Intervista a Willie Peyote: “Tôret per affrontare la libertà di espressione; io nichilista? Solo azzerando si può ricostruire” 0 1928

Willie Peyote è un artista che non ha bisogno di essere presentato, e d’altronde riuscirebbe difficile collocarlo all’interno del panorama musicale italiano. Rap, hardcore, indie: è tutte queste cose, o forse è meglio dire nessuna di loro. Willie Peyote viene da Torino, una città che ha l’orgoglio di rappresentare in Italia e che ha avuto un retaggio importante nelle sue canzoni e nella sua scrittura. Dapprima con i Funk Shui Project, poi due album solisti di cui il secondo, “Educazione Sabauda”, ha praticamente capovolto il concetto di rap indipendente e rivoluzionato il modo di fare musica anche sul palcoscenico. Reduce del suo ultimo album Sindrome di Tôret” e impegnato in tour al fianco di Frank Sativa e la Sabauda Orchestra Precaria, Willie Peyote ha dimostrato di essere l’artista di cui l’Italia aveva bisogno. Cinico, distaccato, critico e analista, ma in fondo un gran romanticone: gli abbiamo fatto qualche domanda interessante partendo proprio dal suo album per risalire alle idee e ai principi che l’hanno guidato durante la stesura, e chiedergli un’opinione a riguardo.

 

La Sindrome di Tourette è un problema concettuale/abbiamo tutti un attenuante se lo schifo è consensuale”. Questi sono due versi tratti da “Vendesi”, la tredicesima e ultima traccia del tuo ultimo album “Sindrome di Tôret” (2017). Per iniziare l’intervista, sarebbe bello se ci raccontassi il momento esatto in cui hai avuto chiare davanti ai tuoi occhi le forme che avrebbe preso l’album, il suo titolo e il concept.
La cosa strana è che è nato al contrario. In ‘Educazione Sabauda’ avevo già immaginato il titolo del disco che sarebbe venuto dopo, ma non avevo i pezzi. Volevo fare un disco che trattasse il tema della libertà di espressione (non sapevo che forma avrebbe avuto), quindi il concept c’era, il titolo anche, ma sulla struttura dell’album ci abbiamo lavorato tanto anche in studio. È stata una cosa che è cresciuta strada facendo, ed io cambiavo spesso le barre o le canzoni interamente in base a come andava. Avevo ben chiaro “dove” saremmo arrivati, ma non sapevo ‘come’”.

Come percepisci l’impatto che l’album sta avendo sul pubblico rispetto alle tue personali aspettative precedenti alla pubblicazione e al tour, e cosa è invece cambiato rispetto al precedente (capolavoro) “Educazione Sabauda” (2015)?
‘Capolavoro’ l’hai detto tu (ride, ndr.). L’album sta avendo un riscontro superiore a quello che mi aspettavo. È stato percepito da subito molto bene, addirittura siamo finiti in classifica FIMI (un evento del tutto inaspettato) e il tour sta andando meglio dell’album (anche in questo caso, non ce l’aspettavamo). Rispetto a cosa è cambiato, posso dirti che sono cambiato io, ed è cambiato il senso di fare musica da ‘Educazione Sabauda” a oggi. In ‘Educazione’ racconto del passaggio da lavoro dipendente al tentativo di fare musica come lavoro, e invece “Sindrome” nasce come un disco su cui si sarebbe costruito un tour e una carriera musicale vera e propria non solo per me, ma anche per tutti i ragazzi che ci hanno collaborato. Quindi è cambiato proprio il presupposto con cui mi pongo di fronte alla musica, perché se era una passione che avrebbe potuto sfociare in qualcosa di più, oggi è un lavoro, e questo cambia l’approccio a ciò che si fa. In qualche modo, occorre iniziare a ragionare a priori su come potrebbero andare le cose, mentre prima era tutto un po’ più in ‘freestyle’, ecco. Dopodiché, io non ho mai grosse aspettative: preferisco vedere il bicchiere mezzo vuoto che mezzo pieno. Se si hanno grosse aspettative, è logico restare delusi nel momento in cui non si raggiungono; mentre io non mi aspetto mai un cazzo, così va tutto bene.

