Intervista ai Petralana: “La nostra è urgenza di comunicazione” 0 783

I Petralana sono una band fiorentina nata nel 2002. Nata inizialmente come cover band di Fabrizio De Andrè, presto l’esperienza live formerà il gruppo al punto da portarlo al rilascio del primo disco ufficiale, ‘Oggi Cadono le Foglie” (2011) cui seguirà un secondo disco, ‘A che ora arriva il dj?’ (2013). A distanza di sei anni i Petralana sono tornati con un nuovo disco, ‘Fernet’: un concept album ambientato nel secolo scorso che ci parla di Pietro, contadino di umili origini che, per una delusione d’amore, decide di partire verso il fronte, salvo poi disertare e rifugiarsi in America come tantissimi connazionali. Il disco diventa un’occasione per parlare di tematiche vicine al nostro tempo, tenendole collegate con un filo invisibile che è quello dell’empatia: empatizzare con Pietro per capire il dramma che molte persone, molti Pietro, vivono oggi in varie parti del mondo.
Per approfondire di più questo disco del quale consigliamo vivamente l’ascolto, abbiamo deciso di intervistare Federico Grazzini e n’è uscita una ricca chiacchierata su Fernet.

Ciao Federico! Allora, per iniziare, sappiamo che i Petralana suonano dal 2002, praticamente una carriera quasi ventennale. Raccontami un po’ cos’è successo in questi anni!
I Petralana sono una band fiorentina: la formazione originale può variare, ad esempio per ‘Fernet’ si è allargata con altri componenti, un gruppo davvero nutrito di musicisti. Abbiamo iniziato come dici nel 2002 e, prima del primo disco, c’è stato un lungo periodo di gestazione in cui suonavamo in giro per la toscana, proponendo principalmente cover. Era una band liceale, nata da un gruppo di amici, e partimmo come cover band. Nel 2011 arrivò il primo disco, ‘Oggi Cadono le Foglie’, ispirato dal ‘Barone Rampante’ di Italo Calvino; dopodiché uscì ‘A che ora arriva il dj?’, un disco diverso perché si tratta più di una serie di brani raccolti negli anni.

E così arriviamo a ‘Fernet’. Fernet riprende le origini delle vostre cover, partendo dal cantautorato di De Andrè e arrivando a scavare in fondo, fino alle sonorità medievali, accostandole però ad un suono cantautorale più moderno: ne esce fuori un concept album dal gusto un po’ retrò.
Guarda, hai visto il mio numero di telefono: è inglese, io vivo in Inghilterra da diversi anni; il tuo riferimento al medioevo è giustissimo, riprendiamo quelle che qui chiamano ‘Child Ballads’, queste canzoni di fatto folk, di tradizione anglosassone, a cui si lega tutto un filone cantautorale degli anni ’70 e che proprio De Andrè riprese nella canzone ‘Geordie’. L’idea era proprio di trovare un tema che avesse un sapore lontano, e che in qualche modo ci legasse alla routine di questo protagonista, un contadino che la mattina si alza per zappare la terra, e che riprende molto il modo di vivere di quell’epoca.

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La copertina di Fernet

Parliamo allora di questo concept: Fernet parla di Pietro, questo ragazzo di umili origini che, dopo una delusione d’amore, decide di partire per la guerra, salvo poi disertare e salpare per l’America. Ovviamente, parlando della storia di Pietro si toccano varie tematiche come la guerra, l’amore, il viaggiare inteso come immigrazione. Qual è il tema cardine che unisce tutti questi temi?
Il tema cardine è la fuga. Quando abbiamo iniziato a lavorare su questo disco ci siamo prima di tutto domandati se fosse possibile trovare delle risonanze con il presente, creando un ponte che unisse i nostri tempi col passato. Il tema della fuga si è proposto come quello principale: il protagonista cerca di evadere da una realtà che gli sta stretta sempre più, prima attraverso il Fernet, ubriacandosi durante il lavoro, poi disertando dall’esercito che lo vuole soldato; poi dopo, appunto, imbarcandosi verso l’America: quella diventa la fuga finale del disco, rappresentata dalla canzone ‘Il Faro’.

