Intervista a Giò Sada, “Il secondo album il più difficile, quoto Caparezza; la tv va bene, ma voglio muovermi diversamente” 0 1408

All’anagrafe Giovanni Sada, in arte Giò Sada, classe 1989, nato e cresciuto a Bari. Sin da piccolo a contatto con la musica e gli strumenti, è noto ai più per la sua partecipazione e vittoria alla nona edizione del talent show “X Factor” nel 2015, dove presenta il suo brano “Il rimpianto di te” in finale.
Giò Sada non è il tipico prodotto di una fabbrica di talenti provenienti dal vuoto, e lo dimostrano il suo impegno in percorsi non solo musicali, ma anche cinematografici dalla pretesa di approfondire tematiche sotto la superficie della realtà che spesso viene posta davanti ai nostri occhi.
Accompagnato dalla sua inseparabile Barismoothsquad, è un incredibile incubatore di autenticità e genio artistico, lontano dalla tradizionale dinamica rapace dei media e forte di un lungo percorso iniziato diversi anni prima del suo approdo in televisione. L’abbiamo incontrato per scambiare due chiacchiere sulla sua carriera e conoscere il suo punto di vista su alcuni aspetti della musica odierna seguendo un filo cronologico invertito, o come il titolo del suo album suggerisce, “volando al contrario”.

 “Without an edge” è una canzone frutto di un format da te ideato dal nome “Nowhere stage”. Il concetto è quello di dimostrare che la musica può arrivare ovunque, e che ogni luogo può trasformarsi in un palcoscenico da calcare, sia esso abbandonato, degradato o deserto. Puoi raccontarci cosa ha ispirato il progetto, il contenuto della canzone, la collaborazione con i “Concerto”?

La collaborazione con i Concerto è stata dettata non solo dalla stima reciproca, ma anche dall’amicizia, dato che uno di loro è un mio caro amico da  quando siamo adolescenti, e inoltre, ha suonato anche con noi. Il “Nowhere stage” è un modo per permetterci di suonare in luoghi stimolanti: ad esempio, ci piaceva molto l’idea di suonare in una grotta o sui pescherecci, come si può vedere nel video. Questo si legava ovviamente con l’idea del progetto, ovvero utilizzare un luogo per rafforzare il concetto della canzone, in questo caso “Without an edge”. È una canzone scritta in inglese, più che altro perché dovevo farmi capire dalla persona a cui esso è dedicato: è un ragazzo arrivato in Italia con i “barconi”. Nella canzone, la narrazione è affidata ad un “io” ipotetico che sta affrontando la sua stessa situazione, ma non riesce a toccare terra, e quando si sta chiedendo se c’è un luogo nel mondo che può accoglierlo, sta già sprofondando tra le acque, come purtroppo succede a tanti che non ce la fanno. Il “Nowhere stage” è più che altro un’opportunità di esprimerci in maniera diversa, non segue una vera e propria linea musicale, un proprio genere, cerchiamo sempre di fare in modo che diventi l’occasione per lavorare con altre persone, lasciarci influenzare, mettere su un idea nuova basata sul messaggio che vogliamo dare. Nell’ultimo caso, si trattava proprio del tema dei migranti, in generale. Il paradosso della canzone sta nel fatto che proprio mentre questa persona sta per affogare sente di aver trovato un posto dove stare.

Nell’ottica di “Nowhere stage”, qual è il palcoscenico più bello e quello più brutto dove Giò Sada è salito nella sua vita?

Secondo me le due cose combaciano. Ci è capitato spesso di suonare nel terreno, è all’inizio può essere anche stimolante come idea, quella di essere a contatto con la terra, però dopo il concerto tocca fare i conti con la realtà, ovvero con gli strumenti e i circuiti devastati.

