Intervista a Claver Gold: la storia del Lupo di Hokkaido come metafora del rap 0 3341

Claver Gold, all’anagrafe Daycol Orsini, nasce ad Ascoli Piceno nel 1986. Sin da bambino è affascinato dall’arte, ma ben presto scopre la sua vocazione per il rap. Riconosciuto tra i migliori MC dello Stivale nell’arte del freestyle, i suoi testi sono caratterizzati da una poetica inconfondibilmente introspettiva, ricca di immagini e figure retoriche con cui racconta di spaccati di vita e delle strade di periferia in cui è cresciuto. Dopo il successo di Requiem (2017), in cui sono contenute collaborazioni con artisti d’eccezione della scena italiana, il 24 maggio uscirà per l’etichetta Glory Hole Records il suo nuovo album Lupo di Hokkaido, con la presenza del duo Kintsugi alle macchine, già produttore per l’album Melograno (2015) del rapper ascolano.

Intervista a Claver Gold

Kragler: Mi piacerebbe che sia tu a presentare il tuo nuovo album ai nostri lettori. Chi è il “Lupo di Hokkaido” e cosa rappresenta?
Claver Gold: “Questo disco nasce da alcune letture di libri di animali, storie e racconti. Siamo stati sin da subito colpiti dalla storia del lupo di Hokkaido,che è un animale estinto intorno alla fine dell’Ottocento in Giappone appunto ad Hokkaido, un posto remoto del Paese, lontano da quello industrializzato che conosciamo. L’isola, situata a nord, era abitata da una popolazione “indigena”, gli Ainu, i quali avevano radici per così dire “meticce” ed esteticamente riportavano tratti somatici più comuni alle zone della Kamčatka o della Russia, quindi non propriamente giapponesi; per questo motivo, furono a lungo discriminati. Ci siamo appassionati a questa storia e abbiamo reso la storia della scomparsa del lupo di Hokkaido una metafora per l’estinzione del rap come noi lo conosciamo.”

Parli al plurale perché questo lavoro di ricerca, anche in fase di stesura, è stato metabolizzato interamente insieme a Kintsugi OTM.
“Sì, certo, ci siamo scambiati continuamente opinioni. Ovviamente le idee partono da me la maggior parte delle volte, perché sono io che scrivo; ma questo non significa che non abbia ricevuto da loro alcun supporto, e non solo nel lato più tecnico del lavoro.”

L’influenza della cultura giapponese è sempre stata forte nei tuoi testi (es. Lady Snowblood, Carpa Koi). Quale pensi che sia la differenza più grande tra la cultura occidentale e quella orientale (nello specifico nipponica)?
“Secondo me il divario più grande sta nel modo di intraprendere la vita. La calma e la pace interiore che hanno loro, a confronto con il nostro mondo frenetico, dimostra un approccio totalmente diverso, che secondo me è riscontrabile anche in grandi metropoli come Tokyo.”

Kintsugi è la mente dietro le produzioni del tuo album Melograno (2015). Quanto è stato lungo il percorso che vi ha portato nella “tana del lupo”?
“Intorno ai sei mesi. Abbiamo iniziato a buttare giù le prime robe alla fine dell’anno scorso, ma in fondo non è stato un lavoro lunghissimo anche perché le tracce sono poche. Siamo stati abbastanza lesti.”

copertina album Lupo di Hokkaido Claver Gold Kintsugi
Copertina dell’EP Lupo di Hokkaido di Claver Gold e Kintsugi.

L’album contiene sette tracce, di cui un Intro ed un Outro. Alcuni brani, come il primo singolo estratto Calicanto, sono introdotti dalla voce narrante Hattori Mami, che racconta in lingua originale la storia del lupo di Hokkaido. Com’è nata quest’intesa e sarà possibile per i fan recuperare l’intera storia in lingua italiana?
“Quella è una storia che ho riscritto io. Diciamo che è un riassunto parafrasato di ciò che è accaduto al Lupo di Hokkaido, inserito nei contesti delle mie canzoni. Ho chiamato questa ragazza che vedevo di frequente perché abitava nei pressi di casa mia e conoscevo suo marito. Le ho chiesto se cortesemente potesse tradurmi il racconto che avevo scritto in giapponese ed è stata disponibilissima, com’ è d’altronde nella loro indole. La storia si troverà all’interno del booklet del disco tradotta in italiano ma, come con Calicanto, faremo altri lyrics video o singoli in cui sarà presente la in sottotitoli la parte tradotta.”

