Intervista ai La Rua: “Nuovo disco, nuovo sound!” 0 268

Ritornano i La Rua, una tra le band più seguite del panorama italiano. Dopo la partecipazione a Sanremo Giovani, la band è appena tornata da un tour internazionale ed è da poco reduce dal rilascio del loro terzo album in studio, “Nessuno Segna da Solo”, nato dal precedente omonimo EP con l’aggiunta di qualche inedito. Per parlare di questo nuovo disco ci siamo sentiti con Daniele Incicco, frontman dei La Rua, col quale abbiamo parlato del nuovo sound improntato più verso l’elettronica di questo nuovo lavoro, delle loro partecipazioni all’Uno Maggio di Roma e del prossimo disco già in lavorazione!

La Rua intervista nuovo disco
i La Rua

Ciao Daniele. Siete da poco tornati da un tour internazionale che vi ha portato a suonare in tantissimi posti, dal Giappone a Buenos Aires, da Sidney alla Tunisia. Possiamo dire che state vivendo il momento migliore della vostra carriera?
A livello di live, sì. Questo tour non ce lo aspettavamo, è stato qualcosa di spaziale, non credo che neanche artisti con carriere trentennali possano permettersi una tournè del genere. Siamo contenti di questo regalo, perché è proprio stato un regalo della Farnesina e di Sanremo. Siamo stati fortunati, adesso ci aspetta il nostro tour – nonostante sia stato molto pesante, perché in sedici giorni abbiamo fatto novanta ore di volo, concerti… una follia!

Ritmi da band internazionali, insomma…
Eh, ma io credo che loro abbiano dei giorni di pausa, altrimenti sarebbe da pazzi. Noi abbiamo finito questo tour da quindici giorni e me lo sento ancora addosso! Però l’otto giugno inizia il nostro tour, a Comacchio, e siamo super carichi!

Parleremo proprio di questo tour più in là. Concentriamoci sul vostro nuovo disco ora: ‘Nessuno Segna Da Solo’ è letteralmente una sterzata alla vostra musica, costituita per lo più da sonorità folk-pop-rock – parlo di rock ricordando alcuni brani del primo disco come ‘Ci Pensi mai al Futuro?’; questa sterzata avviene mescolando il vostro sound all’elettronica, creando qualcosa a metà tra gli Ex-Otago e Cosmo. Come ti giustifichi?!
“[Ride, n.d.r.] A noi piace sempre sperimentare moltissimo, siamo partiti con un folk anche abbastanza rustico, verace. Da lì l’abbiamo contaminato con l’elettronica, arrivando a completare con quest’ultima quello che facevamo, grazie anche alla collaborazione di Dario Faini col quale abbiamo lavorato molto in questo senso. Fino ad ora siamo in fase sperimentale, ci piace pensare sia sempre un nuovo inizio. La giustifico come la nostra ricerca spasmodica di qualcosa di nuovo, che non so quello che potrà diventare. I brani che sto scrivendo adesso sono tutt’altra cosa, so che la gente si troverà di fronte ad una cosa totalmente diversa. Ma a me la musica piace per questo.

La Rua intervista nuovo disco
La copertina di “Nessuno Segna da Solo”, il nuovo disco dei La Rua

È un disco che si apre in maniera decisa, con tanta energia ritmata grazie al brano “Finché il cuore batte”, e riesce a mantenere alta la concentrazione e la potenza narrativa, concludendosi più dolcemente, con una classica ballad scritta a quattro mani con Elisa. Una struttura abbastanza comune all’estero – mi vengono in mente praticamente tutti i dischi dei Pearl Jam – ma non così sfruttata qui in Italia, segno anche questo di una visione che va oltre i confini nazionali.
Hai nominato Vedder che adoro, soprattutto nel suo momento acustico, attraverso le Ukulele Songs. Ti dirò, all’inizio i La Rua li vedevo proprio così, poi ho dovuto contaminare il discorso con gli altri ragazzi, altrimenti avrei fatto qualcosa di solo acustico… prima o poi ci tornerò!

