Intervista a Squarta: “Cor Veleno non finisce qui: continueremo ciò che abbiamo iniziato” 0 851

Sono passati otto anni da “Buona pace”. Cor Veleno è sempre stato un caposaldo dell’hip hop in Italia, dai ’90 ad oggi, con il suo stile inconfondibile che ha contribuito allo sviluppo del genere nello stivale, rinnovandolo ad ogni giro di giostra. Il 26 ottobre è uscito “Lo Spirito che suona”, sesto album in studio del gruppo romano, nonché primo disco dopo la scomparsa prematura di Primo Brown. Abbiamo parlato con Squarta della genesi di un lavoro tutt’altro che scontato, dato l’impegno emotivo che ha richiesto, approfittandone per ricostruire un pezzo di storia dell’hip hop italiano e per gettare un occhio sullo scenario odierno. Il deejay e produttore, assieme a Grandi Numeri, ha senza dubbio portato a termine il dovere più importante nei confronti di un amico scomparso, facendo in modo che la sua voce continui a vivere in eterno. A supporto, tante sono state le collaborazioni all’interno del disco (Adriano Viterbini, Johnny Marsiglia, Madman, Giuliano Sangiorgi, Roy Paci, Mezzosangue, Marracash, Coez, Gemitaiz, Danno), colleghi e amici di Primo, che hanno voluto dedicargli un tributo. Ma “Lo Spirito che suona” non è il “disco dei ricordi”; è grezzo, crudo, potente, ed anche quando le atmosfere si fanno più nostalgiche, non manca di impatto emotivo e di profondità tale da far venire la pelle d’oca (ad esempio, nelle numerose citazioni alla carriera, agli album o alle canzoni del gruppo). E poi, la voce graffiante di Primo, perché nessuno dev’essere lasciato indietro. Cor Veleno continua in tre.

Partiamo dalla fine. Il disco si chiude con un pezzo che parla di come tutto è cominciato. “A pieno titolo”, in collaborazione con Danno del Colle der Fomento, l’abbiamo già conosciuta due anni fa, ed è stata subito nostalgia al primo ascolto. Ricordo di aver visto il video di quella canzone, e mi ha in particolare colpito un’inquadratura su di te (nella scena in cui sedete in sala) che sorridi di colpo alla vista delle immagini. Mi son detto: “gli occhi di Squarta dicono tutto”. Cor Veleno è più di un semplice progetto; è soprattutto la traccia di un legame esemplare, nella musica come nella vita: ti andrebbe di raccontarci brevemente come tutto è iniziato?
“Dunque, tutto è iniziato che eravamo ragazzini, e frequentavamo Piazzale Flaminio, un posto in centro a Roma. Ci vedevamo e ascoltavamo musica, si parlava di dischi e abbiamo iniziato a frequentarci in maniera spontanea, come fanno gli amici sotto casa. Dopodiché abbiamo iniziato a fare musica, ognuno per conto proprio, e ricordo che io andavo a vedere i concerti di Primo e Grandi, che già erano Cor Veleno senza di me. Andavamo nei locali a Roma, li guardavo e pensavo “cazzo, questi so’ proprio forti, so’ proprio in gamba”. Poi un amico che ha collaborato con noi per tanti anni, cioè Ibbanez (che ha fatto le grafiche per i nostri dischi), ci ha messo insieme, è venuto da me e mi ha detto: “tu devi venire con noi perché spaccano”. E io gli ho detto: “Beh, se loro vogliono, sì”. Loro erano d’accordo e abbiamo iniziato a collaborare insieme. Di lì non abbiamo più smesso”.

Ti ricordi com’è stato e cosa hai pensato quando avete riascoltato “21 Tyson” subito dopo averlo registrato? Correva l’anno 1997.
“Si, quello è stato il primo pezzo, ma l’ha prodotto Detor. Ha fatto quel pezzo con David e Giorgio prima, poi loro l’hanno registrato con me per il mixtape di Piotta (“La banda der trucido”, ndr.). Anche se il pezzo non era prodotto da noi, comunque l’abbiamo realizzato e registrato insieme. Eravamo da soli in studio, che poi era un garage. Un posto brutto, buio, però l’atmosfera che c’era in quel garage quando abbiamo riascoltato 21 Tyson era perfetta, perché quel pezzo era minaccioso, qualcosa di nuovo. Aveva un sound, delle rime che io stavo aspettando, volevo fare della musica così. Perciò quando l’ho riascoltata mi son detto: “devo lavorare con loro, perché questi so’ proprio forti”.

In un’intervista da MixUp a “The Flow” per l’uscita di “El Micro de oro” (2014), Primo raccontava che il progetto Cor Veleno (ai tempi fermo a “Buona pace”, 2010) avrebbe richiesto un po’ di tempo perché avevate voglia di tornare con una superbomba degna del vostro nome. Poi, tutti sappiamo com’è andata la storia. Ciò che ti vorrei chiedere è se Primo fosse al corrente di quello che oggi è “Lo Spirito che suona” o se è solo frutto della vostra dedizione ex post.
“Il disco ha preso forma dopo che David è scomparso. Tutto il materiale che sentite abbiamo iniziato a lavorarlo prima che David si ammalasse. Ci sono anche alcuni pezzi che lui aveva registrato per altri amici; poi loro ci hanno mandato il materiale pensando che fosse giusto che l’avessimo noi. Di fatto il disco ha preso forma dopo: noi gli abbiamo dato un vestito, ma questa cosa era già in essere, era già iniziata. David non ha fatto in tempo a vedere finito il progetto nella sua interezza, però ha piantato i semi di quello che è diventato “Lo Spirito che suona”.

Penso che anche molti altri siano stati colpiti da alcune collaborazioni “inaspettate” del disco. Con questo intendo che Adriano Viterbini o Giuliano Sangiorgi sono nomi che probabilmente solo Cor Veleno, con la sua credibilità, avrebbe potuto ammettere all’interno di un album.
“Se non lo facevamo noi, chi lo poteva fa’?”

Esatto. Mi ha colpito la scelta per così dire “eterogenea” degli artisti, non tutti provenienti prettamente dal rap. Ho intravisto una dimensione quasi di “collettivo” di Cor Veleno, soprattutto con il forte messaggio che questo album porta in sé: cosa ne pensi?
“Sono d’accordo quando parli di “collettivo”. Intanto quelle collaborazioni di cui parli per noi sono la normalità, se pensi che ci è sempre piaciuto mischiare stili, suonare strumenti nei brani, inserire artisti provenienti da altre estrazioni musicali, perché ascoltiamo tutto, e ci piace anche mettere nei nostri lavori ciò che ascoltiamo su dischi dei generi più disparati, ovviamente filtrandolo e facendolo nostro. Tutte le collaborazioni “inusuali”, quindi, per me sono una figata ad hoc. E in più quando dici “collettivo”, ti dico che hai ragione, perché tutti gli amici che sono venuti ci hanno messo lo stesso impegno che avrebbero messo in un disco loro. Questa cosa si sente fortissimo, ed è quello che volevamo”.

Cor Veleno è sempre stato sinonimo di “resistenza”. Credo che sarebbe erroneo definirla musica “impegnata”, ma nelle vostre canzoni non è mai mancato un messaggio per così dire “politico” (di cui ne sono testimoni anche “Queste strade” e “Città di vetro”).
“Tutto è politica. Quando parli, dipende tutto dalla responsabilità di quello che dici. Dirti che abbiamo fatto canzoni politiche? No. Non era nel nostro interesse. Però come dire, nella musica troviamo un modo a noi congeniale per esprimerci, parliamo di quello che vediamo di quello che viviamo, non parliamo solo di cazzate. Anche di cazzate, ma non solo. Parliamo di cose che ci fanno rodere il culo e la musica ci aiuta a sfogarle. Parliamo di quello che ci piace e di quello che non ci piace. Quando affronti la musica con quest’attitudine, tutto diventa politica. Non c’è mai stata l’idea di voler essere un gruppo politico”.

Quale ruolo pensi possa ricoprire la musica in un periodo storico come questo? Secondo te è giusto, in situazioni come queste, schierarsi apertamente?
“Penso che la musica deve andare un po’ “a rompere le palle”, deve avere un impatto, deve rappresentare un punto di rottura. Altrimenti fai musica di regime, in cui tutto va bene, le cose sono belle, “voglio la Ferrari”… Va benissimo. Pure io la voglio, magari in un pezzo parlo di quello, in un altro parlo invece delle strade che mi hanno cresciuto. Voglio dire, non c’è un limite. Noi parliamo di tutto quello che vogliamo perché poi lo filtriamo con le nostre idee, con le nostre orecchie e lo colleghiamo al nostro sound. Quindi non c’è un punto di confine in cui di questo puoi parlare e di quell’altro no. Io non ho mai creduto a quelli che parlano solo di una cosa, che sono solo politici, o sono solo presi bene, o sono solo presi male. È naturale che un giorno sei incazzato, il giorno dopo sei contento, l’altro ancora ti sei innamorato della pischella, poi della macchina bella… Penso che se sei un musicista che in sé è vero, parli di tutto quello che ti circonda”.

Lo Spirito che suona” sarà in giro per l’Italia in tour, o sei maggiormente orientato a un singolo grande evento con tanti ospiti e amici, come due anni fa all’Atlantico?
“Sarà in giro per l’Italia in tour perché non ci piace rifare le cose che abbiamo già fatto, sia nei dischi che in tutto il resto. Porteremo sicuramente il disco live, perché vogliamo far suonare questi pezzi live. Ci sarà la voce di Primo live che ci accompagna, delle immagini, come dire, tutto ciò che ci si aspetta da un live potente, e in più abbiamo anche la responsabilità di proseguire il cammino che abbiamo iniziato in tre, e che adesso portiamo avanti in due. Ma una volta che ti impegni a fare un disco e ci metti tutto te stesso, sarebbe una cazzata non portarlo live, davanti alla gente che lo aspetta”.

In quel 25 marzo 2016, il meglio del rap italiano è salito sul palco per cantare le strofe di Primo accanto a te e Grandi Numeri. È stata di fatto (correggimi se sbaglio) la prima volta che, in Italia, qualcuno abbia reinterpretato le strofe scritte da un altro artista.
“In quella formula, credo proprio di no”.

Un paio di settimane fa, è uscito “Supereroe”, ultimo album di Emis Killa. Il disco è stato anticipato dal singolo “Fuoco e benzina”, scritto a quattro mani insieme a Jake La Furia: la cosa non è stata tenuta assolutamente nascosta, anzi è stata ampiamente resa pubblica sui social, rompendo di fatto un tabù della musica rap. Senza concentrarci sulla vicenda, ma affrontando questo tema in generale, qual è il tuo pensiero? Saresti a favore o contro l’interpretazione di strofe scritte da altri artisti?
“Io penso che ognuno sia libero di fare ciò che vuole. Nella musica non-rap, o comunque pop, succede quotidianamente che qualcuno interpreti testi scritti da altri, quindi non lo ritengo un grosso problema. È chiaro che se in un brano dici delle cose molto specifiche che hai fatto, e magari è stato scritto da un altro, allora magari all’ascolto potresti rimanere un po’perplesso, perché ti aspetti che chi canta abbia vissuto ciò che ha scritto. Nel cammino della musica moderna questo può accadere, è normale. Ciò che mi interessa, è se la canzone mi piace o no. Che poi l’abbia scritta Tizio o Caio, non mi interessa. La musica o è bella o è brutta.”

Parlando invece di produzioni, di cui sicuramente puoi darci lezioni di vita…
“No, non posso dare lezioni a nessuno, al massimo ti posso parlare di quello che ho fatto”.

Sei anche tu dell’opinione che, oggi più di ieri, la base abbia un ruolo di primo piano rispetto al contenuto del testo?
“No, perché secondo me la caratura di una canzone è sempre lo sposalizio di una buona musica e un buon testo. Però credo che il testo abbia sempre una valenza leggermente superiore, perché riesce a coinvolgere l’ascoltatore. Se su una buona base hai qualcuno che scrive tre cazzate, senza senso, è un conto; ma se invece hai qualcuno che riesce a trasmettere a tutti, dal ragazzino di quindici anni a mia madre, è un valore aggiunto enorme, riesce a comunicare. Se quindi la canzone viaggia e arriva a tutti, è merito del testo, che rimane imprescindibile, specialmente in questo tipo di musica, dove non conta se sia leggero o importante, ma il dato comunicativo”.

Ci sono giovani produttori in Italia con cui hai avuto il piacere di collaborare o di cui, in generale, apprezzi il lavoro?
“Guarda, ce ne sono tantissimi di pischelli che stanno crescendo davvero alla velocità della luce, gente forte. Il mio preferito rimane in assoluto Big Joe, così come Johnny Marsiglia rimane uno dei miei rapper preferiti”.

Qual è il pezzo di Cor Veleno a cui ti senti più legato?
“Parlavo di questa cosa con Gabbo, con cui abbiamo lavorato insieme e che ha suonato il basso con noi dal vivo per più di dieci anni. Stavamo proprio dicendo che un pezzo preferito non c’è, perché abbiamo lavorato dando il cento per cento su ogni pezzo. L’intro del disco che si chiama “L’antifona” è ‘na roba che mi fomenta, anche se non posso dire sia il mio preferito. È il pezzo che mi da quella scossa in più”.

Cosa c’è nel futuro di Squarta e Cor Veleno dopo “Lo Spirito che suona”?
“Non staremo con le mani in mano. Abbiamo rimesso in moto una cosa che per noi è fondamentale, che continuerà, anche se non sappiamo in quale forma o in quale modo. Un anno e mezzo fa non eravamo neanche sicuri di riuscire a fare il disco, o di essere emotivamente in grado di riuscirci. Non so cosa succederà dopo, ma sicuramente non staremo fermi ad aspettare. “Collettivo Cor Veleno” si muove”.

Quando lavori a qualcosa di nuovo, quanto senti addosso la responsabilità nei confronti di una generazione che è cresciuta con la tua musica?
“Zero. Io non ho mai fatto cose pensando alla responsabilità, ma sempre di getto, d’impulso. Mai sentito responsabilità quando abbiamo fatto i nostri dischi fino a “Lo Spirito che suona”. In quest’ultimo caso ho sentito una responsabilità gigantesca, che non sapevamo nemmeno di essere in grado di sopportare, ma nei confronti di Primo e di suo papà Mauro. Volevamo consegnargli un disco che fosse ciò che si aspettava, che avesse la potenza che voleva. Quando gliel’abbiamo fatto sentire, alla fine ma anche in corso d’opera, si è commosso, perché era esattamente quello che si aspettava. In quel momento il nostro compito è stato portato a termine. L’obiettivo era fare un nuovo disco dei Cor Veleno, che non fosse un disco amarcord, ma qualcosa di potente. Per quanto riguarda le responsabilità nei confronti della gente che è cresciuta con la nostra musica, per fortuna abbiamo sempre fatto le cose con naturalezza, senza esserne condizionati. Ma portare avanti l’immagine di Primo, la sua potenza, le sue rime, quella ci sta tutta, e penso che siamo riusciti a restituirla”.

 

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Californication compie vent’anni: riscopriamolo 0 124

Sapevamo che il disco aveva avuto un largo successo quando andammo in Europa per un giro di conferenze stampa. Eravamo in Italia, io e John stavamo sul sedile posteriore di una Mercedes con il finestrino aperto. Un motorino con due ragazzi italiani si fermò accanto a noi. Guardarono dentro e cominciarono a urlare: “Ehi, Californication, Californication!”. Poi si misero a cantare Scar Tissue. Il disco era uscito da cinque giorni. Ovunque andassimo, tutti i negozi suonavano il nostro disco. L’Italia aveva preso fuoco. Passammo dal vendere una manciata di dischi al venderne più di chiunque altro quell’anno in Italia. Com’è che un Paese intero decide di cominciare ad amarti in un giorno?

Così Anthony Kiedis decise di parlare di Californication all’interno della sua biografia, “Scar Tissue”, proprio come uno dei singoli estratti dall’album che ha fatto grande la band americana nel mondo. Californication usciva oggi, 8 giugno, vent’anni fa, nel 1999, segnando per sempre quell’estate e la storia della musica. Ma anche la storia della band losangelina.

Usciti un po’ malconci dal rilascio di One Hot Minute, stroncato dalla critica, e orfani del chitarrista sostituto di Frusciante, Dave Navarro, licenziato per incompatibilità con il resto della band, i Red Hot avevano bisogno del rilancio – un rilancio dovuto, per altro; non fosse solo per il successo che ebbe Blood Sugar Sex Magic, soprattutto in America.

Così, nell’estate del 1998, Flea riesce a convincere Frusciante, nel frattempo disintossicatosi dalla dipendenza dall’eroina, a rientrare nel gruppo. Il disco inizia a prendere forma grazie al lavoro di quest’ultimo, accompagnato dalle liriche del frontman e dalle jam session che da sempre hanno contraddistinto lo sviluppo dei dischi dei peperoncini.

Il sound vira: vengono abbandonate le sperimentazioni che ammiccavano al metal – frutto probabilmente del chitarrista ex-Jane’s Addiction – puntando tutto sull’alternative con il giusto mix di quel funk-rock che fece la fortuna della band agli inizi. Quello che non cambia è il produttore: Rick Rubin seguirà infatti la band per questo terzo lavoro di fila, dopo aver prodotto i già citati One Hot Minute e BSSM.

Il disco vide la luce proprio l’otto giugno del 1999, anticipato di un paio di settimane dal singolo Scar Tissue, uno dei brani più rappresentativi del gruppo. Fu un successo di critica e di vendite; qualcuno elogiò un Anthony Kiedis in grande spolvero, molti attribuirono la qualità al ritorno di Frusciante. Californication raggiunse la prima posizione in classifica in nove Paesi diversi – fra cui l’Italia, dove vendette 700.000 copie in due anni – aggiudicandosi ben undici dischi d’oro.

Oggi Californication rimane una pietra miliare della musica mondiale, uno di quei dischi che tante band sperano di rilasciare un giorno. E anche se oggi i Red Hot non sono più gli stessi, con il secondo abbandono di Frusciante e le speranze di un suo ritorno ormai rasentanti lo zero, ascoltare le prime note del brano omonimo durante un live è come tornare piccoli, o giovani, per rivivere i magici momenti dell’ultima estate del secolo scorso.

Medimex: gli Editors e i Cigarettes After Sex celebrano Woodstock 0 159

Ci eravamo lasciati con i Placebo, ci siamo ritrovati con Editors e Cigarettes After Sex. Il Medimex, l’International Festival and Music Conference in programma dal 4 al 9 giugno, apre i cancelli al suo pubblico per il terzo anno di fila, il secondo a Taranto, portando una delle band più apprezzate al mondo a suonare tra i due mari, davanti una rotonda piena di gente che arriva da tutto il Sud Italia. Non poteva essere diversamente, d’altronde, per quest’edizione speciale del Medimex che celebra i cinquant’anni di Woodstock – e qualcuno doveva pur farlo, visto che il vero Woodstock 50 è stato cancellato.

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Cancelli aperti alle cinque, con le prime file sotto il palco già conquistate intorno alle sette e mezza. Nell’aria si respira l’odore del mare e della musica, nei bicchieri sgorga Raffo non filtrata. Questione di minuti e iniziano le danze con Le Scimmie Sulla Luna, band alternative italiana che presenta il suo disco Terra!. La scelta si rivela azzeccata, Jory Stifani ricorda tanto la cantante dei Bowland, ma la band dimostra di sapersela cavare anche senza voce, movimentando la folla nel finale con un paio di brani strumentali.

Dopo poco salgono sul palco i Cigarettes After Sex e il concerto inizia davvero: la conosciamo bene la band texana di Greg Gonzalez, già sold-out a Roma un paio di anni fa, apprezzatissima in Italia. La folla risponde bene: molti cantano le loro bedroom songs sensuali, i rimanenti iniziano a collegare il sound col nome; il gruppo si diverte ma non lo dà a vedere – il mood non lo permette – limitandosi a pochi ‘thanks’ e il nome di un paio di pezzi.

L’esibizione dura un’ora, un tempo più che sufficiente per presentare l’unico album pubblicato, omonimo, e farsi desiderare; i Cigarettes After Sex riescono a creare il giusto mix di dolcezza e malinconia per illuminare la serata, anche se la luce che fanno è più o meno quella di una candela. Ma a noi tanto basta per ristorarci e caricare le batterie.

Passa infatti poco dall’uscita dei texani e alle dieci e mezza in punto la band di Stafford esce fra le urla del suo pubblico. Li avevamo già ascoltati al Palladozza di Bologna gli Editors, per un concerto durato circa due ore, e certo non li riscopriamo oggi al Medimex: energici, violenti, spietati; gli Editors ti prendono e ti accartocciano per tutta la durata del concerto, non dandoti il tempo di respirare davvero tra una canzone e l’altra, trascinandoti nel loro universo anni ‘80. Smith tiene il palco come il vero frontman qual è, la band non risparmia i grandi successi: Papillon fa ballare tutta la piazza, No Harm lascia pietrificati per la sua bellezza; A Ton of Love, semplicemente, spacca, come ha sempre spaccato. So che si dice spesso, ma concerti come questo mi fan pensare di avere il secondo lavoro più bello del mondo, dopo quello di Tom Smith.

Magazine chiude la prima parte del concerto; gli Editors escono di nuovo dopo i canonici cinque minuti, trainati dalla folla, per quattro brani finali accompagnati dal piano di Tom Smith. Alla fine, la band londinese saluta per l’ultima volta la propria piazza, con le maglie inzuppate di sudore come ogni buon ultras vorrebbe per la propria squadra del cuore. Ed è proprio come gli ultras che si è saltato su Formaldehyde. Possiamo dire che sia la band texana che quella inglese hanno assolutamente reso giustizia a Woodstock.

Poco tempo per riprendere fiato, però, perché domani si riprende col nuovo appuntamento del Medimex: Liam Gallagher sarà infatti a Taranto, reduce proprio ieri dal rilascio del nuovo singolo Shockwave che preannuncia il suo secondo disco da solista “Why Me? Why Not”. La data di domani è la prima delle due italiane, con l’ex Oasis che tornerà in Italia per il Collisioni festival a Barolo, il 4 luglio.

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