Intervista a Giò Sada, “Il secondo album il più difficile, quoto Caparezza; la tv va bene, ma voglio muovermi diversamente” 0 1263

All’anagrafe Giovanni Sada, in arte Giò Sada, classe 1989, nato e cresciuto a Bari. Sin da piccolo a contatto con la musica e gli strumenti, è noto ai più per la sua partecipazione e vittoria alla nona edizione del talent show “X Factor” nel 2015, dove presenta il suo brano “Il rimpianto di te” in finale.
Giò Sada non è il tipico prodotto di una fabbrica di talenti provenienti dal vuoto, e lo dimostrano il suo impegno in percorsi non solo musicali, ma anche cinematografici dalla pretesa di approfondire tematiche sotto la superficie della realtà che spesso viene posta davanti ai nostri occhi.
Accompagnato dalla sua inseparabile Barismoothsquad, è un incredibile incubatore di autenticità e genio artistico, lontano dalla tradizionale dinamica rapace dei media e forte di un lungo percorso iniziato diversi anni prima del suo approdo in televisione. L’abbiamo incontrato per scambiare due chiacchiere sulla sua carriera e conoscere il suo punto di vista su alcuni aspetti della musica odierna seguendo un filo cronologico invertito, o come il titolo del suo album suggerisce, “volando al contrario”.

 “Without an edge” è una canzone frutto di un format da te ideato dal nome “Nowhere stage”. Il concetto è quello di dimostrare che la musica può arrivare ovunque, e che ogni luogo può trasformarsi in un palcoscenico da calcare, sia esso abbandonato, degradato o deserto. Puoi raccontarci cosa ha ispirato il progetto, il contenuto della canzone, la collaborazione con i “Concerto”?

La collaborazione con i Concerto è stata dettata non solo dalla stima reciproca, ma anche dall’amicizia, dato che uno di loro è un mio caro amico da  quando siamo adolescenti, e inoltre, ha suonato anche con noi. Il “Nowhere stage” è un modo per permetterci di suonare in luoghi stimolanti: ad esempio, ci piaceva molto l’idea di suonare in una grotta o sui pescherecci, come si può vedere nel video. Questo si legava ovviamente con l’idea del progetto, ovvero utilizzare un luogo per rafforzare il concetto della canzone, in questo caso “Without an edge”. È una canzone scritta in inglese, più che altro perché dovevo farmi capire dalla persona a cui esso è dedicato: è un ragazzo arrivato in Italia con i “barconi”. Nella canzone, la narrazione è affidata ad un “io” ipotetico che sta affrontando la sua stessa situazione, ma non riesce a toccare terra, e quando si sta chiedendo se c’è un luogo nel mondo che può accoglierlo, sta già sprofondando tra le acque, come purtroppo succede a tanti che non ce la fanno. Il “Nowhere stage” è più che altro un’opportunità di esprimerci in maniera diversa, non segue una vera e propria linea musicale, un proprio genere, cerchiamo sempre di fare in modo che diventi l’occasione per lavorare con altre persone, lasciarci influenzare, mettere su un idea nuova basata sul messaggio che vogliamo dare. Nell’ultimo caso, si trattava proprio del tema dei migranti, in generale. Il paradosso della canzone sta nel fatto che proprio mentre questa persona sta per affogare sente di aver trovato un posto dove stare.

Nell’ottica di “Nowhere stage”, qual è il palcoscenico più bello e quello più brutto dove Giò Sada è salito nella sua vita?

Secondo me le due cose combaciano. Ci è capitato spesso di suonare nel terreno, è all’inizio può essere anche stimolante come idea, quella di essere a contatto con la terra, però dopo il concerto tocca fare i conti con la realtà, ovvero con gli strumenti e i circuiti devastati.

Nel 2016 viene pubblicato con la Sony Entertainement il tuo primo album in studio “Volando al contrario”, titolo della prima traccia della tracklist, nonché primo singolo estratto dal disco. Nonostante per molti artisti l’album di debutto rappresenti per così dire un banco di prova, si riconosce inevitabilmente un suono solido, sicuro e convincente, fatto lecito se si tiene in conto che sei sempre accompagnato dalla tua band, la “Barismoothsquad”, composta da colleghi che ti conoscono bene e collaborano con te da sempre. É un disco rock ricco di influenze, dalla corposità e la pienezza tipicamente anni ’90 alle nuove ondate elettroniche della musica tendenzialmente indie, senza togliere spazio a brani malinconicamente acustici. La scrittura è pulita, altamente fruibile, si mette a distanza dal linguaggio intenzionalmente macchinoso e mistificatore il più delle volte, che caratterizza il trend del momento, e quindi sincera, diretta, emotiva. “Volando al contrario” è ancora una scommessa aperta o è un obiettivo raggiunto? Come lo percepisci personalmente a più di un anno di maturazione, e credi che possa diventare un impianto stabile nel tempo o hai altro in mente per i tuoi progetti futuri?

Io lo vedo semplicemente come il primo disco, che magari può racchiudere tutto ciò che si vuole dire in un momento, comprese le quelle incertezze che si sciolgono quando si passa a quello successivo (Caparezza dice giustamente che “il secondo album è sempre il più difficile nella carriera di un artista”). Questo disco è stato inciso anche in un momento di estremo caos subito dopo il programma, c’era un sacco di roba da fare, non sapevo cosa ci aspettava, ma poi l’abbiamo imparato bene (*ride* ndr.). Il disco racchiude tutto questo, e riascoltandolo a posteriori, sento che quella confusione di è riversata lì. Per come sono fatto, stavo pensando già al prossimo. Questo è stato più che altro un esperimento anche per vedere come saremmo riusciti ad entrare in un certo modo nel panorama “mainstream” italiano (anche se ad essere onesto, non lo riesco più a distinguere), perché l’esposizione, a mio parere, dopo un po’ non ti permette più di definire chi sei. Ovviamente non si confermerà come un trend, mi piace molto l’idea di cambiare spesso, giustificato dal fatto di aver cercato qualcosa in maniera diversa, che credo sia una prerogativa di chiunque faccia arte. Spingere in un’altra direzione è una cosa che bisogna fare in primo luogo per se stessi, e non per il pubblico, mentre restare fermi nella roba che si è già creata mi sembra statico e noioso.

Una crepa”* è un pezzo che mi piace molto, strutturato in maniera logica e lineare. Sento il genio di Robert Smith e i “The Cure” attraversare il pezzo (e in maniera trasversale tutto l’album). Il ritmo incalzante e fresco, ammorbidito dalla campionatura di pianoforte, si alterna alle distorsioni del ritornello e culmina nel bridge dall’atmosfera più cupa che si dipana in fade. “Ho sentito una crepa aprirsi dentro di me/come una pianta che rompe l’asfalto”. È un verso che mi ricorda in qualche modo un verso del musicista e virtuoso della chitarra Jon Gomm, che in “Passionflower” dice qualcosa come “weakness is not your weakness” (“la debolezza non è la tua debolezza”). L’artista dice di aver scritto quel brano ispirato da un fiore che egli stesso aveva piantato in una piccola vasca nel retro del suo giardino, per scoprire che dopo qualche giorno era sbocciato praticamente ovunque nel cortile. Quali sono le debolezze che non cambieresti mai della tua personalità, come artista e come persona, e ti è mai capitato che magari proprio quelle si siano rivelate punti di forza nel tuo percorso?

È una bella domanda. Da quando ho capito che poteva esserci un fraintendimento tra ciò che appariva e ciò che sono realmente (sono una persona abbastanza aperta, ma allo stesso tempo molto timido), ho sempre cercato di evitare anche quell’aria da “sex symbol” che mi si sarebbe potuta cucire addosso. Quando si suona è tutto diverso, e fuori dal palco non sono la stessa persona che sta sul palco. Quando stai suonando è un’altra cosa, ti senti intriso di un’altra energia, ma al di fuori di questo sei una persona come le altre, che fa una professione come le altre e ha la sua unica utilità nel mondo.  Molti purtroppo non possono fare ciò che vorrebbero fare, però il bello di stare al mondo è anche sentirsi parte di una comunità e condividere le cose belle che ognuno di noi può fare per gli altri (sarebbe una cosa che dovremmo fare tutti). Credo che la paura faccia parte del gioco. Bisogna avere paura di perdere tutto, mettersi in gioco, è questo quello che ci tiene assolutamente in vita, e il sentimento che produce le cose più belle se si ha da dire qualcosa.

Visto che stiamo percorrendo la tua storia artistica al contrario, siamo arrivati al momento di guardare indietro ad un’esperienza inequivocabilmente importante per te. Nel 2015 vinci X Factor, ma il tuo talento è un dato di fatto. Credo che la strada che hai imboccato dopo il tuo trionfo, poco influenzata dal successo immediato e dai riflettori,  abbia contribuito ad aprire una stagione diversa anche in termini di scelta e qualità di una kermesse attualmente molto seguita, soprattutto dai giovani. Probabilmente, i più si aspettavano di vedere le tue canzoni in vetta alle classifiche, o di ascoltarle sul palco di Sanremo l’anno successivo, ma ciò non è accaduto. Se “sei buono e ti tirano le pietre, sei cattivo e ti tirano le pietre”, cosa ti ha spinto al rifiuto di una corsia preferenziale, se “qualunque cosa fai, dovunque te ne vai, sempre pietre in faccia prenderai?

Giusta osservazione. Tecnicamente non ci ho mai pensato ad assecondare delle regole (magari non scritte, ma che ci sono), anche quando Gigi (nome del manager ndr.) mi ha chiesto di partecipare a X Factor. Malgrado l’esposizione, ho sempre preferito muovermi in maniera diversa, nel senso di non comune o prevista, ecco. Per Sanremo non mi sentivo pronto, anche a livello sentimentale. Intendo dire che su a Sanremo bisogna andare ad esprimere proprio un sentimento, e quel palco è così importante che si rischia il massacro (in senso lato), se non ci vai con la canzone giusta, matura. Ho semplicemente preferito darmi il tempo di vivere e accumulare un altro po’ di esperienza per poter scrivere. Essenzialmente, non vorrei mai cadere nella routine “Sanremo/Festivalbar” di noi altri del 2018, e fare solo quello durante l’anno. Si trattava di un timore più che altro, giustificato dal fatto che nel “pop” non avevamo nessun tipo di gavetta, non sapevamo di cosa si trattasse. Adesso ne sappiamo qualcosa in più, e abbiamo anche preso una decisione riguardante il nostro animo, ovvero in cosa siamo più bravi, sappiamo esprimerci e diamo il massimo, coscienti del fatto che questo è il contesto giusto in cui continuare: creando un lavoro indipendente, proponendolo a chiunque, ma che rispetti ciò che noi vogliamo che sia. Purtroppo quando hai a che fare con una major non è così semplice.

La musica rock ha perso gradualmente terreno rispetto ad altri generi musicali in termini di impatto sul pubblico, in Italia e nel mondo. Le icone capaci di influenzare la vita, i comportamenti e le abitudini degli ascoltatori sono legate al passato, fino agli anni novanta al massimo, quando è iniziato il declino delle major dovuto al movimento indie. Credo che oggi molti artisti legati al mondo del rap riescano a imporre il loro lifestyle in maniera soverchiante, dove probabilmente la parola “king” oggi ha inglobato ed addirittura eclissato quella di “rockstar” dall’immaginario collettivo. Concretamente, si sono ingiustamente appropriati di un concetto che originariamente non gli apparteneva e trasformato, costruendo un legame tra la costante autocelebrazione e il “role modeling”. Cosa è successo al rock? Quali elementi dovrebbero appartenere ad una rockstar, e perchè, soprattutto, a volte sembra quasi che i musicisti tentino di scansare l’attribuzione di un certo titolo?

Effettivamente, dopo le prime icone del rock non c’è stata una vera e propria seconda ondata. Questa cosa è successa anche in altri generi che nel tempo sono stati messi un po’ da parte (tant’é che le orchestre di musica classica continuano a riproporre composizioni storiche della tradizione, dal 1700 in poi). Di autori nuovi, non ce ne sono molti. Per quanto riguarda il rock, dove c’è benessere non c’è il rock. Dove non ci sono disastri sociali, non c’è il rock. In una situazione come quella odierna, dove i disastri sociali stanno tornando a dilagare, credo che ci possa essere un ritorno, quantomeno del concetto dello “stare assieme”. Il rock era questo, era nato per questo, per divertirsi. Certo, all’inizio era il rock’n roll, si ballava; poi si è evoluto, ha acquistato caratteri sociali che potevano influenzare le masse (vedi la Guerra in Vietnam, la rivoluzione del sessantotto, Woodstock e altre storie che conosciamo un po’ tutti). È difficile definire una linea di demarcazione, ma forse il rock a grandi livelli si è spento dopo i Nirvana, ma più che altro a livello morale ed etico. Una rockstar come Kurt Cobain aveva sicuramente i suoi problemi con la droga, ma la sensibilità percepibile di un animo essenzialmente buono non aveva nemmeno bisogno dell’ostentazione. Credo che questo sia invece un problema degli ultimi dieci anni. La rockstar non è quella che si agghinda e poi magari va a rompere le camere d’albergo; chi lo fa oggi è un fallito (ndr.). Magari qualcuno può averlo anche fatto in passato, quelli che facevano glam negli anni ’80, che in fondo erano grezzi. Anche noi ogni tanto in giro la facciamo sporca, ci ubriachiamo, eccetera, ma di sicuro non rompiamo l’albergo, perché poi lo dobbiamo pagare (*ride* ndr.). Per questa serie di motivi, nell’immaginario comune si ha quest’immagine di rockstar, ma per me ad esempio lo è una persona come Bruce Springsteen, che è tutt’altro. È una persona assolutamente comune, ed è questo che mi attrae, quel genere di “working class” rock, quello che riesce a prendere la gente perché è fatto da qualcuno come loro. Per il resto non mi è mai piaciuta l’appariscenza, o il concetto di rockstar alla Sfera Ebbasta. Il rock non ha niente a che vedere con quella cosa lì. Lo è diventato. Io sono convinto che nel tempo si sia lasciato corrompere, compreso chi l’ha animato all’inizio, ma forse è giusto anche così (magari ci si ferma e ci si chiede: “ma proprio io devo cambiare il mondo?”). In conclusione, se non c’è qualcosa da salvare, il rock non serve. Auguriamoci che ritorni un periodo in cui si possa cercare di tornare a un certo tipo di pensiero, ma anche di esternazioni, che il rock permette di fare. Penso che nascerà un nuovo modo di pensarlo, di interpretarlo e di farlo, perché a un certo punto diventa necessario.”

Ancora uno sguardo al passato. E’ il 26 gennaio 1994 quando Silvio Berlusconi si affaccia alla politica recitando un discorso come: “l’Italia è il Paese che amo. Qui ho le mie radici, le mie speranze, i miei orizzonti”. La stessa frase è stata ironicamente utilizzata dai “Waiting for better days”, il tuo precedente progetto punk e hardcore, come intro al video di “Purity”. La band aveva accumulato anche un certo seguito e partecipato a diversi festival ed eventi (al Punk Rock Holiday, tra gli altri) legati al genere. Mi pare che tu sentissi addosso la responsabilità di fare da ambasciatore di un genere “atipico” nella nostra terra, e di esportarlo orgogliosamente come marchio di fabbrica di qualcosa di originale. Puoi raccontarci il legame con la tua terra, cosa è cambiato negli anni e se nei tuoi live ti piace talvolta dare spazio alla nostalgia?

Sono molto attaccato alla mia terra, ma credo che ognuno di noi abbia un contatto o un legame speciale con il luogo da cui proviene. Magari non si ha un rapporto meraviglioso con la gente o la famiglia, però il paesaggio e l’aria che respiri, si riconosce. Il fatto di aver viaggiato tanto ha consolidato quest’amore per la città di Bari e la Puglia in generale. Nei live c’è sempre il momento “nostalgia”, dedicato a tutti gli amici che vanno e vengono, a tutti quelli che sono quasi costretti a doverlo fare e non solo: a volte mi sembra di percepire che si è anche costretti a farselo piacere. Viaggiare è bello, a maggior ragione se si porta dentro di sé una certa indole, ma non tutti sono fatti così, per andare. A molti piace anche stare e godersi quello che c’è. Ovviamente viaggiare aiuta (sarei falso se dicessi il contrario), ma fa bene anche stare qui e nel momento del distacco sentirsi, come dicevi tu, qualcosa da esportare, come un buon vino. Oltretutto, questo migliora i rapporti, e tanti amici o band che abbiamo conosciuto per il mondo sono tornati a trovarci, o in vacanza. Stiamo parlando di una terra con tante potenzialità, paradossalmente ce ne accorgiamo tutti, in pochi spingono nella direzione di migliorarsi e migliorarla automaticamente, perché sono sicuro che se migliori prima te stesso e il rapporto con la gente che ti circonda, puoi migliorare tutto il territorio che ti circonda. Non sempre le responsabilità di gestione di un luogo o i connotati che porta con sé dipendono “dagli altri” o dalla “classe politica”. Magari derivano da come ci comportiamo, nel giro di cinque minuti o di una giornata, non ce ne accorgiamo nemmeno proprio perché il cambiamento siamo stati noi. Io auguro a tutti di restare nel luogo in cui sono nati (se lo amano), tanto da arrivare al momento in cui lo si può lasciare con orgoglio. Sto notando un bel ritorno del movimento “biologico”: sto parlando del chilometro zero, all’imprenditoria dei giovani nel turismo e la gastronomia. Mi piace molto questa cosa, anche perché siamo bravi nel farlo.

Per chiudere l’intervista, un album e un artista che sono stati significativi per Giò Sada.

Di sicuro “Pilgrim” di Eric Clapton. “Welcome to the cruel world” di Ben Harper, ma ce ne sarebbero diversi in realtà. “Don’t call me white” dei NOFX, come canzone, mi ha aperto un mondo perché è stata la prima che ho ascoltato di quel genere, permettendomi di farlo. C’è “Scossa sommossa” degli “Addosso agli scalini”, ovvero il gruppo di mio padre, che ho riscoperto anni dopo, perché all’inizio ero troppo piccolo. Quando l’ho riascoltato mi ha lasciato a bocca aperta. È uno di quei dischi che ascolto sempre e ho tutt’ora con me. Negli anni novanta ci fu un’ondata di rock etnico, come Almamegretta, ad esempio, e loro erano nella stessa etichetta. Ce ne sono sicuramente altri: “Made in Japan” dei Deep Purple, “Run to the hills” degli Iron Maiden, e altre roba che ascoltavo dal vinile quando avevo 8 anni (mi sentivo pure i Simply Red *ride* ndr.). Avevo anche una bella raccolta di dischi jazz, ma quello che ti cambia lo puoi trovare in ogni genere quando alleni l’orecchio a tutte le sonorità, quando inizi ad apprezzare tutto, allora puoi avere davvero il piacere dell’ascolto. Per il resto sono convinto che se avessi passato la mia adolescenza negli anni ’80 avrei comunque fatto hardcore di base, anche perché era il suo momento clou. Tendenzialmente, avrei fatto tutte le cose più estreme delle varie ondate, ma è giusto cimentarsi sempre. La cosa bella che accade, è che si comincia col punk rock, poi man mano che si va avanti ci si addolcisce, e sei tu a ricercarlo per primo, perché non si può vivere tutta la vita gridando. Bello si, ma arriva il momento in cui c’è bisogno di dolcezza nelle orecchie, e di poterla dare.

 

* “Una crepa” è la terza traccia del suo primo album “Volando al contrario”. L’artista vi è particolarmente legato e rappresenta un momento importante nei suoi live, essendo la canzone dedicata a Vittorio Bos Andrei, in arte Cranio Randagio, giovane rapper romano scomparso nel 2016.

Tutti i diritti sui contenuti dell’intervista sono riservati a Radio Frequenza Libera.

Durante l’intervista sono stati trasmessi “Without an edge” di Giò Sada e Barismoothsquad in collaborazione con i Concerto, “Esser stati uomini” e “Me and my friends” di Giò Sada e Barismoothsquad.

Link alla trasmissione: http://podcast.frequenzalibera.it/?p=episode&name=2018-02-17_giosada.mp3

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Fame ed attitudine in “Disordinata Armonia”: Don Diegoh e Macro Marco sono la prova che l’hip hop sopravvive e non è mai cambiato 0 271

Il 2018 è stato un anno ricco di sorprese per il rap italiano. La lista di artisti che hanno rilasciato album di spessore, ripagando a pieno le lunghe attese degli ascoltatori, è molto lunga, e a questa si aggiungono senza dubbio i nomi di Don Diegoh e Macro Marco: il 14 dicembre esce “Disordinata Armonia”, un lavoro che a distanza di tre anni ci riporta in cuffia le strofe del rapper di Crotone sulle basi di uno dei deejay e producer più apprezzati dello Stivale.

Distaccato e retrospettivo, Don Diegoh è un’artista profondamente influenzato dall’eredità della Golden Age, statunitense e italiana, che continua in maniera ostinata e contraria alle tendenze della scena a fare rap per se stesso e per amore della musica, mantenendola vera, così come quando ha iniziato. Il grande banco di prova del suo talento, nella metrica e nei contenuti, è stato “Latte & Sangue” (2015), album interamente prodotto dal leggendario Ice One, che vanta collaborazioni con alcuni degli artisti più importanti del panorama italiano; oggi, il sodalizio con Macro Marco, fondatore dell’etichetta indipendente che porta il suo nome, Macro Beats, nonché dei Blue Knox e dei Real Rockers, ciurma composta da Moddi MC, Ensi, Madkid e lo stesso Marco, con cui ha partecipato all’ultimo Red Bull Culture Clash. La cura certosina dei beat e la passione incommensurabile che trasuda dalle liriche, si incontrano in un disco dal titolo ossimorico, che però assume significato proprio se messo in relazione al suo contenuto: “Disordinata Armonia” è un concetto che si carica di senso se l’album viene ascoltato nel suo complesso, indipendentemente se dalla prima all’ultima traccia, o nel senso inverso. Ciò non toglie che ogni canzone abbia la sua specificità: Diegoh semina in ogni verso un pezzo dei suoi ricordi e racconta di tutte le cose che per lui hanno importanza, anche se sembra che il resto del mondo le abbia dimenticate. La sua scrittura, che spesso si riferisce ad un interlocutore diretto, un tu, fa in modo che ci si possa riconoscere e stabilire un contatto empatico con quelle storie, che parlano da una persona comune a una persona comune, senza pretesa alcuna di sentirsi al di sopra degli altri (“La ragione per cui ascolti questa roba credo sia/ritrovare almeno un po’ della tua vita nella mia”).

Disordinata Armonia” è un disco compatto, composto da otto tracce in totale. Prima della pubblicazione, Don Diegoh ha anticipato il contenuto delle canzoni sul suo profilo Instagram; inoltre, il disco è stato rilasciato solo in vinile (500 copie in edizione limitata) e su digital stores per volere degli artisti. La scelta delle collaborazioni è interessante e inaspettata, anche in questo caso sinonimo della maturità artistica di Diegoh e Marco, capaci di rendersi versatili pur rimanendo nelle trame di un disco che fa bum cha e muove le teste su e giù dalla prima all’ultima traccia. Il viaggio attraversa ancora una volta le tappe della vita di tutti i giorni, motivo fondamentale e costante nelle strofe di Don Diegoh, dai sogni chiusi a chiave nel cassetto, passando per le delusioni fino ad un microfono stretto in mano sopra un palco. Le canzoni sono costellate di citazioni che alzano il livello dell’album e rendono chiaro il background musicale e culturale degli artisti.

Il disco si apre con una traccia malinconica, ma dal retrogusto dolce. Marco costruisce sulle sue tastiere un loop dai toni nostalgici per “Replica”, una “Foto di gruppo” dei momenti più intensi che hanno lasciato spazio all’abitudine e alla routine di ogni giorno. Don Diegoh tratteggia un fondale invernale, in cui le città diventano deserti freddi, malgrado il via vai delle persone perse nell’anonimato delle vite comuni. La passione per la musica e il tentativo di mantenerla vera, a differenza delle mode più recenti, sono le ragioni per sfuggire al ripetersi di istanti tutti uguali.
Sigarette morbide” e il primo featuring dell’album, in collaborazione con Killacat. Le barre di Diegoh si impastano con il soul caldo di Killacat su una base orientata al funk, creando complessivamente un prodotto degno della tradizione della black music. Un altro testo ricco di citazioni da cogliere al primo ascolto ad artisti e canzoni che hanno fatto la storia del rap italiano (tra queste, inoltre, rientrano “Lettera d’amore” e la ripresa di un verso di “Alpha e omega”, poi cambiato rispetto alla canzone precedente), ma in assoluto è sorprendente la ricostruzione della celebre scena de “La haine” in cui il deejay mixa KRS-One con Édith Piaf alla finestra del suo palazzo, e suona per tutto il quartiere.
XL” è il pezzo con cui tutto è cominciato. Pubblicato come primo singolo più di un anno fa, è in collaborazione con DJ Shocca aka Roc Beats, all’unanimità uno dei migliori in Italia, che ha curato i cuts. Il video, inoltre, vanta la partecipazione di “Jedi Master” Danno e Rancore, che realizza alcuni trick con lo skate. Il lungo periodo di gestazione che ha separato il singolo dall’uscita dell’album è la prova concreta dell’accuratezza e della passione che hanno portato alla realizzazione dell’album. Per il resto, base rompicollo e flow incredibile.
#NoFilter” non è un pezzo, ma sono tre pezzi insieme. 4 minuti e 19 secondi per spiegare praticamente che cosa significa questo disco: rime, beat e scratch appunto “senza filtro”, nudi e crudi così come è nato il rap. Riconosci il vero appena Diegoh entra su cassa e rullante.
Marco è sicuramente uno dei migliori quando si tratta di produzioni “alla vecchia maniera”, ma è anche vero che ha un gusto fine per le contaminazioni. “Rimmel” è in collaborazione con una delle voci più interessanti degli ultimi anni, ossia quella di CRLN, anche lei appartenente alla scuderia Macro Beats. La traccia è praticamente divisa in due: la prima parte è cantata da CRLN, mentre la seconda è rappata da Diegoh. Il prodotto è la prova che mettere insieme due artisti appartenenti a generi musicali diversi è tutt’altro che impossibile, e il risultato è a dir poco sorprendente.
Per sempre” è il secondo singolo estratto dall’album, pubblicato a distanza di un anno da “XL”. Diegoh ci mette tutto se stesso passando in rassegna i momenti e i compagni della sua adolescenza, in cui ha incontrato l’hip hop e se n’è innamorato. Sulla bilancia ci sono solo i sacrifici e ricordi di una vita, che si fanno grandi come ombre man mano che il tempo avanza. Gli anni sono treni che passano, a volte si ha il tempismo giusto per salirci, altre li si perde per una manciata di secondi. Ciò che resta sei soltanto tu, solo con te stesso e la dedizione che metti in quello che fai. La campionatura di “Shook ones, Pt. II” nella seconda strofa è la ciliegina su una produzione che suona come un classico, cucita appositamente per essere indossata dalle rime di Don Diegoh.
La penultima canzone della tracklist ricorda per certi versi le atmosfere di alcune produzioni di “Fuori da ogni spazio ed ogni tempo”, disco di qualche anno fa realizzato da Kiave e lo stesso Macro Marco. “Dodicesima ripresa” è la cronaca delle lotte che ognuno deve quotidianamente affrontare per provare a restare in piedi. Il flow di Diegoh è molto introspettivo, e sputa fuori il suo malessere come se fosse una confessione, amplificato dalle immagini incisive che crea con le parole (“Mani in aria, entro, sembro solo nella sala/strumento muto in un assolo al Teatro della Scala”).
Domenica” è l’ultima traccia dell’album. La canzone è sicuramente una delle migliori dell’album, in collaborazione con Bunna degli Africa Unite e curata da Kiave per la parte audio, e chiude un cerchio in un certo senso, ricollegandosi per molti aspetti a “Replica”, la traccia iniziale. Dalle liriche emerge un forte senso di solitudine, per molti una trappola, che non può essere superata se non restando attaccati alle proprie ambizioni. Diegoh riversa in questo testo le sue incertezze nei confronti del futuro come se fosse il diario di bordo, appunto, di una domenica malinconica, il giorno in cui tutto si ferma fino a che la settimana non inizia nuovamente con i suoi ritmi e gli impegni di ogni giorno.

Disordinata armonia” è un disco che fa bene al rap italiano. “Ideologie” a parte, in una realtà in cui la musica viene il più delle volte prodotta esclusivamente al fine di guadagnare, album come questo sono utili per ricordarci come andrebbe fatta, a prescindere dall’essere “vecchi” o dal seguire le nuove mode: Don Diegoh potrebbe rappare su qualsiasi base, e Macro Marco ha un talento naturale nel suo lavoro che sconfina in una gamma molto vasta di generi musicali, ma ciò che li accomuna è la passione per questa cosa, e il fatto di fare musica per amore della musica. Il risultato è un lavoro che sicuramente durerà nel tempo, e questo non dipende in prima linea dai canoni puramente tecnici a cui risponde, ma dall’attitudine con cui è stato portato a termine e il messaggio che trasmette. Rap puro, rime e beats di altissimo livello: niente di più, niente di meno. Nessun consiglio per l’ascolto in particolare, se non quello di calare le cuffie e mettere il disco in play. Funziona bene, soprattutto in quei giorni lì, in cui quando suona la sveglia hai già pensato almeno una volta di non potercela fare.

“Alone vol. 1”, l’inizio del nuovo viaggio di Gianni Maroccolo 0 608

Durante la vita si sente sempre l’esigenza di intraprendere un percorso in  solitudine, soprattutto dopo intensi periodi passati “in compagnia”. Non tanto perché si percepisce l’esigenza di allontanarsi da un contesto o perché l’attuale routine nuoce, ma piuttosto perché si sente la necessità di comunicare qualcosa in prima persona, attraverso un “proprio” lavoro, con le proprie forze e con il personale modo di comunicare. Dimostrando nuovamente a sé stessi e poi agli altri cosa siamo capaci di fare. In realtà Gianni Maroccolo (in arte Marok) è un musicista, compositore, produttore discografico e “scopritore di gemme rare” che non deve dimostrare nulla a nessuno, perché il suo trascorso fa capire abbastanza. Essendo questa una recensione musicale e non una pagina di Wikipedia, mi limiterò a elencare soltanto parte del suo “vissuto”: Litfiba (1980-1989); CCCP (1990); CSI (1992); Per Grazia Ricevuta (2002); Marlene Kuntz (2004); Ivana Gatti (2005). Probabilmente avrò omesso qualcosa – si tratta dei pochi artisti “multitasking” italiani, in grado di fare mille cose in una volta. Produrre, comporre, suonare – e un esempio è il progetto sperimentale dei Beau Geste nato parallelamente al periodo Litfiba, o la produzione del primo album dei Timoria (Colori che esplodono, 1990), ma questo è comunque abbastanza per dichiarare il nostro Marok – concedetemi il termine “nostro”, sia per senso di appartenenza territoriale, sia perché chi ha contribuito così tanto in una determinata scena musicale diventa di diritto un patrimonio da salvaguardare, e quindi “nostro; di tutti” – come un pezzo importante della storia rock indipendente italiana.

La fase solista di Gianni Maroccolo inizia nel lontano 1996, con la composizione di una colonna sonora per il film “Escoriandoli”, insieme a Francesco Magnelli. Nel 2004 pubblica il suo primo disco: “A.C.A.U La nostra meraviglia”, affiancando a sé artisti come Battiato, Manuel Agnelli, Giovanni Lindo Ferretti, e tanti altri. Non si ferma, e nel 2013 pubblica “Vdb23/Nulla è andato perso”, un album – creato insieme a Claudio Rocchi, uno dei maggiori esponenti del rock psichedelico e progressivo italiano – che sicuramente lo ispirerà e lo influenzerà per il lavoro che stiamo per introdurre: Alone vol.1, il suo secondo progetto solista, un percorso unico e senza fine articolato come una serie tv. Con episodi pubblicati ogni sei mesi – il 17 dicembre e il 17 giugno – con la parte grafica curata da Marco Cazzato e la narrazione dallo scrittore e critico musicale Mirco Salvadori.

Alone vol.1 quindi non è un semplice album e c’era da aspettarselo. Marok durante il suo percorso musicale ha avuto numerose influenze, ha collaborato con i migliori del circondario e oltre ad essere musicista è anche produttore e compositore. Sarebbe stato troppo banale.
Definito “disco perpetuo”, si tratta di un lungo viaggio accompagnato da ritmi ipnotici, tribali e psichedelici, con pause semestrali per ricaricare le forze e fare benzina. Un po’ come le serate in comitiva dei “migliori anni della nostra vita”: quelle che vorresti non finissero mai e che per fortuna finiscono perché sennò qualcuno potrebbe lasciarci la pelle. Gli esempi ovviamente non hanno lo stesso peso, ma a parer mio 50 minuti in totale per sei brani – strumentali al 75% e con un sound che non è per tutti – sono la dose giusta da somministrare.

Come in ogni viaggio, si incontra sempre qualcuno per una chiacchierata o semplice compagnia. Durante questo cammino i “passanti” che spiccano – oltre agli eccellenti musicisti che hanno dato un “aiuto” – sono due: Jacopo Incani (in arte IOSONOUNCANE) e Stefano Rampoldi (meglio noto come EDDA).
Marok, insieme a Jacopo, ci porta in un grande rave party nella tundra, con sound tribali, percussioni che introducono un “delirio elettronico” a metà brano e che lasciano spazio a un finale più “soft” e ipnotico. Con i suoi 17 minuti, tundra è il brano più lungo del lavoro e il secondo in ordine cronologico. Magari è proprio il luogo scelto per questo viaggio infinito, o il “mood” che vorrebbe far risaltare di più, o probabilmente niente di tutto questo. Però mi piace pensare che dietro ci sia sempre qualcosa, senza sguardi sospettosi o malizie varie.
In compagnia di Edda ci affascina con un ritmo induista, tra sitar – suonati da Beppe Brotto – sound psichedelici e “mantra di buon auspicio”. Si parla del brano l’Altrove, il quarto dell’album, che fa pensare molto – si, lo so, si tratta di induismo e non di buddismo –  alla “luce”, ricercata nel libro tibetano dei morti, cult della filosofia buddista e fonte d’ispirazione del maestro Franco Battiato. Un altrove anticipato da un preludio, da una fase che preannuncia l’andare oltre. Un’introduzione rappresentata da un brano, il terzo: l’altrove preludio. Un prologo che fa pensare al John Frusciante periodo Ataxia, o al Thom Yorke periodo “Thom Yorke”. Costituito anch’esso da quel sound orientale che caratterizza il quarto brano, e come poteva essere altrimenti. Un lavoro molto più soft, più lento, con una voce che sembra voler accompagnare un lungo cammino verso una porta, verso quella luce. Quasi un “uomo in marcia sul miglio verde” ma con più positività e con un finale migliore.

Il brano che da inizio a questo lungo percorso spirituale e psichedelico si chiama Cuspide. Una traccia noise, ruvida e a tratti malinconica, con una chitarra acustica utilizzata per introdurre un potente crescendo strumentale, che in seguito andrà a svanire per lasciare spazio a un fade to black musicale e “ventoso”. Invece, il secondo cantato tra i sei si trova in Sincaro, un lavoro molto new wave, a tratti ruvido e sinfonico, accompagnato dalla voce profonda di Luca Swanz Andriolo usata per introdurre un affasciante strumming , dalla tromba mariachi di Enrico Farnedi per un finale perfetto, e dal ricordo – come in tutto l’album –  di una persona scomparsa: Claudio Rocchi, il già menzionato protagonista assoluto del rock progressivo italiano, compagno di band di Marok e soprattutto amico. Scomparso prematuramente nel 2013.

Questa prima parte di viaggio si ferma con Alone to be continued, un brano costituito da un titolo che lascia spazio all’immaginazione, a quello che verrà dopo. Una traccia che ha fatto dell’elettronica il suo pilastro principale, fondamentale in un viaggio del genere, quasi spaziale, mistico. Un lavoro che annulla il tempo, che ci fa rivivere il passato – il giovane compositore elettronico toscano – il presente – un uomo che si conferma tra i grandi del panorama italiano – e il futuro. Con un inizio del genere non potrà che esserci un seguito altrettanto grandioso.

Alone non è un album. Alone è Gianni Maroccolo.

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