Nel 2016 viene pubblicato con la Sony Entertainement il tuo primo album in studio “Volando al contrario”, titolo della prima traccia della tracklist, nonché primo singolo estratto dal disco. Nonostante per molti artisti l’album di debutto rappresenti per così dire un banco di prova, si riconosce inevitabilmente un suono solido, sicuro e convincente, fatto lecito se si tiene in conto che sei sempre accompagnato dalla tua band, la “Barismoothsquad”, composta da colleghi che ti conoscono bene e collaborano con te da sempre. É un disco rock ricco di influenze, dalla corposità e la pienezza tipicamente anni ’90 alle nuove ondate elettroniche della musica tendenzialmente indie, senza togliere spazio a brani malinconicamente acustici. La scrittura è pulita, altamente fruibile, si mette a distanza dal linguaggio intenzionalmente macchinoso e mistificatore il più delle volte, che caratterizza il trend del momento, e quindi sincera, diretta, emotiva. “Volando al contrario” è ancora una scommessa aperta o è un obiettivo raggiunto? Come lo percepisci personalmente a più di un anno di maturazione, e credi che possa diventare un impianto stabile nel tempo o hai altro in mente per i tuoi progetti futuri?

Io lo vedo semplicemente come il primo disco, che magari può racchiudere tutto ciò che si vuole dire in un momento, comprese le quelle incertezze che si sciolgono quando si passa a quello successivo (Caparezza dice giustamente che “il secondo album è sempre il più difficile nella carriera di un artista”). Questo disco è stato inciso anche in un momento di estremo caos subito dopo il programma, c’era un sacco di roba da fare, non sapevo cosa ci aspettava, ma poi l’abbiamo imparato bene (*ride* ndr.). Il disco racchiude tutto questo, e riascoltandolo a posteriori, sento che quella confusione di è riversata lì. Per come sono fatto, stavo pensando già al prossimo. Questo è stato più che altro un esperimento anche per vedere come saremmo riusciti ad entrare in un certo modo nel panorama “mainstream” italiano (anche se ad essere onesto, non lo riesco più a distinguere), perché l’esposizione, a mio parere, dopo un po’ non ti permette più di definire chi sei. Ovviamente non si confermerà come un trend, mi piace molto l’idea di cambiare spesso, giustificato dal fatto di aver cercato qualcosa in maniera diversa, che credo sia una prerogativa di chiunque faccia arte. Spingere in un’altra direzione è una cosa che bisogna fare in primo luogo per se stessi, e non per il pubblico, mentre restare fermi nella roba che si è già creata mi sembra statico e noioso.

Una crepa”* è un pezzo che mi piace molto, strutturato in maniera logica e lineare. Sento il genio di Robert Smith e i “The Cure” attraversare il pezzo (e in maniera trasversale tutto l’album). Il ritmo incalzante e fresco, ammorbidito dalla campionatura di pianoforte, si alterna alle distorsioni del ritornello e culmina nel bridge dall’atmosfera più cupa che si dipana in fade. “Ho sentito una crepa aprirsi dentro di me/come una pianta che rompe l’asfalto”. È un verso che mi ricorda in qualche modo un verso del musicista e virtuoso della chitarra Jon Gomm, che in “Passionflower” dice qualcosa come “weakness is not your weakness” (“la debolezza non è la tua debolezza”). L’artista dice di aver scritto quel brano ispirato da un fiore che egli stesso aveva piantato in una piccola vasca nel retro del suo giardino, per scoprire che dopo qualche giorno era sbocciato praticamente ovunque nel cortile. Quali sono le debolezze che non cambieresti mai della tua personalità, come artista e come persona, e ti è mai capitato che magari proprio quelle si siano rivelate punti di forza nel tuo percorso?

È una bella domanda. Da quando ho capito che poteva esserci un fraintendimento tra ciò che appariva e ciò che sono realmente (sono una persona abbastanza aperta, ma allo stesso tempo molto timido), ho sempre cercato di evitare anche quell’aria da “sex symbol” che mi si sarebbe potuta cucire addosso. Quando si suona è tutto diverso, e fuori dal palco non sono la stessa persona che sta sul palco. Quando stai suonando è un’altra cosa, ti senti intriso di un’altra energia, ma al di fuori di questo sei una persona come le altre, che fa una professione come le altre e ha la sua unica utilità nel mondo.  Molti purtroppo non possono fare ciò che vorrebbero fare, però il bello di stare al mondo è anche sentirsi parte di una comunità e condividere le cose belle che ognuno di noi può fare per gli altri (sarebbe una cosa che dovremmo fare tutti). Credo che la paura faccia parte del gioco. Bisogna avere paura di perdere tutto, mettersi in gioco, è questo quello che ci tiene assolutamente in vita, e il sentimento che produce le cose più belle se si ha da dire qualcosa.

Visto che stiamo percorrendo la tua storia artistica al contrario, siamo arrivati al momento di guardare indietro ad un’esperienza inequivocabilmente importante per te. Nel 2015 vinci X Factor, ma il tuo talento è un dato di fatto. Credo che la strada che hai imboccato dopo il tuo trionfo, poco influenzata dal successo immediato e dai riflettori,  abbia contribuito ad aprire una stagione diversa anche in termini di scelta e qualità di una kermesse attualmente molto seguita, soprattutto dai giovani. Probabilmente, i più si aspettavano di vedere le tue canzoni in vetta alle classifiche, o di ascoltarle sul palco di Sanremo l’anno successivo, ma ciò non è accaduto. Se “sei buono e ti tirano le pietre, sei cattivo e ti tirano le pietre”, cosa ti ha spinto al rifiuto di una corsia preferenziale, se “qualunque cosa fai, dovunque te ne vai, sempre pietre in faccia prenderai?

Giusta osservazione. Tecnicamente non ci ho mai pensato ad assecondare delle regole (magari non scritte, ma che ci sono), anche quando Gigi (nome del manager ndr.) mi ha chiesto di partecipare a X Factor. Malgrado l’esposizione, ho sempre preferito muovermi in maniera diversa, nel senso di non comune o prevista, ecco. Per Sanremo non mi sentivo pronto, anche a livello sentimentale. Intendo dire che su a Sanremo bisogna andare ad esprimere proprio un sentimento, e quel palco è così importante che si rischia il massacro (in senso lato), se non ci vai con la canzone giusta, matura. Ho semplicemente preferito darmi il tempo di vivere e accumulare un altro po’ di esperienza per poter scrivere. Essenzialmente, non vorrei mai cadere nella routine “Sanremo/Festivalbar” di noi altri del 2018, e fare solo quello durante l’anno. Si trattava di un timore più che altro, giustificato dal fatto che nel “pop” non avevamo nessun tipo di gavetta, non sapevamo di cosa si trattasse. Adesso ne sappiamo qualcosa in più, e abbiamo anche preso una decisione riguardante il nostro animo, ovvero in cosa siamo più bravi, sappiamo esprimerci e diamo il massimo, coscienti del fatto che questo è il contesto giusto in cui continuare: creando un lavoro indipendente, proponendolo a chiunque, ma che rispetti ciò che noi vogliamo che sia. Purtroppo quando hai a che fare con una major non è così semplice.

La musica rock ha perso gradualmente terreno rispetto ad altri generi musicali in termini di impatto sul pubblico, in Italia e nel mondo. Le icone capaci di influenzare la vita, i comportamenti e le abitudini degli ascoltatori sono legate al passato, fino agli anni novanta al massimo, quando è iniziato il declino delle major dovuto al movimento indie. Credo che oggi molti artisti legati al mondo del rap riescano a imporre il loro lifestyle in maniera soverchiante, dove probabilmente la parola “king” oggi ha inglobato ed addirittura eclissato quella di “rockstar” dall’immaginario collettivo. Concretamente, si sono ingiustamente appropriati di un concetto che originariamente non gli apparteneva e trasformato, costruendo un legame tra la costante autocelebrazione e il “role modeling”. Cosa è successo al rock? Quali elementi dovrebbero appartenere ad una rockstar, e perchè, soprattutto, a volte sembra quasi che i musicisti tentino di scansare l’attribuzione di un certo titolo?

Effettivamente, dopo le prime icone del rock non c’è stata una vera e propria seconda ondata. Questa cosa è successa anche in altri generi che nel tempo sono stati messi un po’ da parte (tant’é che le orchestre di musica classica continuano a riproporre composizioni storiche della tradizione, dal 1700 in poi). Di autori nuovi, non ce ne sono molti. Per quanto riguarda il rock, dove c’è benessere non c’è il rock. Dove non ci sono disastri sociali, non c’è il rock. In una situazione come quella odierna, dove i disastri sociali stanno tornando a dilagare, credo che ci possa essere un ritorno, quantomeno del concetto dello “stare assieme”. Il rock era questo, era nato per questo, per divertirsi. Certo, all’inizio era il rock’n roll, si ballava; poi si è evoluto, ha acquistato caratteri sociali che potevano influenzare le masse (vedi la Guerra in Vietnam, la rivoluzione del sessantotto, Woodstock e altre storie che conosciamo un po’ tutti). È difficile definire una linea di demarcazione, ma forse il rock a grandi livelli si è spento dopo i Nirvana, ma più che altro a livello morale ed etico. Una rockstar come Kurt Cobain aveva sicuramente i suoi problemi con la droga, ma la sensibilità percepibile di un animo essenzialmente buono non aveva nemmeno bisogno dell’ostentazione. Credo che questo sia invece un problema degli ultimi dieci anni. La rockstar non è quella che si agghinda e poi magari va a rompere le camere d’albergo; chi lo fa oggi è un fallito (ndr.). Magari qualcuno può averlo anche fatto in passato, quelli che facevano glam negli anni ’80, che in fondo erano grezzi. Anche noi ogni tanto in giro la facciamo sporca, ci ubriachiamo, eccetera, ma di sicuro non rompiamo l’albergo, perché poi lo dobbiamo pagare (*ride* ndr.). Per questa serie di motivi, nell’immaginario comune si ha quest’immagine di rockstar, ma per me ad esempio lo è una persona come Bruce Springsteen, che è tutt’altro. È una persona assolutamente comune, ed è questo che mi attrae, quel genere di “working class” rock, quello che riesce a prendere la gente perché è fatto da qualcuno come loro. Per il resto non mi è mai piaciuta l’appariscenza, o il concetto di rockstar alla Sfera Ebbasta. Il rock non ha niente a che vedere con quella cosa lì. Lo è diventato. Io sono convinto che nel tempo si sia lasciato corrompere, compreso chi l’ha animato all’inizio, ma forse è giusto anche così (magari ci si ferma e ci si chiede: “ma proprio io devo cambiare il mondo?”). In conclusione, se non c’è qualcosa da salvare, il rock non serve. Auguriamoci che ritorni un periodo in cui si possa cercare di tornare a un certo tipo di pensiero, ma anche di esternazioni, che il rock permette di fare. Penso che nascerà un nuovo modo di pensarlo, di interpretarlo e di farlo, perché a un certo punto diventa necessario.”

Ancora uno sguardo al passato. E’ il 26 gennaio 1994 quando Silvio Berlusconi si affaccia alla politica recitando un discorso come: “l’Italia è il Paese che amo. Qui ho le mie radici, le mie speranze, i miei orizzonti”. La stessa frase è stata ironicamente utilizzata dai “Waiting for better days”, il tuo precedente progetto punk e hardcore, come intro al video di “Purity”. La band aveva accumulato anche un certo seguito e partecipato a diversi festival ed eventi (al Punk Rock Holiday, tra gli altri) legati al genere. Mi pare che tu sentissi addosso la responsabilità di fare da ambasciatore di un genere “atipico” nella nostra terra, e di esportarlo orgogliosamente come marchio di fabbrica di qualcosa di originale. Puoi raccontarci il legame con la tua terra, cosa è cambiato negli anni e se nei tuoi live ti piace talvolta dare spazio alla nostalgia?

Sono molto attaccato alla mia terra, ma credo che ognuno di noi abbia un contatto o un legame speciale con il luogo da cui proviene. Magari non si ha un rapporto meraviglioso con la gente o la famiglia, però il paesaggio e l’aria che respiri, si riconosce. Il fatto di aver viaggiato tanto ha consolidato quest’amore per la città di Bari e la Puglia in generale. Nei live c’è sempre il momento “nostalgia”, dedicato a tutti gli amici che vanno e vengono, a tutti quelli che sono quasi costretti a doverlo fare e non solo: a volte mi sembra di percepire che si è anche costretti a farselo piacere. Viaggiare è bello, a maggior ragione se si porta dentro di sé una certa indole, ma non tutti sono fatti così, per andare. A molti piace anche stare e godersi quello che c’è. Ovviamente viaggiare aiuta (sarei falso se dicessi il contrario), ma fa bene anche stare qui e nel momento del distacco sentirsi, come dicevi tu, qualcosa da esportare, come un buon vino. Oltretutto, questo migliora i rapporti, e tanti amici o band che abbiamo conosciuto per il mondo sono tornati a trovarci, o in vacanza. Stiamo parlando di una terra con tante potenzialità, paradossalmente ce ne accorgiamo tutti, in pochi spingono nella direzione di migliorarsi e migliorarla automaticamente, perché sono sicuro che se migliori prima te stesso e il rapporto con la gente che ti circonda, puoi migliorare tutto il territorio che ti circonda. Non sempre le responsabilità di gestione di un luogo o i connotati che porta con sé dipendono “dagli altri” o dalla “classe politica”. Magari derivano da come ci comportiamo, nel giro di cinque minuti o di una giornata, non ce ne accorgiamo nemmeno proprio perché il cambiamento siamo stati noi. Io auguro a tutti di restare nel luogo in cui sono nati (se lo amano), tanto da arrivare al momento in cui lo si può lasciare con orgoglio. Sto notando un bel ritorno del movimento “biologico”: sto parlando del chilometro zero, all’imprenditoria dei giovani nel turismo e la gastronomia. Mi piace molto questa cosa, anche perché siamo bravi nel farlo.

Per chiudere l’intervista, un album e un artista che sono stati significativi per Giò Sada.

Di sicuro “Pilgrim” di Eric Clapton. “Welcome to the cruel world” di Ben Harper, ma ce ne sarebbero diversi in realtà. “Don’t call me white” dei NOFX, come canzone, mi ha aperto un mondo perché è stata la prima che ho ascoltato di quel genere, permettendomi di farlo. C’è “Scossa sommossa” degli “Addosso agli scalini”, ovvero il gruppo di mio padre, che ho riscoperto anni dopo, perché all’inizio ero troppo piccolo. Quando l’ho riascoltato mi ha lasciato a bocca aperta. È uno di quei dischi che ascolto sempre e ho tutt’ora con me. Negli anni novanta ci fu un’ondata di rock etnico, come Almamegretta, ad esempio, e loro erano nella stessa etichetta. Ce ne sono sicuramente altri: “Made in Japan” dei Deep Purple, “Run to the hills” degli Iron Maiden, e altre roba che ascoltavo dal vinile quando avevo 8 anni (mi sentivo pure i Simply Red *ride* ndr.). Avevo anche una bella raccolta di dischi jazz, ma quello che ti cambia lo puoi trovare in ogni genere quando alleni l’orecchio a tutte le sonorità, quando inizi ad apprezzare tutto, allora puoi avere davvero il piacere dell’ascolto. Per il resto sono convinto che se avessi passato la mia adolescenza negli anni ’80 avrei comunque fatto hardcore di base, anche perché era il suo momento clou. Tendenzialmente, avrei fatto tutte le cose più estreme delle varie ondate, ma è giusto cimentarsi sempre. La cosa bella che accade, è che si comincia col punk rock, poi man mano che si va avanti ci si addolcisce, e sei tu a ricercarlo per primo, perché non si può vivere tutta la vita gridando. Bello si, ma arriva il momento in cui c’è bisogno di dolcezza nelle orecchie, e di poterla dare.

 

* “Una crepa” è la terza traccia del suo primo album “Volando al contrario”. L’artista vi è particolarmente legato e rappresenta un momento importante nei suoi live, essendo la canzone dedicata a Vittorio Bos Andrei, in arte Cranio Randagio, giovane rapper romano scomparso nel 2016.

Tutti i diritti sui contenuti dell’intervista sono riservati a Radio Frequenza Libera.

Durante l’intervista sono stati trasmessi “Without an edge” di Giò Sada e Barismoothsquad in collaborazione con i Concerto, “Esser stati uomini” e “Me and my friends” di Giò Sada e Barismoothsquad.

Link alla trasmissione: http://podcast.frequenzalibera.it/?p=episode&name=2018-02-17_giosada.mp3

Previous ArticleNext Article

Lascia un commento

Un bicchiere di Corochinato con gli Ex-Otago 0 76

Per chi non se ne fosse ancora accorto, l’indie italiano è entrato da svariati anni nel salotto buono della musica mainstream e ci sta bello comodo. Quindi non fa molto strano che l’uscita del sesto album in studio degli Ex-Otago, Corochinato – ovvero il nome di un tipico vino aromatizzato di Genova – abbia coinciso con la partecipazione a Sanremo, con il singolo Solo una Canzone.

Continuando un percorso già partito con il precedente disco Marassi, gli Ex-Otago hanno imbracciato a pieno la filosofia del mischiare le sonorità indie con un’anima pop contemporanea. A dirla tutta i germi di questo mix sono stati presenti fin dagli esordi, ma in questi ultimi lavori la cosa si è fatta quanto mai evidente. Corochinato è un po’ così: pop nel vestito e indie nell’anima. Dieci tracce che non superano mai la lunghezza aurea dei 3 minuti, testi ben scritti, nessuno strumento che primeggia ma un insieme ben amalgamato. Per usare le parole del chitarrista Francesco Bacciun calderone di tutti questi possibili episodi di una comunissima vita notturna”.

Ex-Otago Corochinato Blunote Music recensione
La copertina di Corochinato, il nuovo disco degli Ex-Otago

Partiamo con la pimpante Forse è vero il contrario. Quel synth e quel charleston in sedicesimi ci porta un po’ negli anni ’80, ma quasi non ce ne accorgiamo perché negli ultimi tempi si sono sentiti parecchio. Se mai Bugo e i Thegiornalisti dovessero fare pace e una canzone insieme, me la immagino così.

Bambini gioca con la malinconia e ci sguazza tranquillamente, come l’emblematica ripetizione di “voglio ritornare bambino” suggerisce senza mezzi termini. Un lieve crescendo ci porta in un ritmo certamente estivo, ma più da fine agosto, mentre il sole cala sempre più presto e l’aria si fa freschina.  

È la volta della passabile ma non indimenticabile Torniamo a casa. Nascosta sotto un beat pop che fa moltissimo Chainsmokers, con tastiere e battiti di mani annessi, troviamo una timida chitarra, che mescola un po’ le carte. 

In Questa notte si abbandona la via del pop propriamente detto, preferendo il vecchio sentiero dell’indie a cui ci avevano abituati soprattutto nei primi lavori. Il giro di accordi della chitarra acustica, il piano che marca i quarti e il groove semplice della batteria danno vita a una classica ballad ‘calcuttiana’.

Con Tutto bene si inverte la rotta e si torna sul dancefloor. Il ritmo spinge mentre un po’ ironicamente si fa il ritratto del giovane facoltoso, vegano, ottimista che fa la bella vita a suon di elettronica e prosecco. Combatti il “nemico” con le sue stesse armi insomma.

La stessa filosofia segue Solo una canzone:parte con un duetto piano e voce, fino a crescere e arrivare a un ritornello a effetto, da cantare ondeggiando. Avrebbe tutti gli elementi per essere una tipica canzone sanremese, se non fosse per la critica mica troppo velata alle solite canzoni sugli amori giovani e travolgenti.

In Le macchine che passano abbiamo diversi elementi che ben si bilanciano tra di loro: unritmo in shuffle, pochi accordi in levare, un arpeggio ostinato, qualche scratch e un quasi assolo. Nell’economia del disco si infila bene portando un po’ di freschezza.

