Intervista a Squarta: “Cor Veleno non finisce qui: continueremo ciò che abbiamo iniziato” 0 1599

Sono passati otto anni da “Buona pace”. Cor Veleno è sempre stato un caposaldo dell’hip hop in Italia, dai ’90 ad oggi, con il suo stile inconfondibile che ha contribuito allo sviluppo del genere nello stivale, rinnovandolo ad ogni giro di giostra. Il 26 ottobre è uscito “Lo Spirito che suona”, sesto album in studio del gruppo romano, nonché primo disco dopo la scomparsa prematura di Primo Brown. Abbiamo parlato con Squarta della genesi di un lavoro tutt’altro che scontato, dato l’impegno emotivo che ha richiesto, approfittandone per ricostruire un pezzo di storia dell’hip hop italiano e per gettare un occhio sullo scenario odierno. Il deejay e produttore, assieme a Grandi Numeri, ha senza dubbio portato a termine il dovere più importante nei confronti di un amico scomparso, facendo in modo che la sua voce continui a vivere in eterno. A supporto, tante sono state le collaborazioni all’interno del disco (Adriano Viterbini, Johnny Marsiglia, Madman, Giuliano Sangiorgi, Roy Paci, Mezzosangue, Marracash, Coez, Gemitaiz, Danno), colleghi e amici di Primo, che hanno voluto dedicargli un tributo. Ma “Lo Spirito che suona” non è il “disco dei ricordi”; è grezzo, crudo, potente, ed anche quando le atmosfere si fanno più nostalgiche, non manca di impatto emotivo e di profondità tale da far venire la pelle d’oca (ad esempio, nelle numerose citazioni alla carriera, agli album o alle canzoni del gruppo). E poi, la voce graffiante di Primo, perché nessuno dev’essere lasciato indietro. Cor Veleno continua in tre.

Partiamo dalla fine. Il disco si chiude con un pezzo che parla di come tutto è cominciato. “A pieno titolo”, in collaborazione con Danno del Colle der Fomento, l’abbiamo già conosciuta due anni fa, ed è stata subito nostalgia al primo ascolto. Ricordo di aver visto il video di quella canzone, e mi ha in particolare colpito un’inquadratura su di te (nella scena in cui sedete in sala) che sorridi di colpo alla vista delle immagini. Mi son detto: “gli occhi di Squarta dicono tutto”. Cor Veleno è più di un semplice progetto; è soprattutto la traccia di un legame esemplare, nella musica come nella vita: ti andrebbe di raccontarci brevemente come tutto è iniziato?
“Dunque, tutto è iniziato che eravamo ragazzini, e frequentavamo Piazzale Flaminio, un posto in centro a Roma. Ci vedevamo e ascoltavamo musica, si parlava di dischi e abbiamo iniziato a frequentarci in maniera spontanea, come fanno gli amici sotto casa. Dopodiché abbiamo iniziato a fare musica, ognuno per conto proprio, e ricordo che io andavo a vedere i concerti di Primo e Grandi, che già erano Cor Veleno senza di me. Andavamo nei locali a Roma, li guardavo e pensavo “cazzo, questi so’ proprio forti, so’ proprio in gamba”. Poi un amico che ha collaborato con noi per tanti anni, cioè Ibbanez (che ha fatto le grafiche per i nostri dischi), ci ha messo insieme, è venuto da me e mi ha detto: “tu devi venire con noi perché spaccano”. E io gli ho detto: “Beh, se loro vogliono, sì”. Loro erano d’accordo e abbiamo iniziato a collaborare insieme. Di lì non abbiamo più smesso”.

Ti ricordi com’è stato e cosa hai pensato quando avete riascoltato “21 Tyson” subito dopo averlo registrato? Correva l’anno 1997.
“Si, quello è stato il primo pezzo, ma l’ha prodotto Detor. Ha fatto quel pezzo con David e Giorgio prima, poi loro l’hanno registrato con me per il mixtape di Piotta (“La banda der trucido”, ndr.). Anche se il pezzo non era prodotto da noi, comunque l’abbiamo realizzato e registrato insieme. Eravamo da soli in studio, che poi era un garage. Un posto brutto, buio, però l’atmosfera che c’era in quel garage quando abbiamo riascoltato 21 Tyson era perfetta, perché quel pezzo era minaccioso, qualcosa di nuovo. Aveva un sound, delle rime che io stavo aspettando, volevo fare della musica così. Perciò quando l’ho riascoltata mi son detto: “devo lavorare con loro, perché questi so’ proprio forti”.

In un’intervista da MixUp a “The Flow” per l’uscita di “El Micro de oro” (2014), Primo raccontava che il progetto Cor Veleno (ai tempi fermo a “Buona pace”, 2010) avrebbe richiesto un po’ di tempo perché avevate voglia di tornare con una superbomba degna del vostro nome. Poi, tutti sappiamo com’è andata la storia. Ciò che ti vorrei chiedere è se Primo fosse al corrente di quello che oggi è “Lo Spirito che suona” o se è solo frutto della vostra dedizione ex post.
“Il disco ha preso forma dopo che David è scomparso. Tutto il materiale che sentite abbiamo iniziato a lavorarlo prima che David si ammalasse. Ci sono anche alcuni pezzi che lui aveva registrato per altri amici; poi loro ci hanno mandato il materiale pensando che fosse giusto che l’avessimo noi. Di fatto il disco ha preso forma dopo: noi gli abbiamo dato un vestito, ma questa cosa era già in essere, era già iniziata. David non ha fatto in tempo a vedere finito il progetto nella sua interezza, però ha piantato i semi di quello che è diventato “Lo Spirito che suona”.

Penso che anche molti altri siano stati colpiti da alcune collaborazioni “inaspettate” del disco. Con questo intendo che Adriano Viterbini o Giuliano Sangiorgi sono nomi che probabilmente solo Cor Veleno, con la sua credibilità, avrebbe potuto ammettere all’interno di un album.
“Se non lo facevamo noi, chi lo poteva fa’?”

Esatto. Mi ha colpito la scelta per così dire “eterogenea” degli artisti, non tutti provenienti prettamente dal rap. Ho intravisto una dimensione quasi di “collettivo” di Cor Veleno, soprattutto con il forte messaggio che questo album porta in sé: cosa ne pensi?
“Sono d’accordo quando parli di “collettivo”. Intanto quelle collaborazioni di cui parli per noi sono la normalità, se pensi che ci è sempre piaciuto mischiare stili, suonare strumenti nei brani, inserire artisti provenienti da altre estrazioni musicali, perché ascoltiamo tutto, e ci piace anche mettere nei nostri lavori ciò che ascoltiamo su dischi dei generi più disparati, ovviamente filtrandolo e facendolo nostro. Tutte le collaborazioni “inusuali”, quindi, per me sono una figata ad hoc. E in più quando dici “collettivo”, ti dico che hai ragione, perché tutti gli amici che sono venuti ci hanno messo lo stesso impegno che avrebbero messo in un disco loro. Questa cosa si sente fortissimo, ed è quello che volevamo”.

Cor Veleno è sempre stato sinonimo di “resistenza”. Credo che sarebbe erroneo definirla musica “impegnata”, ma nelle vostre canzoni non è mai mancato un messaggio per così dire “politico” (di cui ne sono testimoni anche “Queste strade” e “Città di vetro”).
“Tutto è politica. Quando parli, dipende tutto dalla responsabilità di quello che dici. Dirti che abbiamo fatto canzoni politiche? No. Non era nel nostro interesse. Però come dire, nella musica troviamo un modo a noi congeniale per esprimerci, parliamo di quello che vediamo di quello che viviamo, non parliamo solo di cazzate. Anche di cazzate, ma non solo. Parliamo di cose che ci fanno rodere il culo e la musica ci aiuta a sfogarle. Parliamo di quello che ci piace e di quello che non ci piace. Quando affronti la musica con quest’attitudine, tutto diventa politica. Non c’è mai stata l’idea di voler essere un gruppo politico”.

Quale ruolo pensi possa ricoprire la musica in un periodo storico come questo? Secondo te è giusto, in situazioni come queste, schierarsi apertamente?
“Penso che la musica deve andare un po’ “a rompere le palle”, deve avere un impatto, deve rappresentare un punto di rottura. Altrimenti fai musica di regime, in cui tutto va bene, le cose sono belle, “voglio la Ferrari”… Va benissimo. Pure io la voglio, magari in un pezzo parlo di quello, in un altro parlo invece delle strade che mi hanno cresciuto. Voglio dire, non c’è un limite. Noi parliamo di tutto quello che vogliamo perché poi lo filtriamo con le nostre idee, con le nostre orecchie e lo colleghiamo al nostro sound. Quindi non c’è un punto di confine in cui di questo puoi parlare e di quell’altro no. Io non ho mai creduto a quelli che parlano solo di una cosa, che sono solo politici, o sono solo presi bene, o sono solo presi male. È naturale che un giorno sei incazzato, il giorno dopo sei contento, l’altro ancora ti sei innamorato della pischella, poi della macchina bella… Penso che se sei un musicista che in sé è vero, parli di tutto quello che ti circonda”.

Lo Spirito che suona” sarà in giro per l’Italia in tour, o sei maggiormente orientato a un singolo grande evento con tanti ospiti e amici, come due anni fa all’Atlantico?
“Sarà in giro per l’Italia in tour perché non ci piace rifare le cose che abbiamo già fatto, sia nei dischi che in tutto il resto. Porteremo sicuramente il disco live, perché vogliamo far suonare questi pezzi live. Ci sarà la voce di Primo live che ci accompagna, delle immagini, come dire, tutto ciò che ci si aspetta da un live potente, e in più abbiamo anche la responsabilità di proseguire il cammino che abbiamo iniziato in tre, e che adesso portiamo avanti in due. Ma una volta che ti impegni a fare un disco e ci metti tutto te stesso, sarebbe una cazzata non portarlo live, davanti alla gente che lo aspetta”.

In quel 25 marzo 2016, il meglio del rap italiano è salito sul palco per cantare le strofe di Primo accanto a te e Grandi Numeri. È stata di fatto (correggimi se sbaglio) la prima volta che, in Italia, qualcuno abbia reinterpretato le strofe scritte da un altro artista.
“In quella formula, credo proprio di no”.

Un paio di settimane fa, è uscito “Supereroe”, ultimo album di Emis Killa. Il disco è stato anticipato dal singolo “Fuoco e benzina”, scritto a quattro mani insieme a Jake La Furia: la cosa non è stata tenuta assolutamente nascosta, anzi è stata ampiamente resa pubblica sui social, rompendo di fatto un tabù della musica rap. Senza concentrarci sulla vicenda, ma affrontando questo tema in generale, qual è il tuo pensiero? Saresti a favore o contro l’interpretazione di strofe scritte da altri artisti?
“Io penso che ognuno sia libero di fare ciò che vuole. Nella musica non-rap, o comunque pop, succede quotidianamente che qualcuno interpreti testi scritti da altri, quindi non lo ritengo un grosso problema. È chiaro che se in un brano dici delle cose molto specifiche che hai fatto, e magari è stato scritto da un altro, allora magari all’ascolto potresti rimanere un po’perplesso, perché ti aspetti che chi canta abbia vissuto ciò che ha scritto. Nel cammino della musica moderna questo può accadere, è normale. Ciò che mi interessa, è se la canzone mi piace o no. Che poi l’abbia scritta Tizio o Caio, non mi interessa. La musica o è bella o è brutta.”

Parlando invece di produzioni, di cui sicuramente puoi darci lezioni di vita…
“No, non posso dare lezioni a nessuno, al massimo ti posso parlare di quello che ho fatto”.

Sei anche tu dell’opinione che, oggi più di ieri, la base abbia un ruolo di primo piano rispetto al contenuto del testo?
“No, perché secondo me la caratura di una canzone è sempre lo sposalizio di una buona musica e un buon testo. Però credo che il testo abbia sempre una valenza leggermente superiore, perché riesce a coinvolgere l’ascoltatore. Se su una buona base hai qualcuno che scrive tre cazzate, senza senso, è un conto; ma se invece hai qualcuno che riesce a trasmettere a tutti, dal ragazzino di quindici anni a mia madre, è un valore aggiunto enorme, riesce a comunicare. Se quindi la canzone viaggia e arriva a tutti, è merito del testo, che rimane imprescindibile, specialmente in questo tipo di musica, dove non conta se sia leggero o importante, ma il dato comunicativo”.

Ci sono giovani produttori in Italia con cui hai avuto il piacere di collaborare o di cui, in generale, apprezzi il lavoro?
“Guarda, ce ne sono tantissimi di pischelli che stanno crescendo davvero alla velocità della luce, gente forte. Il mio preferito rimane in assoluto Big Joe, così come Johnny Marsiglia rimane uno dei miei rapper preferiti”.

Qual è il pezzo di Cor Veleno a cui ti senti più legato?
“Parlavo di questa cosa con Gabbo, con cui abbiamo lavorato insieme e che ha suonato il basso con noi dal vivo per più di dieci anni. Stavamo proprio dicendo che un pezzo preferito non c’è, perché abbiamo lavorato dando il cento per cento su ogni pezzo. L’intro del disco che si chiama “L’antifona” è ‘na roba che mi fomenta, anche se non posso dire sia il mio preferito. È il pezzo che mi da quella scossa in più”.

Cosa c’è nel futuro di Squarta e Cor Veleno dopo “Lo Spirito che suona”?
“Non staremo con le mani in mano. Abbiamo rimesso in moto una cosa che per noi è fondamentale, che continuerà, anche se non sappiamo in quale forma o in quale modo. Un anno e mezzo fa non eravamo neanche sicuri di riuscire a fare il disco, o di essere emotivamente in grado di riuscirci. Non so cosa succederà dopo, ma sicuramente non staremo fermi ad aspettare. “Collettivo Cor Veleno” si muove”.

Quando lavori a qualcosa di nuovo, quanto senti addosso la responsabilità nei confronti di una generazione che è cresciuta con la tua musica?
“Zero. Io non ho mai fatto cose pensando alla responsabilità, ma sempre di getto, d’impulso. Mai sentito responsabilità quando abbiamo fatto i nostri dischi fino a “Lo Spirito che suona”. In quest’ultimo caso ho sentito una responsabilità gigantesca, che non sapevamo nemmeno di essere in grado di sopportare, ma nei confronti di Primo e di suo papà Mauro. Volevamo consegnargli un disco che fosse ciò che si aspettava, che avesse la potenza che voleva. Quando gliel’abbiamo fatto sentire, alla fine ma anche in corso d’opera, si è commosso, perché era esattamente quello che si aspettava. In quel momento il nostro compito è stato portato a termine. L’obiettivo era fare un nuovo disco dei Cor Veleno, che non fosse un disco amarcord, ma qualcosa di potente. Per quanto riguarda le responsabilità nei confronti della gente che è cresciuta con la nostra musica, per fortuna abbiamo sempre fatto le cose con naturalezza, senza esserne condizionati. Ma portare avanti l’immagine di Primo, la sua potenza, le sue rime, quella ci sta tutta, e penso che siamo riusciti a restituirla”.

 

Previous ArticleNext Article

Lascia un commento

“Love and Rain”: Savage ci riporta negli anni ’80 0 363

1984, 2010, 2020.
Il debutto, la fase di mezzo e il ritorno di Roberto Zanetti; in arte Savage.

Chi è Roberto? Se ci avessero fatto questa domanda nella sua “era”, nei magici anni ’80, un’occhiataccia dettata da un “ma davvero non sai chi sia?” ci sarebbe arrivata. Ma adesso, a distanza di trentasette anni dal suo debutto, in un periodo storico totalmente diverso, ci sentiamo in dovere di rispondere tranquillamente. Roberto nasce a Massa nel 1956, inizia la sua carriera con diversi gruppi (Fathima, Pronipoti Sangrìa, Santarosa e Taxi), partecipa a diverse trasmissioni ottenendo numerosi successi e collabora da anni con artisti di un certo spessore: tra i tanti, Zucchero. Mi piace definire questo artista come il Giorgio Moroder dell’italo-disco e dell’eurodance. Inizia la sua carriera nel 1983 e, un anno più tardi, pubblica il suo primo album: Tonight (1984). Da quel periodo in poi inizia la sua ascesa: conosce Zucchero, produce, cavalca l’onda della musica house e lancia alcuni artisti di grande successo come Alexia. Nel 2010, a distanza di 26 anni dal primo, pubblica il suo secondo album (anche se definirlo così è errato; si tratta di greatest hits: Ten Years Ago (2010), fermandosi in seguito per altri dieci anni e ripresentandosi oggi con il suo ultimo lavoro: Love and Rain (2020). Quest’ultimo, presentato a San Valentino attraverso il singolo I Love You, è un omaggio agli anni ’80, un regalo ai nostalgici, un passato che si ripropone andando a creare i famosi nostalgici di un qualcosa che non si è vissuto; gli anni ’80 hanno questo potere.

Love and Rain è un lavoro composto da sedici canzoni; quelle che a parer nostro basterebbero per creare una serata degna di tale nome nelle attuali discoteche italiane. L’album viene definito scherzosamente dall’artista come guitar free, per il fatto che non sono state usate chitarre in nessuna canzone. Sono presenti violini veri che si sposano perfettamente con l’elettronica pop, creando il sound romantico di Savage. Un disco dove canzoni d’amore e malinconia vanno alla ricerca del tipico sound elettro-pop contaminato da batterie elettroniche e sintetizzatori. Con una copertina che rimanda al Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich: un uomo in abito nero, di spalle, con le mani in tasca e lo sguardo rivolto in avanti, verso l’alto. Tanti sono i significati e, personalmente, a noi piace attribuire quello del piacere del viaggiare, della scoperta. Un viaggio a ritroso nel tempo fino ad arrivare negli anni ’80; una scoperta per alcuni, un ritorno al passato per molti altri. Un’arma per andare avanti data dall’esperienza di anni che non abbiamo vissuto ma che possiamo vivere attraverso questo lavoro.

Quindici inediti, sommati alla versione sinfonica del suo più grande successo dal titolo Only You, danno vita a questa capsula del tempo. Viaggio che ha inizio attraverso una breve e romantica introduzione, Every second of my life, caratterizzata da violini e da una voce struggente. Dal secondo brano in poi si entra, di colpo, negli anni ’80: Don’t say you leave me è questo; un uomo cade dal cielo, dal futuro, trovandosi di colpo nelle atmosfere pop sinfoniche degli anni ’80. Atmosfere che faranno da sfondo a tutti i brani presenti in Love and Rain, senza rendersi mai banali e presentandosi prive di scontatezza. Sound, che dalla prima alla sedicesima canzone, si offre a diversi temi. Come quello dell’amore, presente nella maggior parte dei brani e in diverse forme. L’amore che crea delusioni (Alone); che riappare dopo anni sotto forma di ricordo (Remember Me); che dà vita a un tributo (Italodisco); che si dichiara per la prima volta (Your Eyes); e l’amore per ciò che ci circonda, per la vita, per il nostro ambiente: “We are the future”.

Un eterno romantico. Un uomo che attraverso la sua musica ha il potere di far innamorare una nuova generazione e, soprattutto, la possibilità di consolidare il rapporto con chi quel periodo lo ha vissuto davvero, dicendogli: “nulla è andato”. Ri-accendendo speranze che da trent’anni a questa parte sembrano svanite. Savage è questo: una donna che si culla tra le braccia di un uomo sotto una luce stroboscopica; un abbraccio nel tempo, tra gli anni ’80 e i 2000 inoltrati. Tra le speranze di allora e le consapevolezze di adesso, ma con la forza necessaria per andare verso l’ignoto.

“Romantica Io”: Pia Tuccitto scrive una pagina del rock italiano 0 548

D’amore e ombra – come il titolo di un famoso romanzo di Isabel Allende -: è di questo che parla “Romantica Io“, l’ultimo album di Pia Tuccitto, rocker bolognese dall’animo nobile. Il lavoro, uscito il 31 gennaio e interamente autoprodotto, è figlio della poliedricità di questa grande artista che ne ha curato ogni minimo dettaglio, dalle musiche ai testi, passando per la copertina. Cantautrice, pittrice, protagonista/deuteragonista/voce dello spettacolo Ioelei, messo in scena con la compagna di palco Federica Lisi, la sua carriera parte nel 1993 quando, dopo la partecipazione al festival Nuove Voci di Castrocaro, viene notata da Vasco Rossi che ne apprezza il talento e la invita a far parte della sua scuderia. Da qui nasce un sodalizio artistico che la porta a scrivere per interpreti del calibro di Patty Pravo, Irene Grandi e lo stesso Vasco.
Romantica Io” è l’opera terza ed esce a quindici anni di distanza dall’album d’esordio “Un segreto che” e a dodici da “Urlo” prodotto da Frank Nemola e Guido Elmi per l’etichetta Bollicine/EMI Capitol Music. Questo lavoro è un compendio: racchiude l’essenza di dodici anni di “inattività” discografica che sono stati invece ricchissimi dal punto di vista artistico e amoroso. L’amore, appunto, è il filo conduttore dell’album e  viene declinato in tutte le sue forme. Alla realizzazione e alla limatura hanno partecipato: Corrado Castellari in veste di autore delle musiche di due brani, Bettina Baldassarri, Luca Bignardi che ha curato l’arrangiamento di sette brani e Frank Nemola che ha arrangiato i restanti quattro brani.

Romantica io” (title track) è il brano d’apertura, la dichiarazione d’intenti di un lavoro perfettamente messo a fuoco da un’artista matura. Questa maturità artistica corrisponde – mutatis mutandis – ad una maturità sul piano amoroso e questo è chiaro già nell’incipit del brano: “io per amarti son dovuta invecchiare”. Così com’è chiara, sempre dalle prime battute, l’attitudine rock dell’artista bolognese che non usa espedienti o mezzi termini: “io per amarti ti ho lasciato suonare la mia chitarra da rocker”.  Il graffio nella voce ricorda molto Patty Pravo, ma anche e soprattutto Irene Grandi in “Colpa del Lupo”. L’influenza è evidente e non per via di una supponente forma di pareidolia, per la quale noi che recensiamo siamo tenuti a ricondurre il tutto a qualcosa di conosciuto.

Atmosfera cupa e onirismo in “Come nei films”. Il sound distorto e la voce sensuale ci danno l’abbrivio e ci trasportano all’interno di un racconto di un amore immaginario. Un amore senza confini e che attraverso la voce e le parole cerca la sua reificazione. L’inizio ricorda molto “Tre volte dentro me” di Mina e Afterhours.

L’animo rock emerge prepotentemente in “Com’è bello il mio amore”. La chitarra e la batteria seguono un ritmo preciso e martellante e accompagnano la voce fino all’esplosione nel ritornello. Questo brano è l’essenza del disco.

La chitarra lascia il posto alla tastiera nell’intento di ricreare una precisa atmosfera malinconica. “Perché tutto muore” è un brano ricco di pathos e dal carico emozionale abnorme. Parla dell’amore che finisce, di un sentimento nocivo e logorante che si dissolve nel vento come il fumo di una sigaretta che si spegne e ti lascia un imperituro amaro in bocca.

My Radio” ci riporta agli anni ‘80 quando il binomio dance-rock dava vita a spettacoli corali allietati da gioie lisergiche. Allora l’avanguardia era definita new wave e sfociava spesso in quello che profanamente veniva chiamato alternative rock. In questo pezzo vengono fusi assieme Neil Tennant, Freddie Mercury e Patty Pravo e il risultato è sorprendente. È il pezzo che continui a cantare per tutto il giorno e che provoca l’orchite/colpite a tutti quelli che ti stanno accanto.

Il sesto brano non ha bisogno di presentazioni. Si tratta di “E…”, pezzo scelto e portato al successo da Vasco, che l’autrice riabbraccia come un figlio che ha vissuto all’estero e non vedeva da tempo. Questa è la dichiarazione d’amore per eccellenza, priva di perifrasi e circonlocuzioni (che poi sono la stessa cosa).

Tu Sei Un Sogno Per Me” è il leitmotiv che accompagna lo spettacolo Ioelei messo in scena dall’artista insieme a Federica Lisi. Si tratta di un brano intimo e sincero che si fa colonna sonora di un amore, di una vita, di un viaggio.

L’eterogeneità di stili e generi è esplicitata in “Sto benissimo”: l’inizio in stile Subsonica lascia presto il posto al graffio della chitarra elettrica che sposta il focus è riporta il brano nell’alveo del rock puro e grezzo. L’armonia di chitarre e batteria è perfetta, come in tutto il resto del disco.

Stupida per te” ha l’incedere lento e malinconico di una classica ballad. Questo è la riprova che questa grande artista – come ogni grande artista – non si focalizza su un unico genere, ma spazia all’interno di un ventaglio di stili e generi che le appartengono tutti.

Nel disco c’è spazio per una sorta di intermezzo: “Quante volte sono da sola con te”. Ancora una volta è forte, oltre che necessario, il richiamo a Mina. Si tratta del pezzo più breve dell’album, ma che – per l’icasticità delle immagini che evoca – risulta uno dei più intensi.

Il brano che chiude l’album è “7 aprile”, pubblicato precedentemente in un Ep nel 2013. Si tratta del pezzo mancante, quello che completa e sublima il puzzle. È un brano ricco di colori e sfumature: la chitarra acustica presente all’inizio del pezzo viene sostituita e sovrastata da quella elettrica nel ritornello. La natura multiforme dell’album emerge in modo prepotente in questo brano.

Pia Tuccitto ha scritto un’altra pagina importante del rock italiano. La sua maturità artistica è la vera chiave di volta di questo grande album: la cura minuziosa di ogni dettaglio, l’attenzione e l’oculatezza di ogni singola scelta – dalle parole alle musiche – sono i due ingredienti di questo cocktail perfetto. Rimanendo in campo alcolico si potrebbe dire che sia come il vino che col passare del tempo migliora!

Argomenti popolari

Editor Picks

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: