Intervista a Squarta: “Cor Veleno non finisce qui: continueremo ciò che abbiamo iniziato” 0 598

Sono passati otto anni da “Buona pace”. Cor Veleno è sempre stato un caposaldo dell’hip hop in Italia, dai ’90 ad oggi, con il suo stile inconfondibile che ha contribuito allo sviluppo del genere nello stivale, rinnovandolo ad ogni giro di giostra. Il 26 ottobre è uscito “Lo Spirito che suona”, sesto album in studio del gruppo romano, nonché primo disco dopo la scomparsa prematura di Primo Brown. Abbiamo parlato con Squarta della genesi di un lavoro tutt’altro che scontato, dato l’impegno emotivo che ha richiesto, approfittandone per ricostruire un pezzo di storia dell’hip hop italiano e per gettare un occhio sullo scenario odierno. Il deejay e produttore, assieme a Grandi Numeri, ha senza dubbio portato a termine il dovere più importante nei confronti di un amico scomparso, facendo in modo che la sua voce continui a vivere in eterno. A supporto, tante sono state le collaborazioni all’interno del disco (Adriano Viterbini, Johnny Marsiglia, Madman, Giuliano Sangiorgi, Roy Paci, Mezzosangue, Marracash, Coez, Gemitaiz, Danno), colleghi e amici di Primo, che hanno voluto dedicargli un tributo. Ma “Lo Spirito che suona” non è il “disco dei ricordi”; è grezzo, crudo, potente, ed anche quando le atmosfere si fanno più nostalgiche, non manca di impatto emotivo e di profondità tale da far venire la pelle d’oca (ad esempio, nelle numerose citazioni alla carriera, agli album o alle canzoni del gruppo). E poi, la voce graffiante di Primo, perché nessuno dev’essere lasciato indietro. Cor Veleno continua in tre.

Partiamo dalla fine. Il disco si chiude con un pezzo che parla di come tutto è cominciato. “A pieno titolo”, in collaborazione con Danno del Colle der Fomento, l’abbiamo già conosciuta due anni fa, ed è stata subito nostalgia al primo ascolto. Ricordo di aver visto il video di quella canzone, e mi ha in particolare colpito un’inquadratura su di te (nella scena in cui sedete in sala) che sorridi di colpo alla vista delle immagini. Mi son detto: “gli occhi di Squarta dicono tutto”. Cor Veleno è più di un semplice progetto; è soprattutto la traccia di un legame esemplare, nella musica come nella vita: ti andrebbe di raccontarci brevemente come tutto è iniziato?
“Dunque, tutto è iniziato che eravamo ragazzini, e frequentavamo Piazzale Flaminio, un posto in centro a Roma. Ci vedevamo e ascoltavamo musica, si parlava di dischi e abbiamo iniziato a frequentarci in maniera spontanea, come fanno gli amici sotto casa. Dopodiché abbiamo iniziato a fare musica, ognuno per conto proprio, e ricordo che io andavo a vedere i concerti di Primo e Grandi, che già erano Cor Veleno senza di me. Andavamo nei locali a Roma, li guardavo e pensavo “cazzo, questi so’ proprio forti, so’ proprio in gamba”. Poi un amico che ha collaborato con noi per tanti anni, cioè Ibbanez (che ha fatto le grafiche per i nostri dischi), ci ha messo insieme, è venuto da me e mi ha detto: “tu devi venire con noi perché spaccano”. E io gli ho detto: “Beh, se loro vogliono, sì”. Loro erano d’accordo e abbiamo iniziato a collaborare insieme. Di lì non abbiamo più smesso”.

Ti ricordi com’è stato e cosa hai pensato quando avete riascoltato “21 Tyson” subito dopo averlo registrato? Correva l’anno 1997.
“Si, quello è stato il primo pezzo, ma l’ha prodotto Detor. Ha fatto quel pezzo con David e Giorgio prima, poi loro l’hanno registrato con me per il mixtape di Piotta (“La banda der trucido”, ndr.). Anche se il pezzo non era prodotto da noi, comunque l’abbiamo realizzato e registrato insieme. Eravamo da soli in studio, che poi era un garage. Un posto brutto, buio, però l’atmosfera che c’era in quel garage quando abbiamo riascoltato 21 Tyson era perfetta, perché quel pezzo era minaccioso, qualcosa di nuovo. Aveva un sound, delle rime che io stavo aspettando, volevo fare della musica così. Perciò quando l’ho riascoltata mi son detto: “devo lavorare con loro, perché questi so’ proprio forti”.

In un’intervista da MixUp a “The Flow” per l’uscita di “El Micro de oro” (2014), Primo raccontava che il progetto Cor Veleno (ai tempi fermo a “Buona pace”, 2010) avrebbe richiesto un po’ di tempo perché avevate voglia di tornare con una superbomba degna del vostro nome. Poi, tutti sappiamo com’è andata la storia. Ciò che ti vorrei chiedere è se Primo fosse al corrente di quello che oggi è “Lo Spirito che suona” o se è solo frutto della vostra dedizione ex post.
“Il disco ha preso forma dopo che David è scomparso. Tutto il materiale che sentite abbiamo iniziato a lavorarlo prima che David si ammalasse. Ci sono anche alcuni pezzi che lui aveva registrato per altri amici; poi loro ci hanno mandato il materiale pensando che fosse giusto che l’avessimo noi. Di fatto il disco ha preso forma dopo: noi gli abbiamo dato un vestito, ma questa cosa era già in essere, era già iniziata. David non ha fatto in tempo a vedere finito il progetto nella sua interezza, però ha piantato i semi di quello che è diventato “Lo Spirito che suona”.

Penso che anche molti altri siano stati colpiti da alcune collaborazioni “inaspettate” del disco. Con questo intendo che Adriano Viterbini o Giuliano Sangiorgi sono nomi che probabilmente solo Cor Veleno, con la sua credibilità, avrebbe potuto ammettere all’interno di un album.
“Se non lo facevamo noi, chi lo poteva fa’?”

Esatto. Mi ha colpito la scelta per così dire “eterogenea” degli artisti, non tutti provenienti prettamente dal rap. Ho intravisto una dimensione quasi di “collettivo” di Cor Veleno, soprattutto con il forte messaggio che questo album porta in sé: cosa ne pensi?
“Sono d’accordo quando parli di “collettivo”. Intanto quelle collaborazioni di cui parli per noi sono la normalità, se pensi che ci è sempre piaciuto mischiare stili, suonare strumenti nei brani, inserire artisti provenienti da altre estrazioni musicali, perché ascoltiamo tutto, e ci piace anche mettere nei nostri lavori ciò che ascoltiamo su dischi dei generi più disparati, ovviamente filtrandolo e facendolo nostro. Tutte le collaborazioni “inusuali”, quindi, per me sono una figata ad hoc. E in più quando dici “collettivo”, ti dico che hai ragione, perché tutti gli amici che sono venuti ci hanno messo lo stesso impegno che avrebbero messo in un disco loro. Questa cosa si sente fortissimo, ed è quello che volevamo”.

Cor Veleno è sempre stato sinonimo di “resistenza”. Credo che sarebbe erroneo definirla musica “impegnata”, ma nelle vostre canzoni non è mai mancato un messaggio per così dire “politico” (di cui ne sono testimoni anche “Queste strade” e “Città di vetro”).
“Tutto è politica. Quando parli, dipende tutto dalla responsabilità di quello che dici. Dirti che abbiamo fatto canzoni politiche? No. Non era nel nostro interesse. Però come dire, nella musica troviamo un modo a noi congeniale per esprimerci, parliamo di quello che vediamo di quello che viviamo, non parliamo solo di cazzate. Anche di cazzate, ma non solo. Parliamo di cose che ci fanno rodere il culo e la musica ci aiuta a sfogarle. Parliamo di quello che ci piace e di quello che non ci piace. Quando affronti la musica con quest’attitudine, tutto diventa politica. Non c’è mai stata l’idea di voler essere un gruppo politico”.

Quale ruolo pensi possa ricoprire la musica in un periodo storico come questo? Secondo te è giusto, in situazioni come queste, schierarsi apertamente?
“Penso che la musica deve andare un po’ “a rompere le palle”, deve avere un impatto, deve rappresentare un punto di rottura. Altrimenti fai musica di regime, in cui tutto va bene, le cose sono belle, “voglio la Ferrari”… Va benissimo. Pure io la voglio, magari in un pezzo parlo di quello, in un altro parlo invece delle strade che mi hanno cresciuto. Voglio dire, non c’è un limite. Noi parliamo di tutto quello che vogliamo perché poi lo filtriamo con le nostre idee, con le nostre orecchie e lo colleghiamo al nostro sound. Quindi non c’è un punto di confine in cui di questo puoi parlare e di quell’altro no. Io non ho mai creduto a quelli che parlano solo di una cosa, che sono solo politici, o sono solo presi bene, o sono solo presi male. È naturale che un giorno sei incazzato, il giorno dopo sei contento, l’altro ancora ti sei innamorato della pischella, poi della macchina bella… Penso che se sei un musicista che in sé è vero, parli di tutto quello che ti circonda”.

Lo Spirito che suona” sarà in giro per l’Italia in tour, o sei maggiormente orientato a un singolo grande evento con tanti ospiti e amici, come due anni fa all’Atlantico?
“Sarà in giro per l’Italia in tour perché non ci piace rifare le cose che abbiamo già fatto, sia nei dischi che in tutto il resto. Porteremo sicuramente il disco live, perché vogliamo far suonare questi pezzi live. Ci sarà la voce di Primo live che ci accompagna, delle immagini, come dire, tutto ciò che ci si aspetta da un live potente, e in più abbiamo anche la responsabilità di proseguire il cammino che abbiamo iniziato in tre, e che adesso portiamo avanti in due. Ma una volta che ti impegni a fare un disco e ci metti tutto te stesso, sarebbe una cazzata non portarlo live, davanti alla gente che lo aspetta”.

In quel 25 marzo 2016, il meglio del rap italiano è salito sul palco per cantare le strofe di Primo accanto a te e Grandi Numeri. È stata di fatto (correggimi se sbaglio) la prima volta che, in Italia, qualcuno abbia reinterpretato le strofe scritte da un altro artista.
“In quella formula, credo proprio di no”.

Un paio di settimane fa, è uscito “Supereroe”, ultimo album di Emis Killa. Il disco è stato anticipato dal singolo “Fuoco e benzina”, scritto a quattro mani insieme a Jake La Furia: la cosa non è stata tenuta assolutamente nascosta, anzi è stata ampiamente resa pubblica sui social, rompendo di fatto un tabù della musica rap. Senza concentrarci sulla vicenda, ma affrontando questo tema in generale, qual è il tuo pensiero? Saresti a favore o contro l’interpretazione di strofe scritte da altri artisti?
“Io penso che ognuno sia libero di fare ciò che vuole. Nella musica non-rap, o comunque pop, succede quotidianamente che qualcuno interpreti testi scritti da altri, quindi non lo ritengo un grosso problema. È chiaro che se in un brano dici delle cose molto specifiche che hai fatto, e magari è stato scritto da un altro, allora magari all’ascolto potresti rimanere un po’perplesso, perché ti aspetti che chi canta abbia vissuto ciò che ha scritto. Nel cammino della musica moderna questo può accadere, è normale. Ciò che mi interessa, è se la canzone mi piace o no. Che poi l’abbia scritta Tizio o Caio, non mi interessa. La musica o è bella o è brutta.”

Parlando invece di produzioni, di cui sicuramente puoi darci lezioni di vita…
“No, non posso dare lezioni a nessuno, al massimo ti posso parlare di quello che ho fatto”.

Sei anche tu dell’opinione che, oggi più di ieri, la base abbia un ruolo di primo piano rispetto al contenuto del testo?
“No, perché secondo me la caratura di una canzone è sempre lo sposalizio di una buona musica e un buon testo. Però credo che il testo abbia sempre una valenza leggermente superiore, perché riesce a coinvolgere l’ascoltatore. Se su una buona base hai qualcuno che scrive tre cazzate, senza senso, è un conto; ma se invece hai qualcuno che riesce a trasmettere a tutti, dal ragazzino di quindici anni a mia madre, è un valore aggiunto enorme, riesce a comunicare. Se quindi la canzone viaggia e arriva a tutti, è merito del testo, che rimane imprescindibile, specialmente in questo tipo di musica, dove non conta se sia leggero o importante, ma il dato comunicativo”.

Ci sono giovani produttori in Italia con cui hai avuto il piacere di collaborare o di cui, in generale, apprezzi il lavoro?
“Guarda, ce ne sono tantissimi di pischelli che stanno crescendo davvero alla velocità della luce, gente forte. Il mio preferito rimane in assoluto Big Joe, così come Johnny Marsiglia rimane uno dei miei rapper preferiti”.

Qual è il pezzo di Cor Veleno a cui ti senti più legato?
“Parlavo di questa cosa con Gabbo, con cui abbiamo lavorato insieme e che ha suonato il basso con noi dal vivo per più di dieci anni. Stavamo proprio dicendo che un pezzo preferito non c’è, perché abbiamo lavorato dando il cento per cento su ogni pezzo. L’intro del disco che si chiama “L’antifona” è ‘na roba che mi fomenta, anche se non posso dire sia il mio preferito. È il pezzo che mi da quella scossa in più”.

Cosa c’è nel futuro di Squarta e Cor Veleno dopo “Lo Spirito che suona”?
“Non staremo con le mani in mano. Abbiamo rimesso in moto una cosa che per noi è fondamentale, che continuerà, anche se non sappiamo in quale forma o in quale modo. Un anno e mezzo fa non eravamo neanche sicuri di riuscire a fare il disco, o di essere emotivamente in grado di riuscirci. Non so cosa succederà dopo, ma sicuramente non staremo fermi ad aspettare. “Collettivo Cor Veleno” si muove”.

Quando lavori a qualcosa di nuovo, quanto senti addosso la responsabilità nei confronti di una generazione che è cresciuta con la tua musica?
“Zero. Io non ho mai fatto cose pensando alla responsabilità, ma sempre di getto, d’impulso. Mai sentito responsabilità quando abbiamo fatto i nostri dischi fino a “Lo Spirito che suona”. In quest’ultimo caso ho sentito una responsabilità gigantesca, che non sapevamo nemmeno di essere in grado di sopportare, ma nei confronti di Primo e di suo papà Mauro. Volevamo consegnargli un disco che fosse ciò che si aspettava, che avesse la potenza che voleva. Quando gliel’abbiamo fatto sentire, alla fine ma anche in corso d’opera, si è commosso, perché era esattamente quello che si aspettava. In quel momento il nostro compito è stato portato a termine. L’obiettivo era fare un nuovo disco dei Cor Veleno, che non fosse un disco amarcord, ma qualcosa di potente. Per quanto riguarda le responsabilità nei confronti della gente che è cresciuta con la nostra musica, per fortuna abbiamo sempre fatto le cose con naturalezza, senza esserne condizionati. Ma portare avanti l’immagine di Primo, la sua potenza, le sue rime, quella ci sta tutta, e penso che siamo riusciti a restituirla”.

 

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Ascoltare i Quercia per perdersi e ritrovarsi 0 108

È uscito il 20 febbraio scorso ‘Di Tutte le Cose che Abbiamo Perso e Perderemo‘ il nuovo LP dei Quercia, band cagliaritana dalla fortissima attitudine punk, che negli anni ha saputo coniugare l’alternative con l’emo e il pop con lo screamo, il post hardcore e, ovviamente, il post rock. In quest’ultimo lavoro – interamente autoprodotto – c’è tutto questo, ma anche di più. C’è il dadaismo intenzionale di band emergenti come i Cucineremo Ciambelle (forieri del math rock in Italia), il graffio dei Gazebo Penguins di Legna, ma anche il groove dei CCCP, insomma: storia, tradizione e irrazionalità. Il tutto è condito con una buona dose d’introspezione, un pizzico d’insofferenza e una spruzzata di malinconia. Questo disco ha un filo conduttore: la perdita. Relativa a persone, cose, sentimenti ed emozioni, la perdita è legata a un senso di vuoto che attiva in noi un meccanismo inerziale che ci spinge a cercare un “rimpiazzo” e ci porta a tracciare i contorni – prossimi alla dissolvenza – di ciò che abbiamo perso, su quelli dell’eventuale rimpiazzo. Non siamo disposti ad accettare l’oblio né tantomeno la perdita, per questo tentiamo di esorcizzarla ed esorcizzare la sofferenza che ad essa è legata. Con la musica si può fare.

La copertina del nuovo disco dei Quercia

Il disco si apre con Buio: brano potentissimo, urlato, quasi sputato in faccia a chi ascolta. Chitarre distorte e un ritmo martellante di una batteria ormai usurata: è il pezzo con la cazzimma, quello che ti spettina e ti fa ribollire qualcosa dentro. È il varo che porta la nave lontano, fra le onde della melanconia e quelle del destino (con buona pace di Lars von Trier).

Il viaggio continua con Finestra, brano che incarna perfettamente lo spirito screamo. Il testo è imperniato sulla domanda “che cosa ci manca davvero?”, e proprio la mancanza – come già detto – è il filo conduttore di tutto il disco. Il graffio della voce esalta il testo stringato ma essenziale e mai banale.

Torri è il pezzo multanime, quello che comincia in un modo e finisce in un altro. L’inizio soft con un bel riff lascia presto il posto alla prepotenza della voce e della batteria. Questo brano è un invito cinico a dimenticare tutto ciò che è stato e che probabilmente non sarà più. Dimenticare – fare tabula rasa – per ricostruire e ricostruirsi, per non perdersi nei ricordi e andare avanti, questo è il messaggio.

Pogare è lecito, soprattutto per pezzi come Corridoio che ti sollevano letteralmente da terra (provate ad ascoltarlo col surround acceso a volume alto, ma state lontani dai vetri!). Il post-rock, il punk, l’emo, si sentono tutti e si avvicendano in un preciso gioco di rimandi. Questo pezzo sembra descrivere la memoria come un corridoio che percorriamo a ritroso per trovare i ricordi migliori. I peggiori li lasciamo dissolvere nel buio dell’oblio.

Quercia band

Voci distorte, frasi che s’incastrano perfettamente e licenze poetiche. Problema è una confessione accompagnata da un groove avvolgente: “L’inferno che conserviamo nelle stanze di noi stessi brucia chi non lo capisce”. Abbiamo tutti un inferno privato che non siamo disposti a condividere, perché siamo convinti che nessuno sia in grado di comprendere. Non è sbagliato pensarlo, ma non è neanche giusto: è semplicemente relativo (anche se è risaputo che all’inferno ci sono solo stanze singole!).

Capolinea è un brano più lento e cupo ma non per questo meno intenso. È un pezzo alla Gomma (band post- punk casertana) da cui traspare l’anima intimista della band: noi siamo il capolinea del treno e non si può più andare oltre.

Si cambia completamente stile in Altalena, pezzo strumentale, quasi ambient. È un brano rilassante e cullante, un unicum nell’intera produzione dei Quercia.

