Intervista a Willie Peyote: “Tôret per affrontare la libertà di espressione; io nichilista? Solo azzerando si può ricostruire” 0 2022

Willie Peyote è un artista che non ha bisogno di essere presentato, e d’altronde riuscirebbe difficile collocarlo all’interno del panorama musicale italiano. Rap, hardcore, indie: è tutte queste cose, o forse è meglio dire nessuna di loro. Willie Peyote viene da Torino, una città che ha l’orgoglio di rappresentare in Italia e che ha avuto un retaggio importante nelle sue canzoni e nella sua scrittura. Dapprima con i Funk Shui Project, poi due album solisti di cui il secondo, “Educazione Sabauda”, ha praticamente capovolto il concetto di rap indipendente e rivoluzionato il modo di fare musica anche sul palcoscenico. Reduce del suo ultimo album Sindrome di Tôret” e impegnato in tour al fianco di Frank Sativa e la Sabauda Orchestra Precaria, Willie Peyote ha dimostrato di essere l’artista di cui l’Italia aveva bisogno. Cinico, distaccato, critico e analista, ma in fondo un gran romanticone: gli abbiamo fatto qualche domanda interessante partendo proprio dal suo album per risalire alle idee e ai principi che l’hanno guidato durante la stesura, e chiedergli un’opinione a riguardo.

 

La Sindrome di Tourette è un problema concettuale/abbiamo tutti un attenuante se lo schifo è consensuale”. Questi sono due versi tratti da “Vendesi”, la tredicesima e ultima traccia del tuo ultimo album “Sindrome di Tôret” (2017). Per iniziare l’intervista, sarebbe bello se ci raccontassi il momento esatto in cui hai avuto chiare davanti ai tuoi occhi le forme che avrebbe preso l’album, il suo titolo e il concept.
La cosa strana è che è nato al contrario. In ‘Educazione Sabauda’ avevo già immaginato il titolo del disco che sarebbe venuto dopo, ma non avevo i pezzi. Volevo fare un disco che trattasse il tema della libertà di espressione (non sapevo che forma avrebbe avuto), quindi il concept c’era, il titolo anche, ma sulla struttura dell’album ci abbiamo lavorato tanto anche in studio. È stata una cosa che è cresciuta strada facendo, ed io cambiavo spesso le barre o le canzoni interamente in base a come andava. Avevo ben chiaro “dove” saremmo arrivati, ma non sapevo ‘come’”.

Come percepisci l’impatto che l’album sta avendo sul pubblico rispetto alle tue personali aspettative precedenti alla pubblicazione e al tour, e cosa è invece cambiato rispetto al precedente (capolavoro) “Educazione Sabauda” (2015)?
‘Capolavoro’ l’hai detto tu (ride, ndr.). L’album sta avendo un riscontro superiore a quello che mi aspettavo. È stato percepito da subito molto bene, addirittura siamo finiti in classifica FIMI (un evento del tutto inaspettato) e il tour sta andando meglio dell’album (anche in questo caso, non ce l’aspettavamo). Rispetto a cosa è cambiato, posso dirti che sono cambiato io, ed è cambiato il senso di fare musica da ‘Educazione Sabauda” a oggi. In ‘Educazione’ racconto del passaggio da lavoro dipendente al tentativo di fare musica come lavoro, e invece “Sindrome” nasce come un disco su cui si sarebbe costruito un tour e una carriera musicale vera e propria non solo per me, ma anche per tutti i ragazzi che ci hanno collaborato. Quindi è cambiato proprio il presupposto con cui mi pongo di fronte alla musica, perché se era una passione che avrebbe potuto sfociare in qualcosa di più, oggi è un lavoro, e questo cambia l’approccio a ciò che si fa. In qualche modo, occorre iniziare a ragionare a priori su come potrebbero andare le cose, mentre prima era tutto un po’ più in ‘freestyle’, ecco. Dopodiché, io non ho mai grosse aspettative: preferisco vedere il bicchiere mezzo vuoto che mezzo pieno. Se si hanno grosse aspettative, è logico restare delusi nel momento in cui non si raggiungono; mentre io non mi aspetto mai un cazzo, così va tutto bene.