Sappiamo anche che quest’album è legato agli scritti di due grandi intellettuali quali Pavese e Fenoglio: queste due figure, al di là di quello che le lega concretamente al disco, sono legati a temi importanti come la resistenza e l’antifascismo. Possiamo definirlo, anche in quest’ottica, un disco politico, che tratta temi particolari in un momento molto caldo?
È un disco politico, che parla di temi che riguardano il presente, ed il presente, a mio parere, sta attraversando un momento storico molto difficile. È un momento storico in cui l’umanità sta prendendo una piega pericolosa, una piega disumana. Questo disco parla di rapporti umani, di relazioni profonde, di sentimenti, di povertà, di cose umili che hanno ancora senso. È questo l’approccio che abbiamo voluto dargli: un contadino delle langhe in un momento storico in cui non prende parte alla resistenza, ma decide di andare sul fronte per una delusione d’amore. I Pavese e Fenoglio a cui abbiamo fatto riferimento sono quelli de ‘La Malora’, di ‘Paesi Tuoi’, legati a tematiche quali la condizione contadina dell’epoca e la vita sotto il padrone.”

Sicuramente è un disco che parla di memoria storica. Quanto è importante ritrovarla?
La memoria storica è fondamentale. È proprio l’urgenza di ritrovare la memoria storica che ci ha spinto a fare questo disco. Come ti dicevo, sono tempi di barbarie da questo punto di vista; la storia viene proposta ciclicamente, vengono promosse istanze razziste e denigratorie nei confronti del genere umano. È necessario recuperare la memoria storica per prendere lo slancio verso un futuro migliore, più luminoso rispetto a quello che quotidianamente la politica di oggi ci propone.”

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Un altro pensiero che ho avuto ascoltando Fernet è che la musica politicamente impegnata sta venendo a mancare, direi che siete rimasti in pochi a proporla. Convieni?
Il discorso è molto soggettivo, bisognerebbe parlare con chi fa i dischi. Non posso dare un giudizio sugli intenti di chi fa musica oggi. Posso parlare per noi, e noi abbiamo bisogno di dire cose che parlino del presente e facciano riflettere. La nostra è urgenza di comunicazione. Quello che vedo io è una situazione culturale svuotata: dopo un ventennio come quello berlusconiano la gente si è abituata ad avere sempre meno contenuti, siamo tutti contenitori un po’ vuoti. Mi guardo in giro e vedo un horror vacui, non so se ho risposto alla domanda [Ride, n.d.r.]”

‘La Strada Ferrata’ è sicuramente il vostro pezzo più di successo, nonché uno dei momenti più alti e importanti di Fernet. Ho trovato una similitudine che potrebbe farti arrossire, ed è con Generale di De Gregori: il treno pieno di soldati, quello che De Gregori immagina tornare a casa, e che per voi porta Pietro al fronte. E anche le infermiere ‘che fanno l’amore’, come l’infermiera cui Pietro vorrebbe sfilare i guanti.
È giusto! [Ride, n.d.r.] Non ci avevo mai pensato; è talmente forte nel nostro immaginario quel tipo di cantautorato che riecheggia. Mi sembra un paragone calzante, La Strada Ferrata – rispetto a Generale, che apre uno spiraglio di luce – finisce con un bombardamento. Il pezzo si sgretola, e questo sgretolamento porta ad una nuova consapevolezza da parte del protagonista che accompagnerà le decisioni di quest’ultimo fino alla fine. È un momento di trasformazione fondamentale, centrale, che racconta come la guerra, il contatto diretto con la violenza, possa cambiarti e portarti maggior consapevolezza. È un pezzo che ci racconta come è difficile parlare della guerra senza viverla, ed è quello che succede attualmente. Ho attinto a dei miei momenti personali, in cui ho vissuto un conflitto, viaggiando in Siria proprio quando è esploso in quel Paese bellissimo, adesso distrutto…”

Proprio perché parli di attualità e Siria, un pezzo che mi ha ricordato molto ciò che succede oggi è Il Faro. Attuale perché ci parla dell’immigrazione, dell’attraversata in mare che avveniva ieri, all’epoca di Pietro, verso l’America, e quella di oggi verso l’Italia.
Beh, il paragone è presto fatto. Gli italiani venivano trattati in America esattamente come gli stranieri vengono trattati oggi in Italia, ovvero come bestie. Proporre queste tematiche all’ascoltatore ha l’obiettivo di empatizzare di più rispetto alle solitudini e le realtà difficile che vivono gli stranieri che arrivano. Il Faro racconta della solitudine che hanno provato gli italiani all’estero, lasciando la loro casa. Ed è una solitudine che ancora oggi molti nostri connazionali vivono, in Europa. Lo dico da italiano all’estero. La comunità italiana in Inghilterra è enorme, corrisponde ad una città italiana. So bene cosa significa trovarsi in un Paese dove non si parla la tua lingua e dov’è difficile integrarsi culturalmente. Il Faro parla di questo senso di alienazione, di solitudine.”

In conclusione volevo chiederti se questo disco lo porterete in un tour e quando sarà possibile ascoltarlo live.
Guarda, non so se ti è capitato di vedere i videoclip de La Strada Ferrata e Il Faro, appartengono ad un progetto molto ambizioso che puntava a creare uno spettacolo teatrale – e l’abbiamo fatto! Uno spettacolo composto da cinquanta minuti di animazione in stop-motion, quindi un cartone animato, ed un monologo dove diamo ulteriore voce a Pietro. Ci sono delle finestre che si aprono sulla vita di Pietro grazie alla rappresentazione di un attore. Infine, ovviamente, c’è il concerto, quindi è il momento in cui questi tre linguaggi – il video, la musica e il teatro – si fondono insieme in questo progetto, Fernet, che porteremo in Italia da quest’estate. Ci stiamo muovendo proprio per trovare dei luoghi che vogliano ospitare questo spettacolo.

Perfetto Federico, spero presto di vedervi live! Ti ringrazio molto per il tuo tempo, è stato un piacere.
Grazie a te, piacere mio!

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“Love and Rain”: Savage ci riporta negli anni ’80 0 285

1984, 2010, 2020.
Il debutto, la fase di mezzo e il ritorno di Roberto Zanetti; in arte Savage.

Chi è Roberto? Se ci avessero fatto questa domanda nella sua “era”, nei magici anni ’80, un’occhiataccia dettata da un “ma davvero non sai chi sia?” ci sarebbe arrivata. Ma adesso, a distanza di trentasette anni dal suo debutto, in un periodo storico totalmente diverso, ci sentiamo in dovere di rispondere tranquillamente. Roberto nasce a Massa nel 1956, inizia la sua carriera con diversi gruppi (Fathima, Pronipoti Sangrìa, Santarosa e Taxi), partecipa a diverse trasmissioni ottenendo numerosi successi e collabora da anni con artisti di un certo spessore: tra i tanti, Zucchero. Mi piace definire questo artista come il Giorgio Moroder dell’italo-disco e dell’eurodance. Inizia la sua carriera nel 1983 e, un anno più tardi, pubblica il suo primo album: Tonight (1984). Da quel periodo in poi inizia la sua ascesa: conosce Zucchero, produce, cavalca l’onda della musica house e lancia alcuni artisti di grande successo come Alexia. Nel 2010, a distanza di 26 anni dal primo, pubblica il suo secondo album (anche se definirlo così è errato; si tratta di greatest hits: Ten Years Ago (2010), fermandosi in seguito per altri dieci anni e ripresentandosi oggi con il suo ultimo lavoro: Love and Rain (2020). Quest’ultimo, presentato a San Valentino attraverso il singolo I Love You, è un omaggio agli anni ’80, un regalo ai nostalgici, un passato che si ripropone andando a creare i famosi nostalgici di un qualcosa che non si è vissuto; gli anni ’80 hanno questo potere.

Love and Rain è un lavoro composto da sedici canzoni; quelle che a parer nostro basterebbero per creare una serata degna di tale nome nelle attuali discoteche italiane. L’album viene definito scherzosamente dall’artista come guitar free, per il fatto che non sono state usate chitarre in nessuna canzone. Sono presenti violini veri che si sposano perfettamente con l’elettronica pop, creando il sound romantico di Savage. Un disco dove canzoni d’amore e malinconia vanno alla ricerca del tipico sound elettro-pop contaminato da batterie elettroniche e sintetizzatori. Con una copertina che rimanda al Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich: un uomo in abito nero, di spalle, con le mani in tasca e lo sguardo rivolto in avanti, verso l’alto. Tanti sono i significati e, personalmente, a noi piace attribuire quello del piacere del viaggiare, della scoperta. Un viaggio a ritroso nel tempo fino ad arrivare negli anni ’80; una scoperta per alcuni, un ritorno al passato per molti altri. Un’arma per andare avanti data dall’esperienza di anni che non abbiamo vissuto ma che possiamo vivere attraverso questo lavoro.

Quindici inediti, sommati alla versione sinfonica del suo più grande successo dal titolo Only You, danno vita a questa capsula del tempo. Viaggio che ha inizio attraverso una breve e romantica introduzione, Every second of my life, caratterizzata da violini e da una voce struggente. Dal secondo brano in poi si entra, di colpo, negli anni ’80: Don’t say you leave me è questo; un uomo cade dal cielo, dal futuro, trovandosi di colpo nelle atmosfere pop sinfoniche degli anni ’80. Atmosfere che faranno da sfondo a tutti i brani presenti in Love and Rain, senza rendersi mai banali e presentandosi prive di scontatezza. Sound, che dalla prima alla sedicesima canzone, si offre a diversi temi. Come quello dell’amore, presente nella maggior parte dei brani e in diverse forme. L’amore che crea delusioni (Alone); che riappare dopo anni sotto forma di ricordo (Remember Me); che dà vita a un tributo (Italodisco); che si dichiara per la prima volta (Your Eyes); e l’amore per ciò che ci circonda, per la vita, per il nostro ambiente: “We are the future”.

Un eterno romantico. Un uomo che attraverso la sua musica ha il potere di far innamorare una nuova generazione e, soprattutto, la possibilità di consolidare il rapporto con chi quel periodo lo ha vissuto davvero, dicendogli: “nulla è andato”. Ri-accendendo speranze che da trent’anni a questa parte sembrano svanite. Savage è questo: una donna che si culla tra le braccia di un uomo sotto una luce stroboscopica; un abbraccio nel tempo, tra gli anni ’80 e i 2000 inoltrati. Tra le speranze di allora e le consapevolezze di adesso, ma con la forza necessaria per andare verso l’ignoto.

“Romantica Io”: Pia Tuccitto scrive una pagina del rock italiano 0 481

D’amore e ombra – come il titolo di un famoso romanzo di Isabel Allende -: è di questo che parla “Romantica Io“, l’ultimo album di Pia Tuccitto, rocker bolognese dall’animo nobile. Il lavoro, uscito il 31 gennaio e interamente autoprodotto, è figlio della poliedricità di questa grande artista che ne ha curato ogni minimo dettaglio, dalle musiche ai testi, passando per la copertina. Cantautrice, pittrice, protagonista/deuteragonista/voce dello spettacolo Ioelei, messo in scena con la compagna di palco Federica Lisi, la sua carriera parte nel 1993 quando, dopo la partecipazione al festival Nuove Voci di Castrocaro, viene notata da Vasco Rossi che ne apprezza il talento e la invita a far parte della sua scuderia. Da qui nasce un sodalizio artistico che la porta a scrivere per interpreti del calibro di Patty Pravo, Irene Grandi e lo stesso Vasco.
Romantica Io” è l’opera terza ed esce a quindici anni di distanza dall’album d’esordio “Un segreto che” e a dodici da “Urlo” prodotto da Frank Nemola e Guido Elmi per l’etichetta Bollicine/EMI Capitol Music. Questo lavoro è un compendio: racchiude l’essenza di dodici anni di “inattività” discografica che sono stati invece ricchissimi dal punto di vista artistico e amoroso. L’amore, appunto, è il filo conduttore dell’album e  viene declinato in tutte le sue forme. Alla realizzazione e alla limatura hanno partecipato: Corrado Castellari in veste di autore delle musiche di due brani, Bettina Baldassarri, Luca Bignardi che ha curato l’arrangiamento di sette brani e Frank Nemola che ha arrangiato i restanti quattro brani.

