Il nuovo Jumanji riesce ad intrattenere anche senza Robin Williams 0 2075

Jumanji: Benvenuti nella Giungla, tirando le somme, non è altro che ciò che vuole essere: un’avventura per ragazzi e non, che diverte e intrattiene senza sosta con riferimenti alla cultura popolare dei nostri giorni

Stiamo vivendo un momento cinematografico (ma anche televisivo) abbastanza particolare: sempre più registi cavalcano l’onda, che pare essere al momento ancora inarrestabile, della nostalgia degli anni ’80. A fare leva è l’evidente amarcord dei suoi cult, della sua estetica cinematografica e dei suoi relativi cliché narrativi, ormai manifesto per una generazione di registi (e spettatori) cresciuti in quegli anni a pane e Ritorno al futuro. Ma forse questo 2018 può aprire un nuovo ciclo di ricordi in 4K.

Il primo dell’anno, infatti, è uscito nelle sale italiane Jumanji: Benvenuti nella Giungla di Jake Kasdan, un sequel/reboot di Jumanji, per l’appunto, un mito del cinema per ragazzi made in USA degli anni ’90, forse – se non sicuramente – il più iconico della decade in cui andavamo in giro col walkman mentre nostra sorella giocava col Tamagotchi e Roberto Baggio alzava un po’ troppo il pallone in quel di Pasadena.
Come per ogni ritorno, anche quello di Jumanji ha scatenato più dubbi che entusiasmi, magari anche perché non avrebbe potuto vantare il gigantesco e compianto Robin Williams, a cui è legato un pezzo del cuore di ogni novantino. Ma nonostante le perplessità, questo nuovo capitolo non è e non vuole essere una copia del primo, ma appare perfettamente organico e adatto ai nostri tempi.


L’incipit del film è infatti analogo a quello originale, con il ritrovamento del gioco da parte di quattro ragazzi, ma è qui che Benvenuti nella Giungla inizia a rimescolare le carte in tavola: jumanji non è più un gioco da tavola, ma un videogioco anni ’90 che quattro ragazzi troveranno e giocheranno, finendo intrappolati in un mondo selvaggio ma soprattutto in un corpo a loro a dir poco estraneo.
I quattro adolescenti sono il nerd Spencer, l’atletico Fridge, la bella e superficiale Bethany e la secchiona Martha, che dovranno vincere il gioco per evitare un game over che significa morte.
A rendere il tutto ancora più complicato sono i personaggi a loro affidati, assolutamente agli antipodi rispetto alle controparti reali; vedremo Spencer nel muscoloso corpo di Dwayne “The Rock” Johnson, Fridge in quello goffo e impacciato di Kevin Hart; Bethany in quello esuberante e sovrappeso di Jack Black e Martha in quello provocante e statuario di Karen Gillan.

Si tratta della prima, ottima intuizione che rende il film, già dal suo inizio, fresco e divertente, anche grazie ad una sceneggiatura ben scritta, dove le scene action non tolgono credibilità a quelle comedy, e viceversa. L’attenzione dello spettatore non calerà mai, ed in parte è merito della prova attoriale prorompente e scanzonata di Black, il quale reciterà la parte di una ragazza bella e superficiale (la classica popolare dei licei americani, per intenderci) con l’istrionico stile che lo ha sempre caratterizzato, imitandone movenze e parlata. A dir poco spassoso.
Non mancheranno certo momenti di tensione, ma Kasdan offre una action comedy che prende le distanze dall’atmosfera un po’ horror del film originale, inaugurando quella che possiamo definire una seconda vita del marchio Jumanji, più improntata all’intrattenimento moderno e frenetico, senza mancar di rispetto al suo papà.

Questo modus operandi da parte del registra causa un’approssimativa ricerca psicologica dei personaggi, ma dato il contesto del blockbuster di intrattenimento e del videogioco d’avventura anni ’90, per lo più scevro da profonde trame ma colmo di enigmi, si tratta di una decisione coerente e sensata che conferisce a questo nuovo capitolo un nuovo, originale e degno inizio. Non si può escludere, insomma, un proseguimento della saga.

Jumanji: Benvenuti nella Giungla, tirando le somme, non è altro che ciò che vuole essere: un’avventura per ragazzi e non, che diverte e intrattiene senza sosta con riferimenti alla cultura popolare dei nostri giorni. E nel mentre, strizza l’occhio a quella subcultura geek anni ’90 che, siamo sicuri, farà battere un paio di volte in più il cuore di chi quegli anni li ha vissuti ed amati.

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‘Biciclette Rubate’: Diego Esposito disegna una nuova frontiera per il cantautorato 0 268

Un vero artista scrive solo quando sente la necessità di dire qualcosa. Che poi fondamentalmente quando hai qualcosa da dire le parole escono da sole, non chiedono permesso, non aspettano che tu le spinga fuori. È così che nasce Biciclette Rubate, il nuovo disco di Diego Esposito – cantautore toscano di origini campane classe 1986 – uscito il 22 marzo e pubblicato da iCompany/luovo e prodotto da Riccardo “Deepa” Di Paola. La necessità di dire, di raccontare e di raccontarsi; la necessità di dare forma e sostanza, di reificare i contorni di quello che uno ha dentro. Ecco, questo disco è una necessità. Diego dice che questo disco nasce dal senso di smarrimento provato a un certo punto della sua carriera artistica e l’immagine – che poi è un’ipotiposi per la qualità della descrizione – che ci dà è quella delle biciclette rubate “che da un momento all’altro si ritrovano in un posto differente rispetto a quello dove erano state parcheggiate qualche attimo prima”. Questo secondo lui è frutto delle scelte che facciamo, che ci portano a prendere una strada al posto di un’altra: quindi, secondo il principio caro ai latini dell’homo faber ipsius fortunae, ognuno si crea da sé il proprio destino e dunque non possiamo dire che ciò che ci capita sia colpa del destino ma colpa nostra. La sua breve ma intensa carriera l’ha già portato in giro per il mondo, toccando città come Pechino (nella quale è stato in veste di rappresentante del cantautorato italiano per l’ambasciata italiana). Nel 2018 è salito sul palco del concerto del primo maggio in piazza San Giovanni a Roma. Nel suo curriculum annovera – oltre alla partecipazione a XFactor – la vittoria di due edizioni del concorso Area Sanremo e un disco, È più Comodo se Dormi da Me, prodotto da Zibba. L’uscita di quest’ultimo disco è anticipata dal lancio dei singoli Le Canzoni Tristi, Diego e L’amore Cos’è.

Diego Esposito Biciclette Rubate Recensione Blunote Music

Il disco si apre con un omaggio a un grandissimo artista: Stefano Bollani. Questo pezzo – che s’intitola appunto Bollani – è il racconto di un viaggio, mentale e fisico. C’è il suono leggero di una chitarra, accompagnata da un piano morbido e da voci e suoni distorti in sottofondo. È il racconto di un viaggio che Diego ha fatto a Mauritius, e di un episodio nello specifico da cui poi è nata la canzone: “Era il giorno del Pongal – Makara Samkranti (giorno di festa celebrato in tutta l’India in onore del raccolto invernale) c’era un fiume di gente che camminava in senso opposto al mio per andare al tempio sul mare per rendere omaggio agli dei, io non ricordo dove stessi andando, ma in quel momento mi sono sentito in contromano”. C’è chi viaggia in direzione ostinata e contraria, perché ha scelto di farlo, perché le sue scelte l’hanno portato sull’altro lato della strada.

Un bell’arpeggio introduce il secondo brano, Voglio Stare con Te. È una canzone che nasce da un pensiero fisso, un motivo ricorrente e l’icasticità di chi sa che scrivere vuol dire tracciare i contorni di un disegno perfetto. Questa capacità nella scrittura abbinata a una vocalità pulita e riconoscibile fanno di Diego il modello del cantautore moderno: canzoni scritte di getto, magari dopo una serata passata sul tetto di un hotel delle isole Tremiti, prive di sovrastrutture.

Biciclette Rubate è il brano che dà il titolo al disco. È un pezzo scritto per un amore appena nato, che ti brucia e come sostiene Diego: “ti rende libero come una bicicletta, anzi come una bicicletta rubata che rompe la routine degli stessi percorsi e si lascia trasportare alla ricerca di nuovi orizzonti e percorsi da affrontare”. L’intensità cresce secondo dopo secondo fino al ritornello che ti entra in testa e non esce più.

Un leggero graffio nella voce accresce la carica emozionale del quarto pezzo: La casa di Margò. Lei non esiste, così come la sua casa, sono due modelli ideali, due rifugi: Margò è un’imago, un’entità incorruttibile e indefettibile; la sua casa è l’ultima Thule, il posto in cui rimettere tutto, dal quale lasciare fuori tutte le brutture della vita. Chissà magari un giorno ci troveremo tutti a casa di Margò per un caffè, sempre che lei non sia veneta, in quel caso ci ritroveremo lì per uno Spritz!

Il quinto brano Solo Quando sei Ubriaca nasce da un abbozzo di Zibba (all’anagrafe Sergio Vallarino) – produttore del suo primo album e, soprattutto, grandissimo cantautore – che, in un freddo pomeriggio di lavoro in studio, propone a Diego il ritornello della canzone. È la storia di un amore non corrisposto, di una liaison dangereuse dal quale lui non riesce a smarcarsi: lei lo chiama solo quando è ubriaca e lui puntualmente corre da lei, cosciente di essere soltanto un ripiego. L’elettronica colora un po’ il pezzo la cui produzione è affidata a Simone Sproccati.

L’estate è la stagione degli amori fatui che si spengono come i fuochi dei falò sotto i colpi dei temporali nei giorni di fine agosto. Le Canzoni Tristi racconta di un amore effimero, finito prima del previsto, che ti lascia l’amaro in bocca per ciò che sarebbe potuto essere, ma non è stato. Quando qualcosa finisce c’è sempre la consapevolezza che possa essere comunque l’inizio di qualcos’altro, parafrasando il titolo di quel meraviglioso libro di Tiziano Terzani. Degno di nota l’assolo che accompagna il pezzo alla fine.

La settima traccia non è autoreferenziale: Diego è una canzone che nasce da un conflitto interiore – come sostiene lui stesso –ed è dedicata a tutte quelle persone che non si accettano e hanno perso la stima in se stesse. Diego è quasi una figura astratta, la personificazione della disistima e del conflitto interiore; io sono Diego, tu sei Diego, tutti sono Diego.

L’interrogativo degli interrogativi: L’amore Cos’è? Ogni risposta potrebbe risultare inopportuna, o quantomeno banale e si tratterebbe comunque di una visione soggettiva. Se l’amore fosse oggettivo, sarebbe convenzionale e dunque facilmente definibile, ma ovviamente non è così. “Ma l’amore cos’è? È che non riesco a fare a meno di te”. Questa è una risposta sincera.

Marina di Pisa è un pezzo dall’anima elettronica. Parla di una vacanza in questa località toscana tanto cara a D’Annunzio. Non ci sarà il mare dei Caraibi ma è un posto che ha tante storie da raccontare e le immagini cui si affida lo descrivono perfettamente: Marina di Pisa è un ultras del Foggia, è un viaggio culinario, un posto in cui ti fermi a pensare a tutto quello che è stato e provare ad immaginare ciò che sarà, magari davanti alla “polpette di tua madre”.

Il pezzo che chiude il disco si chiama Le viole. È un pezzo dall’atmosfera intimista, c’è il piano che accompagna la voce e rende il tutto più magico. Rappresenta il mondo e l’idea di musica di questo grande artista: l’attenzione per i dettagli e l’importanza di lasciare che le emozioni impresse in ogni testo, in ogni parola, suono e nota escano spontanei, senza artifici che ne possano corrompere la purezza.

A tutti quelli che hanno decretato “ufficialmente” la morte del cantautorato mi viene da rispondere soltanto “Diego Esposito“.

TARM, Colle der Fomento e Cor Veleno all’Uno Maggio Taranto 0 264

È quanto si apprende dalla conferenza stampa tenutasi stamattina alle ore 11 preso la Casa del Cinema di Roma dal Comitato dei Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti, organizzatori del concerto dell’uno maggio a Taranto.

All’interno della conferenza è stato illustrato il documento politico sul quale si fonderà, come ogni anno, l’intera giornata.
«Dal 2 maggio dello scorso anno non ci siamo mai fermati, e anche questa volta siamo pronti a ritrovarci l’Uno Maggio a Taranto, per ribadire il nostro si ai diritti e no ai ricatti. Nel quadro politico peggiore che potessimo prevedere, dominato dall’intolleranza e dall’istigazione all’odio, alle divisioni rispondiamo con l’unione, all’ignoranza rispondiamo con la conoscenza, all’intolleranza rispondiamo con l’accoglienza» ha spiegato Michele Riondino, coordinato in conferenza da Roy Paci e Diodato.

Tra gli artisti confermati ci saranno i Colle der Fomento e i Cor Veleno, pilastri del rap italiano da poco reduci dal rilascio di due dischi che hanno già fatto la storia. Oltre questi, saranno presenti anche Max Gazzè, Malika Ayane, Dimartino, i Tre Allegri Ragazzi Morti, i Sick Tamburo, Mama Marjas con Don Ciccio, Andrea Laszlo de Simone, Terraross, Maria Antonietta, Ciro Tuzzi, Bobo Rondelli, Bugo, l’Istituto Italiano di Cumbia e The Winstons.

Non tutti gli artisti sono però stati svelati in conferenza stampa, con gli organizzatori che hanno voluto tenere segreti ancora per un po’ i nomi più caldi che calcheranno il palco diventato ormai da anni simbolo di lotta in tutto il Sud Italia.

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