Intervista a Yamba: “Tanta roba in cantina, presto fuori” 0 651

Yamba, rapper romano classe 1994, è uno degli artisti più promettenti della scena. Apprezzato dalla critica ed elevato come enfant prodige del genere, il giovane rapper è sempre stato acclamato per la sua musica visionaria, in grado di farsi precursore e anticipare di tre anni buona parte degli artisti odierni. Qualcuno aveva anche sussurrato potesse essere l’erede di Noyz. Niente male per un ragazzo di 24 anni ancora alle prese con l’uscita del suo primo disco.
L’artista ha collaborato nel progetto Junior Broda insieme al rapper Rio Carrera ed al produttore Lou Carola. Subito dopo questa breve parentesi, nel 2015 Yamba ha iniziato a rilasciare una serie di singoli, creando molta hype attorno alla sua musica. Molto legato ai contesti romani vicini al 3Tone Studio di Depha, Yamba ha iniziato a collaborare con molti producer ed artisti di spicco come Drefgold, Gast e Capo Plaza, finendo per aprire i concerti a Sfera Ebbasta.
Oggi Yamba appare più concentrato sul da farsi: sono da poco usciti due singoli che hanno battezzato questo 2019 a colpi di barre, e gli intoppi che hanno rallentato il suo flusso artistico nel 2018 – quando molti speravano nell’uscita del suo disco – sembrano svaniti. Abbiamo parlato di questo con Biagio: delle tante cose successe da tre anni fa ad oggi, delle collaborazioni con gli artisti più forti del momento e, soprattutto, dei progetti futuri che tutti fremono di ascoltare.

Yamba Intervista Young B Junior Broda

Ciao Yamba, sono molto contento di sentirti, abbiamo tante cose di cui parlare. Per aprire quest’intervista la prima domanda che volevo porti è: cos’è Junior Broda, e cos’è cambiato da quando esiste ad oggi?
Junior Broda è un progetto nato intorno al 2015, anche prima, in una situazione di forte amicizia, quasi in famiglia. Si tratta di un progetto a lungo termine, più inteso come marchio di fabbrica che come crew. Non si tratta quindi di un collettivo strettamente legato all’hip hop che rappa e si muove sempre insieme, ma comprende tante persone e tante arti diverse. Ho fondato questa cosa con Lou Carola, con cui ci conoscevamo già da tempo, e Rio Carrera, ma adesso stiamo lavorando tutti singolarmente e siamo concentrati sulla nostra crescita artistica. Per me, da allora, è cambiato tantissimo. All’inizio facevo tutto da solo, curavo praticamente tutti gli aspetti della mia musica, dai testi alle grafiche, fino alla comunicazione. Ovviamente c’era chi mi faceva il beat, com’è normale, ma è sempre stato fatto tutto ‘in casa’, non so se mi spiego. Adesso ce le ho quattro/cinque persone che mi stanno appresso, lavoro con produttori di un certo calibro e con cui ho sempre voluto lavorare: Depha mi ha portato su un altro livello, abbiamo lavorato tantissimo in studio negli ultimi anni e sono super soddisfatto di quello che abbiamo già pubblicato e quello che pubblicheremo. C’è tanto materiale in cantina che presto verrà alla luce!”

Un’altra percezione di cambiamento che ho sentito dai Junior Broda ad oggi è stato il passaggio dal rap alla trap, una vera evoluzione, con quest’ultimo genere molto più presente nelle ultime uscite.
Beh, io vengo dalla strada, dai marciapiedi: non so minimamente cosa sia la trap (Ride, n.d.r.). No, scherzo. So cos’è, mi piace però vederla come un mezzo per arrivare alla gente, per affermarsi e per entrare nella testa delle persone, e non come il ‘mio’ genere. Trovo anche limitante ‘solo’ rappare, ‘solo’ fare trap o ‘solo’ fare pop. A me piace molto essere un ibrido, lasciarmi contaminare. Lo stesso Lou Carola, che è stato a Los Angeles per due anni, quando è tornato mi ha fatto ascoltare un sacco di roba americana che ha conosciuto in questo viaggio, e da cui ho tratto molta ispirazione: è in quell’ottica lì che, sperimentando, ho capito di trovarmi molto bene sulla trap. Ora come ora cerco di non chiudere la porta a nulla.

