Intervista a Giò Sada, “Il secondo album il più difficile, quoto Caparezza; la tv va bene, ma voglio muovermi diversamente” 0 1055

All’anagrafe Giovanni Sada, in arte Giò Sada, classe 1989, nato e cresciuto a Bari. Sin da piccolo a contatto con la musica e gli strumenti, è noto ai più per la sua partecipazione e vittoria alla nona edizione del talent show “X Factor” nel 2015, dove presenta il suo brano “Il rimpianto di te” in finale.
Giò Sada non è il tipico prodotto di una fabbrica di talenti provenienti dal vuoto, e lo dimostrano il suo impegno in percorsi non solo musicali, ma anche cinematografici dalla pretesa di approfondire tematiche sotto la superficie della realtà che spesso viene posta davanti ai nostri occhi.
Accompagnato dalla sua inseparabile Barismoothsquad, è un incredibile incubatore di autenticità e genio artistico, lontano dalla tradizionale dinamica rapace dei media e forte di un lungo percorso iniziato diversi anni prima del suo approdo in televisione. L’abbiamo incontrato per scambiare due chiacchiere sulla sua carriera e conoscere il suo punto di vista su alcuni aspetti della musica odierna seguendo un filo cronologico invertito, o come il titolo del suo album suggerisce, “volando al contrario”.

 “Without an edge” è una canzone frutto di un format da te ideato dal nome “Nowhere stage”. Il concetto è quello di dimostrare che la musica può arrivare ovunque, e che ogni luogo può trasformarsi in un palcoscenico da calcare, sia esso abbandonato, degradato o deserto. Puoi raccontarci cosa ha ispirato il progetto, il contenuto della canzone, la collaborazione con i “Concerto”?

La collaborazione con i Concerto è stata dettata non solo dalla stima reciproca, ma anche dall’amicizia, dato che uno di loro è un mio caro amico da  quando siamo adolescenti, e inoltre, ha suonato anche con noi. Il “Nowhere stage” è un modo per permetterci di suonare in luoghi stimolanti: ad esempio, ci piaceva molto l’idea di suonare in una grotta o sui pescherecci, come si può vedere nel video. Questo si legava ovviamente con l’idea del progetto, ovvero utilizzare un luogo per rafforzare il concetto della canzone, in questo caso “Without an edge”. È una canzone scritta in inglese, più che altro perché dovevo farmi capire dalla persona a cui esso è dedicato: è un ragazzo arrivato in Italia con i “barconi”. Nella canzone, la narrazione è affidata ad un “io” ipotetico che sta affrontando la sua stessa situazione, ma non riesce a toccare terra, e quando si sta chiedendo se c’è un luogo nel mondo che può accoglierlo, sta già sprofondando tra le acque, come purtroppo succede a tanti che non ce la fanno. Il “Nowhere stage” è più che altro un’opportunità di esprimerci in maniera diversa, non segue una vera e propria linea musicale, un proprio genere, cerchiamo sempre di fare in modo che diventi l’occasione per lavorare con altre persone, lasciarci influenzare, mettere su un idea nuova basata sul messaggio che vogliamo dare. Nell’ultimo caso, si trattava proprio del tema dei migranti, in generale. Il paradosso della canzone sta nel fatto che proprio mentre questa persona sta per affogare sente di aver trovato un posto dove stare.

Nell’ottica di “Nowhere stage”, qual è il palcoscenico più bello e quello più brutto dove Giò Sada è salito nella sua vita?

Secondo me le due cose combaciano. Ci è capitato spesso di suonare nel terreno, è all’inizio può essere anche stimolante come idea, quella di essere a contatto con la terra, però dopo il concerto tocca fare i conti con la realtà, ovvero con gli strumenti e i circuiti devastati.

Nel 2016 viene pubblicato con la Sony Entertainement il tuo primo album in studio “Volando al contrario”, titolo della prima traccia della tracklist, nonché primo singolo estratto dal disco. Nonostante per molti artisti l’album di debutto rappresenti per così dire un banco di prova, si riconosce inevitabilmente un suono solido, sicuro e convincente, fatto lecito se si tiene in conto che sei sempre accompagnato dalla tua band, la “Barismoothsquad”, composta da colleghi che ti conoscono bene e collaborano con te da sempre. É un disco rock ricco di influenze, dalla corposità e la pienezza tipicamente anni ’90 alle nuove ondate elettroniche della musica tendenzialmente indie, senza togliere spazio a brani malinconicamente acustici. La scrittura è pulita, altamente fruibile, si mette a distanza dal linguaggio intenzionalmente macchinoso e mistificatore il più delle volte, che caratterizza il trend del momento, e quindi sincera, diretta, emotiva. “Volando al contrario” è ancora una scommessa aperta o è un obiettivo raggiunto? Come lo percepisci personalmente a più di un anno di maturazione, e credi che possa diventare un impianto stabile nel tempo o hai altro in mente per i tuoi progetti futuri?

Io lo vedo semplicemente come il primo disco, che magari può racchiudere tutto ciò che si vuole dire in un momento, comprese le quelle incertezze che si sciolgono quando si passa a quello successivo (Caparezza dice giustamente che “il secondo album è sempre il più difficile nella carriera di un artista”). Questo disco è stato inciso anche in un momento di estremo caos subito dopo il programma, c’era un sacco di roba da fare, non sapevo cosa ci aspettava, ma poi l’abbiamo imparato bene (*ride* ndr.). Il disco racchiude tutto questo, e riascoltandolo a posteriori, sento che quella confusione di è riversata lì. Per come sono fatto, stavo pensando già al prossimo. Questo è stato più che altro un esperimento anche per vedere come saremmo riusciti ad entrare in un certo modo nel panorama “mainstream” italiano (anche se ad essere onesto, non lo riesco più a distinguere), perché l’esposizione, a mio parere, dopo un po’ non ti permette più di definire chi sei. Ovviamente non si confermerà come un trend, mi piace molto l’idea di cambiare spesso, giustificato dal fatto di aver cercato qualcosa in maniera diversa, che credo sia una prerogativa di chiunque faccia arte. Spingere in un’altra direzione è una cosa che bisogna fare in primo luogo per se stessi, e non per il pubblico, mentre restare fermi nella roba che si è già creata mi sembra statico e noioso.

Una crepa”* è un pezzo che mi piace molto, strutturato in maniera logica e lineare. Sento il genio di Robert Smith e i “The Cure” attraversare il pezzo (e in maniera trasversale tutto l’album). Il ritmo incalzante e fresco, ammorbidito dalla campionatura di pianoforte, si alterna alle distorsioni del ritornello e culmina nel bridge dall’atmosfera più cupa che si dipana in fade. “Ho sentito una crepa aprirsi dentro di me/come una pianta che rompe l’asfalto”. È un verso che mi ricorda in qualche modo un verso del musicista e virtuoso della chitarra Jon Gomm, che in “Passionflower” dice qualcosa come “weakness is not your weakness” (“la debolezza non è la tua debolezza”). L’artista dice di aver scritto quel brano ispirato da un fiore che egli stesso aveva piantato in una piccola vasca nel retro del suo giardino, per scoprire che dopo qualche giorno era sbocciato praticamente ovunque nel cortile. Quali sono le debolezze che non cambieresti mai della tua personalità, come artista e come persona, e ti è mai capitato che magari proprio quelle si siano rivelate punti di forza nel tuo percorso?

È una bella domanda. Da quando ho capito che poteva esserci un fraintendimento tra ciò che appariva e ciò che sono realmente (sono una persona abbastanza aperta, ma allo stesso tempo molto timido), ho sempre cercato di evitare anche quell’aria da “sex symbol” che mi si sarebbe potuta cucire addosso. Quando si suona è tutto diverso, e fuori dal palco non sono la stessa persona che sta sul palco. Quando stai suonando è un’altra cosa, ti senti intriso di un’altra energia, ma al di fuori di questo sei una persona come le altre, che fa una professione come le altre e ha la sua unica utilità nel mondo.  Molti purtroppo non possono fare ciò che vorrebbero fare, però il bello di stare al mondo è anche sentirsi parte di una comunità e condividere le cose belle che ognuno di noi può fare per gli altri (sarebbe una cosa che dovremmo fare tutti). Credo che la paura faccia parte del gioco. Bisogna avere paura di perdere tutto, mettersi in gioco, è questo quello che ci tiene assolutamente in vita, e il sentimento che produce le cose più belle se si ha da dire qualcosa.

Visto che stiamo percorrendo la tua storia artistica al contrario, siamo arrivati al momento di guardare indietro ad un’esperienza inequivocabilmente importante per te. Nel 2015 vinci X Factor, ma il tuo talento è un dato di fatto. Credo che la strada che hai imboccato dopo il tuo trionfo, poco influenzata dal successo immediato e dai riflettori,  abbia contribuito ad aprire una stagione diversa anche in termini di scelta e qualità di una kermesse attualmente molto seguita, soprattutto dai giovani. Probabilmente, i più si aspettavano di vedere le tue canzoni in vetta alle classifiche, o di ascoltarle sul palco di Sanremo l’anno successivo, ma ciò non è accaduto. Se “sei buono e ti tirano le pietre, sei cattivo e ti tirano le pietre”, cosa ti ha spinto al rifiuto di una corsia preferenziale, se “qualunque cosa fai, dovunque te ne vai, sempre pietre in faccia prenderai?

Giusta osservazione. Tecnicamente non ci ho mai pensato ad assecondare delle regole (magari non scritte, ma che ci sono), anche quando Gigi (nome del manager ndr.) mi ha chiesto di partecipare a X Factor. Malgrado l’esposizione, ho sempre preferito muovermi in maniera diversa, nel senso di non comune o prevista, ecco. Per Sanremo non mi sentivo pronto, anche a livello sentimentale. Intendo dire che su a Sanremo bisogna andare ad esprimere proprio un sentimento, e quel palco è così importante che si rischia il massacro (in senso lato), se non ci vai con la canzone giusta, matura. Ho semplicemente preferito darmi il tempo di vivere e accumulare un altro po’ di esperienza per poter scrivere. Essenzialmente, non vorrei mai cadere nella routine “Sanremo/Festivalbar” di noi altri del 2018, e fare solo quello durante l’anno. Si trattava di un timore più che altro, giustificato dal fatto che nel “pop” non avevamo nessun tipo di gavetta, non sapevamo di cosa si trattasse. Adesso ne sappiamo qualcosa in più, e abbiamo anche preso una decisione riguardante il nostro animo, ovvero in cosa siamo più bravi, sappiamo esprimerci e diamo il massimo, coscienti del fatto che questo è il contesto giusto in cui continuare: creando un lavoro indipendente, proponendolo a chiunque, ma che rispetti ciò che noi vogliamo che sia. Purtroppo quando hai a che fare con una major non è così semplice.

La musica rock ha perso gradualmente terreno rispetto ad altri generi musicali in termini di impatto sul pubblico, in Italia e nel mondo. Le icone capaci di influenzare la vita, i comportamenti e le abitudini degli ascoltatori sono legate al passato, fino agli anni novanta al massimo, quando è iniziato il declino delle major dovuto al movimento indie. Credo che oggi molti artisti legati al mondo del rap riescano a imporre il loro lifestyle in maniera soverchiante, dove probabilmente la parola “king” oggi ha inglobato ed addirittura eclissato quella di “rockstar” dall’immaginario collettivo. Concretamente, si sono ingiustamente appropriati di un concetto che originariamente non gli apparteneva e trasformato, costruendo un legame tra la costante autocelebrazione e il “role modeling”. Cosa è successo al rock? Quali elementi dovrebbero appartenere ad una rockstar, e perchè, soprattutto, a volte sembra quasi che i musicisti tentino di scansare l’attribuzione di un certo titolo?

Effettivamente, dopo le prime icone del rock non c’è stata una vera e propria seconda ondata. Questa cosa è successa anche in altri generi che nel tempo sono stati messi un po’ da parte (tant’é che le orchestre di musica classica continuano a riproporre composizioni storiche della tradizione, dal 1700 in poi). Di autori nuovi, non ce ne sono molti. Per quanto riguarda il rock, dove c’è benessere non c’è il rock. Dove non ci sono disastri sociali, non c’è il rock. In una situazione come quella odierna, dove i disastri sociali stanno tornando a dilagare, credo che ci possa essere un ritorno, quantomeno del concetto dello “stare assieme”. Il rock era questo, era nato per questo, per divertirsi. Certo, all’inizio era il rock’n roll, si ballava; poi si è evoluto, ha acquistato caratteri sociali che potevano influenzare le masse (vedi la Guerra in Vietnam, la rivoluzione del sessantotto, Woodstock e altre storie che conosciamo un po’ tutti). È difficile definire una linea di demarcazione, ma forse il rock a grandi livelli si è spento dopo i Nirvana, ma più che altro a livello morale ed etico. Una rockstar come Kurt Cobain aveva sicuramente i suoi problemi con la droga, ma la sensibilità percepibile di un animo essenzialmente buono non aveva nemmeno bisogno dell’ostentazione. Credo che questo sia invece un problema degli ultimi dieci anni. La rockstar non è quella che si agghinda e poi magari va a rompere le camere d’albergo; chi lo fa oggi è un fallito (ndr.). Magari qualcuno può averlo anche fatto in passato, quelli che facevano glam negli anni ’80, che in fondo erano grezzi. Anche noi ogni tanto in giro la facciamo sporca, ci ubriachiamo, eccetera, ma di sicuro non rompiamo l’albergo, perché poi lo dobbiamo pagare (*ride* ndr.). Per questa serie di motivi, nell’immaginario comune si ha quest’immagine di rockstar, ma per me ad esempio lo è una persona come Bruce Springsteen, che è tutt’altro. È una persona assolutamente comune, ed è questo che mi attrae, quel genere di “working class” rock, quello che riesce a prendere la gente perché è fatto da qualcuno come loro. Per il resto non mi è mai piaciuta l’appariscenza, o il concetto di rockstar alla Sfera Ebbasta. Il rock non ha niente a che vedere con quella cosa lì. Lo è diventato. Io sono convinto che nel tempo si sia lasciato corrompere, compreso chi l’ha animato all’inizio, ma forse è giusto anche così (magari ci si ferma e ci si chiede: “ma proprio io devo cambiare il mondo?”). In conclusione, se non c’è qualcosa da salvare, il rock non serve. Auguriamoci che ritorni un periodo in cui si possa cercare di tornare a un certo tipo di pensiero, ma anche di esternazioni, che il rock permette di fare. Penso che nascerà un nuovo modo di pensarlo, di interpretarlo e di farlo, perché a un certo punto diventa necessario.”

Ancora uno sguardo al passato. E’ il 26 gennaio 1994 quando Silvio Berlusconi si affaccia alla politica recitando un discorso come: “l’Italia è il Paese che amo. Qui ho le mie radici, le mie speranze, i miei orizzonti”. La stessa frase è stata ironicamente utilizzata dai “Waiting for better days”, il tuo precedente progetto punk e hardcore, come intro al video di “Purity”. La band aveva accumulato anche un certo seguito e partecipato a diversi festival ed eventi (al Punk Rock Holiday, tra gli altri) legati al genere. Mi pare che tu sentissi addosso la responsabilità di fare da ambasciatore di un genere “atipico” nella nostra terra, e di esportarlo orgogliosamente come marchio di fabbrica di qualcosa di originale. Puoi raccontarci il legame con la tua terra, cosa è cambiato negli anni e se nei tuoi live ti piace talvolta dare spazio alla nostalgia?

Sono molto attaccato alla mia terra, ma credo che ognuno di noi abbia un contatto o un legame speciale con il luogo da cui proviene. Magari non si ha un rapporto meraviglioso con la gente o la famiglia, però il paesaggio e l’aria che respiri, si riconosce. Il fatto di aver viaggiato tanto ha consolidato quest’amore per la città di Bari e la Puglia in generale. Nei live c’è sempre il momento “nostalgia”, dedicato a tutti gli amici che vanno e vengono, a tutti quelli che sono quasi costretti a doverlo fare e non solo: a volte mi sembra di percepire che si è anche costretti a farselo piacere. Viaggiare è bello, a maggior ragione se si porta dentro di sé una certa indole, ma non tutti sono fatti così, per andare. A molti piace anche stare e godersi quello che c’è. Ovviamente viaggiare aiuta (sarei falso se dicessi il contrario), ma fa bene anche stare qui e nel momento del distacco sentirsi, come dicevi tu, qualcosa da esportare, come un buon vino. Oltretutto, questo migliora i rapporti, e tanti amici o band che abbiamo conosciuto per il mondo sono tornati a trovarci, o in vacanza. Stiamo parlando di una terra con tante potenzialità, paradossalmente ce ne accorgiamo tutti, in pochi spingono nella direzione di migliorarsi e migliorarla automaticamente, perché sono sicuro che se migliori prima te stesso e il rapporto con la gente che ti circonda, puoi migliorare tutto il territorio che ti circonda. Non sempre le responsabilità di gestione di un luogo o i connotati che porta con sé dipendono “dagli altri” o dalla “classe politica”. Magari derivano da come ci comportiamo, nel giro di cinque minuti o di una giornata, non ce ne accorgiamo nemmeno proprio perché il cambiamento siamo stati noi. Io auguro a tutti di restare nel luogo in cui sono nati (se lo amano), tanto da arrivare al momento in cui lo si può lasciare con orgoglio. Sto notando un bel ritorno del movimento “biologico”: sto parlando del chilometro zero, all’imprenditoria dei giovani nel turismo e la gastronomia. Mi piace molto questa cosa, anche perché siamo bravi nel farlo.

Per chiudere l’intervista, un album e un artista che sono stati significativi per Giò Sada.

Di sicuro “Pilgrim” di Eric Clapton. “Welcome to the cruel world” di Ben Harper, ma ce ne sarebbero diversi in realtà. “Don’t call me white” dei NOFX, come canzone, mi ha aperto un mondo perché è stata la prima che ho ascoltato di quel genere, permettendomi di farlo. C’è “Scossa sommossa” degli “Addosso agli scalini”, ovvero il gruppo di mio padre, che ho riscoperto anni dopo, perché all’inizio ero troppo piccolo. Quando l’ho riascoltato mi ha lasciato a bocca aperta. È uno di quei dischi che ascolto sempre e ho tutt’ora con me. Negli anni novanta ci fu un’ondata di rock etnico, come Almamegretta, ad esempio, e loro erano nella stessa etichetta. Ce ne sono sicuramente altri: “Made in Japan” dei Deep Purple, “Run to the hills” degli Iron Maiden, e altre roba che ascoltavo dal vinile quando avevo 8 anni (mi sentivo pure i Simply Red *ride* ndr.). Avevo anche una bella raccolta di dischi jazz, ma quello che ti cambia lo puoi trovare in ogni genere quando alleni l’orecchio a tutte le sonorità, quando inizi ad apprezzare tutto, allora puoi avere davvero il piacere dell’ascolto. Per il resto sono convinto che se avessi passato la mia adolescenza negli anni ’80 avrei comunque fatto hardcore di base, anche perché era il suo momento clou. Tendenzialmente, avrei fatto tutte le cose più estreme delle varie ondate, ma è giusto cimentarsi sempre. La cosa bella che accade, è che si comincia col punk rock, poi man mano che si va avanti ci si addolcisce, e sei tu a ricercarlo per primo, perché non si può vivere tutta la vita gridando. Bello si, ma arriva il momento in cui c’è bisogno di dolcezza nelle orecchie, e di poterla dare.

 

* “Una crepa” è la terza traccia del suo primo album “Volando al contrario”. L’artista vi è particolarmente legato e rappresenta un momento importante nei suoi live, essendo la canzone dedicata a Vittorio Bos Andrei, in arte Cranio Randagio, giovane rapper romano scomparso nel 2016.

Tutti i diritti sui contenuti dell’intervista sono riservati a Radio Frequenza Libera.

Durante l’intervista sono stati trasmessi “Without an edge” di Giò Sada e Barismoothsquad in collaborazione con i Concerto, “Esser stati uomini” e “Me and my friends” di Giò Sada e Barismoothsquad.

Link alla trasmissione: http://podcast.frequenzalibera.it/?p=episode&name=2018-02-17_giosada.mp3

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‘Night Ride’, il nuovo album della Municipale Balcanica ne conferma l’assoluta brillantezza 0 897

La Municipale Balcanica è, dal 2003, un punto di riferimento della musica balcan del bel Paese, e con il loro ultimo lavoro, ‘Night Ride‘, confermano ed anzi arricchiscono un repertorio musicale eclettico e coinvolgente. È infatti evidente uno studio formale variegato, merito delle diverse culture musicali dei membri del gruppo, che è stato, sin dai tempi dello stupefacente ‘Fòua‘, il punto di forza che ha elevato la Municipale da gruppo della provincia pugliese a realtà riconosciuta a livello internazionale.

Da sempre ammaliati e ammaliatori di sonorità meridionali, ebraiche e, ovviamente, balcan-rock, in ‘Night Ride’ Raffaele Tedeschi e compagnia cantante vengono contaminati (o meglio, si lasciano contaminare) da vie musicali a più ampio raggio. L’album diventa così un passpartout per una giostra di generi e stili eterogenei, che ci accoglie con un pezzo, ‘Constellation’, nelle classiche corde della band, in un susseguirsi di pop balcanico e propositivo. Per iniziare a godere di un’esperienza musicale così divertente è, senza dubbio, il brano perfetto.

La copertina di ‘Night Ride’, il nuovo disco della Municipale Balcanica

A seguire troviamo ‘Transylvania Party Hard‘ che, sempre continuando il nostro parallelismo con le giostre, si presenta come la classica “casa degli orrori”. È un pezzo certamente tenebroso, ma si rifà a quell’estetica horror scanzonata degli anni ‘80 che non vuole certo rovinare la festa di ‘Night Ride’, ma che anzi stuzzica il nostro udito anche grazie all’interpretazione azzeccata di Tedeschi.

Kill slow, Kill fast‘ è il terzo brano, squisitamente country, il quale è seguito da ‘Rusty‘, un’ottima strumentale balcan che funge quasi da intermezzo.

La strumentale migliore è però la successiva, ‘Martin Got Lost‘, in cui possiamo immergerci in un’atmosfera dal retrogusto morriconiano.

Polvo y Sueños‘, cantato in spagnolo, convince quanto basta musicalmente ma pare abbastanza telefonato a livello di testi; le continue citazioni a motti e slogan spagnoli contribuisce a non dare il giusto merito ad un pezzo che, ad ogni modo, si innesta perfettamente nel corpo dell’album.

L’unica canzone in italiano è la suadente ‘Ogni Stella‘, quasi un arrivederci malinconico che è il preludio all’ultimo brano, la strumentale ‘Deserto Non Deserto‘, che ci abbandona in una distesa arabeggiante con sonorità nuove e interessanti.

La produzione, di ottimo livello, ci regala un disco di pregevole fattura, in cui la Municipale Balcanica si riprende e si reinventa, dimostrando di essere, ancora una volta, tra gli artisti più originali del panorama della musica world italiana.

