Intervista a Willie Peyote: “Tôret per affrontare la libertà di espressione; io nichilista? Solo azzerando si può ricostruire” 0 3385

Willie Peyote è un artista che non ha bisogno di essere presentato, e d’altronde riuscirebbe difficile collocarlo all’interno del panorama musicale italiano. Rap, hardcore, indie: è tutte queste cose, o forse è meglio dire nessuna di loro. Willie Peyote viene da Torino, una città che ha l’orgoglio di rappresentare in Italia e che ha avuto un retaggio importante nelle sue canzoni e nella sua scrittura. Dapprima con i Funk Shui Project, poi due album solisti di cui il secondo, “Educazione Sabauda”, ha praticamente capovolto il concetto di rap indipendente e rivoluzionato il modo di fare musica anche sul palcoscenico. Reduce del suo ultimo album Sindrome di Tôret” e impegnato in tour al fianco di Frank Sativa e la Sabauda Orchestra Precaria, Willie Peyote ha dimostrato di essere l’artista di cui l’Italia aveva bisogno. Cinico, distaccato, critico e analista, ma in fondo un gran romanticone: gli abbiamo fatto qualche domanda interessante partendo proprio dal suo album per risalire alle idee e ai principi che l’hanno guidato durante la stesura, e chiedergli un’opinione a riguardo.

 

La Sindrome di Tourette è un problema concettuale/abbiamo tutti un attenuante se lo schifo è consensuale”. Questi sono due versi tratti da “Vendesi”, la tredicesima e ultima traccia del tuo ultimo album “Sindrome di Tôret” (2017). Per iniziare l’intervista, sarebbe bello se ci raccontassi il momento esatto in cui hai avuto chiare davanti ai tuoi occhi le forme che avrebbe preso l’album, il suo titolo e il concept.
La cosa strana è che è nato al contrario. In ‘Educazione Sabauda’ avevo già immaginato il titolo del disco che sarebbe venuto dopo, ma non avevo i pezzi. Volevo fare un disco che trattasse il tema della libertà di espressione (non sapevo che forma avrebbe avuto), quindi il concept c’era, il titolo anche, ma sulla struttura dell’album ci abbiamo lavorato tanto anche in studio. È stata una cosa che è cresciuta strada facendo, ed io cambiavo spesso le barre o le canzoni interamente in base a come andava. Avevo ben chiaro “dove” saremmo arrivati, ma non sapevo ‘come’”.

Come percepisci l’impatto che l’album sta avendo sul pubblico rispetto alle tue personali aspettative precedenti alla pubblicazione e al tour, e cosa è invece cambiato rispetto al precedente (capolavoro) “Educazione Sabauda” (2015)?
‘Capolavoro’ l’hai detto tu (ride, ndr.). L’album sta avendo un riscontro superiore a quello che mi aspettavo. È stato percepito da subito molto bene, addirittura siamo finiti in classifica FIMI (un evento del tutto inaspettato) e il tour sta andando meglio dell’album (anche in questo caso, non ce l’aspettavamo). Rispetto a cosa è cambiato, posso dirti che sono cambiato io, ed è cambiato il senso di fare musica da ‘Educazione Sabauda” a oggi. In ‘Educazione’ racconto del passaggio da lavoro dipendente al tentativo di fare musica come lavoro, e invece “Sindrome” nasce come un disco su cui si sarebbe costruito un tour e una carriera musicale vera e propria non solo per me, ma anche per tutti i ragazzi che ci hanno collaborato. Quindi è cambiato proprio il presupposto con cui mi pongo di fronte alla musica, perché se era una passione che avrebbe potuto sfociare in qualcosa di più, oggi è un lavoro, e questo cambia l’approccio a ciò che si fa. In qualche modo, occorre iniziare a ragionare a priori su come potrebbero andare le cose, mentre prima era tutto un po’ più in ‘freestyle’, ecco. Dopodiché, io non ho mai grosse aspettative: preferisco vedere il bicchiere mezzo vuoto che mezzo pieno. Se si hanno grosse aspettative, è logico restare delusi nel momento in cui non si raggiungono; mentre io non mi aspetto mai un cazzo, così va tutto bene.

La copertina dell’ultimo album “Sindrome di Tôret” (2017)

Sei un artista che ha sempre avuto un occhio clinico sulla realtà delle cose, e che nelle sue canzoni riesce sempre a tirare fuori i lati contraddittori delle persone. Qual è, secondo Willie Peyote, la linea di confine tra libertà di espressione e tutela della privacy? Soprattutto, quali sono i lati contraddittori di Willie Peyote?
Magari parto dalla seconda che so che è più facile. Il lato contraddittorio sta nel fatto che se non avessi una carriera musicale non avrei i social network, o non li userei tanto quanto li uso. Ormai certe cose fanno parte del lavoro, e come queste tante altre non le farei se non fossi “obbligato” dalle situazioni. Alla domanda non ho una risposta. Il disco affronta proprio quel tema: dove finisce la tua libertà e inizia quella degli altri? Fino a che punto abbiamo perso di vista cos’è la libertà? Certe volte il tuo cellulare sa di cosa stai parlando e ti da un suggerimento. Il fatto che riescano a collegare degli algoritmi così efficienti e performanti (e mi fermo agli algoritmi senza pensare che ci sia dietro Cambridge Analytica), tanto da mettere insieme tutti i puntini che fanno la tua vita – dal momento che quell’affare ce l’hai sempre in tasca e sa sempre dove sei, cosa fai, con chi lo fai – mi mette un po’ di ansia. Il problema è che viviamo in una società in cui è impossibile esimersi da questo, e comunque anche se ci riuscissimo saremmo sempre controllati. Le BR oggi non esisterebbero, perché se io e te ci adesso decidiamo di fare un attentato, ci sgamano; motivo per il quale, tante cose non tornano nella gestione dell’antiterrorismo. Magari non è la sede adatta per discutere queste problematiche, però forse è il caso di tenersi sempre i dubbi. Non dico di essere complottisti, ma porsi delle domande in più ogni tanto aiuta.

Potremmo azzardare che la realtà apparente sia importante tanto quanto la realtà concreta, e che le due cose si compenetrino ormai, dato che la rete e i dati si insidiano in ogni aspetto della nostra vita, sia esso il lavoro o la vita privata.
Beh, per quanto riguarda la vita privata, io credo che se una tipa la conosci al bancone del bar è meglio che contattarla su Facebook o su Instagram, o almeno per me funziona così. Ma io ho anche 33 anni, appartengo a un’altra generazione (ride, ndr.).”

“Nichilista, torinese e disoccupato”. Sulle ultime due non abbiamo dubbi; il nichilismo invece, inteso come atteggiamento di rifiuto dei valori (storicamente borghesi) prestabiliti dalla società, è secondo te l’unica vera frontiera per l’uomo moderno di ottenere un risarcimento della propria dignità?
Merda, l’hai messa giù bene, sei proprio un filosofo! (ride, ndr.) Questa è un’altra cosa che è nata per gioco, perché mi accusavano di essere nichilista: “oh, ma non ti piace niente”, “ma ti fa tutto schifo” ecc. E quindi io l’ho presa davvero come un gioco, però penso anche che sia una delle poche risposte possibili all’omologazione: il rifiuto. Se azzeriamo tutto, possiamo ricominciare a costruire.

Georg Simmel era convinto che fosse la borghesia a imporre i suoi modelli stilistici ai ceti meno abbienti della società; Roland Barthes, invece, diceva che sono i giornali a decidere cosa è di moda, secondo un analogo sistema “trickle-down” (“a goccia”). Quindi, nella modernità la moda si fa linguaggio. Oggi sono gli influencer e le star, attraverso i social, a costruire e suggerire nuove tendenze. La moda segue percorsi ciclici: nasce, si espande e brucia velocemente. In questo senso, il fenomeno riflette il senso di caducità dell’esistenza. Sei d’accordo con quest’idea? Quanto influisce sulla musica, i suoi mezzi e i suoi fini?
Guarda, il punto è questo: molti artisti oggi non fanno musica; fanno pubblicità di scarpe, o di vestiti. E ricevono dei gran soldi per farlo. Alcuni sono consapevoli di questo, altri meno: la Ferragni e Fedez sono perfettamente consapevoli; la DPG non so quanto. E i giovani ragazzi che seguono quell’esempio lì, non so quanto siano consapevoli del fatto che indossano ciò che gli viene detto di indossare, e fanno ciò che gli viene detto di fare. Quindi, io sarei d’accordo con Simmel, sinceramente. Però è anche vero che non dice qualcosa in contrasto con Barthes, perché da che mondo e mondo i giornali sono in mano a chi ha i soldi, e quindi tutto torna.

Le leggi ingiuste esistono, e tocca a noi decidere di fare qualcosa nell’immediato per cambiarle oppure attendere che venga fatta una proposta di emendamento, quando saranno state già sufficientemente sfruttate da chi le ha create. La domanda che ti riporto ha origine nella “Disobbedienza civile” di Henry Thoreau: “non può esistere un governo in cui non sia la maggioranza a stabilire, virtualmente, cosa è giusto e cosa non lo è, bensì la coscienza?
La coscienza di chi però? Nel momento in cui esiste un governo, qualcuno governa, e lo fa sulla base della sua coscienza (ammesso che le proposte di legge non siano basate sui propri interessi). Non saprei se possa esistere o meno, perché poi i discorsi come il test per accedere al voto sono sempre molto borderline, e quindi bisogna fare attenzione a quello che si dice. Se la classe politica avesse ancora dei valori, io sarei contento di pagare tanti soldi un politico che fa bene il suo lavoro. Ma a me sembra che questa non rispecchi più i valori dei nostri padri costituenti, e di conseguenza forse andrebbe cambiato tutto. È anche vero che non si può infrangere la legge per forza, perché nessuno di noi è abbastanza illuminato per decidere con certezza quali leggi sono giuste e quali no. Se tutti seguiamo la nostra legge, fuori c’è il caos. Odio gli abusi di potere, odio le forze dell’ordine, ma sono sicuro che una società civile debba avere una forma di controllo, perché qualcuno piscia sempre fuori dal vaso.

“Più bulli e meno ciccioni” ?
Quello è un discorso che dovresti chiedere più a Eugenio che a me (il riferimento è alla canzone “Selezione naturale” di Eugenio in Via Di Gioia contenuta nel suo album “Tutti su per terra” e in collaborazione con Willie Peyote, ndr.). Però quel pezzo lì è un paradosso in un paradosso in un paradosso: è l’ “inception” dei paradossi. Cioè io prendo per il culo lui, che prende per il culo me, dicendo però entrambe le cose. Allora lui parte dal presupposto che i rapper siano un cattivo esempio, e io gli dico che in realtà sono un cattivo esempio “perché non hai le palle di dire quello che dico io, ma lo pensi anche tu”. E a proposito del fatto che in strada impari il rispetto, è vero che paradossalmente impari anche a non rispettare gli altri, ma ad importi su di loro. Quindi se tutti ci facessimo più domande, tornando al discorso del dubbio, e ci chiedessimo cosa pensano e cosa provano gli altri prima reagire, pensando alla regola aurea biblicamente “fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a te, sarebbe un buon inizio. Non sono un ciellino, però ci ponessimo con gli altri come vorremmo che si ponessero con ognuno di noi sarebbe interessante. Se vuoi rispetto, dai rispetto. Se vuoi che vengano prese in considerazione le tue idee, prendi in considerazione le idee degli altri.

Grazie per il tempo dedicato, Willie. Un’ultima domanda difficilissima: stai per morire e ti viene data la possibilità di ascoltare un’ultima canzone scegliendo tra Pink Floyd e Umberto Tozzi. Chi preferiresti?
I Pink Floyd.

Ma come!
Con tutto il rispetto, ma non vedo perché dovrei ascoltare Umberto Tozzi. Ormai ci sono The Giornalisti che fanno quello.

 

Tutti i diritti sui contenuti dell’intervista sono riservati a Radio Frequenza Libera.

Link al podcast: http://podcast.frequenzalibera.it/episode/2018-05-09_intervista_willie_p_definitiva

La galleria fotografica è a cura di Vito Lauciello Photography©. Le foto sono state scattate presso l’Anfiteatro della Pace a Bari in occasione della VII edizione del “Premio Maggio”.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Previous ArticleNext Article

Lascia un commento

“Love and Rain”: Savage ci riporta negli anni ’80 0 224

1984, 2010, 2020.
Il debutto, la fase di mezzo e il ritorno di Roberto Zanetti; in arte Savage.

Chi è Roberto? Se ci avessero fatto questa domanda nella sua “era”, nei magici anni ’80, un’occhiataccia dettata da un “ma davvero non sai chi sia?” ci sarebbe arrivata. Ma adesso, a distanza di trentasette anni dal suo debutto, in un periodo storico totalmente diverso, ci sentiamo in dovere di rispondere tranquillamente. Roberto nasce a Massa nel 1956, inizia la sua carriera con diversi gruppi (Fathima, Pronipoti Sangrìa, Santarosa e Taxi), partecipa a diverse trasmissioni ottenendo numerosi successi e collabora da anni con artisti di un certo spessore: tra i tanti, Zucchero. Mi piace definire questo artista come il Giorgio Moroder dell’italo-disco e dell’eurodance. Inizia la sua carriera nel 1983 e, un anno più tardi, pubblica il suo primo album: Tonight (1984). Da quel periodo in poi inizia la sua ascesa: conosce Zucchero, produce, cavalca l’onda della musica house e lancia alcuni artisti di grande successo come Alexia. Nel 2010, a distanza di 26 anni dal primo, pubblica il suo secondo album (anche se definirlo così è errato; si tratta di greatest hits: Ten Years Ago (2010), fermandosi in seguito per altri dieci anni e ripresentandosi oggi con il suo ultimo lavoro: Love and Rain (2020). Quest’ultimo, presentato a San Valentino attraverso il singolo I Love You, è un omaggio agli anni ’80, un regalo ai nostalgici, un passato che si ripropone andando a creare i famosi nostalgici di un qualcosa che non si è vissuto; gli anni ’80 hanno questo potere.

Love and Rain è un lavoro composto da sedici canzoni; quelle che a parer nostro basterebbero per creare una serata degna di tale nome nelle attuali discoteche italiane. L’album viene definito scherzosamente dall’artista come guitar free, per il fatto che non sono state usate chitarre in nessuna canzone. Sono presenti violini veri che si sposano perfettamente con l’elettronica pop, creando il sound romantico di Savage. Un disco dove canzoni d’amore e malinconia vanno alla ricerca del tipico sound elettro-pop contaminato da batterie elettroniche e sintetizzatori. Con una copertina che rimanda al Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich: un uomo in abito nero, di spalle, con le mani in tasca e lo sguardo rivolto in avanti, verso l’alto. Tanti sono i significati e, personalmente, a noi piace attribuire quello del piacere del viaggiare, della scoperta. Un viaggio a ritroso nel tempo fino ad arrivare negli anni ’80; una scoperta per alcuni, un ritorno al passato per molti altri. Un’arma per andare avanti data dall’esperienza di anni che non abbiamo vissuto ma che possiamo vivere attraverso questo lavoro.

Quindici inediti, sommati alla versione sinfonica del suo più grande successo dal titolo Only You, danno vita a questa capsula del tempo. Viaggio che ha inizio attraverso una breve e romantica introduzione, Every second of my life, caratterizzata da violini e da una voce struggente. Dal secondo brano in poi si entra, di colpo, negli anni ’80: Don’t say you leave me è questo; un uomo cade dal cielo, dal futuro, trovandosi di colpo nelle atmosfere pop sinfoniche degli anni ’80. Atmosfere che faranno da sfondo a tutti i brani presenti in Love and Rain, senza rendersi mai banali e presentandosi prive di scontatezza. Sound, che dalla prima alla sedicesima canzone, si offre a diversi temi. Come quello dell’amore, presente nella maggior parte dei brani e in diverse forme. L’amore che crea delusioni (Alone); che riappare dopo anni sotto forma di ricordo (Remember Me); che dà vita a un tributo (Italodisco); che si dichiara per la prima volta (Your Eyes); e l’amore per ciò che ci circonda, per la vita, per il nostro ambiente: “We are the future”.

Un eterno romantico. Un uomo che attraverso la sua musica ha il potere di far innamorare una nuova generazione e, soprattutto, la possibilità di consolidare il rapporto con chi quel periodo lo ha vissuto davvero, dicendogli: “nulla è andato”. Ri-accendendo speranze che da trent’anni a questa parte sembrano svanite. Savage è questo: una donna che si culla tra le braccia di un uomo sotto una luce stroboscopica; un abbraccio nel tempo, tra gli anni ’80 e i 2000 inoltrati. Tra le speranze di allora e le consapevolezze di adesso, ma con la forza necessaria per andare verso l’ignoto.

“Romantica Io”: Pia Tuccitto scrive una pagina del rock italiano 0 417

D’amore e ombra – come il titolo di un famoso romanzo di Isabel Allende -: è di questo che parla “Romantica Io“, l’ultimo album di Pia Tuccitto, rocker bolognese dall’animo nobile. Il lavoro, uscito il 31 gennaio e interamente autoprodotto, è figlio della poliedricità di questa grande artista che ne ha curato ogni minimo dettaglio, dalle musiche ai testi, passando per la copertina. Cantautrice, pittrice, protagonista/deuteragonista/voce dello spettacolo Ioelei, messo in scena con la compagna di palco Federica Lisi, la sua carriera parte nel 1993 quando, dopo la partecipazione al festival Nuove Voci di Castrocaro, viene notata da Vasco Rossi che ne apprezza il talento e la invita a far parte della sua scuderia. Da qui nasce un sodalizio artistico che la porta a scrivere per interpreti del calibro di Patty Pravo, Irene Grandi e lo stesso Vasco.
Romantica Io” è l’opera terza ed esce a quindici anni di distanza dall’album d’esordio “Un segreto che” e a dodici da “Urlo” prodotto da Frank Nemola e Guido Elmi per l’etichetta Bollicine/EMI Capitol Music. Questo lavoro è un compendio: racchiude l’essenza di dodici anni di “inattività” discografica che sono stati invece ricchissimi dal punto di vista artistico e amoroso. L’amore, appunto, è il filo conduttore dell’album e  viene declinato in tutte le sue forme. Alla realizzazione e alla limatura hanno partecipato: Corrado Castellari in veste di autore delle musiche di due brani, Bettina Baldassarri, Luca Bignardi che ha curato l’arrangiamento di sette brani e Frank Nemola che ha arrangiato i restanti quattro brani.

Romantica io” (title track) è il brano d’apertura, la dichiarazione d’intenti di un lavoro perfettamente messo a fuoco da un’artista matura. Questa maturità artistica corrisponde – mutatis mutandis – ad una maturità sul piano amoroso e questo è chiaro già nell’incipit del brano: “io per amarti son dovuta invecchiare”. Così com’è chiara, sempre dalle prime battute, l’attitudine rock dell’artista bolognese che non usa espedienti o mezzi termini: “io per amarti ti ho lasciato suonare la mia chitarra da rocker”.  Il graffio nella voce ricorda molto Patty Pravo, ma anche e soprattutto Irene Grandi in “Colpa del Lupo”. L’influenza è evidente e non per via di una supponente forma di pareidolia, per la quale noi che recensiamo siamo tenuti a ricondurre il tutto a qualcosa di conosciuto.

Atmosfera cupa e onirismo in “Come nei films”. Il sound distorto e la voce sensuale ci danno l’abbrivio e ci trasportano all’interno di un racconto di un amore immaginario. Un amore senza confini e che attraverso la voce e le parole cerca la sua reificazione. L’inizio ricorda molto “Tre volte dentro me” di Mina e Afterhours.

L’animo rock emerge prepotentemente in “Com’è bello il mio amore”. La chitarra e la batteria seguono un ritmo preciso e martellante e accompagnano la voce fino all’esplosione nel ritornello. Questo brano è l’essenza del disco.

La chitarra lascia il posto alla tastiera nell’intento di ricreare una precisa atmosfera malinconica. “Perché tutto muore” è un brano ricco di pathos e dal carico emozionale abnorme. Parla dell’amore che finisce, di un sentimento nocivo e logorante che si dissolve nel vento come il fumo di una sigaretta che si spegne e ti lascia un imperituro amaro in bocca.

My Radio” ci riporta agli anni ‘80 quando il binomio dance-rock dava vita a spettacoli corali allietati da gioie lisergiche. Allora l’avanguardia era definita new wave e sfociava spesso in quello che profanamente veniva chiamato alternative rock. In questo pezzo vengono fusi assieme Neil Tennant, Freddie Mercury e Patty Pravo e il risultato è sorprendente. È il pezzo che continui a cantare per tutto il giorno e che provoca l’orchite/colpite a tutti quelli che ti stanno accanto.

Il sesto brano non ha bisogno di presentazioni. Si tratta di “E…”, pezzo scelto e portato al successo da Vasco, che l’autrice riabbraccia come un figlio che ha vissuto all’estero e non vedeva da tempo. Questa è la dichiarazione d’amore per eccellenza, priva di perifrasi e circonlocuzioni (che poi sono la stessa cosa).

Tu Sei Un Sogno Per Me” è il leitmotiv che accompagna lo spettacolo Ioelei messo in scena dall’artista insieme a Federica Lisi. Si tratta di un brano intimo e sincero che si fa colonna sonora di un amore, di una vita, di un viaggio.

L’eterogeneità di stili e generi è esplicitata in “Sto benissimo”: l’inizio in stile Subsonica lascia presto il posto al graffio della chitarra elettrica che sposta il focus è riporta il brano nell’alveo del rock puro e grezzo. L’armonia di chitarre e batteria è perfetta, come in tutto il resto del disco.

Stupida per te” ha l’incedere lento e malinconico di una classica ballad. Questo è la riprova che questa grande artista – come ogni grande artista – non si focalizza su un unico genere, ma spazia all’interno di un ventaglio di stili e generi che le appartengono tutti.

Nel disco c’è spazio per una sorta di intermezzo: “Quante volte sono da sola con te”. Ancora una volta è forte, oltre che necessario, il richiamo a Mina. Si tratta del pezzo più breve dell’album, ma che – per l’icasticità delle immagini che evoca – risulta uno dei più intensi.

Il brano che chiude l’album è “7 aprile”, pubblicato precedentemente in un Ep nel 2013. Si tratta del pezzo mancante, quello che completa e sublima il puzzle. È un brano ricco di colori e sfumature: la chitarra acustica presente all’inizio del pezzo viene sostituita e sovrastata da quella elettrica nel ritornello. La natura multiforme dell’album emerge in modo prepotente in questo brano.

Pia Tuccitto ha scritto un’altra pagina importante del rock italiano. La sua maturità artistica è la vera chiave di volta di questo grande album: la cura minuziosa di ogni dettaglio, l’attenzione e l’oculatezza di ogni singola scelta – dalle parole alle musiche – sono i due ingredienti di questo cocktail perfetto. Rimanendo in campo alcolico si potrebbe dire che sia come il vino che col passare del tempo migliora!

Argomenti popolari

Editor Picks

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: