Intervista a Claver Gold: la storia del Lupo di Hokkaido come metafora del rap 0 1764

Claver Gold, all’anagrafe Daycol Orsini, nasce ad Ascoli Piceno nel 1986. Sin da bambino è affascinato dall’arte, ma ben presto scopre la sua vocazione per il rap. Riconosciuto tra i migliori MC dello Stivale nell’arte del freestyle, i suoi testi sono caratterizzati da una poetica inconfondibilmente introspettiva, ricca di immagini e figure retoriche con cui racconta di spaccati di vita e delle strade di periferia in cui è cresciuto. Dopo il successo di Requiem (2017), in cui sono contenute collaborazioni con artisti d’eccezione della scena italiana, il 24 maggio uscirà per l’etichetta Glory Hole Records il suo nuovo album Lupo di Hokkaido, con la presenza del duo Kintsugi alle macchine, già produttore per l’album Melograno (2015) del rapper ascolano.

Intervista a Claver Gold

Kragler: Mi piacerebbe che sia tu a presentare il tuo nuovo album ai nostri lettori. Chi è il “Lupo di Hokkaido” e cosa rappresenta?
Claver Gold: “Questo disco nasce da alcune letture di libri di animali, storie e racconti. Siamo stati sin da subito colpiti dalla storia del lupo di Hokkaido,che è un animale estinto intorno alla fine dell’Ottocento in Giappone appunto ad Hokkaido, un posto remoto del Paese, lontano da quello industrializzato che conosciamo. L’isola, situata a nord, era abitata da una popolazione “indigena”, gli Ainu, i quali avevano radici per così dire “meticce” ed esteticamente riportavano tratti somatici più comuni alle zone della Kamčatka o della Russia, quindi non propriamente giapponesi; per questo motivo, furono a lungo discriminati. Ci siamo appassionati a questa storia e abbiamo reso la storia della scomparsa del lupo di Hokkaido una metafora per l’estinzione del rap come noi lo conosciamo.”

Parli al plurale perché questo lavoro di ricerca, anche in fase di stesura, è stato metabolizzato interamente insieme a Kintsugi OTM.
“Sì, certo, ci siamo scambiati continuamente opinioni. Ovviamente le idee partono da me la maggior parte delle volte, perché sono io che scrivo; ma questo non significa che non abbia ricevuto da loro alcun supporto, e non solo nel lato più tecnico del lavoro.”

L’influenza della cultura giapponese è sempre stata forte nei tuoi testi (es. Lady Snowblood, Carpa Koi). Quale pensi che sia la differenza più grande tra la cultura occidentale e quella orientale (nello specifico nipponica)?
“Secondo me il divario più grande sta nel modo di intraprendere la vita. La calma e la pace interiore che hanno loro, a confronto con il nostro mondo frenetico, dimostra un approccio totalmente diverso, che secondo me è riscontrabile anche in grandi metropoli come Tokyo.”

Kintsugi è la mente dietro le produzioni del tuo album Melograno (2015). Quanto è stato lungo il percorso che vi ha portato nella “tana del lupo”?
“Intorno ai sei mesi. Abbiamo iniziato a buttare giù le prime robe alla fine dell’anno scorso, ma in fondo non è stato un lavoro lunghissimo anche perché le tracce sono poche. Siamo stati abbastanza lesti.”

copertina album Lupo di Hokkaido Claver Gold Kintsugi
Copertina dell’EP Lupo di Hokkaido di Claver Gold e Kintsugi.

L’album contiene sette tracce, di cui un Intro ed un Outro. Alcuni brani, come il primo singolo estratto Calicanto, sono introdotti dalla voce narrante Hattori Mami, che racconta in lingua originale la storia del lupo di Hokkaido. Com’è nata quest’intesa e sarà possibile per i fan recuperare l’intera storia in lingua italiana?
“Quella è una storia che ho riscritto io. Diciamo che è un riassunto parafrasato di ciò che è accaduto al Lupo di Hokkaido, inserito nei contesti delle mie canzoni. Ho chiamato questa ragazza che vedevo di frequente perché abitava nei pressi di casa mia e conoscevo suo marito. Le ho chiesto se cortesemente potesse tradurmi il racconto che avevo scritto in giapponese ed è stata disponibilissima, com’ è d’altronde nella loro indole. La storia si troverà all’interno del booklet del disco tradotta in italiano ma, come con Calicanto, faremo altri lyrics video o singoli in cui sarà presente la in sottotitoli la parte tradotta.”

