Intervista a Yamba: “Tanta roba in cantina, presto fuori” 0 1468

Yamba, rapper romano classe 1994, è uno degli artisti più promettenti della scena. Apprezzato dalla critica ed elevato come enfant prodige del genere, il giovane rapper è sempre stato acclamato per la sua musica visionaria, in grado di farsi precursore e anticipare di tre anni buona parte degli artisti odierni. Qualcuno aveva anche sussurrato potesse essere l’erede di Noyz. Niente male per un ragazzo di 24 anni ancora alle prese con l’uscita del suo primo disco.
L’artista ha collaborato nel progetto Junior Broda insieme al rapper Rio Carrera ed al produttore Lou Carola. Subito dopo questa breve parentesi, nel 2015 Yamba ha iniziato a rilasciare una serie di singoli, creando molta hype attorno alla sua musica. Molto legato ai contesti romani vicini al 3Tone Studio di Depha, Yamba ha iniziato a collaborare con molti producer ed artisti di spicco come Drefgold, Gast e Capo Plaza, finendo per aprire i concerti a Sfera Ebbasta.
Oggi Yamba appare più concentrato sul da farsi: sono da poco usciti due singoli che hanno battezzato questo 2019 a colpi di barre, e gli intoppi che hanno rallentato il suo flusso artistico nel 2018 – quando molti speravano nell’uscita del suo disco – sembrano svaniti. Abbiamo parlato di questo con Biagio: delle tante cose successe da tre anni fa ad oggi, delle collaborazioni con gli artisti più forti del momento e, soprattutto, dei progetti futuri che tutti fremono di ascoltare.

Yamba Intervista Young B Junior Broda

Ciao Yamba, sono molto contento di sentirti, abbiamo tante cose di cui parlare. Per aprire quest’intervista la prima domanda che volevo porti è: cos’è Junior Broda, e cos’è cambiato da quando esiste ad oggi?
Junior Broda è un progetto nato intorno al 2015, anche prima, in una situazione di forte amicizia, quasi in famiglia. Si tratta di un progetto a lungo termine, più inteso come marchio di fabbrica che come crew. Non si tratta quindi di un collettivo strettamente legato all’hip hop che rappa e si muove sempre insieme, ma comprende tante persone e tante arti diverse. Ho fondato questa cosa con Lou Carola, con cui ci conoscevamo già da tempo, e Rio Carrera, ma adesso stiamo lavorando tutti singolarmente e siamo concentrati sulla nostra crescita artistica. Per me, da allora, è cambiato tantissimo. All’inizio facevo tutto da solo, curavo praticamente tutti gli aspetti della mia musica, dai testi alle grafiche, fino alla comunicazione. Ovviamente c’era chi mi faceva il beat, com’è normale, ma è sempre stato fatto tutto ‘in casa’, non so se mi spiego. Adesso ce le ho quattro/cinque persone che mi stanno appresso, lavoro con produttori di un certo calibro e con cui ho sempre voluto lavorare: Depha mi ha portato su un altro livello, abbiamo lavorato tantissimo in studio negli ultimi anni e sono super soddisfatto di quello che abbiamo già pubblicato e quello che pubblicheremo. C’è tanto materiale in cantina che presto verrà alla luce!”

Un’altra percezione di cambiamento che ho sentito dai Junior Broda ad oggi è stato il passaggio dal rap alla trap, una vera evoluzione, con quest’ultimo genere molto più presente nelle ultime uscite.
Beh, io vengo dalla strada, dai marciapiedi: non so minimamente cosa sia la trap (Ride, n.d.r.). No, scherzo. So cos’è, mi piace però vederla come un mezzo per arrivare alla gente, per affermarsi e per entrare nella testa delle persone, e non come il ‘mio’ genere. Trovo anche limitante ‘solo’ rappare, ‘solo’ fare trap o ‘solo’ fare pop. A me piace molto essere un ibrido, lasciarmi contaminare. Lo stesso Lou Carola, che è stato a Los Angeles per due anni, quando è tornato mi ha fatto ascoltare un sacco di roba americana che ha conosciuto in questo viaggio, e da cui ho tratto molta ispirazione: è in quell’ottica lì che, sperimentando, ho capito di trovarmi molto bene sulla trap. Ora come ora cerco di non chiudere la porta a nulla.

Ma poi alla tua età penso sia anche utile sperimentare, cercare la propria strada…
Esatto. Ma ti dico la verità, sento di avere – senza arroganza, giuro – un background rap in grado di rompere il culo a tutti i trapper di adesso. Non sento per niente la competizione con gli altri artisti: so di essere ‘fresco’ come trapper, so di rappare come un rapper e non mi risparmio il ritornello pop, se mi gira. Non mi chiudo porte, anche se mi rendo conto di non lasciare molti punti di riferimento agli ascoltatori. L’ultimo pezzo (Sotto Roma, n.d.r.) può leggersi anche in quest’ottica, lo dico proprio: ‘rap con trap’. È un po’ come dire ‘non mi cacate il cazzo, faccio come me pare!’

Sarà sicuramente qualcosa che definirai meglio col tuo primo disco, su cui ci diremo qualcosa più in là, questo è sicuro. Parliamo di collaborazioni adesso: come hai detto prima, stai iniziando a collaborare con tanti artisti e, soprattutto, produttori di un certo calibro. Uno fra tutti potrebbe essere Dr. Cream, ma anche MojoBeat e Depha rientrano in quest’ottica. Come ti stai trovando con queste collaborazioni?
Assolutamente bene! Sono contentissimo di lavorare con Mojo e Depha, ma sto collaborando anche con produttori che non voglio spoilerare: sono cose davvero fighe che usciranno presto. Ho incontrato da poco anche Sine, presto saprete. Non vi dico altro né altri, ma solo che si tratta di quello che mi mancava: una qualità che riuscisse a darmi spessore.”

E non sono solo i produttori a segnare ottime collaborazioni, ma ci sono anche quelle con Gast, Numi e gli emergenti Roma Guasta…
Avoja, bella per i Roma Guasta, spaccano un sacco. Non fanno trap, rimangono molto old school, ma come mentalità li ritengo molto simili a me. Ci troviamo benissimo, loro sono due fratelli e anche io ho sempre rappato con mio fratello, siamo in sintonia. Con Numi ci conosciamo da una vita, da quando abbiamo iniziato a fare musica, e per me è come un fratello. Non esce da tanto qualcosa insieme ma abbiamo lavorato ad alcune cose che presto faremo ascoltare. Gast è un grande. Per me è come uno zio, mi ha sempre elogiato nelle interviste, citandomi e facendomi complimenti. Ho un legame affettivo fortissimo con tutta questa gente. Gravitiamo tutti intorno a Depha, collaboriamo tutti con lui e spesso ci troviamo insieme in studio, quindi è anche più semplice lavorarci insieme. Poi io non ho limitazioni nello scegliere con chi collaborare, che tu faccia rap, trap o pop, se mi piaci voglio lavorare con te. Per Gast davvero big up, per me e tutti i miei amici poi è un sogno, son sempre stato in fissa col Truceklan…

Beh, sì, chi non c’è stato in fissa?
Esattamente, è culto. Lui mi ha portato una cifra di volte insieme, abbiamo anche fatto una serata mega figa con Noyz a Milano. È un top player. Essere aiutato e propsato da questi artisti è bello, non c’è altro da dire.

Cambiamo argomento adesso, parliamo di musica vera e propria: da un mesetto è uscito il tuo ultimo singolo, Sotto Roma. Di cosa parla questa canzone?
Il titolo è un riferimento a Suburra, la città. Nell’antichità la Suburra era il cuore di Roma, la parte più bassa e ‘segreta’ della città. Il paragone è legato al contesto che mi circonda: io abito in periferia, Roma Sud il che mi permette di viverla abbastanza ‘internamente’. Non è la Roma che vede il turista, che si ferma al centro, a Trastevere magari. Io ti farei fare un tour diverso della città: è la metropoli ‘nascosta’, quella che non vedi in TV, dentro i quartieri. Sicuramente un punto di vista che si sposa con la mia visione artistica di Roma. Sotto Roma mi rappresenta molto, e rappresenta molto il target a cui voglio arrivare: siamo nati e vissuti in periferia, abbiamo sempre fatto i danni al centro: Sotto Roma è tutto quello che non vede la gente. Ironia, poi, quando è uscita la track è uscita anche Suburra 2, la serie. In ogni caso, sono molto legato a questa traccia, l’ho registrata in un momento un po’ del cazzo e ci ho messo tutta la mia rabbia dentro: è un vero e proprio sfogo. Mojo ci ha fatto un mega beat, un po’ cupo, mentre AVA ha curato sul sound. Abbiamo registrato tutti insieme a Salerno, e mi è uscita così in freestyle. L’ho davvero sputata fuori, registrata in mezz’ora!

Negli ultimi anni hai fatto uscire un sacco di singoli ma mai un disco: come mai?
Eh, perché… Guarda, ti dico una cosa che non si dice sempre: per fare un album indipendente, anche con gli appoggi di una distribuzione come si deve e i contatti giusti, servono i soldi. Se non altro per fare una cosa come si deve. Negli ultimi anni ho cercato di pubblicare tanto, di farmi conoscere e di far girare il nome. Magari è una scelta un po’ rischiosa, perché uno può dire ‘Minchia, so’ tre anni che aspetto l’album tuo’, ma giuro che sto lavorando su tante cose, su tanti progetti: sto lavorando ad uno street album, ad un mixtape che uscirà dopo, ho un sacco di collaborazioni più grosse in cantina. Tre anni fa, quando ho iniziato a pubblicare i singoli, non ci pensavo neanche al disco. Ma adesso vedo che la gente lo cerca, ho una fanbase attiva, la roba va, la gente mi scrive, e questo mi fa un sacco piacere. Io, però, non sono mai stato un tipo positivo di mio, rimango molto all’angolo, non urlo ‘Ora spacco tutto’, quindi non sono mai partito nell’ottica di pubblicare un album. Ho sperimentato tanto coi singoli, ho testato le mie capacità e adesso so dove andare a parare per un disco. È logico che ci sarà un album: come ho detto, sto lavorando ad uno street album con le palle, fatto in un certo modo. In ogni caso, io quantifico il lavoro in qualità e non in quantità: quattro miei singoli valgono quanto il lavoro di chi, dopo sei mesi dall’esordio, fa uscire un disco.

Già l’anno scorso si parlava del tuo disco, molti dicevano che sarebbe uscito proprio nel 2018, ma poi non è successo. C’era davvero un disco in programma che poi non è uscito?
Sì, purtroppo non è uscito per vari motivi. In questo periodo ho anche cambiato management: prima stavo con Honiro, con cui comunque siamo rimasti in buonissimi rapporti. Ora sto con Lou Carola che, come dicevo, ha studiato a Los Angeles, ha un altro tipo di visione sull’industria che appoggio in pieno. Poi c’era anche una storia contrattuale che si è risolta da poco, e per quella storia son dovuto stare fermo per un po’, ero bloccato a livello contrattuale. Ora sono libero di muovermi e infatti sto lavorando tanto. Ho preferito sistemare le cose, magari andando un po’ più a rilento ma cercando di cadere in piedi: gli ultimi due singoli erano anche per vedere un po’ che aria tirava e mi sono accorto che la gente vuole un progetto. La data c’è già, ma non voglio spoilerarla per ora. Lo faremo uscire, promesso!”

Perfetto Yamba, ti ringrazio tantissimo per essere stato con noi!
Da paura, bella!”

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“Love and Rain”: Savage ci riporta negli anni ’80 0 266

1984, 2010, 2020.
Il debutto, la fase di mezzo e il ritorno di Roberto Zanetti; in arte Savage.

Chi è Roberto? Se ci avessero fatto questa domanda nella sua “era”, nei magici anni ’80, un’occhiataccia dettata da un “ma davvero non sai chi sia?” ci sarebbe arrivata. Ma adesso, a distanza di trentasette anni dal suo debutto, in un periodo storico totalmente diverso, ci sentiamo in dovere di rispondere tranquillamente. Roberto nasce a Massa nel 1956, inizia la sua carriera con diversi gruppi (Fathima, Pronipoti Sangrìa, Santarosa e Taxi), partecipa a diverse trasmissioni ottenendo numerosi successi e collabora da anni con artisti di un certo spessore: tra i tanti, Zucchero. Mi piace definire questo artista come il Giorgio Moroder dell’italo-disco e dell’eurodance. Inizia la sua carriera nel 1983 e, un anno più tardi, pubblica il suo primo album: Tonight (1984). Da quel periodo in poi inizia la sua ascesa: conosce Zucchero, produce, cavalca l’onda della musica house e lancia alcuni artisti di grande successo come Alexia. Nel 2010, a distanza di 26 anni dal primo, pubblica il suo secondo album (anche se definirlo così è errato; si tratta di greatest hits: Ten Years Ago (2010), fermandosi in seguito per altri dieci anni e ripresentandosi oggi con il suo ultimo lavoro: Love and Rain (2020). Quest’ultimo, presentato a San Valentino attraverso il singolo I Love You, è un omaggio agli anni ’80, un regalo ai nostalgici, un passato che si ripropone andando a creare i famosi nostalgici di un qualcosa che non si è vissuto; gli anni ’80 hanno questo potere.

Love and Rain è un lavoro composto da sedici canzoni; quelle che a parer nostro basterebbero per creare una serata degna di tale nome nelle attuali discoteche italiane. L’album viene definito scherzosamente dall’artista come guitar free, per il fatto che non sono state usate chitarre in nessuna canzone. Sono presenti violini veri che si sposano perfettamente con l’elettronica pop, creando il sound romantico di Savage. Un disco dove canzoni d’amore e malinconia vanno alla ricerca del tipico sound elettro-pop contaminato da batterie elettroniche e sintetizzatori. Con una copertina che rimanda al Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich: un uomo in abito nero, di spalle, con le mani in tasca e lo sguardo rivolto in avanti, verso l’alto. Tanti sono i significati e, personalmente, a noi piace attribuire quello del piacere del viaggiare, della scoperta. Un viaggio a ritroso nel tempo fino ad arrivare negli anni ’80; una scoperta per alcuni, un ritorno al passato per molti altri. Un’arma per andare avanti data dall’esperienza di anni che non abbiamo vissuto ma che possiamo vivere attraverso questo lavoro.

Quindici inediti, sommati alla versione sinfonica del suo più grande successo dal titolo Only You, danno vita a questa capsula del tempo. Viaggio che ha inizio attraverso una breve e romantica introduzione, Every second of my life, caratterizzata da violini e da una voce struggente. Dal secondo brano in poi si entra, di colpo, negli anni ’80: Don’t say you leave me è questo; un uomo cade dal cielo, dal futuro, trovandosi di colpo nelle atmosfere pop sinfoniche degli anni ’80. Atmosfere che faranno da sfondo a tutti i brani presenti in Love and Rain, senza rendersi mai banali e presentandosi prive di scontatezza. Sound, che dalla prima alla sedicesima canzone, si offre a diversi temi. Come quello dell’amore, presente nella maggior parte dei brani e in diverse forme. L’amore che crea delusioni (Alone); che riappare dopo anni sotto forma di ricordo (Remember Me); che dà vita a un tributo (Italodisco); che si dichiara per la prima volta (Your Eyes); e l’amore per ciò che ci circonda, per la vita, per il nostro ambiente: “We are the future”.

Un eterno romantico. Un uomo che attraverso la sua musica ha il potere di far innamorare una nuova generazione e, soprattutto, la possibilità di consolidare il rapporto con chi quel periodo lo ha vissuto davvero, dicendogli: “nulla è andato”. Ri-accendendo speranze che da trent’anni a questa parte sembrano svanite. Savage è questo: una donna che si culla tra le braccia di un uomo sotto una luce stroboscopica; un abbraccio nel tempo, tra gli anni ’80 e i 2000 inoltrati. Tra le speranze di allora e le consapevolezze di adesso, ma con la forza necessaria per andare verso l’ignoto.

“Romantica Io”: Pia Tuccitto scrive una pagina del rock italiano 0 475

D’amore e ombra – come il titolo di un famoso romanzo di Isabel Allende -: è di questo che parla “Romantica Io“, l’ultimo album di Pia Tuccitto, rocker bolognese dall’animo nobile. Il lavoro, uscito il 31 gennaio e interamente autoprodotto, è figlio della poliedricità di questa grande artista che ne ha curato ogni minimo dettaglio, dalle musiche ai testi, passando per la copertina. Cantautrice, pittrice, protagonista/deuteragonista/voce dello spettacolo Ioelei, messo in scena con la compagna di palco Federica Lisi, la sua carriera parte nel 1993 quando, dopo la partecipazione al festival Nuove Voci di Castrocaro, viene notata da Vasco Rossi che ne apprezza il talento e la invita a far parte della sua scuderia. Da qui nasce un sodalizio artistico che la porta a scrivere per interpreti del calibro di Patty Pravo, Irene Grandi e lo stesso Vasco.
Romantica Io” è l’opera terza ed esce a quindici anni di distanza dall’album d’esordio “Un segreto che” e a dodici da “Urlo” prodotto da Frank Nemola e Guido Elmi per l’etichetta Bollicine/EMI Capitol Music. Questo lavoro è un compendio: racchiude l’essenza di dodici anni di “inattività” discografica che sono stati invece ricchissimi dal punto di vista artistico e amoroso. L’amore, appunto, è il filo conduttore dell’album e  viene declinato in tutte le sue forme. Alla realizzazione e alla limatura hanno partecipato: Corrado Castellari in veste di autore delle musiche di due brani, Bettina Baldassarri, Luca Bignardi che ha curato l’arrangiamento di sette brani e Frank Nemola che ha arrangiato i restanti quattro brani.

Romantica io” (title track) è il brano d’apertura, la dichiarazione d’intenti di un lavoro perfettamente messo a fuoco da un’artista matura. Questa maturità artistica corrisponde – mutatis mutandis – ad una maturità sul piano amoroso e questo è chiaro già nell’incipit del brano: “io per amarti son dovuta invecchiare”. Così com’è chiara, sempre dalle prime battute, l’attitudine rock dell’artista bolognese che non usa espedienti o mezzi termini: “io per amarti ti ho lasciato suonare la mia chitarra da rocker”.  Il graffio nella voce ricorda molto Patty Pravo, ma anche e soprattutto Irene Grandi in “Colpa del Lupo”. L’influenza è evidente e non per via di una supponente forma di pareidolia, per la quale noi che recensiamo siamo tenuti a ricondurre il tutto a qualcosa di conosciuto.

Atmosfera cupa e onirismo in “Come nei films”. Il sound distorto e la voce sensuale ci danno l’abbrivio e ci trasportano all’interno di un racconto di un amore immaginario. Un amore senza confini e che attraverso la voce e le parole cerca la sua reificazione. L’inizio ricorda molto “Tre volte dentro me” di Mina e Afterhours.

L’animo rock emerge prepotentemente in “Com’è bello il mio amore”. La chitarra e la batteria seguono un ritmo preciso e martellante e accompagnano la voce fino all’esplosione nel ritornello. Questo brano è l’essenza del disco.

La chitarra lascia il posto alla tastiera nell’intento di ricreare una precisa atmosfera malinconica. “Perché tutto muore” è un brano ricco di pathos e dal carico emozionale abnorme. Parla dell’amore che finisce, di un sentimento nocivo e logorante che si dissolve nel vento come il fumo di una sigaretta che si spegne e ti lascia un imperituro amaro in bocca.

My Radio” ci riporta agli anni ‘80 quando il binomio dance-rock dava vita a spettacoli corali allietati da gioie lisergiche. Allora l’avanguardia era definita new wave e sfociava spesso in quello che profanamente veniva chiamato alternative rock. In questo pezzo vengono fusi assieme Neil Tennant, Freddie Mercury e Patty Pravo e il risultato è sorprendente. È il pezzo che continui a cantare per tutto il giorno e che provoca l’orchite/colpite a tutti quelli che ti stanno accanto.

Il sesto brano non ha bisogno di presentazioni. Si tratta di “E…”, pezzo scelto e portato al successo da Vasco, che l’autrice riabbraccia come un figlio che ha vissuto all’estero e non vedeva da tempo. Questa è la dichiarazione d’amore per eccellenza, priva di perifrasi e circonlocuzioni (che poi sono la stessa cosa).

Tu Sei Un Sogno Per Me” è il leitmotiv che accompagna lo spettacolo Ioelei messo in scena dall’artista insieme a Federica Lisi. Si tratta di un brano intimo e sincero che si fa colonna sonora di un amore, di una vita, di un viaggio.

L’eterogeneità di stili e generi è esplicitata in “Sto benissimo”: l’inizio in stile Subsonica lascia presto il posto al graffio della chitarra elettrica che sposta il focus è riporta il brano nell’alveo del rock puro e grezzo. L’armonia di chitarre e batteria è perfetta, come in tutto il resto del disco.

Stupida per te” ha l’incedere lento e malinconico di una classica ballad. Questo è la riprova che questa grande artista – come ogni grande artista – non si focalizza su un unico genere, ma spazia all’interno di un ventaglio di stili e generi che le appartengono tutti.

Nel disco c’è spazio per una sorta di intermezzo: “Quante volte sono da sola con te”. Ancora una volta è forte, oltre che necessario, il richiamo a Mina. Si tratta del pezzo più breve dell’album, ma che – per l’icasticità delle immagini che evoca – risulta uno dei più intensi.

Il brano che chiude l’album è “7 aprile”, pubblicato precedentemente in un Ep nel 2013. Si tratta del pezzo mancante, quello che completa e sublima il puzzle. È un brano ricco di colori e sfumature: la chitarra acustica presente all’inizio del pezzo viene sostituita e sovrastata da quella elettrica nel ritornello. La natura multiforme dell’album emerge in modo prepotente in questo brano.

Pia Tuccitto ha scritto un’altra pagina importante del rock italiano. La sua maturità artistica è la vera chiave di volta di questo grande album: la cura minuziosa di ogni dettaglio, l’attenzione e l’oculatezza di ogni singola scelta – dalle parole alle musiche – sono i due ingredienti di questo cocktail perfetto. Rimanendo in campo alcolico si potrebbe dire che sia come il vino che col passare del tempo migliora!

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