L’adrenalinico EP d’esordio dell’Ira di Febo: perfetto connubio tra rap e funk 0 789

Unire funk, rock e rap, trasmettendo quel sentimento primordiale e viscerale al quale il nome stesso del gruppo fa riferimento. Con questo intento l’Ira di Febo, giovane band bitontina nata dall’incontro del bassista Federico Marinelli, del batterista Antonio Allegretti, del chitarrista Gigi Laricchia e del rapper Valerio Vacca, presenta il suo primo eponimo lavoro. Un EP di cinque canzoni che mescola suadenti groove di basso e scatenati riff di chitarra alle impegnate rime “rappate” di Valerio Vacca. Seguendo il solco tracciato tra fine anni ’80 e inizio anni ’90 da band del calibro di Primus, Red Hot Chili Peppers e Rage Against the Machine, i quattro ragazzi pugliesi danno vita ad un disco adrenalinico dall’identità chiara e ben definita.

La copertina del disco a cura di Michele Santoruvo

Si parte con l’energica “Get Up”, un’esortazione ad “alzarsi” e a reagire con positività e determinazione alle avversità che la vita ci presenta. Il brano, breve ed incisivo, funziona bene come singolo apripista e anticipa quello che sarà il canovaccio musicale che i quattro ragazzi di Bitonto seguiranno pedissequamente per il resto dell’EP.

La successiva “What’s up Doc?” parte con un riff abrasivo e tagliente che riporta alla mente i primi Red Hot Chili Peppers. La chitarra e il basso dialogano ossessivamente, intrecciandosi e annodandosi tra di loro, intessendo ponti sonori sui quali viaggia spedito il rap a perdifiato di Valerio Vacca (che qui alterna italiano e inglese con maggior frequenza). Cambio di registro nella parte finale del brano, quando il ritmo rallenta e un morbido assolo di chitarra ci accompagna verso una placida conclusione.

Willie Peyote che incontra i Rage Against the Machine. Questa l’insolita suggestione portata alla mente dell’ascoltatore dalla successiva “Sì sì come no”. Il ritornello, orecchiabile e accattivante, è accompagnato da acidi assoli di chitarra carica di wah-wah e dai soliti groove disegnati dal basso galoppante di Marinelli. Ancora una volta i ragazzi pugliesi si dimostrano abili nel trovare la giusta alchimia tra il rap del cantato e le distintive sonorità funk rock che permeano l’intero lavoro.

Ritmi leggermente meno sostenuti per “Cavie”, brano che fa della lucida amarezza del testo il suo punto di forza. In un mondo nel quale “la verità non è mai abbastanza” e “il vero si estingue” l’imperativo categorico rimane uno soltanto: “credere in sé”.

Chiusura affidata a “What the Funk”, brano che si potrebbe definire un manifesto programmatico della band. A partire dal titolo che, con il  suo evidente ­gioco di parole, unisce l’identità musicale del gruppo ad uno sbotto che ben fotografa quello stato psichico (l’ira) del quale i quattro ragazzi bitontini vogliono farsi cantori. L’”incazzatura” in questione è data da una società che non asseconda, o più semplicemente non capisce, l’esigenza di reinventarsi e uscire fuori da schemi preordinati di chi vuole solo inseguire le proprie passioni.

Quello dell’Ira di Febo è un lavoro immediato e scorrevole, accattivante ed euforico. Un disco che con audacia volge lo sguardo al passato, riprendendo un sound che sicuramente poco ha a che spartire con le tendenze del momento (per quanto gli ultimi anni siano stati caratterizzati da una riproposizione di sonorità vintage), ma che, allo stesso tempo, si dimostra specchio fedele delle eterogenee passioni musicali di un gruppo di ragazzi che dimostra di avere qualcosa di interessante da dire. E, soprattutto, di possedere il giusto fervore (o ira, se preferite) per farlo.

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