Intervista a Giò Sada, “Il secondo album il più difficile, quoto Caparezza; la tv va bene, ma voglio muovermi diversamente” 0 1625

All’anagrafe Giovanni Sada, in arte Giò Sada, classe 1989, nato e cresciuto a Bari. Sin da piccolo a contatto con la musica e gli strumenti, è noto ai più per la sua partecipazione e vittoria alla nona edizione del talent show “X Factor” nel 2015, dove presenta il suo brano “Il rimpianto di te” in finale.
Giò Sada non è il tipico prodotto di una fabbrica di talenti provenienti dal vuoto, e lo dimostrano il suo impegno in percorsi non solo musicali, ma anche cinematografici dalla pretesa di approfondire tematiche sotto la superficie della realtà che spesso viene posta davanti ai nostri occhi.
Accompagnato dalla sua inseparabile Barismoothsquad, è un incredibile incubatore di autenticità e genio artistico, lontano dalla tradizionale dinamica rapace dei media e forte di un lungo percorso iniziato diversi anni prima del suo approdo in televisione. L’abbiamo incontrato per scambiare due chiacchiere sulla sua carriera e conoscere il suo punto di vista su alcuni aspetti della musica odierna seguendo un filo cronologico invertito, o come il titolo del suo album suggerisce, “volando al contrario”.

 “Without an edge” è una canzone frutto di un format da te ideato dal nome “Nowhere stage”. Il concetto è quello di dimostrare che la musica può arrivare ovunque, e che ogni luogo può trasformarsi in un palcoscenico da calcare, sia esso abbandonato, degradato o deserto. Puoi raccontarci cosa ha ispirato il progetto, il contenuto della canzone, la collaborazione con i “Concerto”?

La collaborazione con i Concerto è stata dettata non solo dalla stima reciproca, ma anche dall’amicizia, dato che uno di loro è un mio caro amico da  quando siamo adolescenti, e inoltre, ha suonato anche con noi. Il “Nowhere stage” è un modo per permetterci di suonare in luoghi stimolanti: ad esempio, ci piaceva molto l’idea di suonare in una grotta o sui pescherecci, come si può vedere nel video. Questo si legava ovviamente con l’idea del progetto, ovvero utilizzare un luogo per rafforzare il concetto della canzone, in questo caso “Without an edge”. È una canzone scritta in inglese, più che altro perché dovevo farmi capire dalla persona a cui esso è dedicato: è un ragazzo arrivato in Italia con i “barconi”. Nella canzone, la narrazione è affidata ad un “io” ipotetico che sta affrontando la sua stessa situazione, ma non riesce a toccare terra, e quando si sta chiedendo se c’è un luogo nel mondo che può accoglierlo, sta già sprofondando tra le acque, come purtroppo succede a tanti che non ce la fanno. Il “Nowhere stage” è più che altro un’opportunità di esprimerci in maniera diversa, non segue una vera e propria linea musicale, un proprio genere, cerchiamo sempre di fare in modo che diventi l’occasione per lavorare con altre persone, lasciarci influenzare, mettere su un idea nuova basata sul messaggio che vogliamo dare. Nell’ultimo caso, si trattava proprio del tema dei migranti, in generale. Il paradosso della canzone sta nel fatto che proprio mentre questa persona sta per affogare sente di aver trovato un posto dove stare.

Nell’ottica di “Nowhere stage”, qual è il palcoscenico più bello e quello più brutto dove Giò Sada è salito nella sua vita?

Secondo me le due cose combaciano. Ci è capitato spesso di suonare nel terreno, è all’inizio può essere anche stimolante come idea, quella di essere a contatto con la terra, però dopo il concerto tocca fare i conti con la realtà, ovvero con gli strumenti e i circuiti devastati.

Nel 2016 viene pubblicato con la Sony Entertainement il tuo primo album in studio “Volando al contrario”, titolo della prima traccia della tracklist, nonché primo singolo estratto dal disco. Nonostante per molti artisti l’album di debutto rappresenti per così dire un banco di prova, si riconosce inevitabilmente un suono solido, sicuro e convincente, fatto lecito se si tiene in conto che sei sempre accompagnato dalla tua band, la “Barismoothsquad”, composta da colleghi che ti conoscono bene e collaborano con te da sempre. É un disco rock ricco di influenze, dalla corposità e la pienezza tipicamente anni ’90 alle nuove ondate elettroniche della musica tendenzialmente indie, senza togliere spazio a brani malinconicamente acustici. La scrittura è pulita, altamente fruibile, si mette a distanza dal linguaggio intenzionalmente macchinoso e mistificatore il più delle volte, che caratterizza il trend del momento, e quindi sincera, diretta, emotiva. “Volando al contrario” è ancora una scommessa aperta o è un obiettivo raggiunto? Come lo percepisci personalmente a più di un anno di maturazione, e credi che possa diventare un impianto stabile nel tempo o hai altro in mente per i tuoi progetti futuri?

Io lo vedo semplicemente come il primo disco, che magari può racchiudere tutto ciò che si vuole dire in un momento, comprese le quelle incertezze che si sciolgono quando si passa a quello successivo (Caparezza dice giustamente che “il secondo album è sempre il più difficile nella carriera di un artista”). Questo disco è stato inciso anche in un momento di estremo caos subito dopo il programma, c’era un sacco di roba da fare, non sapevo cosa ci aspettava, ma poi l’abbiamo imparato bene (*ride* ndr.). Il disco racchiude tutto questo, e riascoltandolo a posteriori, sento che quella confusione di è riversata lì. Per come sono fatto, stavo pensando già al prossimo. Questo è stato più che altro un esperimento anche per vedere come saremmo riusciti ad entrare in un certo modo nel panorama “mainstream” italiano (anche se ad essere onesto, non lo riesco più a distinguere), perché l’esposizione, a mio parere, dopo un po’ non ti permette più di definire chi sei. Ovviamente non si confermerà come un trend, mi piace molto l’idea di cambiare spesso, giustificato dal fatto di aver cercato qualcosa in maniera diversa, che credo sia una prerogativa di chiunque faccia arte. Spingere in un’altra direzione è una cosa che bisogna fare in primo luogo per se stessi, e non per il pubblico, mentre restare fermi nella roba che si è già creata mi sembra statico e noioso.

Una crepa”* è un pezzo che mi piace molto, strutturato in maniera logica e lineare. Sento il genio di Robert Smith e i “The Cure” attraversare il pezzo (e in maniera trasversale tutto l’album). Il ritmo incalzante e fresco, ammorbidito dalla campionatura di pianoforte, si alterna alle distorsioni del ritornello e culmina nel bridge dall’atmosfera più cupa che si dipana in fade. “Ho sentito una crepa aprirsi dentro di me/come una pianta che rompe l’asfalto”. È un verso che mi ricorda in qualche modo un verso del musicista e virtuoso della chitarra Jon Gomm, che in “Passionflower” dice qualcosa come “weakness is not your weakness” (“la debolezza non è la tua debolezza”). L’artista dice di aver scritto quel brano ispirato da un fiore che egli stesso aveva piantato in una piccola vasca nel retro del suo giardino, per scoprire che dopo qualche giorno era sbocciato praticamente ovunque nel cortile. Quali sono le debolezze che non cambieresti mai della tua personalità, come artista e come persona, e ti è mai capitato che magari proprio quelle si siano rivelate punti di forza nel tuo percorso?

È una bella domanda. Da quando ho capito che poteva esserci un fraintendimento tra ciò che appariva e ciò che sono realmente (sono una persona abbastanza aperta, ma allo stesso tempo molto timido), ho sempre cercato di evitare anche quell’aria da “sex symbol” che mi si sarebbe potuta cucire addosso. Quando si suona è tutto diverso, e fuori dal palco non sono la stessa persona che sta sul palco. Quando stai suonando è un’altra cosa, ti senti intriso di un’altra energia, ma al di fuori di questo sei una persona come le altre, che fa una professione come le altre e ha la sua unica utilità nel mondo.  Molti purtroppo non possono fare ciò che vorrebbero fare, però il bello di stare al mondo è anche sentirsi parte di una comunità e condividere le cose belle che ognuno di noi può fare per gli altri (sarebbe una cosa che dovremmo fare tutti). Credo che la paura faccia parte del gioco. Bisogna avere paura di perdere tutto, mettersi in gioco, è questo quello che ci tiene assolutamente in vita, e il sentimento che produce le cose più belle se si ha da dire qualcosa.

Visto che stiamo percorrendo la tua storia artistica al contrario, siamo arrivati al momento di guardare indietro ad un’esperienza inequivocabilmente importante per te. Nel 2015 vinci X Factor, ma il tuo talento è un dato di fatto. Credo che la strada che hai imboccato dopo il tuo trionfo, poco influenzata dal successo immediato e dai riflettori,  abbia contribuito ad aprire una stagione diversa anche in termini di scelta e qualità di una kermesse attualmente molto seguita, soprattutto dai giovani. Probabilmente, i più si aspettavano di vedere le tue canzoni in vetta alle classifiche, o di ascoltarle sul palco di Sanremo l’anno successivo, ma ciò non è accaduto. Se “sei buono e ti tirano le pietre, sei cattivo e ti tirano le pietre”, cosa ti ha spinto al rifiuto di una corsia preferenziale, se “qualunque cosa fai, dovunque te ne vai, sempre pietre in faccia prenderai?

Giusta osservazione. Tecnicamente non ci ho mai pensato ad assecondare delle regole (magari non scritte, ma che ci sono), anche quando Gigi (nome del manager ndr.) mi ha chiesto di partecipare a X Factor. Malgrado l’esposizione, ho sempre preferito muovermi in maniera diversa, nel senso di non comune o prevista, ecco. Per Sanremo non mi sentivo pronto, anche a livello sentimentale. Intendo dire che su a Sanremo bisogna andare ad esprimere proprio un sentimento, e quel palco è così importante che si rischia il massacro (in senso lato), se non ci vai con la canzone giusta, matura. Ho semplicemente preferito darmi il tempo di vivere e accumulare un altro po’ di esperienza per poter scrivere. Essenzialmente, non vorrei mai cadere nella routine “Sanremo/Festivalbar” di noi altri del 2018, e fare solo quello durante l’anno. Si trattava di un timore più che altro, giustificato dal fatto che nel “pop” non avevamo nessun tipo di gavetta, non sapevamo di cosa si trattasse. Adesso ne sappiamo qualcosa in più, e abbiamo anche preso una decisione riguardante il nostro animo, ovvero in cosa siamo più bravi, sappiamo esprimerci e diamo il massimo, coscienti del fatto che questo è il contesto giusto in cui continuare: creando un lavoro indipendente, proponendolo a chiunque, ma che rispetti ciò che noi vogliamo che sia. Purtroppo quando hai a che fare con una major non è così semplice.