Il lettering è invece affidato alle sacre mani di Luca Barcellona aka Lord Bean, mentre l’illustrazione è a cura di Davide Bart Salvemini. Cosa rappresenta la cover, o meglio, perché il lupo è rappresentato come una sorta di mostro?
“Innanzitutto ringrazio Luca Barcellona che è sempre disponibile e super professionale, ed anche Davide Bart che si è prestato per aiutarci in questo lavoro. Il lupo è rappresentato come un mostro perché gli abitanti di Hokkaido, ovvero gli Ainu, con l’arrivo dell’occidentalizzazione hanno iniziato a dare la caccia a questo animale, dichiarato pericoloso per l’allevamento. Insomma, era visto un po’ come il nemico. È per questo che viene rappresentato quasi come un Godzilla cattivo nella copertina. In mano ha una donna, simbolo della ricchezza del popolo: è come se questo mostro rubasse loro le donne, o il bestiame in senso più concreto. Il lupo si è estinto in seguito alla stagione di caccia proclamata dal nuovo regime imperiale giapponese per mano degli uomini. Oltretutto, questo discorso richiama la metafora del rap ricorrente in tutto il disco. Volendo, il lupo rappresenterebbe il rap, appunto, che tiene in mano la donna simbolo della cultura o dei valori legati a questo genere, e viene ucciso dagli uomini che in questo caso sarebbero un’allegoria dell’industria musicale.”

La seconda traccia è intitolata Ikigai. Questa parola significa “ragion d’essere”, o “ragione di vita” e si basa su cinque pilastri: “iniziare in piccolo”, “dimenticarsi di sé”, “armonia e sostenibilità”, “gioia per le piccole cose” ed “essere nel qui ed ora”. Ad ognuno di questi pilastri, ti chiedo di associare un brano della tua discografia.
Iniziare in piccolo: Mr. Nessuno, singolo tratto dal disco Mr. Nessuno (2013)
Dimenticarsi di sé: Soffio di lucidità tratto da Mr. Nessuno
Armonia e sostenibilità: Anima nera tratto da Melograno
Gioia per le piccole cose: Carpa Koi tratta da Requiem (2017)
Essere nel qui ed ora: Un motivo tratta da Requiem in collaborazione con Egreen

La quarta traccia è intitolata Yuki. Qual è il significato di questo titolo e di cosa parla questa canzone?
“”Yuki” in giapponese significa “neve”. Nella canzone è ricorrente l’associazione di una donna alla neve (“la neve assomigliava a lei”, ndr.). Il testo è un po’ complesso. Sostanzialmente racconta la storia di questo ragazzo a cui ogni strada, ogni città, ogni via, ricorda la neve, che assomiglia appunto a questa ragazza che è la sua compagna.”


“Parte di me” è invece l’unico featuring dell’EP in collaborazione con Hyst.“Wabi sabi” è un concetto molto difficile da esprimere: per il mondo giapponese, rappresenta l’ideale di bellezza basato sulla transitorietà delle cose. Secondo Claver Gold, la bellezza come estetica è per definizione perfetta o imperfetta?
“Wabi Sabi” significa “bellezza dell’imperfezione”. Posto che per me il concetto di bellezza non è assolutamente fondamentale nella vita, è imperfetto.

Come ben sai, per quest’occasione Blunote Music ha fatto partire una campagna di intervista partecipata, al termine della quale ha scelto una tra le domande inviate dai suoi lettori. Abbiamo scelto, più che una domanda, il commento di una nostra lettrice che si rivolge a te con un tono un po’accusatorio misto ad ammirazione.

Scrivi della sofferenza, quella vera, ma penso che tu non l’abbia mai conosciuta, tantomeno l’ero. Ti ascolto da una vita perché mi ci rivedo e mi aiuta a rendermi conto della mia esistenza, ma nelle tue canzoni ho sempre visto ipocrisia: ad esempio, Melograno è l’emblema dell’amore sofferto, ma è anche vero che il periodo di stesura di quell’album ha coinciso con quello migliore della tua vita sentimentale. Non si scrive per ricordo, ma per incidere le proprie emozioni”.

Vuoi dire qualcosa a riguardo?
“Vabbè, ma lei sa già tutto! (ride, ndr.) A parte gli scherzi, ho scritto Melograno in uno dei periodi probabilmente più difficili della mia vita a livello di amore; poi, è chiaro che passa del tempo da quando inizi un disco a quando lo registri, e in questo tempo le cose cambiano. È per questo che lei probabilmente nota molta sofferenza nel disco e poca sofferenza nella realtà. Realtà che comunque va ponderata, perché non so se lei mi conosca di persona o abbia fatto una valutazione in base ai social o altri spazi in cui viene fuori solo l’estetica – appunto, ciò che uno vuol far vedere-, non necessariamente corrispondenti a verità. Non so se lei potrà mai sapere com’è la mia vita, come io non potrò mai sapere com’è la sua, o quella degli altri. Non si può giudicare nessuno, è una cosa che non si fa, e quindi io inizierei da questo.
Rispetto alla sofferenza e all’eroina: io vengo da un quartiere popolare di Ascoli Piceno, una famiglia di cinque figli dove lavorava solo mio padre e in cui il livello di povertà era considerevole. Sono nato negli anni dell’eroina, non della codeina, quindi ne ho vista tanta; ho visto tanta gente, amici, parenti ed anche io so cos’è. Quindi è legittimo il commento di questa ragazza, però ecco, dipende da quale contesto vieni. Soprattutto per poter parlare di certe cose in maniera così dettagliata e precisa, devi averle viste, altrimenti non lo raccontare in questo modo.
Per quanto riguarda la scrittura, al contrario io penso che si scriva per ricordo. Si vive per questo. Ogni azione che si compie nella vita è dettata da un ricordo che si ha, anche quella più semplice. Perché non prendi la caffettiera dal lato del metallo? Hai un ricordo che ti dice che scotta. È un esempio stupido quanto pratico per spiegare quello che voglio dire: i nostri gesti sono condizionati dalla memoria. Anche la scrittura dipende da ciò che hai vissuto e le emozioni che hai già provato, non siamo qui per leggere una palla di vetro o a parlare del futuro. Il futuro è il presente che vivi ogni giorno.”

Grazie per il tuo tempo. Per concludere, l’album sarà in streaming su Spotify o altre piattaforme? Ce lo chiedono in tanti, probabilmente ancora “scottati” dall’assenza dei lavori precedenti a Requiem.
“Mi dispiace, ma non è proprio possibile caricarli! Gli album vecchi non ci saranno, ma le prossime uscite saranno assolutamente disponibili, quindi anche Lupo di Hokkaido sarà su Spotify e altre piattaforme.”

Porterai l’EP in tour? Se sì, con DJ West o Kintsugi?
“Andrà in tour con TMHH e Mr. Gaz per il momento. Forse qualche data con Kintsugi, ma dobbiamo ancora accordarci su questi particolari.”

Claver Gold portrait

Ordina la tua copia di Lupo di Hokkaido al seguente link:
www.bucodelrap.it/index.php/claver-gold-lupo-di-hokkaido.html

Leggi la recensione di Requiem di Claver Gold.

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Medimex: Liam Gallagher porta gli anni Novanta a Taranto 0 64

Dopo l’apertura di Cigarettes After Sex ed Editors, il Medimex prosegue la sua cavalcata trionfante a Taranto con un altro concerto di successo: Liam Gallagher. L’ex Oasis ha regalato poco più di un’ora di concerto ai propri fan, cantando i vecchi successi della band che ha fatto grande il britpop, qualcosa dell’ultimo disco solista ed il suo nuovo singolo.

medimex blunote music

Il concerto inizia intorno alle otto, quando sul palco salgono i JoyCut, gruppo musicale dark-wave elettronico formatosi nel 2003 a Bologna. La giusta alchimia fra synth, batteria e tastiere dà la carica al pubblico che aveva già iniziato ad affollare la rotonda del lungomare dalle 18, molto prima del concerto di ieri.

Dopo un’ora sale sul palco King Hammond, musicista londinese accompagnato dalla sua band: un po’ B-52s, un po’ sagra di paese in senso buono, King Hammond suona per quaranta minuti il suo raggae-ska movimentando la folla, ormai in trepida attesa di Liam Gallagher.

Alle 22.20 sale sul palco l’ex Oasis: classico giaccone invernale, storico tamburello in mano e tutti gli anni 90 sulle spalle. Il concerto si apre con Rock ‘N’ Roll Star, singolo datato 1995 uscito dal disco Definitely Maybe del 94: uno dei brani più rappresentativi degli Oasis. E non è da meno il secondo brano in scaletta, Morning Glory, title track del disco che fece grandi gli Oasis con sedici milioni di dischi venduti, terzo disco più venduto di sempre in Inghilterra, dietro a Beatles e Queen. Piccolo siparietto per concludere l’introduzione al concerto, con Liam che si “libera” del suo tamburello lanciandolo nel pubblico (se sei il fortunato ad averlo preso, mandaci una foto in DM su Facebook e Instagram!)

Il concerto prosegue con Wall of Glass, singolo di punta del disco solista di Liam Gallagher, As You Were. Da qui parte una piccola parentesi di tre canzoni estratte da questo disco, fra cui l’altro singolo di successo, For What it’s Worth. Ed è proprio dopo quest’ultima che arriva un bel momento: l’anteprima italiana del nuovo singolo, Shockwave, pubblicato il giorno prima ed estratto dal nuovo disco in arrivo del cantante inglese: Why Me? Why Not.

Liam Gallagher è esattamente come te lo immagini, come lo hai visto dai video: mani dietro la schiena, espressione costantemente arrogante, non sai mai chi del pubblico manderà a fanculo. È per questo che gli si vuole tanto bene, penso. Intanto che penso, il live prosegue e sul palco si suona una bellissima Some Might Say, cui segue Universal Gleam, fino ad arrivare alla spettacolare Lyla.

foto panoramica di Rosa De Benedetto

Il pubblico risponde benissimo, molti sventolano le maglie del Manchester City, qualcuno alza una maglia dei Noel Gallagher’s High Flyin’ Birds; Liam risponde in inglese: “Preferisco altre maglie. Preferisco la mia!” indicandone una lì vicino. E riprende a suonare: Cigarettes and AlcoholEh La, e si arriva al momento atteso da tutti: Wonderwall. Salti, urla, occhi lucidi.

Liam saluta, ma si sa che è solo per poco. Rientra e riattacca a suonare: la potenza di Roll With It, brano di apertura di quel What’s The Story Morning Glory di cui prima, risuona in tutta la città. E risuona forte anche nel cuore dei fan, che non sentivano questo pezzo live da ben dieci anni. Finisce Roll With It e Liam annuncia l’ultima canzone, partono le note e tutti sanno che si tratta di Champagne Supernova, alla quale viene affidata quasi sempre la chiusura dei suoi concerti.

Ci son poche parole per descrivere il momento storico che ha vissuto ieri la città di Taranto e la gente accorsa da tutto il Sud per questo live. Chi ha vissuto gli anni ’90 può desiderare solo tre cose nella vita: un appuntamento con Jennifer Aniston, una settimana col Drugo e un concerto di uno dei Gallagher. Ieri almeno uno di questi desideri si è avverato.

Californication compie vent’anni: riscopriamolo 0 127

Sapevamo che il disco aveva avuto un largo successo quando andammo in Europa per un giro di conferenze stampa. Eravamo in Italia, io e John stavamo sul sedile posteriore di una Mercedes con il finestrino aperto. Un motorino con due ragazzi italiani si fermò accanto a noi. Guardarono dentro e cominciarono a urlare: “Ehi, Californication, Californication!”. Poi si misero a cantare Scar Tissue. Il disco era uscito da cinque giorni. Ovunque andassimo, tutti i negozi suonavano il nostro disco. L’Italia aveva preso fuoco. Passammo dal vendere una manciata di dischi al venderne più di chiunque altro quell’anno in Italia. Com’è che un Paese intero decide di cominciare ad amarti in un giorno?

Così Anthony Kiedis decise di parlare di Californication all’interno della sua biografia, “Scar Tissue”, proprio come uno dei singoli estratti dall’album che ha fatto grande la band americana nel mondo. Californication usciva oggi, 8 giugno, vent’anni fa, nel 1999, segnando per sempre quell’estate e la storia della musica. Ma anche la storia della band losangelina.

Usciti un po’ malconci dal rilascio di One Hot Minute, stroncato dalla critica, e orfani del chitarrista sostituto di Frusciante, Dave Navarro, licenziato per incompatibilità con il resto della band, i Red Hot avevano bisogno del rilancio – un rilancio dovuto, per altro; non fosse solo per il successo che ebbe Blood Sugar Sex Magic, soprattutto in America.

Così, nell’estate del 1998, Flea riesce a convincere Frusciante, nel frattempo disintossicatosi dalla dipendenza dall’eroina, a rientrare nel gruppo. Il disco inizia a prendere forma grazie al lavoro di quest’ultimo, accompagnato dalle liriche del frontman e dalle jam session che da sempre hanno contraddistinto lo sviluppo dei dischi dei peperoncini.

Il sound vira: vengono abbandonate le sperimentazioni che ammiccavano al metal – frutto probabilmente del chitarrista ex-Jane’s Addiction – puntando tutto sull’alternative con il giusto mix di quel funk-rock che fece la fortuna della band agli inizi. Quello che non cambia è il produttore: Rick Rubin seguirà infatti la band per questo terzo lavoro di fila, dopo aver prodotto i già citati One Hot Minute e BSSM.

Il disco vide la luce proprio l’otto giugno del 1999, anticipato di un paio di settimane dal singolo Scar Tissue, uno dei brani più rappresentativi del gruppo. Fu un successo di critica e di vendite; qualcuno elogiò un Anthony Kiedis in grande spolvero, molti attribuirono la qualità al ritorno di Frusciante. Californication raggiunse la prima posizione in classifica in nove Paesi diversi – fra cui l’Italia, dove vendette 700.000 copie in due anni – aggiudicandosi ben undici dischi d’oro.

Oggi Californication rimane una pietra miliare della musica mondiale, uno di quei dischi che tante band sperano di rilasciare un giorno. E anche se oggi i Red Hot non sono più gli stessi, con il secondo abbandono di Frusciante e le speranze di un suo ritorno ormai rasentanti lo zero, ascoltare le prime note del brano omonimo durante un live è come tornare piccoli, o giovani, per rivivere i magici momenti dell’ultima estate del secolo scorso.

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