Ma poi alla tua età penso sia anche utile sperimentare, cercare la propria strada…
Esatto. Ma ti dico la verità, sento di avere – senza arroganza, giuro – un background rap in grado di rompere il culo a tutti i trapper di adesso. Non sento per niente la competizione con gli altri artisti: so di essere ‘fresco’ come trapper, so di rappare come un rapper e non mi risparmio il ritornello pop, se mi gira. Non mi chiudo porte, anche se mi rendo conto di non lasciare molti punti di riferimento agli ascoltatori. L’ultimo pezzo (Sotto Roma, n.d.r.) può leggersi anche in quest’ottica, lo dico proprio: ‘rap con trap’. È un po’ come dire ‘non mi cacate il cazzo, faccio come me pare!’

Sarà sicuramente qualcosa che definirai meglio col tuo primo disco, su cui ci diremo qualcosa più in là, questo è sicuro. Parliamo di collaborazioni adesso: come hai detto prima, stai iniziando a collaborare con tanti artisti e, soprattutto, produttori di un certo calibro. Uno fra tutti potrebbe essere Dr. Cream, ma anche MojoBeat e Depha rientrano in quest’ottica. Come ti stai trovando con queste collaborazioni?
Assolutamente bene! Sono contentissimo di lavorare con Mojo e Depha, ma sto collaborando anche con produttori che non voglio spoilerare: sono cose davvero fighe che usciranno presto. Ho incontrato da poco anche Sine, presto saprete. Non vi dico altro né altri, ma solo che si tratta di quello che mi mancava: una qualità che riuscisse a darmi spessore.”

E non sono solo i produttori a segnare ottime collaborazioni, ma ci sono anche quelle con Gast, Numi e gli emergenti Roma Guasta…
Avoja, bella per i Roma Guasta, spaccano un sacco. Non fanno trap, rimangono molto old school, ma come mentalità li ritengo molto simili a me. Ci troviamo benissimo, loro sono due fratelli e anche io ho sempre rappato con mio fratello, siamo in sintonia. Con Numi ci conosciamo da una vita, da quando abbiamo iniziato a fare musica, e per me è come un fratello. Non esce da tanto qualcosa insieme ma abbiamo lavorato ad alcune cose che presto faremo ascoltare. Gast è un grande. Per me è come uno zio, mi ha sempre elogiato nelle interviste, citandomi e facendomi complimenti. Ho un legame affettivo fortissimo con tutta questa gente. Gravitiamo tutti intorno a Depha, collaboriamo tutti con lui e spesso ci troviamo insieme in studio, quindi è anche più semplice lavorarci insieme. Poi io non ho limitazioni nello scegliere con chi collaborare, che tu faccia rap, trap o pop, se mi piaci voglio lavorare con te. Per Gast davvero big up, per me e tutti i miei amici poi è un sogno, son sempre stato in fissa col Truceklan…

Beh, sì, chi non c’è stato in fissa?
Esattamente, è culto. Lui mi ha portato una cifra di volte insieme, abbiamo anche fatto una serata mega figa con Noyz a Milano. È un top player. Essere aiutato e propsato da questi artisti è bello, non c’è altro da dire.

Cambiamo argomento adesso, parliamo di musica vera e propria: da un mesetto è uscito il tuo ultimo singolo, Sotto Roma. Di cosa parla questa canzone?
Il titolo è un riferimento a Suburra, la città. Nell’antichità la Suburra era il cuore di Roma, la parte più bassa e ‘segreta’ della città. Il paragone è legato al contesto che mi circonda: io abito in periferia, Roma Sud il che mi permette di viverla abbastanza ‘internamente’. Non è la Roma che vede il turista, che si ferma al centro, a Trastevere magari. Io ti farei fare un tour diverso della città: è la metropoli ‘nascosta’, quella che non vedi in TV, dentro i quartieri. Sicuramente un punto di vista che si sposa con la mia visione artistica di Roma. Sotto Roma mi rappresenta molto, e rappresenta molto il target a cui voglio arrivare: siamo nati e vissuti in periferia, abbiamo sempre fatto i danni al centro: Sotto Roma è tutto quello che non vede la gente. Ironia, poi, quando è uscita la track è uscita anche Suburra 2, la serie. In ogni caso, sono molto legato a questa traccia, l’ho registrata in un momento un po’ del cazzo e ci ho messo tutta la mia rabbia dentro: è un vero e proprio sfogo. Mojo ci ha fatto un mega beat, un po’ cupo, mentre AVA ha curato sul sound. Abbiamo registrato tutti insieme a Salerno, e mi è uscita così in freestyle. L’ho davvero sputata fuori, registrata in mezz’ora!