Il lettering è invece affidato alle sacre mani di Luca Barcellona aka Lord Bean, mentre l’illustrazione è a cura di Davide Bart Salvemini. Cosa rappresenta la cover, o meglio, perché il lupo è rappresentato come una sorta di mostro?
“Innanzitutto ringrazio Luca Barcellona che è sempre disponibile e super professionale, ed anche Davide Bart che si è prestato per aiutarci in questo lavoro. Il lupo è rappresentato come un mostro perché gli abitanti di Hokkaido, ovvero gli Ainu, con l’arrivo dell’occidentalizzazione hanno iniziato a dare la caccia a questo animale, dichiarato pericoloso per l’allevamento. Insomma, era visto un po’ come il nemico. È per questo che viene rappresentato quasi come un Godzilla cattivo nella copertina. In mano ha una donna, simbolo della ricchezza del popolo: è come se questo mostro rubasse loro le donne, o il bestiame in senso più concreto. Il lupo si è estinto in seguito alla stagione di caccia proclamata dal nuovo regime imperiale giapponese per mano degli uomini. Oltretutto, questo discorso richiama la metafora del rap ricorrente in tutto il disco. Volendo, il lupo rappresenterebbe il rap, appunto, che tiene in mano la donna simbolo della cultura o dei valori legati a questo genere, e viene ucciso dagli uomini che in questo caso sarebbero un’allegoria dell’industria musicale.”

La seconda traccia è intitolata Ikigai. Questa parola significa “ragion d’essere”, o “ragione di vita” e si basa su cinque pilastri: “iniziare in piccolo”, “dimenticarsi di sé”, “armonia e sostenibilità”, “gioia per le piccole cose” ed “essere nel qui ed ora”. Ad ognuno di questi pilastri, ti chiedo di associare un brano della tua discografia.
Iniziare in piccolo: Mr. Nessuno, singolo tratto dal disco Mr. Nessuno (2013)
Dimenticarsi di sé: Soffio di lucidità tratto da Mr. Nessuno
Armonia e sostenibilità: Anima nera tratto da Melograno
Gioia per le piccole cose: Carpa Koi tratta da Requiem (2017)
Essere nel qui ed ora: Un motivo tratta da Requiem in collaborazione con Egreen

La quarta traccia è intitolata Yuki. Qual è il significato di questo titolo e di cosa parla questa canzone?
“”Yuki” in giapponese significa “neve”. Nella canzone è ricorrente l’associazione di una donna alla neve (“la neve assomigliava a lei”, ndr.). Il testo è un po’ complesso. Sostanzialmente racconta la storia di questo ragazzo a cui ogni strada, ogni città, ogni via, ricorda la neve, che assomiglia appunto a questa ragazza che è la sua compagna.”


“Parte di me” è invece l’unico featuring dell’EP in collaborazione con Hyst.“Wabi sabi” è un concetto molto difficile da esprimere: per il mondo giapponese, rappresenta l’ideale di bellezza basato sulla transitorietà delle cose. Secondo Claver Gold, la bellezza come estetica è per definizione perfetta o imperfetta?
“Wabi Sabi” significa “bellezza dell’imperfezione”. Posto che per me il concetto di bellezza non è assolutamente fondamentale nella vita, è imperfetto.

Come ben sai, per quest’occasione Blunote Music ha fatto partire una campagna di intervista partecipata, al termine della quale ha scelto una tra le domande inviate dai suoi lettori. Abbiamo scelto, più che una domanda, il commento di una nostra lettrice che si rivolge a te con un tono un po’accusatorio misto ad ammirazione.

Scrivi della sofferenza, quella vera, ma penso che tu non l’abbia mai conosciuta, tantomeno l’ero. Ti ascolto da una vita perché mi ci rivedo e mi aiuta a rendermi conto della mia esistenza, ma nelle tue canzoni ho sempre visto ipocrisia: ad esempio, Melograno è l’emblema dell’amore sofferto, ma è anche vero che il periodo di stesura di quell’album ha coinciso con quello migliore della tua vita sentimentale. Non si scrive per ricordo, ma per incidere le proprie emozioni”.

Vuoi dire qualcosa a riguardo?
“Vabbè, ma lei sa già tutto! (ride, ndr.) A parte gli scherzi, ho scritto Melograno in uno dei periodi probabilmente più difficili della mia vita a livello di amore; poi, è chiaro che passa del tempo da quando inizi un disco a quando lo registri, e in questo tempo le cose cambiano. È per questo che lei probabilmente nota molta sofferenza nel disco e poca sofferenza nella realtà. Realtà che comunque va ponderata, perché non so se lei mi conosca di persona o abbia fatto una valutazione in base ai social o altri spazi in cui viene fuori solo l’estetica – appunto, ciò che uno vuol far vedere-, non necessariamente corrispondenti a verità. Non so se lei potrà mai sapere com’è la mia vita, come io non potrò mai sapere com’è la sua, o quella degli altri. Non si può giudicare nessuno, è una cosa che non si fa, e quindi io inizierei da questo.
Rispetto alla sofferenza e all’eroina: io vengo da un quartiere popolare di Ascoli Piceno, una famiglia di cinque figli dove lavorava solo mio padre e in cui il livello di povertà era considerevole. Sono nato negli anni dell’eroina, non della codeina, quindi ne ho vista tanta; ho visto tanta gente, amici, parenti ed anche io so cos’è. Quindi è legittimo il commento di questa ragazza, però ecco, dipende da quale contesto vieni. Soprattutto per poter parlare di certe cose in maniera così dettagliata e precisa, devi averle viste, altrimenti non lo raccontare in questo modo.
Per quanto riguarda la scrittura, al contrario io penso che si scriva per ricordo. Si vive per questo. Ogni azione che si compie nella vita è dettata da un ricordo che si ha, anche quella più semplice. Perché non prendi la caffettiera dal lato del metallo? Hai un ricordo che ti dice che scotta. È un esempio stupido quanto pratico per spiegare quello che voglio dire: i nostri gesti sono condizionati dalla memoria. Anche la scrittura dipende da ciò che hai vissuto e le emozioni che hai già provato, non siamo qui per leggere una palla di vetro o a parlare del futuro. Il futuro è il presente che vivi ogni giorno.”

Grazie per il tuo tempo. Per concludere, l’album sarà in streaming su Spotify o altre piattaforme? Ce lo chiedono in tanti, probabilmente ancora “scottati” dall’assenza dei lavori precedenti a Requiem.
“Mi dispiace, ma non è proprio possibile caricarli! Gli album vecchi non ci saranno, ma le prossime uscite saranno assolutamente disponibili, quindi anche Lupo di Hokkaido sarà su Spotify e altre piattaforme.”

Porterai l’EP in tour? Se sì, con DJ West o Kintsugi?
“Andrà in tour con TMHH e Mr. Gaz per il momento. Forse qualche data con Kintsugi, ma dobbiamo ancora accordarci su questi particolari.”

Claver Gold portrait

Ordina la tua copia di Lupo di Hokkaido al seguente link:
www.bucodelrap.it/index.php/claver-gold-lupo-di-hokkaido.html

Leggi la recensione di Requiem di Claver Gold.

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L’essenziale ritorno dei Save Our Souls rimanda all’alternative anni ‘90 0 92

Si chiama “Esse o Esse” l’album di ritorno dei Save Our Souls (S.O.S.), la band bergamasca capitanata da Marco Ferri (in arte Bruco). Nati nel 1993 su iniziativa del loro fontman, gli S.O.S hanno saputo costruirsi una lunga carriera, segnata da cambi di formazione, intensa attività live, importanti collaborazioni e vittorie di rassegne e festival. Un bagaglio d’esperienza messo a disposizione di questo loro ultimo lavoro, che la band stessa descrive come «schietto e sincero e che rinuncia a fronzoli e orpelli puntando all’essenziale».

Forse gli orpelli ai quali si è deciso di rinunciare sono ammiccamenti all’elettronica o abbellimenti vari in fase di produzione, dato che il disco sembra voler catapultarci ad inizio/metà degli anni ’90 e all’alternative rock di quel periodo.  Negrita, Timoria, il primo Ligabue sono i primi nomi che vengono in mente sentendo le otto tracce che compongono un disco caratterizzato dalla semplicità degli arrangiamenti (nei quali dominano le chitarre), dall’immediatezza dei testi e dalla ricerca di melodie accattivanti. Non mancano, comunque, rimandi a un indie rock più fresco e scanzonato, sorretto da ritmiche più ballabili.

È il caso dell’opening “Venere acida”: un brano dedicato alla Musica, la dea dell’amore con la quale ogni musicista vive un costante rapporto di odio e amore.

Sorretta dai suoi riff poderosi di chitarra, arriva “Non mi fermare”: un inno punk sulla “lucida follia” di chi vuole trasformare la propria passione in un lavoro, non curandosi delle parole di chi invece prova a tracciare limiti.

Fa il suo ingresso l’acustica (che sarà molto presente nel proseguo del disco) nella successiva “E non sai più cosa sei”, brano che parla dell’alienazione, della spersonalizzazione e dell’apatia causate dall’uso (o, meglio, dall’abuso) dei social network e di internet.

Echi di britpop in “Madre”, ballatona già presente nel disco d’esordio (datato 1993) e per l’occasione ri-arrangiata in una nuova veste.

Si rialza il ritmo con “Ancora vivere” in attesa e in preparazione della romantica “Corri Luna”, malinconica ballata sulla paternità che rimanda alle sonorità e alle melodie dei Litfiba nei loro momenti più “morbidi”.

Timoria e Negrita a influenzare la successiva “Ancora un’ora”, che anticipa il brano di chiusura, “Presidente” (già registrato nel 2017 e inserito nella compilation prodotta e distribuita da NDS Music e allegata al mensile Tribuna Magazine). Cambia il tono – più ironico e scanzonato – in un brano che vuole essere un monito: diffidare dai leader dalle facili promesse, figure tanto affascinanti quanto abbindolatrici. Il cantato di Bruco, come per tutto il resto del disco, oscilla tra soluzioni che ricordano un po’ Piero Pelù, un po’ Francesco Renga,mentre alle immancabili chitarre si uniscono sintetizzatori dal sound futuristico.

Si chiude così un disco breve, diretto ed essenziale che, pur senza offrire brani sensazionali o particolari spunti d’interesse, si lascia ascoltare con godibilità. Non particolarmente attuale o innovativo nel suo intento di riprendere sonorità appartenenti al passato (per quanto recente), ma comunque apprezzabile per le sue melodie orecchiabili e il suo discreto songwriting.

Lei contro Lei: i Newdress cantano i due animi del mondo femminile 0 113

È uscito lo scorso 11 ottobre “Lei contro Lei”, ultimo lavoro dei bresciani Newdress, band attiva da più di dieci anni e con sei dischi all’attivo (tre ep e tre lp). Per l’occasione Stefano Marzioli e Jordan Vianello, storici fondatori della band e unici membri ad avervi fatto parte continuativamente sin dalla sua nascita, si sono avvalsi delle collaborazioni – tra gli altri – di Antonio Aiazzi (Litfiba) e del chitarrista Stefano Brandoni,

Con l’immediato ed esplicito intento di rendere omaggio, e di attingere a piene mani, al synthpop e alla electro wave anni ’80 (Duran Duran, New Order) senza tralasciare le sue derive più dark e decadenti (Depeche Mode, Gary Numan), “Lei contro Lei” si propone come un concept album che ruota intorno alla figura femminile. Da Marylin Monroe a Amelia Earhart, da Joyce Lussu a Greta Thunberg: sono tante e diverse le “muse” che hanno ispirato le dieci canzoni che compongono la tracklist dell’album. Positive e negative, perché con questo lavoro l’intento dei Newdress è quello di celebrare l’antitesi fra i due animi opposti del mondo femminile. Un intento ambizioso, ma non particolarmente riuscito. Sia per via di testi non sempre particolarmente a fuoco e in sintonia con il tema principale (si pensi all’opening “Vacanza Dark” o a “Il tipo banale”), sia per la scelta di un sound fin troppo derivativo e non particolarmente brillante per personalità.

Come detto, l’album si apre con l’interlocutoria “Vacanza Dark”, che con i suoi intrecci di tastiere dai suoni futuristici rimanda alle atmosfere di Digitalism e Ou Est la Swimming Pool.

Segue “Overdose in L.A.”, che cerca di immaginare l’ultima travagliata notte della diva del cinema Marylin Monroe. Sebbene sorretta da accattivanti sequenze di synth, poderosi e taglienti, il brano manca d’incisività, complice la piattezza della linea melodica del cantato.

Maggiore presa per le successive – e convincenti – “Pallida” (il singolo, che vede la partecipazione di Stefano Brandoni) e “Freelove Dating”, che parla di relazioni nate sul web.

La politica fa il suo prepotente ingresso nella più riflessiva “L’alieno e la bambina”, nella quale s’immagina un ipotetico incontro tra un visitatore dello spazio (che torna sulla Terra a 2000 anni dal suo primo approdo) e la paladina del movimento ambientalista Fridays for Future Greta Thunberg. Un pretesto per riflettere sui cambiamenti climatici causati dalla sconclusionata gestione delle risorse da parte dei nostri Capi di Stato.

Con la sua intro in stile Eurythmics arriva l’accattivante title track “Lei contro Lei” che, complice la melodia della strofa e la seconda voce al femminile, proprio non può non rimandare ai connazionali Baustelle. Al centro della narrazione del testo c’è lo scontro antitetico tra Lillith e Eva, le due moglii di Adamo.

La successiva “Joyce” vede la collaborazione di Antonio Aiazzi alla voce e alla produzione. Dave Gahan e soci presenti con la loro influenza in ogni nota pulsante di synth, mentre le parole di Marzoli si succedono come una preghiera notturna dedicata alla partigiana, scrittrice e poetessa Joyce Lussu.

È invece Amelia Earhart, prima donna ad aver sorvolato l’Oceano Pacifico, la protagonista de “Il Rumore di te”, che aggiunge poco a quanto già sentito in precedenza.

Segue la banale “Il tipo banale”, che potremmo riassumere parafrasandone il testo: “Le tastiere? Sempre uguali. La batteria? Sempre uguale. Le atmosfere? Sempre uguali.”

Terza collaborazione del disco per il brano di chiusura, “Bolle di sapone”, che si avvale del featuring di Diego Galeri alla batteria. Questa volta a essere cupenon sono solo le atmosfere ma lo è anche il soggetto del brano, che racconta una storia di credulità e magia, ignoranza e cupidigia, sentimenti e istinti primitivi, mortificazioni e dolore. Protagonista di questa macabra canzone è la serial killer Leonarda Cianciulli, nota come la “saponificatrice di Correggio”.

In definitiva “Lei contro Lei” si dimostra un disco riuscito solo in parte. Le melodie e i testi – solo a tratti particolarmente ispirati – lasciano intravedere l’indubbio potenziale di una band con una storia e un percorso di tutto rispetto. Ma l’idea di riproporre un sound sentito e risentito negli ultimi dieci anni (senza personalizzarlo o portarlo avanti in qualsiasi altra direzione) non giova a un lavoro che finisce per incartarsi nel suo stesso manierismo. Il tutto senza mantenere neanche una piena coerenza con l’idea di concept album. La seconda metà della prima decade degli anni 2000 è passata da un po’ e cavalcare l’onda di un revival ormai quasi del tutto sopito è una scelta che lascia il tempo che trova, per quanto nobili possano essere le influenze alle quali si vuole attingere. 

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