Io ve lo auguro, sarebbe un bel progetto!
È bello perché la voce resta davanti, puoi sentire tutte le sfumature vocali, il messaggio arriva chiaro e diretto. Preferirò sempre tutte le versioni acustiche a quelle più elaborate. Poi, più vado avanti nel tempo più sento la mia voce che si sporca e amo questa cosa. Gli altri avrebbero paura, io invece mi gaso, sarà per alcuni riferimenti che ho nel rock. Quindi, un domani vorrò riprendere questa cosa in mano e rimettere tutto acustico. Comunque, questo disco è un sunto di trenta canzoni. Le abbiamo ridotte all’osso, prendendo quelle che ci piacevano di più: da una parte abbiamo voluto mettere la forza live dei La Rua, quelle che ci permettono dal vivo di divertirci e far divertire; dall’altro abbiamo inserito qualche messaggio di denuncia, come in ‘Stella Cometa’ e ‘È fantastico’, un po’ quella linea comune che si unisce con ‘Non Sono Positivo alla Normalità’, sbeffeggiando i luoghi comuni. D’altro lato io sono cantautore, scrivo canzoni totalmente diverse tra loro: ora può essere un pezzo rock, ora una poppettata pazzesca. Mi piace non avere limiti in fase di scrittura, e ‘Per Motivi di Insicurezza’ nasce proprio così. Può essere disorientante, però la verità è che se devo pensare al mio modo di essere penserei a tanti modi d’essere! [Ride, n.d.r.]

Di queste canzoni balza all’occhio il featuring con Federica Carta, poi riproposto in chiave solista. Una scelta insolita: come mai?
Perché la canzone era nata così, in quel modo, e ci piaceva dare al pubblico la possibilità di ascoltare la versione originale, da soli. Non certo per andare il lavoro fatto con Federica, che è stato bellissimo. Lei possiede quella sua dolcezza vocale che, a differenza del mio modus operandi da muratore, nel cantato rende tutto più morbido. Ci piaceva però consegnare il brano così com’era inizialmente.

Ed è giustissimo. Probabilmente la chiave di lettura è lampante già dal titolo: “Nessuno segna da solo” è chiaramente un riferimento al calcio, presente e citato più volte all’interno dei vostri testi. Ma il calcio diventa solo una metafora, ora per descrivere l’importanza delle persone vicine e del fare squadra – dal qui il titolo – ora per esortare l’ascoltatore ad uno sforzo in più “altrimenti la vita ti manda in tribuna e non giochi più”. Come mai proprio il calcio?
Beh, prima di tutto perché mi è vicino come sport, lo seguo molto essendo milanista e mi ha addirittura aiutato a superare la morte di mio padre: lo persi a undici anni, e alcuni amici di famiglia mi regalarono le cassette del grande Milan e mi sono appassionato. Poi il calcio parla un linguaggio che tutti conoscono, tutti ci siamo nati e tutti hanno avuto una palla tra i piedi. A me servivano delle metafore che tutti potessero capire, di facile lettura, perché non nascondo il fatto che mi piace da morire suonare dal vivo e vedere le persone cantare le nostre canzoni, volevo metterle in quella condizione lì. Mi è venuto naturale.

Del resto ho visto anche che qualche giorno fa siete stati ospiti dell’Ascoli, la squadra della vostra città. Siete ancora acciaccati?
Acciaccati? Acciaccatissimi, non giocavo dall’ultima partita della Nazionale cantanti! Vado in bici ogni tanto, però… [Ride, n.d.r.]”

Tornando seri, non si può non notare la vostra terza presenza all’Uno Maggio di Roma, che mai come in questo periodo si carica di significato. Quanta politica esprimono i La Rua adesso e quanta ne vorrebbero esprimere in futuro?
Se politica è mettersi dalla parte dei diritti dei lavoratori, questo sì. D’altro canto io ho una filosofia di vita: più si è disorientati più si rischia di fare qualcosa di buono. Non bisogna essere protezionisti nei confronti del passato ma essere avanguardisti e fare qualcosa di folle. Però, al fianco dei diritti dei lavoratori ci saremo sempre. E poi il palco dell’uno maggio di Roma è il più importante d’Italia, come poter mai dire di no ad una cosa del genere? Per noi è un onore fare entrambe le cose, difendere i diritti dei lavoratori e suonare al concerto più grande d’Italia.

I La Rua live durante l’Uno Maggio di Roma nel 2017. Foto di ANSA/GIORGIO ONORATI

Certo. Tornando al disco, in una recente intervista – e anche in questa a dir la verità – hai parlato di questo disco come di un nuovo inizio, e di come ogni vostro lavoro sia un punto di partenza. Eppure questo disco più degli altri rappresenta una letterale evoluzione della vostra musica, che lascia inalterata la base costruendoci sopra altre impalcature.
È inevitabile che ci sia una crescita; poi non so quanto sia evidente e quanto sia presente, perché magari penso ad una crescita ma si tratta di un’involuzione. Però, c’è un passo in un’altra direzione. Quello che mi piace pensare e mi auspico per il futuro dei La Rua è quello di andare sempre ad occupare altri generi musicali. Non voglio quell’impostazione musicale che perdura da mezzo secolo nella musica per la quale chi fa rock deve fare rock, chi fa pop deve fare pop: non mi piacciono queste etichette. Il musicista vero è quello che sa raccontare storie attraverso diversi generi. Ci sono dei messaggi precisi che calzano a dei generi che si prestano semmai, ma non riguarda l’artista. È come andare a giocare il Mondiale e pensare di farlo con la propria squadra del cuore: al mondiale ci vai con la Nazionale, mettendo il meglio del meglio. Lo considero per questo un punto di partenza. Non vogliamo rimanere ancorati ad un genere ma fare qualcosa di sempre diverso.”

A proposito dei prossimi lavori, sappiamo che siete appunto già al lavoro sul prossimo disco che, come dici, sarà qualcosa di ancora diverso: che cosa ci troveremo?
Ci troverete molto più dialogo. Voglio dialogare con l’ascoltatore, mi farò un discorsetto a due con chi lo sente, nella maggior parte dei casi!

Per chiudere, avete annunciato il tour nazionale: dove vi veniamo a vedere?
Allora, abbiamo pubblicato per ora solo le prime quattro date, ma in settimana pubblicheremo le prossime: ci sono molte richieste, stiamo aspettando il calendario definitivo. Partiremo, come dicevo, l’otto giugno dal festival di Comacchio e poi da lì andremo a Siena, Teramo, Sardegna, Sicilia. Comunque, si troveranno man mano sulla nostra pagina!

Perfetto, Daniele. Ti ringrazio tanto per questa intervista e spero di beccarti presto ad un concerto!
Ma va, lo stesso! Grazie a te!”

Previous ArticleNext Article

Lascia un commento

“La Terra dei Re”: le mille maschere di Solfrizzo per l’unico volto del rock 0 153

Le vie del rock sono infinite, un po’ come quelle del signore (anche se forse quelle sono finite, come nel film di Troisi) e Vito Solfrizzo le percorre – quantomeno nelle intenzioni – tutte ormai da anni. Non è facile: bisogna sapersi orientare e per farlo è necessario trovare i giusti riferimenti, quelli che ti consentono di ripercorrere i tuoi passi quando ti accorgi che ti stai allontanando troppo e stai per finire fuori strada. Capita di perdersi l’importante è rendersene conto prima che sia troppo tardi. Come disse Baglioni in occasione del Festival di Sanremo “errare è umano, perseverare è artistico” o più semplicemente presuntuoso, come aggiungerei io. Il rock ha un solo volto ma cento, mille, un milione di maschere diverse da indossare secondo l’occasione, e distinguerle l’una dall’altra è difficile, quasi impossibile. Nessuno può avere la presunzione di farlo. “La terra dei re” è l’ultimo album – interamente autoprodotto – di questo giovane cantautore pugliese; è un lavoro che parte da un viaggio interiore e sfocia nella disamina della società contemporanea. Tocca diversi temi, come il precariato, la situazione politica e quello che egli definisce “l’inganno dei talent show”. Le critiche non sono larvate ma precise e mirate. Questo disco arriva a due anni di distanza da “Nove”, album d’esordio uscito nel 2017 in coproduzione con Alessandro Spenga.

vito solfrizzo la terra dei re recensione blunote music

La copertina de “La Terra dei Re”, il nuovo album di Vito Solfrizzo


Si comincia con “Il paradiso dei sogni”, un brano, rude, grezzo. Chitarroni, riff graffianti e beat frenetici, a tratti nevrotici, accompagnano questo pezzo che parla dei nostri sogni, quelli che cerchiamo di realizzare a qualunque costo e che spesso ci spingono a fare cazzate. Non ce ne rendiamo conto, ma quando ci incamminiamo verso i nostri sogni non teniamo conto della strada che abbiamo già percorso né di quella che ancora ci manca per raggiungerli, non ci rendiamo conto della stanchezza e della fatica. Camminiamo per inerzia, fottuti e sfiniti, fino alla fine.

L’attacco del secondo pezzo ricorda molto “Non ci guarderemo indietro mai” dei Negrita. “La terra dei re” è il brano che dà il titolo all’album e ne dichiara le intenzioni: i “re” sono tutti coloro che credono di essere superiori solo perché siedono sugli scranni più alti o ricoprono posizioni apicali o più semplicemente perché indossano una cravatta o vestiti più costosi. I professori, i politici, i datori di lavoro, in generale coloro che si pongono al di sopra di te in un sistema gerarchico- professionale ti fanno pesare la posizione di subordinazione in cui ti trovi rispetto a loro e non puoi far altro che cercare il compromesso per garantirti un quieto vivere. A tutta questa bella gente è bene ricordare – come fa Solfrizzo – quella massima di Montaigne che recita pressappoco così: «Anche sul trono più alto del mondo si sta seduti sul proprio culo». Degno di nota è il sound alternative che ci riporta agli anni ’90, ai primi brani dei Timoria.

Si continua con “Profumo di sabbia”, brano romantico dedicato alla sua ragazza. È un pezzo più lento, meno ritmato e dal mood riflessivo. Parla di un amore che sopravvive al cambiamento: tutto cambia, perfino i soggetti che questo amore lo vivono e lo consumano, ma il sentimento no. Quello rimane intatto, come un castello di sabbia che nessun’onda riuscirà mai ad abbattere.

I soliti riff asettici ci accompagnano in “Il dono dei furbi”. Questo è una sorta di j’accuse rivolto alla classe politica italiana, rea di tentare continuamente di affabulare e circuire quanta più gente possibile. Non tutti restano intrappolati in questa rete, molti sfuggono perché le maglie sono troppo larghe o semplicemente consunte.

America” segue un preciso crescendo, passa da un’atmosfera cupa all’esplosione del ritornello. Ha un’anima rock classica e parla dell’esperienza nella musica, della rivalità fra gli artisti e del clima di competizione in cui vivono. L’America è l’isola felice, il posto che sogni di raggiungere per realizzare i tuoi sogni. È la terra fertile, quella promessa, quella anelata. Questa è la sola maschera del rock riconoscibile e riconosciuta in tutto l’album.

E so che c’è un posto, è un sogno per me. Io voglio solo l’America, per vivere come va.

Vito Solfrizzo, “America”

La chitarra acustica dona quel tocco di malinconia che serve per raccontare di un amore mai sbocciato – come una nave rimasta ormeggiata nel porto che non prenderà mai l’abbrivio per andare al largo – per un motivo futile. “Senza età” parla di tutte quelle storie d’amore che non nascono per differenze anagrafiche. L’età è un ostacolo da superare e non tutti hanno la forza per farlo. Il pezzo è un po’ piatto all’inizio ma poi prende quota e decolla nel finale con l’assolo.

La chitarra – come si percepisce – è una sorta di coperta di Linus per Solfrizzo, che la usa tanto, forse troppo. In “Cuore di Razza” la sua preminenza rende il pezzo un po’ piatto, parole e musica non sono sullo stesso piano ma posti in modo gerarchico: prima la chitarra e poi tutto il resto. C’è una sproporzione che sfocia nel virtuosismo e nell’ostentazione ed è un vero peccato perché sia in questo sia in altri pezzi emergono una buona vocalità e una buona capacità di scrittura che vengono relegati, purtroppo, a margine. Il tema è quello trito e ritrito dell’inganno dei talent show che puntano solo agli ascolti a detrimento del talento e del valore di un’artista.

Si cambia registro in “Conquiblues“, un pezzo che parla di precariato, di sfruttamento e di tutti i problemi che attanagliano il nostro paese. Il blues rock stile anni ’70 smarca un po’ l’album dall’alveo del classic e lo avvicina più al pop. L’armonica si addice perfettamente allo stile del brano.

vito solfrizzo la terra dei re recensione blunote music

La duttilità è una qualità importante, che ci consente di stare bene in qualsiasi situazione. “Mi Adatterò” è un’apologia di questa capacità, per qualcuno di poco conto o addirittura esecrabile. È un pezzo che ha due facce: una acustica e l’altra elettrica. Comincia in acustico, una chitarra in stile Cobain in qualche strana versione di Something in The Way suonata sotto un ponte, cui si unisce l’elettrica “sporca” del ritornello. “Se cambia l’orizzonte io mi adatterò” è il manifesto di questa capacità adattiva non comune.

U.R.A.” acronimo di Utopia Realmente Astratta (una specie di supercazzola a cui Nanni Moretti risponderebbe con uno schiaffo) è «un viaggio interiore intenso quanto inaspettato» come lo definisce Solfrizzo. È un viaggio dettato dal cambiamento e dalla voglia di realizzare gli obiettivi e i sogni di una vita. In esso spiccano una buona vocalità troppo spesso oscurata e un bel basso.

Si continua sulla stessa scia con “L’ombra del Sole“, un pezzo che parla della lotta interiore contro il “nostro” lato oscuro. Lottiamo affinché non prenda il sopravvento e non trovi mai la luce. Ritorna lo stile Timoria (anche la vocalità lo ricorda vagamente). Il ritmo veloce e cadenzato rende il pezzo tutto sommato lineare a parte qualche sfumatura glitch.

Di stampo decisamente cantautoriale è “La Canzone nel Vento“, brano che chiude il disco. È un pezzo dedicato al nonno scomparso nel 2007. È quello più vero e sentito di tutto l’album: non ci sono sovrastrutture né orpelli, solo sentimento. È un brano struggente ma piacevole e dall’imponente carico emozionale.

L’amatorialità di questo disco emerge ad ogni singolo ascolto. Non rappresenta una novità né un unicum nel panorama musicale italiano – che di dischi del genere è ormai saturo; ogni anno ne escono a dozzine: dozzine di dischi pseudo-rock-wannabe dal sound inconsistente. Nel caso di Solfrizzo le capacità, almeno, ci sono, ma non vengono sfruttate per colpa di un’imprecisa superficialità.

Intervista ai Quadrophenix: “Paraponzi il nuovo disco” 0 163

I Quadrophenix nascono a Taranto nell’estate del 2006. Dopo dei primi anni travagliati, alla ricerca della propria identità, la band tarantina vira verso un genere più scanzonato e ironico, mantenendo intatta la base pop-rock/twist sul quale viene fondata. Dalla fine di giugno è in radio il loro nuovo singolo, “Mai Più”, che anticipa il loro primo album in studio, “Paraponzi”, uscito proprio oggi. Noi abbiamo incontrato la band qualche giorno fa proprio per farci una chiacchierata su questo loro primo disco, parlando dei motivi che li hanno spinti a buttarsi nella mischia e sui progetti futuri, con un nuovo disco già pronto.

Ciao ragazzi! Rompiamo un po’ il ghiaccio: parlatemi di voi!
La cosa più importante da dire pensiamo sia che nel 2006 è nata la band. Prima facevamo una roba molto inglese, di ispirazione Gallagheriana; abbiamo poi cambiato impostazione, passando all’italiano. Quando ci siamo accorti di essere dei cazzari abbiamo spostato il modo di scrivere su un genere un po’ più allegro, ironico. È cambiata anche la formazione, stabile da cinque anni a questa parte.

quadrophenix intervista blunote music

Come mai la scelta di intraprendere questo percorso più ironico, alla Elio e Le Storie Tese?
Guarda, io credo che la nostra musica sia seria! [Ride, n.d.r.] No, davvero… quello che penso è che fin quando tu scrivi rispettando quello che sei, quello è fare musica sul serio. Che non vuol dire scrivere i testi di Tenco e neanche quelli degli Skiantos. Se hai qualcosa da dire, dilla. E che sia vera. Se fatto solo per apparire, come lo era in principio – quando appunto suonavamo britpop, senza un senso – è sbagliato.

Dal 2006 ad oggi è passato davvero tanto tempo e, anche con un disco in dirittura d’arrivo, sembra comunque un’eternità. Va bene il cambio di sound, va bene il cambio di formazione, ma come mai nessuna pubblicazione in quest’arco di tempo?
Eh, penso tu ci abbia azzeccato in pieno. [Ride, n.d.r.] La questione è questa: nel 2006 esisteva My Space. Io avevo vent’anni, e vent’anni nel 2006 sono diversi dai vent’anni di oggi. Eravamo più ingenui, più genuini. Internet non era così radicato. Quando dico che esisteva My Space intendo un mondo diverso: su My Space avevi fra le amicizie Dodò, l’ingegner Filini… Era una visione del social diversa. E così cambiava anche il modo di intendere la musica, completamente diverso da oggi. Qualcosa la pubblicammo, ma non andò oltre la cerchia dei nostri amici – e noi siamo stati bravi ad approfittarne per far sparire tutto [Ride, n.d.r.]. Allo stesso tempo, l’album che siamo in procinto di pubblicare [Paraponzi, n.d.r.] è vecchio, risale al 2012, e non lo pubblicammo perché mancava l’etichetta: nel 2012 era fondamentale avere un’etichetta per pubblicare. Questo per far capire come siano cambiate le cose: oggi, nel 2019, grazie ad internet, puoi permetterti di pubblicare un disco anche senza etichetta. Ma oltre questo c’è anche altro: la verità è che stiamo disperatamente provando a pubblicare il primo disco quanto prima perché ne abbiamo già un secondo pronto!

Andiamo con ordine allora: di cosa tratta Paraponzi?
Beh, trattandosi di un disco scritto qualche anno fa, è sicuramente molto scanzonato. Rispecchia l’età che avevamo allora, gli anni dell’università, le prime libertà lontano da casa… è molto solare, prevalentemente. Molto diverso rispetto, ad esempio, al secondo che abbiamo in cantina. Per farti capire: stiamo disperatamente cercando un titolo per il secondo disco, e fra quelli che abbiamo pensato c’è “The Dark Side of the Mood”. Questo perché ha proprio un approccio diverso rispetto al nostro tradizionale modo di fare. Però è anche un’evoluzione rispetto al primo disco, motivo per il quale vogliamo pubblicarli comunque entrambi senza fare balzi in avanti. Vogliamo dare dei punti di riferimento all’ascoltatore.

quadrophenix intervista blunote music copertina paraponzi

Trattandosi però di un disco scritto nel 2012, in un periodo, come dite voi, completamente diverso – ed eravate diversi anche voi – e che non rispecchia la realtà odierna, c’è stato sicuramente il bisogno di un lavoro di revisione. Come siete riusciti ad attenuare queste problematiche in vista del lancio?
La risposta è semplicissima: con l’amore. [Ridiamo, n.d.r.] Pensavi di metterci in difficoltà, ma ci hai tirato un assist fantastico. No, scherzi a parte: se in “Mai più” [il singolo, n.d.r] ci sono alcuni riferimenti, all’interno del disco non troverai mai le parole “selfie”, “facebook”. Il disco ti racconta un mondo più genuino, qualcosa che esiste anche nel 2019 ma che è solo più difficile da trovare. E parla soprattutto di amore, qualcosa che ci sarà sempre.”

La vostra musica si ispira molto alla Surf Music anni ’60 – quella dei Beach Boys per intenderci. Questo è sicuramente vero per i due brani già pubblicati, ma è così anche per il resto del disco?
’’Mai più’ sicuramente. Il resto dell’album si rifà a quel sound, ma essendo un prodotto del 2011/2012 cerca di avere le sonorità radiofoniche del tempo – nel contesto radio-pop nazionale ancora non era arrivato prepotentemente il rap a fare da padrone, andava un po’ di tutto. Che poi, radiofonico è un termine un po’ stuprato, come ‘indie’. Questo per dire che per me è un disco radiofonico, per altri magari no, perché è diventato quasi soggettivo.

Mentre nel secondo disco, invece, il sound è rimasto invariato o avete fatto altro?
Abbiamo fatto peggio! [Ride, n.d.r.] Ci siamo concentrati su quello che ci piace fare. La verità è che ci siamo detti ‘ma chi ce la fa fare’ di seguire uno schema, una moda… facciamo quello che ci piace! Abbiamo azzardato di più, se Paraponzi ha una sua coerenza, il secondo disco è un puzzle: c’è il pezzo più psichedelico, quello più pop.

Siamo in conclusione: pensate di lanciare un secondo singolo dopo l’uscita?
C’è una grossa diatriba all’interno della band su questo. Pensiamo di sì, vogliamo vedere sicuramente come va il disco e il singolo già pubblicato, ma abbiamo già individuato quello che potrebbe essere il prossimo singolo, ‘Nuvole’. Comunque sia, vogliamo fare qualcosa per poi pubblicare il nuovo disco.

Perfetto ragazzi, vi ringrazio molto!
Grazie a te!

Argomenti popolari

Editor Picks

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: