Intervista a Yamba: “Tanta roba in cantina, presto fuori” 0 245

Yamba, rapper romano classe 1994, è uno degli artisti più promettenti della scena. Apprezzato dalla critica ed elevato come enfant prodige del genere, il giovane rapper è sempre stato acclamato per la sua musica visionaria, in grado di farsi precursore e anticipare di tre anni buona parte degli artisti odierni. Qualcuno aveva anche sussurrato potesse essere l’erede di Noyz. Niente male per un ragazzo di 24 anni ancora alle prese con l’uscita del suo primo disco.
L’artista ha collaborato nel progetto Junior Broda insieme al rapper Rio Carrera ed al produttore Lou Carola. Subito dopo questa breve parentesi, nel 2015 Yamba ha iniziato a rilasciare una serie di singoli, creando molta hype attorno alla sua musica. Molto legato ai contesti romani vicini al 3Tone Studio di Depha, Yamba ha iniziato a collaborare con molti producer ed artisti di spicco come Drefgold, Gast e Capo Plaza, finendo per aprire i concerti a Sfera Ebbasta.
Oggi Yamba appare più concentrato sul da farsi: sono da poco usciti due singoli che hanno battezzato questo 2019 a colpi di barre, e gli intoppi che hanno rallentato il suo flusso artistico nel 2018 – quando molti speravano nell’uscita del suo disco – sembrano svaniti. Abbiamo parlato di questo con Biagio: delle tante cose successe da tre anni fa ad oggi, delle collaborazioni con gli artisti più forti del momento e, soprattutto, dei progetti futuri che tutti fremono di ascoltare.

Yamba Intervista Young B Junior Broda

Ciao Yamba, sono molto contento di sentirti, abbiamo tante cose di cui parlare. Per aprire quest’intervista la prima domanda che volevo porti è: cos’è Junior Broda, e cos’è cambiato da quando esiste ad oggi?
Junior Broda è un progetto nato intorno al 2015, anche prima, in una situazione di forte amicizia, quasi in famiglia. Si tratta di un progetto a lungo termine, più inteso come marchio di fabbrica che come crew. Non si tratta quindi di un collettivo strettamente legato all’hip hop che rappa e si muove sempre insieme, ma comprende tante persone e tante arti diverse. Ho fondato questa cosa con Lou Carola, con cui ci conoscevamo già da tempo, e Rio Carrera, ma adesso stiamo lavorando tutti singolarmente e siamo concentrati sulla nostra crescita artistica. Per me, da allora, è cambiato tantissimo. All’inizio facevo tutto da solo, curavo praticamente tutti gli aspetti della mia musica, dai testi alle grafiche, fino alla comunicazione. Ovviamente c’era chi mi faceva il beat, com’è normale, ma è sempre stato fatto tutto ‘in casa’, non so se mi spiego. Adesso ce le ho quattro/cinque persone che mi stanno appresso, lavoro con produttori di un certo calibro e con cui ho sempre voluto lavorare: Depha mi ha portato su un altro livello, abbiamo lavorato tantissimo in studio negli ultimi anni e sono super soddisfatto di quello che abbiamo già pubblicato e quello che pubblicheremo. C’è tanto materiale in cantina che presto verrà alla luce!”

Un’altra percezione di cambiamento che ho sentito dai Junior Broda ad oggi è stato il passaggio dal rap alla trap, una vera evoluzione, con quest’ultimo genere molto più presente nelle ultime uscite.
Beh, io vengo dalla strada, dai marciapiedi: non so minimamente cosa sia la trap (Ride, n.d.r.). No, scherzo. So cos’è, mi piace però vederla come un mezzo per arrivare alla gente, per affermarsi e per entrare nella testa delle persone, e non come il ‘mio’ genere. Trovo anche limitante ‘solo’ rappare, ‘solo’ fare trap o ‘solo’ fare pop. A me piace molto essere un ibrido, lasciarmi contaminare. Lo stesso Lou Carola, che è stato a Los Angeles per due anni, quando è tornato mi ha fatto ascoltare un sacco di roba americana che ha conosciuto in questo viaggio, e da cui ho tratto molta ispirazione: è in quell’ottica lì che, sperimentando, ho capito di trovarmi molto bene sulla trap. Ora come ora cerco di non chiudere la porta a nulla.

Ma poi alla tua età penso sia anche utile sperimentare, cercare la propria strada…
Esatto. Ma ti dico la verità, sento di avere – senza arroganza, giuro – un background rap in grado di rompere il culo a tutti i trapper di adesso. Non sento per niente la competizione con gli altri artisti: so di essere ‘fresco’ come trapper, so di rappare come un rapper e non mi risparmio il ritornello pop, se mi gira. Non mi chiudo porte, anche se mi rendo conto di non lasciare molti punti di riferimento agli ascoltatori. L’ultimo pezzo (Sotto Roma, n.d.r.) può leggersi anche in quest’ottica, lo dico proprio: ‘rap con trap’. È un po’ come dire ‘non mi cacate il cazzo, faccio come me pare!’

Sarà sicuramente qualcosa che definirai meglio col tuo primo disco, su cui ci diremo qualcosa più in là, questo è sicuro. Parliamo di collaborazioni adesso: come hai detto prima, stai iniziando a collaborare con tanti artisti e, soprattutto, produttori di un certo calibro. Uno fra tutti potrebbe essere Dr. Cream, ma anche MojoBeat e Depha rientrano in quest’ottica. Come ti stai trovando con queste collaborazioni?
Assolutamente bene! Sono contentissimo di lavorare con Mojo e Depha, ma sto collaborando anche con produttori che non voglio spoilerare: sono cose davvero fighe che usciranno presto. Ho incontrato da poco anche Sine, presto saprete. Non vi dico altro né altri, ma solo che si tratta di quello che mi mancava: una qualità che riuscisse a darmi spessore.”

E non sono solo i produttori a segnare ottime collaborazioni, ma ci sono anche quelle con Gast, Numi e gli emergenti Roma Guasta…
Avoja, bella per i Roma Guasta, spaccano un sacco. Non fanno trap, rimangono molto old school, ma come mentalità li ritengo molto simili a me. Ci troviamo benissimo, loro sono due fratelli e anche io ho sempre rappato con mio fratello, siamo in sintonia. Con Numi ci conosciamo da una vita, da quando abbiamo iniziato a fare musica, e per me è come un fratello. Non esce da tanto qualcosa insieme ma abbiamo lavorato ad alcune cose che presto faremo ascoltare. Gast è un grande. Per me è come uno zio, mi ha sempre elogiato nelle interviste, citandomi e facendomi complimenti. Ho un legame affettivo fortissimo con tutta questa gente. Gravitiamo tutti intorno a Depha, collaboriamo tutti con lui e spesso ci troviamo insieme in studio, quindi è anche più semplice lavorarci insieme. Poi io non ho limitazioni nello scegliere con chi collaborare, che tu faccia rap, trap o pop, se mi piaci voglio lavorare con te. Per Gast davvero big up, per me e tutti i miei amici poi è un sogno, son sempre stato in fissa col Truceklan…

Beh, sì, chi non c’è stato in fissa?
Esattamente, è culto. Lui mi ha portato una cifra di volte insieme, abbiamo anche fatto una serata mega figa con Noyz a Milano. È un top player. Essere aiutato e propsato da questi artisti è bello, non c’è altro da dire.

Cambiamo argomento adesso, parliamo di musica vera e propria: da un mesetto è uscito il tuo ultimo singolo, Sotto Roma. Di cosa parla questa canzone?
Il titolo è un riferimento a Suburra, la città. Nell’antichità la Suburra era il cuore di Roma, la parte più bassa e ‘segreta’ della città. Il paragone è legato al contesto che mi circonda: io abito in periferia, Roma Sud il che mi permette di viverla abbastanza ‘internamente’. Non è la Roma che vede il turista, che si ferma al centro, a Trastevere magari. Io ti farei fare un tour diverso della città: è la metropoli ‘nascosta’, quella che non vedi in TV, dentro i quartieri. Sicuramente un punto di vista che si sposa con la mia visione artistica di Roma. Sotto Roma mi rappresenta molto, e rappresenta molto il target a cui voglio arrivare: siamo nati e vissuti in periferia, abbiamo sempre fatto i danni al centro: Sotto Roma è tutto quello che non vede la gente. Ironia, poi, quando è uscita la track è uscita anche Suburra 2, la serie. In ogni caso, sono molto legato a questa traccia, l’ho registrata in un momento un po’ del cazzo e ci ho messo tutta la mia rabbia dentro: è un vero e proprio sfogo. Mojo ci ha fatto un mega beat, un po’ cupo, mentre AVA ha curato sul sound. Abbiamo registrato tutti insieme a Salerno, e mi è uscita così in freestyle. L’ho davvero sputata fuori, registrata in mezz’ora!

Negli ultimi anni hai fatto uscire un sacco di singoli ma mai un disco: come mai?
Eh, perché… Guarda, ti dico una cosa che non si dice sempre: per fare un album indipendente, anche con gli appoggi di una distribuzione come si deve e i contatti giusti, servono i soldi. Se non altro per fare una cosa come si deve. Negli ultimi anni ho cercato di pubblicare tanto, di farmi conoscere e di far girare il nome. Magari è una scelta un po’ rischiosa, perché uno può dire ‘Minchia, so’ tre anni che aspetto l’album tuo’, ma giuro che sto lavorando su tante cose, su tanti progetti: sto lavorando ad uno street album, ad un mixtape che uscirà dopo, ho un sacco di collaborazioni più grosse in cantina. Tre anni fa, quando ho iniziato a pubblicare i singoli, non ci pensavo neanche al disco. Ma adesso vedo che la gente lo cerca, ho una fanbase attiva, la roba va, la gente mi scrive, e questo mi fa un sacco piacere. Io, però, non sono mai stato un tipo positivo di mio, rimango molto all’angolo, non urlo ‘Ora spacco tutto’, quindi non sono mai partito nell’ottica di pubblicare un album. Ho sperimentato tanto coi singoli, ho testato le mie capacità e adesso so dove andare a parare per un disco. È logico che ci sarà un album: come ho detto, sto lavorando ad uno street album con le palle, fatto in un certo modo. In ogni caso, io quantifico il lavoro in qualità e non in quantità: quattro miei singoli valgono quanto il lavoro di chi, dopo sei mesi dall’esordio, fa uscire un disco.

Già l’anno scorso si parlava del tuo disco, molti dicevano che sarebbe uscito proprio nel 2018, ma poi non è successo. C’era davvero un disco in programma che poi non è uscito?
Sì, purtroppo non è uscito per vari motivi. In questo periodo ho anche cambiato management: prima stavo con Honiro, con cui comunque siamo rimasti in buonissimi rapporti. Ora sto con Lou Carola che, come dicevo, ha studiato a Los Angeles, ha un altro tipo di visione sull’industria che appoggio in pieno. Poi c’era anche una storia contrattuale che si è risolta da poco, e per quella storia son dovuto stare fermo per un po’, ero bloccato a livello contrattuale. Ora sono libero di muovermi e infatti sto lavorando tanto. Ho preferito sistemare le cose, magari andando un po’ più a rilento ma cercando di cadere in piedi: gli ultimi due singoli erano anche per vedere un po’ che aria tirava e mi sono accorto che la gente vuole un progetto. La data c’è già, ma non voglio spoilerarla per ora. Lo faremo uscire, promesso!”

Perfetto Yamba, ti ringrazio tantissimo per essere stato con noi!
Da paura, bella!”

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Abbiamo ascoltato in anteprima TeRAPia di Picciotto 0 130

TeRAPia è il nuovo concept album di Picciotto, storico rapper della scena palermitana, che è da sempre cantore cupo e appassionato della degradata realtà delle periferie meridionali. Per quest’ultimo lavoro, in uscita il 15 marzo, Picciotto dimostra di non aver perso lo smalto della scrittura chiara e potente e anche di poter variare, con ottimi risultati, lo stile musicale delle basi, grazie ad una produzione di alto livello, affidata ora a Gheesa, Naiupoche, Bonnot e Dj Spike.

Il pezzo d’apertura, Illusione, è un esordio che ammutolisce. Caratterizzato da un ritmo e da una narrazione nostalgica e drammatica, Picciotto ricorda le speranze della sua gioventù per un mondo migliore; si tratta, però, di speranze tradite, rifugio ormai di tristi ricordi che hanno il potere di farci guardare avanti. Il secondo pezzo Come Stai, che dipinge con arguzia la superficialità dei rapporti al giorno d’oggi, tenta, invece, di scrollarsi di dosso quell’atmosfera, dando vita ad un new soul dinamico, anche per via degli scratch di qualità di Dj Delta, una delle collaborazioni più gustose dell’album.

Sempre a proposito di collaborazioni, quella con Shakalab e Roy Paci nel terzo estratto, Hashtag la Victoria, è una carta indiscutibilmente vincente. Il pezzo, che critica la sempre più comune tendenza a fare politica sui social network, risente positivamente dell’eclettismo dei suoi ospiti, riuscendo comunque a trasportare l’ascoltatore anche al successivo Capitale, un inno sentito ed emozionante a Palermo.

L’argomento politico viene approfondito e sviscerato nelle seguenti quattro canzoni. Abbiamo dapprima Come non ho fatto mai, un pezzo che esclama la necessità dell’impegno politico tanto nel locale quanto nelle questioni globali, tanto da avere leggere e stuzzicanti influenze musicali tipicamente estere. Ci troveremo poi davanti ad Ashadogan, il quale mette alla berlina l’insensatezza e la pericolosità del razzismo, non risparmiando certo stoccate a personaggi che lo alimentano, come il ministro Salvini. C’è poi Lividi, in cui Picciotto, con un doppio feauturing ‘O ZulùDavide Shorty, indossa i panni di Stefano Cucchi, mettendoci in guardia su come quello che ha passato potrebbe succedere ancora, e sull’importanza di non dimenticare mai. Legato al ricordo è anche il pezzo successivo, Ancora Vive, cantato insieme a Simona Boo. Ancora Vive ha un testo e una musica di assoluta profondità, diventando un monito che vuole affermare l’importanza di ricordare la lotta politica e sociale partigiana, una lotta da cui prendere spunto per migliorare la società.

Concluso questo blocco prettamente politico, si passa a D’amore e D’accordi, un pezzo che infonde speranza ad ogni giovane musicista che non vede riconosciuta la propria arte, unica via per conoscere e conoscersi. La scrittura è viva e incisiva, frutto della reale esperienza di Picciotto, che con questa canzone ci offre uno degli spaccati più veri di cosa un artista dovrebbe essere.

Il decimo brano, Da grande – Rap Neomelodico, è quella che possiamo definire senza troppi problemi la vera hit di TeRAPia. Scanzonata ed ironica, la canzone ci trasporta direttamente nella periferia palermitana, tra note di pezzi neomelodiche napoletani e voglia di riscatto sociale. La collaborazione con il partenopeo Enzo Savastano contribuisce alla grande alla riuscita di questo pezzo da riascoltare e canticchiare.

Dopo questa nota pop, però, segue il pezzo, anzi, seguono i due pezzi, probabilmente più iconici e potenti dell’intero album: Sogno vs Incubo. Si tratta di un’unica traccia dove le personificazioni del Sogno e dell’Incubo parlano (pardon: rappano) con Picciotto. Il Sogno ci ricorda quanto il suo compito sia vitale nella nostra vita, diventando l’unico carburante che ci permette di migliorare, e lo fa con un flow disteso e morbido; l’Incubo, invece, parla di come il mondo sia in realtà crudele, di quanto l’opportunismo regni nelle coscienze delle persone, e per farcelo capire come si deve non esita ad affidarsi ad un rap hardcore, potente ed intenso.

La personale seduta di Picciotto, a questo punto, volge al termine, e lo fa grazie a Colloquio, una sorta di summa di tutto questo viaggio dentro e fuori il suo mondo. Un colloquio certamente complesso e stratificato, come dimostra il mix di suoni elettronici e più old-school che rendono questo pezzo un diamante raro.

L’ultimo brano è Terapia Popolare, dove il rapper riprende la sua identità di artista del popolo, criticando sferzante l’industria mainstream e rivendicando la musica come strumento per analizzare e criticare la società, soprattutto quella delle periferie. D’altro canto, come dice lo stesso Picciotto “Non è arte popolare, ma è il popolo che fa l’arte”.

TeRAPia è quindi, più che una cura, un colloquio psicanalitico tra il Picciotto artista e il Picciotto uomo, un album che cerca di comprendere la diversità e la complessità del mondo popolare, servendosi della musica rap, ora più classica ora più all’avanguardia. Un risultato iconico, che segna per tutti gli amanti del genere un ascolto consigliatissimo.

Le mille destinazioni degli Orange8 in un solo live 0 173

Metti un bicchiere di Montenegro, un palco intimo come quello del Catomes Tot, l’Emilia e gli Orange8; il risultato sarà sicuramente ottimo. Ed è stato proprio così, specialmente perché mi son ritrovato per l’ennesima volta in un locale con un’acustica perfetta e un live che avrebbe preso da lì a poco le sembianze di un viaggio mistico/psichedelico e, soprattutto, introspettivo. Un lungo cammino verso mondi inesplorati, pieno di sfumature diverse; di suoni che non facevano altro che unirsi tra di loro dando vita ad atmosfere pazzesche. Nel loro caso l’alchimia perfetta nasce dalla fusione di due sound; quello della diavoletto di Sergio Ferrari con l’acustica di Valentina Criscimanni (e viceversa). E in più, a dare quel tocco di carisma e personalità, quel senso distintivo che ogni band dovrebbe avere, ci hanno pensato tanti altri strumenti come l’organetto o lo scacciapensieri (o “marranzano”, da buon siciliano).

Il duo romano ha sfruttato la tappa emiliana per presentare live per la prima volta l’ultimo lavoro in studio: Leafolution, uscito lo scorso 28 febbraio. Ne hanno approfittato anche per far “assaggiare” qualche brano dei loro precedenti lavori, come Ghost Road; pezzo d’apertura estrapolato da “Let the Forest Sing” (2016). Salgono sul palco, imbracciano le loro chitarre e danno vita al viaggio partendo da questa strada dei fantasmi; un percorso che proprio come nella copertina dell’album, inizia dalla tastiera della chitarra fino ad arrivare alla luna, con un riff country style e una voce ipnotica che farà spalancare gli occhi e vagare con la mente per i prossimi minuti. Il brano successivo Chamomiel Field è il primo pezzo proposto del nuovo album; una traccia definita dagli stessi – soprattutto in relazione al video uscito il 28 febbraio – come “psicomagica”: un sound e uno stile che rimandano a Nico e Lou Reed, e pensandoci l’associazione ci potrebbe anche stare; la diavoletto rossa c’è e il resto pure. Finita questa parte di viaggio che rimanda al lontano ’67, si passa al blues di Dirty Grate Blues; è tempo dello slide, dello stompbox e soprattutto dei botta e risposta tra gli assoli di Sergio e la graffiante voce di Valentina.

Arrivati in questo punto devo fermarmi un attimo e far partire un altro paragrafo, per far risaltare ancora di più il brano successivo: Lesno Brdo. Lesno è un paesino sloveno di circa 280 abitanti, ma è anche la traccia che unisce una chitarra in grado di rimandare al sound dei Pink Floyd del ’95 (PULSE) con una voce che ricorda Elisabeth Fraser, aggiungendo al tutto il loro personale e distintivo stile; stile che si riscontra soprattutto nel loro primo lavoro: Turtle Bubble (2013), in cui è contenuta l’omonima traccia riproposta dopo essere passati dalla Slovenia. Qui ci troviamo in un mondo magico, delle fiabe direi, con qualcosa che rimanda al “primitivismo musicale” (sarà il marranzano), fatto di sogni, speranze e good vibes.

A Turtle Bubble ho tirato le somme, ho pensato al percorso fatto dalla strada dei fantasmi fino al mondo delle fiabe, passando per il ’67 e la Slovenia psichedelica; non volevo fermarmi, volevo continuare a vagare con la mente, soprattutto perché stavo notando che molti tavoli davanti a me erano vuoti, e quindi mi sentivo privilegiato ad assistere a uno spettacolo unico fatto da una band “nostrana”. Non si sono fermati, non hanno parcheggiato il loro furgoncino e sono partiti per il Giappone, verso Japanese Room. Un brano caratterizzato da una chitarra distorta che introduce, attraverso uno stile orientaleggiante e moderno, una voce che ancora una volta rimanda alla Fraser periodo Mezzanine.

Dopodiché abbiamo tutti lasciato la stanza, loro hanno preso l’ukulele e ci hanno portati tra gli alberi, nelle foreste, attraverso Tree Branch. I’m a tree branch”, ci siamo sentiti tutti un ramo di un albero, una piccola parte di qualcosa di grande, e questa cosa forse è stata la più bella. Loro sul palco, noi seduti ad ascoltarli, ci sentivamo tutti un’unica cosa; diversi, come ogni ramo, ma appartenenti ad un unico albero. Il tutto arricchito da quel cazzo di pedale Wah-wah che stava benissimo ovunque, in ogni brano, anche nel mio ennesimo Montenegro.

Rami, alberi, frutti, Italia, Sicilia, arance; perdonatemi la successione nosense ma attualmente appare l’unica per introdurre l’unico brano in italiano della scaletta: Arancio. In realtà avrei potuto far riferimento ai pantaloni arancioni di Sergio, ma la successione di parole quale sarebbe dovuta essere? Comunque…
Definito da loro come “il nostro manifesto”, è caratterizzato ovviamente da un wah-wah di cui sopra, un ukulele, e tante altre cose; tante altre belle cose che non elencherò, perché per apprezzarla ancor di più bisogna andare su Youtube, guardare il video e ascoltare attentamente le parole.

Abbiamo mangiato le arance, non ci siamo accontentati e siamo andati in Estonia a mangiare le fragole; “le maasike“, come il brano successivo: Maasika, traccia che fa parte dell’EP “Hobo Sessioni #1”. Un mix di positività, emanata dall’ukulele, da una voce angelica, da uno slide che con la mente ti fa pensare al mare; vi giuro che poi son andato a vedere il video ufficiale: è girato soprattutto in spiaggia.

Il mood cambia con A tick in time; lei si prende la scena, ci ipnotizza, nessuno vorrebbe far finire quel momento, quel brano, ma giusto il tempo di un tick in time arriva la successiva traccia: Quite Sure: un pezzo dell’ultimo album chem per fortunma non si è allontanato molto dal mood creato dalla precedente, e che vede forse il miglior assolo di chitarra della serata. Chapeau.

Questo è in parte il riassunto del live di una band italiana molto molto valida, unica, con un proprio stile e dotata di forte personalità; che ha saputo amalgamare diverse influenze musicali, dal blues al rock psichedelico, buttandoci in mezzo – magari anche inconsapevolmente – del trip-hop e del post-rock. Due chitarre che non facevano altro che parlare tra di loro, perfette e indispensabili l’una per l’altra, con la giusta dose d’acustico e d’elettrico, hanno creato, grazie a un sound pieno di sperimentazioni, un’atmosfera pazzesca e un’ottima alchimia tra il pubblico e gli esecutori. Gli Orange8 hanno mostrato una forte empatia tra di loro, regalando a ognuno di noi le emozioni che occorrevano al momento, sfruttando gli sguardi e i sorrisi che si scambiavano durante e alla fine di ogni canzone, per farci capire che le cose belle nella vita esistono. Come questo live.

Ah, si, hanno fatto anche delle cover. Belle eh.


Foto di Rosy Romano.

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