“Joker”: il cinecomic si fa urban drama e abbraccia la New Hollywood 0 82

L’iconico Joker di Heath Ledger si portava dietro non pochi segreti. Di lui non si conoscevano né l’identità, né il passato, né le ragioni che l’avevano spinto a diventare un folle criminale. Per non parlare dell’origine delle cicatrici che tracciavano un grottesco sorriso sul suo volto, e che lui stesso giustificava con una versione ogni volta diversa. Forse Cristopher Nolan avrebbe avuto modo di indagare sul passato del villain, se non fosse stato per la tragica, prematura scomparsa del suo interprete. Ma, a ben vedere, quel Joker affascinava anche per l’alone di mistero che lo circondava.

A distanza di undici anni ­­– con una trascurabile interpretazione di Jared Leto nel mezzo – torna sul grande schermo il celeberrimo nemico di Batman. A indossarne i panni, stavolta, è un fenomenale Joaquin Phoenix. A dirigerlo un regista che, proprio grazie a questo film, è passato dalle notti da leoni a un Leone d’Oro – quello della 76esima edizione del Festival di Venezia.

E, a differenza di quanto avveniva nel film di Nolan, “Joker” di Todd Phillips fornisce un lucido, meticoloso e accurato racconto della genesi di questo folle e anarchico personaggio. Niente di più di quanto fosse lecito aspettarsi da un origin movie che, però, riesce a distaccarsi – per stile e profondità – da qualsiasi altro cinecomic. A dirla tutta, l’idea stessa di considerarlo un cinecomic lascia più di qualche dubbio. Certo, stiamo pur sempre parlando di un film sul Joker, ma per tempi, estetica e atmosfere siamo decisamente più vicini al cinema di Scorsese e della New Hollywood,che non a quello dei Marvel movies.

Più nello specifico sono “Taxi Driver” e “Re per una notte” i film ai quali (in maniera anche dichiarata) Phillips ha deciso di rifarsi. Protagonista di quei due capolavori di Scorsese era un giovane Robert de Niro, che (non a caso) qui ritroviamo nei panni di Murray Franklin, un comico televisivo di successo. Arthur Fleck, il nostro Joker in pectore, ne è un grande fan e spera di poterne ricalcare le orme professionali. Nel frattempo, si arrangia come clown di strada. Vive con la madre malata in condizioni di estrema povertà, conducendo un’esistenza solitaria e deprimente. A far da cornice, una Gotham City (o meglio, i suoi sobborghi) ritagliata sul calco della New York di inizio anni ’80: squallida, degradata, corrotta e quanto mai centrale in un film sull’universo-Batman (tanto quasi da esserne protagonista). Immondizia e ratti sono presenti in ogni vicolo, la violenza serpeggia feroce e gratuita (Arthur ne sa qualcosa) e la forbice tra poveri e ricchi è sempre più ampia. Interessante come la benestante famiglia Wayne, per una volta, ci venga mostrata come lo specchio di una classe politica ipocrita, egoista e indifferente nei confronti delle sofferenze degli esasperati cittadini. In quest’ottica la tragica perdita subita da un giovanissimo Bruce Wayne assumerà dei contorni politici e sociali ben chiari ed evidenti.

Politica in un film su Joker, perché no? Nonostante sia lo stesso Arthur, che verso il finale verrà riconosciuto come simbolo ultimo di un’inevitabile rivoluzione spinta dal basso, a volerne prendere le distanze. Egli, d’altronde, agisce mosso da un più semplice desiderio di rivalsa personale, oltre che da una crescente – ed ereditaria – follia.

joker joaquin Phoenix recensione blunote music

Ed ecco che con crudo realismo e impeccabile cura dei dettagli, il film traccia un identikit psicologico del suo protagonista, mostrandoci la sua progressiva discesa verso la pazzia. Persino la risata squillante, da sempre tratto distintivo del Joker, si svuota del suo carattere fumettistico per assumere i ben più realistici connotati di un disturbo neurologico. Una risata involontaria, sofferta, paradossalmente “triste”: espressione del disagio di un uomo che «non è mai stato felice un secondo della sua vita».

Joaquin Phoenix è sensazionale nel restituirci il profondo malessere di questoemarginato dal corpo denutrito. Tanto da spingerci quasi a simpatizzare nei suoi  confronti. Perché, in fin dei conti, Arthur è un debole, un reietto al quale la società sembra aver voluto giocare un brutto scherzo. «Ho sempre pensato alla mia vita come una tragedia, adesso vedo che è una commedia». The jokes is on you, direbbero in America. Ma quando si rimane soli, abbandonati, con niente da perdere e tanto da far pagare, l’ironia – come la pazzia – può diventare una «questione di punti di vista». E il caos, la via per la felicità.

Previous ArticleNext Article

Lascia un commento

“Alone, Vol. 2”: Maroccolo ci porta nell’Abisso 0 566

“Trattieni il respiro, Deepesh, trattienilo all’infinito, ce la farai, in fin dei conti hai una lunga frequentazione con la morte. Non cedere, trattienilo, non badare agli altri, non guardare il bianco dei loro occhi che esplode nel nero della notte. Trattieni la vita, piccolo uomo, non aprire i tuoi polmoni, non tentare di respirare! NO! E il mare, nero e spumante denso catrame, spalanca le fauci: ingoia, spezza e ghermisce il respiro, accartocciandolo nel sibilo atroce della resa alla morte”

(Mirco Salvadori)

Il 17 giugno scorso Gianni Maroccolo ha “sfornato” il capitolo due del suo lungo e intenso percorso: Alone, Vol 2ABISSO. Il lavoro fa parte di un tragitto molto lungo iniziato sei mesi fa, il 17 dicembre 2018; ed è definito dallo stesso autore come un “disco perpetuo”. Un lungo, infinito e sperimentale cammino che si “fermerà” – per modo di dire – due volte l’anno: il 17 dicembre e il 17 giugno. Questo secondo progetto, arricchito come sempre dalle illustrazioni di Marco Cazzato, dalla “penna” di Mirco Salvadori e dalla supervisione di Alessandro Nannucci (aka. Il Tozzo), si impronta sul tema dell’acqua; sull’abisso, quel misterioso luogo che suscita allo stesso tempo paura, mistero e fascino.

Se dovessi riassumere Abisso in cinque termini – e probabilmente cinque lo sminuirebbero – non potrei fare a meno di definirlo come affascinante, tenebroso, visionario, riflessivo e sperimentale. Il fascino del passato che riecheggia nel presente, attraverso la scelta di intitolare i brani in latino; brani che, nel loro insieme, ruotano attorno a Imus, che in latino significa sia “andiamo” che “profondo”. Verso l’abisso, verso le tenebre, verso un luogo buio che non è altro che l’altra faccia di questa medaglia che definiamo “terra”; perché dovrebbe farci paura se in fondo le tenebre e i misteri ci sono anche “dall’altra parte”?

Questo strumentale e sperimentale percorso parte dal naufragio della F174avvenuto la notte di natale del 1996 al largo di Porto Palo di Capo Passero – in cui morirono 283 persone. Un evento che ha dato l’ispirazione per creare un’odissea sonora in chiave musicale; un riflessivo insieme di “schiaffi” tramutati in onde sonore che restituiscono a chi ascolta i vari momenti di disperazione vissuti dai migranti; dall’annegamento al momento in cui si va oltre.

maroccolo alone vol. 2 abisso copertina recensione blunote music
La copertina di “Alone, Vol. 2 – Abisso”

L’intero progetto musicale è diviso in due parti: Lato A e Lato B. Aditus è lo strumentale che dà inizio alle danze, un intro in forma di bolerino cadenzato che funge da filo conduttore con il finale del volume 1; e come per il primo, lo stesso Imus dà, attraverso il suo visionario e impeccabile sound, le giuste note e temi per rendere coerente l’inizio del b-side. Quest’ultima parte “virtuale” del progetto vede la presenza di prestigiosi musicisti al fianco di Marok; collaboratori che con le loro sfumature musicali hanno fornito i tasselli necessari per ripercorrere in senso inverso la discesa verso l’abisso del lato A.

Il b-side, composto da sette tracce, è il risultato di un insieme di variegate influenze musicali che hanno saputo cogliere il tema principale in maniera impeccabile. Discessio apre le danze attraverso la batteria di Marina Rei, si riallaccia all’ultima traccia del lato A e, attraverso un ritmo e un mood punk, introduce l’unico brano con un titolo non in latino – nonché l’unica cover dell’album -: “The Abyss” (Chelsea Wolf), interpretato dalla profonda voce di Angela Baraldi. Il terzo brano, Submersio, è un affascinante interpretazione sonora del tema centrale dell’album; concretizzato grazie al piano solo di Alessandra Celletti, attraverso un’esegesi intensa e sofferente del lungo percorso che Abisso vuole narrare. Naufragium vede la chitarra di Adriano Viterbini (BSBE) affiancata dai corti dei Life in the Woods e Aetatis Progressu funge da “sound spezza-mood” attraverso il groove e le basi sonore di Howie B e ai versi di Francesca Bono. Il penultimo brano (Cursus) è un dialogo con il mare, con le voci disperate dei naufraghi, con le loro storie e il passato che vorrebbero lasciare alle spalle; un racconto che solo un contrabbasso, con la sua profondità, può concretizzare; come quello di Andrea Cavalieri.

Cavalieri introduce l’ultima traccia, quella che chiude questo secondo capitolo: “Exitus”. Un lavoro che rivede la batteria di Marina Rei e che è introdotto dagli archi di Beppe Brotto. Il brano parla del momento della riemersione, del nastro che si riavvolge, del ritorno alla vita. “Una vera e propria supplica affinché il viaggio verso l’abisso della F174 sia d’ora in avanti un viaggio verso la vita garantito ad ogni essere umano”.

Ed è proprio questa seconda parte, il b-side, che fa risaltare davvero il visionario che vive all’intero di Gianni Maroccolo. Un musicista con un lungo trascorso musicale che ha saputo evitare la fossilizzazione di chi ha vissuto un determinato periodo storico (musicalmente parlando); che ha colto anno dopo anno l’ispirazione necessaria per dare qualcosa di nuovo, senza cadere nella banalità o nel ripetitivo. Attraverso questo “disco perpetuo” ha quasi dimostrato di saper prevedere il futuro; oggi più che mai, a quasi un mese dalla sua pubblicazione, è necessario che tutti capiscano il messaggio che Marok vuole comunicare.

“Narro la morte perché amo la vita e tutti gli esseri viventi sul nostro pianeta”

Gianni Maroccolo

“@90”: Beppe Dettori torna con l’album che aveva in cantiere da più di vent’anni 0 352

Era il 1998 quando Beppe Dettori, frontman dei Tazenda dal 2006 al 2012, iniziò con Giorgio Secco una collaborazioneche portò alla scrittura e alla registrazione di un album poi mai rilasciato. Ritardi, incomprensioni, svariati problemi di pubblicazione alla base dell’arenamento di un progetto che oggi, a ben vent’anni di distanza, viene recuperato grazie al ricongiungimento dei suoi due autori. Ed ecco che dopo aver dissotterrato l’album, “pulito” e rimasterizzato le tracce, Dettori e Secco si sono resi conto di quanto questo lavoro fosse ancora attuale e sensato per loro. Di quanto sentissero ancora l’esigenza di portarlo alla luce. Da qui la decisione di pubblicarlo, senza però abbandonare quelle sonorità tipicamente anni ’90 con le quali era inizialmente nato. A conferma di ciò l’esplicativo titolo scelto, “@90”: non solo un riferimento al sound adottato, ma anche omaggio a un «periodo ricco di fermenti musicali e di cambiamenti tecnologici, di crisi economiche e politiche ma anche di grandi soddisfazioni e consapevolezze»).

11 inediti e una cover di Ivan Graziani a comporre la tracklist dell’album. Ed è proprio quest’ultima, “Monalisa”, ad aprire il disco, donando all’ascoltatore una sensazione di forza e ribellione, follia e ragione, cultura e passione per l’arte.

Si passa poi dalla positività e la spensieratezza del pop rock di “Starò meglio” – brano edificato intorno all’esigenza di tirarsi fuori dalla mediocrità e dall’omologazione sociale, fuggendo verso lidi di libertà e bellezza –  alle sonorità vagamente madchester di “Mentre passa” – anch’essa guidata dalla ricorrente voglia di ribellarsi alle paure, al dolore e alle difficoltà che la vita presenta.

Tappeti di synth e chitarre funky a colorare la romantica “Fermi il tempo”, che anticipa la ballata di stampo radioheadiano (periodo “Pablo Honey”/”The Bends”) “I’m Falling Down”.

Si passa poi a reminiscenze, rispettivamente, del primo Ligabue e di Vasco per le briose “Sono uscito” e “Quando è ora di andare”, brani accomunati dalla stessa tematica: vincere la paura di buttarsi nell’ignoto e inventarsi un nuovo futuro.

Riff di organi si arrampicano sui morbidi accordi delle chitarre acustiche nella successiva “Mi piace stare qui”: ballata emozionale nella quale Dettori si lascia andare a un cantato rabbioso e sofferto.

I ritmi non si alzano con le successive “Rabbia e dolore” e “Tutto il veleno”: ballad pop rock che racconta la storia di un soldato richiamato alle armi la prima, sussurrata parentesi folk incentrata sull’incanto dell’amore la seconda.

A chiudere le danze ci pensa, poi, la psichedelia appena accennata dalle chitarre sbilenche di “Prendo quello che c’è”: tappa conclusiva di un viaggio all’insegna di un cantautorato pop rock intimo e sincero. Non certo spiazzante o innovativo, ma comunque gradevole e confortante.

Argomenti popolari

Editor Picks

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: