Intervista ai Petralana: “La nostra è urgenza di comunicazione” 0 327

I Petralana sono una band fiorentina nata nel 2002. Nata inizialmente come cover band di Fabrizio De Andrè, presto l’esperienza live formerà il gruppo al punto da portarlo al rilascio del primo disco ufficiale, ‘Oggi Cadono le Foglie” (2011) cui seguirà un secondo disco, ‘A che ora arriva il dj?’ (2013). A distanza di sei anni i Petralana sono tornati con un nuovo disco, ‘Fernet’: un concept album ambientato nel secolo scorso che ci parla di Pietro, contadino di umili origini che, per una delusione d’amore, decide di partire verso il fronte, salvo poi disertare e rifugiarsi in America come tantissimi connazionali. Il disco diventa un’occasione per parlare di tematiche vicine al nostro tempo, tenendole collegate con un filo invisibile che è quello dell’empatia: empatizzare con Pietro per capire il dramma che molte persone, molti Pietro, vivono oggi in varie parti del mondo.
Per approfondire di più questo disco del quale consigliamo vivamente l’ascolto, abbiamo deciso di intervistare Federico Grazzini e n’è uscita una ricca chiacchierata su Fernet.

Ciao Federico! Allora, per iniziare, sappiamo che i Petralana suonano dal 2002, praticamente una carriera quasi ventennale. Raccontami un po’ cos’è successo in questi anni!
I Petralana sono una band fiorentina: la formazione originale può variare, ad esempio per ‘Fernet’ si è allargata con altri componenti, un gruppo davvero nutrito di musicisti. Abbiamo iniziato come dici nel 2002 e, prima del primo disco, c’è stato un lungo periodo di gestazione in cui suonavamo in giro per la toscana, proponendo principalmente cover. Era una band liceale, nata da un gruppo di amici, e partimmo come cover band. Nel 2011 arrivò il primo disco, ‘Oggi Cadono le Foglie’, ispirato dal ‘Barone Rampante’ di Italo Calvino; dopodiché uscì ‘A che ora arriva il dj?’, un disco diverso perché si tratta più di una serie di brani raccolti negli anni.

E così arriviamo a ‘Fernet’. Fernet riprende le origini delle vostre cover, partendo dal cantautorato di De Andrè e arrivando a scavare in fondo, fino alle sonorità medievali, accostandole però ad un suono cantautorale più moderno: ne esce fuori un concept album dal gusto un po’ retrò.
Guarda, hai visto il mio numero di telefono: è inglese, io vivo in Inghilterra da diversi anni; il tuo riferimento al medioevo è giustissimo, riprendiamo quelle che qui chiamano ‘Child Ballads’, queste canzoni di fatto folk, di tradizione anglosassone, a cui si lega tutto un filone cantautorale degli anni ’70 e che proprio De Andrè riprese nella canzone ‘Geordie’. L’idea era proprio di trovare un tema che avesse un sapore lontano, e che in qualche modo ci legasse alla routine di questo protagonista, un contadino che la mattina si alza per zappare la terra, e che riprende molto il modo di vivere di quell’epoca.

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La copertina di Fernet

Parliamo allora di questo concept: Fernet parla di Pietro, questo ragazzo di umili origini che, dopo una delusione d’amore, decide di partire per la guerra, salvo poi disertare e salpare per l’America. Ovviamente, parlando della storia di Pietro si toccano varie tematiche come la guerra, l’amore, il viaggiare inteso come immigrazione. Qual è il tema cardine che unisce tutti questi temi?
Il tema cardine è la fuga. Quando abbiamo iniziato a lavorare su questo disco ci siamo prima di tutto domandati se fosse possibile trovare delle risonanze con il presente, creando un ponte che unisse i nostri tempi col passato. Il tema della fuga si è proposto come quello principale: il protagonista cerca di evadere da una realtà che gli sta stretta sempre più, prima attraverso il Fernet, ubriacandosi durante il lavoro, poi disertando dall’esercito che lo vuole soldato; poi dopo, appunto, imbarcandosi verso l’America: quella diventa la fuga finale del disco, rappresentata dalla canzone ‘Il Faro’.

Sappiamo anche che quest’album è legato agli scritti di due grandi intellettuali quali Pavese e Fenoglio: queste due figure, al di là di quello che le lega concretamente al disco, sono legati a temi importanti come la resistenza e l’antifascismo. Possiamo definirlo, anche in quest’ottica, un disco politico, che tratta temi particolari in un momento molto caldo?
È un disco politico, che parla di temi che riguardano il presente, ed il presente, a mio parere, sta attraversando un momento storico molto difficile. È un momento storico in cui l’umanità sta prendendo una piega pericolosa, una piega disumana. Questo disco parla di rapporti umani, di relazioni profonde, di sentimenti, di povertà, di cose umili che hanno ancora senso. È questo l’approccio che abbiamo voluto dargli: un contadino delle langhe in un momento storico in cui non prende parte alla resistenza, ma decide di andare sul fronte per una delusione d’amore. I Pavese e Fenoglio a cui abbiamo fatto riferimento sono quelli de ‘La Malora’, di ‘Paesi Tuoi’, legati a tematiche quali la condizione contadina dell’epoca e la vita sotto il padrone.”

Sicuramente è un disco che parla di memoria storica. Quanto è importante ritrovarla?
La memoria storica è fondamentale. È proprio l’urgenza di ritrovare la memoria storica che ci ha spinto a fare questo disco. Come ti dicevo, sono tempi di barbarie da questo punto di vista; la storia viene proposta ciclicamente, vengono promosse istanze razziste e denigratorie nei confronti del genere umano. È necessario recuperare la memoria storica per prendere lo slancio verso un futuro migliore, più luminoso rispetto a quello che quotidianamente la politica di oggi ci propone.”

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Un altro pensiero che ho avuto ascoltando Fernet è che la musica politicamente impegnata sta venendo a mancare, direi che siete rimasti in pochi a proporla. Convieni?
Il discorso è molto soggettivo, bisognerebbe parlare con chi fa i dischi. Non posso dare un giudizio sugli intenti di chi fa musica oggi. Posso parlare per noi, e noi abbiamo bisogno di dire cose che parlino del presente e facciano riflettere. La nostra è urgenza di comunicazione. Quello che vedo io è una situazione culturale svuotata: dopo un ventennio come quello berlusconiano la gente si è abituata ad avere sempre meno contenuti, siamo tutti contenitori un po’ vuoti. Mi guardo in giro e vedo un horror vacui, non so se ho risposto alla domanda [Ride, n.d.r.]”

‘La Strada Ferrata’ è sicuramente il vostro pezzo più di successo, nonché uno dei momenti più alti e importanti di Fernet. Ho trovato una similitudine che potrebbe farti arrossire, ed è con Generale di De Gregori: il treno pieno di soldati, quello che De Gregori immagina tornare a casa, e che per voi porta Pietro al fronte. E anche le infermiere ‘che fanno l’amore’, come l’infermiera cui Pietro vorrebbe sfilare i guanti.
È giusto! [Ride, n.d.r.] Non ci avevo mai pensato; è talmente forte nel nostro immaginario quel tipo di cantautorato che riecheggia. Mi sembra un paragone calzante, La Strada Ferrata – rispetto a Generale, che apre uno spiraglio di luce – finisce con un bombardamento. Il pezzo si sgretola, e questo sgretolamento porta ad una nuova consapevolezza da parte del protagonista che accompagnerà le decisioni di quest’ultimo fino alla fine. È un momento di trasformazione fondamentale, centrale, che racconta come la guerra, il contatto diretto con la violenza, possa cambiarti e portarti maggior consapevolezza. È un pezzo che ci racconta come è difficile parlare della guerra senza viverla, ed è quello che succede attualmente. Ho attinto a dei miei momenti personali, in cui ho vissuto un conflitto, viaggiando in Siria proprio quando è esploso in quel Paese bellissimo, adesso distrutto…”

Proprio perché parli di attualità e Siria, un pezzo che mi ha ricordato molto ciò che succede oggi è Il Faro. Attuale perché ci parla dell’immigrazione, dell’attraversata in mare che avveniva ieri, all’epoca di Pietro, verso l’America, e quella di oggi verso l’Italia.
Beh, il paragone è presto fatto. Gli italiani venivano trattati in America esattamente come gli stranieri vengono trattati oggi in Italia, ovvero come bestie. Proporre queste tematiche all’ascoltatore ha l’obiettivo di empatizzare di più rispetto alle solitudini e le realtà difficile che vivono gli stranieri che arrivano. Il Faro racconta della solitudine che hanno provato gli italiani all’estero, lasciando la loro casa. Ed è una solitudine che ancora oggi molti nostri connazionali vivono, in Europa. Lo dico da italiano all’estero. La comunità italiana in Inghilterra è enorme, corrisponde ad una città italiana. So bene cosa significa trovarsi in un Paese dove non si parla la tua lingua e dov’è difficile integrarsi culturalmente. Il Faro parla di questo senso di alienazione, di solitudine.”

In conclusione volevo chiederti se questo disco lo porterete in un tour e quando sarà possibile ascoltarlo live.
Guarda, non so se ti è capitato di vedere i videoclip de La Strada Ferrata e Il Faro, appartengono ad un progetto molto ambizioso che puntava a creare uno spettacolo teatrale – e l’abbiamo fatto! Uno spettacolo composto da cinquanta minuti di animazione in stop-motion, quindi un cartone animato, ed un monologo dove diamo ulteriore voce a Pietro. Ci sono delle finestre che si aprono sulla vita di Pietro grazie alla rappresentazione di un attore. Infine, ovviamente, c’è il concerto, quindi è il momento in cui questi tre linguaggi – il video, la musica e il teatro – si fondono insieme in questo progetto, Fernet, che porteremo in Italia da quest’estate. Ci stiamo muovendo proprio per trovare dei luoghi che vogliano ospitare questo spettacolo.

Perfetto Federico, spero presto di vedervi live! Ti ringrazio molto per il tuo tempo, è stato un piacere.
Grazie a te, piacere mio!

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“La Terra dei Re”: le mille maschere di Solfrizzo per l’unico volto del rock 0 153

Le vie del rock sono infinite, un po’ come quelle del signore (anche se forse quelle sono finite, come nel film di Troisi) e Vito Solfrizzo le percorre – quantomeno nelle intenzioni – tutte ormai da anni. Non è facile: bisogna sapersi orientare e per farlo è necessario trovare i giusti riferimenti, quelli che ti consentono di ripercorrere i tuoi passi quando ti accorgi che ti stai allontanando troppo e stai per finire fuori strada. Capita di perdersi l’importante è rendersene conto prima che sia troppo tardi. Come disse Baglioni in occasione del Festival di Sanremo “errare è umano, perseverare è artistico” o più semplicemente presuntuoso, come aggiungerei io. Il rock ha un solo volto ma cento, mille, un milione di maschere diverse da indossare secondo l’occasione, e distinguerle l’una dall’altra è difficile, quasi impossibile. Nessuno può avere la presunzione di farlo. “La terra dei re” è l’ultimo album – interamente autoprodotto – di questo giovane cantautore pugliese; è un lavoro che parte da un viaggio interiore e sfocia nella disamina della società contemporanea. Tocca diversi temi, come il precariato, la situazione politica e quello che egli definisce “l’inganno dei talent show”. Le critiche non sono larvate ma precise e mirate. Questo disco arriva a due anni di distanza da “Nove”, album d’esordio uscito nel 2017 in coproduzione con Alessandro Spenga.

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La copertina de “La Terra dei Re”, il nuovo album di Vito Solfrizzo


Si comincia con “Il paradiso dei sogni”, un brano, rude, grezzo. Chitarroni, riff graffianti e beat frenetici, a tratti nevrotici, accompagnano questo pezzo che parla dei nostri sogni, quelli che cerchiamo di realizzare a qualunque costo e che spesso ci spingono a fare cazzate. Non ce ne rendiamo conto, ma quando ci incamminiamo verso i nostri sogni non teniamo conto della strada che abbiamo già percorso né di quella che ancora ci manca per raggiungerli, non ci rendiamo conto della stanchezza e della fatica. Camminiamo per inerzia, fottuti e sfiniti, fino alla fine.

L’attacco del secondo pezzo ricorda molto “Non ci guarderemo indietro mai” dei Negrita. “La terra dei re” è il brano che dà il titolo all’album e ne dichiara le intenzioni: i “re” sono tutti coloro che credono di essere superiori solo perché siedono sugli scranni più alti o ricoprono posizioni apicali o più semplicemente perché indossano una cravatta o vestiti più costosi. I professori, i politici, i datori di lavoro, in generale coloro che si pongono al di sopra di te in un sistema gerarchico- professionale ti fanno pesare la posizione di subordinazione in cui ti trovi rispetto a loro e non puoi far altro che cercare il compromesso per garantirti un quieto vivere. A tutta questa bella gente è bene ricordare – come fa Solfrizzo – quella massima di Montaigne che recita pressappoco così: «Anche sul trono più alto del mondo si sta seduti sul proprio culo». Degno di nota è il sound alternative che ci riporta agli anni ’90, ai primi brani dei Timoria.

Si continua con “Profumo di sabbia”, brano romantico dedicato alla sua ragazza. È un pezzo più lento, meno ritmato e dal mood riflessivo. Parla di un amore che sopravvive al cambiamento: tutto cambia, perfino i soggetti che questo amore lo vivono e lo consumano, ma il sentimento no. Quello rimane intatto, come un castello di sabbia che nessun’onda riuscirà mai ad abbattere.

I soliti riff asettici ci accompagnano in “Il dono dei furbi”. Questo è una sorta di j’accuse rivolto alla classe politica italiana, rea di tentare continuamente di affabulare e circuire quanta più gente possibile. Non tutti restano intrappolati in questa rete, molti sfuggono perché le maglie sono troppo larghe o semplicemente consunte.

America” segue un preciso crescendo, passa da un’atmosfera cupa all’esplosione del ritornello. Ha un’anima rock classica e parla dell’esperienza nella musica, della rivalità fra gli artisti e del clima di competizione in cui vivono. L’America è l’isola felice, il posto che sogni di raggiungere per realizzare i tuoi sogni. È la terra fertile, quella promessa, quella anelata. Questa è la sola maschera del rock riconoscibile e riconosciuta in tutto l’album.

E so che c’è un posto, è un sogno per me. Io voglio solo l’America, per vivere come va.

Vito Solfrizzo, “America”

La chitarra acustica dona quel tocco di malinconia che serve per raccontare di un amore mai sbocciato – come una nave rimasta ormeggiata nel porto che non prenderà mai l’abbrivio per andare al largo – per un motivo futile. “Senza età” parla di tutte quelle storie d’amore che non nascono per differenze anagrafiche. L’età è un ostacolo da superare e non tutti hanno la forza per farlo. Il pezzo è un po’ piatto all’inizio ma poi prende quota e decolla nel finale con l’assolo.

La chitarra – come si percepisce – è una sorta di coperta di Linus per Solfrizzo, che la usa tanto, forse troppo. In “Cuore di Razza” la sua preminenza rende il pezzo un po’ piatto, parole e musica non sono sullo stesso piano ma posti in modo gerarchico: prima la chitarra e poi tutto il resto. C’è una sproporzione che sfocia nel virtuosismo e nell’ostentazione ed è un vero peccato perché sia in questo sia in altri pezzi emergono una buona vocalità e una buona capacità di scrittura che vengono relegati, purtroppo, a margine. Il tema è quello trito e ritrito dell’inganno dei talent show che puntano solo agli ascolti a detrimento del talento e del valore di un’artista.

Si cambia registro in “Conquiblues“, un pezzo che parla di precariato, di sfruttamento e di tutti i problemi che attanagliano il nostro paese. Il blues rock stile anni ’70 smarca un po’ l’album dall’alveo del classic e lo avvicina più al pop. L’armonica si addice perfettamente allo stile del brano.

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La duttilità è una qualità importante, che ci consente di stare bene in qualsiasi situazione. “Mi Adatterò” è un’apologia di questa capacità, per qualcuno di poco conto o addirittura esecrabile. È un pezzo che ha due facce: una acustica e l’altra elettrica. Comincia in acustico, una chitarra in stile Cobain in qualche strana versione di Something in The Way suonata sotto un ponte, cui si unisce l’elettrica “sporca” del ritornello. “Se cambia l’orizzonte io mi adatterò” è il manifesto di questa capacità adattiva non comune.

U.R.A.” acronimo di Utopia Realmente Astratta (una specie di supercazzola a cui Nanni Moretti risponderebbe con uno schiaffo) è «un viaggio interiore intenso quanto inaspettato» come lo definisce Solfrizzo. È un viaggio dettato dal cambiamento e dalla voglia di realizzare gli obiettivi e i sogni di una vita. In esso spiccano una buona vocalità troppo spesso oscurata e un bel basso.

Si continua sulla stessa scia con “L’ombra del Sole“, un pezzo che parla della lotta interiore contro il “nostro” lato oscuro. Lottiamo affinché non prenda il sopravvento e non trovi mai la luce. Ritorna lo stile Timoria (anche la vocalità lo ricorda vagamente). Il ritmo veloce e cadenzato rende il pezzo tutto sommato lineare a parte qualche sfumatura glitch.

Di stampo decisamente cantautoriale è “La Canzone nel Vento“, brano che chiude il disco. È un pezzo dedicato al nonno scomparso nel 2007. È quello più vero e sentito di tutto l’album: non ci sono sovrastrutture né orpelli, solo sentimento. È un brano struggente ma piacevole e dall’imponente carico emozionale.

L’amatorialità di questo disco emerge ad ogni singolo ascolto. Non rappresenta una novità né un unicum nel panorama musicale italiano – che di dischi del genere è ormai saturo; ogni anno ne escono a dozzine: dozzine di dischi pseudo-rock-wannabe dal sound inconsistente. Nel caso di Solfrizzo le capacità, almeno, ci sono, ma non vengono sfruttate per colpa di un’imprecisa superficialità.

Intervista ai Quadrophenix: “Paraponzi il nuovo disco” 0 163

I Quadrophenix nascono a Taranto nell’estate del 2006. Dopo dei primi anni travagliati, alla ricerca della propria identità, la band tarantina vira verso un genere più scanzonato e ironico, mantenendo intatta la base pop-rock/twist sul quale viene fondata. Dalla fine di giugno è in radio il loro nuovo singolo, “Mai Più”, che anticipa il loro primo album in studio, “Paraponzi”, uscito proprio oggi. Noi abbiamo incontrato la band qualche giorno fa proprio per farci una chiacchierata su questo loro primo disco, parlando dei motivi che li hanno spinti a buttarsi nella mischia e sui progetti futuri, con un nuovo disco già pronto.

Ciao ragazzi! Rompiamo un po’ il ghiaccio: parlatemi di voi!
La cosa più importante da dire pensiamo sia che nel 2006 è nata la band. Prima facevamo una roba molto inglese, di ispirazione Gallagheriana; abbiamo poi cambiato impostazione, passando all’italiano. Quando ci siamo accorti di essere dei cazzari abbiamo spostato il modo di scrivere su un genere un po’ più allegro, ironico. È cambiata anche la formazione, stabile da cinque anni a questa parte.

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Come mai la scelta di intraprendere questo percorso più ironico, alla Elio e Le Storie Tese?
Guarda, io credo che la nostra musica sia seria! [Ride, n.d.r.] No, davvero… quello che penso è che fin quando tu scrivi rispettando quello che sei, quello è fare musica sul serio. Che non vuol dire scrivere i testi di Tenco e neanche quelli degli Skiantos. Se hai qualcosa da dire, dilla. E che sia vera. Se fatto solo per apparire, come lo era in principio – quando appunto suonavamo britpop, senza un senso – è sbagliato.

Dal 2006 ad oggi è passato davvero tanto tempo e, anche con un disco in dirittura d’arrivo, sembra comunque un’eternità. Va bene il cambio di sound, va bene il cambio di formazione, ma come mai nessuna pubblicazione in quest’arco di tempo?
Eh, penso tu ci abbia azzeccato in pieno. [Ride, n.d.r.] La questione è questa: nel 2006 esisteva My Space. Io avevo vent’anni, e vent’anni nel 2006 sono diversi dai vent’anni di oggi. Eravamo più ingenui, più genuini. Internet non era così radicato. Quando dico che esisteva My Space intendo un mondo diverso: su My Space avevi fra le amicizie Dodò, l’ingegner Filini… Era una visione del social diversa. E così cambiava anche il modo di intendere la musica, completamente diverso da oggi. Qualcosa la pubblicammo, ma non andò oltre la cerchia dei nostri amici – e noi siamo stati bravi ad approfittarne per far sparire tutto [Ride, n.d.r.]. Allo stesso tempo, l’album che siamo in procinto di pubblicare [Paraponzi, n.d.r.] è vecchio, risale al 2012, e non lo pubblicammo perché mancava l’etichetta: nel 2012 era fondamentale avere un’etichetta per pubblicare. Questo per far capire come siano cambiate le cose: oggi, nel 2019, grazie ad internet, puoi permetterti di pubblicare un disco anche senza etichetta. Ma oltre questo c’è anche altro: la verità è che stiamo disperatamente provando a pubblicare il primo disco quanto prima perché ne abbiamo già un secondo pronto!

Andiamo con ordine allora: di cosa tratta Paraponzi?
Beh, trattandosi di un disco scritto qualche anno fa, è sicuramente molto scanzonato. Rispecchia l’età che avevamo allora, gli anni dell’università, le prime libertà lontano da casa… è molto solare, prevalentemente. Molto diverso rispetto, ad esempio, al secondo che abbiamo in cantina. Per farti capire: stiamo disperatamente cercando un titolo per il secondo disco, e fra quelli che abbiamo pensato c’è “The Dark Side of the Mood”. Questo perché ha proprio un approccio diverso rispetto al nostro tradizionale modo di fare. Però è anche un’evoluzione rispetto al primo disco, motivo per il quale vogliamo pubblicarli comunque entrambi senza fare balzi in avanti. Vogliamo dare dei punti di riferimento all’ascoltatore.

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Trattandosi però di un disco scritto nel 2012, in un periodo, come dite voi, completamente diverso – ed eravate diversi anche voi – e che non rispecchia la realtà odierna, c’è stato sicuramente il bisogno di un lavoro di revisione. Come siete riusciti ad attenuare queste problematiche in vista del lancio?
La risposta è semplicissima: con l’amore. [Ridiamo, n.d.r.] Pensavi di metterci in difficoltà, ma ci hai tirato un assist fantastico. No, scherzi a parte: se in “Mai più” [il singolo, n.d.r] ci sono alcuni riferimenti, all’interno del disco non troverai mai le parole “selfie”, “facebook”. Il disco ti racconta un mondo più genuino, qualcosa che esiste anche nel 2019 ma che è solo più difficile da trovare. E parla soprattutto di amore, qualcosa che ci sarà sempre.”

La vostra musica si ispira molto alla Surf Music anni ’60 – quella dei Beach Boys per intenderci. Questo è sicuramente vero per i due brani già pubblicati, ma è così anche per il resto del disco?
’’Mai più’ sicuramente. Il resto dell’album si rifà a quel sound, ma essendo un prodotto del 2011/2012 cerca di avere le sonorità radiofoniche del tempo – nel contesto radio-pop nazionale ancora non era arrivato prepotentemente il rap a fare da padrone, andava un po’ di tutto. Che poi, radiofonico è un termine un po’ stuprato, come ‘indie’. Questo per dire che per me è un disco radiofonico, per altri magari no, perché è diventato quasi soggettivo.

Mentre nel secondo disco, invece, il sound è rimasto invariato o avete fatto altro?
Abbiamo fatto peggio! [Ride, n.d.r.] Ci siamo concentrati su quello che ci piace fare. La verità è che ci siamo detti ‘ma chi ce la fa fare’ di seguire uno schema, una moda… facciamo quello che ci piace! Abbiamo azzardato di più, se Paraponzi ha una sua coerenza, il secondo disco è un puzzle: c’è il pezzo più psichedelico, quello più pop.

Siamo in conclusione: pensate di lanciare un secondo singolo dopo l’uscita?
C’è una grossa diatriba all’interno della band su questo. Pensiamo di sì, vogliamo vedere sicuramente come va il disco e il singolo già pubblicato, ma abbiamo già individuato quello che potrebbe essere il prossimo singolo, ‘Nuvole’. Comunque sia, vogliamo fare qualcosa per poi pubblicare il nuovo disco.

Perfetto ragazzi, vi ringrazio molto!
Grazie a te!

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