Intervista al Narratore Urbano, cantautore torinese 0 411

Alekos Zonca, in arte Narratore Urbano, è un promettente artista della provincia di Torino. Classe 1998 (ultimo anno della generazione dei millenial), è ancora agli inizi: partito da un corso di chitarra a scuola, ha poi deciso di portare questa passione al trampolino di lancio, sperando di farne un progetto di vita. È in quest’ottica che sono stati rilasciati i primi due singoli dell’artista; il primo, 1939, è acido, diverso dal solito, denuncia senza troppi fronzoli la situazione attuale e il clima d’odio che stiamo vivendo. Il livello tecnico è davvero niente male e l’introspezione si sente tutta, l’ascolto è consigliato a coloro che apprezzano chitarra cantautorale e testi politicamente e umanamente pesanti. Abbiamo anche avuto modo di poter ascoltare il suo secondo singolo, Zucchero Filato, in anteprima rispetto all’uscita – il 6 dicembre scorso: si tratta di un pezzo crudo, introspettivo, molto intimo e personale… il tema che affronta, la violenza di genere, non è sicuramente facile da trattare e da digerire).

Nel Buster Coffee, lo Starbucks torinese, abbiamo avuto modo di parlare della sua arte e della sua visione delle cose.

Ciao Alekos! Come nasce il tuo progetto musicale?

Il mio progetto musicale nasce come molti altri in cameretta. Arrivo da Cumiana, un paesino vicino Pinerolo, in provincia di Torino; ho iniziato a suonare quando avevo sedici anni, prima di allora non avevo idea che potesse fare al caso mio. A scuola facemmo un corso di chitarra e io iniziai a strimpellare, dai piccoli gruppi nella scuola sono poi passato ad una band a Torino che faceva rock/pop: questo è stato il terreno di nascita di alcuni miei pezzi, anche perché componevo i testi, cosa che faccio ancora per i miei lavori, che a livello di lyrics sono interamente frutto della mia testa, non ci sono influenze esterne.

Cosa pensi di avere di innovativo o di diverso rispetto alla scena attuale?

Tendo a non trattare temi inflazionati come canzoni d’amore, come le solite canzoni indie con il synth anni’80 e i testi criptici che spesso parlano di un amore non corrisposto (ride, n.d.r.). A me va di parlare d’altro, non mi ritengo innovativo del tutto, dato che ci sono altri artisti che non parlano di argomenti mainstream, come Rancore o Murubutu, due rapper a cui mi ispiro parecchio. L’amore è a margine dei miei pezzi, dato che preferisco parlare di temi sociali e di storie di vita comune: così nasce il Narratore Urbano.

Cosa pensi della realtà che hai intorno?

Personalmente, per quanto riguarda la realtà di sistema che ho intorno, sono fortemente pessimista: purtroppo un germe di fascismo è presente e inflazionato. Quanto successo alla Segre (la questione della scorta, ndr) non sarebbe accaduto, forse, trent’anni fa.
Tuttavia vedo nascere anticorpi, come il movimento delle sardine, che – per quanto apolitico – si scaglia contro la politica à la Salvini, che parla alla pancia attraverso gli slogan. Bisogna vedere se questi anticorpi avranno tempo di agire… sono un po’ pessimista, al riguardo.”

E questo pessimismo, questa tua idea sulla società, come si riflettono nei tuoi pezzi?

Il mio primo singolo, 1939, è basato su ciò che penso della situazione politica e sociale attuale. Nasce per una situazione un po’ personale: stavo mandando una e-mail d’addio e mentre lo facevo ho pensato che il testo non fosse poi così male, per cui ne ho mandata una molto più semplice e mi sono tenuto il testo originale, che poi ho sviluppato ed integrato. Questo pezzo è un confronto tra oggi e il 1939. Sono diversi – all’epoca gli ebrei, oggi i migranti -, ma accomunati da questi uomini forti che istigano l’odio e da un popolo che canta cori da stadio e impicca Palla-di-neve, il maialino buono di orwelliana memoria.

1939 propone una soluzione?

No, il mio pezzo è più un’istantanea, la soluzione verrà fuori verso la fine dell’album, che sto scrivendo e registrando: attualmente c’è il terzo pezzo in lavorazione in studio e il quarto in procinto di essere registrato, 1939 è il pezzo di apertura. La soluzione si troverà nell’ultimo brano, Finale Dipartita, che è una riflessione fatta da una sonda, la Voyager 2, che si volta indietro dopo essere uscita dal sistema solare e pensa a quanto è piccola l’umanità. È certo un messaggio pessimista, ma anche egualitario; per citare il testo: Cesserò io, Narratore Urbano, cesserà il bambino appena nato, cesserà il potente che sovrasta dall’alto

Essendo studente di storia, un personaggio che senti vicino e che abbia lasciato la sua traccia?

Giovanni Falcone: nonostante la mafia non sia mai il protagonista centrale di qualche mio pezzo, ma solo di una strofa nel pezzo Sei In Un Paese Meraviglioso, che devo ancora registrare. L’idea è di raccontare sei città, attraverso opere d’arte e fatti di cronaca, e queste sei città sono Milano, Bologna, Firenze, Roma, Napoli e Palermo. È sempre stato ciò che reputo un giusto: ha sempre cercato di trascendere dalla politica, giudicando nel modo più obbiettivo e assoluto possibile, facendo il proprio mestiere ad ogni costo – costo che poi è stato la sua vita. Pur essendo una figura estremamente schiva, lo considero un modello.

Il Narratore Urbano vuole cambiare l’arte?

Il Narratore Urbano non vuole competere, non mi interessa dimostrarmi migliore degli altri perché scrivo di temi sociali mentre gli altri fanno canzoni meno impegnate. Il mio obbiettivo è dare un’alternativa a chi cerca un certo tipo di tematiche nella musica e non le trova, e oltre a questo – come ho detto – voglio raccontare ciò che vedo, ciò che provo e anche le mie riflessioni che faccio nei miei notevoli viaggi mentali (ride, n.d.r.). Non ho pretese di imporre qualcosa di totalmente nuovo, faccio arte a modo mio: se a qualcuno arriva son contento che sia arrivato! Così come non punto al grande mercato, anche se sarei ipocrita a non considerarlo, altrimenti non pubblicherei. Ambisco a una nicchia che apprezzi ciò che scrivo.

E cosa pensi della scena musicale mainstream attuale?

Non riesco a ritrovarmici, come molti artisti di Torino con cui ho modo di confrontarmi. La scena torinese è molto densa e molto variegata, ma su piazza non c’è, anche per colpa delle leggi del grande mercato discografico: a parte grandi nomi come Willie Peyote o gli Eugenio in Via Di Gioia, troviamo una miriade di artisti anche affermati che però non riescono a fare il “grande salto” perché non scendono a compromessi. La scena italiana… meh, il cantautorato è in declino perché si piega alla moda dell’indie-pop/hit-pop. Non che sia brutto, anche perché io ho un motto: si può imparare sia dai Queen che dal vicino di casa, un po’ come in Ratatouille, che è un film a cui sono molto affezionato. Nutro comunque grande stima per tutti i miei colleghi, voglio che sia chiaro, il problema non è negli artisti, ma nelle leggi del marcato, che non permettono all’originalità di emergere… e come ho detto, nella mia scena ce n’è tanta di roba che potrebbe sbocciare.

Parlaci del tuo ultimo singolo, in uscita il 6 dicembre… puoi anticiparci qualcosa?

Si chiama Zucchero Filato. So essere omonima del pezzo di Gazelle, ma quest’ultimo è un’artista che non seguo particolarmente, al punto che non conoscevo l’esistenza di questa canzone (ride, n.d.r.). La scelta del titolo non è casuale, tutti i miei titoli sono contrapposti a ciò che c’è nella canzone, come in questo caso. Il tema della canzone non è dolce, parla di violenza di genere: racconta di un abuso perpetrato da un padre nei confronti della figlia. Si innesta nel tema della degenerazione, che è il filo conduttore dell’album: degenerazione politica (1939), degenerazione umana verso la donna (Zucchero Filato), degenerazione del Paese (Sei In Un Paese Meraviglioso). In un futuro pezzo che si chiama Granchietti affronterò il tema di un viaggio della speranza di un ragazzino migrante, il quale muore durante il viaggio.

Ringrazio ancora Alekos – sì, come Alekos Panagulis, il rivoluzionario greco storico compagno di Oriana Fallaci – per il tempo dedicatomi e a voi, amici lettori, do l’invito di passare per il suo account Spotify, per il suo canale YouTube e per gli altri suoi contatti social. L’uscita dell’album è prevista per l’anno prossimo: lo attenderemo con grande interesse.

Alla prossima!

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“Romantica Io”: Pia Tuccitto scrive una pagina del rock italiano 0 234

D’amore e ombra – come il titolo di un famoso romanzo di Isabel Allende -: è di questo che parla “Romantica Io“, l’ultimo album di Pia Tuccitto, rocker bolognese dall’animo nobile. Il lavoro, uscito il 31 gennaio e interamente autoprodotto, è figlio della poliedricità di questa grande artista che ne ha curato ogni minimo dettaglio, dalle musiche ai testi, passando per la copertina. Cantautrice, pittrice, protagonista/deuteragonista/voce dello spettacolo Ioelei, messo in scena con la compagna di palco Federica Lisi, la sua carriera parte nel 1993 quando, dopo la partecipazione al festival Nuove Voci di Castrocaro, viene notata da Vasco Rossi che ne apprezza il talento e la invita a far parte della sua scuderia. Da qui nasce un sodalizio artistico che la porta a scrivere per interpreti del calibro di Patty Pravo, Irene Grandi e lo stesso Vasco.
Romantica Io” è l’opera terza ed esce a quindici anni di distanza dall’album d’esordio “Un segreto che” e a dodici da “Urlo” prodotto da Frank Nemola e Guido Elmi per l’etichetta Bollicine/EMI Capitol Music. Questo lavoro è un compendio: racchiude l’essenza di dodici anni di “inattività” discografica che sono stati invece ricchissimi dal punto di vista artistico e amoroso. L’amore, appunto, è il filo conduttore dell’album e  viene declinato in tutte le sue forme. Alla realizzazione e alla limatura hanno partecipato: Corrado Castellari in veste di autore delle musiche di due brani, Bettina Baldassarri, Luca Bignardi che ha curato l’arrangiamento di sette brani e Frank Nemola che ha arrangiato i restanti quattro brani.

Romantica io” (title track) è il brano d’apertura, la dichiarazione d’intenti di un lavoro perfettamente messo a fuoco da un’artista matura. Questa maturità artistica corrisponde – mutatis mutandis – ad una maturità sul piano amoroso e questo è chiaro già nell’incipit del brano: “io per amarti son dovuta invecchiare”. Così com’è chiara, sempre dalle prime battute, l’attitudine rock dell’artista bolognese che non usa espedienti o mezzi termini: “io per amarti ti ho lasciato suonare la mia chitarra da rocker”.  Il graffio nella voce ricorda molto Patty Pravo, ma anche e soprattutto Irene Grandi in “Colpa del Lupo”. L’influenza è evidente e non per via di una supponente forma di pareidolia, per la quale noi che recensiamo siamo tenuti a ricondurre il tutto a qualcosa di conosciuto.

Atmosfera cupa e onirismo in “Come nei films”. Il sound distorto e la voce sensuale ci danno l’abbrivio e ci trasportano all’interno di un racconto di un amore immaginario. Un amore senza confini e che attraverso la voce e le parole cerca la sua reificazione. L’inizio ricorda molto “Tre volte dentro me” di Mina e Afterhours.

L’animo rock emerge prepotentemente in “Com’è bello il mio amore”. La chitarra e la batteria seguono un ritmo preciso e martellante e accompagnano la voce fino all’esplosione nel ritornello. Questo brano è l’essenza del disco.

La chitarra lascia il posto alla tastiera nell’intento di ricreare una precisa atmosfera malinconica. “Perché tutto muore” è un brano ricco di pathos e dal carico emozionale abnorme. Parla dell’amore che finisce, di un sentimento nocivo e logorante che si dissolve nel vento come il fumo di una sigaretta che si spegne e ti lascia un imperituro amaro in bocca.

My Radio” ci riporta agli anni ‘80 quando il binomio dance-rock dava vita a spettacoli corali allietati da gioie lisergiche. Allora l’avanguardia era definita new wave e sfociava spesso in quello che profanamente veniva chiamato alternative rock. In questo pezzo vengono fusi assieme Neil Tennant, Freddie Mercury e Patty Pravo e il risultato è sorprendente. È il pezzo che continui a cantare per tutto il giorno e che provoca l’orchite/colpite a tutti quelli che ti stanno accanto.

Il sesto brano non ha bisogno di presentazioni. Si tratta di “E…”, pezzo scelto e portato al successo da Vasco, che l’autrice riabbraccia come un figlio che ha vissuto all’estero e non vedeva da tempo. Questa è la dichiarazione d’amore per eccellenza, priva di perifrasi e circonlocuzioni (che poi sono la stessa cosa).

Tu Sei Un Sogno Per Me” è il leitmotiv che accompagna lo spettacolo Ioelei messo in scena dall’artista insieme a Federica Lisi. Si tratta di un brano intimo e sincero che si fa colonna sonora di un amore, di una vita, di un viaggio.

L’eterogeneità di stili e generi è esplicitata in “Sto benissimo”: l’inizio in stile Subsonica lascia presto il posto al graffio della chitarra elettrica che sposta il focus è riporta il brano nell’alveo del rock puro e grezzo. L’armonia di chitarre e batteria è perfetta, come in tutto il resto del disco.

Stupida per te” ha l’incedere lento e malinconico di una classica ballad. Questo è la riprova che questa grande artista – come ogni grande artista – non si focalizza su un unico genere, ma spazia all’interno di un ventaglio di stili e generi che le appartengono tutti.

Nel disco c’è spazio per una sorta di intermezzo: “Quante volte sono da sola con te”. Ancora una volta è forte, oltre che necessario, il richiamo a Mina. Si tratta del pezzo più breve dell’album, ma che – per l’icasticità delle immagini che evoca – risulta uno dei più intensi.

Il brano che chiude l’album è “7 aprile”, pubblicato precedentemente in un Ep nel 2013. Si tratta del pezzo mancante, quello che completa e sublima il puzzle. È un brano ricco di colori e sfumature: la chitarra acustica presente all’inizio del pezzo viene sostituita e sovrastata da quella elettrica nel ritornello. La natura multiforme dell’album emerge in modo prepotente in questo brano.

Pia Tuccitto ha scritto un’altra pagina importante del rock italiano. La sua maturità artistica è la vera chiave di volta di questo grande album: la cura minuziosa di ogni dettaglio, l’attenzione e l’oculatezza di ogni singola scelta – dalle parole alle musiche – sono i due ingredienti di questo cocktail perfetto. Rimanendo in campo alcolico si potrebbe dire che sia come il vino che col passare del tempo migliora!

“Walking on Tomorrow”, Anthony omaggia l’hard rock degli ’80s 0 311

Arriva dopo quasi sette anni di lavorazione “Walking on Tomorrow”, il primo album solista di Antonio Valentino (in arte Anthony), cantautore milanese classe 1985 ed ex frontman dei Night Road. Un’attesa insolitamente lunga, quella per un disco che ha visto il suo autore iniziare la fase di scrittura dei primi brani già nel 2013, per poi arrivare alla pubblicazione di una prima demo solo quattro anni più tardi. L’anno scorso, poi, l’approdo in studio per le prime vere sessioni di registrazione e mixaggio professionale. E ora la pubblicazione. Di esperienze Anthony deve averne vissute parecchie durante il lungo arco di tempo che ha accompagnato la produzione del suo primo lavoro. Va da sé, dunque, che questo “Walking on Tomorrow” non possa non considerarsi la sommatoria di tutte le gioie, le passioni, le delusioni, le speranze, le paure e i desideri provati dal suo autore durante la sua scrittura. In altre parole: un album estremamente personale.

Hard Rock anni ‘80 e Sleaze Metal le influenze che sono alla base della formula musicale adottata dal cantautore milanese. Per il cantato, invece, Axl Rose e James Hetfield sembrano essere i due principali punti di riferimento.

L’apertura è affidata alle poderose “Sweet Hell” e “I Want a Lie”, energici brani heavy rock che si presentano come sentiti tributi ai Guns N’ Roses (la prima) e Metallica (la seconda). Scaldati i motori, si passa poi al malinconico intro dell’epica ballad rock dal sapore classico “The Old Witch”.

Virtuosismi, assoli “pettina capelli” carichi di wah-wah e massicci riff sorreggono le successive “Run Oh My Baby” e “Get Off”, con la seconda che in un passaggiosembra quasi voler citare esplicitamente la melodia del ritornello della celebre “Paradise City” dei Guns.

C’è poi spazio per un brano strumentale, “Your Eyes”, in cui regnano atmosfere dark e minacciose. Un omaggio al cinema Horror che tratta i temi della paura e della tensione pur senza l’ausilio di una vera e propria narrazione, ma servendosi unicamente delle suggestioni suscitate dalla musica.

 “My Light Found in The Rain” è una spiazzante (ma gradita) variazione sul tema che apre a influenze vagamente folk prima di sfociare nel consueto “ritornellone” epico cantato a squarciagola.

Ritroviamo l’acustica anche nella vera e propria “mosca bianca” del disco: “American Dream”: un brano scanzonato e sfacciatamente Rockabilly che vuole essere un accorato tributo alla patria del Rock n’Roll e del Blues.

Chiude il lotto “Schathing Time”, un’ odissea rock che parte con arpeggi di chitarra alla “Nothing Else Matter” per poi sfociare nel solito ritornello impetuoso.

Di questo “Walking on Tomorrow” restano impresse le capacità compositive di Anthony e le abilità tecniche sfoggiate nel suonare brani di non semplice resa. Un album dal sapore nostalgico che, ai limiti del manierismo, cristallizza il suo sound riportandolo a una specifica decade (gli anni ’80) e incastonandolo all’interno di un determinato genere (hard rock), dal quale raramente decide di allontanarsi.

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