Intervista a Claver Gold: la storia del Lupo di Hokkaido come metafora del rap 0 2358

Claver Gold, all’anagrafe Daycol Orsini, nasce ad Ascoli Piceno nel 1986. Sin da bambino è affascinato dall’arte, ma ben presto scopre la sua vocazione per il rap. Riconosciuto tra i migliori MC dello Stivale nell’arte del freestyle, i suoi testi sono caratterizzati da una poetica inconfondibilmente introspettiva, ricca di immagini e figure retoriche con cui racconta di spaccati di vita e delle strade di periferia in cui è cresciuto. Dopo il successo di Requiem (2017), in cui sono contenute collaborazioni con artisti d’eccezione della scena italiana, il 24 maggio uscirà per l’etichetta Glory Hole Records il suo nuovo album Lupo di Hokkaido, con la presenza del duo Kintsugi alle macchine, già produttore per l’album Melograno (2015) del rapper ascolano.

Intervista a Claver Gold

Kragler: Mi piacerebbe che sia tu a presentare il tuo nuovo album ai nostri lettori. Chi è il “Lupo di Hokkaido” e cosa rappresenta?
Claver Gold: “Questo disco nasce da alcune letture di libri di animali, storie e racconti. Siamo stati sin da subito colpiti dalla storia del lupo di Hokkaido,che è un animale estinto intorno alla fine dell’Ottocento in Giappone appunto ad Hokkaido, un posto remoto del Paese, lontano da quello industrializzato che conosciamo. L’isola, situata a nord, era abitata da una popolazione “indigena”, gli Ainu, i quali avevano radici per così dire “meticce” ed esteticamente riportavano tratti somatici più comuni alle zone della Kamčatka o della Russia, quindi non propriamente giapponesi; per questo motivo, furono a lungo discriminati. Ci siamo appassionati a questa storia e abbiamo reso la storia della scomparsa del lupo di Hokkaido una metafora per l’estinzione del rap come noi lo conosciamo.”

Parli al plurale perché questo lavoro di ricerca, anche in fase di stesura, è stato metabolizzato interamente insieme a Kintsugi OTM.
“Sì, certo, ci siamo scambiati continuamente opinioni. Ovviamente le idee partono da me la maggior parte delle volte, perché sono io che scrivo; ma questo non significa che non abbia ricevuto da loro alcun supporto, e non solo nel lato più tecnico del lavoro.”

L’influenza della cultura giapponese è sempre stata forte nei tuoi testi (es. Lady Snowblood, Carpa Koi). Quale pensi che sia la differenza più grande tra la cultura occidentale e quella orientale (nello specifico nipponica)?
“Secondo me il divario più grande sta nel modo di intraprendere la vita. La calma e la pace interiore che hanno loro, a confronto con il nostro mondo frenetico, dimostra un approccio totalmente diverso, che secondo me è riscontrabile anche in grandi metropoli come Tokyo.”

Kintsugi è la mente dietro le produzioni del tuo album Melograno (2015). Quanto è stato lungo il percorso che vi ha portato nella “tana del lupo”?
“Intorno ai sei mesi. Abbiamo iniziato a buttare giù le prime robe alla fine dell’anno scorso, ma in fondo non è stato un lavoro lunghissimo anche perché le tracce sono poche. Siamo stati abbastanza lesti.”

copertina album Lupo di Hokkaido Claver Gold Kintsugi
Copertina dell’EP Lupo di Hokkaido di Claver Gold e Kintsugi.

L’album contiene sette tracce, di cui un Intro ed un Outro. Alcuni brani, come il primo singolo estratto Calicanto, sono introdotti dalla voce narrante Hattori Mami, che racconta in lingua originale la storia del lupo di Hokkaido. Com’è nata quest’intesa e sarà possibile per i fan recuperare l’intera storia in lingua italiana?
“Quella è una storia che ho riscritto io. Diciamo che è un riassunto parafrasato di ciò che è accaduto al Lupo di Hokkaido, inserito nei contesti delle mie canzoni. Ho chiamato questa ragazza che vedevo di frequente perché abitava nei pressi di casa mia e conoscevo suo marito. Le ho chiesto se cortesemente potesse tradurmi il racconto che avevo scritto in giapponese ed è stata disponibilissima, com’ è d’altronde nella loro indole. La storia si troverà all’interno del booklet del disco tradotta in italiano ma, come con Calicanto, faremo altri lyrics video o singoli in cui sarà presente la in sottotitoli la parte tradotta.”

Il lettering è invece affidato alle sacre mani di Luca Barcellona aka Lord Bean, mentre l’illustrazione è a cura di Davide Bart Salvemini. Cosa rappresenta la cover, o meglio, perché il lupo è rappresentato come una sorta di mostro?
“Innanzitutto ringrazio Luca Barcellona che è sempre disponibile e super professionale, ed anche Davide Bart che si è prestato per aiutarci in questo lavoro. Il lupo è rappresentato come un mostro perché gli abitanti di Hokkaido, ovvero gli Ainu, con l’arrivo dell’occidentalizzazione hanno iniziato a dare la caccia a questo animale, dichiarato pericoloso per l’allevamento. Insomma, era visto un po’ come il nemico. È per questo che viene rappresentato quasi come un Godzilla cattivo nella copertina. In mano ha una donna, simbolo della ricchezza del popolo: è come se questo mostro rubasse loro le donne, o il bestiame in senso più concreto. Il lupo si è estinto in seguito alla stagione di caccia proclamata dal nuovo regime imperiale giapponese per mano degli uomini. Oltretutto, questo discorso richiama la metafora del rap ricorrente in tutto il disco. Volendo, il lupo rappresenterebbe il rap, appunto, che tiene in mano la donna simbolo della cultura o dei valori legati a questo genere, e viene ucciso dagli uomini che in questo caso sarebbero un’allegoria dell’industria musicale.”

La seconda traccia è intitolata Ikigai. Questa parola significa “ragion d’essere”, o “ragione di vita” e si basa su cinque pilastri: “iniziare in piccolo”, “dimenticarsi di sé”, “armonia e sostenibilità”, “gioia per le piccole cose” ed “essere nel qui ed ora”. Ad ognuno di questi pilastri, ti chiedo di associare un brano della tua discografia.
Iniziare in piccolo: Mr. Nessuno, singolo tratto dal disco Mr. Nessuno (2013)
Dimenticarsi di sé: Soffio di lucidità tratto da Mr. Nessuno
Armonia e sostenibilità: Anima nera tratto da Melograno
Gioia per le piccole cose: Carpa Koi tratta da Requiem (2017)
Essere nel qui ed ora: Un motivo tratta da Requiem in collaborazione con Egreen

La quarta traccia è intitolata Yuki. Qual è il significato di questo titolo e di cosa parla questa canzone?
“”Yuki” in giapponese significa “neve”. Nella canzone è ricorrente l’associazione di una donna alla neve (“la neve assomigliava a lei”, ndr.). Il testo è un po’ complesso. Sostanzialmente racconta la storia di questo ragazzo a cui ogni strada, ogni città, ogni via, ricorda la neve, che assomiglia appunto a questa ragazza che è la sua compagna.”


“Parte di me” è invece l’unico featuring dell’EP in collaborazione con Hyst.“Wabi sabi” è un concetto molto difficile da esprimere: per il mondo giapponese, rappresenta l’ideale di bellezza basato sulla transitorietà delle cose. Secondo Claver Gold, la bellezza come estetica è per definizione perfetta o imperfetta?
“Wabi Sabi” significa “bellezza dell’imperfezione”. Posto che per me il concetto di bellezza non è assolutamente fondamentale nella vita, è imperfetto.

Come ben sai, per quest’occasione Blunote Music ha fatto partire una campagna di intervista partecipata, al termine della quale ha scelto una tra le domande inviate dai suoi lettori. Abbiamo scelto, più che una domanda, il commento di una nostra lettrice che si rivolge a te con un tono un po’accusatorio misto ad ammirazione.

Scrivi della sofferenza, quella vera, ma penso che tu non l’abbia mai conosciuta, tantomeno l’ero. Ti ascolto da una vita perché mi ci rivedo e mi aiuta a rendermi conto della mia esistenza, ma nelle tue canzoni ho sempre visto ipocrisia: ad esempio, Melograno è l’emblema dell’amore sofferto, ma è anche vero che il periodo di stesura di quell’album ha coinciso con quello migliore della tua vita sentimentale. Non si scrive per ricordo, ma per incidere le proprie emozioni”.

Vuoi dire qualcosa a riguardo?
“Vabbè, ma lei sa già tutto! (ride, ndr.) A parte gli scherzi, ho scritto Melograno in uno dei periodi probabilmente più difficili della mia vita a livello di amore; poi, è chiaro che passa del tempo da quando inizi un disco a quando lo registri, e in questo tempo le cose cambiano. È per questo che lei probabilmente nota molta sofferenza nel disco e poca sofferenza nella realtà. Realtà che comunque va ponderata, perché non so se lei mi conosca di persona o abbia fatto una valutazione in base ai social o altri spazi in cui viene fuori solo l’estetica – appunto, ciò che uno vuol far vedere-, non necessariamente corrispondenti a verità. Non so se lei potrà mai sapere com’è la mia vita, come io non potrò mai sapere com’è la sua, o quella degli altri. Non si può giudicare nessuno, è una cosa che non si fa, e quindi io inizierei da questo.
Rispetto alla sofferenza e all’eroina: io vengo da un quartiere popolare di Ascoli Piceno, una famiglia di cinque figli dove lavorava solo mio padre e in cui il livello di povertà era considerevole. Sono nato negli anni dell’eroina, non della codeina, quindi ne ho vista tanta; ho visto tanta gente, amici, parenti ed anche io so cos’è. Quindi è legittimo il commento di questa ragazza, però ecco, dipende da quale contesto vieni. Soprattutto per poter parlare di certe cose in maniera così dettagliata e precisa, devi averle viste, altrimenti non lo raccontare in questo modo.
Per quanto riguarda la scrittura, al contrario io penso che si scriva per ricordo. Si vive per questo. Ogni azione che si compie nella vita è dettata da un ricordo che si ha, anche quella più semplice. Perché non prendi la caffettiera dal lato del metallo? Hai un ricordo che ti dice che scotta. È un esempio stupido quanto pratico per spiegare quello che voglio dire: i nostri gesti sono condizionati dalla memoria. Anche la scrittura dipende da ciò che hai vissuto e le emozioni che hai già provato, non siamo qui per leggere una palla di vetro o a parlare del futuro. Il futuro è il presente che vivi ogni giorno.”

Grazie per il tuo tempo. Per concludere, l’album sarà in streaming su Spotify o altre piattaforme? Ce lo chiedono in tanti, probabilmente ancora “scottati” dall’assenza dei lavori precedenti a Requiem.
“Mi dispiace, ma non è proprio possibile caricarli! Gli album vecchi non ci saranno, ma le prossime uscite saranno assolutamente disponibili, quindi anche Lupo di Hokkaido sarà su Spotify e altre piattaforme.”

Porterai l’EP in tour? Se sì, con DJ West o Kintsugi?
“Andrà in tour con TMHH e Mr. Gaz per il momento. Forse qualche data con Kintsugi, ma dobbiamo ancora accordarci su questi particolari.”

Claver Gold portrait

Ordina la tua copia di Lupo di Hokkaido al seguente link:
www.bucodelrap.it/index.php/claver-gold-lupo-di-hokkaido.html

Leggi la recensione di Requiem di Claver Gold.

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“La Terra dei Re”: le mille maschere di Solfrizzo per l’unico volto del rock 0 148

Le vie del rock sono infinite, un po’ come quelle del signore (anche se forse quelle sono finite, come nel film di Troisi) e Vito Solfrizzo le percorre – quantomeno nelle intenzioni – tutte ormai da anni. Non è facile: bisogna sapersi orientare e per farlo è necessario trovare i giusti riferimenti, quelli che ti consentono di ripercorrere i tuoi passi quando ti accorgi che ti stai allontanando troppo e stai per finire fuori strada. Capita di perdersi l’importante è rendersene conto prima che sia troppo tardi. Come disse Baglioni in occasione del Festival di Sanremo “errare è umano, perseverare è artistico” o più semplicemente presuntuoso, come aggiungerei io. Il rock ha un solo volto ma cento, mille, un milione di maschere diverse da indossare secondo l’occasione, e distinguerle l’una dall’altra è difficile, quasi impossibile. Nessuno può avere la presunzione di farlo. “La terra dei re” è l’ultimo album – interamente autoprodotto – di questo giovane cantautore pugliese; è un lavoro che parte da un viaggio interiore e sfocia nella disamina della società contemporanea. Tocca diversi temi, come il precariato, la situazione politica e quello che egli definisce “l’inganno dei talent show”. Le critiche non sono larvate ma precise e mirate. Questo disco arriva a due anni di distanza da “Nove”, album d’esordio uscito nel 2017 in coproduzione con Alessandro Spenga.

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La copertina de “La Terra dei Re”, il nuovo album di Vito Solfrizzo


Si comincia con “Il paradiso dei sogni”, un brano, rude, grezzo. Chitarroni, riff graffianti e beat frenetici, a tratti nevrotici, accompagnano questo pezzo che parla dei nostri sogni, quelli che cerchiamo di realizzare a qualunque costo e che spesso ci spingono a fare cazzate. Non ce ne rendiamo conto, ma quando ci incamminiamo verso i nostri sogni non teniamo conto della strada che abbiamo già percorso né di quella che ancora ci manca per raggiungerli, non ci rendiamo conto della stanchezza e della fatica. Camminiamo per inerzia, fottuti e sfiniti, fino alla fine.

L’attacco del secondo pezzo ricorda molto “Non ci guarderemo indietro mai” dei Negrita. “La terra dei re” è il brano che dà il titolo all’album e ne dichiara le intenzioni: i “re” sono tutti coloro che credono di essere superiori solo perché siedono sugli scranni più alti o ricoprono posizioni apicali o più semplicemente perché indossano una cravatta o vestiti più costosi. I professori, i politici, i datori di lavoro, in generale coloro che si pongono al di sopra di te in un sistema gerarchico- professionale ti fanno pesare la posizione di subordinazione in cui ti trovi rispetto a loro e non puoi far altro che cercare il compromesso per garantirti un quieto vivere. A tutta questa bella gente è bene ricordare – come fa Solfrizzo – quella massima di Montaigne che recita pressappoco così: «Anche sul trono più alto del mondo si sta seduti sul proprio culo». Degno di nota è il sound alternative che ci riporta agli anni ’90, ai primi brani dei Timoria.

Si continua con “Profumo di sabbia”, brano romantico dedicato alla sua ragazza. È un pezzo più lento, meno ritmato e dal mood riflessivo. Parla di un amore che sopravvive al cambiamento: tutto cambia, perfino i soggetti che questo amore lo vivono e lo consumano, ma il sentimento no. Quello rimane intatto, come un castello di sabbia che nessun’onda riuscirà mai ad abbattere.

I soliti riff asettici ci accompagnano in “Il dono dei furbi”. Questo è una sorta di j’accuse rivolto alla classe politica italiana, rea di tentare continuamente di affabulare e circuire quanta più gente possibile. Non tutti restano intrappolati in questa rete, molti sfuggono perché le maglie sono troppo larghe o semplicemente consunte.

America” segue un preciso crescendo, passa da un’atmosfera cupa all’esplosione del ritornello. Ha un’anima rock classica e parla dell’esperienza nella musica, della rivalità fra gli artisti e del clima di competizione in cui vivono. L’America è l’isola felice, il posto che sogni di raggiungere per realizzare i tuoi sogni. È la terra fertile, quella promessa, quella anelata. Questa è la sola maschera del rock riconoscibile e riconosciuta in tutto l’album.

E so che c’è un posto, è un sogno per me. Io voglio solo l’America, per vivere come va.

Vito Solfrizzo, “America”

La chitarra acustica dona quel tocco di malinconia che serve per raccontare di un amore mai sbocciato – come una nave rimasta ormeggiata nel porto che non prenderà mai l’abbrivio per andare al largo – per un motivo futile. “Senza età” parla di tutte quelle storie d’amore che non nascono per differenze anagrafiche. L’età è un ostacolo da superare e non tutti hanno la forza per farlo. Il pezzo è un po’ piatto all’inizio ma poi prende quota e decolla nel finale con l’assolo.

La chitarra – come si percepisce – è una sorta di coperta di Linus per Solfrizzo, che la usa tanto, forse troppo. In “Cuore di Razza” la sua preminenza rende il pezzo un po’ piatto, parole e musica non sono sullo stesso piano ma posti in modo gerarchico: prima la chitarra e poi tutto il resto. C’è una sproporzione che sfocia nel virtuosismo e nell’ostentazione ed è un vero peccato perché sia in questo sia in altri pezzi emergono una buona vocalità e una buona capacità di scrittura che vengono relegati, purtroppo, a margine. Il tema è quello trito e ritrito dell’inganno dei talent show che puntano solo agli ascolti a detrimento del talento e del valore di un’artista.

Si cambia registro in “Conquiblues“, un pezzo che parla di precariato, di sfruttamento e di tutti i problemi che attanagliano il nostro paese. Il blues rock stile anni ’70 smarca un po’ l’album dall’alveo del classic e lo avvicina più al pop. L’armonica si addice perfettamente allo stile del brano.

vito solfrizzo la terra dei re recensione blunote music

La duttilità è una qualità importante, che ci consente di stare bene in qualsiasi situazione. “Mi Adatterò” è un’apologia di questa capacità, per qualcuno di poco conto o addirittura esecrabile. È un pezzo che ha due facce: una acustica e l’altra elettrica. Comincia in acustico, una chitarra in stile Cobain in qualche strana versione di Something in The Way suonata sotto un ponte, cui si unisce l’elettrica “sporca” del ritornello. “Se cambia l’orizzonte io mi adatterò” è il manifesto di questa capacità adattiva non comune.

U.R.A.” acronimo di Utopia Realmente Astratta (una specie di supercazzola a cui Nanni Moretti risponderebbe con uno schiaffo) è «un viaggio interiore intenso quanto inaspettato» come lo definisce Solfrizzo. È un viaggio dettato dal cambiamento e dalla voglia di realizzare gli obiettivi e i sogni di una vita. In esso spiccano una buona vocalità troppo spesso oscurata e un bel basso.

Si continua sulla stessa scia con “L’ombra del Sole“, un pezzo che parla della lotta interiore contro il “nostro” lato oscuro. Lottiamo affinché non prenda il sopravvento e non trovi mai la luce. Ritorna lo stile Timoria (anche la vocalità lo ricorda vagamente). Il ritmo veloce e cadenzato rende il pezzo tutto sommato lineare a parte qualche sfumatura glitch.

Di stampo decisamente cantautoriale è “La Canzone nel Vento“, brano che chiude il disco. È un pezzo dedicato al nonno scomparso nel 2007. È quello più vero e sentito di tutto l’album: non ci sono sovrastrutture né orpelli, solo sentimento. È un brano struggente ma piacevole e dall’imponente carico emozionale.

L’amatorialità di questo disco emerge ad ogni singolo ascolto. Non rappresenta una novità né un unicum nel panorama musicale italiano – che di dischi del genere è ormai saturo; ogni anno ne escono a dozzine: dozzine di dischi pseudo-rock-wannabe dal sound inconsistente. Nel caso di Solfrizzo le capacità, almeno, ci sono, ma non vengono sfruttate per colpa di un’imprecisa superficialità.

Intervista ai Quadrophenix: “Paraponzi il nuovo disco” 0 157

I Quadrophenix nascono a Taranto nell’estate del 2006. Dopo dei primi anni travagliati, alla ricerca della propria identità, la band tarantina vira verso un genere più scanzonato e ironico, mantenendo intatta la base pop-rock/twist sul quale viene fondata. Dalla fine di giugno è in radio il loro nuovo singolo, “Mai Più”, che anticipa il loro primo album in studio, “Paraponzi”, uscito proprio oggi. Noi abbiamo incontrato la band qualche giorno fa proprio per farci una chiacchierata su questo loro primo disco, parlando dei motivi che li hanno spinti a buttarsi nella mischia e sui progetti futuri, con un nuovo disco già pronto.

Ciao ragazzi! Rompiamo un po’ il ghiaccio: parlatemi di voi!
La cosa più importante da dire pensiamo sia che nel 2006 è nata la band. Prima facevamo una roba molto inglese, di ispirazione Gallagheriana; abbiamo poi cambiato impostazione, passando all’italiano. Quando ci siamo accorti di essere dei cazzari abbiamo spostato il modo di scrivere su un genere un po’ più allegro, ironico. È cambiata anche la formazione, stabile da cinque anni a questa parte.

quadrophenix intervista blunote music

Come mai la scelta di intraprendere questo percorso più ironico, alla Elio e Le Storie Tese?
Guarda, io credo che la nostra musica sia seria! [Ride, n.d.r.] No, davvero… quello che penso è che fin quando tu scrivi rispettando quello che sei, quello è fare musica sul serio. Che non vuol dire scrivere i testi di Tenco e neanche quelli degli Skiantos. Se hai qualcosa da dire, dilla. E che sia vera. Se fatto solo per apparire, come lo era in principio – quando appunto suonavamo britpop, senza un senso – è sbagliato.

Dal 2006 ad oggi è passato davvero tanto tempo e, anche con un disco in dirittura d’arrivo, sembra comunque un’eternità. Va bene il cambio di sound, va bene il cambio di formazione, ma come mai nessuna pubblicazione in quest’arco di tempo?
Eh, penso tu ci abbia azzeccato in pieno. [Ride, n.d.r.] La questione è questa: nel 2006 esisteva My Space. Io avevo vent’anni, e vent’anni nel 2006 sono diversi dai vent’anni di oggi. Eravamo più ingenui, più genuini. Internet non era così radicato. Quando dico che esisteva My Space intendo un mondo diverso: su My Space avevi fra le amicizie Dodò, l’ingegner Filini… Era una visione del social diversa. E così cambiava anche il modo di intendere la musica, completamente diverso da oggi. Qualcosa la pubblicammo, ma non andò oltre la cerchia dei nostri amici – e noi siamo stati bravi ad approfittarne per far sparire tutto [Ride, n.d.r.]. Allo stesso tempo, l’album che siamo in procinto di pubblicare [Paraponzi, n.d.r.] è vecchio, risale al 2012, e non lo pubblicammo perché mancava l’etichetta: nel 2012 era fondamentale avere un’etichetta per pubblicare. Questo per far capire come siano cambiate le cose: oggi, nel 2019, grazie ad internet, puoi permetterti di pubblicare un disco anche senza etichetta. Ma oltre questo c’è anche altro: la verità è che stiamo disperatamente provando a pubblicare il primo disco quanto prima perché ne abbiamo già un secondo pronto!

Andiamo con ordine allora: di cosa tratta Paraponzi?
Beh, trattandosi di un disco scritto qualche anno fa, è sicuramente molto scanzonato. Rispecchia l’età che avevamo allora, gli anni dell’università, le prime libertà lontano da casa… è molto solare, prevalentemente. Molto diverso rispetto, ad esempio, al secondo che abbiamo in cantina. Per farti capire: stiamo disperatamente cercando un titolo per il secondo disco, e fra quelli che abbiamo pensato c’è “The Dark Side of the Mood”. Questo perché ha proprio un approccio diverso rispetto al nostro tradizionale modo di fare. Però è anche un’evoluzione rispetto al primo disco, motivo per il quale vogliamo pubblicarli comunque entrambi senza fare balzi in avanti. Vogliamo dare dei punti di riferimento all’ascoltatore.

quadrophenix intervista blunote music copertina paraponzi

Trattandosi però di un disco scritto nel 2012, in un periodo, come dite voi, completamente diverso – ed eravate diversi anche voi – e che non rispecchia la realtà odierna, c’è stato sicuramente il bisogno di un lavoro di revisione. Come siete riusciti ad attenuare queste problematiche in vista del lancio?
La risposta è semplicissima: con l’amore. [Ridiamo, n.d.r.] Pensavi di metterci in difficoltà, ma ci hai tirato un assist fantastico. No, scherzi a parte: se in “Mai più” [il singolo, n.d.r] ci sono alcuni riferimenti, all’interno del disco non troverai mai le parole “selfie”, “facebook”. Il disco ti racconta un mondo più genuino, qualcosa che esiste anche nel 2019 ma che è solo più difficile da trovare. E parla soprattutto di amore, qualcosa che ci sarà sempre.”

La vostra musica si ispira molto alla Surf Music anni ’60 – quella dei Beach Boys per intenderci. Questo è sicuramente vero per i due brani già pubblicati, ma è così anche per il resto del disco?
’’Mai più’ sicuramente. Il resto dell’album si rifà a quel sound, ma essendo un prodotto del 2011/2012 cerca di avere le sonorità radiofoniche del tempo – nel contesto radio-pop nazionale ancora non era arrivato prepotentemente il rap a fare da padrone, andava un po’ di tutto. Che poi, radiofonico è un termine un po’ stuprato, come ‘indie’. Questo per dire che per me è un disco radiofonico, per altri magari no, perché è diventato quasi soggettivo.

Mentre nel secondo disco, invece, il sound è rimasto invariato o avete fatto altro?
Abbiamo fatto peggio! [Ride, n.d.r.] Ci siamo concentrati su quello che ci piace fare. La verità è che ci siamo detti ‘ma chi ce la fa fare’ di seguire uno schema, una moda… facciamo quello che ci piace! Abbiamo azzardato di più, se Paraponzi ha una sua coerenza, il secondo disco è un puzzle: c’è il pezzo più psichedelico, quello più pop.

Siamo in conclusione: pensate di lanciare un secondo singolo dopo l’uscita?
C’è una grossa diatriba all’interno della band su questo. Pensiamo di sì, vogliamo vedere sicuramente come va il disco e il singolo già pubblicato, ma abbiamo già individuato quello che potrebbe essere il prossimo singolo, ‘Nuvole’. Comunque sia, vogliamo fare qualcosa per poi pubblicare il nuovo disco.

Perfetto ragazzi, vi ringrazio molto!
Grazie a te!

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