Intervista a Willie Peyote: “Tôret per affrontare la libertà di espressione; io nichilista? Solo azzerando si può ricostruire” 0 2308

Willie Peyote è un artista che non ha bisogno di essere presentato, e d’altronde riuscirebbe difficile collocarlo all’interno del panorama musicale italiano. Rap, hardcore, indie: è tutte queste cose, o forse è meglio dire nessuna di loro. Willie Peyote viene da Torino, una città che ha l’orgoglio di rappresentare in Italia e che ha avuto un retaggio importante nelle sue canzoni e nella sua scrittura. Dapprima con i Funk Shui Project, poi due album solisti di cui il secondo, “Educazione Sabauda”, ha praticamente capovolto il concetto di rap indipendente e rivoluzionato il modo di fare musica anche sul palcoscenico. Reduce del suo ultimo album Sindrome di Tôret” e impegnato in tour al fianco di Frank Sativa e la Sabauda Orchestra Precaria, Willie Peyote ha dimostrato di essere l’artista di cui l’Italia aveva bisogno. Cinico, distaccato, critico e analista, ma in fondo un gran romanticone: gli abbiamo fatto qualche domanda interessante partendo proprio dal suo album per risalire alle idee e ai principi che l’hanno guidato durante la stesura, e chiedergli un’opinione a riguardo.

 

La Sindrome di Tourette è un problema concettuale/abbiamo tutti un attenuante se lo schifo è consensuale”. Questi sono due versi tratti da “Vendesi”, la tredicesima e ultima traccia del tuo ultimo album “Sindrome di Tôret” (2017). Per iniziare l’intervista, sarebbe bello se ci raccontassi il momento esatto in cui hai avuto chiare davanti ai tuoi occhi le forme che avrebbe preso l’album, il suo titolo e il concept.
La cosa strana è che è nato al contrario. In ‘Educazione Sabauda’ avevo già immaginato il titolo del disco che sarebbe venuto dopo, ma non avevo i pezzi. Volevo fare un disco che trattasse il tema della libertà di espressione (non sapevo che forma avrebbe avuto), quindi il concept c’era, il titolo anche, ma sulla struttura dell’album ci abbiamo lavorato tanto anche in studio. È stata una cosa che è cresciuta strada facendo, ed io cambiavo spesso le barre o le canzoni interamente in base a come andava. Avevo ben chiaro “dove” saremmo arrivati, ma non sapevo ‘come’”.

Come percepisci l’impatto che l’album sta avendo sul pubblico rispetto alle tue personali aspettative precedenti alla pubblicazione e al tour, e cosa è invece cambiato rispetto al precedente (capolavoro) “Educazione Sabauda” (2015)?
‘Capolavoro’ l’hai detto tu (ride, ndr.). L’album sta avendo un riscontro superiore a quello che mi aspettavo. È stato percepito da subito molto bene, addirittura siamo finiti in classifica FIMI (un evento del tutto inaspettato) e il tour sta andando meglio dell’album (anche in questo caso, non ce l’aspettavamo). Rispetto a cosa è cambiato, posso dirti che sono cambiato io, ed è cambiato il senso di fare musica da ‘Educazione Sabauda” a oggi. In ‘Educazione’ racconto del passaggio da lavoro dipendente al tentativo di fare musica come lavoro, e invece “Sindrome” nasce come un disco su cui si sarebbe costruito un tour e una carriera musicale vera e propria non solo per me, ma anche per tutti i ragazzi che ci hanno collaborato. Quindi è cambiato proprio il presupposto con cui mi pongo di fronte alla musica, perché se era una passione che avrebbe potuto sfociare in qualcosa di più, oggi è un lavoro, e questo cambia l’approccio a ciò che si fa. In qualche modo, occorre iniziare a ragionare a priori su come potrebbero andare le cose, mentre prima era tutto un po’ più in ‘freestyle’, ecco. Dopodiché, io non ho mai grosse aspettative: preferisco vedere il bicchiere mezzo vuoto che mezzo pieno. Se si hanno grosse aspettative, è logico restare delusi nel momento in cui non si raggiungono; mentre io non mi aspetto mai un cazzo, così va tutto bene.

La copertina dell’ultimo album “Sindrome di Tôret” (2017)

Sei un artista che ha sempre avuto un occhio clinico sulla realtà delle cose, e che nelle sue canzoni riesce sempre a tirare fuori i lati contraddittori delle persone. Qual è, secondo Willie Peyote, la linea di confine tra libertà di espressione e tutela della privacy? Soprattutto, quali sono i lati contraddittori di Willie Peyote?
Magari parto dalla seconda che so che è più facile. Il lato contraddittorio sta nel fatto che se non avessi una carriera musicale non avrei i social network, o non li userei tanto quanto li uso. Ormai certe cose fanno parte del lavoro, e come queste tante altre non le farei se non fossi “obbligato” dalle situazioni. Alla domanda non ho una risposta. Il disco affronta proprio quel tema: dove finisce la tua libertà e inizia quella degli altri? Fino a che punto abbiamo perso di vista cos’è la libertà? Certe volte il tuo cellulare sa di cosa stai parlando e ti da un suggerimento. Il fatto che riescano a collegare degli algoritmi così efficienti e performanti (e mi fermo agli algoritmi senza pensare che ci sia dietro Cambridge Analytica), tanto da mettere insieme tutti i puntini che fanno la tua vita – dal momento che quell’affare ce l’hai sempre in tasca e sa sempre dove sei, cosa fai, con chi lo fai – mi mette un po’ di ansia. Il problema è che viviamo in una società in cui è impossibile esimersi da questo, e comunque anche se ci riuscissimo saremmo sempre controllati. Le BR oggi non esisterebbero, perché se io e te ci adesso decidiamo di fare un attentato, ci sgamano; motivo per il quale, tante cose non tornano nella gestione dell’antiterrorismo. Magari non è la sede adatta per discutere queste problematiche, però forse è il caso di tenersi sempre i dubbi. Non dico di essere complottisti, ma porsi delle domande in più ogni tanto aiuta.

Potremmo azzardare che la realtà apparente sia importante tanto quanto la realtà concreta, e che le due cose si compenetrino ormai, dato che la rete e i dati si insidiano in ogni aspetto della nostra vita, sia esso il lavoro o la vita privata.
Beh, per quanto riguarda la vita privata, io credo che se una tipa la conosci al bancone del bar è meglio che contattarla su Facebook o su Instagram, o almeno per me funziona così. Ma io ho anche 33 anni, appartengo a un’altra generazione (ride, ndr.).”

“Nichilista, torinese e disoccupato”. Sulle ultime due non abbiamo dubbi; il nichilismo invece, inteso come atteggiamento di rifiuto dei valori (storicamente borghesi) prestabiliti dalla società, è secondo te l’unica vera frontiera per l’uomo moderno di ottenere un risarcimento della propria dignità?
Merda, l’hai messa giù bene, sei proprio un filosofo! (ride, ndr.) Questa è un’altra cosa che è nata per gioco, perché mi accusavano di essere nichilista: “oh, ma non ti piace niente”, “ma ti fa tutto schifo” ecc. E quindi io l’ho presa davvero come un gioco, però penso anche che sia una delle poche risposte possibili all’omologazione: il rifiuto. Se azzeriamo tutto, possiamo ricominciare a costruire.

Georg Simmel era convinto che fosse la borghesia a imporre i suoi modelli stilistici ai ceti meno abbienti della società; Roland Barthes, invece, diceva che sono i giornali a decidere cosa è di moda, secondo un analogo sistema “trickle-down” (“a goccia”). Quindi, nella modernità la moda si fa linguaggio. Oggi sono gli influencer e le star, attraverso i social, a costruire e suggerire nuove tendenze. La moda segue percorsi ciclici: nasce, si espande e brucia velocemente. In questo senso, il fenomeno riflette il senso di caducità dell’esistenza. Sei d’accordo con quest’idea? Quanto influisce sulla musica, i suoi mezzi e i suoi fini?
Guarda, il punto è questo: molti artisti oggi non fanno musica; fanno pubblicità di scarpe, o di vestiti. E ricevono dei gran soldi per farlo. Alcuni sono consapevoli di questo, altri meno: la Ferragni e Fedez sono perfettamente consapevoli; la DPG non so quanto. E i giovani ragazzi che seguono quell’esempio lì, non so quanto siano consapevoli del fatto che indossano ciò che gli viene detto di indossare, e fanno ciò che gli viene detto di fare. Quindi, io sarei d’accordo con Simmel, sinceramente. Però è anche vero che non dice qualcosa in contrasto con Barthes, perché da che mondo e mondo i giornali sono in mano a chi ha i soldi, e quindi tutto torna.

Le leggi ingiuste esistono, e tocca a noi decidere di fare qualcosa nell’immediato per cambiarle oppure attendere che venga fatta una proposta di emendamento, quando saranno state già sufficientemente sfruttate da chi le ha create. La domanda che ti riporto ha origine nella “Disobbedienza civile” di Henry Thoreau: “non può esistere un governo in cui non sia la maggioranza a stabilire, virtualmente, cosa è giusto e cosa non lo è, bensì la coscienza?
La coscienza di chi però? Nel momento in cui esiste un governo, qualcuno governa, e lo fa sulla base della sua coscienza (ammesso che le proposte di legge non siano basate sui propri interessi). Non saprei se possa esistere o meno, perché poi i discorsi come il test per accedere al voto sono sempre molto borderline, e quindi bisogna fare attenzione a quello che si dice. Se la classe politica avesse ancora dei valori, io sarei contento di pagare tanti soldi un politico che fa bene il suo lavoro. Ma a me sembra che questa non rispecchi più i valori dei nostri padri costituenti, e di conseguenza forse andrebbe cambiato tutto. È anche vero che non si può infrangere la legge per forza, perché nessuno di noi è abbastanza illuminato per decidere con certezza quali leggi sono giuste e quali no. Se tutti seguiamo la nostra legge, fuori c’è il caos. Odio gli abusi di potere, odio le forze dell’ordine, ma sono sicuro che una società civile debba avere una forma di controllo, perché qualcuno piscia sempre fuori dal vaso.

“Più bulli e meno ciccioni” ?
Quello è un discorso che dovresti chiedere più a Eugenio che a me (il riferimento è alla canzone “Selezione naturale” di Eugenio in Via Di Gioia contenuta nel suo album “Tutti su per terra” e in collaborazione con Willie Peyote, ndr.). Però quel pezzo lì è un paradosso in un paradosso in un paradosso: è l’ “inception” dei paradossi. Cioè io prendo per il culo lui, che prende per il culo me, dicendo però entrambe le cose. Allora lui parte dal presupposto che i rapper siano un cattivo esempio, e io gli dico che in realtà sono un cattivo esempio “perché non hai le palle di dire quello che dico io, ma lo pensi anche tu”. E a proposito del fatto che in strada impari il rispetto, è vero che paradossalmente impari anche a non rispettare gli altri, ma ad importi su di loro. Quindi se tutti ci facessimo più domande, tornando al discorso del dubbio, e ci chiedessimo cosa pensano e cosa provano gli altri prima reagire, pensando alla regola aurea biblicamente “fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a te, sarebbe un buon inizio. Non sono un ciellino, però ci ponessimo con gli altri come vorremmo che si ponessero con ognuno di noi sarebbe interessante. Se vuoi rispetto, dai rispetto. Se vuoi che vengano prese in considerazione le tue idee, prendi in considerazione le idee degli altri.

Grazie per il tempo dedicato, Willie. Un’ultima domanda difficilissima: stai per morire e ti viene data la possibilità di ascoltare un’ultima canzone scegliendo tra Pink Floyd e Umberto Tozzi. Chi preferiresti?
I Pink Floyd.

Ma come!
Con tutto il rispetto, ma non vedo perché dovrei ascoltare Umberto Tozzi. Ormai ci sono The Giornalisti che fanno quello.

 

Tutti i diritti sui contenuti dell’intervista sono riservati a Radio Frequenza Libera.

Link al podcast: http://podcast.frequenzalibera.it/episode/2018-05-09_intervista_willie_p_definitiva

La galleria fotografica è a cura di Vito Lauciello Photography©. Le foto sono state scattate presso l’Anfiteatro della Pace a Bari in occasione della VII edizione del “Premio Maggio”.

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Intervista a Depha: “3Tone Studio ormai punto di riferimento a Roma.” 0 292

Il lavoro del producer è ormai fondamentale, nel Rap o nella Trap, per la buona riuscita di un progetto musicale: succede praticamente per ogni artista, basti pensare all’ottima coppia che formano Quentin40 e Dr. Cream, o al super lavoro di Charlie Charles all’interno della Trap. A metà fra old school e nuova scuola si trova un altro producer fra i più fruttuosi del panorama italiano: Depha Beat, all’anagrafe Edoardo Di Fazio, è un produttore classe ’86 da parecchio tempo impegnato a lavorare con molti esponenti del rap romano, fra cui Gast, Chicoria, Metal Carter, Yamba, Roma Guasta e Pa Pa. Il lavoro di Depha si concentra tutto al quartiere Africano di Roma, nel 3Tone Studio, da dove sono usciti tanti degli ultimi lavori della scena romana. Come dice Depha stesso, il 3Tone è diventato un punto di riferimento, e così anche lui: abbiamo intervistato il giovane produttore romano, parlando proprio del 3Tone Studio, degli artisti con cui lavora quotidianamente, ma anche della scena romana e dei progetti futuri.

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Ciao Depha! Partiamo dalle basi: 3Tone Studio, attivo dal 2014. Raccontami un po’ la storia.
La storia del 3Tone Studio inizia ancora prima della sua formazione, quando si chiamava 3Q Studio. Devi sapere che sono laureato in grafica e design – sono completamente autodidatta per quello che riguarda la musica. Praticamente, tornai da Londra dopo aver fatto uno stage in uno studio di grafica dove venni trattato a pesci in faccia [Ride, n.d.r.]; da lì la decisione di aprire uno studio, visto anche che suonavo dall’età di quattordici anni. È iniziato come studio di grafica, non solo di musica, ma poi ci siamo dati solo a quest’ultima, investendoci molti soldi e rendendolo uno studio professionale.

Quanta gente passa dallo studio? Produci davvero un sacco di artisti…
Penso sia diventato un punto di riferimento a Roma, ci son passati quasi tutti per quel che riguarda il rap – o la trap, o l’hip hop, quello che vuoi. Non saprei quantificarli in numeri

Parecchi i lavori usciti nell’ultimo periodo, ad esempio il nuovo disco di Grezzo e Suarez, ‘Siberia’: parlami un po’ di questo lavoro.
Suarez non lo conoscevo ancora molto bene, Grezzo invece è un amico di vecchia data, collaboriamo già da un po’ – facemmo già un disco, Petrolio, un po’ più concettuale. Siberia è nato molto naturalmente, io e Grezzo lavoriamo molto insieme in studio; piano piano è nata l’idea del disco con Suarez e devo dire che è venuto su davvero bene, mi piace molto. È un disco parecchio in controtendenza con quello che va ora, uno dei lavori più belli che ho fatto, anche a partire dalla copertina realizzata dal Sacher Studio, a livello grafico. Ma soprattutto è nato molto naturalmente, spontaneamente.”

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La copertina di ‘Siberia’

Proprio in Siberia, nella traccia ‘Bollicine’, compare Rosa White, un’artista emergente per la quale hai prodotto l’ultimo singolo, Antidoto, che è davvero una bomba. Lei ha una voce fenomenale: dimmi qualcosa di più.
Rosa, calcola, è una macina, come si dice a Roma: è piccolina ma potente. È un concentrato di energie: ora fa una scuola per stuntman, per farti capire il tipo. Collaboriamo da un po’ insieme, me la presentò Gose; abbiamo già fatto un EP a suo tempo e come ti dicevo è un’artista davvero eccezionale: meriterebbe molto di più. Antidoto è un pezzo praticamente “suo”, è stata lei a chiedermi quella sonorità un po’ chill, un po’ jazz, in chiave molto moderna: Rosa è ‘na bella cacacazzi [Ride, n.d.r.], vuole il beat in una determinata maniera… ha il suo modo di lavorare, è giusto così. Anche con lei stiamo lavorando su nuova roba.”

Un altro degli ultimi dischi in uscita è stato ‘In Times of Need’ dei Roma Guasta. Noi li abbiamo intervistati e pensiamo siano tra i migliori emergenti italiani.
Sì, i Roma Guasta spaccano proprio! A parte questa cosa che son due fratelli, che è stata detta e ridetta, è proprio il loro avere l’hip hop nel sangue ad essere stupefacente. Incarnano molto la cultura, una cosa che si sta perdendo nell’ultimo periodo. In Times of Need ne è la dimostrazione, un super disco a metà col Cuns, altro grande producer. Per loro ho anche curato ‘RG Music’, il disco dell’anno scorso, e ora stiamo lavorando su alcuni singoli. Loro sono molto prolifici, non riescono a stare fermi: a volte gli dico ‘ A Regà, spingete il disco prima di fare altra roba’, ma loro hanno questa attitudine – una rarità, oggi – di fare musica per sé stessi; è come andare dalla psicologa per loro, la vivono in maniera appassionata.

Tra gli artisti che produci c’è anche Pa Pa, uno degli artisti più controversi della scena: nei commenti di Instagram e Youtube la gente non spende proprio belle parole, eppure le visualizzazioni non mancano. Inoltre, io ho visto una crescita davvero importante da quando lavorate insieme, sotto il punto di vista artistico.
Conosco Matteo da parecchio, tra l’altro è proprio un ‘pischello de zona’ di dove son vissuto io, al quartiere Africano. Lui è controverso, sì: o lo ami o lo odi, fondamentalmente. Diciamo che è un bel personaggio, un bel coatto – come dicono a Roma. Chi scrive su Instagram, però, non lo sa: sono chiacchiere da cellulare. Io che lo conosco posso dire che è molto reale in quello che fa. Non so se la sua crescita sia merito mio – magari sì, ho cercato di metterlo sotto assiduamente, facendolo venire in studio il più possibile. Pa Pa è l’altra faccia della mia medaglia, quello con cui facciamo roba un po’ più trap: a me piace, è real, ha quell’attitudine nera, americana, che gli permette di mangiarsi il microfono. Con Pa Pa siamo sempre a lavoro, settimanalmente.”

depha beat intervista blunote music Pa Pa
Pa Pa in un fotogramma del videoclip di ‘Guardami Baby’

Proprio i Roma Guasta e Pa Pa disegnano quella contrapposizione fra Rap e Trap che si crea nel tuo studio, dove produci artisti molto diversi fra loro a livello di sonorità. I Roma Guasta, come anche Chicoria, sono legati ad un contesto molto Old School, mentre Pa Pa, Yamba e Numi virano su un sound più moderno. Quello che volevo chiederti è: ti diverti più con il Rap o con la Trap?
Io vengo sicuramente da un contesto old school: sono cresciuto col Truceklan, coi Colle… Il Truceklan fece una vera rivoluzione a suo tempo, e ce l’ho ovviamente nel cuore. Posso definirmi sicuramente old school, ma mi è sempre piaciuta l’innovazione. Per esempio, il primo disco che produssi, chiamato Violentt Beat Vol. 1 – parliamo del lontano 2008, su quel disco c’è anche Duke Montana quando ancora non litigò col Noyz – già sperimentavamo con delle basi un po’ più south. Fondamentalmente, a me diverte fare tutto, anche altri generi musicali – pensa a Rosa White, appunto, ma anche quando sono solo in studio faccio roba-tipo-aperitivo, senza voci sopra; sarà che arrivo al burnout lavorativo e non sopporto più i rapper [Ride, n.d.r.]… in verità funziona come una continua crisi: vengo in studio ogni giorno perché per me è un bisogno, ed ogni giorno dico qualcosa tipo ‘madonna che palle ‘sta roba moderna’ o ‘e basta con ‘sto old school’, ma poi la verità è che mi piace tutto ed il giorno dopo sto punto e a capo.”

Rarissima copia di Violent Beat

Oggi possiamo definire tranquillamente il Rap come genere di punta. Dove pensi sarà il Rap fra cinque anni? Credi che riuscirà a mantenere il trend?
Spero vivamente che lo mantenga – non fosse solo per motivi lavorativi! [Ride, n.d.r.] Al di là di questo, spero si amplino gli orizzonti: adesso mi sembra che le cose che vanno di più sono molto da teenager, è difficile trovare dei testi primi in classifica che abbiano anche un minimo di profondità. Si sa, le tracce che vanno per la maggiore parlano fondamentalmente del nulla. Mi auguro che non sia così, che possa arrivare qualcosa in più sotto questo punto di vista.

E dove vedi Depha, invece, fra cinque anni?
“Sicuramente lo vedo che suona. Ti dico la verità: vorrei andarmene dall’Italia. Non trovo che sia un Paese in grado di dare prospettive future, e non solo per noi artisti: questo Stato sta letteralmente morendo. Sogno uno studio con vista sull’oceano, magari neanche troppo lontano; penso a Tenerife, ad esempio. Un mio amico l’ha fatto, sta lì. Quello è il mio sogno nel cassetto: continuare a fare questo ma in un posto più rilassato, magari lavorando a progetti miei, solo strumentali.”

depha beat intervista blunote music
Depha Beat al 3Tone Studio

Torniamo sul 3Tone Studio. Come dicevamo, sono tantissimi gli artisti che passano sulle tue basi, pressocché tutti romani. Possiamo dire quindi che sì, il 3Tone Studio rappresenta molto la scena romana, ma hai mai pensato di andare oltre quei confini oppure è una scelta stilistica quella di produrre solo gente di Roma?
È una domanda difficile. Stando a Roma mi trovo a lavorare praticamente solo con artisti romani, è una cosa che viene da sé; però è successo di avere persone che vengono da fuori, magari pischelli, o anche qualche featuring in un disco con qualcuno non di Roma. A prescindere, a me piace la realtà romana, il romano, Roma: per me è un complimento questa domanda. Ma non è che non voglio uscire da Roma; mi piacerebbe essere una di quelle persone che portano la scena romana a livelli alti come quella di Milano, o anche a livello internazionale. Roma è complicata, siamo pieni di storie, di faide fra persone, ed è difficile creare un unico ‘esercito’ di artisti: tendiamo ad escluderci l’uno con l’altro, una cosa che a Milano non succede. Infatti molti dei rapper romani che sono andati a Milano sono quelli che sono andati meglio.

Basti pensare solo a Noyz Narcos…
Sì, esatto, anche se penso che Noyz avrebbe fatto successo anche rimanendo a Roma. Guardiamo Lauro [Achille, n.d.r.], ad esempio: conosco molto bene il Quarto Blocco – stavo alle elementari con Sedato, per dire – e Lauro è stato quello che da zero è diventato un capo. Poi, puoi criticare la musica che fa adesso, può essere rap o non rap, però…

Questi discorsi li lasciamo a chi non capisce di musica: Achille Lauro è uno degli artisti migliori in Italia, se non il migliore
Son d’accordo: può piacere o no, ma tanto di cappello e tutta la mia stima, anche per come si è saputo vendere senza mai piegarsi al mercato.

achille lauro beat intervista blunote music 3tone studio
Achille Lauro

C’è qualche artista al di fuori della scena romana, magari emergente, che apprezzi particolarmente? Ad esempio, di recente sono andato in fissa con la scena napoletana che oggi ci sta regalando parecchi artisti che spaccano davvero: sicuramente il primo che mi viene in mente è Speranza, ma anche Ciro Zero, Geolièr ecc.
“Speranza mi fa sballare, mi piace troppo. È forte tecnicamente ed ha un modo di raccontare le sue storie in maniera del tutto originale. Per quello che riguarda quello che ascolto, beh, mi becchi in flagrante. Facendo rap italiano tutto il giorno è difficile che la sera, quando non sono in studio, ascolti rap italiano…”

T’ha rotto il cazzo!
Eh, sì! [Ride, n.d.r.]. Diciamo che lo ascolto perché qualcuno mi viene a dire che è uscito questo o quest’altro, ma io ascolto molto rap americano e, quando ascolto rap italiano, cerco qualcosa della mia adolescenza. Sul rap italiano posso anche definirmi ignorante; posso dirti, però, che mi piace molto Gué, ‘na cifra: ha un’arroganza che nessun rapper italiano ha. Posso dire anche che mi piace Ghali, ma rimango comunque legato al rap americano. Sono un mega fan di Nipsey Hussle – a cui  purtroppo hanno sparato da poco – e che mi fece conoscere proprio Manuel [Gast, n.d.r.]. Lui mi piaceva perché ha queste sonorità trap-west coast, e io amo la west coast. Ma anche Tyler The Creator, tutta l’ASAP, la scena di Buffalo col campione che gira loopato all’infinito. Ma posso cambiare del tutto e andare anche su Battisti, Pink Floyd… diciamo che sono un po’ eclettico [Ride, n.d.r.]. Non amo chiudermi in un genere, la trovo una cosa superficiale: c’è sempre nuova musica da scoprire, nuove emozioni da provare, a prescindere che faccia parte di una corrente o di un’altra.”

In una tua intervista del 2016 per 2Due Righe parlavi di un progetto, Grounder, fondamentalmente un’etichetta di cui però, posso immaginare, non se n’è fatto più nulla. Allo stesso tempo, però, il 3Tone Studio è diventato un’etichetta: possiamo dire che è la sua evoluzione?
Sì, non viene proprio direttamente da Grounder però sì, il 3Tone Studio è un’etichetta, abbiamo anche la distribuzione. Ovviamente abbiamo iniziato da poco a lavorare come etichetta, ma andiamo bene: puntiamo a raccogliere buona parte del panorama romano per farlo emergere di più. Speriamo!

Sempre in quell’intervista avevi anche accennato ad un disco con molti artisti che, però, ancora non è uscito. Hai abbandonato l’idea di questo lavoro?
Non è che l’ho abbandonato, è che ci sono difficoltà realizzative dovute alla mia indecisione: è difficile, a volte faccio un beat che penso di tenere per il mio progetto e alla fine, preso dall’entusiasmo, lo do ad un artista a cui piace per il suo lavoro. Ogni tanto droppo un singolo – ad esempio fra un po’ ne esce uno con Pacman. Diciamo che piuttosto che fare un disco, cosa che sicuramente farò quando mi deciderò, farò dei singoli come ‘Depha Beat X l’artista in questione’. Ho già fatto quello con i Roma Guasta, poi quello con Pacman e sicuramente uno col Chicoria…”

Ah! Finalmente il Chicoria. Ha pubblicato un singolo da poco, ma un disco di Chicoria manca da tanto, dal 2016, con Lettere.
Sì, guarda, ho visto Armando da poco. Eh… Mo ritornerà prepotentemente! Non voglio dire altro.

Parliamo di Gast, allora: Star Roller è uscito di recente: com’è andato e cosa avete in studio adesso?
Beh, il disco è andato bene, abbiamo fatto un milione e passa di streaming e sono molto contento. Con Manuel ci lavoro in maniera molto naturale, le cose vanno sempre bene con lui. Adesso ci siamo presi un attimo di pausa, stiamo respirando. Sicuramente faremo un Cime Viola 2, per ora mi godo i frutti del lavoro. Sono tanto soddisfatto di Star Roller, mi piace molto, posso dirti che la mia traccia preferita è Fuoriserie. Ma anche quella col Noyz è spettacolare. È un disco che mi piace perché è il riassunto di innumerevoli tracce che facemmo, abbiamo cercato di regalare al pubblico un lavoro più completo, che facesse vedere tutte le nostre sfaccettature. Penso ci siamo riusciti alla grande.”

Abbiamo parlato di PaPa come artista controverso, ma un altro che può rientrare in questo genere è Metal Carter, del quale hai curato l’ultimo disco uscito: com’è stato lavorarci e cosa ci dobbiamo aspettare?
Beh, lavorare col Sergente è sempre esilarante! Consiglio sempre il suo ascolto la mattina nel traffico, per motivarsi prima di andare a lavoro. [Ride, n.d.r.] Lui è molto prolifico, scrive molto, ha molto da dire anche se del suo genere di cose. Siamo già a lavoro su altra roba… A volte non ti ascolta molto, ha delle idee molto ferme – com’è giusto che sia, per carità. Anche del suo ultimo disco sono molto soddisfatto, fare ‘Pagliaccio di Ghiaccio pt.3’ per me è stato un onore. Ma poi Metal Carter mi è sempre piaciuto, è uno di quelli che mi ascoltavo quand’ero ragazzino e lavorarci oggi lo considero come un traguardo personale.

Ultima parentesi per quanto riguarda gli artisti: vedremo mai un nuovo disco di 1Zuckero?
Ma magari! È venuto in studio qualche volta, abbiamo lavorato molto bene. Per me è un culto enorme… Ora che mi ci fai pensare non è una brutta idea, gli butto un messaggio appena chiudiamo! [Ride, n.d.r.]”

Chiudiamo con uno sguardo al futuro prossimo: cosa sta per uscire?
In uscita ho vari artisti emergenti: Bebi 182, Occhiaia 47, Alo e molti altri, un pezzo di PaPa che deve uscire con Louis Papi, ma anche qualche traccia con Numi – penso che a Settembre dropperemo qualcosa; Yamba sta lavorando sul suo disco, ma anche il Chicoria… Sto lavorando con parecchia gente, non mi fermo mai. Uscirà parecchia roba, se mi son scordato qualcuno mi perdonerà!”

Perfetto Depha, ti ringrazio tantissimo per il tuo tempo
Ma va, grazie a te!


“@90”: Beppe Dettori torna con l’album che aveva in cantiere da più di vent’anni 0 187

Era il 1998 quando Beppe Dettori, frontman dei Tazenda dal 2006 al 2012, iniziò con Giorgio Secco una collaborazioneche portò alla scrittura e alla registrazione di un album poi mai rilasciato. Ritardi, incomprensioni, svariati problemi di pubblicazione alla base dell’arenamento di un progetto che oggi, a ben vent’anni di distanza, viene recuperato grazie al ricongiungimento dei suoi due autori. Ed ecco che dopo aver dissotterrato l’album, “pulito” e rimasterizzato le tracce, Dettori e Secco si sono resi conto di quanto questo lavoro fosse ancora attuale e sensato per loro. Di quanto sentissero ancora l’esigenza di portarlo alla luce. Da qui la decisione di pubblicarlo, senza però abbandonare quelle sonorità tipicamente anni ’90 con le quali era inizialmente nato. A conferma di ciò l’esplicativo titolo scelto, “@90”: non solo un riferimento al sound adottato, ma anche omaggio a un «periodo ricco di fermenti musicali e di cambiamenti tecnologici, di crisi economiche e politiche ma anche di grandi soddisfazioni e consapevolezze»).

11 inediti e una cover di Ivan Graziani a comporre la tracklist dell’album. Ed è proprio quest’ultima, “Monalisa”, ad aprire il disco, donando all’ascoltatore una sensazione di forza e ribellione, follia e ragione, cultura e passione per l’arte.

Si passa poi dalla positività e la spensieratezza del pop rock di “Starò meglio” – brano edificato intorno all’esigenza di tirarsi fuori dalla mediocrità e dall’omologazione sociale, fuggendo verso lidi di libertà e bellezza –  alle sonorità vagamente madchester di “Mentre passa” – anch’essa guidata dalla ricorrente voglia di ribellarsi alle paure, al dolore e alle difficoltà che la vita presenta.

Tappeti di synth e chitarre funky a colorare la romantica “Fermi il tempo”, che anticipa la ballata di stampo radioheadiano (periodo “Pablo Honey”/”The Bends”) “I’m Falling Down”.

Si passa poi a reminiscenze, rispettivamente, del primo Ligabue e di Vasco per le briose “Sono uscito” e “Quando è ora di andare”, brani accomunati dalla stessa tematica: vincere la paura di buttarsi nell’ignoto e inventarsi un nuovo futuro.

Riff di organi si arrampicano sui morbidi accordi delle chitarre acustiche nella successiva “Mi piace stare qui”: ballata emozionale nella quale Dettori si lascia andare a un cantato rabbioso e sofferto.

I ritmi non si alzano con le successive “Rabbia e dolore” e “Tutto il veleno”: ballad pop rock che racconta la storia di un soldato richiamato alle armi la prima, sussurrata parentesi folk incentrata sull’incanto dell’amore la seconda.

A chiudere le danze ci pensa, poi, la psichedelia appena accennata dalle chitarre sbilenche di “Prendo quello che c’è”: tappa conclusiva di un viaggio all’insegna di un cantautorato pop rock intimo e sincero. Non certo spiazzante o innovativo, ma comunque gradevole e confortante.

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