La musica rock ha perso gradualmente terreno rispetto ad altri generi musicali in termini di impatto sul pubblico, in Italia e nel mondo. Le icone capaci di influenzare la vita, i comportamenti e le abitudini degli ascoltatori sono legate al passato, fino agli anni novanta al massimo, quando è iniziato il declino delle major dovuto al movimento indie. Credo che oggi molti artisti legati al mondo del rap riescano a imporre il loro lifestyle in maniera soverchiante, dove probabilmente la parola “king” oggi ha inglobato ed addirittura eclissato quella di “rockstar” dall’immaginario collettivo. Concretamente, si sono ingiustamente appropriati di un concetto che originariamente non gli apparteneva e trasformato, costruendo un legame tra la costante autocelebrazione e il “role modeling”. Cosa è successo al rock? Quali elementi dovrebbero appartenere ad una rockstar, e perchè, soprattutto, a volte sembra quasi che i musicisti tentino di scansare l’attribuzione di un certo titolo?

Effettivamente, dopo le prime icone del rock non c’è stata una vera e propria seconda ondata. Questa cosa è successa anche in altri generi che nel tempo sono stati messi un po’ da parte (tant’é che le orchestre di musica classica continuano a riproporre composizioni storiche della tradizione, dal 1700 in poi). Di autori nuovi, non ce ne sono molti. Per quanto riguarda il rock, dove c’è benessere non c’è il rock. Dove non ci sono disastri sociali, non c’è il rock. In una situazione come quella odierna, dove i disastri sociali stanno tornando a dilagare, credo che ci possa essere un ritorno, quantomeno del concetto dello “stare assieme”. Il rock era questo, era nato per questo, per divertirsi. Certo, all’inizio era il rock’n roll, si ballava; poi si è evoluto, ha acquistato caratteri sociali che potevano influenzare le masse (vedi la Guerra in Vietnam, la rivoluzione del sessantotto, Woodstock e altre storie che conosciamo un po’ tutti). È difficile definire una linea di demarcazione, ma forse il rock a grandi livelli si è spento dopo i Nirvana, ma più che altro a livello morale ed etico. Una rockstar come Kurt Cobain aveva sicuramente i suoi problemi con la droga, ma la sensibilità percepibile di un animo essenzialmente buono non aveva nemmeno bisogno dell’ostentazione. Credo che questo sia invece un problema degli ultimi dieci anni. La rockstar non è quella che si agghinda e poi magari va a rompere le camere d’albergo; chi lo fa oggi è un fallito (ndr.). Magari qualcuno può averlo anche fatto in passato, quelli che facevano glam negli anni ’80, che in fondo erano grezzi. Anche noi ogni tanto in giro la facciamo sporca, ci ubriachiamo, eccetera, ma di sicuro non rompiamo l’albergo, perché poi lo dobbiamo pagare (*ride* ndr.). Per questa serie di motivi, nell’immaginario comune si ha quest’immagine di rockstar, ma per me ad esempio lo è una persona come Bruce Springsteen, che è tutt’altro. È una persona assolutamente comune, ed è questo che mi attrae, quel genere di “working class” rock, quello che riesce a prendere la gente perché è fatto da qualcuno come loro. Per il resto non mi è mai piaciuta l’appariscenza, o il concetto di rockstar alla Sfera Ebbasta. Il rock non ha niente a che vedere con quella cosa lì. Lo è diventato. Io sono convinto che nel tempo si sia lasciato corrompere, compreso chi l’ha animato all’inizio, ma forse è giusto anche così (magari ci si ferma e ci si chiede: “ma proprio io devo cambiare il mondo?”). In conclusione, se non c’è qualcosa da salvare, il rock non serve. Auguriamoci che ritorni un periodo in cui si possa cercare di tornare a un certo tipo di pensiero, ma anche di esternazioni, che il rock permette di fare. Penso che nascerà un nuovo modo di pensarlo, di interpretarlo e di farlo, perché a un certo punto diventa necessario.”

Ancora uno sguardo al passato. E’ il 26 gennaio 1994 quando Silvio Berlusconi si affaccia alla politica recitando un discorso come: “l’Italia è il Paese che amo. Qui ho le mie radici, le mie speranze, i miei orizzonti”. La stessa frase è stata ironicamente utilizzata dai “Waiting for better days”, il tuo precedente progetto punk e hardcore, come intro al video di “Purity”. La band aveva accumulato anche un certo seguito e partecipato a diversi festival ed eventi (al Punk Rock Holiday, tra gli altri) legati al genere. Mi pare che tu sentissi addosso la responsabilità di fare da ambasciatore di un genere “atipico” nella nostra terra, e di esportarlo orgogliosamente come marchio di fabbrica di qualcosa di originale. Puoi raccontarci il legame con la tua terra, cosa è cambiato negli anni e se nei tuoi live ti piace talvolta dare spazio alla nostalgia?

Sono molto attaccato alla mia terra, ma credo che ognuno di noi abbia un contatto o un legame speciale con il luogo da cui proviene. Magari non si ha un rapporto meraviglioso con la gente o la famiglia, però il paesaggio e l’aria che respiri, si riconosce. Il fatto di aver viaggiato tanto ha consolidato quest’amore per la città di Bari e la Puglia in generale. Nei live c’è sempre il momento “nostalgia”, dedicato a tutti gli amici che vanno e vengono, a tutti quelli che sono quasi costretti a doverlo fare e non solo: a volte mi sembra di percepire che si è anche costretti a farselo piacere. Viaggiare è bello, a maggior ragione se si porta dentro di sé una certa indole, ma non tutti sono fatti così, per andare. A molti piace anche stare e godersi quello che c’è. Ovviamente viaggiare aiuta (sarei falso se dicessi il contrario), ma fa bene anche stare qui e nel momento del distacco sentirsi, come dicevi tu, qualcosa da esportare, come un buon vino. Oltretutto, questo migliora i rapporti, e tanti amici o band che abbiamo conosciuto per il mondo sono tornati a trovarci, o in vacanza. Stiamo parlando di una terra con tante potenzialità, paradossalmente ce ne accorgiamo tutti, in pochi spingono nella direzione di migliorarsi e migliorarla automaticamente, perché sono sicuro che se migliori prima te stesso e il rapporto con la gente che ti circonda, puoi migliorare tutto il territorio che ti circonda. Non sempre le responsabilità di gestione di un luogo o i connotati che porta con sé dipendono “dagli altri” o dalla “classe politica”. Magari derivano da come ci comportiamo, nel giro di cinque minuti o di una giornata, non ce ne accorgiamo nemmeno proprio perché il cambiamento siamo stati noi. Io auguro a tutti di restare nel luogo in cui sono nati (se lo amano), tanto da arrivare al momento in cui lo si può lasciare con orgoglio. Sto notando un bel ritorno del movimento “biologico”: sto parlando del chilometro zero, all’imprenditoria dei giovani nel turismo e la gastronomia. Mi piace molto questa cosa, anche perché siamo bravi nel farlo.

Per chiudere l’intervista, un album e un artista che sono stati significativi per Giò Sada.

Di sicuro “Pilgrim” di Eric Clapton. “Welcome to the cruel world” di Ben Harper, ma ce ne sarebbero diversi in realtà. “Don’t call me white” dei NOFX, come canzone, mi ha aperto un mondo perché è stata la prima che ho ascoltato di quel genere, permettendomi di farlo. C’è “Scossa sommossa” degli “Addosso agli scalini”, ovvero il gruppo di mio padre, che ho riscoperto anni dopo, perché all’inizio ero troppo piccolo. Quando l’ho riascoltato mi ha lasciato a bocca aperta. È uno di quei dischi che ascolto sempre e ho tutt’ora con me. Negli anni novanta ci fu un’ondata di rock etnico, come Almamegretta, ad esempio, e loro erano nella stessa etichetta. Ce ne sono sicuramente altri: “Made in Japan” dei Deep Purple, “Run to the hills” degli Iron Maiden, e altre roba che ascoltavo dal vinile quando avevo 8 anni (mi sentivo pure i Simply Red *ride* ndr.). Avevo anche una bella raccolta di dischi jazz, ma quello che ti cambia lo puoi trovare in ogni genere quando alleni l’orecchio a tutte le sonorità, quando inizi ad apprezzare tutto, allora puoi avere davvero il piacere dell’ascolto. Per il resto sono convinto che se avessi passato la mia adolescenza negli anni ’80 avrei comunque fatto hardcore di base, anche perché era il suo momento clou. Tendenzialmente, avrei fatto tutte le cose più estreme delle varie ondate, ma è giusto cimentarsi sempre. La cosa bella che accade, è che si comincia col punk rock, poi man mano che si va avanti ci si addolcisce, e sei tu a ricercarlo per primo, perché non si può vivere tutta la vita gridando. Bello si, ma arriva il momento in cui c’è bisogno di dolcezza nelle orecchie, e di poterla dare.

 

* “Una crepa” è la terza traccia del suo primo album “Volando al contrario”. L’artista vi è particolarmente legato e rappresenta un momento importante nei suoi live, essendo la canzone dedicata a Vittorio Bos Andrei, in arte Cranio Randagio, giovane rapper romano scomparso nel 2016.

Tutti i diritti sui contenuti dell’intervista sono riservati a Radio Frequenza Libera.

Durante l’intervista sono stati trasmessi “Without an edge” di Giò Sada e Barismoothsquad in collaborazione con i Concerto, “Esser stati uomini” e “Me and my friends” di Giò Sada e Barismoothsquad.

Link alla trasmissione: http://podcast.frequenzalibera.it/?p=episode&name=2018-02-17_giosada.mp3

Previous ArticleNext Article

Lascia un commento

Intervista a Depha: “3Tone Studio ormai punto di riferimento a Roma.” 0 292

Il lavoro del producer è ormai fondamentale, nel Rap o nella Trap, per la buona riuscita di un progetto musicale: succede praticamente per ogni artista, basti pensare all’ottima coppia che formano Quentin40 e Dr. Cream, o al super lavoro di Charlie Charles all’interno della Trap. A metà fra old school e nuova scuola si trova un altro producer fra i più fruttuosi del panorama italiano: Depha Beat, all’anagrafe Edoardo Di Fazio, è un produttore classe ’86 da parecchio tempo impegnato a lavorare con molti esponenti del rap romano, fra cui Gast, Chicoria, Metal Carter, Yamba, Roma Guasta e Pa Pa. Il lavoro di Depha si concentra tutto al quartiere Africano di Roma, nel 3Tone Studio, da dove sono usciti tanti degli ultimi lavori della scena romana. Come dice Depha stesso, il 3Tone è diventato un punto di riferimento, e così anche lui: abbiamo intervistato il giovane produttore romano, parlando proprio del 3Tone Studio, degli artisti con cui lavora quotidianamente, ma anche della scena romana e dei progetti futuri.

depha beat intervista blunote music 3tone studio

Ciao Depha! Partiamo dalle basi: 3Tone Studio, attivo dal 2014. Raccontami un po’ la storia.
La storia del 3Tone Studio inizia ancora prima della sua formazione, quando si chiamava 3Q Studio. Devi sapere che sono laureato in grafica e design – sono completamente autodidatta per quello che riguarda la musica. Praticamente, tornai da Londra dopo aver fatto uno stage in uno studio di grafica dove venni trattato a pesci in faccia [Ride, n.d.r.]; da lì la decisione di aprire uno studio, visto anche che suonavo dall’età di quattordici anni. È iniziato come studio di grafica, non solo di musica, ma poi ci siamo dati solo a quest’ultima, investendoci molti soldi e rendendolo uno studio professionale.

Quanta gente passa dallo studio? Produci davvero un sacco di artisti…
Penso sia diventato un punto di riferimento a Roma, ci son passati quasi tutti per quel che riguarda il rap – o la trap, o l’hip hop, quello che vuoi. Non saprei quantificarli in numeri

Parecchi i lavori usciti nell’ultimo periodo, ad esempio il nuovo disco di Grezzo e Suarez, ‘Siberia’: parlami un po’ di questo lavoro.
Suarez non lo conoscevo ancora molto bene, Grezzo invece è un amico di vecchia data, collaboriamo già da un po’ – facemmo già un disco, Petrolio, un po’ più concettuale. Siberia è nato molto naturalmente, io e Grezzo lavoriamo molto insieme in studio; piano piano è nata l’idea del disco con Suarez e devo dire che è venuto su davvero bene, mi piace molto. È un disco parecchio in controtendenza con quello che va ora, uno dei lavori più belli che ho fatto, anche a partire dalla copertina realizzata dal Sacher Studio, a livello grafico. Ma soprattutto è nato molto naturalmente, spontaneamente.”

depha beat intervista blunote music copertina siberia grezzo suarez
La copertina di ‘Siberia’

Proprio in Siberia, nella traccia ‘Bollicine’, compare Rosa White, un’artista emergente per la quale hai prodotto l’ultimo singolo, Antidoto, che è davvero una bomba. Lei ha una voce fenomenale: dimmi qualcosa di più.
Rosa, calcola, è una macina, come si dice a Roma: è piccolina ma potente. È un concentrato di energie: ora fa una scuola per stuntman, per farti capire il tipo. Collaboriamo da un po’ insieme, me la presentò Gose; abbiamo già fatto un EP a suo tempo e come ti dicevo è un’artista davvero eccezionale: meriterebbe molto di più. Antidoto è un pezzo praticamente “suo”, è stata lei a chiedermi quella sonorità un po’ chill, un po’ jazz, in chiave molto moderna: Rosa è ‘na bella cacacazzi [Ride, n.d.r.], vuole il beat in una determinata maniera… ha il suo modo di lavorare, è giusto così. Anche con lei stiamo lavorando su nuova roba.”

Un altro degli ultimi dischi in uscita è stato ‘In Times of Need’ dei Roma Guasta. Noi li abbiamo intervistati e pensiamo siano tra i migliori emergenti italiani.
Sì, i Roma Guasta spaccano proprio! A parte questa cosa che son due fratelli, che è stata detta e ridetta, è proprio il loro avere l’hip hop nel sangue ad essere stupefacente. Incarnano molto la cultura, una cosa che si sta perdendo nell’ultimo periodo. In Times of Need ne è la dimostrazione, un super disco a metà col Cuns, altro grande producer. Per loro ho anche curato ‘RG Music’, il disco dell’anno scorso, e ora stiamo lavorando su alcuni singoli. Loro sono molto prolifici, non riescono a stare fermi: a volte gli dico ‘ A Regà, spingete il disco prima di fare altra roba’, ma loro hanno questa attitudine – una rarità, oggi – di fare musica per sé stessi; è come andare dalla psicologa per loro, la vivono in maniera appassionata.

Tra gli artisti che produci c’è anche Pa Pa, uno degli artisti più controversi della scena: nei commenti di Instagram e Youtube la gente non spende proprio belle parole, eppure le visualizzazioni non mancano. Inoltre, io ho visto una crescita davvero importante da quando lavorate insieme, sotto il punto di vista artistico.
Conosco Matteo da parecchio, tra l’altro è proprio un ‘pischello de zona’ di dove son vissuto io, al quartiere Africano. Lui è controverso, sì: o lo ami o lo odi, fondamentalmente. Diciamo che è un bel personaggio, un bel coatto – come dicono a Roma. Chi scrive su Instagram, però, non lo sa: sono chiacchiere da cellulare. Io che lo conosco posso dire che è molto reale in quello che fa. Non so se la sua crescita sia merito mio – magari sì, ho cercato di metterlo sotto assiduamente, facendolo venire in studio il più possibile. Pa Pa è l’altra faccia della mia medaglia, quello con cui facciamo roba un po’ più trap: a me piace, è real, ha quell’attitudine nera, americana, che gli permette di mangiarsi il microfono. Con Pa Pa siamo sempre a lavoro, settimanalmente.”

depha beat intervista blunote music Pa Pa
Pa Pa in un fotogramma del videoclip di ‘Guardami Baby’

Proprio i Roma Guasta e Pa Pa disegnano quella contrapposizione fra Rap e Trap che si crea nel tuo studio, dove produci artisti molto diversi fra loro a livello di sonorità. I Roma Guasta, come anche Chicoria, sono legati ad un contesto molto Old School, mentre Pa Pa, Yamba e Numi virano su un sound più moderno. Quello che volevo chiederti è: ti diverti più con il Rap o con la Trap?
Io vengo sicuramente da un contesto old school: sono cresciuto col Truceklan, coi Colle… Il Truceklan fece una vera rivoluzione a suo tempo, e ce l’ho ovviamente nel cuore. Posso definirmi sicuramente old school, ma mi è sempre piaciuta l’innovazione. Per esempio, il primo disco che produssi, chiamato Violentt Beat Vol. 1 – parliamo del lontano 2008, su quel disco c’è anche Duke Montana quando ancora non litigò col Noyz – già sperimentavamo con delle basi un po’ più south. Fondamentalmente, a me diverte fare tutto, anche altri generi musicali – pensa a Rosa White, appunto, ma anche quando sono solo in studio faccio roba-tipo-aperitivo, senza voci sopra; sarà che arrivo al burnout lavorativo e non sopporto più i rapper [Ride, n.d.r.]… in verità funziona come una continua crisi: vengo in studio ogni giorno perché per me è un bisogno, ed ogni giorno dico qualcosa tipo ‘madonna che palle ‘sta roba moderna’ o ‘e basta con ‘sto old school’, ma poi la verità è che mi piace tutto ed il giorno dopo sto punto e a capo.”

Rarissima copia di Violent Beat

Oggi possiamo definire tranquillamente il Rap come genere di punta. Dove pensi sarà il Rap fra cinque anni? Credi che riuscirà a mantenere il trend?
Spero vivamente che lo mantenga – non fosse solo per motivi lavorativi! [Ride, n.d.r.] Al di là di questo, spero si amplino gli orizzonti: adesso mi sembra che le cose che vanno di più sono molto da teenager, è difficile trovare dei testi primi in classifica che abbiano anche un minimo di profondità. Si sa, le tracce che vanno per la maggiore parlano fondamentalmente del nulla. Mi auguro che non sia così, che possa arrivare qualcosa in più sotto questo punto di vista.

E dove vedi Depha, invece, fra cinque anni?
“Sicuramente lo vedo che suona. Ti dico la verità: vorrei andarmene dall’Italia. Non trovo che sia un Paese in grado di dare prospettive future, e non solo per noi artisti: questo Stato sta letteralmente morendo. Sogno uno studio con vista sull’oceano, magari neanche troppo lontano; penso a Tenerife, ad esempio. Un mio amico l’ha fatto, sta lì. Quello è il mio sogno nel cassetto: continuare a fare questo ma in un posto più rilassato, magari lavorando a progetti miei, solo strumentali.”

depha beat intervista blunote music
Depha Beat al 3Tone Studio

Torniamo sul 3Tone Studio. Come dicevamo, sono tantissimi gli artisti che passano sulle tue basi, pressocché tutti romani. Possiamo dire quindi che sì, il 3Tone Studio rappresenta molto la scena romana, ma hai mai pensato di andare oltre quei confini oppure è una scelta stilistica quella di produrre solo gente di Roma?
È una domanda difficile. Stando a Roma mi trovo a lavorare praticamente solo con artisti romani, è una cosa che viene da sé; però è successo di avere persone che vengono da fuori, magari pischelli, o anche qualche featuring in un disco con qualcuno non di Roma. A prescindere, a me piace la realtà romana, il romano, Roma: per me è un complimento questa domanda. Ma non è che non voglio uscire da Roma; mi piacerebbe essere una di quelle persone che portano la scena romana a livelli alti come quella di Milano, o anche a livello internazionale. Roma è complicata, siamo pieni di storie, di faide fra persone, ed è difficile creare un unico ‘esercito’ di artisti: tendiamo ad escluderci l’uno con l’altro, una cosa che a Milano non succede. Infatti molti dei rapper romani che sono andati a Milano sono quelli che sono andati meglio.

Basti pensare solo a Noyz Narcos…
Sì, esatto, anche se penso che Noyz avrebbe fatto successo anche rimanendo a Roma. Guardiamo Lauro [Achille, n.d.r.], ad esempio: conosco molto bene il Quarto Blocco – stavo alle elementari con Sedato, per dire – e Lauro è stato quello che da zero è diventato un capo. Poi, puoi criticare la musica che fa adesso, può essere rap o non rap, però…

Questi discorsi li lasciamo a chi non capisce di musica: Achille Lauro è uno degli artisti migliori in Italia, se non il migliore
Son d’accordo: può piacere o no, ma tanto di cappello e tutta la mia stima, anche per come si è saputo vendere senza mai piegarsi al mercato.

achille lauro beat intervista blunote music 3tone studio
Achille Lauro

C’è qualche artista al di fuori della scena romana, magari emergente, che apprezzi particolarmente? Ad esempio, di recente sono andato in fissa con la scena napoletana che oggi ci sta regalando parecchi artisti che spaccano davvero: sicuramente il primo che mi viene in mente è Speranza, ma anche Ciro Zero, Geolièr ecc.
“Speranza mi fa sballare, mi piace troppo. È forte tecnicamente ed ha un modo di raccontare le sue storie in maniera del tutto originale. Per quello che riguarda quello che ascolto, beh, mi becchi in flagrante. Facendo rap italiano tutto il giorno è difficile che la sera, quando non sono in studio, ascolti rap italiano…”

T’ha rotto il cazzo!
Eh, sì! [Ride, n.d.r.]. Diciamo che lo ascolto perché qualcuno mi viene a dire che è uscito questo o quest’altro, ma io ascolto molto rap americano e, quando ascolto rap italiano, cerco qualcosa della mia adolescenza. Sul rap italiano posso anche definirmi ignorante; posso dirti, però, che mi piace molto Gué, ‘na cifra: ha un’arroganza che nessun rapper italiano ha. Posso dire anche che mi piace Ghali, ma rimango comunque legato al rap americano. Sono un mega fan di Nipsey Hussle – a cui  purtroppo hanno sparato da poco – e che mi fece conoscere proprio Manuel [Gast, n.d.r.]. Lui mi piaceva perché ha queste sonorità trap-west coast, e io amo la west coast. Ma anche Tyler The Creator, tutta l’ASAP, la scena di Buffalo col campione che gira loopato all’infinito. Ma posso cambiare del tutto e andare anche su Battisti, Pink Floyd… diciamo che sono un po’ eclettico [Ride, n.d.r.]. Non amo chiudermi in un genere, la trovo una cosa superficiale: c’è sempre nuova musica da scoprire, nuove emozioni da provare, a prescindere che faccia parte di una corrente o di un’altra.”

In una tua intervista del 2016 per 2Due Righe parlavi di un progetto, Grounder, fondamentalmente un’etichetta di cui però, posso immaginare, non se n’è fatto più nulla. Allo stesso tempo, però, il 3Tone Studio è diventato un’etichetta: possiamo dire che è la sua evoluzione?
Sì, non viene proprio direttamente da Grounder però sì, il 3Tone Studio è un’etichetta, abbiamo anche la distribuzione. Ovviamente abbiamo iniziato da poco a lavorare come etichetta, ma andiamo bene: puntiamo a raccogliere buona parte del panorama romano per farlo emergere di più. Speriamo!

Sempre in quell’intervista avevi anche accennato ad un disco con molti artisti che, però, ancora non è uscito. Hai abbandonato l’idea di questo lavoro?
Non è che l’ho abbandonato, è che ci sono difficoltà realizzative dovute alla mia indecisione: è difficile, a volte faccio un beat che penso di tenere per il mio progetto e alla fine, preso dall’entusiasmo, lo do ad un artista a cui piace per il suo lavoro. Ogni tanto droppo un singolo – ad esempio fra un po’ ne esce uno con Pacman. Diciamo che piuttosto che fare un disco, cosa che sicuramente farò quando mi deciderò, farò dei singoli come ‘Depha Beat X l’artista in questione’. Ho già fatto quello con i Roma Guasta, poi quello con Pacman e sicuramente uno col Chicoria…”

Ah! Finalmente il Chicoria. Ha pubblicato un singolo da poco, ma un disco di Chicoria manca da tanto, dal 2016, con Lettere.
Sì, guarda, ho visto Armando da poco. Eh… Mo ritornerà prepotentemente! Non voglio dire altro.

Parliamo di Gast, allora: Star Roller è uscito di recente: com’è andato e cosa avete in studio adesso?
Beh, il disco è andato bene, abbiamo fatto un milione e passa di streaming e sono molto contento. Con Manuel ci lavoro in maniera molto naturale, le cose vanno sempre bene con lui. Adesso ci siamo presi un attimo di pausa, stiamo respirando. Sicuramente faremo un Cime Viola 2, per ora mi godo i frutti del lavoro. Sono tanto soddisfatto di Star Roller, mi piace molto, posso dirti che la mia traccia preferita è Fuoriserie. Ma anche quella col Noyz è spettacolare. È un disco che mi piace perché è il riassunto di innumerevoli tracce che facemmo, abbiamo cercato di regalare al pubblico un lavoro più completo, che facesse vedere tutte le nostre sfaccettature. Penso ci siamo riusciti alla grande.”

Abbiamo parlato di PaPa come artista controverso, ma un altro che può rientrare in questo genere è Metal Carter, del quale hai curato l’ultimo disco uscito: com’è stato lavorarci e cosa ci dobbiamo aspettare?
Beh, lavorare col Sergente è sempre esilarante! Consiglio sempre il suo ascolto la mattina nel traffico, per motivarsi prima di andare a lavoro. [Ride, n.d.r.] Lui è molto prolifico, scrive molto, ha molto da dire anche se del suo genere di cose. Siamo già a lavoro su altra roba… A volte non ti ascolta molto, ha delle idee molto ferme – com’è giusto che sia, per carità. Anche del suo ultimo disco sono molto soddisfatto, fare ‘Pagliaccio di Ghiaccio pt.3’ per me è stato un onore. Ma poi Metal Carter mi è sempre piaciuto, è uno di quelli che mi ascoltavo quand’ero ragazzino e lavorarci oggi lo considero come un traguardo personale.

Ultima parentesi per quanto riguarda gli artisti: vedremo mai un nuovo disco di 1Zuckero?
Ma magari! È venuto in studio qualche volta, abbiamo lavorato molto bene. Per me è un culto enorme… Ora che mi ci fai pensare non è una brutta idea, gli butto un messaggio appena chiudiamo! [Ride, n.d.r.]”

Chiudiamo con uno sguardo al futuro prossimo: cosa sta per uscire?
In uscita ho vari artisti emergenti: Bebi 182, Occhiaia 47, Alo e molti altri, un pezzo di PaPa che deve uscire con Louis Papi, ma anche qualche traccia con Numi – penso che a Settembre dropperemo qualcosa; Yamba sta lavorando sul suo disco, ma anche il Chicoria… Sto lavorando con parecchia gente, non mi fermo mai. Uscirà parecchia roba, se mi son scordato qualcuno mi perdonerà!”

Perfetto Depha, ti ringrazio tantissimo per il tuo tempo
Ma va, grazie a te!


“@90”: Beppe Dettori torna con l’album che aveva in cantiere da più di vent’anni 0 187

Era il 1998 quando Beppe Dettori, frontman dei Tazenda dal 2006 al 2012, iniziò con Giorgio Secco una collaborazioneche portò alla scrittura e alla registrazione di un album poi mai rilasciato. Ritardi, incomprensioni, svariati problemi di pubblicazione alla base dell’arenamento di un progetto che oggi, a ben vent’anni di distanza, viene recuperato grazie al ricongiungimento dei suoi due autori. Ed ecco che dopo aver dissotterrato l’album, “pulito” e rimasterizzato le tracce, Dettori e Secco si sono resi conto di quanto questo lavoro fosse ancora attuale e sensato per loro. Di quanto sentissero ancora l’esigenza di portarlo alla luce. Da qui la decisione di pubblicarlo, senza però abbandonare quelle sonorità tipicamente anni ’90 con le quali era inizialmente nato. A conferma di ciò l’esplicativo titolo scelto, “@90”: non solo un riferimento al sound adottato, ma anche omaggio a un «periodo ricco di fermenti musicali e di cambiamenti tecnologici, di crisi economiche e politiche ma anche di grandi soddisfazioni e consapevolezze»).

11 inediti e una cover di Ivan Graziani a comporre la tracklist dell’album. Ed è proprio quest’ultima, “Monalisa”, ad aprire il disco, donando all’ascoltatore una sensazione di forza e ribellione, follia e ragione, cultura e passione per l’arte.

Si passa poi dalla positività e la spensieratezza del pop rock di “Starò meglio” – brano edificato intorno all’esigenza di tirarsi fuori dalla mediocrità e dall’omologazione sociale, fuggendo verso lidi di libertà e bellezza –  alle sonorità vagamente madchester di “Mentre passa” – anch’essa guidata dalla ricorrente voglia di ribellarsi alle paure, al dolore e alle difficoltà che la vita presenta.

Tappeti di synth e chitarre funky a colorare la romantica “Fermi il tempo”, che anticipa la ballata di stampo radioheadiano (periodo “Pablo Honey”/”The Bends”) “I’m Falling Down”.

Si passa poi a reminiscenze, rispettivamente, del primo Ligabue e di Vasco per le briose “Sono uscito” e “Quando è ora di andare”, brani accomunati dalla stessa tematica: vincere la paura di buttarsi nell’ignoto e inventarsi un nuovo futuro.

Riff di organi si arrampicano sui morbidi accordi delle chitarre acustiche nella successiva “Mi piace stare qui”: ballata emozionale nella quale Dettori si lascia andare a un cantato rabbioso e sofferto.

I ritmi non si alzano con le successive “Rabbia e dolore” e “Tutto il veleno”: ballad pop rock che racconta la storia di un soldato richiamato alle armi la prima, sussurrata parentesi folk incentrata sull’incanto dell’amore la seconda.

A chiudere le danze ci pensa, poi, la psichedelia appena accennata dalle chitarre sbilenche di “Prendo quello che c’è”: tappa conclusiva di un viaggio all’insegna di un cantautorato pop rock intimo e sincero. Non certo spiazzante o innovativo, ma comunque gradevole e confortante.

Argomenti popolari

Editor Picks

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: