Intervista a Rancore: “Musica per bambini” per ricordarsi che i mostri sotto al letto non scompaiono, ma si nascondono altrove 0 5250

Al tempo, molti si sono chiesti cosa sarebbe successo dopo “S.U.N.S.H.I.N.E.” (2015). La preoccupazione era legittima, perché si parlava dell’artista che, negli ultimi anni di aridità artistica generalizzata, ha rappresentato lo zenit del rap italiano per metrica, contenuti e tecnica. E dopo il punto più alto, è ammissibile che segua un fisiologico ciclo di tramonto. Qualche folle lo ha dato anche per spacciato. Ma per qualche ragione, il cielo di Rancore non è quello terrestre. Appartiene ad un altro universo, o magari a molti universi, e in quanto tale, non rispetta le logiche delle stagioni.

Dopo la breve parentesi di “Segui Me / Remind 2006” (2016), servita più che altro a confermare la presenza sul palcoscenico della GusBumps Orquestra durante i live, lo abbiamo visto collaborare con: Murubutu in “Scirocco” (“L’uomo che viaggiava nel vento e altri racconti di brezze e correnti”, 2016); Danno, Mic Handz e Rock degli Heltah Skeltah in “Poeti estinti” (“Dead Poets”, mixtape di Dj Fastcut, 2016); Claver Gold in “Il meglio di me” (“Requiem”, 2017); KenKode dei Cyberpunkers in “Specchio”; Giancane in “Ipocondria” (“Ansia e disagio”, 2017); Mezzosangue in “Upside-Down” (“Tree – Roots&Crown”, 2018).

Il 1 giugno 2018 esce “Musica per bambini”, un titolo a cui è stato difficile trovare un’immediata interpretazione. Ma ripercorrendo anche tutte le collaborazioni effettuate nel periodo subito precedente, si intuisce come Rancore non stesse facendo altro che mettere insieme i pezzi; come il linguaggio, le tematiche e i contenuti di quei tasselli preannunciassero cosa sarebbe venuto dopo; come il video di “Ipocondria” realizzato da ZeroCalcare non fosse un caso, così come “Upside-Down”  avrebbe potuto prestarsi perfettamente come undicesima traccia dell’album. In poche parole, “Musica per bambini” è solo l’ultimo dei numeri che il mago ha estratto dalla sua grande manica, e che ci ha raccontato con alcuni retroscena in una piacevole chiacchierata.

La copertina di “Musica per Bambini”, il nuovo disco di Rancore.

“A quattro anni dipingevo come Raffaello, poi ho impiegato una vita per imparare a dipingere come un bambino”, diceva Picasso. Hai iniziato a fare musica a quindici anni: come sei approdato a “Musica per bambini”(2018)? Raccontaci.
“Mi piacerebbe dirti che ho effettuato la stessa operazione di Picasso, ma non essendo Picasso, dell’affermazione posso solo condividere il fatto che più una persona cresce più ritrova se stesso; quindi, per assurdo più cresce, più diventa bambino, nel senso che si riunisce a se stesso. A volte penso che solo nell’attimo in cui si nasce una persona è veramente presente a se stessa. Dopo quel momento, è continuamente bombardata da un mondo che lo schiaccia, e fondamentalmente tende a dividere se stesso (ad esempio tra madre e padre, tra le prime cose). Ora, sicuramente Picasso aveva i suoi motivi per dire questa cosa. È un po’ simile a quello che ho detto io se ci si riferisce al fatto che ho iniziato molto presto e solo successivamente (a più di dieci anni dal primo) esce un disco dal titolo “Musica per bambini”, che è il primo lavoro ufficialmente mio, almeno dal punto di vista musicale. Sembra quasi un tentativo di dire che quando avevo quindici anni cercavo di scrivere come un adulto, mentre adesso mi riscopro un bambino come persona, avendo in un certo senso capito già tutto della scrittura. Ho deciso di chiamarlo “Musica per bambini” perché la crescita (e non solo) è uno dei temi fondamentali del disco; d’altro canto, il titolo si distacca dai contenuti e si sovrappone a questi, per cui lo definirei un “disco-ossimoro”. Lo ritengo il più importante del mio percorso, almeno dal punto di vista musicale.”

Underman” è il brano che ha anticipato l’uscita dell’album. Il testo è colmo di significato e richiede più ascolti per coglierne il più profondo. Penso che si tratti di un dialogo con te stesso, ovvero la tua coscienza, se preferiamo. La canzone ruota attorno al senso di colpa, ma non mi è chiaro se la consapevolezza che la sottende sia una sorta di obiezione di coscienza piuttosto che l’accettazione di un martirio.
“Direi che assomiglia molto di più alla seconda ipotesi; e d’altronde anche il video, dove porto una ragazza che ha nel cuore una bomba dietro alla macchina che guido, ne è una testimonianza. È sicuramente un modo per dire che ho accettato la mia condizione. Parlo con la mia coscienza, quella che sta sotto (quindi “underman”), cerco di aprirmi a lei e accettarne anche i lati oscuri. Questo è, in definitiva, quel gesto per così dire di martirio a cui ti riferisci, e sicuramente l’espressione massima del rancore in quanto tale, che negli altri brani del disco non si percepisce così tanto. “Underman” era la canzone con cui volevo iniziare l’album, e infatti si apre con “tu forse non mi senti bene perché devo alzare un po’ la voce”: è la voce di dentro che sto alzando, dicendo quello che penso senza preoccuparmene troppo. Non ho rinnegato assolutamente la mia posizione, anzi volevo rispettarla e che fosse rispettata all’interno di un sistema più complesso, dove nel momento in cui mi sento schiacciato o bombardato, a mia volta cerco di bombardarlo con la mia voce. È sicuramente il pezzo più forte e violento dell’album, però allo stesso tempo anche il più diretto. Ho deciso di uscire con quel singolo proprio perché raccontava tanto di me, del rap italiano, della musica italiana in generale, e proprio della situazione che stiamo vivendo tutti quanti.”

Come me, si saranno commossi molti altri ascoltatori (soprattutto le “femminucce”) con “Giocattoli”, la seconda traccia dell’album. Il testo, dalla matrice a mio parere delicatamente freudiana, lega insieme tre oggetti che fanno parte della crescita di una donna, dimostrando come i giocattoli non abbandonino mai veramente la vita di una persona, ma cambino forma a seconda dell’età. Potresti dirci di più a riguardo? Se la chiave di lettura è corretta, qual è il “perturbante” relativo al mondo dell’infanzia più ricorrente nella tua vita?
“Il giocattolo utilizzato da me è sempre stata la fantasia, che poi sfociava nell’utilizzo della penna o dei colori per dare vita a nuove cose. Questo è stato sicuramente il filo conduttore della mia vita, sia quand’ero piccolo e impiegavo la fantasia su carta, sia quando crescendo ho deciso di utilizzare la penna e il foglio come giocattoli, appunto, per uscire da situazioni forse un po’ meno giocose. L’interpretazione che dai del pezzo è molto corretta: nella prima strofa si tratta di un giocattolo, quindi un elemento chiave nello sviluppo della fantasia di una persona; nella seconda si tratta di un rossetto, che rappresenta il punto in cui osare significa giocare con l’estetica (forse il lato più presente ai giorni nostri); poi si aggiunge la sigaretta nella terza strofa, in cui il lato autodistruttivo della crescita viene sottolineato. Quindi fantasia-estetica-autodistruzione, che a mio modo di vedere le cose, è un po’ la maniera in cui è cresciuto il mondo. Purtroppo, il mondo di oggi.. o meglio come il mondo ha cresciuto le persone, si riflette in questi tre stadi: da piccolo ti vendono un giocattolo; quando cresci provano a venderti qualcosa che ti renda esteticamente più adeguato ai canoni; e poi quando arrivi al punto in cui hai già sperimentato diverse cose, arriva il momento di andarsene, o almeno si avvicina il momento in cui si inizia a pensare ad una serie di problemi, da come si è cresciuti fino alla ricerca di cose che non ci servono. Il mondo di oggi è basato su tante cose che non ci servono. In teoria, anche il giocattolo della prima strofa è inutile se non funzionale alla fantasia, ma serve ad andare avanti. Ne rimane solo la malinconia del gioco, ma la fantasia è finita. Tutto il disco è pervaso da quest’atmosfera, sebbene siano presenti anche molti lati ironici. Ciò che emerge è questa sorta di tragicommedia persistente. Nel caso di “Giocattoli” ti accorgi solo dopo diversi ascolti che è un gioco di punti di vista, un continuo cambio di regia, ma fondamentalmente la trama è sempre la stessa. Per quanto riguarda me, non posso fare altro che confermare il ruolo del foglio e della penna nella mia vita, che mi hanno permesso di raggiungere un altro step, quello in cui la musica si scrive. Sperando che non sia quello autodistruttivo (ride, ndr.).”

Alcune voci dicono che sei stato anche nel futuro. Cos’hai visto? È previsto un lieto fine?
“Il futuro non è né positivo né negativo. Il futuro è la conseguenza del presente. Come vivrai il futuro dipende solo da come vivi il presente. I viaggi nel futuro sono sempre stati una costante nel rap che faccio io e anche della mia persona, al di là del fatto che li abbia compiuti realmente o li abbia solo raccontati. Nel caso di questo disco ho avuto la possibilità di raccontare di alcune lettere accumulate in questi viaggi, mentre altre me le sono tenute per me (ride, ndr.). Due di queste sono “Sangue di drago” e “Quando piove”, che come si è ben capito, non sono collocate in un tempo preciso, o meglio non si evince l’epoca in cui sono ambientati gli storytelling. Sono realtà cinematografiche messe in rima. Non si capisce in che tempo siamo, perché può essere un passato così passato da diventare futuro, o un futuro così futuro da diventare passato. Nei viaggi che ho fatto sono finito esattamente in epoche di questo genere, in cui passato e futuro non si comprendono più ai nostri occhi (poi se ci sei arrivato con la macchina del tempo lo sai dove stai ovviamente, dipende se ti sei portato il navigatore o no)(ride, ndr.). Sicuramente “Sangue di drago” è dedicata a un amico, mentre “Quando piove” è dedicata alla propria tribù. Sono ovviamente metafore per raccontare altro, perché ogni storia non è mai fine a se stessa. La storia è una metafora per raccontare qualcosa dei giorni nostri, prima di tutto, e magari complessa da raccontare con parole non-metaforiche.”

Depressissimo” è una canzone “profondissimissima”, costruita su un’autoanalisi individuale che si riversa su un piano universalistico. Penso che il messaggio abbia un duplice carattere, ossia sociale e teologico-esistenziale. Riguardo al primo, mi piacerebbe sottoporti “una teoria della giustizia” di John Rawls e il suo “velo di ignoranza”. Secondo lui, è vero che alla base della struttura di una società esiste un accordo tra le parti: le condizioni poste sono la piena conoscenza di come questa sarà in futuro e, di contro, l’impossibilità di conoscere quale ruolo svolgerà il singolo all’interno di essa. Questa dimensione “embrionale” è una garanzia del fatto che nessuno proporrà norme volte a creare uno squilibrio di interessi, perché nessuno può sapere se ne sarebbe avvantaggiato o svantaggiato. Se avessi la possibilità di cambiare alla base il sistema che ti deprime stando a queste condizioni, quali regole proporresti e perché?
“Sicuramente non proporrei una differenziazione tra il mondo materiale e non materiale. Non darei un taglio tra quello che è il livello pratico delle cose e quello spirituale, ma cercherei di vedere tutto abbastanza unito, indiviso, in modo tale da alleggerire un po’ questo senso materialistico estremizzato esistente oggi, arrotondandolo con un’attenzione particolare allo spirito. Questa è la prima cosa che farei. Non lascerei insomma lo spirito chiuso in una nicchia, come si fa oggi, ma tenderei ad educare un minimo meglio le persone o i ragazzi allo spirito. Un po’ come facevano gli alchimisti: questi non erano semplici chimici, ma non erano nemmeno dei religiosi. Erano entrambe le cose. Riuscivano a vedere i movimenti della chimica fuori dalle sue composizioni e i movimenti della nostra chimica interna. Di conseguenza, trovare un elemento non è “trovare l’oro”, che può avere il valore che vogliamo e lo si può trovare in natura, ma è trovarlo prima dentro (altrimenti come faccio solo a pensare di cercarlo fuori?). Questo direbbe un alchimista. E questa filosofia, questo modo di approcciarsi alle cose unite, è stato tendenzialmente dimenticato. Ogni movimento in natura è semplicemente un movimento: che sia materiale, che sia spirituale, presta movimento. E per ogni movimento materiale ce n’è uno spirituale, e viceversa. Cercherei di fare questo, sensibilizzare le persone a quanto tutto, comprese loro stesse, è più unito di quanto pensiamo e vogliono farci credere.”

John Rawls, autore della “Teoria della Giustizia”

La “fede”, invece, a volte è una limitazione, altre volte è una ragione per continuare a seguire la propria vocazione. Credi, in un certo senso, in una sorta di “ascesi intramondana”, ossia che svolgere fedelmente il proprio ruolo non solo ci dia un posto nel mondo, ma ci trasmetta segnali sulla nostra direzione dopo il soggiorno terreno?
“Penso che nella vita un po’ tutti passino attraverso fasi alterne, in cui un giorno ti sembra di aver capito pienamente il tuo ruolo e a cosa sei destinato, e altri invece pare che tutto sia irrazionale e nulla abbia un senso. Riguardo alla religione, posso dirti in primo luogo che non sono battezzato. Ciò non significa che io non creda in nulla, ma significa che non sono stato iniziato, in un certo senso, ad una specifica fede religiosa. Ciò che intendiamo per fede ovviamente non sta scritta solo nei libri, e sebbene io non sia stato indirizzato a monte da qualcuno, non è affatto detto che io non creda in nulla. Semplicemente, ciò in cui credo è qualcosa di strettamente personale, e come tale credo che debba essere esercitato. Questo al fine anche di evitare derive dei gruppi, e in questo rientra la figura di Gesù Cristo. Nel brano parlo con Lui non perché abbia una particolare simpatia per il cristianesimo rispetto ad altre religioni, ma perché Gesù è da tutti riconosciuto come simbolo del sacrificio, e in questo mi ci rivedo. Quando mi riferisco a lui come “ribelle”, mi riferisco al fatto che fuori da ogni accezione religiosa, Gesù entrò nel tempio dove sedevano i saggi fondamentalmente a rompere i […]. Immagina se oggi Gesù si presentasse in chiesa magari durante una messa facendo la stessa cosa. Inoltre, ho capito che nella mia vita sono sempre stato un fan dei personaggi in un certo senso “boicottati”, e lo stesso vale anche per Gesù. È evidente che negli ultimi tempi questa figura sia stata progressivamente accantonata dalle persone e, ancora una volta, non dico questo perché penso che il cristianesimo debba riacquistare centralità: guardo a Gesù come identificazione del divino in sé. La divinità, e quindi la spiritualità, l’abbiamo sostituita sempre più con altre cose ai giorni nostri, e questo non è un nemmeno un male. Sostituire Dio andrebbe anche bene, ma guarda il mondo in cui viviamo: abbiamo tolto il posto a Lui per rimpiazzarlo con il nulla, il niente, cose che non hanno nessun valore.”

 “Centro asociale” ha alimentato molti dubbi che serbo da un po’: ogni giorno che passa, infatti,  mi rendo conto di essere circondato da grandi “capiscitori” di musica, i quali spesso puntano il dito contro gli altri, ritenendo quasi che sia necessario un certo livello di “cultura” per poter ascoltare un determinato genere musicale o artista. Sono confuso: la cultura serve alla musica o è la musica che genera cultura? Ad esempio, io che non capisco molto di musica classica, posso andare ad ascoltare un concerto sinfonico in teatro, oppure ho bisogno di uno specifico diploma per poter entrare?
“Quanto alla prima domanda, propenderei per la seconda ipotesi, e cioè che la musica genera cultura. Non credo ci sia molto da discutere a riguardo. La musica è parte di un concetto più ampio, che è quello di “cultura”, e quindi non può che essere propedeutica ad essa, in un certo senso. Poi, un po’ come dicevo prima, bisogna tendere a guardare le cose in maniera unita, e forse questi “capiscitori” sono quelle persone che, al contrario, vedono la musica e la cultura come due cose autonome e distinte. Io credo che la scoperta debba avvenire prima dentro, e poi fuori. Nessun libro, ad esempio, potrà spiegarti il livello o la misura dell’emozione che proverai ascoltando una canzone. Così, ad esempio, sicuramente non hai bisogno di nessuna qualifica specifica per poter assistere ad un concerto di musica classica, ed anzi ti dirò di più: forse il sogno, se non l’obiettivo, di ogni maestro d’orchestra è quello di avere davanti a sé un pubblico di persone “inesperte” sul genere. Un pubblico di bambini, ad esempio; fare intrattenimento; creare un movimento. A onor del vero, però, a una fase legata ai sensi può seguirne una legata alla ragione. Se si ha voglia di capire meglio un genere bisogna interessarsene e capire come è strutturato: bisogna imparare a capire le “regole del gioco”, in poche parole, altrimenti posso dirti come sono le carte di “Magic”, o magari quali sono i personaggi di “Dungeons&Dragons”, ma come ci gioco se non conosco i regolamenti? Allo stesso modo, Rancore crea un mondo attorno a sé che ha uno specifico significato, una specifica terminologia, uno specifico simbolismo, e sei costretto a seguirlo, entrare in quel mondo, se vuoi capirci qualcosa. Magari è anche in funzione di questo che spesso in passato hanno parlato del mio rap come “ermetico”.”

Il giorno che non c’è” è arrivato, e ora l’albero è diventato una foresta. “Quando piove” si può considerare un “mito della caverna” platonico 2.0?
“Sì, secondo me sì, perché la storia è esattamente quella. Nel mito si tratta di un gruppo di uomini reclusi; uno di questi vede qualcosa fuori e crede che ci sia qualcosa; quest’uomo, dopo la scoperta di ciò che sta all’esterno della caverna, tenta di tornare nella caverna per convincere gli altri che fuori il mondo è diverso da come l’hanno sempre immaginato. L’unica differenza sta nel fatto che se nel mito l’uomo rischia addirittura di essere ucciso dai suoi antichi compagni porgendogli la verità che non vogliono vedere, in “Quando piove” lui non torna più. Siccome “quando piove sotto gli alberi non piove/quando fuori smette è sotto gli alberi che piove”, lui tenta di convincere la tribù che fuori abbia ormai smesso, e che anzi ci sia il rischio che inizi a piovere sotto gli alberi. Nessuno gli crede, lui decide di uscire fuori per spogliarsi di quella protezione fittizia che l’opinione comune e la sua educazione gli hanno dato, e abbandona la tribù senza mai più fare ritorno (perché essendo nel futuro, il “mito della caverna” di Platone l’aveva già studiato, e quindi sapeva che non avrebbe dovuto fare l’errore di tornare nella foresta!)(ride, ndr.). Pur sapendo che tornando gli altri non l’avrebbero riconosciuto più e l’avrebbero visto come un’anomalia (qualcuno lo darà anche per morto), egli sceglie di perdere tutto, dagli amici all’amore, rischiando la propria vita per uscire e vedere finalmente il cielo. E una volta rischiata la propria vita, è cosciente che non si potrà mai stabilire una comunicazione con chi la propria vita non l’ha mai rischiata.”

Il disco si chiude con un verso che recita “non capisco mezza parola di ciò che dici”, ma da quello che so, forse proprio i bambini sono i veri destinatari del tuo messaggio: partecipi e tieni spesso laboratori all’interno delle scuole, in cui cerchi di sensibilizzarli alla scrittura. Quali metodi utilizzi? C’è qualcosa che ti accomuna a loro?
“Beh, così su due piedi non so dirti se c’è qualcosa che mi accomuna a loro, se non il fatto di essere stato anch’io bambino. Quanto ai metodi, in realtà, non faccio nulla in particolare. Porto la mia esperienza, la racconto, e se sento di dover sputare fuori qualche rima, la sputo. Lo faccio in primo luogo perché il rap è divulgazione, o meglio, ha sempre svolto la funzione di divulgare un messaggio, qualunque esso fosse; in secondo luogo, perché so che posso farlo e quindi devo, in un certo senso, mentre se non avessi potuto farlo, non avrei dovuto in nessun caso. Inoltre, ho notato che il rap oggi è seguito molto dai ragazzi, anche a scuola. Magari tra di loro ce n’è qualcuno che scrive o che vorrebbe utilizzarlo un domani per veicolare il proprio messaggio, far sentire la loro voce. È giusto che sappiano che esistono diversi modi di farlo (e non solo quello di strada o autocelebrativo), e che tra questi scelgano liberamente a cosa approcciarsi.”

Penso che l’ascoltatore si impossessi di una parte dell’artista ascoltando le sue canzoni. La domanda è: in che misura i tuoi ascoltatori ti appartengono?
“È una domanda difficile, e se dovessi risponderti a rigor di logica dovrei dire “zero”, ma probabilmente stabilire una misura è impossibile. Per questo tornerei a riconsiderare l’affermazione, almeno per quanto riguarda me. È vero che loro conoscono il mio volto o la mia voce, ma è anche vero che porto dei segreti che nessuno conosce, che appartengono a me e sono soltanto miei, e che non passano attraverso le canzoni. Ne risulta che la voce sulla traccia è quella di un’altra persona, e non del vero me; una persona che racconta storie, mondi ed epoche mai viste, ma mai di se stesso. “Depressissimo” è un’eccezione a riguardo, ma comunque è articolata per metafore. Forse un giorno racconterò il vero me stesso, forse mai. Tornando alla domanda, direi quindi che siamo pari, zero a zero.”

Prendo spunto da “Digging New York”(2016) per la prossima domanda. Come si definisce la linea di demarcazione tra “underground” e “commerciale”? L’idea generalizzata è che “underground” sia sinonimo di qualità, e “commerciale” sia sinonimo di mediocrità, anche se esistono esperienze come i The Roots che sono all’unanimità considerati tutt’altro che mediocri.
“Appunto, queste esperienze sono la dimostrazione che “underground” e “commerciale” non esistono. Ancora una volta ci troviamo davanti ad un’operazione di divisione della materia, e se l’operazione viene effettuata, significa che c’è qualcuno alle spalle che ha i propri interessi. Possono certamente esistere realtà “underground” che non hanno alcunché da dire. Rinchiudere la musica in concetti che non la riguardano geneticamente, che nascono all’esterno e non all’interno di essa, altro non è che un ennesimo modo ordinato di farsi la guerra. Scegliere da che parte stare, cosa vendere, cosa comprare, cosa va a destra e cosa a sinistra, rende tutto meno confusionario, e probabilmente proprio chi suggerisce la divisione è il primo a farci i soldi.”

Uno sguardo concettuale al passato prima dell’ultima domanda. “Acustico” (2010) è come il suono nasce; “Elettrico” (2011) è come il suono si evolve; “Silenzio” (2012) è dove il suono ritorna. Questo processo è irreversibile? Pensi che tornando indietro avresti potuto effettuarlo al contrario?
“Anzitutto, l’invito è sempre quello di non guardare questi percorsi solo come album concettuali. La trilogia racchiude un percorso che Dj Myke e Rancore hanno fatto insieme e l’apporto che loro come singoli hanno dato al lavoro svolto. Per quanto mi riguarda, sarebbe molto difficile teorizzare un processo inverso. Pensaci: è come se ti chiedessi di scrivere un diario dalla fine. Inoltre, sono seguiti da “S.U.N.S.H.I.N.E.” (2015), che se proprio vogliamo, è il suono che si fa luce. Anche come singolo, è quello che ha girato di più, e questo forse ha permesso di guardarlo come “un pezzo unico” rispetto agli altri. Credo che la volontà di fare il percorso al contrario sia rimessa sicuramente all’ascoltatore, fermo restando che secondo me ogni disco ha la sua specificità.”

Grazie per il tuo tempo, Rancore. Per chiudere l’intervista con freschezza, volevo che esaudissi una mia personale curiosità: ma qual è il tuo personaggio preferito di “Romanzo Criminale”?
“(ride, ndr.) Beh dai, “Er Bufalo” è il più matto di tutti! E poi è il primo a comparire e l’ultimo a scomparire!”

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Magna Grecia Festival: Jacob Collier, conto alla rovescia 0 165

Jacob Collier, ospite del “Magna Grecia Festival” sabato 20 luglio alle 21.00 nell’Arena Villa Peripato. Conto alla rovescia, dunque, per il genio musicale assoluto del ragazzo-prodigio inglese e per il suo primo concerto italiano (unico in Puglia). Collier sarà uno dei momenti di maggior richiamo della rassegna estiva a cura dell’Orchestra della Magna Grecia e del Comune di Taranto. Enfant-prodige, l’artista inglese torna nel nostro Paese con un nuovo lavoro discografico al quale si ispira il titolo della sua tournée (Djesse World Tour). Fra le collaborazioni, Metropole Orkest, Laura Mvula e Take 6.

L’atteso concerto all’interno del “Magna Grecia Festival” è a cura dall’ICO Magna Grecia e Comune di Taranto. Partner degli eventi in cartellone: Regione Puglia, MiBAC, Fondazione Puglia, “Progetto “MaTa: un Ponte per la cultura con Total, Shell e Mitsui”. Un ringraziamento a Ubi Banca, Baux cucine, Programma Sviluppo, Fondazione Puglia e al media partner myCicero. Quello in programma all’Arena Villa Peripato sarà un viaggio nella mente, nel talento e nei suoni del polistrumentista londinese pupillo di Quincy Jones, Herbie Hancock, Chick Corea e Pat Metheny che lo hanno definito «talento assoluto» e «grande innovatore del jazz». 

Nonostante la sua giovanissima età, Jacob Collier è già riconosciuto come uno degli artisti più poliedrici e pieni di inventiva del mondo. La sua proposta combina elementi che vanno dal jazz al folk, passando per trip-hop, gospel, soul, improvisation e musica brasiliana. Nato a Londra, è diventato famosissimo sul web grazie ai video pubblicati su Youtube, che mostrano il suo innato talento mentre si cimenta cantando e suonando tutti gli strumenti e curando tutti i visuals su di un mosaico di schermi. Dal 2011 a oggi, ha totalizzato più di cinque milioni di visualizzazioni e al momento conta ottantamila subscribers da ogni parte del pianeta. Collier torna in tour con un nuovissimo show concepito, come tutta la sua musica, nella sua stanza ma che trova nei suoi sensazionali live l’essenza del suo essere.

In occasione del concerto esclusivo di Jacob Collier in programma all’Arena Villa Peripato sabato 20 luglio, previsti bus-navetta gratuiti per Taranto, da Matera, Bari e Marina di Pisticci/Castellaneta. Ingresso 20 euro (più 3 euro in prevendita). 

Biglietti (e informazioni): Orchestra della Magna Grecia, via Giovinazzi 28 (392.9199935), via Tirrenia n.4 (escluso il sabato, 099.7304422), mediante le piattaforme on line vivaticket.it e ticketone.it

Questi gli altri appuntamenti del Magna Grecia Festival: venerdì 19 luglio ore 20.00, ex Convento S. Antonio, “Mozart forever” (ingresso con invito); sabato 20 luglio ore 21.00, Arena Villa Peripato, Jacob Collier (ingresso 20euro, più 3euro di prevendita; “under 18”, 15 euro, più 3euro di prevendita); mercoledì 24 luglio ore 21.00, Arena Villa Peripato, “Bohemian Rhapsody – La leggenda dei Queen” (ingresso gratuito); mercoledì 31 luglio ore 20.00, ex Convento S. Antonio, “Farlibe Duo feat. Daniele Sepe” (ingresso con invito); lunedì 5 agosto ore 21.00, Arena Villa Peripato, “Bob Marley – Il mito del reggae” (ingresso gratuito).

MAGNA GRECIA FESTIVAL 2019

A cura ICO Magna Grecia e del Comune di Taranto

Jacob Collier in concerto. Sabato 20 luglio alle 21.00, Arena Villa Peripato di Taranto. Ingresso 20euro (più 3euro di prevendita); “under 18”, 15euro (più 3euro di prevendita). Biglietti (e informazioni): Orchestra della Magna Grecia, via Giovinazzi 28 (392.9199935), via Tirrenia n.4 (escluso il sabato, 099.7304422), mediante le piattaforme on line vivaticket.it e ticketone.it

“La Terra dei Re”: le mille maschere di Solfrizzo per l’unico volto del rock 0 216

Le vie del rock sono infinite, un po’ come quelle del signore (anche se forse quelle sono finite, come nel film di Troisi) e Vito Solfrizzo le percorre – quantomeno nelle intenzioni – tutte ormai da anni. Non è facile: bisogna sapersi orientare e per farlo è necessario trovare i giusti riferimenti, quelli che ti consentono di ripercorrere i tuoi passi quando ti accorgi che ti stai allontanando troppo e stai per finire fuori strada. Capita di perdersi l’importante è rendersene conto prima che sia troppo tardi. Come disse Baglioni in occasione del Festival di Sanremo “errare è umano, perseverare è artistico” o più semplicemente presuntuoso, come aggiungerei io. Il rock ha un solo volto ma cento, mille, un milione di maschere diverse da indossare secondo l’occasione, e distinguerle l’una dall’altra è difficile, quasi impossibile. Nessuno può avere la presunzione di farlo. “La terra dei re” è l’ultimo album – interamente autoprodotto – di questo giovane cantautore pugliese; è un lavoro che parte da un viaggio interiore e sfocia nella disamina della società contemporanea. Tocca diversi temi, come il precariato, la situazione politica e quello che egli definisce “l’inganno dei talent show”. Le critiche non sono larvate ma precise e mirate. Questo disco arriva a due anni di distanza da “Nove”, album d’esordio uscito nel 2017 in coproduzione con Alessandro Spenga.

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La copertina de “La Terra dei Re”, il nuovo album di Vito Solfrizzo


Si comincia con “Il paradiso dei sogni”, un brano, rude, grezzo. Chitarroni, riff graffianti e beat frenetici, a tratti nevrotici, accompagnano questo pezzo che parla dei nostri sogni, quelli che cerchiamo di realizzare a qualunque costo e che spesso ci spingono a fare cazzate. Non ce ne rendiamo conto, ma quando ci incamminiamo verso i nostri sogni non teniamo conto della strada che abbiamo già percorso né di quella che ancora ci manca per raggiungerli, non ci rendiamo conto della stanchezza e della fatica. Camminiamo per inerzia, fottuti e sfiniti, fino alla fine.

L’attacco del secondo pezzo ricorda molto “Non ci guarderemo indietro mai” dei Negrita. “La terra dei re” è il brano che dà il titolo all’album e ne dichiara le intenzioni: i “re” sono tutti coloro che credono di essere superiori solo perché siedono sugli scranni più alti o ricoprono posizioni apicali o più semplicemente perché indossano una cravatta o vestiti più costosi. I professori, i politici, i datori di lavoro, in generale coloro che si pongono al di sopra di te in un sistema gerarchico- professionale ti fanno pesare la posizione di subordinazione in cui ti trovi rispetto a loro e non puoi far altro che cercare il compromesso per garantirti un quieto vivere. A tutta questa bella gente è bene ricordare – come fa Solfrizzo – quella massima di Montaigne che recita pressappoco così: «Anche sul trono più alto del mondo si sta seduti sul proprio culo». Degno di nota è il sound alternative che ci riporta agli anni ’90, ai primi brani dei Timoria.

Si continua con “Profumo di sabbia”, brano romantico dedicato alla sua ragazza. È un pezzo più lento, meno ritmato e dal mood riflessivo. Parla di un amore che sopravvive al cambiamento: tutto cambia, perfino i soggetti che questo amore lo vivono e lo consumano, ma il sentimento no. Quello rimane intatto, come un castello di sabbia che nessun’onda riuscirà mai ad abbattere.

I soliti riff asettici ci accompagnano in “Il dono dei furbi”. Questo è una sorta di j’accuse rivolto alla classe politica italiana, rea di tentare continuamente di affabulare e circuire quanta più gente possibile. Non tutti restano intrappolati in questa rete, molti sfuggono perché le maglie sono troppo larghe o semplicemente consunte.

America” segue un preciso crescendo, passa da un’atmosfera cupa all’esplosione del ritornello. Ha un’anima rock classica e parla dell’esperienza nella musica, della rivalità fra gli artisti e del clima di competizione in cui vivono. L’America è l’isola felice, il posto che sogni di raggiungere per realizzare i tuoi sogni. È la terra fertile, quella promessa, quella anelata. Questa è la sola maschera del rock riconoscibile e riconosciuta in tutto l’album.

E so che c’è un posto, è un sogno per me. Io voglio solo l’America, per vivere come va.

Vito Solfrizzo, “America”

La chitarra acustica dona quel tocco di malinconia che serve per raccontare di un amore mai sbocciato – come una nave rimasta ormeggiata nel porto che non prenderà mai l’abbrivio per andare al largo – per un motivo futile. “Senza età” parla di tutte quelle storie d’amore che non nascono per differenze anagrafiche. L’età è un ostacolo da superare e non tutti hanno la forza per farlo. Il pezzo è un po’ piatto all’inizio ma poi prende quota e decolla nel finale con l’assolo.

La chitarra – come si percepisce – è una sorta di coperta di Linus per Solfrizzo, che la usa tanto, forse troppo. In “Cuore di Razza” la sua preminenza rende il pezzo un po’ piatto, parole e musica non sono sullo stesso piano ma posti in modo gerarchico: prima la chitarra e poi tutto il resto. C’è una sproporzione che sfocia nel virtuosismo e nell’ostentazione ed è un vero peccato perché sia in questo sia in altri pezzi emergono una buona vocalità e una buona capacità di scrittura che vengono relegati, purtroppo, a margine. Il tema è quello trito e ritrito dell’inganno dei talent show che puntano solo agli ascolti a detrimento del talento e del valore di un’artista.

Si cambia registro in “Conquiblues“, un pezzo che parla di precariato, di sfruttamento e di tutti i problemi che attanagliano il nostro paese. Il blues rock stile anni ’70 smarca un po’ l’album dall’alveo del classic e lo avvicina più al pop. L’armonica si addice perfettamente allo stile del brano.

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La duttilità è una qualità importante, che ci consente di stare bene in qualsiasi situazione. “Mi Adatterò” è un’apologia di questa capacità, per qualcuno di poco conto o addirittura esecrabile. È un pezzo che ha due facce: una acustica e l’altra elettrica. Comincia in acustico, una chitarra in stile Cobain in qualche strana versione di Something in The Way suonata sotto un ponte, cui si unisce l’elettrica “sporca” del ritornello. “Se cambia l’orizzonte io mi adatterò” è il manifesto di questa capacità adattiva non comune.

U.R.A.” acronimo di Utopia Realmente Astratta (una specie di supercazzola a cui Nanni Moretti risponderebbe con uno schiaffo) è «un viaggio interiore intenso quanto inaspettato» come lo definisce Solfrizzo. È un viaggio dettato dal cambiamento e dalla voglia di realizzare gli obiettivi e i sogni di una vita. In esso spiccano una buona vocalità troppo spesso oscurata e un bel basso.

Si continua sulla stessa scia con “L’ombra del Sole“, un pezzo che parla della lotta interiore contro il “nostro” lato oscuro. Lottiamo affinché non prenda il sopravvento e non trovi mai la luce. Ritorna lo stile Timoria (anche la vocalità lo ricorda vagamente). Il ritmo veloce e cadenzato rende il pezzo tutto sommato lineare a parte qualche sfumatura glitch.

Di stampo decisamente cantautoriale è “La Canzone nel Vento“, brano che chiude il disco. È un pezzo dedicato al nonno scomparso nel 2007. È quello più vero e sentito di tutto l’album: non ci sono sovrastrutture né orpelli, solo sentimento. È un brano struggente ma piacevole e dall’imponente carico emozionale.

L’amatorialità di questo disco emerge ad ogni singolo ascolto. Non rappresenta una novità né un unicum nel panorama musicale italiano – che di dischi del genere è ormai saturo; ogni anno ne escono a dozzine: dozzine di dischi pseudo-rock-wannabe dal sound inconsistente. Nel caso di Solfrizzo le capacità, almeno, ci sono, ma non vengono sfruttate per colpa di un’imprecisa superficialità.

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