Negli ultimi anni hai fatto uscire un sacco di singoli ma mai un disco: come mai?
Eh, perché… Guarda, ti dico una cosa che non si dice sempre: per fare un album indipendente, anche con gli appoggi di una distribuzione come si deve e i contatti giusti, servono i soldi. Se non altro per fare una cosa come si deve. Negli ultimi anni ho cercato di pubblicare tanto, di farmi conoscere e di far girare il nome. Magari è una scelta un po’ rischiosa, perché uno può dire ‘Minchia, so’ tre anni che aspetto l’album tuo’, ma giuro che sto lavorando su tante cose, su tanti progetti: sto lavorando ad uno street album, ad un mixtape che uscirà dopo, ho un sacco di collaborazioni più grosse in cantina. Tre anni fa, quando ho iniziato a pubblicare i singoli, non ci pensavo neanche al disco. Ma adesso vedo che la gente lo cerca, ho una fanbase attiva, la roba va, la gente mi scrive, e questo mi fa un sacco piacere. Io, però, non sono mai stato un tipo positivo di mio, rimango molto all’angolo, non urlo ‘Ora spacco tutto’, quindi non sono mai partito nell’ottica di pubblicare un album. Ho sperimentato tanto coi singoli, ho testato le mie capacità e adesso so dove andare a parare per un disco. È logico che ci sarà un album: come ho detto, sto lavorando ad uno street album con le palle, fatto in un certo modo. In ogni caso, io quantifico il lavoro in qualità e non in quantità: quattro miei singoli valgono quanto il lavoro di chi, dopo sei mesi dall’esordio, fa uscire un disco.

Già l’anno scorso si parlava del tuo disco, molti dicevano che sarebbe uscito proprio nel 2018, ma poi non è successo. C’era davvero un disco in programma che poi non è uscito?
Sì, purtroppo non è uscito per vari motivi. In questo periodo ho anche cambiato management: prima stavo con Honiro, con cui comunque siamo rimasti in buonissimi rapporti. Ora sto con Lou Carola che, come dicevo, ha studiato a Los Angeles, ha un altro tipo di visione sull’industria che appoggio in pieno. Poi c’era anche una storia contrattuale che si è risolta da poco, e per quella storia son dovuto stare fermo per un po’, ero bloccato a livello contrattuale. Ora sono libero di muovermi e infatti sto lavorando tanto. Ho preferito sistemare le cose, magari andando un po’ più a rilento ma cercando di cadere in piedi: gli ultimi due singoli erano anche per vedere un po’ che aria tirava e mi sono accorto che la gente vuole un progetto. La data c’è già, ma non voglio spoilerarla per ora. Lo faremo uscire, promesso!”

Perfetto Yamba, ti ringrazio tantissimo per essere stato con noi!
Da paura, bella!”

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“La Terra dei Re”: le mille maschere di Solfrizzo per l’unico volto del rock 0 148

Le vie del rock sono infinite, un po’ come quelle del signore (anche se forse quelle sono finite, come nel film di Troisi) e Vito Solfrizzo le percorre – quantomeno nelle intenzioni – tutte ormai da anni. Non è facile: bisogna sapersi orientare e per farlo è necessario trovare i giusti riferimenti, quelli che ti consentono di ripercorrere i tuoi passi quando ti accorgi che ti stai allontanando troppo e stai per finire fuori strada. Capita di perdersi l’importante è rendersene conto prima che sia troppo tardi. Come disse Baglioni in occasione del Festival di Sanremo “errare è umano, perseverare è artistico” o più semplicemente presuntuoso, come aggiungerei io. Il rock ha un solo volto ma cento, mille, un milione di maschere diverse da indossare secondo l’occasione, e distinguerle l’una dall’altra è difficile, quasi impossibile. Nessuno può avere la presunzione di farlo. “La terra dei re” è l’ultimo album – interamente autoprodotto – di questo giovane cantautore pugliese; è un lavoro che parte da un viaggio interiore e sfocia nella disamina della società contemporanea. Tocca diversi temi, come il precariato, la situazione politica e quello che egli definisce “l’inganno dei talent show”. Le critiche non sono larvate ma precise e mirate. Questo disco arriva a due anni di distanza da “Nove”, album d’esordio uscito nel 2017 in coproduzione con Alessandro Spenga.

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La copertina de “La Terra dei Re”, il nuovo album di Vito Solfrizzo


Si comincia con “Il paradiso dei sogni”, un brano, rude, grezzo. Chitarroni, riff graffianti e beat frenetici, a tratti nevrotici, accompagnano questo pezzo che parla dei nostri sogni, quelli che cerchiamo di realizzare a qualunque costo e che spesso ci spingono a fare cazzate. Non ce ne rendiamo conto, ma quando ci incamminiamo verso i nostri sogni non teniamo conto della strada che abbiamo già percorso né di quella che ancora ci manca per raggiungerli, non ci rendiamo conto della stanchezza e della fatica. Camminiamo per inerzia, fottuti e sfiniti, fino alla fine.

L’attacco del secondo pezzo ricorda molto “Non ci guarderemo indietro mai” dei Negrita. “La terra dei re” è il brano che dà il titolo all’album e ne dichiara le intenzioni: i “re” sono tutti coloro che credono di essere superiori solo perché siedono sugli scranni più alti o ricoprono posizioni apicali o più semplicemente perché indossano una cravatta o vestiti più costosi. I professori, i politici, i datori di lavoro, in generale coloro che si pongono al di sopra di te in un sistema gerarchico- professionale ti fanno pesare la posizione di subordinazione in cui ti trovi rispetto a loro e non puoi far altro che cercare il compromesso per garantirti un quieto vivere. A tutta questa bella gente è bene ricordare – come fa Solfrizzo – quella massima di Montaigne che recita pressappoco così: «Anche sul trono più alto del mondo si sta seduti sul proprio culo». Degno di nota è il sound alternative che ci riporta agli anni ’90, ai primi brani dei Timoria.

Si continua con “Profumo di sabbia”, brano romantico dedicato alla sua ragazza. È un pezzo più lento, meno ritmato e dal mood riflessivo. Parla di un amore che sopravvive al cambiamento: tutto cambia, perfino i soggetti che questo amore lo vivono e lo consumano, ma il sentimento no. Quello rimane intatto, come un castello di sabbia che nessun’onda riuscirà mai ad abbattere.

I soliti riff asettici ci accompagnano in “Il dono dei furbi”. Questo è una sorta di j’accuse rivolto alla classe politica italiana, rea di tentare continuamente di affabulare e circuire quanta più gente possibile. Non tutti restano intrappolati in questa rete, molti sfuggono perché le maglie sono troppo larghe o semplicemente consunte.

America” segue un preciso crescendo, passa da un’atmosfera cupa all’esplosione del ritornello. Ha un’anima rock classica e parla dell’esperienza nella musica, della rivalità fra gli artisti e del clima di competizione in cui vivono. L’America è l’isola felice, il posto che sogni di raggiungere per realizzare i tuoi sogni. È la terra fertile, quella promessa, quella anelata. Questa è la sola maschera del rock riconoscibile e riconosciuta in tutto l’album.

E so che c’è un posto, è un sogno per me. Io voglio solo l’America, per vivere come va.

Vito Solfrizzo, “America”

La chitarra acustica dona quel tocco di malinconia che serve per raccontare di un amore mai sbocciato – come una nave rimasta ormeggiata nel porto che non prenderà mai l’abbrivio per andare al largo – per un motivo futile. “Senza età” parla di tutte quelle storie d’amore che non nascono per differenze anagrafiche. L’età è un ostacolo da superare e non tutti hanno la forza per farlo. Il pezzo è un po’ piatto all’inizio ma poi prende quota e decolla nel finale con l’assolo.

La chitarra – come si percepisce – è una sorta di coperta di Linus per Solfrizzo, che la usa tanto, forse troppo. In “Cuore di Razza” la sua preminenza rende il pezzo un po’ piatto, parole e musica non sono sullo stesso piano ma posti in modo gerarchico: prima la chitarra e poi tutto il resto. C’è una sproporzione che sfocia nel virtuosismo e nell’ostentazione ed è un vero peccato perché sia in questo sia in altri pezzi emergono una buona vocalità e una buona capacità di scrittura che vengono relegati, purtroppo, a margine. Il tema è quello trito e ritrito dell’inganno dei talent show che puntano solo agli ascolti a detrimento del talento e del valore di un’artista.

Si cambia registro in “Conquiblues“, un pezzo che parla di precariato, di sfruttamento e di tutti i problemi che attanagliano il nostro paese. Il blues rock stile anni ’70 smarca un po’ l’album dall’alveo del classic e lo avvicina più al pop. L’armonica si addice perfettamente allo stile del brano.

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La duttilità è una qualità importante, che ci consente di stare bene in qualsiasi situazione. “Mi Adatterò” è un’apologia di questa capacità, per qualcuno di poco conto o addirittura esecrabile. È un pezzo che ha due facce: una acustica e l’altra elettrica. Comincia in acustico, una chitarra in stile Cobain in qualche strana versione di Something in The Way suonata sotto un ponte, cui si unisce l’elettrica “sporca” del ritornello. “Se cambia l’orizzonte io mi adatterò” è il manifesto di questa capacità adattiva non comune.

U.R.A.” acronimo di Utopia Realmente Astratta (una specie di supercazzola a cui Nanni Moretti risponderebbe con uno schiaffo) è «un viaggio interiore intenso quanto inaspettato» come lo definisce Solfrizzo. È un viaggio dettato dal cambiamento e dalla voglia di realizzare gli obiettivi e i sogni di una vita. In esso spiccano una buona vocalità troppo spesso oscurata e un bel basso.

Si continua sulla stessa scia con “L’ombra del Sole“, un pezzo che parla della lotta interiore contro il “nostro” lato oscuro. Lottiamo affinché non prenda il sopravvento e non trovi mai la luce. Ritorna lo stile Timoria (anche la vocalità lo ricorda vagamente). Il ritmo veloce e cadenzato rende il pezzo tutto sommato lineare a parte qualche sfumatura glitch.

Di stampo decisamente cantautoriale è “La Canzone nel Vento“, brano che chiude il disco. È un pezzo dedicato al nonno scomparso nel 2007. È quello più vero e sentito di tutto l’album: non ci sono sovrastrutture né orpelli, solo sentimento. È un brano struggente ma piacevole e dall’imponente carico emozionale.

L’amatorialità di questo disco emerge ad ogni singolo ascolto. Non rappresenta una novità né un unicum nel panorama musicale italiano – che di dischi del genere è ormai saturo; ogni anno ne escono a dozzine: dozzine di dischi pseudo-rock-wannabe dal sound inconsistente. Nel caso di Solfrizzo le capacità, almeno, ci sono, ma non vengono sfruttate per colpa di un’imprecisa superficialità.

Intervista ai Quadrophenix: “Paraponzi il nuovo disco” 0 157

I Quadrophenix nascono a Taranto nell’estate del 2006. Dopo dei primi anni travagliati, alla ricerca della propria identità, la band tarantina vira verso un genere più scanzonato e ironico, mantenendo intatta la base pop-rock/twist sul quale viene fondata. Dalla fine di giugno è in radio il loro nuovo singolo, “Mai Più”, che anticipa il loro primo album in studio, “Paraponzi”, uscito proprio oggi. Noi abbiamo incontrato la band qualche giorno fa proprio per farci una chiacchierata su questo loro primo disco, parlando dei motivi che li hanno spinti a buttarsi nella mischia e sui progetti futuri, con un nuovo disco già pronto.

Ciao ragazzi! Rompiamo un po’ il ghiaccio: parlatemi di voi!
La cosa più importante da dire pensiamo sia che nel 2006 è nata la band. Prima facevamo una roba molto inglese, di ispirazione Gallagheriana; abbiamo poi cambiato impostazione, passando all’italiano. Quando ci siamo accorti di essere dei cazzari abbiamo spostato il modo di scrivere su un genere un po’ più allegro, ironico. È cambiata anche la formazione, stabile da cinque anni a questa parte.

quadrophenix intervista blunote music

Come mai la scelta di intraprendere questo percorso più ironico, alla Elio e Le Storie Tese?
Guarda, io credo che la nostra musica sia seria! [Ride, n.d.r.] No, davvero… quello che penso è che fin quando tu scrivi rispettando quello che sei, quello è fare musica sul serio. Che non vuol dire scrivere i testi di Tenco e neanche quelli degli Skiantos. Se hai qualcosa da dire, dilla. E che sia vera. Se fatto solo per apparire, come lo era in principio – quando appunto suonavamo britpop, senza un senso – è sbagliato.

Dal 2006 ad oggi è passato davvero tanto tempo e, anche con un disco in dirittura d’arrivo, sembra comunque un’eternità. Va bene il cambio di sound, va bene il cambio di formazione, ma come mai nessuna pubblicazione in quest’arco di tempo?
Eh, penso tu ci abbia azzeccato in pieno. [Ride, n.d.r.] La questione è questa: nel 2006 esisteva My Space. Io avevo vent’anni, e vent’anni nel 2006 sono diversi dai vent’anni di oggi. Eravamo più ingenui, più genuini. Internet non era così radicato. Quando dico che esisteva My Space intendo un mondo diverso: su My Space avevi fra le amicizie Dodò, l’ingegner Filini… Era una visione del social diversa. E così cambiava anche il modo di intendere la musica, completamente diverso da oggi. Qualcosa la pubblicammo, ma non andò oltre la cerchia dei nostri amici – e noi siamo stati bravi ad approfittarne per far sparire tutto [Ride, n.d.r.]. Allo stesso tempo, l’album che siamo in procinto di pubblicare [Paraponzi, n.d.r.] è vecchio, risale al 2012, e non lo pubblicammo perché mancava l’etichetta: nel 2012 era fondamentale avere un’etichetta per pubblicare. Questo per far capire come siano cambiate le cose: oggi, nel 2019, grazie ad internet, puoi permetterti di pubblicare un disco anche senza etichetta. Ma oltre questo c’è anche altro: la verità è che stiamo disperatamente provando a pubblicare il primo disco quanto prima perché ne abbiamo già un secondo pronto!

Andiamo con ordine allora: di cosa tratta Paraponzi?
Beh, trattandosi di un disco scritto qualche anno fa, è sicuramente molto scanzonato. Rispecchia l’età che avevamo allora, gli anni dell’università, le prime libertà lontano da casa… è molto solare, prevalentemente. Molto diverso rispetto, ad esempio, al secondo che abbiamo in cantina. Per farti capire: stiamo disperatamente cercando un titolo per il secondo disco, e fra quelli che abbiamo pensato c’è “The Dark Side of the Mood”. Questo perché ha proprio un approccio diverso rispetto al nostro tradizionale modo di fare. Però è anche un’evoluzione rispetto al primo disco, motivo per il quale vogliamo pubblicarli comunque entrambi senza fare balzi in avanti. Vogliamo dare dei punti di riferimento all’ascoltatore.

quadrophenix intervista blunote music copertina paraponzi

Trattandosi però di un disco scritto nel 2012, in un periodo, come dite voi, completamente diverso – ed eravate diversi anche voi – e che non rispecchia la realtà odierna, c’è stato sicuramente il bisogno di un lavoro di revisione. Come siete riusciti ad attenuare queste problematiche in vista del lancio?
La risposta è semplicissima: con l’amore. [Ridiamo, n.d.r.] Pensavi di metterci in difficoltà, ma ci hai tirato un assist fantastico. No, scherzi a parte: se in “Mai più” [il singolo, n.d.r] ci sono alcuni riferimenti, all’interno del disco non troverai mai le parole “selfie”, “facebook”. Il disco ti racconta un mondo più genuino, qualcosa che esiste anche nel 2019 ma che è solo più difficile da trovare. E parla soprattutto di amore, qualcosa che ci sarà sempre.”

La vostra musica si ispira molto alla Surf Music anni ’60 – quella dei Beach Boys per intenderci. Questo è sicuramente vero per i due brani già pubblicati, ma è così anche per il resto del disco?
’’Mai più’ sicuramente. Il resto dell’album si rifà a quel sound, ma essendo un prodotto del 2011/2012 cerca di avere le sonorità radiofoniche del tempo – nel contesto radio-pop nazionale ancora non era arrivato prepotentemente il rap a fare da padrone, andava un po’ di tutto. Che poi, radiofonico è un termine un po’ stuprato, come ‘indie’. Questo per dire che per me è un disco radiofonico, per altri magari no, perché è diventato quasi soggettivo.

Mentre nel secondo disco, invece, il sound è rimasto invariato o avete fatto altro?
Abbiamo fatto peggio! [Ride, n.d.r.] Ci siamo concentrati su quello che ci piace fare. La verità è che ci siamo detti ‘ma chi ce la fa fare’ di seguire uno schema, una moda… facciamo quello che ci piace! Abbiamo azzardato di più, se Paraponzi ha una sua coerenza, il secondo disco è un puzzle: c’è il pezzo più psichedelico, quello più pop.

Siamo in conclusione: pensate di lanciare un secondo singolo dopo l’uscita?
C’è una grossa diatriba all’interno della band su questo. Pensiamo di sì, vogliamo vedere sicuramente come va il disco e il singolo già pubblicato, ma abbiamo già individuato quello che potrebbe essere il prossimo singolo, ‘Nuvole’. Comunque sia, vogliamo fare qualcosa per poi pubblicare il nuovo disco.

Perfetto ragazzi, vi ringrazio molto!
Grazie a te!

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