Intervista ai La Rua: “Nuovo disco, nuovo sound!” 0 629

Ritornano i La Rua, una tra le band più seguite del panorama italiano. Dopo la partecipazione a Sanremo Giovani, la band è appena tornata da un tour internazionale ed è da poco reduce dal rilascio del loro terzo album in studio, “Nessuno Segna da Solo”, nato dal precedente omonimo EP con l’aggiunta di qualche inedito. Per parlare di questo nuovo disco ci siamo sentiti con Daniele Incicco, frontman dei La Rua, col quale abbiamo parlato del nuovo sound improntato più verso l’elettronica di questo nuovo lavoro, delle loro partecipazioni all’Uno Maggio di Roma e del prossimo disco già in lavorazione!

La Rua intervista nuovo disco
i La Rua

Ciao Daniele. Siete da poco tornati da un tour internazionale che vi ha portato a suonare in tantissimi posti, dal Giappone a Buenos Aires, da Sidney alla Tunisia. Possiamo dire che state vivendo il momento migliore della vostra carriera?
A livello di live, sì. Questo tour non ce lo aspettavamo, è stato qualcosa di spaziale, non credo che neanche artisti con carriere trentennali possano permettersi una tournè del genere. Siamo contenti di questo regalo, perché è proprio stato un regalo della Farnesina e di Sanremo. Siamo stati fortunati, adesso ci aspetta il nostro tour – nonostante sia stato molto pesante, perché in sedici giorni abbiamo fatto novanta ore di volo, concerti… una follia!

Ritmi da band internazionali, insomma…
Eh, ma io credo che loro abbiano dei giorni di pausa, altrimenti sarebbe da pazzi. Noi abbiamo finito questo tour da quindici giorni e me lo sento ancora addosso! Però l’otto giugno inizia il nostro tour, a Comacchio, e siamo super carichi!

Parleremo proprio di questo tour più in là. Concentriamoci sul vostro nuovo disco ora: ‘Nessuno Segna Da Solo’ è letteralmente una sterzata alla vostra musica, costituita per lo più da sonorità folk-pop-rock – parlo di rock ricordando alcuni brani del primo disco come ‘Ci Pensi mai al Futuro?’; questa sterzata avviene mescolando il vostro sound all’elettronica, creando qualcosa a metà tra gli Ex-Otago e Cosmo. Come ti giustifichi?!
“[Ride, n.d.r.] A noi piace sempre sperimentare moltissimo, siamo partiti con un folk anche abbastanza rustico, verace. Da lì l’abbiamo contaminato con l’elettronica, arrivando a completare con quest’ultima quello che facevamo, grazie anche alla collaborazione di Dario Faini col quale abbiamo lavorato molto in questo senso. Fino ad ora siamo in fase sperimentale, ci piace pensare sia sempre un nuovo inizio. La giustifico come la nostra ricerca spasmodica di qualcosa di nuovo, che non so quello che potrà diventare. I brani che sto scrivendo adesso sono tutt’altra cosa, so che la gente si troverà di fronte ad una cosa totalmente diversa. Ma a me la musica piace per questo.

La Rua intervista nuovo disco
La copertina di “Nessuno Segna da Solo”, il nuovo disco dei La Rua

È un disco che si apre in maniera decisa, con tanta energia ritmata grazie al brano “Finché il cuore batte”, e riesce a mantenere alta la concentrazione e la potenza narrativa, concludendosi più dolcemente, con una classica ballad scritta a quattro mani con Elisa. Una struttura abbastanza comune all’estero – mi vengono in mente praticamente tutti i dischi dei Pearl Jam – ma non così sfruttata qui in Italia, segno anche questo di una visione che va oltre i confini nazionali.
Hai nominato Vedder che adoro, soprattutto nel suo momento acustico, attraverso le Ukulele Songs. Ti dirò, all’inizio i La Rua li vedevo proprio così, poi ho dovuto contaminare il discorso con gli altri ragazzi, altrimenti avrei fatto qualcosa di solo acustico… prima o poi ci tornerò!

Io ve lo auguro, sarebbe un bel progetto!
È bello perché la voce resta davanti, puoi sentire tutte le sfumature vocali, il messaggio arriva chiaro e diretto. Preferirò sempre tutte le versioni acustiche a quelle più elaborate. Poi, più vado avanti nel tempo più sento la mia voce che si sporca e amo questa cosa. Gli altri avrebbero paura, io invece mi gaso, sarà per alcuni riferimenti che ho nel rock. Quindi, un domani vorrò riprendere questa cosa in mano e rimettere tutto acustico. Comunque, questo disco è un sunto di trenta canzoni. Le abbiamo ridotte all’osso, prendendo quelle che ci piacevano di più: da una parte abbiamo voluto mettere la forza live dei La Rua, quelle che ci permettono dal vivo di divertirci e far divertire; dall’altro abbiamo inserito qualche messaggio di denuncia, come in ‘Stella Cometa’ e ‘È fantastico’, un po’ quella linea comune che si unisce con ‘Non Sono Positivo alla Normalità’, sbeffeggiando i luoghi comuni. D’altro lato io sono cantautore, scrivo canzoni totalmente diverse tra loro: ora può essere un pezzo rock, ora una poppettata pazzesca. Mi piace non avere limiti in fase di scrittura, e ‘Per Motivi di Insicurezza’ nasce proprio così. Può essere disorientante, però la verità è che se devo pensare al mio modo di essere penserei a tanti modi d’essere! [Ride, n.d.r.]

Di queste canzoni balza all’occhio il featuring con Federica Carta, poi riproposto in chiave solista. Una scelta insolita: come mai?
Perché la canzone era nata così, in quel modo, e ci piaceva dare al pubblico la possibilità di ascoltare la versione originale, da soli. Non certo per andare il lavoro fatto con Federica, che è stato bellissimo. Lei possiede quella sua dolcezza vocale che, a differenza del mio modus operandi da muratore, nel cantato rende tutto più morbido. Ci piaceva però consegnare il brano così com’era inizialmente.

Ed è giustissimo. Probabilmente la chiave di lettura è lampante già dal titolo: “Nessuno segna da solo” è chiaramente un riferimento al calcio, presente e citato più volte all’interno dei vostri testi. Ma il calcio diventa solo una metafora, ora per descrivere l’importanza delle persone vicine e del fare squadra – dal qui il titolo – ora per esortare l’ascoltatore ad uno sforzo in più “altrimenti la vita ti manda in tribuna e non giochi più”. Come mai proprio il calcio?
Beh, prima di tutto perché mi è vicino come sport, lo seguo molto essendo milanista e mi ha addirittura aiutato a superare la morte di mio padre: lo persi a undici anni, e alcuni amici di famiglia mi regalarono le cassette del grande Milan e mi sono appassionato. Poi il calcio parla un linguaggio che tutti conoscono, tutti ci siamo nati e tutti hanno avuto una palla tra i piedi. A me servivano delle metafore che tutti potessero capire, di facile lettura, perché non nascondo il fatto che mi piace da morire suonare dal vivo e vedere le persone cantare le nostre canzoni, volevo metterle in quella condizione lì. Mi è venuto naturale.

Del resto ho visto anche che qualche giorno fa siete stati ospiti dell’Ascoli, la squadra della vostra città. Siete ancora acciaccati?
Acciaccati? Acciaccatissimi, non giocavo dall’ultima partita della Nazionale cantanti! Vado in bici ogni tanto, però… [Ride, n.d.r.]”

Tornando seri, non si può non notare la vostra terza presenza all’Uno Maggio di Roma, che mai come in questo periodo si carica di significato. Quanta politica esprimono i La Rua adesso e quanta ne vorrebbero esprimere in futuro?
Se politica è mettersi dalla parte dei diritti dei lavoratori, questo sì. D’altro canto io ho una filosofia di vita: più si è disorientati più si rischia di fare qualcosa di buono. Non bisogna essere protezionisti nei confronti del passato ma essere avanguardisti e fare qualcosa di folle. Però, al fianco dei diritti dei lavoratori ci saremo sempre. E poi il palco dell’uno maggio di Roma è il più importante d’Italia, come poter mai dire di no ad una cosa del genere? Per noi è un onore fare entrambe le cose, difendere i diritti dei lavoratori e suonare al concerto più grande d’Italia.

I La Rua live durante l’Uno Maggio di Roma nel 2017. Foto di ANSA/GIORGIO ONORATI

Certo. Tornando al disco, in una recente intervista – e anche in questa a dir la verità – hai parlato di questo disco come di un nuovo inizio, e di come ogni vostro lavoro sia un punto di partenza. Eppure questo disco più degli altri rappresenta una letterale evoluzione della vostra musica, che lascia inalterata la base costruendoci sopra altre impalcature.
È inevitabile che ci sia una crescita; poi non so quanto sia evidente e quanto sia presente, perché magari penso ad una crescita ma si tratta di un’involuzione. Però, c’è un passo in un’altra direzione. Quello che mi piace pensare e mi auspico per il futuro dei La Rua è quello di andare sempre ad occupare altri generi musicali. Non voglio quell’impostazione musicale che perdura da mezzo secolo nella musica per la quale chi fa rock deve fare rock, chi fa pop deve fare pop: non mi piacciono queste etichette. Il musicista vero è quello che sa raccontare storie attraverso diversi generi. Ci sono dei messaggi precisi che calzano a dei generi che si prestano semmai, ma non riguarda l’artista. È come andare a giocare il Mondiale e pensare di farlo con la propria squadra del cuore: al mondiale ci vai con la Nazionale, mettendo il meglio del meglio. Lo considero per questo un punto di partenza. Non vogliamo rimanere ancorati ad un genere ma fare qualcosa di sempre diverso.”

A proposito dei prossimi lavori, sappiamo che siete appunto già al lavoro sul prossimo disco che, come dici, sarà qualcosa di ancora diverso: che cosa ci troveremo?
Ci troverete molto più dialogo. Voglio dialogare con l’ascoltatore, mi farò un discorsetto a due con chi lo sente, nella maggior parte dei casi!

Per chiudere, avete annunciato il tour nazionale: dove vi veniamo a vedere?
Allora, abbiamo pubblicato per ora solo le prime quattro date, ma in settimana pubblicheremo le prossime: ci sono molte richieste, stiamo aspettando il calendario definitivo. Partiremo, come dicevo, l’otto giugno dal festival di Comacchio e poi da lì andremo a Siena, Teramo, Sardegna, Sicilia. Comunque, si troveranno man mano sulla nostra pagina!

Perfetto, Daniele. Ti ringrazio tanto per questa intervista e spero di beccarti presto ad un concerto!
Ma va, lo stesso! Grazie a te!”

Previous ArticleNext Article

Lascia un commento

“Love and Rain”: Savage ci riporta negli anni ’80 0 231

1984, 2010, 2020.
Il debutto, la fase di mezzo e il ritorno di Roberto Zanetti; in arte Savage.

Chi è Roberto? Se ci avessero fatto questa domanda nella sua “era”, nei magici anni ’80, un’occhiataccia dettata da un “ma davvero non sai chi sia?” ci sarebbe arrivata. Ma adesso, a distanza di trentasette anni dal suo debutto, in un periodo storico totalmente diverso, ci sentiamo in dovere di rispondere tranquillamente. Roberto nasce a Massa nel 1956, inizia la sua carriera con diversi gruppi (Fathima, Pronipoti Sangrìa, Santarosa e Taxi), partecipa a diverse trasmissioni ottenendo numerosi successi e collabora da anni con artisti di un certo spessore: tra i tanti, Zucchero. Mi piace definire questo artista come il Giorgio Moroder dell’italo-disco e dell’eurodance. Inizia la sua carriera nel 1983 e, un anno più tardi, pubblica il suo primo album: Tonight (1984). Da quel periodo in poi inizia la sua ascesa: conosce Zucchero, produce, cavalca l’onda della musica house e lancia alcuni artisti di grande successo come Alexia. Nel 2010, a distanza di 26 anni dal primo, pubblica il suo secondo album (anche se definirlo così è errato; si tratta di greatest hits: Ten Years Ago (2010), fermandosi in seguito per altri dieci anni e ripresentandosi oggi con il suo ultimo lavoro: Love and Rain (2020). Quest’ultimo, presentato a San Valentino attraverso il singolo I Love You, è un omaggio agli anni ’80, un regalo ai nostalgici, un passato che si ripropone andando a creare i famosi nostalgici di un qualcosa che non si è vissuto; gli anni ’80 hanno questo potere.

