Joker: il cinecomic si fa urban drama e abbraccia la New Hollywood 0 209

L’iconico Joker di Heath Ledger si portava dietro non pochi segreti. Di lui non si conoscevano né l’identità, né il passato, né le ragioni che l’avevano spinto a diventare un folle criminale. Per non parlare dell’origine delle cicatrici che tracciavano un grottesco sorriso sul suo volto, e che lui stesso giustificava con una versione ogni volta diversa. Forse Cristopher Nolan avrebbe avuto modo di indagare sul passato del villain, se non fosse stato per la tragica, prematura scomparsa del suo interprete. Ma, a ben vedere, quel Joker affascinava anche per l’alone di mistero che lo circondava.

A distanza di undici anni ­­– con una trascurabile interpretazione di Jared Leto nel mezzo – torna sul grande schermo il celeberrimo nemico di Batman. A indossarne i panni, stavolta, è un fenomenale Joaquin Phoenix. A dirigerlo un regista che, proprio grazie a questo film, è passato dalle notti da leoni a un Leone d’Oro – quello della 76esima edizione del Festival di Venezia.

E, a differenza di quanto avveniva nel film di Nolan, “Joker” di Todd Phillips fornisce un lucido, meticoloso e accurato racconto della genesi di questo folle e anarchico personaggio. Niente di più di quanto fosse lecito aspettarsi da un origin movie che, però, riesce a distaccarsi – per stile e profondità – da qualsiasi altro cinecomic. A dirla tutta, l’idea stessa di considerarlo un cinecomic lascia più di qualche dubbio. Certo, stiamo pur sempre parlando di un film sul Joker, ma per tempi, estetica e atmosfere siamo decisamente più vicini al cinema di Scorsese e della New Hollywood,che non a quello dei Marvel movies.

Più nello specifico sono “Taxi Driver” e “Re per una notte” i film ai quali (in maniera anche dichiarata) Phillips ha deciso di rifarsi. Protagonista di quei due capolavori di Scorsese era un giovane Robert de Niro, che (non a caso) qui ritroviamo nei panni di Murray Franklin, un comico televisivo di successo. Arthur Fleck, il nostro Joker in pectore, ne è un grande fan e spera di poterne ricalcare le orme professionali. Nel frattempo, si arrangia come clown di strada. Vive con la madre malata in condizioni di estrema povertà, conducendo un’esistenza solitaria e deprimente. A far da cornice, una Gotham City (o meglio, i suoi sobborghi) ritagliata sul calco della New York di inizio anni ’80: squallida, degradata, corrotta e quanto mai centrale in un film sull’universo-Batman (tanto quasi da esserne protagonista). Immondizia e ratti sono presenti in ogni vicolo, la violenza serpeggia feroce e gratuita (Arthur ne sa qualcosa) e la forbice tra poveri e ricchi è sempre più ampia. Interessante come la benestante famiglia Wayne, per una volta, ci venga mostrata come lo specchio di una classe politica ipocrita, egoista e indifferente nei confronti delle sofferenze degli esasperati cittadini. In quest’ottica la tragica perdita subita da un giovanissimo Bruce Wayne assumerà dei contorni politici e sociali ben chiari ed evidenti.

Politica in un film su Joker, perché no? Nonostante sia lo stesso Arthur, che verso il finale verrà riconosciuto come simbolo ultimo di un’inevitabile rivoluzione spinta dal basso, a volerne prendere le distanze. Egli, d’altronde, agisce mosso da un più semplice desiderio di rivalsa personale, oltre che da una crescente – ed ereditaria – follia.

joker joaquin Phoenix recensione blunote music

Ed ecco che con crudo realismo e impeccabile cura dei dettagli, il film traccia un identikit psicologico del suo protagonista, mostrandoci la sua progressiva discesa verso la pazzia. Persino la risata squillante, da sempre tratto distintivo del Joker, si svuota del suo carattere fumettistico per assumere i ben più realistici connotati di un disturbo neurologico. Una risata involontaria, sofferta, paradossalmente “triste”: espressione del disagio di un uomo che «non è mai stato felice un secondo della sua vita».

Joaquin Phoenix è sensazionale nel restituirci il profondo malessere di questoemarginato dal corpo denutrito. Tanto da spingerci quasi a simpatizzare nei suoi  confronti. Perché, in fin dei conti, Arthur è un debole, un reietto al quale la società sembra aver voluto giocare un brutto scherzo. «Ho sempre pensato alla mia vita come una tragedia, adesso vedo che è una commedia». The jokes is on you, direbbero in America. Ma quando si rimane soli, abbandonati, con niente da perdere e tanto da far pagare, l’ironia – come la pazzia – può diventare una «questione di punti di vista». E il caos, la via per la felicità.

Previous ArticleNext Article

Lascia un commento

Doctor Sleep: il sequel di Shining che omaggia Kubrick e accontenta King 0 141

Certi film hanno la capacità di trasformare luoghi in personaggi o, ancor di più, in veri e propri protagonisti. È sicuramente il caso di “Shining” e del suo immortale Overlook Hotel, i cui corridoi, sale da ballo, stanze, bar, cucine, bagni, siepi e tappeti, riuscivano – grazie alla monumentale regia di Stanley Kubrick – quasi a parlare allo spettatore. Proprio come i membri della famiglia Torrance.

Lo sa bene Mike Flanagan, che in questo suo “Doctor Sleep”, adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo del 2013 di Stephen King, non perde occasione per rivisitare quei luoghi intrisi di memoria e terrore che tanto hanno influenzato questi ultimi quarant’anni di cinema horror. Il tutto senza scontentare lo scrittore di Portland che, come molti sanno, non gradì per nulla l’adattamento cinematografico di Kubrick.

Mike Flanagan

È interessante capire, allora, come Mike Flanagan (che già aveva avuto modo di misurarsi con l’opera di King adattando per Netflix “Il gioco di Gerald”), abbia cercato di mediare tra le due parti. Perché se da un lato, in Doctor Sleep, si ricerca una continuità con il capolavoro di Kubrick (grazie al rifacimento minuzioso d’intere sequenze, al riutilizzo della colonna sonora originale e alla riproposizione dei suoi iconici personaggi), dall’altro c’è la volontà di rimanere quanto più possibile fedeli al sequel di King (dando risalto a temi centrali quali alcolismo e conflitti familiari), restituendogli inoltre quel finale che Kubrick stravolse con la sua versione cinematografica.

In questa sua opera di mediazione, però, Flanagan non rinuncia a un’estetica personale che già aveva avuto modo di mostrare con i suoi precedenti – apprezzabili – lavori (“Oculus – Il riflesso del male”, “Somnia”, “L’incubo di Hill House”). Ad esempio, tornano i suoi immancabili occhi dalla pupilla bianca alla Lucio Fulci e una certa resa estetica dei personaggi (Rebecca Ferguson, che qui interpreta la malvagia antagonista Rosie, ricorda in qualche modo la signora Crain della serie Hill House).

Quello che ne viene fuori è uno strano mix che si dimostra a tratti interessante, a tratti poco convincente. Ogni qual volta in cui Flanagan cita Kubrick – soprattutto quando non rimette in scena sequenze di “Shining”, ma ne ripropone movimenti di macchina e effetti sonori (come il battito del cuore) in contesti diversi da quello dell’Overlook Hotel – suscita emozioni ed esaltazione nostalgica nello spettatore (esempio di miglior fan service possibile). Mentre quando ricostruisce pedissequamente scene del prequel, con attori per forza di cose diversi, l’effetto è straniante e il confronto con l’originale, inevitabilmente, non regge.

Ma il vero problema di questo film è che, esclusi i rimandi a “Shining” e il buon finale, offre pochi spunti d’interesse. Colpa anche di una trama – quella del romanzo di riferimento – abbastanza ordinaria e non paragonabile a quella del suo prequel (e, infatti, il romanzo di King non venne accolto positivamente).

Una trama che ruota intorno all’ormai adulto Danny Torrance (Ewan McGregor) e ai suoi demoni quotidiani. Alcolista, senza soldi e tormentato dagli orrori vissuti in gioventù, Danny si trasferisce in un’isolata cittadina del New Hampshire, nel tentativo di rimettere la sua vita sui giusti binari. Qui, grazie all’aiuto della gente del posto riesce a liberarsi dai suoi vizi e a trovare uno scopo nella vita. Diventa un infermiere che, grazie alla sua mai del tutto sopita Luccicanza, dona conforto agli anziani pazienti di un ospizio, aiutandoli ad “addormentarsi” in serenità. Da qui il soprannome di Doctor Sleep. La Luccicanza lo porta a mettersi in contatto con Abra Stone (Kyliegh Curran), una bambina dagli straordinari poteri che gli chiederà aiuto nella lotta alla minaccia rappresentata dai demoniaci membri del Vero Nodo (creature sovrannaturali che si cibano di Luccicanza per vivere in eterno).

Per tutta la sua prima parte il (lungo) film di Flanagan soffre di una storia dispersiva e, soprattutto, di una scrittura fin troppo didascalica. I personaggi sembrano quasi voler spiegare a tutti costi allo spettatore costa sta succedendo e in che modo gli eventi di questa storia si ricollegano ai fatti narrati in “Shining”. Le riuscite interpretazioni di Ewan McGregor e Rebecca Ferguson tengono vivo l’interesse nello spettatore, in attesa che finalmente – solo verso il finale – si torni a far visita all’albergo maledetto situato sulle montagne innevate del Colorado.

Qui Flanagan è davvero bravo nel giocare con l’eredità culturale che il film di Kubrick ha lasciato nella nostra memoria, guidando lo spettatore in una sorta di giro turistico in quel parco dei divertimenti dell’orrore che l’Overlook Hotel rappresenta. Un’operazione non tanto diversa da quella che l’amico di Kubrick Steven Spielberg aveva compiuto in una sequenza del suo Ready Player One. Ed ecco che tra studio accurato e riproposizione intelligente della grammatica filmica kubrickiana, Flanagan trova il modo di tornare a parlare di quello su cui i suoi lavori si sono sempre concentrati: traumi rimossi e ricordi dolorosi all’interno di un ambiente domestico e di un contesto famigliare.

Danny avrà modo di confrontarsi, un’ultima volta, con un passato che per troppo tempo ha cercato di rifuggire. Per far sì che anche il Doctor Sleep possa trovare la maniera di “addormentarsi” con quella stessa serenità che ha saputo donare ai suoi pazienti, mettendo fine una volta per tutte ai suoi incubi e al luogo che li custodiva. Ma forse quegli stessi incubi non possono essere sconfitti definitivamente. Forse continueranno a esistere per qualcun altro. Forse verranno lasciati in eredità, così come le immortali sequenze del film di Kubrick. E allora l’unica cosa che resta da fare sarà conviverci, tenendoli a bada rinchiusi in una scatola nascosta nel labirinto della propria mente.

Lei contro Lei: i Newdress cantano i due animi del mondo femminile 0 113

È uscito lo scorso 11 ottobre “Lei contro Lei”, ultimo lavoro dei bresciani Newdress, band attiva da più di dieci anni e con sei dischi all’attivo (tre ep e tre lp). Per l’occasione Stefano Marzioli e Jordan Vianello, storici fondatori della band e unici membri ad avervi fatto parte continuativamente sin dalla sua nascita, si sono avvalsi delle collaborazioni – tra gli altri – di Antonio Aiazzi (Litfiba) e del chitarrista Stefano Brandoni,

Con l’immediato ed esplicito intento di rendere omaggio, e di attingere a piene mani, al synthpop e alla electro wave anni ’80 (Duran Duran, New Order) senza tralasciare le sue derive più dark e decadenti (Depeche Mode, Gary Numan), “Lei contro Lei” si propone come un concept album che ruota intorno alla figura femminile. Da Marylin Monroe a Amelia Earhart, da Joyce Lussu a Greta Thunberg: sono tante e diverse le “muse” che hanno ispirato le dieci canzoni che compongono la tracklist dell’album. Positive e negative, perché con questo lavoro l’intento dei Newdress è quello di celebrare l’antitesi fra i due animi opposti del mondo femminile. Un intento ambizioso, ma non particolarmente riuscito. Sia per via di testi non sempre particolarmente a fuoco e in sintonia con il tema principale (si pensi all’opening “Vacanza Dark” o a “Il tipo banale”), sia per la scelta di un sound fin troppo derivativo e non particolarmente brillante per personalità.

Come detto, l’album si apre con l’interlocutoria “Vacanza Dark”, che con i suoi intrecci di tastiere dai suoni futuristici rimanda alle atmosfere di Digitalism e Ou Est la Swimming Pool.

Segue “Overdose in L.A.”, che cerca di immaginare l’ultima travagliata notte della diva del cinema Marylin Monroe. Sebbene sorretta da accattivanti sequenze di synth, poderosi e taglienti, il brano manca d’incisività, complice la piattezza della linea melodica del cantato.

Maggiore presa per le successive – e convincenti – “Pallida” (il singolo, che vede la partecipazione di Stefano Brandoni) e “Freelove Dating”, che parla di relazioni nate sul web.

La politica fa il suo prepotente ingresso nella più riflessiva “L’alieno e la bambina”, nella quale s’immagina un ipotetico incontro tra un visitatore dello spazio (che torna sulla Terra a 2000 anni dal suo primo approdo) e la paladina del movimento ambientalista Fridays for Future Greta Thunberg. Un pretesto per riflettere sui cambiamenti climatici causati dalla sconclusionata gestione delle risorse da parte dei nostri Capi di Stato.

Con la sua intro in stile Eurythmics arriva l’accattivante title track “Lei contro Lei” che, complice la melodia della strofa e la seconda voce al femminile, proprio non può non rimandare ai connazionali Baustelle. Al centro della narrazione del testo c’è lo scontro antitetico tra Lillith e Eva, le due moglii di Adamo.

La successiva “Joyce” vede la collaborazione di Antonio Aiazzi alla voce e alla produzione. Dave Gahan e soci presenti con la loro influenza in ogni nota pulsante di synth, mentre le parole di Marzoli si succedono come una preghiera notturna dedicata alla partigiana, scrittrice e poetessa Joyce Lussu.

È invece Amelia Earhart, prima donna ad aver sorvolato l’Oceano Pacifico, la protagonista de “Il Rumore di te”, che aggiunge poco a quanto già sentito in precedenza.

Segue la banale “Il tipo banale”, che potremmo riassumere parafrasandone il testo: “Le tastiere? Sempre uguali. La batteria? Sempre uguale. Le atmosfere? Sempre uguali.”

Terza collaborazione del disco per il brano di chiusura, “Bolle di sapone”, che si avvale del featuring di Diego Galeri alla batteria. Questa volta a essere cupenon sono solo le atmosfere ma lo è anche il soggetto del brano, che racconta una storia di credulità e magia, ignoranza e cupidigia, sentimenti e istinti primitivi, mortificazioni e dolore. Protagonista di questa macabra canzone è la serial killer Leonarda Cianciulli, nota come la “saponificatrice di Correggio”.

In definitiva “Lei contro Lei” si dimostra un disco riuscito solo in parte. Le melodie e i testi – solo a tratti particolarmente ispirati – lasciano intravedere l’indubbio potenziale di una band con una storia e un percorso di tutto rispetto. Ma l’idea di riproporre un sound sentito e risentito negli ultimi dieci anni (senza personalizzarlo o portarlo avanti in qualsiasi altra direzione) non giova a un lavoro che finisce per incartarsi nel suo stesso manierismo. Il tutto senza mantenere neanche una piena coerenza con l’idea di concept album. La seconda metà della prima decade degli anni 2000 è passata da un po’ e cavalcare l’onda di un revival ormai quasi del tutto sopito è una scelta che lascia il tempo che trova, per quanto nobili possano essere le influenze alle quali si vuole attingere. 

Argomenti popolari

Editor Picks

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: