Intervista ai La Rua: “Nuovo disco, nuovo sound!” 0 173

Ritornano i La Rua, una tra le band più seguite del panorama italiano. Dopo la partecipazione a Sanremo Giovani, la band è appena tornata da un tour internazionale ed è da poco reduce dal rilascio del loro terzo album in studio, “Nessuno Segna da Solo”, nato dal precedente omonimo EP con l’aggiunta di qualche inedito. Per parlare di questo nuovo disco ci siamo sentiti con Daniele Incicco, frontman dei La Rua, col quale abbiamo parlato del nuovo sound improntato più verso l’elettronica di questo nuovo lavoro, delle loro partecipazioni all’Uno Maggio di Roma e del prossimo disco già in lavorazione!

La Rua intervista nuovo disco
i La Rua

Ciao Daniele. Siete da poco tornati da un tour internazionale che vi ha portato a suonare in tantissimi posti, dal Giappone a Buenos Aires, da Sidney alla Tunisia. Possiamo dire che state vivendo il momento migliore della vostra carriera?
A livello di live, sì. Questo tour non ce lo aspettavamo, è stato qualcosa di spaziale, non credo che neanche artisti con carriere trentennali possano permettersi una tournè del genere. Siamo contenti di questo regalo, perché è proprio stato un regalo della Farnesina e di Sanremo. Siamo stati fortunati, adesso ci aspetta il nostro tour – nonostante sia stato molto pesante, perché in sedici giorni abbiamo fatto novanta ore di volo, concerti… una follia!

Ritmi da band internazionali, insomma…
Eh, ma io credo che loro abbiano dei giorni di pausa, altrimenti sarebbe da pazzi. Noi abbiamo finito questo tour da quindici giorni e me lo sento ancora addosso! Però l’otto giugno inizia il nostro tour, a Comacchio, e siamo super carichi!

Parleremo proprio di questo tour più in là. Concentriamoci sul vostro nuovo disco ora: ‘Nessuno Segna Da Solo’ è letteralmente una sterzata alla vostra musica, costituita per lo più da sonorità folk-pop-rock – parlo di rock ricordando alcuni brani del primo disco come ‘Ci Pensi mai al Futuro?’; questa sterzata avviene mescolando il vostro sound all’elettronica, creando qualcosa a metà tra gli Ex-Otago e Cosmo. Come ti giustifichi?!
“[Ride, n.d.r.] A noi piace sempre sperimentare moltissimo, siamo partiti con un folk anche abbastanza rustico, verace. Da lì l’abbiamo contaminato con l’elettronica, arrivando a completare con quest’ultima quello che facevamo, grazie anche alla collaborazione di Dario Faini col quale abbiamo lavorato molto in questo senso. Fino ad ora siamo in fase sperimentale, ci piace pensare sia sempre un nuovo inizio. La giustifico come la nostra ricerca spasmodica di qualcosa di nuovo, che non so quello che potrà diventare. I brani che sto scrivendo adesso sono tutt’altra cosa, so che la gente si troverà di fronte ad una cosa totalmente diversa. Ma a me la musica piace per questo.

La Rua intervista nuovo disco
La copertina di “Nessuno Segna da Solo”, il nuovo disco dei La Rua

È un disco che si apre in maniera decisa, con tanta energia ritmata grazie al brano “Finché il cuore batte”, e riesce a mantenere alta la concentrazione e la potenza narrativa, concludendosi più dolcemente, con una classica ballad scritta a quattro mani con Elisa. Una struttura abbastanza comune all’estero – mi vengono in mente praticamente tutti i dischi dei Pearl Jam – ma non così sfruttata qui in Italia, segno anche questo di una visione che va oltre i confini nazionali.
Hai nominato Vedder che adoro, soprattutto nel suo momento acustico, attraverso le Ukulele Songs. Ti dirò, all’inizio i La Rua li vedevo proprio così, poi ho dovuto contaminare il discorso con gli altri ragazzi, altrimenti avrei fatto qualcosa di solo acustico… prima o poi ci tornerò!

Io ve lo auguro, sarebbe un bel progetto!
È bello perché la voce resta davanti, puoi sentire tutte le sfumature vocali, il messaggio arriva chiaro e diretto. Preferirò sempre tutte le versioni acustiche a quelle più elaborate. Poi, più vado avanti nel tempo più sento la mia voce che si sporca e amo questa cosa. Gli altri avrebbero paura, io invece mi gaso, sarà per alcuni riferimenti che ho nel rock. Quindi, un domani vorrò riprendere questa cosa in mano e rimettere tutto acustico. Comunque, questo disco è un sunto di trenta canzoni. Le abbiamo ridotte all’osso, prendendo quelle che ci piacevano di più: da una parte abbiamo voluto mettere la forza live dei La Rua, quelle che ci permettono dal vivo di divertirci e far divertire; dall’altro abbiamo inserito qualche messaggio di denuncia, come in ‘Stella Cometa’ e ‘È fantastico’, un po’ quella linea comune che si unisce con ‘Non Sono Positivo alla Normalità’, sbeffeggiando i luoghi comuni. D’altro lato io sono cantautore, scrivo canzoni totalmente diverse tra loro: ora può essere un pezzo rock, ora una poppettata pazzesca. Mi piace non avere limiti in fase di scrittura, e ‘Per Motivi di Insicurezza’ nasce proprio così. Può essere disorientante, però la verità è che se devo pensare al mio modo di essere penserei a tanti modi d’essere! [Ride, n.d.r.]

Di queste canzoni balza all’occhio il featuring con Federica Carta, poi riproposto in chiave solista. Una scelta insolita: come mai?
Perché la canzone era nata così, in quel modo, e ci piaceva dare al pubblico la possibilità di ascoltare la versione originale, da soli. Non certo per andare il lavoro fatto con Federica, che è stato bellissimo. Lei possiede quella sua dolcezza vocale che, a differenza del mio modus operandi da muratore, nel cantato rende tutto più morbido. Ci piaceva però consegnare il brano così com’era inizialmente.

Ed è giustissimo. Probabilmente la chiave di lettura è lampante già dal titolo: “Nessuno segna da solo” è chiaramente un riferimento al calcio, presente e citato più volte all’interno dei vostri testi. Ma il calcio diventa solo una metafora, ora per descrivere l’importanza delle persone vicine e del fare squadra – dal qui il titolo – ora per esortare l’ascoltatore ad uno sforzo in più “altrimenti la vita ti manda in tribuna e non giochi più”. Come mai proprio il calcio?
Beh, prima di tutto perché mi è vicino come sport, lo seguo molto essendo milanista e mi ha addirittura aiutato a superare la morte di mio padre: lo persi a undici anni, e alcuni amici di famiglia mi regalarono le cassette del grande Milan e mi sono appassionato. Poi il calcio parla un linguaggio che tutti conoscono, tutti ci siamo nati e tutti hanno avuto una palla tra i piedi. A me servivano delle metafore che tutti potessero capire, di facile lettura, perché non nascondo il fatto che mi piace da morire suonare dal vivo e vedere le persone cantare le nostre canzoni, volevo metterle in quella condizione lì. Mi è venuto naturale.

Del resto ho visto anche che qualche giorno fa siete stati ospiti dell’Ascoli, la squadra della vostra città. Siete ancora acciaccati?
Acciaccati? Acciaccatissimi, non giocavo dall’ultima partita della Nazionale cantanti! Vado in bici ogni tanto, però… [Ride, n.d.r.]”

Tornando seri, non si può non notare la vostra terza presenza all’Uno Maggio di Roma, che mai come in questo periodo si carica di significato. Quanta politica esprimono i La Rua adesso e quanta ne vorrebbero esprimere in futuro?
Se politica è mettersi dalla parte dei diritti dei lavoratori, questo sì. D’altro canto io ho una filosofia di vita: più si è disorientati più si rischia di fare qualcosa di buono. Non bisogna essere protezionisti nei confronti del passato ma essere avanguardisti e fare qualcosa di folle. Però, al fianco dei diritti dei lavoratori ci saremo sempre. E poi il palco dell’uno maggio di Roma è il più importante d’Italia, come poter mai dire di no ad una cosa del genere? Per noi è un onore fare entrambe le cose, difendere i diritti dei lavoratori e suonare al concerto più grande d’Italia.

I La Rua live durante l’Uno Maggio di Roma nel 2017. Foto di ANSA/GIORGIO ONORATI

Certo. Tornando al disco, in una recente intervista – e anche in questa a dir la verità – hai parlato di questo disco come di un nuovo inizio, e di come ogni vostro lavoro sia un punto di partenza. Eppure questo disco più degli altri rappresenta una letterale evoluzione della vostra musica, che lascia inalterata la base costruendoci sopra altre impalcature.
È inevitabile che ci sia una crescita; poi non so quanto sia evidente e quanto sia presente, perché magari penso ad una crescita ma si tratta di un’involuzione. Però, c’è un passo in un’altra direzione. Quello che mi piace pensare e mi auspico per il futuro dei La Rua è quello di andare sempre ad occupare altri generi musicali. Non voglio quell’impostazione musicale che perdura da mezzo secolo nella musica per la quale chi fa rock deve fare rock, chi fa pop deve fare pop: non mi piacciono queste etichette. Il musicista vero è quello che sa raccontare storie attraverso diversi generi. Ci sono dei messaggi precisi che calzano a dei generi che si prestano semmai, ma non riguarda l’artista. È come andare a giocare il Mondiale e pensare di farlo con la propria squadra del cuore: al mondiale ci vai con la Nazionale, mettendo il meglio del meglio. Lo considero per questo un punto di partenza. Non vogliamo rimanere ancorati ad un genere ma fare qualcosa di sempre diverso.”

A proposito dei prossimi lavori, sappiamo che siete appunto già al lavoro sul prossimo disco che, come dici, sarà qualcosa di ancora diverso: che cosa ci troveremo?
Ci troverete molto più dialogo. Voglio dialogare con l’ascoltatore, mi farò un discorsetto a due con chi lo sente, nella maggior parte dei casi!

Per chiudere, avete annunciato il tour nazionale: dove vi veniamo a vedere?
Allora, abbiamo pubblicato per ora solo le prime quattro date, ma in settimana pubblicheremo le prossime: ci sono molte richieste, stiamo aspettando il calendario definitivo. Partiremo, come dicevo, l’otto giugno dal festival di Comacchio e poi da lì andremo a Siena, Teramo, Sardegna, Sicilia. Comunque, si troveranno man mano sulla nostra pagina!

Perfetto, Daniele. Ti ringrazio tanto per questa intervista e spero di beccarti presto ad un concerto!
Ma va, lo stesso! Grazie a te!”

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Medimex: Liam Gallagher porta gli anni Novanta a Taranto 0 64

Dopo l’apertura di Cigarettes After Sex ed Editors, il Medimex prosegue la sua cavalcata trionfante a Taranto con un altro concerto di successo: Liam Gallagher. L’ex Oasis ha regalato poco più di un’ora di concerto ai propri fan, cantando i vecchi successi della band che ha fatto grande il britpop, qualcosa dell’ultimo disco solista ed il suo nuovo singolo.

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Il concerto inizia intorno alle otto, quando sul palco salgono i JoyCut, gruppo musicale dark-wave elettronico formatosi nel 2003 a Bologna. La giusta alchimia fra synth, batteria e tastiere dà la carica al pubblico che aveva già iniziato ad affollare la rotonda del lungomare dalle 18, molto prima del concerto di ieri.

Dopo un’ora sale sul palco King Hammond, musicista londinese accompagnato dalla sua band: un po’ B-52s, un po’ sagra di paese in senso buono, King Hammond suona per quaranta minuti il suo raggae-ska movimentando la folla, ormai in trepida attesa di Liam Gallagher.

Alle 22.20 sale sul palco l’ex Oasis: classico giaccone invernale, storico tamburello in mano e tutti gli anni 90 sulle spalle. Il concerto si apre con Rock ‘N’ Roll Star, singolo datato 1995 uscito dal disco Definitely Maybe del 94: uno dei brani più rappresentativi degli Oasis. E non è da meno il secondo brano in scaletta, Morning Glory, title track del disco che fece grandi gli Oasis con sedici milioni di dischi venduti, terzo disco più venduto di sempre in Inghilterra, dietro a Beatles e Queen. Piccolo siparietto per concludere l’introduzione al concerto, con Liam che si “libera” del suo tamburello lanciandolo nel pubblico (se sei il fortunato ad averlo preso, mandaci una foto in DM su Facebook e Instagram!)

Il concerto prosegue con Wall of Glass, singolo di punta del disco solista di Liam Gallagher, As You Were. Da qui parte una piccola parentesi di tre canzoni estratte da questo disco, fra cui l’altro singolo di successo, For What it’s Worth. Ed è proprio dopo quest’ultima che arriva un bel momento: l’anteprima italiana del nuovo singolo, Shockwave, pubblicato il giorno prima ed estratto dal nuovo disco in arrivo del cantante inglese: Why Me? Why Not.

Liam Gallagher è esattamente come te lo immagini, come lo hai visto dai video: mani dietro la schiena, espressione costantemente arrogante, non sai mai chi del pubblico manderà a fanculo. È per questo che gli si vuole tanto bene, penso. Intanto che penso, il live prosegue e sul palco si suona una bellissima Some Might Say, cui segue Universal Gleam, fino ad arrivare alla spettacolare Lyla.

foto panoramica di Rosa De Benedetto

Il pubblico risponde benissimo, molti sventolano le maglie del Manchester City, qualcuno alza una maglia dei Noel Gallagher’s High Flyin’ Birds; Liam risponde in inglese: “Preferisco altre maglie. Preferisco la mia!” indicandone una lì vicino. E riprende a suonare: Cigarettes and AlcoholEh La, e si arriva al momento atteso da tutti: Wonderwall. Salti, urla, occhi lucidi.

Liam saluta, ma si sa che è solo per poco. Rientra e riattacca a suonare: la potenza di Roll With It, brano di apertura di quel What’s The Story Morning Glory di cui prima, risuona in tutta la città. E risuona forte anche nel cuore dei fan, che non sentivano questo pezzo live da ben dieci anni. Finisce Roll With It e Liam annuncia l’ultima canzone, partono le note e tutti sanno che si tratta di Champagne Supernova, alla quale viene affidata quasi sempre la chiusura dei suoi concerti.

Ci son poche parole per descrivere il momento storico che ha vissuto ieri la città di Taranto e la gente accorsa da tutto il Sud per questo live. Chi ha vissuto gli anni ’90 può desiderare solo tre cose nella vita: un appuntamento con Jennifer Aniston, una settimana col Drugo e un concerto di uno dei Gallagher. Ieri almeno uno di questi desideri si è avverato.

Californication compie vent’anni: riscopriamolo 0 127

Sapevamo che il disco aveva avuto un largo successo quando andammo in Europa per un giro di conferenze stampa. Eravamo in Italia, io e John stavamo sul sedile posteriore di una Mercedes con il finestrino aperto. Un motorino con due ragazzi italiani si fermò accanto a noi. Guardarono dentro e cominciarono a urlare: “Ehi, Californication, Californication!”. Poi si misero a cantare Scar Tissue. Il disco era uscito da cinque giorni. Ovunque andassimo, tutti i negozi suonavano il nostro disco. L’Italia aveva preso fuoco. Passammo dal vendere una manciata di dischi al venderne più di chiunque altro quell’anno in Italia. Com’è che un Paese intero decide di cominciare ad amarti in un giorno?

Così Anthony Kiedis decise di parlare di Californication all’interno della sua biografia, “Scar Tissue”, proprio come uno dei singoli estratti dall’album che ha fatto grande la band americana nel mondo. Californication usciva oggi, 8 giugno, vent’anni fa, nel 1999, segnando per sempre quell’estate e la storia della musica. Ma anche la storia della band losangelina.

Usciti un po’ malconci dal rilascio di One Hot Minute, stroncato dalla critica, e orfani del chitarrista sostituto di Frusciante, Dave Navarro, licenziato per incompatibilità con il resto della band, i Red Hot avevano bisogno del rilancio – un rilancio dovuto, per altro; non fosse solo per il successo che ebbe Blood Sugar Sex Magic, soprattutto in America.

Così, nell’estate del 1998, Flea riesce a convincere Frusciante, nel frattempo disintossicatosi dalla dipendenza dall’eroina, a rientrare nel gruppo. Il disco inizia a prendere forma grazie al lavoro di quest’ultimo, accompagnato dalle liriche del frontman e dalle jam session che da sempre hanno contraddistinto lo sviluppo dei dischi dei peperoncini.

Il sound vira: vengono abbandonate le sperimentazioni che ammiccavano al metal – frutto probabilmente del chitarrista ex-Jane’s Addiction – puntando tutto sull’alternative con il giusto mix di quel funk-rock che fece la fortuna della band agli inizi. Quello che non cambia è il produttore: Rick Rubin seguirà infatti la band per questo terzo lavoro di fila, dopo aver prodotto i già citati One Hot Minute e BSSM.

Il disco vide la luce proprio l’otto giugno del 1999, anticipato di un paio di settimane dal singolo Scar Tissue, uno dei brani più rappresentativi del gruppo. Fu un successo di critica e di vendite; qualcuno elogiò un Anthony Kiedis in grande spolvero, molti attribuirono la qualità al ritorno di Frusciante. Californication raggiunse la prima posizione in classifica in nove Paesi diversi – fra cui l’Italia, dove vendette 700.000 copie in due anni – aggiudicandosi ben undici dischi d’oro.

Oggi Californication rimane una pietra miliare della musica mondiale, uno di quei dischi che tante band sperano di rilasciare un giorno. E anche se oggi i Red Hot non sono più gli stessi, con il secondo abbandono di Frusciante e le speranze di un suo ritorno ormai rasentanti lo zero, ascoltare le prime note del brano omonimo durante un live è come tornare piccoli, o giovani, per rivivere i magici momenti dell’ultima estate del secolo scorso.

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