La copertina dell’ultimo album “Sindrome di Tôret” (2017)

Sei un artista che ha sempre avuto un occhio clinico sulla realtà delle cose, e che nelle sue canzoni riesce sempre a tirare fuori i lati contraddittori delle persone. Qual è, secondo Willie Peyote, la linea di confine tra libertà di espressione e tutela della privacy? Soprattutto, quali sono i lati contraddittori di Willie Peyote?
Magari parto dalla seconda che so che è più facile. Il lato contraddittorio sta nel fatto che se non avessi una carriera musicale non avrei i social network, o non li userei tanto quanto li uso. Ormai certe cose fanno parte del lavoro, e come queste tante altre non le farei se non fossi “obbligato” dalle situazioni. Alla domanda non ho una risposta. Il disco affronta proprio quel tema: dove finisce la tua libertà e inizia quella degli altri? Fino a che punto abbiamo perso di vista cos’è la libertà? Certe volte il tuo cellulare sa di cosa stai parlando e ti da un suggerimento. Il fatto che riescano a collegare degli algoritmi così efficienti e performanti (e mi fermo agli algoritmi senza pensare che ci sia dietro Cambridge Analytica), tanto da mettere insieme tutti i puntini che fanno la tua vita – dal momento che quell’affare ce l’hai sempre in tasca e sa sempre dove sei, cosa fai, con chi lo fai – mi mette un po’ di ansia. Il problema è che viviamo in una società in cui è impossibile esimersi da questo, e comunque anche se ci riuscissimo saremmo sempre controllati. Le BR oggi non esisterebbero, perché se io e te ci adesso decidiamo di fare un attentato, ci sgamano; motivo per il quale, tante cose non tornano nella gestione dell’antiterrorismo. Magari non è la sede adatta per discutere queste problematiche, però forse è il caso di tenersi sempre i dubbi. Non dico di essere complottisti, ma porsi delle domande in più ogni tanto aiuta.

Potremmo azzardare che la realtà apparente sia importante tanto quanto la realtà concreta, e che le due cose si compenetrino ormai, dato che la rete e i dati si insidiano in ogni aspetto della nostra vita, sia esso il lavoro o la vita privata.
Beh, per quanto riguarda la vita privata, io credo che se una tipa la conosci al bancone del bar è meglio che contattarla su Facebook o su Instagram, o almeno per me funziona così. Ma io ho anche 33 anni, appartengo a un’altra generazione (ride, ndr.).”

“Nichilista, torinese e disoccupato”. Sulle ultime due non abbiamo dubbi; il nichilismo invece, inteso come atteggiamento di rifiuto dei valori (storicamente borghesi) prestabiliti dalla società, è secondo te l’unica vera frontiera per l’uomo moderno di ottenere un risarcimento della propria dignità?
Merda, l’hai messa giù bene, sei proprio un filosofo! (ride, ndr.) Questa è un’altra cosa che è nata per gioco, perché mi accusavano di essere nichilista: “oh, ma non ti piace niente”, “ma ti fa tutto schifo” ecc. E quindi io l’ho presa davvero come un gioco, però penso anche che sia una delle poche risposte possibili all’omologazione: il rifiuto. Se azzeriamo tutto, possiamo ricominciare a costruire.

Georg Simmel era convinto che fosse la borghesia a imporre i suoi modelli stilistici ai ceti meno abbienti della società; Roland Barthes, invece, diceva che sono i giornali a decidere cosa è di moda, secondo un analogo sistema “trickle-down” (“a goccia”). Quindi, nella modernità la moda si fa linguaggio. Oggi sono gli influencer e le star, attraverso i social, a costruire e suggerire nuove tendenze. La moda segue percorsi ciclici: nasce, si espande e brucia velocemente. In questo senso, il fenomeno riflette il senso di caducità dell’esistenza. Sei d’accordo con quest’idea? Quanto influisce sulla musica, i suoi mezzi e i suoi fini?
Guarda, il punto è questo: molti artisti oggi non fanno musica; fanno pubblicità di scarpe, o di vestiti. E ricevono dei gran soldi per farlo. Alcuni sono consapevoli di questo, altri meno: la Ferragni e Fedez sono perfettamente consapevoli; la DPG non so quanto. E i giovani ragazzi che seguono quell’esempio lì, non so quanto siano consapevoli del fatto che indossano ciò che gli viene detto di indossare, e fanno ciò che gli viene detto di fare. Quindi, io sarei d’accordo con Simmel, sinceramente. Però è anche vero che non dice qualcosa in contrasto con Barthes, perché da che mondo e mondo i giornali sono in mano a chi ha i soldi, e quindi tutto torna.

Le leggi ingiuste esistono, e tocca a noi decidere di fare qualcosa nell’immediato per cambiarle oppure attendere che venga fatta una proposta di emendamento, quando saranno state già sufficientemente sfruttate da chi le ha create. La domanda che ti riporto ha origine nella “Disobbedienza civile” di Henry Thoreau: “non può esistere un governo in cui non sia la maggioranza a stabilire, virtualmente, cosa è giusto e cosa non lo è, bensì la coscienza?
La coscienza di chi però? Nel momento in cui esiste un governo, qualcuno governa, e lo fa sulla base della sua coscienza (ammesso che le proposte di legge non siano basate sui propri interessi). Non saprei se possa esistere o meno, perché poi i discorsi come il test per accedere al voto sono sempre molto borderline, e quindi bisogna fare attenzione a quello che si dice. Se la classe politica avesse ancora dei valori, io sarei contento di pagare tanti soldi un politico che fa bene il suo lavoro. Ma a me sembra che questa non rispecchi più i valori dei nostri padri costituenti, e di conseguenza forse andrebbe cambiato tutto. È anche vero che non si può infrangere la legge per forza, perché nessuno di noi è abbastanza illuminato per decidere con certezza quali leggi sono giuste e quali no. Se tutti seguiamo la nostra legge, fuori c’è il caos. Odio gli abusi di potere, odio le forze dell’ordine, ma sono sicuro che una società civile debba avere una forma di controllo, perché qualcuno piscia sempre fuori dal vaso.

“Più bulli e meno ciccioni” ?
Quello è un discorso che dovresti chiedere più a Eugenio che a me (il riferimento è alla canzone “Selezione naturale” di Eugenio in Via Di Gioia contenuta nel suo album “Tutti su per terra” e in collaborazione con Willie Peyote, ndr.). Però quel pezzo lì è un paradosso in un paradosso in un paradosso: è l’ “inception” dei paradossi. Cioè io prendo per il culo lui, che prende per il culo me, dicendo però entrambe le cose. Allora lui parte dal presupposto che i rapper siano un cattivo esempio, e io gli dico che in realtà sono un cattivo esempio “perché non hai le palle di dire quello che dico io, ma lo pensi anche tu”. E a proposito del fatto che in strada impari il rispetto, è vero che paradossalmente impari anche a non rispettare gli altri, ma ad importi su di loro. Quindi se tutti ci facessimo più domande, tornando al discorso del dubbio, e ci chiedessimo cosa pensano e cosa provano gli altri prima reagire, pensando alla regola aurea biblicamente “fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a te, sarebbe un buon inizio. Non sono un ciellino, però ci ponessimo con gli altri come vorremmo che si ponessero con ognuno di noi sarebbe interessante. Se vuoi rispetto, dai rispetto. Se vuoi che vengano prese in considerazione le tue idee, prendi in considerazione le idee degli altri.

Grazie per il tempo dedicato, Willie. Un’ultima domanda difficilissima: stai per morire e ti viene data la possibilità di ascoltare un’ultima canzone scegliendo tra Pink Floyd e Umberto Tozzi. Chi preferiresti?
I Pink Floyd.

Ma come!
Con tutto il rispetto, ma non vedo perché dovrei ascoltare Umberto Tozzi. Ormai ci sono The Giornalisti che fanno quello.

 

Tutti i diritti sui contenuti dell’intervista sono riservati a Radio Frequenza Libera.

Link al podcast: http://podcast.frequenzalibera.it/episode/2018-05-09_intervista_willie_p_definitiva

La galleria fotografica è a cura di Vito Lauciello Photography©. Le foto sono state scattate presso l’Anfiteatro della Pace a Bari in occasione della VII edizione del “Premio Maggio”.

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Fame ed attitudine in “Disordinata Armonia”: Don Diegoh e Macro Marco sono la prova che l’hip hop sopravvive e non è mai cambiato 0 272

Il 2018 è stato un anno ricco di sorprese per il rap italiano. La lista di artisti che hanno rilasciato album di spessore, ripagando a pieno le lunghe attese degli ascoltatori, è molto lunga, e a questa si aggiungono senza dubbio i nomi di Don Diegoh e Macro Marco: il 14 dicembre esce “Disordinata Armonia”, un lavoro che a distanza di tre anni ci riporta in cuffia le strofe del rapper di Crotone sulle basi di uno dei deejay e producer più apprezzati dello Stivale.

Distaccato e retrospettivo, Don Diegoh è un’artista profondamente influenzato dall’eredità della Golden Age, statunitense e italiana, che continua in maniera ostinata e contraria alle tendenze della scena a fare rap per se stesso e per amore della musica, mantenendola vera, così come quando ha iniziato. Il grande banco di prova del suo talento, nella metrica e nei contenuti, è stato “Latte & Sangue” (2015), album interamente prodotto dal leggendario Ice One, che vanta collaborazioni con alcuni degli artisti più importanti del panorama italiano; oggi, il sodalizio con Macro Marco, fondatore dell’etichetta indipendente che porta il suo nome, Macro Beats, nonché dei Blue Knox e dei Real Rockers, ciurma composta da Moddi MC, Ensi, Madkid e lo stesso Marco, con cui ha partecipato all’ultimo Red Bull Culture Clash. La cura certosina dei beat e la passione incommensurabile che trasuda dalle liriche, si incontrano in un disco dal titolo ossimorico, che però assume significato proprio se messo in relazione al suo contenuto: “Disordinata Armonia” è un concetto che si carica di senso se l’album viene ascoltato nel suo complesso, indipendentemente se dalla prima all’ultima traccia, o nel senso inverso. Ciò non toglie che ogni canzone abbia la sua specificità: Diegoh semina in ogni verso un pezzo dei suoi ricordi e racconta di tutte le cose che per lui hanno importanza, anche se sembra che il resto del mondo le abbia dimenticate. La sua scrittura, che spesso si riferisce ad un interlocutore diretto, un tu, fa in modo che ci si possa riconoscere e stabilire un contatto empatico con quelle storie, che parlano da una persona comune a una persona comune, senza pretesa alcuna di sentirsi al di sopra degli altri (“La ragione per cui ascolti questa roba credo sia/ritrovare almeno un po’ della tua vita nella mia”).

Disordinata Armonia” è un disco compatto, composto da otto tracce in totale. Prima della pubblicazione, Don Diegoh ha anticipato il contenuto delle canzoni sul suo profilo Instagram; inoltre, il disco è stato rilasciato solo in vinile (500 copie in edizione limitata) e su digital stores per volere degli artisti. La scelta delle collaborazioni è interessante e inaspettata, anche in questo caso sinonimo della maturità artistica di Diegoh e Marco, capaci di rendersi versatili pur rimanendo nelle trame di un disco che fa bum cha e muove le teste su e giù dalla prima all’ultima traccia. Il viaggio attraversa ancora una volta le tappe della vita di tutti i giorni, motivo fondamentale e costante nelle strofe di Don Diegoh, dai sogni chiusi a chiave nel cassetto, passando per le delusioni fino ad un microfono stretto in mano sopra un palco. Le canzoni sono costellate di citazioni che alzano il livello dell’album e rendono chiaro il background musicale e culturale degli artisti.

Il disco si apre con una traccia malinconica, ma dal retrogusto dolce. Marco costruisce sulle sue tastiere un loop dai toni nostalgici per “Replica”, una “Foto di gruppo” dei momenti più intensi che hanno lasciato spazio all’abitudine e alla routine di ogni giorno. Don Diegoh tratteggia un fondale invernale, in cui le città diventano deserti freddi, malgrado il via vai delle persone perse nell’anonimato delle vite comuni. La passione per la musica e il tentativo di mantenerla vera, a differenza delle mode più recenti, sono le ragioni per sfuggire al ripetersi di istanti tutti uguali.
Sigarette morbide” e il primo featuring dell’album, in collaborazione con Killacat. Le barre di Diegoh si impastano con il soul caldo di Killacat su una base orientata al funk, creando complessivamente un prodotto degno della tradizione della black music. Un altro testo ricco di citazioni da cogliere al primo ascolto ad artisti e canzoni che hanno fatto la storia del rap italiano (tra queste, inoltre, rientrano “Lettera d’amore” e la ripresa di un verso di “Alpha e omega”, poi cambiato rispetto alla canzone precedente), ma in assoluto è sorprendente la ricostruzione della celebre scena de “La haine” in cui il deejay mixa KRS-One con Édith Piaf alla finestra del suo palazzo, e suona per tutto il quartiere.
XL” è il pezzo con cui tutto è cominciato. Pubblicato come primo singolo più di un anno fa, è in collaborazione con DJ Shocca aka Roc Beats, all’unanimità uno dei migliori in Italia, che ha curato i cuts. Il video, inoltre, vanta la partecipazione di “Jedi Master” Danno e Rancore, che realizza alcuni trick con lo skate. Il lungo periodo di gestazione che ha separato il singolo dall’uscita dell’album è la prova concreta dell’accuratezza e della passione che hanno portato alla realizzazione dell’album. Per il resto, base rompicollo e flow incredibile.
#NoFilter” non è un pezzo, ma sono tre pezzi insieme. 4 minuti e 19 secondi per spiegare praticamente che cosa significa questo disco: rime, beat e scratch appunto “senza filtro”, nudi e crudi così come è nato il rap. Riconosci il vero appena Diegoh entra su cassa e rullante.
Marco è sicuramente uno dei migliori quando si tratta di produzioni “alla vecchia maniera”, ma è anche vero che ha un gusto fine per le contaminazioni. “Rimmel” è in collaborazione con una delle voci più interessanti degli ultimi anni, ossia quella di CRLN, anche lei appartenente alla scuderia Macro Beats. La traccia è praticamente divisa in due: la prima parte è cantata da CRLN, mentre la seconda è rappata da Diegoh. Il prodotto è la prova che mettere insieme due artisti appartenenti a generi musicali diversi è tutt’altro che impossibile, e il risultato è a dir poco sorprendente.
Per sempre” è il secondo singolo estratto dall’album, pubblicato a distanza di un anno da “XL”. Diegoh ci mette tutto se stesso passando in rassegna i momenti e i compagni della sua adolescenza, in cui ha incontrato l’hip hop e se n’è innamorato. Sulla bilancia ci sono solo i sacrifici e ricordi di una vita, che si fanno grandi come ombre man mano che il tempo avanza. Gli anni sono treni che passano, a volte si ha il tempismo giusto per salirci, altre li si perde per una manciata di secondi. Ciò che resta sei soltanto tu, solo con te stesso e la dedizione che metti in quello che fai. La campionatura di “Shook ones, Pt. II” nella seconda strofa è la ciliegina su una produzione che suona come un classico, cucita appositamente per essere indossata dalle rime di Don Diegoh.
La penultima canzone della tracklist ricorda per certi versi le atmosfere di alcune produzioni di “Fuori da ogni spazio ed ogni tempo”, disco di qualche anno fa realizzato da Kiave e lo stesso Macro Marco. “Dodicesima ripresa” è la cronaca delle lotte che ognuno deve quotidianamente affrontare per provare a restare in piedi. Il flow di Diegoh è molto introspettivo, e sputa fuori il suo malessere come se fosse una confessione, amplificato dalle immagini incisive che crea con le parole (“Mani in aria, entro, sembro solo nella sala/strumento muto in un assolo al Teatro della Scala”).
Domenica” è l’ultima traccia dell’album. La canzone è sicuramente una delle migliori dell’album, in collaborazione con Bunna degli Africa Unite e curata da Kiave per la parte audio, e chiude un cerchio in un certo senso, ricollegandosi per molti aspetti a “Replica”, la traccia iniziale. Dalle liriche emerge un forte senso di solitudine, per molti una trappola, che non può essere superata se non restando attaccati alle proprie ambizioni. Diegoh riversa in questo testo le sue incertezze nei confronti del futuro come se fosse il diario di bordo, appunto, di una domenica malinconica, il giorno in cui tutto si ferma fino a che la settimana non inizia nuovamente con i suoi ritmi e gli impegni di ogni giorno.

Disordinata armonia” è un disco che fa bene al rap italiano. “Ideologie” a parte, in una realtà in cui la musica viene il più delle volte prodotta esclusivamente al fine di guadagnare, album come questo sono utili per ricordarci come andrebbe fatta, a prescindere dall’essere “vecchi” o dal seguire le nuove mode: Don Diegoh potrebbe rappare su qualsiasi base, e Macro Marco ha un talento naturale nel suo lavoro che sconfina in una gamma molto vasta di generi musicali, ma ciò che li accomuna è la passione per questa cosa, e il fatto di fare musica per amore della musica. Il risultato è un lavoro che sicuramente durerà nel tempo, e questo non dipende in prima linea dai canoni puramente tecnici a cui risponde, ma dall’attitudine con cui è stato portato a termine e il messaggio che trasmette. Rap puro, rime e beats di altissimo livello: niente di più, niente di meno. Nessun consiglio per l’ascolto in particolare, se non quello di calare le cuffie e mettere il disco in play. Funziona bene, soprattutto in quei giorni lì, in cui quando suona la sveglia hai già pensato almeno una volta di non potercela fare.

“Alone vol. 1”, l’inizio del nuovo viaggio di Gianni Maroccolo 0 608

Durante la vita si sente sempre l’esigenza di intraprendere un percorso in  solitudine, soprattutto dopo intensi periodi passati “in compagnia”. Non tanto perché si percepisce l’esigenza di allontanarsi da un contesto o perché l’attuale routine nuoce, ma piuttosto perché si sente la necessità di comunicare qualcosa in prima persona, attraverso un “proprio” lavoro, con le proprie forze e con il personale modo di comunicare. Dimostrando nuovamente a sé stessi e poi agli altri cosa siamo capaci di fare. In realtà Gianni Maroccolo (in arte Marok) è un musicista, compositore, produttore discografico e “scopritore di gemme rare” che non deve dimostrare nulla a nessuno, perché il suo trascorso fa capire abbastanza. Essendo questa una recensione musicale e non una pagina di Wikipedia, mi limiterò a elencare soltanto parte del suo “vissuto”: Litfiba (1980-1989); CCCP (1990); CSI (1992); Per Grazia Ricevuta (2002); Marlene Kuntz (2004); Ivana Gatti (2005). Probabilmente avrò omesso qualcosa – si tratta dei pochi artisti “multitasking” italiani, in grado di fare mille cose in una volta. Produrre, comporre, suonare – e un esempio è il progetto sperimentale dei Beau Geste nato parallelamente al periodo Litfiba, o la produzione del primo album dei Timoria (Colori che esplodono, 1990), ma questo è comunque abbastanza per dichiarare il nostro Marok – concedetemi il termine “nostro”, sia per senso di appartenenza territoriale, sia perché chi ha contribuito così tanto in una determinata scena musicale diventa di diritto un patrimonio da salvaguardare, e quindi “nostro; di tutti” – come un pezzo importante della storia rock indipendente italiana.

La fase solista di Gianni Maroccolo inizia nel lontano 1996, con la composizione di una colonna sonora per il film “Escoriandoli”, insieme a Francesco Magnelli. Nel 2004 pubblica il suo primo disco: “A.C.A.U La nostra meraviglia”, affiancando a sé artisti come Battiato, Manuel Agnelli, Giovanni Lindo Ferretti, e tanti altri. Non si ferma, e nel 2013 pubblica “Vdb23/Nulla è andato perso”, un album – creato insieme a Claudio Rocchi, uno dei maggiori esponenti del rock psichedelico e progressivo italiano – che sicuramente lo ispirerà e lo influenzerà per il lavoro che stiamo per introdurre: Alone vol.1, il suo secondo progetto solista, un percorso unico e senza fine articolato come una serie tv. Con episodi pubblicati ogni sei mesi – il 17 dicembre e il 17 giugno – con la parte grafica curata da Marco Cazzato e la narrazione dallo scrittore e critico musicale Mirco Salvadori.

Alone vol.1 quindi non è un semplice album e c’era da aspettarselo. Marok durante il suo percorso musicale ha avuto numerose influenze, ha collaborato con i migliori del circondario e oltre ad essere musicista è anche produttore e compositore. Sarebbe stato troppo banale.
Definito “disco perpetuo”, si tratta di un lungo viaggio accompagnato da ritmi ipnotici, tribali e psichedelici, con pause semestrali per ricaricare le forze e fare benzina. Un po’ come le serate in comitiva dei “migliori anni della nostra vita”: quelle che vorresti non finissero mai e che per fortuna finiscono perché sennò qualcuno potrebbe lasciarci la pelle. Gli esempi ovviamente non hanno lo stesso peso, ma a parer mio 50 minuti in totale per sei brani – strumentali al 75% e con un sound che non è per tutti – sono la dose giusta da somministrare.

Come in ogni viaggio, si incontra sempre qualcuno per una chiacchierata o semplice compagnia. Durante questo cammino i “passanti” che spiccano – oltre agli eccellenti musicisti che hanno dato un “aiuto” – sono due: Jacopo Incani (in arte IOSONOUNCANE) e Stefano Rampoldi (meglio noto come EDDA).
Marok, insieme a Jacopo, ci porta in un grande rave party nella tundra, con sound tribali, percussioni che introducono un “delirio elettronico” a metà brano e che lasciano spazio a un finale più “soft” e ipnotico. Con i suoi 17 minuti, tundra è il brano più lungo del lavoro e il secondo in ordine cronologico. Magari è proprio il luogo scelto per questo viaggio infinito, o il “mood” che vorrebbe far risaltare di più, o probabilmente niente di tutto questo. Però mi piace pensare che dietro ci sia sempre qualcosa, senza sguardi sospettosi o malizie varie.
In compagnia di Edda ci affascina con un ritmo induista, tra sitar – suonati da Beppe Brotto – sound psichedelici e “mantra di buon auspicio”. Si parla del brano l’Altrove, il quarto dell’album, che fa pensare molto – si, lo so, si tratta di induismo e non di buddismo –  alla “luce”, ricercata nel libro tibetano dei morti, cult della filosofia buddista e fonte d’ispirazione del maestro Franco Battiato. Un altrove anticipato da un preludio, da una fase che preannuncia l’andare oltre. Un’introduzione rappresentata da un brano, il terzo: l’altrove preludio. Un prologo che fa pensare al John Frusciante periodo Ataxia, o al Thom Yorke periodo “Thom Yorke”. Costituito anch’esso da quel sound orientale che caratterizza il quarto brano, e come poteva essere altrimenti. Un lavoro molto più soft, più lento, con una voce che sembra voler accompagnare un lungo cammino verso una porta, verso quella luce. Quasi un “uomo in marcia sul miglio verde” ma con più positività e con un finale migliore.

Il brano che da inizio a questo lungo percorso spirituale e psichedelico si chiama Cuspide. Una traccia noise, ruvida e a tratti malinconica, con una chitarra acustica utilizzata per introdurre un potente crescendo strumentale, che in seguito andrà a svanire per lasciare spazio a un fade to black musicale e “ventoso”. Invece, il secondo cantato tra i sei si trova in Sincaro, un lavoro molto new wave, a tratti ruvido e sinfonico, accompagnato dalla voce profonda di Luca Swanz Andriolo usata per introdurre un affasciante strumming , dalla tromba mariachi di Enrico Farnedi per un finale perfetto, e dal ricordo – come in tutto l’album –  di una persona scomparsa: Claudio Rocchi, il già menzionato protagonista assoluto del rock progressivo italiano, compagno di band di Marok e soprattutto amico. Scomparso prematuramente nel 2013.

Questa prima parte di viaggio si ferma con Alone to be continued, un brano costituito da un titolo che lascia spazio all’immaginazione, a quello che verrà dopo. Una traccia che ha fatto dell’elettronica il suo pilastro principale, fondamentale in un viaggio del genere, quasi spaziale, mistico. Un lavoro che annulla il tempo, che ci fa rivivere il passato – il giovane compositore elettronico toscano – il presente – un uomo che si conferma tra i grandi del panorama italiano – e il futuro. Con un inizio del genere non potrà che esserci un seguito altrettanto grandioso.

Alone non è un album. Alone è Gianni Maroccolo.

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