“Jurassic World: il regno distrutto”, il secondo capitolo aggiusta (di poco) il tiro e apre scenari inaspettati 0 900

Premessa: da buon figlio degli anni ’90, il sottoscritto è letteralmente cresciuto con la trilogia originale di Jurassic Park, per la quale continua a nutrire grande affetto e nostalgia. Infatti, tanto il primo capitolo, vero e proprio cult targato Steven Spielberg, quanto i due minori – ma comunque godibilissimi ­– episodi successivi (uno diretto sempre da Spielberg, l’altro da Joe Johnston), furono in grado di affascinare e appassionare diverse generazioni di spettatori per via della loro capacità di unire intrattenimento puro e scrittura di qualità (soprattutto grazie alle solide fondamenta erette dai romanzi di Micheal Crichton), azione e orrore, dinosauri spettacolarmente riprodotti e spunti di riflessione di carattere etico-morale. Un’autentica dimostrazione di come, fino a non troppo tempo fa, a Hollywood fossero ancora in grado di concepire blockbuster ad alto tasso d’intrattenimento, senza che il pubblico fosse necessariamente obbligato a spegnere il cervello per poterli apprezzare.

Come quasi tutti sapranno, nel 2015 è uscito nelle sale il quarto capitolo della saga dedicata ai dinosauri, nonché primo della nuova trilogia di sequel: Jurassic World. Il film, affidato alla regia del quasi esordiente Colin Trevorrow, si poneva l’obiettivo di rimettere in moto un franchise rimasto in ghiacciaia per ben 14 anni, tentando di ridestare l’entusiasmo tra gli affezionati della prima ora e di rimpinguare la fanbase con nuovi “adepti”. Il risultato? Estremamente positivo, quantomeno in termini numerici. Con un incasso di oltre un miliardo e seicento milioni di dollari “Jurassic World“ è entrato di prepotenza nella top 10 dei film di maggior successo della storia del cinema, posizionandosi al quinto posto dietro Avatar, Titanic, Star Wars: il risveglio della Forza e Avengers: Infinity War.

Risultato non altrettanto positivo, però, in termini qualitativi. Già, perché con la sua sceneggiatura sconclusionata, i suoi personaggi piatti e irritabilmente idioti, la sua regia tamarra, il suo fan service fin troppo scontato e il suo goffo tentativo di trattare temi importanti in maniera del tutto superficiale, il sequel si dimostrava un fallimento su tutta la linea. Un lavoro indifendibile persino per gli standard, ovviamente non elevati, che è lecito aspettarsi da un film di questo genere.

Ma, con buona pace di chi – forse un po’ ingenuamente – ritiene ancora possibile ideare un blockbuster di successo che non preveda scampagnate in moto con tanto di velociraptor/cagnolini al seguito o improbabili (e riuscite) fughe in tacchi a spillo da T-Rex inferociti, il franchise di Jurassic World è partito come meglio non poteva. Ecco quindi che, a tre anni di distanza dal suo fortunato predecessore, arriva nelle sale il tanto atteso Jurassic World: il regno perduto.

Questo secondo capitolo, seppur con tutti i suoi difetti e le sue leggerezze, rappresenta un passo in avanti in rispetto al film del 2015 (anche perché fare peggio sarebbe stata un’impresa pressappoco impossibile).

Sono passati tre anni dagli eventi critici del primo film. I dinosauri ancora presenti su Isla Nublar hanno le ore contate, per via del risveglio dell’enorme vulcano presente sull’isola. Sulla terraferma si dibatte circa la possibilità di porre in salvo le creature (o, come le definiscono gli attivisti che si schierano a favore della loro salvaguardia, gli “animali”) e così sottrarle a una seconda estinzione. Il Congresso – dopo aver ascoltato anche il parere del professor Malcolm (Jeff Goldblum) – decide di non intervenire, lasciando che la natura faccia il suo corso. Non sono dello stesso avviso, però, i nostri Caire (Bryce Dallas Howard) e Owen (Chris Pratt) che, aiutati da altri membri del gruppo ambientalista diretto da Claire e da un team di mercenari messo a disposizione dal facoltoso signor Lockwood (James Cromwell) e dal suo assistente Eli Mills (Rafe Spall), partono alla volta dell’isola per salvare quanti più esemplari possibili. L’interesse di Mills è per lo più focalizzato su Blue, il velociraptor dalla grande intelligenza che Owen aveva cresciuto e addestrato. Ben presto si scopriranno le vere intenzioni di Mills e i nostri protagonisti si troveranno impegnati in una lotta per la sopravvivenza che li vedrà contrapposti a un ennesimo terrificante “prodigio” della genetica.

Se il primo “Jurassic World” ripercorreva a grandi linee il sentiero narrativo già tracciato in “Jurassic Park”, dove l’intera vicenda si svolgeva all’interno del parco situato su Isla Nublar, ne “Il regno distrutto”, invece, viene in parte ripreso lo schema de “Il mondo perduto”.

Anche in questo caso, infatti, solo la prima metà del film si svolge sull’isola, mentre nella seconda l’azione si sposta nel mondo civilizzato. Con la differenza che, questa volta, esseri umani e dinosauri non si ritrovano a coesistere in una grande città metropolitana (come lo era la San Diego de “Il mondo perduto”), ma in un luogo chiuso e circoscritto quale la sfarzosa tenuta del signor Lockwood, il socio che collaborò con John Hammond alla realizzazione del Jurassic Park (sì, perché a quanto pare John Hammond aveva un socio…).

Ecco dunque che nella seconda parte il film cambia imprevedibilmente atmosfere e ambientazioni, abbandonando i connotati fantascientifici ai quali il franchise ci ha da sempre abituato e spostandosi in territori sorprendentemente vicini all’horror gotico. Una scelta sicuramente apprezzabile per coraggio e voglia di sperimentare.

Tra le altre note positive troviamo la regia dello spagnolo Juan Antonio Bayona (The Impossible, Sette minuti dopo la mezzanotte), che gestisce al meglio le scene di azione e di tensione e cita a più riprese alcuni momenti iconici dei primi due film. Il fan service non è necessariamente una cosa negativa e, se fatto bene come in questo caso, può regalare allo spettatore più nostalgico dei momenti di pura esaltazione e massima emozione. Se a questo si aggiunge che il regista spagnolo non si limita a citare Spielberg, ma anche se stesso (il riferimento è, come detto, a un finale a tinte gotiche che non può non rimandare alle atmosfere del suo primo lavoro, The Orphanage), ecco che Bayona può dirsi promosso con un voto più che sufficiente. Tuttavia, non è il caso di lasciarsi prendere troppo dall’entusiasmo, dato che per il capitolo conclusivo è stato già annunciato il ritorno del ben poco rimpianto Trevorrow.

Trevorrow che a questo capitolo ha comunque contribuito attivamente, co-producendolo e firmandone la sceneggiatura. Ed ecco uno dei tanti punti deboli di un film che, in definitiva, finisce per riconfermare tutte le problematiche che affliggevano il suo predecessore. Ancora una volta trama e sceneggiatura sono superficiali ed infantili, mentre i personaggi presentano una caratterizzazione pressoché inesistente, agiscono in maniera del tutto incomprensibile e incarnano in maniera a dir poco banale archetipi tanto prevedibili quanto stantii. Lui, Owen Grady, è il classico stereotipo del macho solitario e infallibile, capace di prodezze che farebbero invidia a qualsiasi supereroe della Marvel. Lei, Claire Dearing, è una donna sensibile e idealista, con uno stucchevole ed esagerato amore per quegli stessi dinosauri che solo tre anni prima avevano messo seriamente a repentaglio la sua vita e quella dei suoi nipotini. Ah, piccola parentesi, i nipoti di Claire. Senza nulla togliere alla regia di Bayona, ripensandoci, l’elemento più positivo di “Jurassic World: il regno distrutto” è proprio che non ci sono gli odiosissimi nipoti di Claire. Tuttavia, un film appartenente all’universo di “Jurassic Park” non può prescindere dalla presenza di (almeno) un bambino all’interno del suo cast. Ecco dunque che in questo capitolo fa la sua comparsa Maisie, la nipotina di mr. Lockwood. Un personaggio il cui ruolo si dimostrerà fondamentale per l’introduzione della svolta scifi che viene proposta verso la fine del film.

E arriviamo così ad un altro problema, il finale. Evitando qualsiasi spoiler di sorta, ci si può limitare a dire che la conclusione, in sé per sé, non è sbagliata (in quanto abbastanza inevitabile e anche interessante per gli scenari che apre in vista del capitolo conclusivo). Il vero problema è come ci si arriva. Sarebbe stato possibile giungere alla medesima situazione in modi molto meno assurdi e inverosimili. E soprattutto senza giocare a imitare (goffamente) Westworld.

Che in questa nuova trilogia si volesse premere l’acceleratore su determinati temi – comunque da sempre presenti in “Jurassic Park” – quali i pericolosi effetti della genetica, l’arroganza dimostrata dall’uomo nel suo delirante gioco ad imitare Dio e la sua inguaribile avidità, era chiaro sin dal primo film (dove l’elemento di novità rispetto alla trilogia iniziale era rappresentato dal fatto che gli ingegneri del parco, non paghi di aver riportato alla vita creature estinte da migliaia di anni, avessero addirittura creato una forma ibrida di dinosauro). In questo secondo capitolo verranno superati ancora altri confini della bio-etica. Non mancherà, comunque, la classica figura del “dinosauro antagonista”. Anche questa volta si tratta di un ibrido: non più l’Indominus Rex, bensì l’Indoraptor. E nonostante il nome sia tutt’altro che accattivante, c’è da dire che il design della creatura è sicuramente meglio riuscito rispetto a quello del primo ibrido.

Ma, in generale, tutti i dinosauri di questo secondo film sono impeccabili per realizzazione. La messa in scena è ottimale e la CGI non è invadente e artificiosa come nel capitolo precedente (perché sì, nel primo film persino i dinosauri erano fatti male).

Ma se da un lato il comparto grafico fa la sua ottima figura, dall’altro va detto che la pessima scrittura dei personaggi finisce inevitabilmente per condizionare la prova recitativa dei loro interpreti. Pratt e Howard si confermano come una delle coppie meno convincenti e meno carismatiche viste al cinema negli ultimi anni e neanche l’introduzione di talent del calibro di Tobey Jones (che interpreta un avido commerciante) o Ted Levine (il capo dei mercenari di Mills) riesce a ravvivare l’interesse, essendo i loro personaggi abbastanza trascurati e lasciati sullo sfondo.

In definitiva chiunque abbia apprezzato il primo “Jurassic World” non rimarrà deluso da questo suo, comunque meglio riuscito, seguito. In fin dei conti, “Il regno distrutto” intrattiene e diverte discretamente e, a differenza del suo predecessore, fa dei passi avanti sotto l’aspetto della regia e della messa in scena. Ma non fermatevi a ragionare troppo su quanto vedrete, perché oltre che non necessario potrebbe risultare controproducente. E per il cinema d’intrattenimento degli ultimi tempi, purtroppo, sta diventando la normalità.

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Doctor Sleep: il sequel di Shining che omaggia Kubrick e accontenta King 0 219

Certi film hanno la capacità di trasformare luoghi in personaggi o, ancor di più, in veri e propri protagonisti. È sicuramente il caso di “Shining” e del suo immortale Overlook Hotel, i cui corridoi, sale da ballo, stanze, bar, cucine, bagni, siepi e tappeti, riuscivano – grazie alla monumentale regia di Stanley Kubrick – quasi a parlare allo spettatore. Proprio come i membri della famiglia Torrance.

Lo sa bene Mike Flanagan, che in questo suo “Doctor Sleep”, adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo del 2013 di Stephen King, non perde occasione per rivisitare quei luoghi intrisi di memoria e terrore che tanto hanno influenzato questi ultimi quarant’anni di cinema horror. Il tutto senza scontentare lo scrittore di Portland che, come molti sanno, non gradì per nulla l’adattamento cinematografico di Kubrick.

Mike Flanagan

È interessante capire, allora, come Mike Flanagan (che già aveva avuto modo di misurarsi con l’opera di King adattando per Netflix “Il gioco di Gerald”), abbia cercato di mediare tra le due parti. Perché se da un lato, in Doctor Sleep, si ricerca una continuità con il capolavoro di Kubrick (grazie al rifacimento minuzioso d’intere sequenze, al riutilizzo della colonna sonora originale e alla riproposizione dei suoi iconici personaggi), dall’altro c’è la volontà di rimanere quanto più possibile fedeli al sequel di King (dando risalto a temi centrali quali alcolismo e conflitti familiari), restituendogli inoltre quel finale che Kubrick stravolse con la sua versione cinematografica.

In questa sua opera di mediazione, però, Flanagan non rinuncia a un’estetica personale che già aveva avuto modo di mostrare con i suoi precedenti – apprezzabili – lavori (“Oculus – Il riflesso del male”, “Somnia”, “L’incubo di Hill House”). Ad esempio, tornano i suoi immancabili occhi dalla pupilla bianca alla Lucio Fulci e una certa resa estetica dei personaggi (Rebecca Ferguson, che qui interpreta la malvagia antagonista Rosie, ricorda in qualche modo la signora Crain della serie Hill House).

Quello che ne viene fuori è uno strano mix che si dimostra a tratti interessante, a tratti poco convincente. Ogni qual volta in cui Flanagan cita Kubrick – soprattutto quando non rimette in scena sequenze di “Shining”, ma ne ripropone movimenti di macchina e effetti sonori (come il battito del cuore) in contesti diversi da quello dell’Overlook Hotel – suscita emozioni ed esaltazione nostalgica nello spettatore (esempio di miglior fan service possibile). Mentre quando ricostruisce pedissequamente scene del prequel, con attori per forza di cose diversi, l’effetto è straniante e il confronto con l’originale, inevitabilmente, non regge.

Ma il vero problema di questo film è che, esclusi i rimandi a “Shining” e il buon finale, offre pochi spunti d’interesse. Colpa anche di una trama – quella del romanzo di riferimento – abbastanza ordinaria e non paragonabile a quella del suo prequel (e, infatti, il romanzo di King non venne accolto positivamente).

Una trama che ruota intorno all’ormai adulto Danny Torrance (Ewan McGregor) e ai suoi demoni quotidiani. Alcolista, senza soldi e tormentato dagli orrori vissuti in gioventù, Danny si trasferisce in un’isolata cittadina del New Hampshire, nel tentativo di rimettere la sua vita sui giusti binari. Qui, grazie all’aiuto della gente del posto riesce a liberarsi dai suoi vizi e a trovare uno scopo nella vita. Diventa un infermiere che, grazie alla sua mai del tutto sopita Luccicanza, dona conforto agli anziani pazienti di un ospizio, aiutandoli ad “addormentarsi” in serenità. Da qui il soprannome di Doctor Sleep. La Luccicanza lo porta a mettersi in contatto con Abra Stone (Kyliegh Curran), una bambina dagli straordinari poteri che gli chiederà aiuto nella lotta alla minaccia rappresentata dai demoniaci membri del Vero Nodo (creature sovrannaturali che si cibano di Luccicanza per vivere in eterno).

Per tutta la sua prima parte il (lungo) film di Flanagan soffre di una storia dispersiva e, soprattutto, di una scrittura fin troppo didascalica. I personaggi sembrano quasi voler spiegare a tutti costi allo spettatore costa sta succedendo e in che modo gli eventi di questa storia si ricollegano ai fatti narrati in “Shining”. Le riuscite interpretazioni di Ewan McGregor e Rebecca Ferguson tengono vivo l’interesse nello spettatore, in attesa che finalmente – solo verso il finale – si torni a far visita all’albergo maledetto situato sulle montagne innevate del Colorado.

Qui Flanagan è davvero bravo nel giocare con l’eredità culturale che il film di Kubrick ha lasciato nella nostra memoria, guidando lo spettatore in una sorta di giro turistico in quel parco dei divertimenti dell’orrore che l’Overlook Hotel rappresenta. Un’operazione non tanto diversa da quella che l’amico di Kubrick Steven Spielberg aveva compiuto in una sequenza del suo Ready Player One. Ed ecco che tra studio accurato e riproposizione intelligente della grammatica filmica kubrickiana, Flanagan trova il modo di tornare a parlare di quello su cui i suoi lavori si sono sempre concentrati: traumi rimossi e ricordi dolorosi all’interno di un ambiente domestico e di un contesto famigliare.

Danny avrà modo di confrontarsi, un’ultima volta, con un passato che per troppo tempo ha cercato di rifuggire. Per far sì che anche il Doctor Sleep possa trovare la maniera di “addormentarsi” con quella stessa serenità che ha saputo donare ai suoi pazienti, mettendo fine una volta per tutte ai suoi incubi e al luogo che li custodiva. Ma forse quegli stessi incubi non possono essere sconfitti definitivamente. Forse continueranno a esistere per qualcun altro. Forse verranno lasciati in eredità, così come le immortali sequenze del film di Kubrick. E allora l’unica cosa che resta da fare sarà conviverci, tenendoli a bada rinchiusi in una scatola nascosta nel labirinto della propria mente.

Lei contro Lei: i Newdress cantano i due animi del mondo femminile 0 170

È uscito lo scorso 11 ottobre “Lei contro Lei”, ultimo lavoro dei bresciani Newdress, band attiva da più di dieci anni e con sei dischi all’attivo (tre ep e tre lp). Per l’occasione Stefano Marzioli e Jordan Vianello, storici fondatori della band e unici membri ad avervi fatto parte continuativamente sin dalla sua nascita, si sono avvalsi delle collaborazioni – tra gli altri – di Antonio Aiazzi (Litfiba) e del chitarrista Stefano Brandoni,

Con l’immediato ed esplicito intento di rendere omaggio, e di attingere a piene mani, al synthpop e alla electro wave anni ’80 (Duran Duran, New Order) senza tralasciare le sue derive più dark e decadenti (Depeche Mode, Gary Numan), “Lei contro Lei” si propone come un concept album che ruota intorno alla figura femminile. Da Marylin Monroe a Amelia Earhart, da Joyce Lussu a Greta Thunberg: sono tante e diverse le “muse” che hanno ispirato le dieci canzoni che compongono la tracklist dell’album. Positive e negative, perché con questo lavoro l’intento dei Newdress è quello di celebrare l’antitesi fra i due animi opposti del mondo femminile. Un intento ambizioso, ma non particolarmente riuscito. Sia per via di testi non sempre particolarmente a fuoco e in sintonia con il tema principale (si pensi all’opening “Vacanza Dark” o a “Il tipo banale”), sia per la scelta di un sound fin troppo derivativo e non particolarmente brillante per personalità.

Come detto, l’album si apre con l’interlocutoria “Vacanza Dark”, che con i suoi intrecci di tastiere dai suoni futuristici rimanda alle atmosfere di Digitalism e Ou Est la Swimming Pool.

Segue “Overdose in L.A.”, che cerca di immaginare l’ultima travagliata notte della diva del cinema Marylin Monroe. Sebbene sorretta da accattivanti sequenze di synth, poderosi e taglienti, il brano manca d’incisività, complice la piattezza della linea melodica del cantato.

Maggiore presa per le successive – e convincenti – “Pallida” (il singolo, che vede la partecipazione di Stefano Brandoni) e “Freelove Dating”, che parla di relazioni nate sul web.

La politica fa il suo prepotente ingresso nella più riflessiva “L’alieno e la bambina”, nella quale s’immagina un ipotetico incontro tra un visitatore dello spazio (che torna sulla Terra a 2000 anni dal suo primo approdo) e la paladina del movimento ambientalista Fridays for Future Greta Thunberg. Un pretesto per riflettere sui cambiamenti climatici causati dalla sconclusionata gestione delle risorse da parte dei nostri Capi di Stato.

Con la sua intro in stile Eurythmics arriva l’accattivante title track “Lei contro Lei” che, complice la melodia della strofa e la seconda voce al femminile, proprio non può non rimandare ai connazionali Baustelle. Al centro della narrazione del testo c’è lo scontro antitetico tra Lillith e Eva, le due moglii di Adamo.

La successiva “Joyce” vede la collaborazione di Antonio Aiazzi alla voce e alla produzione. Dave Gahan e soci presenti con la loro influenza in ogni nota pulsante di synth, mentre le parole di Marzoli si succedono come una preghiera notturna dedicata alla partigiana, scrittrice e poetessa Joyce Lussu.

È invece Amelia Earhart, prima donna ad aver sorvolato l’Oceano Pacifico, la protagonista de “Il Rumore di te”, che aggiunge poco a quanto già sentito in precedenza.

Segue la banale “Il tipo banale”, che potremmo riassumere parafrasandone il testo: “Le tastiere? Sempre uguali. La batteria? Sempre uguale. Le atmosfere? Sempre uguali.”

Terza collaborazione del disco per il brano di chiusura, “Bolle di sapone”, che si avvale del featuring di Diego Galeri alla batteria. Questa volta a essere cupenon sono solo le atmosfere ma lo è anche il soggetto del brano, che racconta una storia di credulità e magia, ignoranza e cupidigia, sentimenti e istinti primitivi, mortificazioni e dolore. Protagonista di questa macabra canzone è la serial killer Leonarda Cianciulli, nota come la “saponificatrice di Correggio”.

In definitiva “Lei contro Lei” si dimostra un disco riuscito solo in parte. Le melodie e i testi – solo a tratti particolarmente ispirati – lasciano intravedere l’indubbio potenziale di una band con una storia e un percorso di tutto rispetto. Ma l’idea di riproporre un sound sentito e risentito negli ultimi dieci anni (senza personalizzarlo o portarlo avanti in qualsiasi altra direzione) non giova a un lavoro che finisce per incartarsi nel suo stesso manierismo. Il tutto senza mantenere neanche una piena coerenza con l’idea di concept album. La seconda metà della prima decade degli anni 2000 è passata da un po’ e cavalcare l’onda di un revival ormai quasi del tutto sopito è una scelta che lascia il tempo che trova, per quanto nobili possano essere le influenze alle quali si vuole attingere. 

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