Intervista a Rita Zingariello: “Volare si può, bisogna ambire al cielo” 0 668

Rita Zingariello, classe ’81, è una cantautrice pugliese originaria di Altamura. Il 6 aprile scorso è uscito il suo ultimo disco, “Il Canto dell’Ape”, terza fatica della musicista la cui carriera è iniziata ufficialmente dieci anni fa, nel lontano 2009, con un’esibizione a Sanremo. Da allora le cose sono cambiate molto, Rita è cresciuta e con lei anche la sua musica e la sua visione di quest’ultima. Se infatti il titolo del disco precedente, “Possibili Percorsi”, indicava una carriera in via di sviluppo, con quest’ultimo disco la cantautrice ha definito la propria strada; ci siamo così fatti raccontare da lei qualche curiosità su questa nuova uscita.

Ciao Rita: per iniziare, direi di partire subito dal tuo secondo, ultimo disco: Il Canto dell’Ape. Sappiamo che ci sono diversi retroscena, tra cui una tacita dedica ad una tua amica e il soprannome di “ape regina” che ti danno le persone a te vicine. Raccontaci di più.
In realtà è la stessa amica che mi ha denominata ‘ape regina’ perché pare che io sia una persona che ama circondarsi di persone che le ripongono tutte le attenzioni, e quindi di lì le ho poi dedicato una canzone in un momento in cui sembrava incupita, nella sua stanza. Una canzone di incoraggiamento ad uscire, a respirare la primavera. Devo dire che mi ha preso alla lettera, adesso non la ferma più nessuno: è volata! (ride, n.d.r.)”

Questo disco è la vera evoluzione di Rita Zingariello: dopo il precedente lavoro intitolato “Possibili Percorsi”, possiamo dire che hai scelto il tuo: di che percorso si tratta?
Sì, l’album precedente, ‘Possibili Percorsi’, è stato un disco di ricerca, di curiosità, in cui cercavo di scoprire quale fosse la mia strada. Fondamentalmente è stato l’obbiettivo raggiunto in questo nuovo lavoro, che a me piace indicare come il ‘disco della scelta’, dove fondamentalmente ho scelto un percorso e, in queste dodici tracce – che poi sono tracce che viaggiano tra diversi temi e diverse sonorità – ho capito che non c’è un percorso che possa davvero compiere: sono una persona curiosa, e questa curiosità provo a portarla all’interno delle mie canzoni.

La copertina de “Il Canto dell’Ape”

Ti cito un discorso di Togliatti che dice, riprendendo anche Virgilio: “Il ritmo di lavoro nelle officine è diventato così intenso che esaurisce un uomo nel corso di non molti anni. Ma è accaduto come per le api dell’amaro verso col quale Virgilio accusava i profittatori dell’opera sua, ricordate: voi fate il miele, o api, ma sono altri che lo godono.”. Cambiandone completamente l’accezione datagli da Togliatti, credi che la “solarità” dell’ape regina – e non si parla solo di Rita Zingariello – possa essere minacciata dalle richieste delle persone che la circondano? Può una persona esaurire la propria linfa vitale, il proprio “miele”, solo per regalarne alle persone vicine che non sono in grado di produrne per sè?
Bisogna stare molto attenti, il limite è davvero molto sottile: è vero, l’ape produce il miele e non lo fa per sé; noi produciamo canzoni, ma non lo facciamo solo per noi stessi: è un’esigenza personale, ma quando decidi di fare un disco l’obbiettivo è che ne possano usufruire molte persone. È un po’ la stessa cosa del miele, e bisogna stare attenti che gli altri non risucchino la nostra energia, non ne abusino.

Il tuo disco si apre con una frase a mio parere importantissima: “Cadere è uno stato orizzontale”, poi ripresa nel continuo della canzone con “Volare è uno stato verticale”. Fisicamente è vero, cadere è uno stato orizzontale: se pensiamo a una persona che inciampa e cade, sappiamo che cade orizzontalmente e immaginiamo un corpo parallelo al terreno. Ma l’uomo non ha ancora imparato a volare: cosa intendi con questa verticalizzazione?
Fondamentalmente dobbiamo sforzarci di capire con quale modalità possiamo rialzarci: se vogliamo rimanere realisti è chiaro che non abbiamo imparato a volare, ma sappiamo come sorvolare le nuvole: volare si può. Certo, bisogna essere in grado di tenere un piede per terra e volare con l’altro. Cadere è uno stato che sicuramente tocca la vita di ognuno di noi, e dobbiamo sperare e sognare di volare per rialzarci. Restare a terra è molto più facile, certo, ma bisogna ambire al cielo anche senza le ali: quelle possiamo sognarle, e può aiutarci.

“Simili e contrari” riprende la storia del rapporto di un qualsiasi figlio con un qualsiasi genitore: il bisogno impellente di proteggere ed essere protetti; la voglia di vedere il proprio figlio avere successo senza mai staccarsene davvero; la necessità di riscatto che si pone nelle mani dei figli, i quali vorremmo che realizzassero i nostri sogni mai realizzati. In un Paese come il nostro, nel quale i figli hanno difficoltà ad andarsene di casa e vivere autonomamente per varie ragioni culturali ed economiche, qual è la visione di Rita Zingariello? Perché i coetanei degli altri Paesi raggiungono l’autonomia già giovanissimi, intorno ai venticinque anni?
Perché sicuramente c’è una cultura, quella italiana, in cui c’è un forte senso di legame famigliare che rende complicato il distacco, e sicuramente la cosa qui al Sud, da dove vengo io, è più marcata rispetto alle regioni del Nord. È un retaggio culturale nel quale il figlio può scegliere di staccarsi se lo vuole realmente – ma è chiaro che fa comodo restare ingabbiati in un nido protetto. Bisognerebbe invece provare ad uscire dalla gabbia e quantomeno provare a realizzare quelli che sono i propri sogni senza che vadano ad interferire con quelli che sono i sogni dei propri genitori, che qualche volta potrebbero non coincidere.

In “Risalire” ci parli della difficoltà a fidarsi di sé stessi, del proprio istinto e soprattutto del proprio cuore, che troviamo a dover imbavagliare e zittire, colpevole di averci fatto soffrire. Parli anche di dimenticarsi i brutti ricordi. Ma non è forse vero che le brutte esperienze sono forse le più formative, e disegnano le persone che siamo oggi?
Sicuramente sì, il brano non si chiamerebbe ‘Risalire’ altrimenti. È un po’ lo stesso concetto della caduta: il cuore inteso in senso lato, come questa forza irrazionale che ci guida verso delle scelte che potrebbero rivelarsi sbagliate, rischia di farci soffrire per mille motivazioni. Questo non toglie che la forza di risalire può portarci a ripartire, riaprendo nuovamente il cuore ad altre situazioni. È un po’ come il discorso de ‘Il Canto dell’Ape’, che fondamentalmente parla di desideri incompiuti che però non devono bloccarci: tutto ciò che ci ferma, ci blocca, deve diventare il motivo per trovare un desiderio diverso, migliore di quello che ci ha fatto fallire la prima volta. Nella mia vita è accaduto diverse volte, bisogna essere forti e ‘Risalire’ parla di questo.

Dopo due dischi e un EP, Rita Zingariello si conferma come artista nel panorama musicale italiano. Cosa consiglieresti, dopo la tua esperienza, ad un emergente? Quali sono, ricollegandoci alla domanda di prima, gli errori che hanno segnato il tuo percorso e che consiglieresti di non fare?
Ti dirò, quando ho iniziato a fare musica l’ho fatto in una maniera molto spontanea e naturale: avessi avuto un’altra vita e le stesse esigenza, avrei scelto di iniziare prima, magari appena diciottenne, provando ad allargare il mio pubblico su palchi più prestigiosi sin da subito. Ho avuto comunque la fortuna di farlo quando avevo già una certa maturità personale e artistica. Quello che posso consigliare a chi inizia è questo: di iniziare a farlo quanto prima e di non avere paura, perché se si fa quello che si è, se si fa musica vera e si scrive quello che la propria testa e il proprio cuore ti stanno comunicando, da qualche parte qualcuno avrà voglia e soprattutto modo di conoscere la tua musica, il tuo percorso. CI vuole tanta passione e tanta pazienza.

Rita, ti ringrazio tantissimo per il tuo tempo: per chiudere, quand’è che proponi una collaborazione a Brunori? Sappiamo che è l’autore italiano che stimi di più a livello lirico.
“(Ride, n.d.r.) Guarda, io sono una persona molto riservata e molto timida, non so se ci riuscirò mai… Magari un giorno lo farò!

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I Babil on Suite tornano con “Paz”: l’animo pop del collettivo tra funky, dance e jazz 0 50

Tornano i Babil On Suite, collettivo di DJ, musicisti e compositori catanesi.
Lo fanno con Paz, un caleidoscopio sonoro composto da 11 tracce che abbracciano diverse sonorità: dalla dance al funky, dal jazz alla samba, dall’electro swing alla musica etnica. Il tutto mantenendo la leggerezza e la semplicità dell’animo spiccatamente pop che pervade l’intero lavoro. La band, che vanta collaborazioni passate con nomi del calibro di Lucio Dalla, Max Gazzè e Samuele Bersani, questa volta si affida alle voci di Caterina Anastasi, Manola Micalizzi e Geo Johnson. Ma c’è spazio anche per una partecipazione di spessore come quella di Mario Venuti, coinvolto nel brano Boa Babil On.

Il viaggio musicale proposto da “Paz” (“pace” in portoghese e, allo stesso tempo, «omaggio al disegnatore Andrea “Paz” Pazienza»), parte dai sobborghi di Minneapolis con 2 Loose 2 Loose. Il brano, che vede Johnson come vocalist, è un accattivante funky che rimanda alle sonorità tipiche del producer londinese Mark Ronson.

Call Another Boy, il singolo scelto per anticipare l’uscita del disco, parte con un riff di piano che non può non ricordare l’iconico groove di Praise You(Fatboy Slim), salvo poi procedere verso un’altra direzione (un pop elettronico con venature swing). Sicuramente uno dei brani più efficaci di un disco che, nel complesso, ricerca puntualmente melodie orecchiabili e beat ballabili.

Segue l’esotica Boa Babil Onche, come detto, vede la partecipazione di Mario Venuti. Samba, bossa nova e dance si contaminano e si mescolano per dar vita ad un brano estivo ed effervescente.

Proseguono le suggestioni etniche con la gioiosa Little Lamb, che unisce canti tribali e viscerali di origine africana a un più moderno rap. Il tutto sorretto da solide architetture sonore di stampo electro funk.

Cambia nuovamente il registro con la successiva From the Distance, che fonde le solite sonorità soul/funk a un più nostalgico e rarefatto synthpop anni ’80. Non a caso la linea di basso, che sorregge e guida il pezzo per tutta la sua durata, è un chiaro richiamo alla hit di Donna Summer, “I Feel Love.

Contrappunti di archi pizzicati introducono la spensierata You Can Be Free, brano leggero e fanciullesco che restituisce efficacemente il senso di libertà richiamato nel titolo, anche grazie all’outro affidato alle giovani voci del coro interscolastico “Vincenzo Bellini” di Catania.

In questo sconfinato contenitore musicale proposto dai Babil On Suite non poteva mancare un richiamo alla “loro” Italia. Ed ecco che a essere campionata, in In My Cinema, è la sigla di Lunedì Film di Lucio Dalla, ritagliata e inserita in un coinvolgente mash-up dalle sonorità electro dance.

È poi il turno della title track Paz, che funge da perfetta sintesi dell’intero lavoro. Il brano, forte della solita efficace melodia pop (qui fischiettata), riesce a mescolare con il giusto equilibrio la modernità di synth e drum machine e la tradizione di strumenti etnici (in questo caso una kora africana). Il portoghese del ritornello si alterna all’inglese delle strofe, componendo un mosaico sonoro dai mille tasselli.

Cassa dritta, suadenti riff di tromba e ritmi “carioca” per la liberatoria Agora: un inno potente e vitale che invita gli ascoltatori a unirsi nella danza, dimenticando ogni distinzione razziale.

È poi il turno dell’irresistibile Sing it Back, successo internazionale anni ’90 firmato Moloko e qui rivisitato dai BOS in una chiave electro swing più che affine alle sonorità dell’olandese Caro Emerald.

Conclusione affidata a The Safari Now, che ci riporta sotto il sole della calda Africa. I sample dei canti tribali s’intrecciano con l’inglese del testo, in un festoso brano dance pop che chiude un lavoro sicuramente convincente per varietà e piglio internazionale.

Intervista a Daniele del Muro del Canto: “Contenti del nuovo disco; Giancane? Sta facendo bene; Roma? Eh…” 0 73

Abbiamo chiacchierato con Daniele Coccia, il frontman de Il Muro del Canto​, band romana attualmente impegnata nel tour promozionale del loro ultimo lavoro in studio: “L‘Amore Mio Non More“. Abbiamo parlato di molte cose: dell’album, del tour, dell’abbandono di Giancarlo Barbati (in arte Giancane​) e del messaggio universale che la band vuole mandare attraverso il “proprio” modo di comunicare. “L’Amore Mio Non More” è il quarto lavoro in studio della band romana, parla di un amore nostalgico e allo stesso tempo amaro, che non si limita al sentimento ma pervade ogni altro aspetto; in particolare quello sociale, culturale, oltre all’amore verso la vita. “Una resistenza che noi teniamo viva verso l’amore in generale”.

Ciao Daniele! Come stai? Come sta andando il tour? È iniziato il 16 novembre ad Asti e sono passati due anni da ‘Fiore de Niente’. Noti qualcosa di diverso dal precedente lavoro?
“Si si, mo che è uscito il disco nuovo, ‘L’Amore Mio Non More’, noto che è cresciuta ulteriormente l’attenzione nei nostri confronti. Sono molto contento perché se ne parla tanto, ci hanno aspettato di più anche al nord e questo vuol dire che qualcosa progredisce in senso positivo; quindi si, siamo davvero contenti attualmente di come stanno andando le cose.”

Ieri stavo osservando la copertina dell’album in cui vengono raffigurati un orologio, un serpente e un pettirosso. Il tema del tempo viene individuato subito; con gli altri elementi raffigurati cosa volete comunicare?
“Guarda, gli altri elementi simboleggiano un po’, diciamo, il bene e il male nel cammino della vita; e la vita è intesa appunto come ‘tempo’. Invece il titolo sta a indicare che in questo cammino noi preferiamo porre l’accento sull’amore, un amore che va oltre, che non si limita all’aspetto sentimentale ma va anche verso gli aspetti sociali. Diciamo che è una sorta di resistenza che noi teniamo viva verso l’amore in generale. Non so se mi sono espresso bene.”

Un amore immortale ma doloroso. Possiamo intenderlo come ‘due innamorati che non vogliono perdersi ma che non hanno più nulla da darsi’?
“Non solo, non sono due persone in realtà; noi intendiamo l’amore verso la vita, verso la cultura, verso varie cose. Questo teniamo a precisare, è l’amore rispetto agli aspetti positivi della vita.”

I due singoli ‘Reggime er gioco’ e ‘La vita è una’ mostrano la vostra scelta di tenere ben saldo un piede nelle vostre radici. Di solito cantare in dialetto, parlare di una realtà specifica, restringe il campo d’azione; nel vostro caso invece è accaduto l’opposto, avete infatti da tempo un ottimo seguito anche oltre le mura di Roma.
“Si si, guarda, il romano non è un dialetto molto stretto, è molto comprensibile. Ho capito che comunque è anche un modo di ‘essere’ molto amato dappertutto. E poi diciamo che è solo un “colore” della romanità perché è talmente comprensibile che molti ci chiedono se noi parliamo con un accento romano o se parliamo proprio in dialetto. In realtà il dialetto romano è comprensibilissimo, non è un dialetto stretto, è questo che forse ci aiuta un po’.”

Quindi questa scelta non è mai stato un limite per voi?
“No, anzi. È stata una cosa che secondo noi ha fatto affezionare il pubblico. Poi ecco, se a qualcuno crea fastidio non lo so, però non è stato mai un limite ma forse il nostro asso nella manica; è quello che ci differenzia dalle altre proposte.”

Nei video dei due singoli compaiono due grandi attori: Vinicio Marchio e Marco Giallini, due attori che, come spesso accade, sono legati all’immagine dei loro personaggi interpretati in Romanzo Criminale. Credi che il pubblico potrebbe non percepire a pieno il messaggio dei video a causa di questa influenza?
“Si, vabbé, è vero, però entrambi hanno fatto tantissimo anche dopo Romanzo Criminale. Io penso che tutti e due siano ormai usciti da quel periodo lì nel tempo. Giallini negli ultimi anni ha avuto una consacrazione impressionante e Vinicio sta facendo tantissimo teatro. Magari la gente non lo sa perché segue solamente quel tipo di telefilm. Si, comunque si, molti erano legati a quei film, ma io me sento de dì che sono passati molti anni e sono stati bravissimi ad interpretare i personaggi dei due singoli.”

Come è nata la collaborazione? Cosa vi ha fatto dire “sono proprio loro due quelli che cerchiamo”?
“È nato tutto per caso, ci siamo incontrati ed entrambi ci sembravano proprio perfetti per incarnare una certa Roma che, comunque, è soprattutto popolare; insomma, una certa visione di Roma e della cultura che viene dal basso. Quindi per noi è stato proprio automatico chiedere se gli annava di partecipare e loro sono stati entusiasti fin da subito. È stato molto gratificante perché siamo loro fan oltre che amici, quindi sì: siamo stati molto contenti.”

Attraverso questi video avete fatto notare un’influenza cinematografica. Già in passato avete varcato le porte dell’audiovisivo, dalla colonna sonora della serie tv di ‘Suburra’ a ‘Go Home a casa loro‘. È avvenuto tutto in maniera naturale? Le vostre influenze cinematografiche hanno influito?
“Guarda, noi amiamo molto il cinema, chi ci ascolta ci dice che creiamo molte immagini quindi, ecco, è venuto un po’ da sé. Noi appunto cerchiamo di creare ottimi videoclip, di colonne sonore ci piacerebbe farne anche di più e la collaborazione con loro è stata eccezionale. Poi noi siamo proprio amanti del cinema e per quanto ci riguarda…che ben vengano queste collaborazioni. Nasce tutto dalla nostra passione per Pasolini, per il cinema romano e anche quello moderno; noi e il cinema andiamo d’accordo ma bisogna vedere se in futuro il cinema andrà d’accordo con noi!”

Ascoltando ‘Roma Maledetta’ non ho potuto far altro che pensare ad una perfetta associazione con un’eventuale pellicola cinematografica.
“Si, anche noi, abbiamo infatti in mente di fare un video su questa canzone. Ma vediamo un po’ con che tempi…”

Nel corso degli anni si è evoluto molto il vostro sound e adesso collocarlo in un genere specifico potrebbe essere molto difficile e riduttivo. Non credi?
“Io lo spero guarda, lo spero [Ride, n.d.r.]. A noi per esempio la classificazione ‘folk’ ci sta un po’ stretta – in realtà ci definiscono così forse perché magari cantiamo in dialetto. Ma noi siamo più affezionati al rock americano, che in realtà non c’entra niente col folk italiano. Siamo più, appunto, verso il folk americano, quello italiano non è rappresentato nella nostra musica e non ci rappresenta. Però ecco, le definizioni le lasciamo agli ‘addetti ai lavori’, noi cerchiamo di non fossilizzarci su un suono. Quello che siamo è l’unione de sei musicisti, che dà poi un genere che diventa il “nostro”. Non siamo derivativi, non ci piace copiare, è una cosa che lasciamo evolvere lasciando il giudizio ai giornalisti e a chi ci ascolta. Ci fa piacere però sentire le varie opinioni…”

Spesso vi hanno inquadrato in quel genere definibile come ‘musica popolare moderna’; vi hanno anche definiti ‘i Lando Fiorini moderni’. Vi riscontrate un po’ in questo?
“Guarda, in realtà c’è anche quello. Tra l’altro nell’ultimo disco abbiamo messo una canzone che ha scritto lui [si riferisce a Ponte Mollo, n.d.r.]. Non ci dà fastidio nulla, pensiamo che una definizione sola potrebbe essere riduttiva, ma parlando un po’ di tutto potremmo andare sul riduttivo. Nel nostro caso siamo pure curiosi di vedere come ci definiscono, perché anche noi non sapremmo come…”

Con la morte di Lando potremmo dire che è scomparso l’ultimo grande cantante popolare romano, cosa che ha creato un grande vuoto nella cosiddetta ‘scena romana’.
“Anagraficamente era l’ultimo vivo, quindi penso che sia stato l’ultimo della vecchia scuola ancora in vita e purtroppo se né andato. Noi non siamo mai stati grandi fan di Lando Fiorini, però la canzone Ponte Mollo era bellissima, noi l’abbiamo sempre amata e da diversi anni la facevamo dal vivo con un arrangiamento che ci sembra perfetto per il brano. Però è un artista davanti al quale ci togliamo proprio il cappello.”

Lando Fiorini, cantautore romano scomparso nel 2017

Da romani quindi vi sentite in dovere di colmare questo vuoto che si sta creando nella scena?
“In realtà a Roma, se dovessimo paragonarla a Napoli per esempio, potremmo dire che è sempre stata molto povera di musica cantata in romano. Ma da sempre eh. Nel senso che a parte Gabriella Ferri e altri pochi casi forti degli anni sessanta e settanta, potremmo dire che già in passato, negli anni ottanta e novanta, si era creato un vuoto. Colmato solamente nel 2000 dagli Ardecore, band che ha ripreso a cantare le canzoni romane. E adesso si sta cantando in romano molto più di prima, lo vedo proprio intorno – e non solo perché ci siamo noi – e sono contento di questa cosa, perché si porta avanti una tradizione e una forma di canzone che, come se capisce, noi amiamo molto. Quindi il fatto che ci sia una rinascita, una nuova scuola, ci rende molto felici. È una cosa che noto molto e so che ai romani piace questo tipo di passione verso la propria città, quindi ci rendiamo conto che era un vuoto stupido, ed è stata un’ottima idea andarlo a colmare.”

Anche nella vostra band si è creato un vuoto. Giancane ha abbandonato…
“Si, eh… Giancane se n’è andato e ci dispiace molto. Ha un suo progetto, sta facendo bene e noi siamo contenti che stia andando così. Ci dispiace perché siamo amici da tanti anni ma siamo contenti che la cosa sia finita in armonia… e niente, magari continueremo a collaborare insieme, a vederci, come sta succedendo in questi giorni. Insomma, le strade si sono divise a livello artistico e non a livello umano.”

Come ultima domanda: Roma ancora non ha visto la vostra presenza durante il tour. Da poco avete deciso la data e sarà il 14 febbraio, il giorno di San Valentino…
“Si, suoneremo a Garbatella, un quartiere molto popolare, uno dei centri nevralgici della romanità. Ci suoneremo il 14 e speriamo che sia una grande festa e che tutti rimarranno contenti. Noi siamo molto felici perché ci manca proprio il pubblico romano. Le date sono andate molto bene anche a Milano, a Modena e a Torino, ma a Roma ci aspetta sicuramente molta più gente e sarà ‘na festa che sicuramente non dimenticheremo. Spero che vada tutto alla grande e…incrociamo le dita.”

A questo punto sarà obbligatoriamente questa l’ultima domanda: rispetto alle precedenti date ci sarà qualcosa di diverso a Roma?
“…guarda, in realtà ci sarà, ma non so se te lo posso dire; cioè, lo dico solo a te, però non lo scrivere! [Ride, n.d.r.]

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