Joker: il cinecomic si fa urban drama e abbraccia la New Hollywood 0 697

L’iconico Joker di Heath Ledger si portava dietro non pochi segreti. Di lui non si conoscevano né l’identità, né il passato, né le ragioni che l’avevano spinto a diventare un folle criminale. Per non parlare dell’origine delle cicatrici che tracciavano un grottesco sorriso sul suo volto, e che lui stesso giustificava con una versione ogni volta diversa. Forse Cristopher Nolan avrebbe avuto modo di indagare sul passato del villain, se non fosse stato per la tragica, prematura scomparsa del suo interprete. Ma, a ben vedere, quel Joker affascinava anche per l’alone di mistero che lo circondava.

A distanza di undici anni ­­– con una trascurabile interpretazione di Jared Leto nel mezzo – torna sul grande schermo il celeberrimo nemico di Batman. A indossarne i panni, stavolta, è un fenomenale Joaquin Phoenix. A dirigerlo un regista che, proprio grazie a questo film, è passato dalle notti da leoni a un Leone d’Oro – quello della 76esima edizione del Festival di Venezia.

E, a differenza di quanto avveniva nel film di Nolan, “Joker” di Todd Phillips fornisce un lucido, meticoloso e accurato racconto della genesi di questo folle e anarchico personaggio. Niente di più di quanto fosse lecito aspettarsi da un origin movie che, però, riesce a distaccarsi – per stile e profondità – da qualsiasi altro cinecomic. A dirla tutta, l’idea stessa di considerarlo un cinecomic lascia più di qualche dubbio. Certo, stiamo pur sempre parlando di un film sul Joker, ma per tempi, estetica e atmosfere siamo decisamente più vicini al cinema di Scorsese e della New Hollywood,che non a quello dei Marvel movies.

Più nello specifico sono “Taxi Driver” e “Re per una notte” i film ai quali (in maniera anche dichiarata) Phillips ha deciso di rifarsi. Protagonista di quei due capolavori di Scorsese era un giovane Robert de Niro, che (non a caso) qui ritroviamo nei panni di Murray Franklin, un comico televisivo di successo. Arthur Fleck, il nostro Joker in pectore, ne è un grande fan e spera di poterne ricalcare le orme professionali. Nel frattempo, si arrangia come clown di strada. Vive con la madre malata in condizioni di estrema povertà, conducendo un’esistenza solitaria e deprimente. A far da cornice, una Gotham City (o meglio, i suoi sobborghi) ritagliata sul calco della New York di inizio anni ’80: squallida, degradata, corrotta e quanto mai centrale in un film sull’universo-Batman (tanto quasi da esserne protagonista). Immondizia e ratti sono presenti in ogni vicolo, la violenza serpeggia feroce e gratuita (Arthur ne sa qualcosa) e la forbice tra poveri e ricchi è sempre più ampia. Interessante come la benestante famiglia Wayne, per una volta, ci venga mostrata come lo specchio di una classe politica ipocrita, egoista e indifferente nei confronti delle sofferenze degli esasperati cittadini. In quest’ottica la tragica perdita subita da un giovanissimo Bruce Wayne assumerà dei contorni politici e sociali ben chiari ed evidenti.

Politica in un film su Joker, perché no? Nonostante sia lo stesso Arthur, che verso il finale verrà riconosciuto come simbolo ultimo di un’inevitabile rivoluzione spinta dal basso, a volerne prendere le distanze. Egli, d’altronde, agisce mosso da un più semplice desiderio di rivalsa personale, oltre che da una crescente – ed ereditaria – follia.

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Ed ecco che con crudo realismo e impeccabile cura dei dettagli, il film traccia un identikit psicologico del suo protagonista, mostrandoci la sua progressiva discesa verso la pazzia. Persino la risata squillante, da sempre tratto distintivo del Joker, si svuota del suo carattere fumettistico per assumere i ben più realistici connotati di un disturbo neurologico. Una risata involontaria, sofferta, paradossalmente “triste”: espressione del disagio di un uomo che «non è mai stato felice un secondo della sua vita».

Joaquin Phoenix è sensazionale nel restituirci il profondo malessere di questoemarginato dal corpo denutrito. Tanto da spingerci quasi a simpatizzare nei suoi  confronti. Perché, in fin dei conti, Arthur è un debole, un reietto al quale la società sembra aver voluto giocare un brutto scherzo. «Ho sempre pensato alla mia vita come una tragedia, adesso vedo che è una commedia». The jokes is on you, direbbero in America. Ma quando si rimane soli, abbandonati, con niente da perdere e tanto da far pagare, l’ironia – come la pazzia – può diventare una «questione di punti di vista». E il caos, la via per la felicità.

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“Labirinti umani”: l’esordio di Mattia Previdi in bilico tra mainstream e solido songrwiting 0 220

S’intitola “Labirinti umani” il disco che segna l’esordio del modenese Mattia Previdi. Un lavoro autoprodotto che, con le sue 9 tracce (cifra inconsueta per una tracklist, ma scelta deliberatamente dal cantautore in quanto simbolo del compimento di un ciclo) si concentra su tematiche universali quali relazioni umane e amore. Un amore declinato secondo diverse prospettive: si parla di relazioni tossiche, di vizi e tentazioni, di amicizia, della forza di una madre che perde un figlio, di tradimenti, dell’abbandono e infine della dolcezza di un amore romantico e platonico. Il tutto senza farsi mancare un’ironica e allo stesso tempo amara considerazione nei confronti di una società che tende a privarci di quella stessa umanità che si pone come fulcro tematico di questo lavoro.

Da un punto di vista sonoro i riferimenti sono freschi e attuali, anche se non particolarmente originali. I testi di Previdi si vestono di arrangiamenti perfettamente in linea con un certo pop da classifica (Marco Mengoni, Michele Bravi, Francesca Michielin, Annalisa), nonostante la produzione – come detto, “fai da te” – non sempre riesca a replicare gli stessi standard di pulizia e precisione.

Si parte con “Labirinti umani”, brano che racconta la logorante ricerca di se stessi nell’altro che ognuno di noi porta avanti mentre s’inoltra nell’intricato dedalo di rapporti, conquiste, perdite, abbandoni e conflitti della nostra esistenza. Le atmosfere malinconiche e le melodie dirette ed efficaci si pongono come una dichiarazione d’intenti chiara e precisa che anticipa il canovaccio seguito con i brani successivi.

Come, ad esempio, in “Resta come sei”: ballata guidata dal pianoforte elettrico e da un cadenzato beat di drum machine che rimanda, anche per il cantato delle strofe, ai più recenti successi di Coez.

Segue la suadente “Siamo in due o siamo in tre”, con la quale il cantautore racconta il lento sgretolarsi di un rapporto precario e vulnerabile, minato dall’infiltrarsi subdolo di vizi e tentazioni di vario genere.

Ma è con “Diana” che le ottime capacità di narratore di Mattia escono allo scoperto, in un brano dall’animo contrastante: ballabile e immediato per melodia e sonorità, tragico e disperato per contenuti.

E dopo aver raccontato la storia di una madre che cerca di farsi forza e ripartire dopo la perdita di un figlio suicida, Mattia torna a parlare di se con un brano intimo e personale dal titolo “Crolla il tetto”. Altra ballad dal ritornello orecchiabile e dall’arrangiamento attuale e moderno.

Nella successiva “Forse un altro uomo” si affronta il tema dell’incomprensione e dell’attesa perpetua di un ritorno che, in fondo, si è consapevoli  non avverrà.

“Tieni il resto se vuoi” è un brano elettro pop che alza il ritmo e strizza l’occhio alla dance anni ’90, pur mantenendosi ben saldo all’interno di uno contesto sonoro che non vuole mai perdere d’attualità.

Una parentesi più movimentata che traghetta l’ascoltatore verso un’altra ballata: “Distante”, la prima canzone scritta e arrangiata da Previdi.

La chiusura del disco è affidata alla convincente “Nella mischia”, canzone dall’abito elettro-dance che con amara ironia riflette sulla mancanza di autenticità, di libertà e d’identità in una società ormai schiava dell’apparire.

“Labirinti umani” è un lavoro onesto e diretto, senza particolari pretese artistiche o chissà quale voglia di sperimentare, ma con una profonda conoscenza delle tendenze commerciali del momento. Con l’intento chiaro e preciso di dar vita a una raccolta di potenziali hit radiofoniche (ed effettivamente ciascuno dei brani ha tutte le carte in regola per esserlo), Previdi realizza un disco che scorre veloce e godibile, consegnando melodie di sicura efficacia e capaci di insinuarsi nella testa dell’ascoltatore anche solo dopo un primo, rapido, ascolto. Sicuramente un punto di forza per un artista che imbocca dichiaratamente la strada del pop (anche perché, contemporaneamente, la scrittura si dimostra solida e non banale). Tuttavia andrebbe aggiunto che un album, che non sia un greatest hits, non consiste in una mera collezione di singoli. Ed è questa la critica principale che si può muovere a quella che, comunque, nel complesso si può considerare una piacevole opera prima. 

L’essenziale ritorno dei Save Our Souls rimanda all’alternative anni ‘90 0 170

Si chiama “Esse o Esse” l’album di ritorno dei Save Our Souls (S.O.S.), la band bergamasca capitanata da Marco Ferri (in arte Bruco). Nati nel 1993 su iniziativa del loro fontman, gli S.O.S hanno saputo costruirsi una lunga carriera, segnata da cambi di formazione, intensa attività live, importanti collaborazioni e vittorie di rassegne e festival. Un bagaglio d’esperienza messo a disposizione di questo loro ultimo lavoro, che la band stessa descrive come «schietto e sincero e che rinuncia a fronzoli e orpelli puntando all’essenziale».

Forse gli orpelli ai quali si è deciso di rinunciare sono ammiccamenti all’elettronica o abbellimenti vari in fase di produzione, dato che il disco sembra voler catapultarci ad inizio/metà degli anni ’90 e all’alternative rock di quel periodo.  Negrita, Timoria, il primo Ligabue sono i primi nomi che vengono in mente sentendo le otto tracce che compongono un disco caratterizzato dalla semplicità degli arrangiamenti (nei quali dominano le chitarre), dall’immediatezza dei testi e dalla ricerca di melodie accattivanti. Non mancano, comunque, rimandi a un indie rock più fresco e scanzonato, sorretto da ritmiche più ballabili.

È il caso dell’opening “Venere acida”: un brano dedicato alla Musica, la dea dell’amore con la quale ogni musicista vive un costante rapporto di odio e amore.

Sorretta dai suoi riff poderosi di chitarra, arriva “Non mi fermare”: un inno punk sulla “lucida follia” di chi vuole trasformare la propria passione in un lavoro, non curandosi delle parole di chi invece prova a tracciare limiti.

Fa il suo ingresso l’acustica (che sarà molto presente nel proseguo del disco) nella successiva “E non sai più cosa sei”, brano che parla dell’alienazione, della spersonalizzazione e dell’apatia causate dall’uso (o, meglio, dall’abuso) dei social network e di internet.

Echi di britpop in “Madre”, ballatona già presente nel disco d’esordio (datato 1993) e per l’occasione ri-arrangiata in una nuova veste.

Si rialza il ritmo con “Ancora vivere” in attesa e in preparazione della romantica “Corri Luna”, malinconica ballata sulla paternità che rimanda alle sonorità e alle melodie dei Litfiba nei loro momenti più “morbidi”.

Timoria e Negrita a influenzare la successiva “Ancora un’ora”, che anticipa il brano di chiusura, “Presidente” (già registrato nel 2017 e inserito nella compilation prodotta e distribuita da NDS Music e allegata al mensile Tribuna Magazine). Cambia il tono – più ironico e scanzonato – in un brano che vuole essere un monito: diffidare dai leader dalle facili promesse, figure tanto affascinanti quanto abbindolatrici. Il cantato di Bruco, come per tutto il resto del disco, oscilla tra soluzioni che ricordano un po’ Piero Pelù, un po’ Francesco Renga,mentre alle immancabili chitarre si uniscono sintetizzatori dal sound futuristico.

Si chiude così un disco breve, diretto ed essenziale che, pur senza offrire brani sensazionali o particolari spunti d’interesse, si lascia ascoltare con godibilità. Non particolarmente attuale o innovativo nel suo intento di riprendere sonorità appartenenti al passato (per quanto recente), ma comunque apprezzabile per le sue melodie orecchiabili e il suo discreto songwriting.

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