Intervista a Squarta: “Cor Veleno non finisce qui: continueremo ciò che abbiamo iniziato” 0 194

Sono passati otto anni da “Buona pace”. Cor Veleno è sempre stato un caposaldo dell’hip hop in Italia, dai ’90 ad oggi, con il suo stile inconfondibile che ha contribuito allo sviluppo del genere nello stivale, rinnovandolo ad ogni giro di giostra. Il 26 ottobre è uscito “Lo Spirito che suona”, sesto album in studio del gruppo romano, nonché primo disco dopo la scomparsa prematura di Primo Brown. Abbiamo parlato con Squarta della genesi di un lavoro tutt’altro che scontato, dato l’impegno emotivo che ha richiesto, approfittandone per ricostruire un pezzo di storia dell’hip hop italiano e per gettare un occhio sullo scenario odierno. Il deejay e produttore, assieme a Grandi Numeri, ha senza dubbio portato a termine il dovere più importante nei confronti di un amico scomparso, facendo in modo che la sua voce continui a vivere in eterno. A supporto, tante sono state le collaborazioni all’interno del disco (Adriano Viterbini, Johnny Marsiglia, Madman, Giuliano Sangiorgi, Roy Paci, Mezzosangue, Marracash, Coez, Gemitaiz, Danno), colleghi e amici di Primo, che hanno voluto dedicargli un tributo. Ma “Lo Spirito che suona” non è il “disco dei ricordi”; è grezzo, crudo, potente, ed anche quando le atmosfere si fanno più nostalgiche, non manca di impatto emotivo e di profondità tale da far venire la pelle d’oca (ad esempio, nelle numerose citazioni alla carriera, agli album o alle canzoni del gruppo). E poi, la voce graffiante di Primo, perché nessuno dev’essere lasciato indietro. Cor Veleno continua in tre.

Partiamo dalla fine. Il disco si chiude con un pezzo che parla di come tutto è cominciato. “A pieno titolo”, in collaborazione con Danno del Colle der Fomento, l’abbiamo già conosciuta due anni fa, ed è stata subito nostalgia al primo ascolto. Ricordo di aver visto il video di quella canzone, e mi ha in particolare colpito un’inquadratura su di te (nella scena in cui sedete in sala) che sorridi di colpo alla vista delle immagini. Mi son detto: “gli occhi di Squarta dicono tutto”. Cor Veleno è più di un semplice progetto; è soprattutto la traccia di un legame esemplare, nella musica come nella vita: ti andrebbe di raccontarci brevemente come tutto è iniziato?
“Dunque, tutto è iniziato che eravamo ragazzini, e frequentavamo Piazzale Flaminio, un posto in centro a Roma. Ci vedevamo e ascoltavamo musica, si parlava di dischi e abbiamo iniziato a frequentarci in maniera spontanea, come fanno gli amici sotto casa. Dopodiché abbiamo iniziato a fare musica, ognuno per conto proprio, e ricordo che io andavo a vedere i concerti di Primo e Grandi, che già erano Cor Veleno senza di me. Andavamo nei locali a Roma, li guardavo e pensavo “cazzo, questi so’ proprio forti, so’ proprio in gamba”. Poi un amico che ha collaborato con noi per tanti anni, cioè Ibbanez (che ha fatto le grafiche per i nostri dischi), ci ha messo insieme, è venuto da me e mi ha detto: “tu devi venire con noi perché spaccano”. E io gli ho detto: “Beh, se loro vogliono, sì”. Loro erano d’accordo e abbiamo iniziato a collaborare insieme. Di lì non abbiamo più smesso”.

Ti ricordi com’è stato e cosa hai pensato quando avete riascoltato “21 Tyson” subito dopo averlo registrato? Correva l’anno 1997.
“Si, quello è stato il primo pezzo, ma l’ha prodotto Detor. Ha fatto quel pezzo con David e Giorgio prima, poi loro l’hanno registrato con me per il mixtape di Piotta (“La banda der trucido”, ndr.). Anche se il pezzo non era prodotto da noi, comunque l’abbiamo realizzato e registrato insieme. Eravamo da soli in studio, che poi era un garage. Un posto brutto, buio, però l’atmosfera che c’era in quel garage quando abbiamo riascoltato 21 Tyson era perfetta, perché quel pezzo era minaccioso, qualcosa di nuovo. Aveva un sound, delle rime che io stavo aspettando, volevo fare della musica così. Perciò quando l’ho riascoltata mi son detto: “devo lavorare con loro, perché questi so’ proprio forti”.

In un’intervista da MixUp a “The Flow” per l’uscita di “El Micro de oro” (2014), Primo raccontava che il progetto Cor Veleno (ai tempi fermo a “Buona pace”, 2010) avrebbe richiesto un po’ di tempo perché avevate voglia di tornare con una superbomba degna del vostro nome. Poi, tutti sappiamo com’è andata la storia. Ciò che ti vorrei chiedere è se Primo fosse al corrente di quello che oggi è “Lo Spirito che suona” o se è solo frutto della vostra dedizione ex post.
“Il disco ha preso forma dopo che David è scomparso. Tutto il materiale che sentite abbiamo iniziato a lavorarlo prima che David si ammalasse. Ci sono anche alcuni pezzi che lui aveva registrato per altri amici; poi loro ci hanno mandato il materiale pensando che fosse giusto che l’avessimo noi. Di fatto il disco ha preso forma dopo: noi gli abbiamo dato un vestito, ma questa cosa era già in essere, era già iniziata. David non ha fatto in tempo a vedere finito il progetto nella sua interezza, però ha piantato i semi di quello che è diventato “Lo Spirito che suona”.

Penso che anche molti altri siano stati colpiti da alcune collaborazioni “inaspettate” del disco. Con questo intendo che Adriano Viterbini o Giuliano Sangiorgi sono nomi che probabilmente solo Cor Veleno, con la sua credibilità, avrebbe potuto ammettere all’interno di un album.
“Se non lo facevamo noi, chi lo poteva fa’?”

Esatto. Mi ha colpito la scelta per così dire “eterogenea” degli artisti, non tutti provenienti prettamente dal rap. Ho intravisto una dimensione quasi di “collettivo” di Cor Veleno, soprattutto con il forte messaggio che questo album porta in sé: cosa ne pensi?
“Sono d’accordo quando parli di “collettivo”. Intanto quelle collaborazioni di cui parli per noi sono la normalità, se pensi che ci è sempre piaciuto mischiare stili, suonare strumenti nei brani, inserire artisti provenienti da altre estrazioni musicali, perché ascoltiamo tutto, e ci piace anche mettere nei nostri lavori ciò che ascoltiamo su dischi dei generi più disparati, ovviamente filtrandolo e facendolo nostro. Tutte le collaborazioni “inusuali”, quindi, per me sono una figata ad hoc. E in più quando dici “collettivo”, ti dico che hai ragione, perché tutti gli amici che sono venuti ci hanno messo lo stesso impegno che avrebbero messo in un disco loro. Questa cosa si sente fortissimo, ed è quello che volevamo”.

Cor Veleno è sempre stato sinonimo di “resistenza”. Credo che sarebbe erroneo definirla musica “impegnata”, ma nelle vostre canzoni non è mai mancato un messaggio per così dire “politico” (di cui ne sono testimoni anche “Queste strade” e “Città di vetro”).
“Tutto è politica. Quando parli, dipende tutto dalla responsabilità di quello che dici. Dirti che abbiamo fatto canzoni politiche? No. Non era nel nostro interesse. Però come dire, nella musica troviamo un modo a noi congeniale per esprimerci, parliamo di quello che vediamo di quello che viviamo, non parliamo solo di cazzate. Anche di cazzate, ma non solo. Parliamo di cose che ci fanno rodere il culo e la musica ci aiuta a sfogarle. Parliamo di quello che ci piace e di quello che non ci piace. Quando affronti la musica con quest’attitudine, tutto diventa politica. Non c’è mai stata l’idea di voler essere un gruppo politico”.

Quale ruolo pensi possa ricoprire la musica in un periodo storico come questo? Secondo te è giusto, in situazioni come queste, schierarsi apertamente?
“Penso che la musica deve andare un po’ “a rompere le palle”, deve avere un impatto, deve rappresentare un punto di rottura. Altrimenti fai musica di regime, in cui tutto va bene, le cose sono belle, “voglio la Ferrari”… Va benissimo. Pure io la voglio, magari in un pezzo parlo di quello, in un altro parlo invece delle strade che mi hanno cresciuto. Voglio dire, non c’è un limite. Noi parliamo di tutto quello che vogliamo perché poi lo filtriamo con le nostre idee, con le nostre orecchie e lo colleghiamo al nostro sound. Quindi non c’è un punto di confine in cui di questo puoi parlare e di quell’altro no. Io non ho mai creduto a quelli che parlano solo di una cosa, che sono solo politici, o sono solo presi bene, o sono solo presi male. È naturale che un giorno sei incazzato, il giorno dopo sei contento, l’altro ancora ti sei innamorato della pischella, poi della macchina bella… Penso che se sei un musicista che in sé è vero, parli di tutto quello che ti circonda”.

Lo Spirito che suona” sarà in giro per l’Italia in tour, o sei maggiormente orientato a un singolo grande evento con tanti ospiti e amici, come due anni fa all’Atlantico?
“Sarà in giro per l’Italia in tour perché non ci piace rifare le cose che abbiamo già fatto, sia nei dischi che in tutto il resto. Porteremo sicuramente il disco live, perché vogliamo far suonare questi pezzi live. Ci sarà la voce di Primo live che ci accompagna, delle immagini, come dire, tutto ciò che ci si aspetta da un live potente, e in più abbiamo anche la responsabilità di proseguire il cammino che abbiamo iniziato in tre, e che adesso portiamo avanti in due. Ma una volta che ti impegni a fare un disco e ci metti tutto te stesso, sarebbe una cazzata non portarlo live, davanti alla gente che lo aspetta”.

In quel 25 marzo 2016, il meglio del rap italiano è salito sul palco per cantare le strofe di Primo accanto a te e Grandi Numeri. È stata di fatto (correggimi se sbaglio) la prima volta che, in Italia, qualcuno abbia reinterpretato le strofe scritte da un altro artista.
“In quella formula, credo proprio di no”.

Un paio di settimane fa, è uscito “Supereroe”, ultimo album di Emis Killa. Il disco è stato anticipato dal singolo “Fuoco e benzina”, scritto a quattro mani insieme a Jake La Furia: la cosa non è stata tenuta assolutamente nascosta, anzi è stata ampiamente resa pubblica sui social, rompendo di fatto un tabù della musica rap. Senza concentrarci sulla vicenda, ma affrontando questo tema in generale, qual è il tuo pensiero? Saresti a favore o contro l’interpretazione di strofe scritte da altri artisti?
“Io penso che ognuno sia libero di fare ciò che vuole. Nella musica non-rap, o comunque pop, succede quotidianamente che qualcuno interpreti testi scritti da altri, quindi non lo ritengo un grosso problema. È chiaro che se in un brano dici delle cose molto specifiche che hai fatto, e magari è stato scritto da un altro, allora magari all’ascolto potresti rimanere un po’perplesso, perché ti aspetti che chi canta abbia vissuto ciò che ha scritto. Nel cammino della musica moderna questo può accadere, è normale. Ciò che mi interessa, è se la canzone mi piace o no. Che poi l’abbia scritta Tizio o Caio, non mi interessa. La musica o è bella o è brutta.”

Parlando invece di produzioni, di cui sicuramente puoi darci lezioni di vita…
“No, non posso dare lezioni a nessuno, al massimo ti posso parlare di quello che ho fatto”.

Sei anche tu dell’opinione che, oggi più di ieri, la base abbia un ruolo di primo piano rispetto al contenuto del testo?
“No, perché secondo me la caratura di una canzone è sempre lo sposalizio di una buona musica e un buon testo. Però credo che il testo abbia sempre una valenza leggermente superiore, perché riesce a coinvolgere l’ascoltatore. Se su una buona base hai qualcuno che scrive tre cazzate, senza senso, è un conto; ma se invece hai qualcuno che riesce a trasmettere a tutti, dal ragazzino di quindici anni a mia madre, è un valore aggiunto enorme, riesce a comunicare. Se quindi la canzone viaggia e arriva a tutti, è merito del testo, che rimane imprescindibile, specialmente in questo tipo di musica, dove non conta se sia leggero o importante, ma il dato comunicativo”.

Ci sono giovani produttori in Italia con cui hai avuto il piacere di collaborare o di cui, in generale, apprezzi il lavoro?
“Guarda, ce ne sono tantissimi di pischelli che stanno crescendo davvero alla velocità della luce, gente forte. Il mio preferito rimane in assoluto Big Joe, così come Johnny Marsiglia rimane uno dei miei rapper preferiti”.

Qual è il pezzo di Cor Veleno a cui ti senti più legato?
“Parlavo di questa cosa con Gabbo, con cui abbiamo lavorato insieme e che ha suonato il basso con noi dal vivo per più di dieci anni. Stavamo proprio dicendo che un pezzo preferito non c’è, perché abbiamo lavorato dando il cento per cento su ogni pezzo. L’intro del disco che si chiama “L’antifona” è ‘na roba che mi fomenta, anche se non posso dire sia il mio preferito. È il pezzo che mi da quella scossa in più”.

Cosa c’è nel futuro di Squarta e Cor Veleno dopo “Lo Spirito che suona”?
“Non staremo con le mani in mano. Abbiamo rimesso in moto una cosa che per noi è fondamentale, che continuerà, anche se non sappiamo in quale forma o in quale modo. Un anno e mezzo fa non eravamo neanche sicuri di riuscire a fare il disco, o di essere emotivamente in grado di riuscirci. Non so cosa succederà dopo, ma sicuramente non staremo fermi ad aspettare. “Collettivo Cor Veleno” si muove”.

Quando lavori a qualcosa di nuovo, quanto senti addosso la responsabilità nei confronti di una generazione che è cresciuta con la tua musica?
“Zero. Io non ho mai fatto cose pensando alla responsabilità, ma sempre di getto, d’impulso. Mai sentito responsabilità quando abbiamo fatto i nostri dischi fino a “Lo Spirito che suona”. In quest’ultimo caso ho sentito una responsabilità gigantesca, che non sapevamo nemmeno di essere in grado di sopportare, ma nei confronti di Primo e di suo papà Mauro. Volevamo consegnargli un disco che fosse ciò che si aspettava, che avesse la potenza che voleva. Quando gliel’abbiamo fatto sentire, alla fine ma anche in corso d’opera, si è commosso, perché era esattamente quello che si aspettava. In quel momento il nostro compito è stato portato a termine. L’obiettivo era fare un nuovo disco dei Cor Veleno, che non fosse un disco amarcord, ma qualcosa di potente. Per quanto riguarda le responsabilità nei confronti della gente che è cresciuta con la nostra musica, per fortuna abbiamo sempre fatto le cose con naturalezza, senza esserne condizionati. Ma portare avanti l’immagine di Primo, la sua potenza, le sue rime, quella ci sta tutta, e penso che siamo riusciti a restituirla”.

 

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L’adrenalinico EP d’esordio dell’Ira di Febo: perfetto connubio tra rap e funk 0 789

Unire funk, rock e rap, trasmettendo quel sentimento primordiale e viscerale al quale il nome stesso del gruppo fa riferimento. Con questo intento l’Ira di Febo, giovane band bitontina nata dall’incontro del bassista Federico Marinelli, del batterista Antonio Allegretti, del chitarrista Gigi Laricchia e del rapper Valerio Vacca, presenta il suo primo eponimo lavoro. Un EP di cinque canzoni che mescola suadenti groove di basso e scatenati riff di chitarra alle impegnate rime “rappate” di Valerio Vacca. Seguendo il solco tracciato tra fine anni ’80 e inizio anni ’90 da band del calibro di Primus, Red Hot Chili Peppers e Rage Against the Machine, i quattro ragazzi pugliesi danno vita ad un disco adrenalinico dall’identità chiara e ben definita.

La copertina del disco a cura di Michele Santoruvo

Si parte con l’energica “Get Up”, un’esortazione ad “alzarsi” e a reagire con positività e determinazione alle avversità che la vita ci presenta. Il brano, breve ed incisivo, funziona bene come singolo apripista e anticipa quello che sarà il canovaccio musicale che i quattro ragazzi di Bitonto seguiranno pedissequamente per il resto dell’EP.

La successiva “What’s up Doc?” parte con un riff abrasivo e tagliente che riporta alla mente i primi Red Hot Chili Peppers. La chitarra e il basso dialogano ossessivamente, intrecciandosi e annodandosi tra di loro, intessendo ponti sonori sui quali viaggia spedito il rap a perdifiato di Valerio Vacca (che qui alterna italiano e inglese con maggior frequenza). Cambio di registro nella parte finale del brano, quando il ritmo rallenta e un morbido assolo di chitarra ci accompagna verso una placida conclusione.

Willie Peyote che incontra i Rage Against the Machine. Questa l’insolita suggestione portata alla mente dell’ascoltatore dalla successiva “Sì sì come no”. Il ritornello, orecchiabile e accattivante, è accompagnato da acidi assoli di chitarra carica di wah-wah e dai soliti groove disegnati dal basso galoppante di Marinelli. Ancora una volta i ragazzi pugliesi si dimostrano abili nel trovare la giusta alchimia tra il rap del cantato e le distintive sonorità funk rock che permeano l’intero lavoro.

Ritmi leggermente meno sostenuti per “Cavie”, brano che fa della lucida amarezza del testo il suo punto di forza. In un mondo nel quale “la verità non è mai abbastanza” e “il vero si estingue” l’imperativo categorico rimane uno soltanto: “credere in sé”.

Chiusura affidata a “What the Funk”, brano che si potrebbe definire un manifesto programmatico della band. A partire dal titolo che, con il  suo evidente ­gioco di parole, unisce l’identità musicale del gruppo ad uno sbotto che ben fotografa quello stato psichico (l’ira) del quale i quattro ragazzi bitontini vogliono farsi cantori. L’”incazzatura” in questione è data da una società che non asseconda, o più semplicemente non capisce, l’esigenza di reinventarsi e uscire fuori da schemi preordinati di chi vuole solo inseguire le proprie passioni.

Quello dell’Ira di Febo è un lavoro immediato e scorrevole, accattivante ed euforico. Un disco che con audacia volge lo sguardo al passato, riprendendo un sound che sicuramente poco ha a che spartire con le tendenze del momento (per quanto gli ultimi anni siano stati caratterizzati da una riproposizione di sonorità vintage), ma che, allo stesso tempo, si dimostra specchio fedele delle eterogenee passioni musicali di un gruppo di ragazzi che dimostra di avere qualcosa di interessante da dire. E, soprattutto, di possedere il giusto fervore (o ira, se preferite) per farlo.

“Il mondo secondo Marco” è il primo album di Marco Negri: una miscela di rock, pop, brit e nostalgia 0 262

Ognuno vede il mondo sotto la propria lente d’ingrandimento, e Marco Negri ha intenzione di raccontarci il suo punto di vista con il suo album d’esordio “Il mondo secondo Marco”, in arrivo il 25 settembre 2018. Quella di Marco sembra essere la storia di qualcuno che mai si sarebbe aspettato di arrivare dov’è ora, nella vita così come nel suo percorso musicale, e che guarda alle sue disavventure passate con disillusione mista a malinconica ironia. Dai natali nella pianura mantovana, Marco Negri approda nel 2012 a X-Factor, ottenendo una buona risposta dal pubblico, fin quando nel 2015 non conosce il produttore Carlo Cantini, con il quale lavora al suo primo album. “Il mondo secondo Marco” è stato anticipato dal singolo Doroty.

Ciò che colpisce di Marco Negri è la scrittura provocatoria e l’approccio a volte stanco, quasi pigro, nei confronti delle vicissitudini più o meno autobiografiche che si accinge a raccontare. Non ci si aspetti di trovarsi di fronte a testi di difficile comprensione: è proprio il suo essere essenziale, unito agli interventi elettronici del synth di Cantini, il pilastro principale dell’album. Pare che cammini come un funambolo su un filo sottile che è la sua rassegnazione, a volte esorcizzata, altre volte presa sul serio. In ogni caso, però, ciò che resta è sempre un retrogusto malinconico, anche dai pezzi più esplosivi, perché a suonare è quest’uomo di quasi quarant’anni, dall’espressione illeggibile, la barba incolta, e un’evidente passione/nostalgia per le atmosfere brit pop. Un mondo abbastanza eterogeneo, ma per il quale è impossibile non provare una certa simpatia. “Simpatia” nel senso di comprensione, perché alla fine dei conti Marco Negri è sincero, non si sente compiuto come molti artisti già all’inizio della loro carriera, non si comporta da star. Potrebbe essere quell’amico che ti dà un buon consiglio di sera al pub, quando la tua ragazza ti ha lasciato, e magari ti offre pure una birra.

Il disco si apre con un intro elettronica, che fa da sfondo a “Non è questo il male”, una canzone che parla del difficile rapporto tra genitore e figlio. Non si tratta di un brano alla Yusuf Cat Stevens, ma di una potente invettiva sull’incomunicabilità traghettata da ritmi elettronici anni ’80 di cui Garbo potrebbe andare fiero. Il pezzo, intermezzato da suoni monosillabici e voci di sottofondo di cui è difficile cogliere l’origine, si chiude con un verso riprodotto al contrario (sintomo che la vicenda raccontata appartiene con molta probabilità al passato dell’artista).
Prendi il sole” è una canzone dalla grande carica rock, che racconta le insicurezze di chi non si sente all’altezza di certe situazioni (nella fattispecie concreta, insieme alla sua “sirena” in spiaggia).
La traccia successiva è una delle migliori dell’album. “L’ultimo sole#2” è il racconto della fine di una estate colma di difficoltà e drammi esistenziali, in cui Marco confessa di tutte le volte in cui ha perseverato nel seguire i suoi sogni, malgrado sia spesso inciampato nelle incomprensioni di chi gli è stato vicino. “L’ultimo sole” può essere interpretato come l’ultimo tramonto estivo, o in generale, come l’ultima luce alla fine del giorno: in ogni caso, un momento in cui si traccia un bilancio dei propri fallimenti e delle proprie vittorie personali, con la fiducia inarrestabile che nonostante tutto, domani sarà un giorno diverso, e ci sarà un sole diverso. Una bella canzone, dalla struttura semplice ma efficace, che ricorda il sound di una qualsiasi canzone dei Negrita con un ritornello cantato alla Liam Gallagher, candidabile per essere il prossimo estratto.
Le chitarre elettriche annegano in “Da questo mare”, una ballata elettroacustica dal gusto malinconico e dolceamaro, che fa da spartiacque all’interno dell’album rompendo con la carica dei brani precedenti.
Segue un’altra breve intro a “Quella volta che”, un’ennesima canzone sulla scia delle aspettative deluse. Il gusto latino delle note si mischia ad un testo ricco di anafore, dall’alta fruibilità, dimostrando la spiccata versatilità di Marco Negri a chi, fino a qui, ha creduto che fosse un’artista un po’ “old fashioned”.
Cose che ho tradito” ne è un’altra conferma: un pezzo in cui raggae e pop si intrecciano, o meglio, si dividono lo spartito. La prima parte è infatti sicuramente caratterizzata dai suoni di oltreoceano (con una campionatura in background), mentre la seconda si avvicina molto di più alla maniera italiana di chiudere i brani con acuti e chitarre elettriche ostinate.
Alla numero otto arriva “Doroty”, la traccia tutta rock che ha anticipato l’album. Anche in questo caso, il testo è interpretabile in due modi: può trattarsi di una donna molto attraente di cui il protagonista è invaghito, ma che ha dietro di lei una fila di uomini pronti a possederla, e in confronto ai quali lui non si sente all’altezza (come chi soffre perché non può raggiungere un frutto che è cresciuto troppo in alto); d’altro canto, se si attribuisce un significato ai simboli disseminati nel testo (“Quanto son buie le tue galere”, “Parigi furbetta”, “Gioconda che stai lì a giocare”), allora la “mela” di cui Marco Negri parla potrebbe essere la “mela del peccato”, e Doroty potrebbe essere una prostituta.

Appeso al ramo non riesco a saltare / se la tua mela non posso comprare / c’è già quell’altro che sta lì a guardare / mi metto in fila, nient’altro da fare
Appeso al ramo ti lascio cadere / sei sempre quella ora lasciami andare / c’è già la fila di chi vuol comprare / la tua dolcezza che strega l’amore

Superstar!” è nostalgico quasi quanto un pezzo degli 883: una canzone da intonare in coro mentre ci si abbraccia, che parla di chi in passato ha vissuto da fenomeno ma che, come tutti, è stato vinto dalle abitudini del tempo e dalle necessità della vita. Sarebbe stata probabilmente la più adatta a chiudere il disco, ma Marco Negri ha deciso di cambiare registro anche con l’ultima traccia, “Te l’ho detto”, prima dell’outro finale. Si tratta di un discorso con la propria autocoscienza, dalla struttura avulsa rispetto al resto dell’album: Marco si convince che tutte le sue scelte sono state giuste, e che ha fatto bene a scambiare una velenosa normalità, fatta di materialismo e noiose certezze, con il rischio di realizzare i suoi sogni.

Il mondo secondo Marco”, in conclusione, non è sicuramente “il migliore dei mondi possibili”, come avrebbe ottimisticamente suggerito Leibniz qualche secolo fa. Anzi, a dirla tutta, se la storia di Marco Negri avesse un corrispettivo letterario, assomiglierebbe molto più a quella di Candido, strattonato da tutti e con il peso del mondo addosso. Ma è proprio questo a rendere l’artista interessante: il gusto di fare musica per il piacere di farla, per esorcizzare i propri drammi, per scaricare le sue tensioni emotive. A Marco Negri forse non interessa sapere chi lo ascolta; sembra invece che le sue canzoni siano pensieri ad alta voce, che lui abbia bisogno di cantarle in un microfono e registrarle per potersi riascoltare. Sono piacevoli anche i brani più frivoli, perché un po’ di sportività è necessaria in un Paese dove ormai le playlist e le radio sono costellate di amori tristissimi e storie finite male. Marco Negri è un artista sincero, che non sente l’esigenza di piacere a tutti i costi. La strada per il grande pubblico forse potrebbe essere meno breve quanto sembri di questo passo, e chissà, forse anche con il supporto costante del maestro Cantini, tra qualche anno lo rivedremo su palchi importanti.

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