Personalmente La notte chiama è la traccia che preferisco. Un piano e delle percussioni dal gusto un po’ latin mettono in piedi un bel ritmo danzereccio. Al contrario, il testo è un omaggio alla serata del giovane pantofolaio che preferisce il piumino di casa alla vodka della discoteca. Il dubbio rimane: si balla o si dorme? La risposta è nelle righe: ballare in cucina armati di vestaglia, mentre il cane abbaia come a dire “ma questo è scemo?”.

Ex-Otago Corochinato recensione BlunoteMusic

Infinito cerca di trasmette quel senso di spiazzamento che può prenderci inaspettatamente in ogni momento, mentre si guarda un film, osservando gli occhi di un nonno oppure girando dentro a un bar. Un bello in una malinconia consapevole.

Con Tu non mi parli più si finisce un po’ come si era iniziato: atmosfera di fine estate, tardo pomeriggio che tende al tramonto, viaggio in macchina e una base musicale rilassata. Una voce abbastanza spinta che grida le sofferenze di un amore rifiutato si alterna a un parlato che non riesce a non farmi pensare alla celebre telefonata nel finale di Servi della Gleba di Elio e le Storie Tese.

Corochinato si rivela essere un disco solido e ben costruito, con dei testi interessante e una capacità non indifferente di far emozionare. A livello musicale non bisogna aspettarsi grossi virtuosismi o trovate spiazzanti e innovative. Certo, ogni tanto capita di dire “ah, ma questa cosa l’ho già sentita”, però si fa fatica a non lasciarsi prendere. Insomma, gli Ex-Otago sanno cosa vogliono fare e lo fanno bene.

Ascoltare i Quercia per perdersi e ritrovarsi 0 125

È uscito il 20 febbraio scorso ‘Di Tutte le Cose che Abbiamo Perso e Perderemo‘ il nuovo LP dei Quercia, band cagliaritana dalla fortissima attitudine punk, che negli anni ha saputo coniugare l’alternative con l’emo e il pop con lo screamo, il post hardcore e, ovviamente, il post rock. In quest’ultimo lavoro – interamente autoprodotto – c’è tutto questo, ma anche di più. C’è il dadaismo intenzionale di band emergenti come i Cucineremo Ciambelle (forieri del math rock in Italia), il graffio dei Gazebo Penguins di Legna, ma anche il groove dei CCCP, insomma: storia, tradizione e irrazionalità. Il tutto è condito con una buona dose d’introspezione, un pizzico d’insofferenza e una spruzzata di malinconia. Questo disco ha un filo conduttore: la perdita. Relativa a persone, cose, sentimenti ed emozioni, la perdita è legata a un senso di vuoto che attiva in noi un meccanismo inerziale che ci spinge a cercare un “rimpiazzo” e ci porta a tracciare i contorni – prossimi alla dissolvenza – di ciò che abbiamo perso, su quelli dell’eventuale rimpiazzo. Non siamo disposti ad accettare l’oblio né tantomeno la perdita, per questo tentiamo di esorcizzarla ed esorcizzare la sofferenza che ad essa è legata. Con la musica si può fare.

La copertina del nuovo disco dei Quercia

Il disco si apre con Buio: brano potentissimo, urlato, quasi sputato in faccia a chi ascolta. Chitarre distorte e un ritmo martellante di una batteria ormai usurata: è il pezzo con la cazzimma, quello che ti spettina e ti fa ribollire qualcosa dentro. È il varo che porta la nave lontano, fra le onde della melanconia e quelle del destino (con buona pace di Lars von Trier).

Il viaggio continua con Finestra, brano che incarna perfettamente lo spirito screamo. Il testo è imperniato sulla domanda “che cosa ci manca davvero?”, e proprio la mancanza – come già detto – è il filo conduttore di tutto il disco. Il graffio della voce esalta il testo stringato ma essenziale e mai banale.

Torri è il pezzo multanime, quello che comincia in un modo e finisce in un altro. L’inizio soft con un bel riff lascia presto il posto alla prepotenza della voce e della batteria. Questo brano è un invito cinico a dimenticare tutto ciò che è stato e che probabilmente non sarà più. Dimenticare – fare tabula rasa – per ricostruire e ricostruirsi, per non perdersi nei ricordi e andare avanti, questo è il messaggio.

Pogare è lecito, soprattutto per pezzi come Corridoio che ti sollevano letteralmente da terra (provate ad ascoltarlo col surround acceso a volume alto, ma state lontani dai vetri!). Il post-rock, il punk, l’emo, si sentono tutti e si avvicendano in un preciso gioco di rimandi. Questo pezzo sembra descrivere la memoria come un corridoio che percorriamo a ritroso per trovare i ricordi migliori. I peggiori li lasciamo dissolvere nel buio dell’oblio.

Quercia band

Voci distorte, frasi che s’incastrano perfettamente e licenze poetiche. Problema è una confessione accompagnata da un groove avvolgente: “L’inferno che conserviamo nelle stanze di noi stessi brucia chi non lo capisce”. Abbiamo tutti un inferno privato che non siamo disposti a condividere, perché siamo convinti che nessuno sia in grado di comprendere. Non è sbagliato pensarlo, ma non è neanche giusto: è semplicemente relativo (anche se è risaputo che all’inferno ci sono solo stanze singole!).

Capolinea è un brano più lento e cupo ma non per questo meno intenso. È un pezzo alla Gomma (band post- punk casertana) da cui traspare l’anima intimista della band: noi siamo il capolinea del treno e non si può più andare oltre.

Si cambia completamente stile in Altalena, pezzo strumentale, quasi ambient. È un brano rilassante e cullante, un unicum nell’intera produzione dei Quercia.

C’è un trait d’union che lega Altalena e l’ottava traccia del disco; è un filo sottilissimo che unisce i due brani e li rende complementari. Con Pozzanghere si torna nell’alveo dell’emo, seppur con qualche sfumatura punk. Il pezzo è un invito ad asciugarsi le lacrime, a smettere di piangere e fare pozzanghere, perché c’è sempre qualcosa di meglio da fare. Questo è il tentativo di esorcizzare la pena che segue una perdita.

L’attacco è di quelli potenti: “Tutte le cose che abbiamo perso e perderemo, non sono mai nostre davvero”. Fiammiferi è il pezzo più breve ma il più intenso dell’album. È privo di sovrastrutture e l’incipit si ripete così tanto da rimanere impresso nel cervello. Sì, è il brano che preferiamo.

Siamo soliti costruire muri per evitare di continuare a guardare ciò che ci disturba e ci fa male. Il muro è un confine mentale e/o fisico che c’impedisce di guardare, ma non c’impedisce di pensare: occhio non vede, cuore non duo-…no, troppo banale! Muro non lo è e ci porta a riflettere sull’inutilità di continuare a costruire qualcosa che finiremo, comunque, per distruggere, se non fisicamente almeno col pensiero. La chitarra nel finale si prende meritatamente la scena!

Bivio ha un testo verace, a tratti poetico. L’anima alternative e post rock del pezzo si tinge di punk, l’elemento distintivo della band. Qui troviamo l’arrangiamento più bello dell’album; ovviamente, come ripete sempre un mio amico “De gustibus […]”.

Il pezzo che chiude il disco s’intitola Ridevamo ed è una sorta di avviso ai naviganti: c’è sempre un motivo per non stare fermi e andare avanti. Il tempo passa e non possiamo far altro che farci trovare pronti per non arrivare in ritardo al nuovo appuntamento. Il gattopardismo larvato nel testo tradisce l’insofferenza per un posto che è, allo stesso tempo, sempre troppo uguale e troppo diverso.

Non bisogna limitarsi all’apparenza. Per capire i Quercia e la loro musica bisogna andare in profondità, senza scarnificarli. Al primo ascolto sembrano i cinque ragazzotti che ti urlano in faccia l’incazzatura dei vent’anni. Approfondendoli, invece, ci si rende conto che hanno le palle e meritano tanto!

Argomenti popolari

Editor Picks

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: