Intervista ai Tre Allegri Ragazzi Morti: “Con Sindacato dei Sogni vogliamo essere eleganti e nudi.” 0 875

Sono passati 25 anni da quando Davide Toffolo, Enrico Molteni e Luca Masseroni hanno dato vita ai Tre Allegri Ragazzi Morti. E in questi anni di cose ne sono successe al giovane felice trio deceduto di Pordenone: c’è stato il punk delle origini, c’è stato il reggae e c’è stata la cumbia. È passato Jovanotti, un’orchestra swing e un sacco di altra gente. È rimasta una florida etichetta indipendente (La Tempesta Dischi), sono rimaste le maschere e la voglia di fare qualcosa di nuovo.

Oggi torniamo a parlare di loro. Anzi, meglio: parleremo direttamente con loro, perché è da poco uscito il nuovo disco Sindacato dei sogni, in bilico fra le nude sonorità degli esordi e le eleganti influenze psichedeliche.

La copertina di ‘Sindacato dei Sogni’, il nuovo disco dei TARM

Partiamo dall’inizio: come descrivereste e di che cosa parla ‘Sindacato dei sogni’?
“Dieci canzoni di rock psichedelico californiano/pordenonese del 1982/2019. I temi trattati sono vari, non è un concept. Si parla della nostra città, ci sono molte figure femminili, c’è la natura, c’è la festa. Molti temi.“

Riguardo il titolo, avete spiegato che è un omaggio ai The Dream Syndicate, uno dei gruppi più importanti nella scena Paisley Underground, ma che il titolo di lavorazione è stato a lungo ‘Classic’. Sembrerebbe quindi che l’idea iniziale abbia preso una direzione un po’ diversa grazie all’influenza di questa vena rock e psichedelica. È esatto?
Sì direi di sì. ’Sindacato dei sogni’ è un titolo che offre più spunti di riflessione. A loro volta i Dream Syndicate l’avevano preso dal disco di Tony Conrad coi Faust, e a loro volta chissà. Rimane il fatto che se esistesse un vero Sindacato dei sogni sarebbe bello, sarebbe utile, in un certo senso l’intenzione è stata quella di fondarlo con questo album.”

Avete anche detto che al primo ascolto questo disco ‘sembra’ un ritorno alle origini. Effettivamente lo spirito dei primi lavori è abbastanza evidente. Ad esempio il titolo della nona traccia ‘Non Ci Provare’ mi ha fatto tornare subito alla mente il “non ci provare ad entrare nelle nostre vite” di ‘Mai Come Voi’. Già dal secondo ascolto, però, direi che si inizia a notare qualcosa di differente, anche solo a livello di arrangiamento. Un’originalità diversa, in conflitto rispetto a quel ‘ritorno alle origini’. Insomma, dietro a quel ‘sembra’ c’è un mondo. Musicalmente parlando, come sono cambiati i TARM rispetto a 25 anni fa e cosa, invece, è rimasto uguale?
“Cerchiamo ogni volta di darci un obiettivo diverso, un abito nuovo. In questo caso volevamo essere eleganti nudi. E nudi oggi non possiamo che essere simili a nudi anni fa. Con l’avvento delle nuove tecnologie registrare un disco è diventato sempre più impersonale. Si taglia, si copia, si incolla, si spedisce. Qui siamo noi che suoniamo per ore gli stessi giri alla ricerca di una sensazione che è quella catturata nel disco. Però viviamo nel presente, non siamo un gruppo nostalgico. Quindi, vecchia tecnica, nuova testa.”

La terza traccia si intitola ‘C’era un Ragazzo che Come Me Non Assomigliava a Nessuno’, quindi ve lo devo assolutamente chiedere: come si concilia Gianni Morandi con i TARM? E ancora, c’è qualche influenza italiana in questo disco?
“Chiaramente prendere spunto da una canzone così nota come quella di Morandi e rovesciarla, negarne il senso, contraddirla, è di per sé un atto violento. È il grido d’orgoglio della nostra diversità. Noi non assomigliamo a nessuno. Abbiamo ascoltato molta musica mentre registravamo ma tutte cose straniere e vecchie, dai Grateful Dead ai Can, dai Television ai Jefferson Airplane, non volevamo essere influenzati da quello che sta succedendo in questi anni in Italia e che speriamo anche muti velocemente. Lo dico nel senso che ci affascinano da sempre le cose catalogabili come oddities & curiosities, oggi in giro c’è tanta normalità. La normalità dopo un po’ diventa noiosa.”

In un’intervista del 2016 per rockit.it esprimevate il desiderio che la musica italiana e anche il vostro pubblico si mescolassero sempre di più con elementi esteri. Tre anni e qualche cambiamento politico dopo, pensate che questo mix sia ancora possibile? O pensate che la paura per il negro (sic, n.d.r.), lo zingaro e il povero di cui parlate in “Non Ci Provare” abbia ostacolato il processo?
“Viviamo tempi così assurdi che fatico a capire cosa sta succedendo. Recentemente ho letto da qualche parte la celebre frase di Warhol stravolta: “Nel futuro tutti avranno quindici minuti di anonimato”. È bellissimo, è tutto al contrario. Rimane il fatto che sarebbe giusto mescolarsi di più. Noi come band la pensiamo così.“

Nel video di ‘Bengala’, fra tante cose, mi ha colpito il ruolo della tecnologia. Gli smartphone, ad esempio, hanno cambiato drasticamente le nostre vite e comportano dei rischi non indifferenti. Però oltre alla sacrosanta necessità di “lanciare il telefono sul prato”, mi sembra di coglierci uno sguardo consapevole sul fatto che si possa trovare un po’ di poesia anche in questi mezzi. Che è un po’ quello che volevate dire con “Persi nel Telefono”. Siete d’accordo?
“Sì, la tua è una bella interpretazione. Perché lanci il telefono sul prato, ma poi con ogni probabilità te lo vai anche a riprendere.”

Parliamo di ‘Una Ceramica Italiana Persa in California’, riassunta visivamente nella copertina stessa. Avete scritto che è “la vera chiave” per leggere il disco, oltre ad essere la preferita di Davide. Possiamo azzardare che contiene pure un po’ tutti i temi centrali della vostra carriera? Ci sono riferimenti al mondo animale e naturale, c’è la libertà, c’è l’amore, c’è la determinata affermazione della propria personalità.
“Sì, quel brano è particolarmente rappresentativo di quello che volevamo fare. Non ha logiche commerciali, è un viaggio vero e proprio col basso in tre e la batteria in quattro – roba da spaccare la testa -, ha un testo breve ma molto poetico; un cantico. Qualcuno ci ha detto che dovevamo metterla come prima del disco. Chissà, forse aveva ragione. E presto uscirà il video, roba da Oscar.”

Non può esistere un album dei TARM che non parli di adolescenza, ma da qualche tempo si è insinuato anche il tema della maturità e dell’essere adulti. Com’è la vita da vecchio allegro ragazzo morto?
“Come sai, incarniamo l’adolescente assoluto. È vero però che esistono anche degli adolescenti già vecchi. Comunque quando mettiamo la maschera non esistono le età e gli acciacchi smettono magicamente di dare noia.”

Le collaborazioni sono tantissime. Dai soliti noti alle nuovissime entrate, la famiglia dei ragazzi morti è sempre più numerosa. Come riuscite a gestire tante voci diverse? E quanto è stato importante il loro contribuito nello sviluppo del disco?
“Sicuramente di grande importanza è stato l’intervento musicale del produttore del disco Matt Bordin. In ogni brano è riuscito, che fosse con una chitarra o con un sintetizzatore, a mettere lo zampino spostando l’asse della nostra idea in una direzione più esotica. Certe scale le conoscono solo lui e Jerry Garcia. Ma poi sicuramente sono stati importanti i contributi di tutti: Andrea Maglia, Bologna Violenta, Francesco Bearzatti, Ruben Gardella, Adriano Viterbini e Davide Rossi.”

Il tour parte da Milano, che è stata protagonista dell’album precedente: che rapporto avete ora con questa città?
“Io, Enrico, ci vivo da una decina di anni. La amo sempre di più.”

Sempre parlando di città, non si può tacere sul grande ritorno di Pordenone, descritta in “Calamita”. Di nuovo, che rapporto c’è con la vostra ‘patria’ ora? E com’è cambiato in questi 25 anni?
“In questo momento solo Luca vive ancora in zona, a Malnisio, ma non è un grande fan del posto. Vorrebbe il sole ed il mare, mentre lì effettivamente piove e c’è la montagna. Davide vive a Roma. In ogni caso Pordenone batte sempre nei nostri cuori. È un’idea che rimarrà per sempre. Calamita, se ci fai caso, è il secondo tempo di “Prova a star con me un altro inverno a Pordenone”. In quella canzone, nel 2001, si cantava di andare via. In questa, nel 2019, dopo essere andati via, si dice che forse tornare sarebbe bello, che lì si sta bene, nonostante la gente che c’è in giro la notte nei bar.“

Ultima domanda sui live: qualche novità di cui potete parlarci? Dalle foto si intravede anche un nuovo costume…
“La prossima settimana faremo una sorta di ritiro in Carnia e decideremo tutto, i costumi sono già progettati. Ci vediamo presto ai concerti!”

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“Love and Rain”: Savage ci riporta negli anni ’80 0 285

1984, 2010, 2020.
Il debutto, la fase di mezzo e il ritorno di Roberto Zanetti; in arte Savage.

Chi è Roberto? Se ci avessero fatto questa domanda nella sua “era”, nei magici anni ’80, un’occhiataccia dettata da un “ma davvero non sai chi sia?” ci sarebbe arrivata. Ma adesso, a distanza di trentasette anni dal suo debutto, in un periodo storico totalmente diverso, ci sentiamo in dovere di rispondere tranquillamente. Roberto nasce a Massa nel 1956, inizia la sua carriera con diversi gruppi (Fathima, Pronipoti Sangrìa, Santarosa e Taxi), partecipa a diverse trasmissioni ottenendo numerosi successi e collabora da anni con artisti di un certo spessore: tra i tanti, Zucchero. Mi piace definire questo artista come il Giorgio Moroder dell’italo-disco e dell’eurodance. Inizia la sua carriera nel 1983 e, un anno più tardi, pubblica il suo primo album: Tonight (1984). Da quel periodo in poi inizia la sua ascesa: conosce Zucchero, produce, cavalca l’onda della musica house e lancia alcuni artisti di grande successo come Alexia. Nel 2010, a distanza di 26 anni dal primo, pubblica il suo secondo album (anche se definirlo così è errato; si tratta di greatest hits: Ten Years Ago (2010), fermandosi in seguito per altri dieci anni e ripresentandosi oggi con il suo ultimo lavoro: Love and Rain (2020). Quest’ultimo, presentato a San Valentino attraverso il singolo I Love You, è un omaggio agli anni ’80, un regalo ai nostalgici, un passato che si ripropone andando a creare i famosi nostalgici di un qualcosa che non si è vissuto; gli anni ’80 hanno questo potere.

Love and Rain è un lavoro composto da sedici canzoni; quelle che a parer nostro basterebbero per creare una serata degna di tale nome nelle attuali discoteche italiane. L’album viene definito scherzosamente dall’artista come guitar free, per il fatto che non sono state usate chitarre in nessuna canzone. Sono presenti violini veri che si sposano perfettamente con l’elettronica pop, creando il sound romantico di Savage. Un disco dove canzoni d’amore e malinconia vanno alla ricerca del tipico sound elettro-pop contaminato da batterie elettroniche e sintetizzatori. Con una copertina che rimanda al Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich: un uomo in abito nero, di spalle, con le mani in tasca e lo sguardo rivolto in avanti, verso l’alto. Tanti sono i significati e, personalmente, a noi piace attribuire quello del piacere del viaggiare, della scoperta. Un viaggio a ritroso nel tempo fino ad arrivare negli anni ’80; una scoperta per alcuni, un ritorno al passato per molti altri. Un’arma per andare avanti data dall’esperienza di anni che non abbiamo vissuto ma che possiamo vivere attraverso questo lavoro.

Quindici inediti, sommati alla versione sinfonica del suo più grande successo dal titolo Only You, danno vita a questa capsula del tempo. Viaggio che ha inizio attraverso una breve e romantica introduzione, Every second of my life, caratterizzata da violini e da una voce struggente. Dal secondo brano in poi si entra, di colpo, negli anni ’80: Don’t say you leave me è questo; un uomo cade dal cielo, dal futuro, trovandosi di colpo nelle atmosfere pop sinfoniche degli anni ’80. Atmosfere che faranno da sfondo a tutti i brani presenti in Love and Rain, senza rendersi mai banali e presentandosi prive di scontatezza. Sound, che dalla prima alla sedicesima canzone, si offre a diversi temi. Come quello dell’amore, presente nella maggior parte dei brani e in diverse forme. L’amore che crea delusioni (Alone); che riappare dopo anni sotto forma di ricordo (Remember Me); che dà vita a un tributo (Italodisco); che si dichiara per la prima volta (Your Eyes); e l’amore per ciò che ci circonda, per la vita, per il nostro ambiente: “We are the future”.

Un eterno romantico. Un uomo che attraverso la sua musica ha il potere di far innamorare una nuova generazione e, soprattutto, la possibilità di consolidare il rapporto con chi quel periodo lo ha vissuto davvero, dicendogli: “nulla è andato”. Ri-accendendo speranze che da trent’anni a questa parte sembrano svanite. Savage è questo: una donna che si culla tra le braccia di un uomo sotto una luce stroboscopica; un abbraccio nel tempo, tra gli anni ’80 e i 2000 inoltrati. Tra le speranze di allora e le consapevolezze di adesso, ma con la forza necessaria per andare verso l’ignoto.

“Romantica Io”: Pia Tuccitto scrive una pagina del rock italiano 0 481

D’amore e ombra – come il titolo di un famoso romanzo di Isabel Allende -: è di questo che parla “Romantica Io“, l’ultimo album di Pia Tuccitto, rocker bolognese dall’animo nobile. Il lavoro, uscito il 31 gennaio e interamente autoprodotto, è figlio della poliedricità di questa grande artista che ne ha curato ogni minimo dettaglio, dalle musiche ai testi, passando per la copertina. Cantautrice, pittrice, protagonista/deuteragonista/voce dello spettacolo Ioelei, messo in scena con la compagna di palco Federica Lisi, la sua carriera parte nel 1993 quando, dopo la partecipazione al festival Nuove Voci di Castrocaro, viene notata da Vasco Rossi che ne apprezza il talento e la invita a far parte della sua scuderia. Da qui nasce un sodalizio artistico che la porta a scrivere per interpreti del calibro di Patty Pravo, Irene Grandi e lo stesso Vasco.
Romantica Io” è l’opera terza ed esce a quindici anni di distanza dall’album d’esordio “Un segreto che” e a dodici da “Urlo” prodotto da Frank Nemola e Guido Elmi per l’etichetta Bollicine/EMI Capitol Music. Questo lavoro è un compendio: racchiude l’essenza di dodici anni di “inattività” discografica che sono stati invece ricchissimi dal punto di vista artistico e amoroso. L’amore, appunto, è il filo conduttore dell’album e  viene declinato in tutte le sue forme. Alla realizzazione e alla limatura hanno partecipato: Corrado Castellari in veste di autore delle musiche di due brani, Bettina Baldassarri, Luca Bignardi che ha curato l’arrangiamento di sette brani e Frank Nemola che ha arrangiato i restanti quattro brani.

Romantica io” (title track) è il brano d’apertura, la dichiarazione d’intenti di un lavoro perfettamente messo a fuoco da un’artista matura. Questa maturità artistica corrisponde – mutatis mutandis – ad una maturità sul piano amoroso e questo è chiaro già nell’incipit del brano: “io per amarti son dovuta invecchiare”. Così com’è chiara, sempre dalle prime battute, l’attitudine rock dell’artista bolognese che non usa espedienti o mezzi termini: “io per amarti ti ho lasciato suonare la mia chitarra da rocker”.  Il graffio nella voce ricorda molto Patty Pravo, ma anche e soprattutto Irene Grandi in “Colpa del Lupo”. L’influenza è evidente e non per via di una supponente forma di pareidolia, per la quale noi che recensiamo siamo tenuti a ricondurre il tutto a qualcosa di conosciuto.

Atmosfera cupa e onirismo in “Come nei films”. Il sound distorto e la voce sensuale ci danno l’abbrivio e ci trasportano all’interno di un racconto di un amore immaginario. Un amore senza confini e che attraverso la voce e le parole cerca la sua reificazione. L’inizio ricorda molto “Tre volte dentro me” di Mina e Afterhours.

L’animo rock emerge prepotentemente in “Com’è bello il mio amore”. La chitarra e la batteria seguono un ritmo preciso e martellante e accompagnano la voce fino all’esplosione nel ritornello. Questo brano è l’essenza del disco.

La chitarra lascia il posto alla tastiera nell’intento di ricreare una precisa atmosfera malinconica. “Perché tutto muore” è un brano ricco di pathos e dal carico emozionale abnorme. Parla dell’amore che finisce, di un sentimento nocivo e logorante che si dissolve nel vento come il fumo di una sigaretta che si spegne e ti lascia un imperituro amaro in bocca.

My Radio” ci riporta agli anni ‘80 quando il binomio dance-rock dava vita a spettacoli corali allietati da gioie lisergiche. Allora l’avanguardia era definita new wave e sfociava spesso in quello che profanamente veniva chiamato alternative rock. In questo pezzo vengono fusi assieme Neil Tennant, Freddie Mercury e Patty Pravo e il risultato è sorprendente. È il pezzo che continui a cantare per tutto il giorno e che provoca l’orchite/colpite a tutti quelli che ti stanno accanto.

Il sesto brano non ha bisogno di presentazioni. Si tratta di “E…”, pezzo scelto e portato al successo da Vasco, che l’autrice riabbraccia come un figlio che ha vissuto all’estero e non vedeva da tempo. Questa è la dichiarazione d’amore per eccellenza, priva di perifrasi e circonlocuzioni (che poi sono la stessa cosa).

Tu Sei Un Sogno Per Me” è il leitmotiv che accompagna lo spettacolo Ioelei messo in scena dall’artista insieme a Federica Lisi. Si tratta di un brano intimo e sincero che si fa colonna sonora di un amore, di una vita, di un viaggio.

L’eterogeneità di stili e generi è esplicitata in “Sto benissimo”: l’inizio in stile Subsonica lascia presto il posto al graffio della chitarra elettrica che sposta il focus è riporta il brano nell’alveo del rock puro e grezzo. L’armonia di chitarre e batteria è perfetta, come in tutto il resto del disco.

Stupida per te” ha l’incedere lento e malinconico di una classica ballad. Questo è la riprova che questa grande artista – come ogni grande artista – non si focalizza su un unico genere, ma spazia all’interno di un ventaglio di stili e generi che le appartengono tutti.

Nel disco c’è spazio per una sorta di intermezzo: “Quante volte sono da sola con te”. Ancora una volta è forte, oltre che necessario, il richiamo a Mina. Si tratta del pezzo più breve dell’album, ma che – per l’icasticità delle immagini che evoca – risulta uno dei più intensi.

Il brano che chiude l’album è “7 aprile”, pubblicato precedentemente in un Ep nel 2013. Si tratta del pezzo mancante, quello che completa e sublima il puzzle. È un brano ricco di colori e sfumature: la chitarra acustica presente all’inizio del pezzo viene sostituita e sovrastata da quella elettrica nel ritornello. La natura multiforme dell’album emerge in modo prepotente in questo brano.

Pia Tuccitto ha scritto un’altra pagina importante del rock italiano. La sua maturità artistica è la vera chiave di volta di questo grande album: la cura minuziosa di ogni dettaglio, l’attenzione e l’oculatezza di ogni singola scelta – dalle parole alle musiche – sono i due ingredienti di questo cocktail perfetto. Rimanendo in campo alcolico si potrebbe dire che sia come il vino che col passare del tempo migliora!

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