Love and Rain è un lavoro composto da sedici canzoni; quelle che a parer nostro basterebbero per creare una serata degna di tale nome nelle attuali discoteche italiane. L’album viene definito scherzosamente dall’artista come guitar free, per il fatto che non sono state usate chitarre in nessuna canzone. Sono presenti violini veri che si sposano perfettamente con l’elettronica pop, creando il sound romantico di Savage. Un disco dove canzoni d’amore e malinconia vanno alla ricerca del tipico sound elettro-pop contaminato da batterie elettroniche e sintetizzatori. Con una copertina che rimanda al Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich: un uomo in abito nero, di spalle, con le mani in tasca e lo sguardo rivolto in avanti, verso l’alto. Tanti sono i significati e, personalmente, a noi piace attribuire quello del piacere del viaggiare, della scoperta. Un viaggio a ritroso nel tempo fino ad arrivare negli anni ’80; una scoperta per alcuni, un ritorno al passato per molti altri. Un’arma per andare avanti data dall’esperienza di anni che non abbiamo vissuto ma che possiamo vivere attraverso questo lavoro.

Quindici inediti, sommati alla versione sinfonica del suo più grande successo dal titolo Only You, danno vita a questa capsula del tempo. Viaggio che ha inizio attraverso una breve e romantica introduzione, Every second of my life, caratterizzata da violini e da una voce struggente. Dal secondo brano in poi si entra, di colpo, negli anni ’80: Don’t say you leave me è questo; un uomo cade dal cielo, dal futuro, trovandosi di colpo nelle atmosfere pop sinfoniche degli anni ’80. Atmosfere che faranno da sfondo a tutti i brani presenti in Love and Rain, senza rendersi mai banali e presentandosi prive di scontatezza. Sound, che dalla prima alla sedicesima canzone, si offre a diversi temi. Come quello dell’amore, presente nella maggior parte dei brani e in diverse forme. L’amore che crea delusioni (Alone); che riappare dopo anni sotto forma di ricordo (Remember Me); che dà vita a un tributo (Italodisco); che si dichiara per la prima volta (Your Eyes); e l’amore per ciò che ci circonda, per la vita, per il nostro ambiente: “We are the future”.

Un eterno romantico. Un uomo che attraverso la sua musica ha il potere di far innamorare una nuova generazione e, soprattutto, la possibilità di consolidare il rapporto con chi quel periodo lo ha vissuto davvero, dicendogli: “nulla è andato”. Ri-accendendo speranze che da trent’anni a questa parte sembrano svanite. Savage è questo: una donna che si culla tra le braccia di un uomo sotto una luce stroboscopica; un abbraccio nel tempo, tra gli anni ’80 e i 2000 inoltrati. Tra le speranze di allora e le consapevolezze di adesso, ma con la forza necessaria per andare verso l’ignoto.

“Romantica Io”: Pia Tuccitto scrive una pagina del rock italiano 0 422

D’amore e ombra – come il titolo di un famoso romanzo di Isabel Allende -: è di questo che parla “Romantica Io“, l’ultimo album di Pia Tuccitto, rocker bolognese dall’animo nobile. Il lavoro, uscito il 31 gennaio e interamente autoprodotto, è figlio della poliedricità di questa grande artista che ne ha curato ogni minimo dettaglio, dalle musiche ai testi, passando per la copertina. Cantautrice, pittrice, protagonista/deuteragonista/voce dello spettacolo Ioelei, messo in scena con la compagna di palco Federica Lisi, la sua carriera parte nel 1993 quando, dopo la partecipazione al festival Nuove Voci di Castrocaro, viene notata da Vasco Rossi che ne apprezza il talento e la invita a far parte della sua scuderia. Da qui nasce un sodalizio artistico che la porta a scrivere per interpreti del calibro di Patty Pravo, Irene Grandi e lo stesso Vasco.
Romantica Io” è l’opera terza ed esce a quindici anni di distanza dall’album d’esordio “Un segreto che” e a dodici da “Urlo” prodotto da Frank Nemola e Guido Elmi per l’etichetta Bollicine/EMI Capitol Music. Questo lavoro è un compendio: racchiude l’essenza di dodici anni di “inattività” discografica che sono stati invece ricchissimi dal punto di vista artistico e amoroso. L’amore, appunto, è il filo conduttore dell’album e  viene declinato in tutte le sue forme. Alla realizzazione e alla limatura hanno partecipato: Corrado Castellari in veste di autore delle musiche di due brani, Bettina Baldassarri, Luca Bignardi che ha curato l’arrangiamento di sette brani e Frank Nemola che ha arrangiato i restanti quattro brani.

Romantica io” (title track) è il brano d’apertura, la dichiarazione d’intenti di un lavoro perfettamente messo a fuoco da un’artista matura. Questa maturità artistica corrisponde – mutatis mutandis – ad una maturità sul piano amoroso e questo è chiaro già nell’incipit del brano: “io per amarti son dovuta invecchiare”. Così com’è chiara, sempre dalle prime battute, l’attitudine rock dell’artista bolognese che non usa espedienti o mezzi termini: “io per amarti ti ho lasciato suonare la mia chitarra da rocker”.  Il graffio nella voce ricorda molto Patty Pravo, ma anche e soprattutto Irene Grandi in “Colpa del Lupo”. L’influenza è evidente e non per via di una supponente forma di pareidolia, per la quale noi che recensiamo siamo tenuti a ricondurre il tutto a qualcosa di conosciuto.

Atmosfera cupa e onirismo in “Come nei films”. Il sound distorto e la voce sensuale ci danno l’abbrivio e ci trasportano all’interno di un racconto di un amore immaginario. Un amore senza confini e che attraverso la voce e le parole cerca la sua reificazione. L’inizio ricorda molto “Tre volte dentro me” di Mina e Afterhours.

L’animo rock emerge prepotentemente in “Com’è bello il mio amore”. La chitarra e la batteria seguono un ritmo preciso e martellante e accompagnano la voce fino all’esplosione nel ritornello. Questo brano è l’essenza del disco.

La chitarra lascia il posto alla tastiera nell’intento di ricreare una precisa atmosfera malinconica. “Perché tutto muore” è un brano ricco di pathos e dal carico emozionale abnorme. Parla dell’amore che finisce, di un sentimento nocivo e logorante che si dissolve nel vento come il fumo di una sigaretta che si spegne e ti lascia un imperituro amaro in bocca.

My Radio” ci riporta agli anni ‘80 quando il binomio dance-rock dava vita a spettacoli corali allietati da gioie lisergiche. Allora l’avanguardia era definita new wave e sfociava spesso in quello che profanamente veniva chiamato alternative rock. In questo pezzo vengono fusi assieme Neil Tennant, Freddie Mercury e Patty Pravo e il risultato è sorprendente. È il pezzo che continui a cantare per tutto il giorno e che provoca l’orchite/colpite a tutti quelli che ti stanno accanto.

Il sesto brano non ha bisogno di presentazioni. Si tratta di “E…”, pezzo scelto e portato al successo da Vasco, che l’autrice riabbraccia come un figlio che ha vissuto all’estero e non vedeva da tempo. Questa è la dichiarazione d’amore per eccellenza, priva di perifrasi e circonlocuzioni (che poi sono la stessa cosa).

Tu Sei Un Sogno Per Me” è il leitmotiv che accompagna lo spettacolo Ioelei messo in scena dall’artista insieme a Federica Lisi. Si tratta di un brano intimo e sincero che si fa colonna sonora di un amore, di una vita, di un viaggio.

L’eterogeneità di stili e generi è esplicitata in “Sto benissimo”: l’inizio in stile Subsonica lascia presto il posto al graffio della chitarra elettrica che sposta il focus è riporta il brano nell’alveo del rock puro e grezzo. L’armonia di chitarre e batteria è perfetta, come in tutto il resto del disco.

Stupida per te” ha l’incedere lento e malinconico di una classica ballad. Questo è la riprova che questa grande artista – come ogni grande artista – non si focalizza su un unico genere, ma spazia all’interno di un ventaglio di stili e generi che le appartengono tutti.

Nel disco c’è spazio per una sorta di intermezzo: “Quante volte sono da sola con te”. Ancora una volta è forte, oltre che necessario, il richiamo a Mina. Si tratta del pezzo più breve dell’album, ma che – per l’icasticità delle immagini che evoca – risulta uno dei più intensi.

Il brano che chiude l’album è “7 aprile”, pubblicato precedentemente in un Ep nel 2013. Si tratta del pezzo mancante, quello che completa e sublima il puzzle. È un brano ricco di colori e sfumature: la chitarra acustica presente all’inizio del pezzo viene sostituita e sovrastata da quella elettrica nel ritornello. La natura multiforme dell’album emerge in modo prepotente in questo brano.

Pia Tuccitto ha scritto un’altra pagina importante del rock italiano. La sua maturità artistica è la vera chiave di volta di questo grande album: la cura minuziosa di ogni dettaglio, l’attenzione e l’oculatezza di ogni singola scelta – dalle parole alle musiche – sono i due ingredienti di questo cocktail perfetto. Rimanendo in campo alcolico si potrebbe dire che sia come il vino che col passare del tempo migliora!

Argomenti popolari

Editor Picks

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: