Intervista a Rita Zingariello: “Volare si può, bisogna ambire al cielo” 0 454

Rita Zingariello, classe ’81, è una cantautrice pugliese originaria di Altamura. Il 6 aprile scorso è uscito il suo ultimo disco, “Il Canto dell’Ape”, terza fatica della musicista la cui carriera è iniziata ufficialmente dieci anni fa, nel lontano 2009, con un’esibizione a Sanremo. Da allora le cose sono cambiate molto, Rita è cresciuta e con lei anche la sua musica e la sua visione di quest’ultima. Se infatti il titolo del disco precedente, “Possibili Percorsi”, indicava una carriera in via di sviluppo, con quest’ultimo disco la cantautrice ha definito la propria strada; ci siamo così fatti raccontare da lei qualche curiosità su questa nuova uscita.

Ciao Rita: per iniziare, direi di partire subito dal tuo secondo, ultimo disco: Il Canto dell’Ape. Sappiamo che ci sono diversi retroscena, tra cui una tacita dedica ad una tua amica e il soprannome di “ape regina” che ti danno le persone a te vicine. Raccontaci di più.
In realtà è la stessa amica che mi ha denominata ‘ape regina’ perché pare che io sia una persona che ama circondarsi di persone che le ripongono tutte le attenzioni, e quindi di lì le ho poi dedicato una canzone in un momento in cui sembrava incupita, nella sua stanza. Una canzone di incoraggiamento ad uscire, a respirare la primavera. Devo dire che mi ha preso alla lettera, adesso non la ferma più nessuno: è volata! (ride, n.d.r.)”

Questo disco è la vera evoluzione di Rita Zingariello: dopo il precedente lavoro intitolato “Possibili Percorsi”, possiamo dire che hai scelto il tuo: di che percorso si tratta?
Sì, l’album precedente, ‘Possibili Percorsi’, è stato un disco di ricerca, di curiosità, in cui cercavo di scoprire quale fosse la mia strada. Fondamentalmente è stato l’obbiettivo raggiunto in questo nuovo lavoro, che a me piace indicare come il ‘disco della scelta’, dove fondamentalmente ho scelto un percorso e, in queste dodici tracce – che poi sono tracce che viaggiano tra diversi temi e diverse sonorità – ho capito che non c’è un percorso che possa davvero compiere: sono una persona curiosa, e questa curiosità provo a portarla all’interno delle mie canzoni.

La copertina de “Il Canto dell’Ape”

Ti cito un discorso di Togliatti che dice, riprendendo anche Virgilio: “Il ritmo di lavoro nelle officine è diventato così intenso che esaurisce un uomo nel corso di non molti anni. Ma è accaduto come per le api dell’amaro verso col quale Virgilio accusava i profittatori dell’opera sua, ricordate: voi fate il miele, o api, ma sono altri che lo godono.”. Cambiandone completamente l’accezione datagli da Togliatti, credi che la “solarità” dell’ape regina – e non si parla solo di Rita Zingariello – possa essere minacciata dalle richieste delle persone che la circondano? Può una persona esaurire la propria linfa vitale, il proprio “miele”, solo per regalarne alle persone vicine che non sono in grado di produrne per sè?
Bisogna stare molto attenti, il limite è davvero molto sottile: è vero, l’ape produce il miele e non lo fa per sé; noi produciamo canzoni, ma non lo facciamo solo per noi stessi: è un’esigenza personale, ma quando decidi di fare un disco l’obbiettivo è che ne possano usufruire molte persone. È un po’ la stessa cosa del miele, e bisogna stare attenti che gli altri non risucchino la nostra energia, non ne abusino.

Il tuo disco si apre con una frase a mio parere importantissima: “Cadere è uno stato orizzontale”, poi ripresa nel continuo della canzone con “Volare è uno stato verticale”. Fisicamente è vero, cadere è uno stato orizzontale: se pensiamo a una persona che inciampa e cade, sappiamo che cade orizzontalmente e immaginiamo un corpo parallelo al terreno. Ma l’uomo non ha ancora imparato a volare: cosa intendi con questa verticalizzazione?
Fondamentalmente dobbiamo sforzarci di capire con quale modalità possiamo rialzarci: se vogliamo rimanere realisti è chiaro che non abbiamo imparato a volare, ma sappiamo come sorvolare le nuvole: volare si può. Certo, bisogna essere in grado di tenere un piede per terra e volare con l’altro. Cadere è uno stato che sicuramente tocca la vita di ognuno di noi, e dobbiamo sperare e sognare di volare per rialzarci. Restare a terra è molto più facile, certo, ma bisogna ambire al cielo anche senza le ali: quelle possiamo sognarle, e può aiutarci.

“Simili e contrari” riprende la storia del rapporto di un qualsiasi figlio con un qualsiasi genitore: il bisogno impellente di proteggere ed essere protetti; la voglia di vedere il proprio figlio avere successo senza mai staccarsene davvero; la necessità di riscatto che si pone nelle mani dei figli, i quali vorremmo che realizzassero i nostri sogni mai realizzati. In un Paese come il nostro, nel quale i figli hanno difficoltà ad andarsene di casa e vivere autonomamente per varie ragioni culturali ed economiche, qual è la visione di Rita Zingariello? Perché i coetanei degli altri Paesi raggiungono l’autonomia già giovanissimi, intorno ai venticinque anni?
Perché sicuramente c’è una cultura, quella italiana, in cui c’è un forte senso di legame famigliare che rende complicato il distacco, e sicuramente la cosa qui al Sud, da dove vengo io, è più marcata rispetto alle regioni del Nord. È un retaggio culturale nel quale il figlio può scegliere di staccarsi se lo vuole realmente – ma è chiaro che fa comodo restare ingabbiati in un nido protetto. Bisognerebbe invece provare ad uscire dalla gabbia e quantomeno provare a realizzare quelli che sono i propri sogni senza che vadano ad interferire con quelli che sono i sogni dei propri genitori, che qualche volta potrebbero non coincidere.

In “Risalire” ci parli della difficoltà a fidarsi di sé stessi, del proprio istinto e soprattutto del proprio cuore, che troviamo a dover imbavagliare e zittire, colpevole di averci fatto soffrire. Parli anche di dimenticarsi i brutti ricordi. Ma non è forse vero che le brutte esperienze sono forse le più formative, e disegnano le persone che siamo oggi?
Sicuramente sì, il brano non si chiamerebbe ‘Risalire’ altrimenti. È un po’ lo stesso concetto della caduta: il cuore inteso in senso lato, come questa forza irrazionale che ci guida verso delle scelte che potrebbero rivelarsi sbagliate, rischia di farci soffrire per mille motivazioni. Questo non toglie che la forza di risalire può portarci a ripartire, riaprendo nuovamente il cuore ad altre situazioni. È un po’ come il discorso de ‘Il Canto dell’Ape’, che fondamentalmente parla di desideri incompiuti che però non devono bloccarci: tutto ciò che ci ferma, ci blocca, deve diventare il motivo per trovare un desiderio diverso, migliore di quello che ci ha fatto fallire la prima volta. Nella mia vita è accaduto diverse volte, bisogna essere forti e ‘Risalire’ parla di questo.

Dopo due dischi e un EP, Rita Zingariello si conferma come artista nel panorama musicale italiano. Cosa consiglieresti, dopo la tua esperienza, ad un emergente? Quali sono, ricollegandoci alla domanda di prima, gli errori che hanno segnato il tuo percorso e che consiglieresti di non fare?
Ti dirò, quando ho iniziato a fare musica l’ho fatto in una maniera molto spontanea e naturale: avessi avuto un’altra vita e le stesse esigenza, avrei scelto di iniziare prima, magari appena diciottenne, provando ad allargare il mio pubblico su palchi più prestigiosi sin da subito. Ho avuto comunque la fortuna di farlo quando avevo già una certa maturità personale e artistica. Quello che posso consigliare a chi inizia è questo: di iniziare a farlo quanto prima e di non avere paura, perché se si fa quello che si è, se si fa musica vera e si scrive quello che la propria testa e il proprio cuore ti stanno comunicando, da qualche parte qualcuno avrà voglia e soprattutto modo di conoscere la tua musica, il tuo percorso. CI vuole tanta passione e tanta pazienza.

Rita, ti ringrazio tantissimo per il tuo tempo: per chiudere, quand’è che proponi una collaborazione a Brunori? Sappiamo che è l’autore italiano che stimi di più a livello lirico.
“(Ride, n.d.r.) Guarda, io sono una persona molto riservata e molto timida, non so se ci riuscirò mai… Magari un giorno lo farò!

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Taranto Vecchia si tinge di rock: nasce il festival “Taranto Isola Rock” 0 642

Esibizioni dal vivo di band e musicisti del territorio jonico. L’associazione culturale Altramusicalive, ideatrice del Taranto Rock Festival, per tutto il prossimo mese di agosto curerà i concerti rock che si terranno nell’ambito della grande kermesse Isola Festival, organizzata dall’associazione Terra con il patrocinio di istituzioni locali e realtà socio economiche del territorio.

Nasce dunque Taranto Isola Rock, progetto originato dalla sinergia tra i fautori del TRF e gli ideatori dell’evento che animerà la Città vecchia i prossimi 1, 8, 22 e 29 agosto. Ogni mercoledì un concerto live presso Arco San Giovanni, nel cuore del borgo antico del capoluogo jonico. A partire dalle ore 21:00, si alterneranno due band provenienti dalla provincia tarantina e non solo. Gli appuntamenti, ad ingresso gratuito, sono targati Taranto Rock Festival e rappresenteranno per gli artisti emergenti un’occasione concreta per presentare i propri progetti inediti.

LE BAND DI SCENA. La prima serata di mercoledì 1 agosto vedrà di scena i Doris e a seguire i Blind Buzz (intervista qui), entrambi gruppi tarantini. Mercoledì 8 agosto si alterneranno i Warm sweaters for Susan (da Taranto) e gli Shy of a Spark (da Pescara) per una serata organizzata con il supporto dell’etichetta musicale tarantina Joe Black Production. Lo staff di Altramusicalive sta vagliando in questi giorni le molteplici candidature arrivate da molti gruppi musicali, che hanno manifestato l’interesse a partecipare alla manifestazione. Attraverso i canali web e social dell’associazione verranno comunicati i nomi delle band che saranno sul palco i due successivi mercoledì dell’Isola Rock.

Blind Buzz
Doris

INIZIA IL TOUR VERSO IL 2019. Questi concerti sono il primo passo verso una serie di appuntamenti che si terranno con la firma Taranto Rock Festival. Un tour che condurrà alla grande manifestazione musicale di agosto 2019 che si preannuncia ricca di novità. Il TRF utilizzerà dunque la stagione 2018/19 per diffondere ulteriormente il messaggio dell’importanza della musica live e promuovere la mission: dare spazio ai talenti emergenti di esibirsi davanti al grande pubblico.

LA VERA SINERGIA. Francesco Falcone, presidente di Altramusicalive, commenta: “Questa è una collaborazione che nasce dalla volontà di valorizzare il territorio e di creare sinergie positive tra le varie realtà che operano per uno sviluppo fattivo sul piano culturale e sociale. Ringraziamo l’associazione Terra per aver voluto fortemente la nostra presenza all’interno di uno degli eventi più magici di Taranto, che torna con una edizione molto interessante”.

Francesco Falcone, presidente di Altramusicalive

CONTATTI. Tutte gli aggiornamenti su Taranto Isola Rock sono consultabili al sito web www.tarantorockfestival.it o su www.facebook.com/tarantorockfestival dove verranno pubblicate anche tutte le novità sugli appuntamenti musicali in cantiere.

Intervista a Francesco Camin: “Con la mia musica pianto alberi in Africa e Sud America” 0 434

Il palindromo (dal greco antico πάλιν “di nuovo” e δρóμος “percorso”, col significato “che può essere percorso in entrambi i sensi”) è una sequenza di caratteri che, letta al contrario, rimane invariata.

Abbiamo voluto iniziare da questa citazione di Wikipedia, perché è qui che si racchiude l’intero significato del nuovo disco di Francesco Camin, cantautore veneto al suo primo LP. “Palindromi” è un disco che si discosta dalle recenti uscite di mercato, tutte più o meno molto legate al fenomeno crescente dell’indie italiano, affondando le sue radici nel vecchio cantautorato italiano con grande sorpresa di chi vi scrive. Perché trovare un disco del genere, di questo spessore, al giorno d’oggi risulta difficile come trovare il classico ago nel pagliaio. “Palindromi” rispolvera la vera musica italiana, quel “made in italy” che ormai pochi artisti riescono a portare avanti con fierezza nel mondo del mainstream (Silvestri, Gazzè), e lo fa nel modo migliore che ci possa essere, spronando l’ascoltatore ad esplorare quel lato magico della musica nostrana che va pian piano sparendo.
Non solo una questione musicale, per Francesco Camin, ma un vero e proprio messaggio che sfrutta la musica come un mezzo per qualcosa di molto più grande e nobile: ne abbiamo parlato con lui stesso, in un’intervista a 360°.

Ciao Francesco! Per iniziare quest’intervista direi di proporci una breve bio incentrata sulla tua musica. Raccontati!
Ciao a tutti, io sono Francesco Camin e ho ventinove anni – ancora per poco, a metà luglio sono in dirittura d’arrivo per i trenta (Ride, n.d.r.). Ho cominciato a suonare la chitarra a otto anni, continuando poi ad allenarmi tutti i giorni. Mi sono avvicinato alla scrittura delle canzoni dopo aver frequentato la scuola di musica di Mogol, in Umbria. Grazie a quell’esperienza ho imparato ad incanalare le energie nella scrittura, rendendo più efficace il modo di esprimere concetti attraverso le melodie. In realtà ho anche fatto un percorso di studi parallelo che non ha niente a che vedere con la musica: un percorso legato all’ambiente, con un diploma in un istituto agrario e una laurea in scienze ambientali, anche se poi non ho mai voluto intraprendere un percorso lavorativo in questo senso – per la gioia di mio padre (Tono ironico, n.d.r.). Vivendo in Trentino posso tranquillamente dire che questo amore per gli alberi e le piante mi ha sempre accompagnato sin da piccolo!

Sappiamo però che hai trovato un modo per intrecciare le tue più grandi passioni, quella per la musica e quella per la natura: parlacene
Sì, ho sostanzialmente messo al servizio della natura la mia musica: in pratica, con la mia musica pianto nuovi alberi in Africa e Sud America, nelle zone desertificate, per dare un contributo alla riforestazione della nostra Terra. Questo lavoro ha una duplice importanza per me: concretamente quella di piantare degli alberi, e filosoficamente quella di mandare avanti il mio messaggio di interconnessione con la natura e, soprattutto, con gli alberi, che vedo come delle entità spirituali, se vogliamo. Imparo dalla natura diversi insegnamenti, che cerco poi di rigirare alle persone attraverso un videoblog che ho creato.”

Beh, comunque hai dato un perché al tuo percorso di studi, quindi in fondo papà sarà felice!
“(Ride, n.d.r.) massì! È che io non ho mai voluto fare un percorso lavorativo in quella direzione, non so perchè. Ma se qualcuno mi chiedesse se fossi disposto a rifare da capo questo percorso accademico direi di sì, perché è parte di quello che sono oggi. Non voglio farlo di mestiere, ma sono comunque soddisfatto del mio percorso formativo.”

Una delle cose che siamo riusciti a carpire da internet è che fai il postino: è ancora così?
Sì, sì, faccio il postino qui sulle montagne, qua intorno nei paesi limitrofi. Per fortuna non in città. Lo trovo un lavoro molto divertente, stimolante, mi permette di stare all’aria aperta, a contatto con la natura.”

Concentriamoci ora sulla tua musica ed in particolare sul tuo nuovo disco: Palindromi è il tuo primo LP. Sappiamo cosa sono i palindromi, ma mi piacerebbe sapere se quelli a cui ti riferisci sono palindromi di lettere (i topi non avevano nipoti) o palindromi di parole (porta la sbarra e sbarra la porta).
Cominciamo dall’inizio: questo è il vero disco, vero nel senso che è nato da un vero processo di produzione tutto incentrato nella stesura di un album – mentre il precedente EP era solo una raccolta di canzoni confezionate negli ultimi anni che ho voluto racchiudere in un disco, per chiudere un cerchio. Questo disco, invece, è più strutturato: abbiamo iniziato a lavorarci qualche anno fa, e si è trattato di un processo lungo e non certo privo di ostacoli, che ha portato alla creazione di queste otto tracce. Si chiama Palindromi, che riconosco essere un titolo un po’ inusuale: mi è stato suggerito da Anna, una persona a me vicina con cui ho condiviso molto della mia vita, e si lega alla canzone che poi dà il titolo al disco: una canzone d’amore. Non sono bravo a spiegare le canzoni, ma il concetto di palindromi si sviluppa attorno a quello dell’amore fra due persone: quando queste sono molto unite è come se diventassero una cosa sola, nuova, che diventa un vero e proprio palindromo leggibile da un verso o dall’altro ma con lo stesso risultato. È un concetto che mi ha colpito favorevolmente, al punto da decidere di chiamare l’intero disco così!

“Palindromi”, senza scadere nel banale e nei cliché delle interviste, può essere considerato una vera e propria evoluzione rispetto al precedente EP, “Aria Fresca”, con delle sonorità che sono rimaste una costante anche a distanza di anni. Nessun cambio di direzione quindi, per un disco che risulta essere il vero inizio del tuo percorso.
Beh, che non sia uno stravolgimento è bello sentirlo dire, perché vuol dire che una sorta di cifra stilistica, di identità artistica, c’era prima e c’è anche adesso, ed è giusto che vada ad evolversi e non a stravolgersi. Anch’io sono molto soddisfatto di questo disco, perché sento dentro di me un’evoluzione, come è giusto che sia: contando che alcune delle canzoni dell’EP hanno cinque anni sarebbe stato problematico se fossero risultate simili alle nuove. È stata un’evoluzione in tutto e per tutto, sia nel concetto stesso di musica che nella composizione e nella produzione, nonostante abbia lavorato con lo stesso produttore dell’EP. In questo lavoro abbiamo deciso di sperimentare e osare un po’ di più. Non sono delle canzoni facilmente ascoltabili a primo acchito, sicuramente non molto radio-friendly, ma va bene così: abbiamo voluto giocare e sperimentare, e a me questo risultato piace molto. Speriamo anche che piaccia a qualcun altro!

Ascoltando il tuo disco ci hanno colpito favorevolmente due canzoni in particolare: la prima è “Le Cose Semplici”, classica hit estiva. La seconda, più profonda, è la final track “Un Gioco”, che rimanda molto alle sonorità espresse da Niccolò Fabi nel suo ultimo disco, in particolare in “Filosofia Agricola”. Da qui, vorrei chiederti a quali artisti ti sei ispirato per la produzione di questo tuo disco, e più in generale, per la tua musica.
Niccolò Fabi fa sicuramente parte della mia top ten di ascolti, anche se ultimamente mi ci sono un po’ allontanato, ma resta un artista che ho ascoltato e studiato per molto tempo, e che ha sicuramente influenzato in maniera profonda il mio modo di scrivere. Sto cercando di levarmelo tra i piedi (Ride, n.d.r.), di trovare una mia via di espressione. È giusto, secondo me, prendere ispirazione da vari artisti, ma solo nell’ottica di intraprendere un proprio percorso, una propria strada. Altrimenti si rischia di diventare lo scimmiottatore di turno. Comunque, oltre Fabi, c’è sicuramente il restante panorama musicale romano ad avermi influenzato parecchio: Silvestri, De Gregori, i Tiromancino e quella scuola lì. Un altro artista fondamentale per me è Bon Iver, che a mio parere ha cambiato un po’ le sorti delle sonorità mondiali con il suo approccio pionieristico – non a caso ha vinto dei Grammy Awards coi suoi dischi.

Se avessi la possibilità di collaborare con qualcuno in futuro, chi sarebbe? Un nome italiano e uno straniero
Straniero sicuramente Bon Iver. In Italia mi piacerebbe lavorare con Giorgia, e neanche in un duetto quanto più con un lavoro d’autore, scrivendogli dei testi. Mi piace moltissimo come cantante

Dove possiamo venirti a vedere suonare? C’è un tour in programma?
Le date sono ancora in fase di programmazione, ma molto presto saranno fuori. In questo tour suonerò da solo, con un set solista, e penso si concentrerà nel centro-nord Italia, tra Veneto e Lombardia.

Va bene Francesco, ti ringraziamo tantissimo per il tempo dedicatoci!
Grazie a voi!

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