Intervista a Rancore: “Musica per bambini” per ricordarsi che i mostri sotto al letto non scompaiono, ma si nascondono altrove 0 5486

Al tempo, molti si sono chiesti cosa sarebbe successo dopo “S.U.N.S.H.I.N.E.” (2015). La preoccupazione era legittima, perché si parlava dell’artista che, negli ultimi anni di aridità artistica generalizzata, ha rappresentato lo zenit del rap italiano per metrica, contenuti e tecnica. E dopo il punto più alto, è ammissibile che segua un fisiologico ciclo di tramonto. Qualche folle lo ha dato anche per spacciato. Ma per qualche ragione, il cielo di Rancore non è quello terrestre. Appartiene ad un altro universo, o magari a molti universi, e in quanto tale, non rispetta le logiche delle stagioni.

Dopo la breve parentesi di “Segui Me / Remind 2006” (2016), servita più che altro a confermare la presenza sul palcoscenico della GusBumps Orquestra durante i live, lo abbiamo visto collaborare con: Murubutu in “Scirocco” (“L’uomo che viaggiava nel vento e altri racconti di brezze e correnti”, 2016); Danno, Mic Handz e Rock degli Heltah Skeltah in “Poeti estinti” (“Dead Poets”, mixtape di Dj Fastcut, 2016); Claver Gold in “Il meglio di me” (“Requiem”, 2017); KenKode dei Cyberpunkers in “Specchio”; Giancane in “Ipocondria” (“Ansia e disagio”, 2017); Mezzosangue in “Upside-Down” (“Tree – Roots&Crown”, 2018).

Il 1 giugno 2018 esce “Musica per bambini”, un titolo a cui è stato difficile trovare un’immediata interpretazione. Ma ripercorrendo anche tutte le collaborazioni effettuate nel periodo subito precedente, si intuisce come Rancore non stesse facendo altro che mettere insieme i pezzi; come il linguaggio, le tematiche e i contenuti di quei tasselli preannunciassero cosa sarebbe venuto dopo; come il video di “Ipocondria” realizzato da ZeroCalcare non fosse un caso, così come “Upside-Down”  avrebbe potuto prestarsi perfettamente come undicesima traccia dell’album. In poche parole, “Musica per bambini” è solo l’ultimo dei numeri che il mago ha estratto dalla sua grande manica, e che ci ha raccontato con alcuni retroscena in una piacevole chiacchierata.

La copertina di “Musica per Bambini”, il nuovo disco di Rancore.

“A quattro anni dipingevo come Raffaello, poi ho impiegato una vita per imparare a dipingere come un bambino”, diceva Picasso. Hai iniziato a fare musica a quindici anni: come sei approdato a “Musica per bambini”(2018)? Raccontaci.
“Mi piacerebbe dirti che ho effettuato la stessa operazione di Picasso, ma non essendo Picasso, dell’affermazione posso solo condividere il fatto che più una persona cresce più ritrova se stesso; quindi, per assurdo più cresce, più diventa bambino, nel senso che si riunisce a se stesso. A volte penso che solo nell’attimo in cui si nasce una persona è veramente presente a se stessa. Dopo quel momento, è continuamente bombardata da un mondo che lo schiaccia, e fondamentalmente tende a dividere se stesso (ad esempio tra madre e padre, tra le prime cose). Ora, sicuramente Picasso aveva i suoi motivi per dire questa cosa. È un po’ simile a quello che ho detto io se ci si riferisce al fatto che ho iniziato molto presto e solo successivamente (a più di dieci anni dal primo) esce un disco dal titolo “Musica per bambini”, che è il primo lavoro ufficialmente mio, almeno dal punto di vista musicale. Sembra quasi un tentativo di dire che quando avevo quindici anni cercavo di scrivere come un adulto, mentre adesso mi riscopro un bambino come persona, avendo in un certo senso capito già tutto della scrittura. Ho deciso di chiamarlo “Musica per bambini” perché la crescita (e non solo) è uno dei temi fondamentali del disco; d’altro canto, il titolo si distacca dai contenuti e si sovrappone a questi, per cui lo definirei un “disco-ossimoro”. Lo ritengo il più importante del mio percorso, almeno dal punto di vista musicale.”

Underman” è il brano che ha anticipato l’uscita dell’album. Il testo è colmo di significato e richiede più ascolti per coglierne il più profondo. Penso che si tratti di un dialogo con te stesso, ovvero la tua coscienza, se preferiamo. La canzone ruota attorno al senso di colpa, ma non mi è chiaro se la consapevolezza che la sottende sia una sorta di obiezione di coscienza piuttosto che l’accettazione di un martirio.
“Direi che assomiglia molto di più alla seconda ipotesi; e d’altronde anche il video, dove porto una ragazza che ha nel cuore una bomba dietro alla macchina che guido, ne è una testimonianza. È sicuramente un modo per dire che ho accettato la mia condizione. Parlo con la mia coscienza, quella che sta sotto (quindi “underman”), cerco di aprirmi a lei e accettarne anche i lati oscuri. Questo è, in definitiva, quel gesto per così dire di martirio a cui ti riferisci, e sicuramente l’espressione massima del rancore in quanto tale, che negli altri brani del disco non si percepisce così tanto. “Underman” era la canzone con cui volevo iniziare l’album, e infatti si apre con “tu forse non mi senti bene perché devo alzare un po’ la voce”: è la voce di dentro che sto alzando, dicendo quello che penso senza preoccuparmene troppo. Non ho rinnegato assolutamente la mia posizione, anzi volevo rispettarla e che fosse rispettata all’interno di un sistema più complesso, dove nel momento in cui mi sento schiacciato o bombardato, a mia volta cerco di bombardarlo con la mia voce. È sicuramente il pezzo più forte e violento dell’album, però allo stesso tempo anche il più diretto. Ho deciso di uscire con quel singolo proprio perché raccontava tanto di me, del rap italiano, della musica italiana in generale, e proprio della situazione che stiamo vivendo tutti quanti.”

Come me, si saranno commossi molti altri ascoltatori (soprattutto le “femminucce”) con “Giocattoli”, la seconda traccia dell’album. Il testo, dalla matrice a mio parere delicatamente freudiana, lega insieme tre oggetti che fanno parte della crescita di una donna, dimostrando come i giocattoli non abbandonino mai veramente la vita di una persona, ma cambino forma a seconda dell’età. Potresti dirci di più a riguardo? Se la chiave di lettura è corretta, qual è il “perturbante” relativo al mondo dell’infanzia più ricorrente nella tua vita?
“Il giocattolo utilizzato da me è sempre stata la fantasia, che poi sfociava nell’utilizzo della penna o dei colori per dare vita a nuove cose. Questo è stato sicuramente il filo conduttore della mia vita, sia quand’ero piccolo e impiegavo la fantasia su carta, sia quando crescendo ho deciso di utilizzare la penna e il foglio come giocattoli, appunto, per uscire da situazioni forse un po’ meno giocose. L’interpretazione che dai del pezzo è molto corretta: nella prima strofa si tratta di un giocattolo, quindi un elemento chiave nello sviluppo della fantasia di una persona; nella seconda si tratta di un rossetto, che rappresenta il punto in cui osare significa giocare con l’estetica (forse il lato più presente ai giorni nostri); poi si aggiunge la sigaretta nella terza strofa, in cui il lato autodistruttivo della crescita viene sottolineato. Quindi fantasia-estetica-autodistruzione, che a mio modo di vedere le cose, è un po’ la maniera in cui è cresciuto il mondo. Purtroppo, il mondo di oggi.. o meglio come il mondo ha cresciuto le persone, si riflette in questi tre stadi: da piccolo ti vendono un giocattolo; quando cresci provano a venderti qualcosa che ti renda esteticamente più adeguato ai canoni; e poi quando arrivi al punto in cui hai già sperimentato diverse cose, arriva il momento di andarsene, o almeno si avvicina il momento in cui si inizia a pensare ad una serie di problemi, da come si è cresciuti fino alla ricerca di cose che non ci servono. Il mondo di oggi è basato su tante cose che non ci servono. In teoria, anche il giocattolo della prima strofa è inutile se non funzionale alla fantasia, ma serve ad andare avanti. Ne rimane solo la malinconia del gioco, ma la fantasia è finita. Tutto il disco è pervaso da quest’atmosfera, sebbene siano presenti anche molti lati ironici. Ciò che emerge è questa sorta di tragicommedia persistente. Nel caso di “Giocattoli” ti accorgi solo dopo diversi ascolti che è un gioco di punti di vista, un continuo cambio di regia, ma fondamentalmente la trama è sempre la stessa. Per quanto riguarda me, non posso fare altro che confermare il ruolo del foglio e della penna nella mia vita, che mi hanno permesso di raggiungere un altro step, quello in cui la musica si scrive. Sperando che non sia quello autodistruttivo (ride, ndr.).”

Alcune voci dicono che sei stato anche nel futuro. Cos’hai visto? È previsto un lieto fine?
“Il futuro non è né positivo né negativo. Il futuro è la conseguenza del presente. Come vivrai il futuro dipende solo da come vivi il presente. I viaggi nel futuro sono sempre stati una costante nel rap che faccio io e anche della mia persona, al di là del fatto che li abbia compiuti realmente o li abbia solo raccontati. Nel caso di questo disco ho avuto la possibilità di raccontare di alcune lettere accumulate in questi viaggi, mentre altre me le sono tenute per me (ride, ndr.). Due di queste sono “Sangue di drago” e “Quando piove”, che come si è ben capito, non sono collocate in un tempo preciso, o meglio non si evince l’epoca in cui sono ambientati gli storytelling. Sono realtà cinematografiche messe in rima. Non si capisce in che tempo siamo, perché può essere un passato così passato da diventare futuro, o un futuro così futuro da diventare passato. Nei viaggi che ho fatto sono finito esattamente in epoche di questo genere, in cui passato e futuro non si comprendono più ai nostri occhi (poi se ci sei arrivato con la macchina del tempo lo sai dove stai ovviamente, dipende se ti sei portato il navigatore o no)(ride, ndr.). Sicuramente “Sangue di drago” è dedicata a un amico, mentre “Quando piove” è dedicata alla propria tribù. Sono ovviamente metafore per raccontare altro, perché ogni storia non è mai fine a se stessa. La storia è una metafora per raccontare qualcosa dei giorni nostri, prima di tutto, e magari complessa da raccontare con parole non-metaforiche.”

Depressissimo” è una canzone “profondissimissima”, costruita su un’autoanalisi individuale che si riversa su un piano universalistico. Penso che il messaggio abbia un duplice carattere, ossia sociale e teologico-esistenziale. Riguardo al primo, mi piacerebbe sottoporti “una teoria della giustizia” di John Rawls e il suo “velo di ignoranza”. Secondo lui, è vero che alla base della struttura di una società esiste un accordo tra le parti: le condizioni poste sono la piena conoscenza di come questa sarà in futuro e, di contro, l’impossibilità di conoscere quale ruolo svolgerà il singolo all’interno di essa. Questa dimensione “embrionale” è una garanzia del fatto che nessuno proporrà norme volte a creare uno squilibrio di interessi, perché nessuno può sapere se ne sarebbe avvantaggiato o svantaggiato. Se avessi la possibilità di cambiare alla base il sistema che ti deprime stando a queste condizioni, quali regole proporresti e perché?
“Sicuramente non proporrei una differenziazione tra il mondo materiale e non materiale. Non darei un taglio tra quello che è il livello pratico delle cose e quello spirituale, ma cercherei di vedere tutto abbastanza unito, indiviso, in modo tale da alleggerire un po’ questo senso materialistico estremizzato esistente oggi, arrotondandolo con un’attenzione particolare allo spirito. Questa è la prima cosa che farei. Non lascerei insomma lo spirito chiuso in una nicchia, come si fa oggi, ma tenderei ad educare un minimo meglio le persone o i ragazzi allo spirito. Un po’ come facevano gli alchimisti: questi non erano semplici chimici, ma non erano nemmeno dei religiosi. Erano entrambe le cose. Riuscivano a vedere i movimenti della chimica fuori dalle sue composizioni e i movimenti della nostra chimica interna. Di conseguenza, trovare un elemento non è “trovare l’oro”, che può avere il valore che vogliamo e lo si può trovare in natura, ma è trovarlo prima dentro (altrimenti come faccio solo a pensare di cercarlo fuori?). Questo direbbe un alchimista. E questa filosofia, questo modo di approcciarsi alle cose unite, è stato tendenzialmente dimenticato. Ogni movimento in natura è semplicemente un movimento: che sia materiale, che sia spirituale, presta movimento. E per ogni movimento materiale ce n’è uno spirituale, e viceversa. Cercherei di fare questo, sensibilizzare le persone a quanto tutto, comprese loro stesse, è più unito di quanto pensiamo e vogliono farci credere.”

John Rawls, autore della “Teoria della Giustizia”

La “fede”, invece, a volte è una limitazione, altre volte è una ragione per continuare a seguire la propria vocazione. Credi, in un certo senso, in una sorta di “ascesi intramondana”, ossia che svolgere fedelmente il proprio ruolo non solo ci dia un posto nel mondo, ma ci trasmetta segnali sulla nostra direzione dopo il soggiorno terreno?
“Penso che nella vita un po’ tutti passino attraverso fasi alterne, in cui un giorno ti sembra di aver capito pienamente il tuo ruolo e a cosa sei destinato, e altri invece pare che tutto sia irrazionale e nulla abbia un senso. Riguardo alla religione, posso dirti in primo luogo che non sono battezzato. Ciò non significa che io non creda in nulla, ma significa che non sono stato iniziato, in un certo senso, ad una specifica fede religiosa. Ciò che intendiamo per fede ovviamente non sta scritta solo nei libri, e sebbene io non sia stato indirizzato a monte da qualcuno, non è affatto detto che io non creda in nulla. Semplicemente, ciò in cui credo è qualcosa di strettamente personale, e come tale credo che debba essere esercitato. Questo al fine anche di evitare derive dei gruppi, e in questo rientra la figura di Gesù Cristo. Nel brano parlo con Lui non perché abbia una particolare simpatia per il cristianesimo rispetto ad altre religioni, ma perché Gesù è da tutti riconosciuto come simbolo del sacrificio, e in questo mi ci rivedo. Quando mi riferisco a lui come “ribelle”, mi riferisco al fatto che fuori da ogni accezione religiosa, Gesù entrò nel tempio dove sedevano i saggi fondamentalmente a rompere i […]. Immagina se oggi Gesù si presentasse in chiesa magari durante una messa facendo la stessa cosa. Inoltre, ho capito che nella mia vita sono sempre stato un fan dei personaggi in un certo senso “boicottati”, e lo stesso vale anche per Gesù. È evidente che negli ultimi tempi questa figura sia stata progressivamente accantonata dalle persone e, ancora una volta, non dico questo perché penso che il cristianesimo debba riacquistare centralità: guardo a Gesù come identificazione del divino in sé. La divinità, e quindi la spiritualità, l’abbiamo sostituita sempre più con altre cose ai giorni nostri, e questo non è un nemmeno un male. Sostituire Dio andrebbe anche bene, ma guarda il mondo in cui viviamo: abbiamo tolto il posto a Lui per rimpiazzarlo con il nulla, il niente, cose che non hanno nessun valore.”

 “Centro asociale” ha alimentato molti dubbi che serbo da un po’: ogni giorno che passa, infatti,  mi rendo conto di essere circondato da grandi “capiscitori” di musica, i quali spesso puntano il dito contro gli altri, ritenendo quasi che sia necessario un certo livello di “cultura” per poter ascoltare un determinato genere musicale o artista. Sono confuso: la cultura serve alla musica o è la musica che genera cultura? Ad esempio, io che non capisco molto di musica classica, posso andare ad ascoltare un concerto sinfonico in teatro, oppure ho bisogno di uno specifico diploma per poter entrare?
“Quanto alla prima domanda, propenderei per la seconda ipotesi, e cioè che la musica genera cultura. Non credo ci sia molto da discutere a riguardo. La musica è parte di un concetto più ampio, che è quello di “cultura”, e quindi non può che essere propedeutica ad essa, in un certo senso. Poi, un po’ come dicevo prima, bisogna tendere a guardare le cose in maniera unita, e forse questi “capiscitori” sono quelle persone che, al contrario, vedono la musica e la cultura come due cose autonome e distinte. Io credo che la scoperta debba avvenire prima dentro, e poi fuori. Nessun libro, ad esempio, potrà spiegarti il livello o la misura dell’emozione che proverai ascoltando una canzone. Così, ad esempio, sicuramente non hai bisogno di nessuna qualifica specifica per poter assistere ad un concerto di musica classica, ed anzi ti dirò di più: forse il sogno, se non l’obiettivo, di ogni maestro d’orchestra è quello di avere davanti a sé un pubblico di persone “inesperte” sul genere. Un pubblico di bambini, ad esempio; fare intrattenimento; creare un movimento. A onor del vero, però, a una fase legata ai sensi può seguirne una legata alla ragione. Se si ha voglia di capire meglio un genere bisogna interessarsene e capire come è strutturato: bisogna imparare a capire le “regole del gioco”, in poche parole, altrimenti posso dirti come sono le carte di “Magic”, o magari quali sono i personaggi di “Dungeons&Dragons”, ma come ci gioco se non conosco i regolamenti? Allo stesso modo, Rancore crea un mondo attorno a sé che ha uno specifico significato, una specifica terminologia, uno specifico simbolismo, e sei costretto a seguirlo, entrare in quel mondo, se vuoi capirci qualcosa. Magari è anche in funzione di questo che spesso in passato hanno parlato del mio rap come “ermetico”.”

Il giorno che non c’è” è arrivato, e ora l’albero è diventato una foresta. “Quando piove” si può considerare un “mito della caverna” platonico 2.0?
“Sì, secondo me sì, perché la storia è esattamente quella. Nel mito si tratta di un gruppo di uomini reclusi; uno di questi vede qualcosa fuori e crede che ci sia qualcosa; quest’uomo, dopo la scoperta di ciò che sta all’esterno della caverna, tenta di tornare nella caverna per convincere gli altri che fuori il mondo è diverso da come l’hanno sempre immaginato. L’unica differenza sta nel fatto che se nel mito l’uomo rischia addirittura di essere ucciso dai suoi antichi compagni porgendogli la verità che non vogliono vedere, in “Quando piove” lui non torna più. Siccome “quando piove sotto gli alberi non piove/quando fuori smette è sotto gli alberi che piove”, lui tenta di convincere la tribù che fuori abbia ormai smesso, e che anzi ci sia il rischio che inizi a piovere sotto gli alberi. Nessuno gli crede, lui decide di uscire fuori per spogliarsi di quella protezione fittizia che l’opinione comune e la sua educazione gli hanno dato, e abbandona la tribù senza mai più fare ritorno (perché essendo nel futuro, il “mito della caverna” di Platone l’aveva già studiato, e quindi sapeva che non avrebbe dovuto fare l’errore di tornare nella foresta!)(ride, ndr.). Pur sapendo che tornando gli altri non l’avrebbero riconosciuto più e l’avrebbero visto come un’anomalia (qualcuno lo darà anche per morto), egli sceglie di perdere tutto, dagli amici all’amore, rischiando la propria vita per uscire e vedere finalmente il cielo. E una volta rischiata la propria vita, è cosciente che non si potrà mai stabilire una comunicazione con chi la propria vita non l’ha mai rischiata.”

Il disco si chiude con un verso che recita “non capisco mezza parola di ciò che dici”, ma da quello che so, forse proprio i bambini sono i veri destinatari del tuo messaggio: partecipi e tieni spesso laboratori all’interno delle scuole, in cui cerchi di sensibilizzarli alla scrittura. Quali metodi utilizzi? C’è qualcosa che ti accomuna a loro?
“Beh, così su due piedi non so dirti se c’è qualcosa che mi accomuna a loro, se non il fatto di essere stato anch’io bambino. Quanto ai metodi, in realtà, non faccio nulla in particolare. Porto la mia esperienza, la racconto, e se sento di dover sputare fuori qualche rima, la sputo. Lo faccio in primo luogo perché il rap è divulgazione, o meglio, ha sempre svolto la funzione di divulgare un messaggio, qualunque esso fosse; in secondo luogo, perché so che posso farlo e quindi devo, in un certo senso, mentre se non avessi potuto farlo, non avrei dovuto in nessun caso. Inoltre, ho notato che il rap oggi è seguito molto dai ragazzi, anche a scuola. Magari tra di loro ce n’è qualcuno che scrive o che vorrebbe utilizzarlo un domani per veicolare il proprio messaggio, far sentire la loro voce. È giusto che sappiano che esistono diversi modi di farlo (e non solo quello di strada o autocelebrativo), e che tra questi scelgano liberamente a cosa approcciarsi.”

Penso che l’ascoltatore si impossessi di una parte dell’artista ascoltando le sue canzoni. La domanda è: in che misura i tuoi ascoltatori ti appartengono?
“È una domanda difficile, e se dovessi risponderti a rigor di logica dovrei dire “zero”, ma probabilmente stabilire una misura è impossibile. Per questo tornerei a riconsiderare l’affermazione, almeno per quanto riguarda me. È vero che loro conoscono il mio volto o la mia voce, ma è anche vero che porto dei segreti che nessuno conosce, che appartengono a me e sono soltanto miei, e che non passano attraverso le canzoni. Ne risulta che la voce sulla traccia è quella di un’altra persona, e non del vero me; una persona che racconta storie, mondi ed epoche mai viste, ma mai di se stesso. “Depressissimo” è un’eccezione a riguardo, ma comunque è articolata per metafore. Forse un giorno racconterò il vero me stesso, forse mai. Tornando alla domanda, direi quindi che siamo pari, zero a zero.”

Prendo spunto da “Digging New York”(2016) per la prossima domanda. Come si definisce la linea di demarcazione tra “underground” e “commerciale”? L’idea generalizzata è che “underground” sia sinonimo di qualità, e “commerciale” sia sinonimo di mediocrità, anche se esistono esperienze come i The Roots che sono all’unanimità considerati tutt’altro che mediocri.
“Appunto, queste esperienze sono la dimostrazione che “underground” e “commerciale” non esistono. Ancora una volta ci troviamo davanti ad un’operazione di divisione della materia, e se l’operazione viene effettuata, significa che c’è qualcuno alle spalle che ha i propri interessi. Possono certamente esistere realtà “underground” che non hanno alcunché da dire. Rinchiudere la musica in concetti che non la riguardano geneticamente, che nascono all’esterno e non all’interno di essa, altro non è che un ennesimo modo ordinato di farsi la guerra. Scegliere da che parte stare, cosa vendere, cosa comprare, cosa va a destra e cosa a sinistra, rende tutto meno confusionario, e probabilmente proprio chi suggerisce la divisione è il primo a farci i soldi.”

Uno sguardo concettuale al passato prima dell’ultima domanda. “Acustico” (2010) è come il suono nasce; “Elettrico” (2011) è come il suono si evolve; “Silenzio” (2012) è dove il suono ritorna. Questo processo è irreversibile? Pensi che tornando indietro avresti potuto effettuarlo al contrario?
“Anzitutto, l’invito è sempre quello di non guardare questi percorsi solo come album concettuali. La trilogia racchiude un percorso che Dj Myke e Rancore hanno fatto insieme e l’apporto che loro come singoli hanno dato al lavoro svolto. Per quanto mi riguarda, sarebbe molto difficile teorizzare un processo inverso. Pensaci: è come se ti chiedessi di scrivere un diario dalla fine. Inoltre, sono seguiti da “S.U.N.S.H.I.N.E.” (2015), che se proprio vogliamo, è il suono che si fa luce. Anche come singolo, è quello che ha girato di più, e questo forse ha permesso di guardarlo come “un pezzo unico” rispetto agli altri. Credo che la volontà di fare il percorso al contrario sia rimessa sicuramente all’ascoltatore, fermo restando che secondo me ogni disco ha la sua specificità.”

Grazie per il tuo tempo, Rancore. Per chiudere l’intervista con freschezza, volevo che esaudissi una mia personale curiosità: ma qual è il tuo personaggio preferito di “Romanzo Criminale”?
“(ride, ndr.) Beh dai, “Er Bufalo” è il più matto di tutti! E poi è il primo a comparire e l’ultimo a scomparire!”

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NewDress: Lei Contro Lei per celebrare le donne in ogni forma 0 197

“LEIcontroLEI”, preceduto da 3 ep e 3 lp, è la settima uscita discografica dei Newdress e vedrà la luce il prossimo 11 ottobre per l’etichetta Discipline di Garbo e Luca Urbani, con la distribuzione di Believe Digital in tutti gli store digitali (Edizioni Discipline SNC).

Il sound florido e pungente del disco vive nel presente ma si fonda sui canoni della new wave brittanica e dell’elettronica anni 80 aprendosi alle contaminazioni più contemporanee. Si tratta di un concept che ruota attorno ad alcune figure femminili che hanno segnato la storia del mondo e dell’umanità mettendo in contrapposizione donne “positive” e “negative”: partendo da Eva e Lilith, dalla serial killer saponificatrice Leonarda Cianciulli alla partigiana Joyce Lussu, passando per Amelia Earhart, prima donna a volare sull’Oceano Atlantico a bordo di un Fokker F.VII nel 1928,  Marilyn Monroe, Elizabeth Warren paladina del movimento LGBT americano candidata alle primarie statunitensi del 2020 contro Trump, arrivando a Greta Thunberg giovane adolescente svedese icona del movimento Fridays For Future. Il tutto senza escludere un confronto narrativo con le moderne vocazioni del gentil sesso. Dieci canzoni per un disco ambizioso il guanto di sfida dei Newdress ai contemporanei dischi usa e getta.

Il disco vanta alcune prestigiose collaborazioni:

Antonio Aiazzi storico tastierista e fondatore dei Litfiba si innamora di “Joyce” al primo ascolto tanto che  in 3 giorni rilascia un premix ai Newdress aggiungendo sintetizzatori e pianoforte a quanto già fatto dalla band, e invita i 4 bresciani a raggiungerlo al Dpot Recording Arts di Prato per mixare il brano insieme a lui , sotto la guida esperta di Fabrizio Simoncioni (già al lavoro fra gli altri con Litfiba, Ligabue, Negrita, Gianna Nannini, Carmen Consoli, Grignani, Fabi, Silvestri e attuale tastierista dei Litfiba), il tutto con la supervisione di Andrea Ravasio l’ingegnere del suono dei Newdress.

Diego Galeri “il Michelangelo della batteria” (Timoria – Miura – Adam Carpet – Gentle Eyes In The Gloom) ha suonato la batteria in “Bolle di Sapone”.

Stefano Brandoni detto “Brando” ha suonato in “Pallida”; le sue chitarre sono il marchio di fabbrica di numerosi dischi e concerti mainstream italiani da Francesco Renga a Malika Ayane, Roberto Vecchioni, Nada Malanima, Giusy Ferreri, Dolcenera, Alberto Fortis, REZOPHONIC, The Giornalisti. Brando ha suonato anche in “Soldi” di Mahmood.

Le illustrazioni che compongono l’artwork del disco sono realizzate dall’artista bresciana Giulia Rosa, scelta non a caso in quanto già nota per il suo libro illustrato dedicato alla perfomer internazionale Marina Abramović e per i suoi provocanti lavori rivolti per lo più a tutte le sfumature dell’universo femminile. L’artwork vivace e variopinto, in netto contrasto con il bianco e nero del precedente album “Falso Negativo” sottolinea la scelta fatta per questo lavoro: sdrammatizzare con ironia e leggerezza tematiche pesanti e difficili da raccontare in canzoni.

Il disco verrà presentato in anteprima attraverso due Release Party: il primo a Brescia il 18 Ottobre al “LIO” di Via Togni, 43. Il secondo a Milano il 26 Ottobre al “TNT Club” di Via Tito Livio, 33.

TRACK BY TRACK

  1. VACANZA DARK

Una canzone accattivante che parla in modo ironico di una vacanza il cui protagonista è un personaggio del “mondo” da cui i Newdress e la loro musica attingono; il sole e il caldo inizia a dargli alla testa ma non demorde e non abbandona il suo look, vestito e bardato di nero caracolla sulla spiaggia ed inizia ad avere delle visioni, consuma una granita di sabbia, s’innamora di una sirena che sorseggia un the nero di seppia, brucia sotto il solleone, lui che voleva stare all’ombra, lui che voleva andare a Londra.

  • OVERDOSING IN L.A.

L’ultima travagliata notte di Marilyn Monroe, l’ultima telefonata distorta da un fatale cocktail di barbiturici forse a Bob Kennedy, una comune richiesta d’aiuto della più straordinaria attrice, cantante, modella e produttrice cinematografica, ricordata come una delle più grandi attrici nella storia del cinema statunitense.

  • PALLIDA FEAT. (STEFANO BRANDONI) – Primo singolo

La canzone nasce in concomitanza con la candidatura della paladina LGBT Elizabeth Warren alle primarie statunitensi del 2020 contro Trump e dalla necessità di dare una scossa all’attuale clima che si respira in Italia in merito alla situazione di una realtà omosessuale ancora molto discriminata.

  • FREELOVE DATING


Quale modo più comodo e veloce per trovare un nuovo amore se non un sito di dating? Lui spavaldo e sicuro, lei divina e scintillante calza le sue Chanel dalla sera alla mattina con disinvoltura ed eleganza.
Si conoscono, si cercano, si stuzzicano, lui s’invaghisce di lei, lei capisce di che pasta è fatto lui.
Scusa ma non sei il mio tipo, il due di picche è dietro la porta, ah no dietro la tastiera.
L’amore 2.0

  • L’ALIENO E LA BAMBINA

Anno 2019 la terra è in preda ai cambiamenti climatici generati dalla sconclusionata gestione delle risorse perpetrata da pochi forti uomini, lui un alieno che torna sulla terra dopo 2000 anni dalla sua prima visita, la trova devastata e in fin di vita in contrasto coi ricordi di una terra verde e rigogliosa, incontra lei Greta Thunberg, paladina del movimento Fridays for Future, ed esorta tutti noi ad ascoltarla e seguirla nel suo impegno prima di fuggire per sempre da un mondo che non riconosce e di cui non vuol saper le sorti future.

  • LEI CONTRO LEI

Il primordiale scontro fra donne, le due mogli di Adamo, Lilith ed Eva, l’una spavalda e rivoluzionaria l’altra remissiva e sottomessa. Chi vincerà? Quali donne moderne si rispecchiano in Lilith e quali in Eva? Madri, mogli, figlie, un legame forte le accomuna e le tiene unite nelle gioie e nei dolori ma per fortuna ognuna di esse ha sempre in borsa un fiero sorriso da mostrare anche nei momenti peggiori.

  • JOYCE (FEAT. ANTONIO AIAZZI)

Joyce è una dolce corsa verso la salvezza, una preghiera notturna, il sacrificio di una donna per i suoi ideali. Joyce è un manto caldo di colori scuri che ti avvolge e rassicura con il suo beat down tempo.
Dedicata a Joyce Lussu partigiana, scrittrice, traduttrice e poetessa italiana, medaglia d’argento al valor militare, capitano nelle brigate Giustizia e Libertà e moglie in seconde nozze del politico e scrittore Emilio Lussu.

  • IL RUMORE DI TE

Il sogno di volare, un sogno comune a molti ma realizzabile da pochi, lei Amelia Earhart nel 1937 è la prima donna a sorvolare l’Oceano Pacifico. L’indomabile voglia di scoperta di Amelia è messa in contrapposizione alla necessità di ognuno di noi di realizzare i propri sogni, di trovare uno scopo in terra da perseguire anche a costo della propria vita senza accorgersi che a volte il cielo è nella propria stanza, nella stessa vita che già ci siamo costruiti con impegno.

  • TIPO BANALE

Potrai fare qualsiasi cosa di originale nella vita, potrai essere il più grande influencer, dj o seguire le mode più alternative, le diete più strane e frequentare i luoghi più cool, avrai anche l’autista, farai anche il giornalista, il musicista e avrai le relazioni più invidiate da tutti, ma in sostanza, alla fine, alla resa dei conti, per lei sei solo un tipo banale.

  1. BOLLE DI SAPONE (FEAT. DIEGO GALERI)

Luogo e data: Correggio (RE), 1939 – 1940. Corpi di reato: coltelli, ascia, treppiede. Una storia di credulità e magia, ignoranza e cupidigia, sentimenti e istinti primitivi, mortificazioni e dolore, ecco alcuni tra gli ingredienti di questa canzone emersi nel corso dell’indagine che portò a scoprire i crimini di Leonarda Cianciulli detta la saponificatrice di Correggio. È lei la protagonista di questa macabra canzone dalle atmosfere cupe e nebbiose, una donna cattiva e sprezzante del pericolo, perché sì esistono anche donne così e anche al giorno d’oggi.

Vivere non è di moda, il nuovo disco di Luca Marino 0 221

Vivere non è più di moda narra il cantautore Luca Marino attraverso il titolo del suono nuovo album uscito lo scorso 1 ottobre. E riflettendoci, è proprio così. Ci troviamo in una società frenetica, con continui cambiamenti che ci costringono ad andare “veloci”, senza poter assaporare tutti quei momenti che potrebbero portarci a dire: cazzo, sto vivendo. Certo, forse quella della società è una scusa, considerando che noi stessi dovremmo essere padroni della nostra vita. Eppure secondo me sarete d’accordo con il mio punto di vista; in caso contrario non mi importa.

“Con questo album ho cercato di comprendermi per poter comprendere meglio la vita
in tutte le sue sfaccettature, soprattutto quelle più scomode. Che cos’è la vita per me?
Qualcosa di orrendo e meraviglioso allo stesso tempo. Che cosa è vivere?
Nascere, vincere, perdere, piangere, sorridere, rinascere
amare, sorridere, perdere, piangere amare, rinascere e così via.
Penso sia una cosa del genere”

(Luca Marino)

Ed è proprio da noi stessi, da sé stesso che Luca intraprende questo viaggio introspettivo che avrà come risultato nove canzoni, diverse tra loro, contraddittorie in certi versi ma con una coerenza di fondo che emerge brano dopo brano, dalla prima alla nona canzone. Tutto parte dalla rinascita per sfociare nella consapevolezza, nell’esperienza, nella maturità. Musicalmente è un tributo agli anni ’80 e ’90: alla New Wave, ai tempi degli Unplugged di Mtv (che per fortuna o per sfortuna sono ritornati ai giorni nostri con Liam Gallagher che ha aperto le danze negli scorsi mesi), al punk rock e alle atmosfere caraibiche, senza tralasciare l’influenza del pop italiano di quel periodo. La sua è una scrittura nostalgica, speranzosa, mai scontata e piena d’energia. Un artista a 360°. Vede il suo esordio al Festival di Sanremo del 2010 e, come scrittore, approda nel migliore dei mondi in questo fantastico mondo, scrivendo il brano che portò Antonella Lococo alle finali di X-Factor: Cuore Scoppiato; divenuto in seguito disco d’oro.

luca marino nuovo album recensione blunote music

Questa voglia di comprendere la vita e di comprendere sé stesso, che assume le sembianze della misteriosa selva oscura dantesca, ha inizio con la traccia Per venire al mondo: un new wave vecchia scuola che va dritto allo scopo, alla rinascita. Mi sveglio alla mattina e non mi sembra vero di avere affianco la vita e tutto il suo mistero. La vita come speranza, come pazienza; giorni di pioggia, vento e anarchia…
Elemento centrale della poetica di questo album è sicuramente, oltre alla voglia di capirsi e rinascere, l’amore; in tutte le sue sfumature. Come il racconto di un amore destinato a durare più sempre, narrato attraverso synth, atmosfere noir e surrealismo in Non va più via; o come l’atmosfera da Mtv Unplugged rinvenuta in Io non sapevo ballare: quarta traccia nel disco che racconta un innamoramento attraverso un tono nostalgico accompagnato da pianoforte e violoncello.
Stesso tema anche per il penultimo brano, l’ottavo: “Tutta quanta l’anima”; un racconto pop che parla di un’intensa storia di passione destinata a non durare e a finire una volta fuori dal letto.
Come si sarà notato – e come ripetuto – l’amore pianta i suoi pilastri in maniere diverse in ogni brano. L’amore che dura per sempre, quello destinato a finire, l’amore che dura una notte e quello che permette di superare le avversità nonostante sia già finito; a volte il pensiero di aver vissuto un qualcosa di così bello ti permette di andare avanti. Malinconicamente, nostalgicamente, ma avanti.
Una buona idea, il terzo brano, che parla proprio delle difficoltà nella vita e di quanto spesso sia difficile andare avanti; il tutto attraverso beatbox e pad anni ‘80. L’importante è non bloccarsi, resistere e concedersi qualche pausa, come quella voluta dal brano Margarita. Quest’ultimo, il settimo brano dell’album, attraverso ironia, Ska e musica mariachi, ci propone una fuga dalle bollette da pagare, dagli amori in crisi e dalla precarietà. Si, ogni tanto serve.

Mancano tre brani all’appello e c’è un motivo. Inizierei da Passa la canzone: una traccia punk rock con un tema che tratta poco – a differenza degli altri – la costante “amore”, concentrandosi invece su una critica alla società, sull’intento di smitizzare il mito delle mode e dei modi di dire. E infine, arrivano “Enigma del non senso” e l’ultima, il nono brano, Settimo Cielo. La prima, accompagnata da un’atmosfera dance anni ’90, parla di una coppia che si trova all’ennesimo litigio senza senso. Quello che ti fa capire che qualcosa non va, che il problema non è nessuno dei due, ma solo incompatibilità. Quest’ultima, quando viene capita, non permetterà altro che il raggiungimento di uno stato di consapevolezza, come quello dell’ultimo brano. Settimo Cielo è proprio questo. È consapevolezza. Una ballad folk acustica che racconta del raggiungimento di questa condizione dopo paure, dolori per una vita intera, domande senza risposta a sé stessi e al “cielo”; ci si rende conto che per quanto il mondo non sia perfetto l’amore è comunque l’unica cosa che conta e cha aggiunge valore all’esistenza. Anche quando finisce.

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Tutti questi brani, sommati tra di loro, danno un unico risultato: Luca Marino. Luca è proprio questo: la sua musica, i suoi arrangiamenti impeccabili, le sue riflessioni che si mostrano a noi traccia dopo traccia. Musicalmente incoerenti, considerando che ogni traccia è diversa, ma con forti e ben definite questioni di fondo. Comprendersi e scavare in fondo a sé stessi è difficile, le strade da considerare sono tante e tutto appare come un loop; storie e situazioni che si ripetono negli anni, che iniziano, finiscono, iniziano di nuovo e finiscono nuovamente. Questa è la vita, qualcosa di orrendo e meraviglioso allo stesso tempo.

Non un semplice disco, ma un percorso di vita e di crescita
che si sposa alla musica per raggiungere la sua
risoluzione.

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