Romantica io” (title track) è il brano d’apertura, la dichiarazione d’intenti di un lavoro perfettamente messo a fuoco da un’artista matura. Questa maturità artistica corrisponde – mutatis mutandis – ad una maturità sul piano amoroso e questo è chiaro già nell’incipit del brano: “io per amarti son dovuta invecchiare”. Così com’è chiara, sempre dalle prime battute, l’attitudine rock dell’artista bolognese che non usa espedienti o mezzi termini: “io per amarti ti ho lasciato suonare la mia chitarra da rocker”.  Il graffio nella voce ricorda molto Patty Pravo, ma anche e soprattutto Irene Grandi in “Colpa del Lupo”. L’influenza è evidente e non per via di una supponente forma di pareidolia, per la quale noi che recensiamo siamo tenuti a ricondurre il tutto a qualcosa di conosciuto.

Atmosfera cupa e onirismo in “Come nei films”. Il sound distorto e la voce sensuale ci danno l’abbrivio e ci trasportano all’interno di un racconto di un amore immaginario. Un amore senza confini e che attraverso la voce e le parole cerca la sua reificazione. L’inizio ricorda molto “Tre volte dentro me” di Mina e Afterhours.

L’animo rock emerge prepotentemente in “Com’è bello il mio amore”. La chitarra e la batteria seguono un ritmo preciso e martellante e accompagnano la voce fino all’esplosione nel ritornello. Questo brano è l’essenza del disco.

La chitarra lascia il posto alla tastiera nell’intento di ricreare una precisa atmosfera malinconica. “Perché tutto muore” è un brano ricco di pathos e dal carico emozionale abnorme. Parla dell’amore che finisce, di un sentimento nocivo e logorante che si dissolve nel vento come il fumo di una sigaretta che si spegne e ti lascia un imperituro amaro in bocca.

My Radio” ci riporta agli anni ‘80 quando il binomio dance-rock dava vita a spettacoli corali allietati da gioie lisergiche. Allora l’avanguardia era definita new wave e sfociava spesso in quello che profanamente veniva chiamato alternative rock. In questo pezzo vengono fusi assieme Neil Tennant, Freddie Mercury e Patty Pravo e il risultato è sorprendente. È il pezzo che continui a cantare per tutto il giorno e che provoca l’orchite/colpite a tutti quelli che ti stanno accanto.

Il sesto brano non ha bisogno di presentazioni. Si tratta di “E…”, pezzo scelto e portato al successo da Vasco, che l’autrice riabbraccia come un figlio che ha vissuto all’estero e non vedeva da tempo. Questa è la dichiarazione d’amore per eccellenza, priva di perifrasi e circonlocuzioni (che poi sono la stessa cosa).

Tu Sei Un Sogno Per Me” è il leitmotiv che accompagna lo spettacolo Ioelei messo in scena dall’artista insieme a Federica Lisi. Si tratta di un brano intimo e sincero che si fa colonna sonora di un amore, di una vita, di un viaggio.

L’eterogeneità di stili e generi è esplicitata in “Sto benissimo”: l’inizio in stile Subsonica lascia presto il posto al graffio della chitarra elettrica che sposta il focus è riporta il brano nell’alveo del rock puro e grezzo. L’armonia di chitarre e batteria è perfetta, come in tutto il resto del disco.

Stupida per te” ha l’incedere lento e malinconico di una classica ballad. Questo è la riprova che questa grande artista – come ogni grande artista – non si focalizza su un unico genere, ma spazia all’interno di un ventaglio di stili e generi che le appartengono tutti.

Nel disco c’è spazio per una sorta di intermezzo: “Quante volte sono da sola con te”. Ancora una volta è forte, oltre che necessario, il richiamo a Mina. Si tratta del pezzo più breve dell’album, ma che – per l’icasticità delle immagini che evoca – risulta uno dei più intensi.

Il brano che chiude l’album è “7 aprile”, pubblicato precedentemente in un Ep nel 2013. Si tratta del pezzo mancante, quello che completa e sublima il puzzle. È un brano ricco di colori e sfumature: la chitarra acustica presente all’inizio del pezzo viene sostituita e sovrastata da quella elettrica nel ritornello. La natura multiforme dell’album emerge in modo prepotente in questo brano.

Pia Tuccitto ha scritto un’altra pagina importante del rock italiano. La sua maturità artistica è la vera chiave di volta di questo grande album: la cura minuziosa di ogni dettaglio, l’attenzione e l’oculatezza di ogni singola scelta – dalle parole alle musiche – sono i due ingredienti di questo cocktail perfetto. Rimanendo in campo alcolico si potrebbe dire che sia come il vino che col passare del tempo migliora!

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