi preordinati di chi vuole solo inseguire le proprie passioni.

Quello dell’Ira di Febo è un lavoro immediato e scorrevole, accattivante ed euforico. Un disco che con audacia volge lo sguardo al passato, riprendendo un sound che sicuramente poco ha a che spartire con le tendenze del momento (per quanto gli ultimi anni siano stati caratterizzati da una riproposizione di sonorità vintage), ma che, allo stesso tempo, si dimostra specchio fedele delle eterogenee passioni musicali di un gruppo di ragazzi che dimostra di avere qualcosa di interessante da dire. E, soprattutto, di possedere il giusto fervore (o ira, se preferite) per farlo.

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