C’è un trait d’union che lega Altalena e l’ottava traccia del disco; è un filo sottilissimo che unisce i due brani e li rende complementari. Con Pozzanghere si torna nell’alveo dell’emo, seppur con qualche sfumatura punk. Il pezzo è un invito ad asciugarsi le lacrime, a smettere di piangere e fare pozzanghere, perché c’è sempre qualcosa di meglio da fare. Questo è il tentativo di esorcizzare la pena che segue una perdita.

L’attacco è di quelli potenti: “Tutte le cose che abbiamo perso e perderemo, non sono mai nostre davvero”. Fiammiferi è il pezzo più breve ma il più intenso dell’album. È privo di sovrastrutture e l’incipit si ripete così tanto da rimanere impresso nel cervello. Sì, è il brano che preferiamo.

Siamo soliti costruire muri per evitare di continuare a guardare ciò che ci disturba e ci fa male. Il muro è un confine mentale e/o fisico che c’impedisce di guardare, ma non c’impedisce di pensare: occhio non vede, cuore non duo-…no, troppo banale! Muro non lo è e ci porta a riflettere sull’inutilità di continuare a costruire qualcosa che finiremo, comunque, per distruggere, se non fisicamente almeno col pensiero. La chitarra nel finale si prende meritatamente la scena!

Bivio ha un testo verace, a tratti poetico. L’anima alternative e post rock del pezzo si tinge di punk, l’elemento distintivo della band. Qui troviamo l’arrangiamento più bello dell’album; ovviamente, come ripete sempre un mio amico “De gustibus […]”.

Il pezzo che chiude il disco s’intitola Ridevamo ed è una sorta di avviso ai naviganti: c’è sempre un motivo per non stare fermi e andare avanti. Il tempo passa e non possiamo far altro che farci trovare pronti per non arrivare in ritardo al nuovo appuntamento. Il gattopardismo larvato nel testo tradisce l’insofferenza per un posto che è, allo stesso tempo, sempre troppo uguale e troppo diverso.

Non bisogna limitarsi all’apparenza. Per capire i Quercia e la loro musica bisogna andare in profondità, senza scarnificarli. Al primo ascolto sembrano i cinque ragazzotti che ti urlano in faccia l’incazzatura dei vent’anni. Approfondendoli, invece, ci si rende conto che hanno le palle e meritano tanto!

Abbiamo ascoltato in anteprima TeRAPia di Picciotto 0 128

TeRAPia è il nuovo concept album di Picciotto, storico rapper della scena palermitana, che è da sempre cantore cupo e appassionato della degradata realtà delle periferie meridionali. Per quest’ultimo lavoro, in uscita il 15 marzo, Picciotto dimostra di non aver perso lo smalto della scrittura chiara e potente e anche di poter variare, con ottimi risultati, lo stile musicale delle basi, grazie ad una produzione di alto livello, affidata ora a Gheesa, Naiupoche, Bonnot e Dj Spike.

Il pezzo d’apertura, Illusione, è un esordio che ammutolisce. Caratterizzato da un ritmo e da una narrazione nostalgica e drammatica, Picciotto ricorda le speranze della sua gioventù per un mondo migliore; si tratta, però, di speranze tradite, rifugio ormai di tristi ricordi che hanno il potere di farci guardare avanti. Il secondo pezzo Come Stai, che dipinge con arguzia la superficialità dei rapporti al giorno d’oggi, tenta, invece, di scrollarsi di dosso quell’atmosfera, dando vita ad un new soul dinamico, anche per via degli scratch di qualità di Dj Delta, una delle collaborazioni più gustose dell’album.

Sempre a proposito di collaborazioni, quella con Shakalab e Roy Paci nel terzo estratto, Hashtag la Victoria, è una carta indiscutibilmente vincente. Il pezzo, che critica la sempre più comune tendenza a fare politica sui social network, risente positivamente dell’eclettismo dei suoi ospiti, riuscendo comunque a trasportare l’ascoltatore anche al successivo Capitale, un inno sentito ed emozionante a Palermo.

L’argomento politico viene approfondito e sviscerato nelle seguenti quattro canzoni. Abbiamo dapprima Come non ho fatto mai, un pezzo che esclama la necessità dell’impegno politico tanto nel locale quanto nelle questioni globali, tanto da avere leggere e stuzzicanti influenze musicali tipicamente estere. Ci troveremo poi davanti ad Ashadogan, il quale mette alla berlina l’insensatezza e la pericolosità del razzismo, non risparmiando certo stoccate a personaggi che lo alimentano, come il ministro Salvini. C’è poi Lividi, in cui Picciotto, con un doppio feauturing ‘O ZulùDavide Shorty, indossa i panni di Stefano Cucchi, mettendoci in guardia su come quello che ha passato potrebbe succedere ancora, e sull’importanza di non dimenticare mai. Legato al ricordo è anche il pezzo successivo, Ancora Vive, cantato insieme a Simona Boo. Ancora Vive ha un testo e una musica di assoluta profondità, diventando un monito che vuole affermare l’importanza di ricordare la lotta politica e sociale partigiana, una lotta da cui prendere spunto per migliorare la società.

Concluso questo blocco prettamente politico, si passa a D’amore e D’accordi, un pezzo che infonde speranza ad ogni giovane musicista che non vede riconosciuta la propria arte, unica via per conoscere e conoscersi. La scrittura è viva e incisiva, frutto della reale esperienza di Picciotto, che con questa canzone ci offre uno degli spaccati più veri di cosa un artista dovrebbe essere.

Il decimo brano, Da grande – Rap Neomelodico, è quella che possiamo definire senza troppi problemi la vera hit di TeRAPia. Scanzonata ed ironica, la canzone ci trasporta direttamente nella periferia palermitana, tra note di pezzi neomelodiche napoletani e voglia di riscatto sociale. La collaborazione con il partenopeo Enzo Savastano contribuisce alla grande alla riuscita di questo pezzo da riascoltare e canticchiare.

Dopo questa nota pop, però, segue il pezzo, anzi, seguono i due pezzi, probabilmente più iconici e potenti dell’intero album: Sogno vs Incubo. Si tratta di un’unica traccia dove le personificazioni del Sogno e dell’Incubo parlano (pardon: rappano) con Picciotto. Il Sogno ci ricorda quanto il suo compito sia vitale nella nostra vita, diventando l’unico carburante che ci permette di migliorare, e lo fa con un flow disteso e morbido; l’Incubo, invece, parla di come il mondo sia in realtà crudele, di quanto l’opportunismo regni nelle coscienze delle persone, e per farcelo capire come si deve non esita ad affidarsi ad un rap hardcore, potente ed intenso.

La personale seduta di Picciotto, a questo punto, volge al termine, e lo fa grazie a Colloquio, una sorta di summa di tutto questo viaggio dentro e fuori il suo mondo. Un colloquio certamente complesso e stratificato, come dimostra il mix di suoni elettronici e più old-school che rendono questo pezzo un diamante raro.

L’ultimo brano è Terapia Popolare, dove il rapper riprende la sua identità di artista del popolo, criticando sferzante l’industria mainstream e rivendicando la musica come strumento per analizzare e criticare la società, soprattutto quella delle periferie. D’altro canto, come dice lo stesso Picciotto “Non è arte popolare, ma è il popolo che fa l’arte”.

TeRAPia è quindi, più che una cura, un colloquio psicanalitico tra il Picciotto artista e il Picciotto uomo, un album che cerca di comprendere la diversità e la complessità del mondo popolare, servendosi della musica rap, ora più classica ora più all’avanguardia. Un risultato iconico, che segna per tutti gli amanti del genere un ascolto consigliatissimo.

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