La copertina dell’ultimo album “Sindrome di Tôret” (2017)

Sei un artista che ha sempre avuto un occhio clinico sulla realtà delle cose, e che nelle sue canzoni riesce sempre a tirare fuori i lati contraddittori delle persone. Qual è, secondo Willie Peyote, la linea di confine tra libertà di espressione e tutela della privacy? Soprattutto, quali sono i lati contraddittori di Willie Peyote?
Magari parto dalla seconda che so che è più facile. Il lato contraddittorio sta nel fatto che se non avessi una carriera musicale non avrei i social network, o non li userei tanto quanto li uso. Ormai certe cose fanno parte del lavoro, e come queste tante altre non le farei se non fossi “obbligato” dalle situazioni. Alla domanda non ho una risposta. Il disco affronta proprio quel tema: dove finisce la tua libertà e inizia quella degli altri? Fino a che punto abbiamo perso di vista cos’è la libertà? Certe volte il tuo cellulare sa di cosa stai parlando e ti da un suggerimento. Il fatto che riescano a collegare degli algoritmi così efficienti e performanti (e mi fermo agli algoritmi senza pensare che ci sia dietro Cambridge Analytica), tanto da mettere insieme tutti i puntini che fanno la tua vita – dal momento che quell’affare ce l’hai sempre in tasca e sa sempre dove sei, cosa fai, con chi lo fai – mi mette un po’ di ansia. Il problema è che viviamo in una società in cui è impossibile esimersi da questo, e comunque anche se ci riuscissimo saremmo sempre controllati. Le BR oggi non esisterebbero, perché se io e te ci adesso decidiamo di fare un attentato, ci sgamano; motivo per il quale, tante cose non tornano nella gestione dell’antiterrorismo. Magari non è la sede adatta per discutere queste problematiche, però forse è il caso di tenersi sempre i dubbi. Non dico di essere complottisti, ma porsi delle domande in più ogni tanto aiuta.

Potremmo azzardare che la realtà apparente sia importante tanto quanto la realtà concreta, e che le due cose si compenetrino ormai, dato che la rete e i dati si insidiano in ogni aspetto della nostra vita, sia esso il lavoro o la vita privata.
Beh, per quanto riguarda la vita privata, io credo che se una tipa la conosci al bancone del bar è meglio che contattarla su Facebook o su Instagram, o almeno per me funziona così. Ma io ho anche 33 anni, appartengo a un’altra generazione (ride, ndr.).”

“Nichilista, torinese e disoccupato”. Sulle ultime due non abbiamo dubbi; il nichilismo invece, inteso come atteggiamento di rifiuto dei valori (storicamente borghesi) prestabiliti dalla società, è secondo te l’unica vera frontiera per l’uomo moderno di ottenere un risarcimento della propria dignità?
Merda, l’hai messa giù bene, sei proprio un filosofo! (ride, ndr.) Questa è un’altra cosa che è nata per gioco, perché mi accusavano di essere nichilista: “oh, ma non ti piace niente”, “ma ti fa tutto schifo” ecc. E quindi io l’ho presa davvero come un gioco, però penso anche che sia una delle poche risposte possibili all’omologazione: il rifiuto. Se azzeriamo tutto, possiamo ricominciare a costruire.

Georg Simmel era convinto che fosse la borghesia a imporre i suoi modelli stilistici ai ceti meno abbienti della società; Roland Barthes, invece, diceva che sono i giornali a decidere cosa è di moda, secondo un analogo sistema “trickle-down” (“a goccia”). Quindi, nella modernità la moda si fa linguaggio. Oggi sono gli influencer e le star, attraverso i social, a costruire e suggerire nuove tendenze. La moda segue percorsi ciclici: nasce, si espande e brucia velocemente. In questo senso, il fenomeno riflette il senso di caducità dell’esistenza. Sei d’accordo con quest’idea? Quanto influisce sulla musica, i suoi mezzi e i suoi fini?
Guarda, il punto è questo: molti artisti oggi non fanno musica; fanno pubblicità di scarpe, o di vestiti. E ricevono dei gran soldi per farlo. Alcuni sono consapevoli di questo, altri meno: la Ferragni e Fedez sono perfettamente consapevoli; la DPG non so quanto. E i giovani ragazzi che seguono quell’esempio lì, non so quanto siano consapevoli del fatto che indossano ciò che gli viene detto di indossare, e fanno ciò che gli viene detto di fare. Quindi, io sarei d’accordo con Simmel, sinceramente. Però è anche vero che non dice qualcosa in contrasto con Barthes, perché da che mondo e mondo i giornali sono in mano a chi ha i soldi, e quindi tutto torna.

Le leggi ingiuste esistono, e tocca a noi decidere di fare qualcosa nell’immediato per cambiarle oppure attendere che venga fatta una proposta di emendamento, quando saranno state già sufficientemente sfruttate da chi le ha create. La domanda che ti riporto ha origine nella “Disobbedienza civile” di Henry Thoreau: “non può esistere un governo in cui non sia la maggioranza a stabilire, virtualmente, cosa è giusto e cosa non lo è, bensì la coscienza?
La coscienza di chi però? Nel momento in cui esiste un governo, qualcuno governa, e lo fa sulla base della sua coscienza (ammesso che le proposte di legge non siano basate sui propri interessi). Non saprei se possa esistere o meno, perché poi i discorsi come il test per accedere al voto sono sempre molto borderline, e quindi bisogna fare attenzione a quello che si dice. Se la classe politica avesse ancora dei valori, io sarei contento di pagare tanti soldi un politico che fa bene il suo lavoro. Ma a me sembra che questa non rispecchi più i valori dei nostri padri costituenti, e di conseguenza forse andrebbe cambiato tutto. È anche vero che non si può infrangere la legge per forza, perché nessuno di noi è abbastanza illuminato per decidere con certezza quali leggi sono giuste e quali no. Se tutti seguiamo la nostra legge, fuori c’è il caos. Odio gli abusi di potere, odio le forze dell’ordine, ma sono sicuro che una società civile debba avere una forma di controllo, perché qualcuno piscia sempre fuori dal vaso.

“Più bulli e meno ciccioni” ?
Quello è un discorso che dovresti chiedere più a Eugenio che a me (il riferimento è alla canzone “Selezione naturale” di Eugenio in Via Di Gioia contenuta nel suo album “Tutti su per terra” e in collaborazione con Willie Peyote, ndr.). Però quel pezzo lì è un paradosso in un paradosso in un paradosso: è l’ “inception” dei paradossi. Cioè io prendo per il culo lui, che prende per il culo me, dicendo però entrambe le cose. Allora lui parte dal presupposto che i rapper siano un cattivo esempio, e io gli dico che in realtà sono un cattivo esempio “perché non hai le palle di dire quello che dico io, ma lo pensi anche tu”. E a proposito del fatto che in strada impari il rispetto, è vero che paradossalmente impari anche a non rispettare gli altri, ma ad importi su di loro. Quindi se tutti ci facessimo più domande, tornando al discorso del dubbio, e ci chiedessimo cosa pensano e cosa provano gli altri prima reagire, pensando alla regola aurea biblicamente “fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a te, sarebbe un buon inizio. Non sono un ciellino, però ci ponessimo con gli altri come vorremmo che si ponessero con ognuno di noi sarebbe interessante. Se vuoi rispetto, dai rispetto. Se vuoi che vengano prese in considerazione le tue idee, prendi in considerazione le idee degli altri.

Grazie per il tempo dedicato, Willie. Un’ultima domanda difficilissima: stai per morire e ti viene data la possibilità di ascoltare un’ultima canzone scegliendo tra Pink Floyd e Umberto Tozzi. Chi preferiresti?
I Pink Floyd.

Ma come!
Con tutto il rispetto, ma non vedo perché dovrei ascoltare Umberto Tozzi. Ormai ci sono The Giornalisti che fanno quello.

 

Tutti i diritti sui contenuti dell’intervista sono riservati a Radio Frequenza Libera.

Link al podcast: http://podcast.frequenzalibera.it/episode/2018-05-09_intervista_willie_p_definitiva

La galleria fotografica è a cura di Vito Lauciello Photography©. Le foto sono state scattate presso l’Anfiteatro della Pace a Bari in occasione della VII edizione del “Premio Maggio”.

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Un bicchiere di Corochinato con gli Ex-Otago 0 76

Per chi non se ne fosse ancora accorto, l’indie italiano è entrato da svariati anni nel salotto buono della musica mainstream e ci sta bello comodo. Quindi non fa molto strano che l’uscita del sesto album in studio degli Ex-Otago, Corochinato – ovvero il nome di un tipico vino aromatizzato di Genova – abbia coinciso con la partecipazione a Sanremo, con il singolo Solo una Canzone.

Continuando un percorso già partito con il precedente disco Marassi, gli Ex-Otago hanno imbracciato a pieno la filosofia del mischiare le sonorità indie con un’anima pop contemporanea. A dirla tutta i germi di questo mix sono stati presenti fin dagli esordi, ma in questi ultimi lavori la cosa si è fatta quanto mai evidente. Corochinato è un po’ così: pop nel vestito e indie nell’anima. Dieci tracce che non superano mai la lunghezza aurea dei 3 minuti, testi ben scritti, nessuno strumento che primeggia ma un insieme ben amalgamato. Per usare le parole del chitarrista Francesco Bacciun calderone di tutti questi possibili episodi di una comunissima vita notturna”.

Ex-Otago Corochinato Blunote Music recensione
La copertina di Corochinato, il nuovo disco degli Ex-Otago

Partiamo con la pimpante Forse è vero il contrario. Quel synth e quel charleston in sedicesimi ci porta un po’ negli anni ’80, ma quasi non ce ne accorgiamo perché negli ultimi tempi si sono sentiti parecchio. Se mai Bugo e i Thegiornalisti dovessero fare pace e una canzone insieme, me la immagino così.

Bambini gioca con la malinconia e ci sguazza tranquillamente, come l’emblematica ripetizione di “voglio ritornare bambino” suggerisce senza mezzi termini. Un lieve crescendo ci porta in un ritmo certamente estivo, ma più da fine agosto, mentre il sole cala sempre più presto e l’aria si fa freschina.  

È la volta della passabile ma non indimenticabile Torniamo a casa. Nascosta sotto un beat pop che fa moltissimo Chainsmokers, con tastiere e battiti di mani annessi, troviamo una timida chitarra, che mescola un po’ le carte. 

In Questa notte si abbandona la via del pop propriamente detto, preferendo il vecchio sentiero dell’indie a cui ci avevano abituati soprattutto nei primi lavori. Il giro di accordi della chitarra acustica, il piano che marca i quarti e il groove semplice della batteria danno vita a una classica ballad ‘calcuttiana’.

Con Tutto bene si inverte la rotta e si torna sul dancefloor. Il ritmo spinge mentre un po’ ironicamente si fa il ritratto del giovane facoltoso, vegano, ottimista che fa la bella vita a suon di elettronica e prosecco. Combatti il “nemico” con le sue stesse armi insomma.

La stessa filosofia segue Solo una canzone:parte con un duetto piano e voce, fino a crescere e arrivare a un ritornello a effetto, da cantare ondeggiando. Avrebbe tutti gli elementi per essere una tipica canzone sanremese, se non fosse per la critica mica troppo velata alle solite canzoni sugli amori giovani e travolgenti.

In Le macchine che passano abbiamo diversi elementi che ben si bilanciano tra di loro: unritmo in shuffle, pochi accordi in levare, un arpeggio ostinato, qualche scratch e un quasi assolo. Nell’economia del disco si infila bene portando un po’ di freschezza.

Personalmente La notte chiama è la traccia che preferisco. Un piano e delle percussioni dal gusto un po’ latin mettono in piedi un bel ritmo danzereccio. Al contrario, il testo è un omaggio alla serata del giovane pantofolaio che preferisce il piumino di casa alla vodka della discoteca. Il dubbio rimane: si balla o si dorme? La risposta è nelle righe: ballare in cucina armati di vestaglia, mentre il cane abbaia come a dire “ma questo è scemo?”.

Ex-Otago Corochinato recensione BlunoteMusic

Infinito cerca di trasmette quel senso di spiazzamento che può prenderci inaspettatamente in ogni momento, mentre si guarda un film, osservando gli occhi di un nonno oppure girando dentro a un bar. Un bello in una malinconia consapevole.

Con Tu non mi parli più si finisce un po’ come si era iniziato: atmosfera di fine estate, tardo pomeriggio che tende al tramonto, viaggio in macchina e una base musicale rilassata. Una voce abbastanza spinta che grida le sofferenze di un amore rifiutato si alterna a un parlato che non riesce a non farmi pensare alla celebre telefonata nel finale di Servi della Gleba di Elio e le Storie Tese.

Corochinato si rivela essere un disco solido e ben costruito, con dei testi interessante e una capacità non indifferente di far emozionare. A livello musicale non bisogna aspettarsi grossi virtuosismi o trovate spiazzanti e innovative. Certo, ogni tanto capita di dire “ah, ma questa cosa l’ho già sentita”, però si fa fatica a non lasciarsi prendere. Insomma, gli Ex-Otago sanno cosa vogliono fare e lo fanno bene.

Ascoltare i Quercia per perdersi e ritrovarsi 0 125

È uscito il 20 febbraio scorso ‘Di Tutte le Cose che Abbiamo Perso e Perderemo‘ il nuovo LP dei Quercia, band cagliaritana dalla fortissima attitudine punk, che negli anni ha saputo coniugare l’alternative con l’emo e il pop con lo screamo, il post hardcore e, ovviamente, il post rock. In quest’ultimo lavoro – interamente autoprodotto – c’è tutto questo, ma anche di più. C’è il dadaismo intenzionale di band emergenti come i Cucineremo Ciambelle (forieri del math rock in Italia), il graffio dei Gazebo Penguins di Legna, ma anche il groove dei CCCP, insomma: storia, tradizione e irrazionalità. Il tutto è condito con una buona dose d’introspezione, un pizzico d’insofferenza e una spruzzata di malinconia. Questo disco ha un filo conduttore: la perdita. Relativa a persone, cose, sentimenti ed emozioni, la perdita è legata a un senso di vuoto che attiva in noi un meccanismo inerziale che ci spinge a cercare un “rimpiazzo” e ci porta a tracciare i contorni – prossimi alla dissolvenza – di ciò che abbiamo perso, su quelli dell’eventuale rimpiazzo. Non siamo disposti ad accettare l’oblio né tantomeno la perdita, per questo tentiamo di esorcizzarla ed esorcizzare la sofferenza che ad essa è legata. Con la musica si può fare.

La copertina del nuovo disco dei Quercia

Il disco si apre con Buio: brano potentissimo, urlato, quasi sputato in faccia a chi ascolta. Chitarre distorte e un ritmo martellante di una batteria ormai usurata: è il pezzo con la cazzimma, quello che ti spettina e ti fa ribollire qualcosa dentro. È il varo che porta la nave lontano, fra le onde della melanconia e quelle del destino (con buona pace di Lars von Trier).

Il viaggio continua con Finestra, brano che incarna perfettamente lo spirito screamo. Il testo è imperniato sulla domanda “che cosa ci manca davvero?”, e proprio la mancanza – come già detto – è il filo conduttore di tutto il disco. Il graffio della voce esalta il testo stringato ma essenziale e mai banale.

Torri è il pezzo multanime, quello che comincia in un modo e finisce in un altro. L’inizio soft con un bel riff lascia presto il posto alla prepotenza della voce e della batteria. Questo brano è un invito cinico a dimenticare tutto ciò che è stato e che probabilmente non sarà più. Dimenticare – fare tabula rasa – per ricostruire e ricostruirsi, per non perdersi nei ricordi e andare avanti, questo è il messaggio.

Pogare è lecito, soprattutto per pezzi come Corridoio che ti sollevano letteralmente da terra (provate ad ascoltarlo col surround acceso a volume alto, ma state lontani dai vetri!). Il post-rock, il punk, l’emo, si sentono tutti e si avvicendano in un preciso gioco di rimandi. Questo pezzo sembra descrivere la memoria come un corridoio che percorriamo a ritroso per trovare i ricordi migliori. I peggiori li lasciamo dissolvere nel buio dell’oblio.

Quercia band

Voci distorte, frasi che s’incastrano perfettamente e licenze poetiche. Problema è una confessione accompagnata da un groove avvolgente: “L’inferno che conserviamo nelle stanze di noi stessi brucia chi non lo capisce”. Abbiamo tutti un inferno privato che non siamo disposti a condividere, perché siamo convinti che nessuno sia in grado di comprendere. Non è sbagliato pensarlo, ma non è neanche giusto: è semplicemente relativo (anche se è risaputo che all’inferno ci sono solo stanze singole!).

Capolinea è un brano più lento e cupo ma non per questo meno intenso. È un pezzo alla Gomma (band post- punk casertana) da cui traspare l’anima intimista della band: noi siamo il capolinea del treno e non si può più andare oltre.

Si cambia completamente stile in Altalena, pezzo strumentale, quasi ambient. È un brano rilassante e cullante, un unicum nell’intera produzione dei Quercia.

C’è un trait d’union che lega Altalena e l’ottava traccia del disco; è un filo sottilissimo che unisce i due brani e li rende complementari. Con Pozzanghere si torna nell’alveo dell’emo, seppur con qualche sfumatura punk. Il pezzo è un invito ad asciugarsi le lacrime, a smettere di piangere e fare pozzanghere, perché c’è sempre qualcosa di meglio da fare. Questo è il tentativo di esorcizzare la pena che segue una perdita.

L’attacco è di quelli potenti: “Tutte le cose che abbiamo perso e perderemo, non sono mai nostre davvero”. Fiammiferi è il pezzo più breve ma il più intenso dell’album. È privo di sovrastrutture e l’incipit si ripete così tanto da rimanere impresso nel cervello. Sì, è il brano che preferiamo.

Siamo soliti costruire muri per evitare di continuare a guardare ciò che ci disturba e ci fa male. Il muro è un confine mentale e/o fisico che c’impedisce di guardare, ma non c’impedisce di pensare: occhio non vede, cuore non duo-…no, troppo banale! Muro non lo è e ci porta a riflettere sull’inutilità di continuare a costruire qualcosa che finiremo, comunque, per distruggere, se non fisicamente almeno col pensiero. La chitarra nel finale si prende meritatamente la scena!

Bivio ha un testo verace, a tratti poetico. L’anima alternative e post rock del pezzo si tinge di punk, l’elemento distintivo della band. Qui troviamo l’arrangiamento più bello dell’album; ovviamente, come ripete sempre un mio amico “De gustibus […]”.

Il pezzo che chiude il disco s’intitola Ridevamo ed è una sorta di avviso ai naviganti: c’è sempre un motivo per non stare fermi e andare avanti. Il tempo passa e non possiamo far altro che farci trovare pronti per non arrivare in ritardo al nuovo appuntamento. Il gattopardismo larvato nel testo tradisce l’insofferenza per un posto che è, allo stesso tempo, sempre troppo uguale e troppo diverso.

Non bisogna limitarsi all’apparenza. Per capire i Quercia e la loro musica bisogna andare in profondità, senza scarnificarli. Al primo ascolto sembrano i cinque ragazzotti che ti urlano in faccia l’incazzatura dei vent’anni. Approfondendoli, invece, ci si rende conto che hanno le palle e meritano tanto!

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