La forma dell’acqua: la meritata rivincita di Guillermo del Toro 0 920

Leone d’Oro alla 74esima edizione del Festival di Venezia, vincitore di 2 Golden Globe, candidato a 13 Premi Oscar (tra cui miglior film e miglior regia): diciamocelo pure, “La forma dell’acqua” è il film della rivincita per Guillermo del Toro. La rivincita nei confronti di un’industria – quella hollywoodiana – con la quale spesso si è trovato a dover lottare e alla quale spesso si è dovuto arrendere (pensiamo all’abbandono di progetti importanti quali Lo Hobbite “Le montagne della follia”, ambizioso adattamento cinematografico del romanzo di H.P. Lovecraft). La rivincita nei confronti di una certa critica che lo ha sempre sottostimato, relegandolo al ruolo di amico ciccione e un po’ sfigato dei più sofisticati connazionali Alejandro González Iñárritu e Alfonso Cuarón.

E così, mentre gli altri due messicani collezionavano statuette dorate tra storie di astronauti alla deriva, attori falliti con disturbi della personalità e cacciatori di pelli in cerca di vendetta, il buon Guillermo probabilmente si interrogava su come fare per risollevare una carriera minata dagli esiti non troppo fortunati di lavori quali “Pacific Rim (2013) eCrimson Peak (2015). La risposta Del Toro deve averla trovata guardandosi indietro. D’altronde, come dice il calendario sfogliato dalla protagonista in una delle scene iniziali, «il tempo è un fiume che sgorga dal passato».

Ed è proprio dal passato che, con questo film, il regista messicano ha ripescato la personalissima formula narrativa, capace di mescolare sapientemente favola dark e ambientazioni storiche, da lui introdotta ne “La spina del diavolo” (2001) e poi riproposta con “Il labirinto del Fauno” (2006). Già, perché è con questi due cult del passato che “La forma dell’acqua”  va a comporre un’ideale trilogia. Con la differenza che, questa volta, non ci troviamo nella Spagna Franchista, ma nella Baltimora di inizio anni ’60, in piena Guerra Fredda. Un periodo caratterizzato da un diffuso sentimento di paura, paranoia, odio e divisione razziale.

I protagonisti, come spesso accade nel cinema di Del Toro, sono dei perdenti sociali. Lo è Elisa (Sally Hawkins), una dolcissima inserviente muta che si occupa delle pulizie in un centro di ricerca governativo. Lo sono la sua collega afro-americana Zelda (Octavia Spencer) e il suo vicino di casa Giles (Richard Jenkins), un divertente illustratore omosessuale. Una donna affetta da mutismo, un’afro-americana e un omosessuale: degli emarginati, per l’appunto. Degli “alieni” in un’America chiusa nel suo bigottismo e nella sua arretratezza, che trova personificazione nella figura del villain, il crudele e autoritario colonnello Strickland (Micheal Shannon). “Alieni” quasi quanto una creatura mostruosa – in parte umano e in parte anfibio – strappata alle acque dell’Amazzonia, dove era venerata come una divinità, e trapiantata in un laboratorio governativo americano, dove invece sarà esaminata e torturata.

Ma anche in un contesto del genere può nascere una potente e toccante love-story dai contorni fiabeschi. Dopotutto, per citare lo stesso Del Toro: «le favole sono state inventate per i tempi difficili». Così come, nei suoi film, il regista ha sempre dimostrato compassione per le creature danneggiate e fascinazione per l’oscurità, allo stesso modo Elisa e la creatura si troveranno a provare reciprocamente i medesimi sentimenti. Ciò che ne scaturisce è un amore che non necessita di parole per essere comunicato. Un amore che trascende differenze e pregiudizi.

Pregiudizi che vengono sovvertiti anche per quanto riguarda la figura del “mostro”, che di mostruoso ha solo l’aspetto. Un mostro dotato di grande umanità, a differenza di quanto possa dirsi per il cameriere di un diner, per gli agenti del KGB, per i militari della CIA, per il già citato colonnello Strickland. Veri “mostri”, loro sì, celati sotto un’apparente facciata di onorabilità e rettitudine.

Con “La forma dell’acqua” Del Toro conferma la sua incredibile capacità di trovare la bellezza nell’oscurità, il fantastico nell’ordinario, la magia nella crudeltà del mondo reale.

Appunto, conferma. Perché verrebbe da chiedersi cosa ci sia di nuovo rispetto a quanto già mostrato ne “La spina del diavolo” o ne “Il labirinto del fauno”. La risposta ce la dà lo stesso Del Toro quando dice che “La forma dell’acqua” «è un film su amore e cinema». In una stagione cinematografica nella quale si è parlato molto di manifesti, si potrebbe dire che, per Del Toro, “La forma dell’acqua” sia un manifesto cinematografico sull’amore e, al contempo, un manifesto d’amore per il cinema. Soprattutto per il cinema classico, quello della sua gioventù. Ad esempio, è chiaro ed esplicito – soprattutto nell’aspetto della creatura – il rimando al Mostro della laguna nera” (1954) di Jack Arnold. Così come, per via del tema romantico-fantastico, è inevitabile tracciare parallelismi con classici del calibro de “La bella e la Bestia” o “King Kong” (ai quali Del Toro però aggiunge un maggiore realismo, mostrando la consumazione fisica di un amore non più soltanto platonico). E poi, come fare a guardare Elisa e a non pensare alla Amélie de “Il favoloso mondo di Amélie” (2001) di Jean-Pierre Jeunet (complici anche una colonna sonora e una scenografia che danno allo spettatore la sensazione di trovarsi a Parigi più che a Baltimora)?

Del Toro riesce a far convivere tutte queste diverse suggestioni, confezionandole in una favola adulta che oscilla tra dramma sentimentale, spy movie, noir, fantasy, horror e addirittura musical (in una scena tanto folle quanto geniale). E ci riesce anche grazie a una messa in scena impeccabile.
Da un punto di vista tecnico, infatti, “La forma dell’acqua” è il film più calibrato e riuscito della sua filmografia. Complice una regia meticolosa, capace di far immergere lo spettatore nella storia già con l’avvolgente piano sequenza iniziale, e una sceneggiatura di ferro, impreziosita da una serie di dettagli magari sfuggenti, ma non per questo poco importanti.

Interessante, ad esempio, è il forte legame – potremmo dire premonitorio – che Elisa ha con l’acqua: nell’acqua di un fiume era stata abbandonata dai genitori, nell’acqua della sua vasca si masturba quotidianamente, nell’acqua della stessa vasca giacerà con l’amata creatura e sotto l’acqua della pioggia si troverà ad affrontare il suo destino. Inoltre, grande importanza è rivestita dall’uso simbolico dei colori. A dominare è il verde e, come se non bastasse la sapiente fotografia di Dan Laustsen a ricordarcelo (verdi sono le luci e le insegne della città, gli autobus, i vestiti di Elisa, il suo divano, gli interni del centro di ricerca, le uniformi degli inservienti e i loro cartellini, i bicchieri, le cravatte, la disgustosa torta al lime, le caramelle di Strickland, la sua cadillac…ok forse quella no!), sono gli stessi personaggi a evidenziarlo. Ad esempio, verde è il colore che deve avere la gelatina per la quale Giles sta disegnando una pubblicità perché, come sentenziato dal suo datore di lavoro, «il futuro è verde!». Ed ecco un altro tema ricorrente: il futuro. Del Toro ritrae un’America – quella del 1962 – che ne è ossessionata. In una scena iniziale alla radio si sente che: «Baltimora è il futuro». Più avanti, nella scena del negozio di auto, il venditore dirà a Strickland, per convincerlo ad acquistare la cadillac, che «è l’uomo del futuro». Ma se «il futuro è verde», e «Baltimora è il futuro», per una semplice logica sillogistica di Aristotelica memoria, Baltimora non può che essere come Del Toro effettivamente ce la presenta: verde. Futuro che, però, non si rivelerà affatto positivo. Non per un’America che nei decenni successivi andrà incontro a un periodo di crisi e decadenza tra assassinio Kennedy, Guerra del Vietnam e aggravarsi delle tensioni con i sovietici. Non per uno dei protagonisti come Giles, il quale, lavorando in un campo dove il futuro è rappresentato dalla fotografia, di lì a poco vedrà la sua attività di illustratore diventare obsoleta e non più richiesta. In un contesto dove il presente è difficile e il futuro è anche peggiore, ecco che il passato assume i contorni di un posto migliore. A rappresentarlo, ad esempio, è il vecchio cinema semi abbandonato che si trova nel palazzo di Elisa e Giles. Non a caso questo è uno dei pochi luoghi in cui il colore predominante non è il verde, bensì il rosso (delle poltrone, delle porte, del sipario). Come sono rossi il vestito e le scarpe che Elisa comincia a indossare dopo l’inizio della sua relazione con la creatura. Il rosso, si sa, è il colore convenzionalmente associato all’amore. Lo è anche in questo caso, che si tratti dell’amore di una donna nei confronti di un uomo-anfibio o di un regista nei confronti della sua arte.

Altro pregio di questo film è quello di riuscire a creare una forte empatia tra spettatori e personaggi (cosa non nuova per il cinema di Del Toro). Un’empatia che ci porta ad affezionarci realmente ai protagonisti, a sperare per la loro buona sorte, a soffrire per le loro sfortune. Così come ci porta, allo stesso tempo, a provare sincero disprezzo per gli antagonisti. Merito sicuramente di un’attenta scrittura, ma anche di eccellenti prove attoriali fornite da un cast in gran forma. Su tutti spicca Sally Hawkins, che con un’interpretazione fatta esclusivamente di sguardi e movimenti facciali riesce a trasmettere tutta la tenerezza, la solitudine e lo stupore quasi infantile di un personaggio impossibile da non amare. Non sono da meno due “sicurezze” come Richard Jenkins e Octavia Spencer, ai quali sono affidati due ruoli di supporto, ma non per questo caratterizzati con minore accuratezza. Perfettamente in parte anche un grandissimo Micheal Shannon, al quale è affidato il ruolo del cattivo archetipico del cinema “deltoriano” (violento, arrogante, superbo, fascista). Menzione speciale, infine, per il fido Doug Jones (già collaboratore di Del Toro in altri 5 film) che con le sue movenze riesce perfettamente a rendere sullo schermo l’eleganza, la maestosità e la carica erotica che Del Toro aveva in mente per la sua creatura.

Una creatura realizzata, come sempre accade per i mostri concepiti da Del Toro (si pensi all’indimenticabile “uomo pallido” de Il labirinto del fauno), grazie a un costume e all’uso del trucco prostetico. Altra peculiarità, questa, di un cinema che all’asetticità e alla plasticità scaturente da un uso predominante della CGI predilige un sapiente utilizzo di effetti speciali più tradizionali.

In definitiva, pur non essendo il suo capolavoro (personalissima opinione di chi vi scrive, il quale preferisce la maggiore durezza de “La spina del diavolo” e de “Il labirinto del fauno”), “La forma dell’acqua” è il film quintessenziale di Guillermo Del Toro, poiché ne compendia l’intera poetica. Il film più politico e personale della sua carriera. Il film che il prossimo 4 marzo, con ogni probabilità, gli varrà qualche soddisfazione. Il film della meritata rivincita.

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“Jurassic World: il regno distrutto”, il secondo capitolo aggiusta (di poco) il tiro e apre scenari inaspettati 0 414

Premessa: da buon figlio degli anni ’90, il sottoscritto è letteralmente cresciuto con la trilogia originale di Jurassic Park, per la quale continua a nutrire grande affetto e nostalgia. Infatti, tanto il primo capitolo, vero e proprio cult targato Steven Spielberg, quanto i due minori – ma comunque godibilissimi ­– episodi successivi (uno diretto sempre da Spielberg, l’altro da Joe Johnston), furono in grado di affascinare e appassionare diverse generazioni di spettatori per via della loro capacità di unire intrattenimento puro e scrittura di qualità (soprattutto grazie alle solide fondamenta erette dai romanzi di Micheal Crichton), azione e orrore, dinosauri spettacolarmente riprodotti e spunti di riflessione di carattere etico-morale. Un’autentica dimostrazione di come, fino a non troppo tempo fa, a Hollywood fossero ancora in grado di concepire blockbuster ad alto tasso d’intrattenimento, senza che il pubblico fosse necessariamente obbligato a spegnere il cervello per poterli apprezzare.

Come quasi tutti sapranno, nel 2015 è uscito nelle sale il quarto capitolo della saga dedicata ai dinosauri, nonché primo della nuova trilogia di sequel: Jurassic World. Il film, affidato alla regia del quasi esordiente Colin Trevorrow, si poneva l’obiettivo di rimettere in moto un franchise rimasto in ghiacciaia per ben 14 anni, tentando di ridestare l’entusiasmo tra gli affezionati della prima ora e di rimpinguare la fanbase con nuovi “adepti”. Il risultato? Estremamente positivo, quantomeno in termini numerici. Con un incasso di oltre un miliardo e seicento milioni di dollari “Jurassic World“ è entrato di prepotenza nella top 10 dei film di maggior successo della storia del cinema, posizionandosi al quinto posto dietro Avatar, Titanic, Star Wars: il risveglio della Forza e Avengers: Infinity War.

Risultato non altrettanto positivo, però, in termini qualitativi. Già, perché con la sua sceneggiatura sconclusionata, i suoi personaggi piatti e irritabilmente idioti, la sua regia tamarra, il suo fan service fin troppo scontato e il suo goffo tentativo di trattare temi importanti in maniera del tutto superficiale, il sequel si dimostrava un fallimento su tutta la linea. Un lavoro indifendibile persino per gli standard, ovviamente non elevati, che è lecito aspettarsi da un film di questo genere.

Ma, con buona pace di chi – forse un po’ ingenuamente – ritiene ancora possibile ideare un blockbuster di successo che non preveda scampagnate in moto con tanto di velociraptor/cagnolini al seguito o improbabili (e riuscite) fughe in tacchi a spillo da T-Rex inferociti, il franchise di Jurassic World è partito come meglio non poteva. Ecco quindi che, a tre anni di distanza dal suo fortunato predecessore, arriva nelle sale il tanto atteso Jurassic World: il regno perduto.

Questo secondo capitolo, seppur con tutti i suoi difetti e le sue leggerezze, rappresenta un passo in avanti in rispetto al film del 2015 (anche perché fare peggio sarebbe stata un’impresa pressappoco impossibile).

Sono passati tre anni dagli eventi critici del primo film. I dinosauri ancora presenti su Isla Nublar hanno le ore contate, per via del risveglio dell’enorme vulcano presente sull’isola. Sulla terraferma si dibatte circa la possibilità di porre in salvo le creature (o, come le definiscono gli attivisti che si schierano a favore della loro salvaguardia, gli “animali”) e così sottrarle a una seconda estinzione. Il Congresso – dopo aver ascoltato anche il parere del professor Malcolm (Jeff Goldblum) – decide di non intervenire, lasciando che la natura faccia il suo corso. Non sono dello stesso avviso, però, i nostri Caire (Bryce Dallas Howard) e Owen (Chris Pratt) che, aiutati da altri membri del gruppo ambientalista diretto da Claire e da un team di mercenari messo a disposizione dal facoltoso signor Lockwood (James Cromwell) e dal suo assistente Eli Mills (Rafe Spall), partono alla volta dell’isola per salvare quanti più esemplari possibili. L’interesse di Mills è per lo più focalizzato su Blue, il velociraptor dalla grande intelligenza che Owen aveva cresciuto e addestrato. Ben presto si scopriranno le vere intenzioni di Mills e i nostri protagonisti si troveranno impegnati in una lotta per la sopravvivenza che li vedrà contrapposti a un ennesimo terrificante “prodigio” della genetica.

Se il primo “Jurassic World” ripercorreva a grandi linee il sentiero narrativo già tracciato in “Jurassic Park”, dove l’intera vicenda si svolgeva all’interno del parco situato su Isla Nublar, ne “Il regno distrutto”, invece, viene in parte ripreso lo schema de “Il mondo perduto”.

Anche in questo caso, infatti, solo la prima metà del film si svolge sull’isola, mentre nella seconda l’azione si sposta nel mondo civilizzato. Con la differenza che, questa volta, esseri umani e dinosauri non si ritrovano a coesistere in una grande città metropolitana (come lo era la San Diego de “Il mondo perduto”), ma in un luogo chiuso e circoscritto quale la sfarzosa tenuta del signor Lockwood, il socio che collaborò con John Hammond alla realizzazione del Jurassic Park (sì, perché a quanto pare John Hammond aveva un socio…).

Ecco dunque che nella seconda parte il film cambia imprevedibilmente atmosfere e ambientazioni, abbandonando i connotati fantascientifici ai quali il franchise ci ha da sempre abituato e spostandosi in territori sorprendentemente vicini all’horror gotico. Una scelta sicuramente apprezzabile per coraggio e voglia di sperimentare.

Tra le altre note positive troviamo la regia dello spagnolo Juan Antonio Bayona (The Impossible, Sette minuti dopo la mezzanotte), che gestisce al meglio le scene di azione e di tensione e cita a più riprese alcuni momenti iconici dei primi due film. Il fan service non è necessariamente una cosa negativa e, se fatto bene come in questo caso, può regalare allo spettatore più nostalgico dei momenti di pura esaltazione e massima emozione. Se a questo si aggiunge che il regista spagnolo non si limita a citare Spielberg, ma anche se stesso (il riferimento è, come detto, a un finale a tinte gotiche che non può non rimandare alle atmosfere del suo primo lavoro, The Orphanage), ecco che Bayona può dirsi promosso con un voto più che sufficiente. Tuttavia, non è il caso di lasciarsi prendere troppo dall’entusiasmo, dato che per il capitolo conclusivo è stato già annunciato il ritorno del ben poco rimpianto Trevorrow.

Trevorrow che a questo capitolo ha comunque contribuito attivamente, co-producendolo e firmandone la sceneggiatura. Ed ecco uno dei tanti punti deboli di un film che, in definitiva, finisce per riconfermare tutte le problematiche che affliggevano il suo predecessore. Ancora una volta trama e sceneggiatura sono superficiali ed infantili, mentre i personaggi presentano una caratterizzazione pressoché inesistente, agiscono in maniera del tutto incomprensibile e incarnano in maniera a dir poco banale archetipi tanto prevedibili quanto stantii. Lui, Owen Grady, è il classico stereotipo del macho solitario e infallibile, capace di prodezze che farebbero invidia a qualsiasi supereroe della Marvel. Lei, Claire Dearing, è una donna sensibile e idealista, con uno stucchevole ed esagerato amore per quegli stessi dinosauri che solo tre anni prima avevano messo seriamente a repentaglio la sua vita e quella dei suoi nipotini. Ah, piccola parentesi, i nipoti di Claire. Senza nulla togliere alla regia di Bayona, ripensandoci, l’elemento più positivo di “Jurassic World: il regno distrutto” è proprio che non ci sono gli odiosissimi nipoti di Claire. Tuttavia, un film appartenente all’universo di “Jurassic Park” non può prescindere dalla presenza di (almeno) un bambino all’interno del suo cast. Ecco dunque che in questo capitolo fa la sua comparsa Maisie, la nipotina di mr. Lockwood. Un personaggio il cui ruolo si dimostrerà fondamentale per l’introduzione della svolta scifi che viene proposta verso la fine del film.

E arriviamo così ad un altro problema, il finale. Evitando qualsiasi spoiler di sorta, ci si può limitare a dire che la conclusione, in sé per sé, non è sbagliata (in quanto abbastanza inevitabile e anche interessante per gli scenari che apre in vista del capitolo conclusivo). Il vero problema è come ci si arriva. Sarebbe stato possibile giungere alla medesima situazione in modi molto meno assurdi e inverosimili. E soprattutto senza giocare a imitare (goffamente) Westworld.

Che in questa nuova trilogia si volesse premere l’acceleratore su determinati temi – comunque da sempre presenti in “Jurassic Park” – quali i pericolosi effetti della genetica, l’arroganza dimostrata dall’uomo nel suo delirante gioco ad imitare Dio e la sua inguaribile avidità, era chiaro sin dal primo film (dove l’elemento di novità rispetto alla trilogia iniziale era rappresentato dal fatto che gli ingegneri del parco, non paghi di aver riportato alla vita creature estinte da migliaia di anni, avessero addirittura creato una forma ibrida di dinosauro). In questo secondo capitolo verranno superati ancora altri confini della bio-etica. Non mancherà, comunque, la classica figura del “dinosauro antagonista”. Anche questa volta si tratta di un ibrido: non più l’Indominus Rex, bensì l’Indoraptor. E nonostante il nome sia tutt’altro che accattivante, c’è da dire che il design della creatura è sicuramente meglio riuscito rispetto a quello del primo ibrido.

Ma, in generale, tutti i dinosauri di questo secondo film sono impeccabili per realizzazione. La messa in scena è ottimale e la CGI non è invadente e artificiosa come nel capitolo precedente (perché sì, nel primo film persino i dinosauri erano fatti male).

Ma se da un lato il comparto grafico fa la sua ottima figura, dall’altro va detto che la pessima scrittura dei personaggi finisce inevitabilmente per condizionare la prova recitativa dei loro interpreti. Pratt e Howard si confermano come una delle coppie meno convincenti e meno carismatiche viste al cinema negli ultimi anni e neanche l’introduzione di talent del calibro di Tobey Jones (che interpreta un avido commerciante) o Ted Levine (il capo dei mercenari di Mills) riesce a ravvivare l’interesse, essendo i loro personaggi abbastanza trascurati e lasciati sullo sfondo.

In definitiva chiunque abbia apprezzato il primo “Jurassic World” non rimarrà deluso da questo suo, comunque meglio riuscito, seguito. In fin dei conti, “Il regno distrutto” intrattiene e diverte discretamente e, a differenza del suo predecessore, fa dei passi avanti sotto l’aspetto della regia e della messa in scena. Ma non fermatevi a ragionare troppo su quanto vedrete, perché oltre che non necessario potrebbe risultare controproducente. E per il cinema d’intrattenimento degli ultimi tempi, purtroppo, sta diventando la normalità.

“Faccia”, il volto rock di Riccardo Maffoni 0 818

A dieci anni di distanza dal suo ultimo lavoro, “Ho preso uno spavento” (2008), torna Riccardo Maffoni con un nuovo album dal titolo “Faccia”.

Il disco, uscito lo scorso 6 aprile, racconta le esperienze, le paure, i sogni e i dolori vissuti dal cantautore bresciano durante questo lungo periodo di inattività. E lo fa senza sconti o riserve, con estrema sincerità e onestà. Evidenziando un’urgenza comunicativa di fondo, sicuramente alimentatasi durante questa sua prolungata pausa. Una pausa nella quale l’autore ha finito per accumulare un numero considerevole di canzoni (sono ben 14 le tracce dell’album) che rispecchiano fedelmente il suo stesso volto. La sua “faccia”.

Ci mette la faccia – dunque – Riccardo, ma anche l’anima e il cuore. E lo fa amalgamando testi e melodie in salsa alternative rock, con chiari rimandi al songrwriting a stelle e strisce, e impreziosendo il tutto con spolverate di folk e blues. Il risultato è un disco che – in termini di sound – volge dichiaratamente lo sguardo oltre oceano (tra le influenze più chiare si possono individuare Bruce Springsteen, Bob Dylan, Neil Young, Tom Petty), pur mantenendo una continuità con il cantautorato nostrano e – più nello specifico – con quello di Francesco de Gregori e di Luciano Ligabue.

La copertina di “Faccia”

Ad aprire le danze è l’accusatoria “Provate voi”. Un’esortazione che ritorna ossessivamente lungo le strofe di un brano che denuncia il menefreghismo, il razzismo e l’ipocrisia di un mondo – quello occidentale – noncurante delle guerre, delle violenze e delle discriminazioni che affliggono la società contemporanea.

A seguire, il brano che dà il titolo al disco: “Faccia”. Il testo è una sorta di manuale che compendia ed elenca ciò che è necessario per affrontare la vita in ogni suo aspetto (amore, cambiamento, lavoro, solitudine). Ci vuole «coraggio», ci vuole «voglia», ci vuole «fame», ci vuole «tempo», ammonisce Riccardo. Ma, più di ogni altra cosa, ci vuole «faccia». La faccia di chi ha la tenacia di non arrendersi di fronte agli inevitabili ostacoli che la vita presenta perché sa che, in fondo, «non è tutto qui». Brano orecchiabile – non a caso scelto come primo singolo – sebbene dia l’impressione di esser uscito dalla penna di un certo collega di Correggio.

“Cambiare” è un piacevole brano roots rock, dalle sonorità care a Wallflowers, Counting Crows e Sheryl Crow, che invita a non fossilizzarsi sulle proprie abitudini e a non adagiarsi sulle quotidiane comodità.

Toni più pacati e atmosfere più rilassate per la folkeggiante “L’uomo sulla montagna”, che esplora il punto di vista di un uomo isolato che, dall’altro di una metaforica montagna, osserva la sua vita da una diversa prospettiva.

Arpeggi di chitarra acustica si intrecciano per comporre la trama sonora della ballad romantica “Sotto la luna”. Un brano che lavora in crescendo e che unisce assoli di chitarra Springsteeniani a linee vocali alla Vasco Rossi.

Si rimane intrappolati nelle melodie tipiche del “Blasco” anche nella successiva “Quello che sei”, che esorta a vivere la propria vita restando fedeli a quello che si è, alla propria identità.

“Le ragazze sono andate” è una struggente ballata folk che, accompagnata dagli accordi arpeggiati di una chitarra acustica e dalle note di un malinconico violoncello, si sofferma su amori finiti per incomprensioni, violenze e voglia di cambiamento. Pezzo di rara intensità, conferita anche dalla pomposa coda strumentale.

La successiva “Mi manchi di più” rappresenta la più significativa variazione sul tema del disco. Ci si allontana dalle atmosfere folk/blues rock statunitensi per passare a un pezzo di matrice pop anni ’80 (sonorità vicine a quelle di Luca Carboni), trascinato da piano e batteria elettronici.

Torna la politica con “Sette grandi”, uno scanzonato e allegro blues rock alla Tom Petty che affronta con lucida ironia tematiche ambientaliste.

Atmosfere vagamente Beatlesiane per l’orecchiabilissima “La mia prima constatazione”, che tratta in maniera leggera – ma estremamente consapevole – il tema dell’abbandono. Melodie, armonizzazioni e sound retrò sono i punti forti di questo riuscitissimo brano pop, capace di creare dipendenza per chi lo ascolti.

“Il mondo va avanti” ci riporta ad un folk rock, con accenni country, di stampo americano per ricordarci che nonostante dolori, drammi e sofferenze, la vita continua. E che, col tempo, tutto passa.

Torna un Maffoni più sentimentale con la successiva “Senza di te”, che racconta la solitudine e l’incertezza lasciate da una storia d’amore ormai finita. Finale arioso e maestoso con tanto di ottoni e fiati.

Prima di arrivare al brano conclusivo c’è il tempo per un breve intermezzo strumentale, “Scala D”. Un folk ancestrale che rimanda a quelle atmosfere del sud degli USA che, qualche anno fa, furono abilmente catturate e riproposte dai Litfiba con il loro terzo lavoro (“Litfiba 3”).

La chiusura è affidata a un pezzo acustico. Questa volta, però, ad accompagnare la voce di Maffoni non è la finora onnipresente chitarra, ma il piano. Il brano, dal titolo “Tommy è felice”, racconta la storia di un ex detenuto dal passato difficile che prova a rifarsi una vita. Sembrerebbe riuscirci, ma il destino ha in serbo piani diversi per lui…

In definitiva “Faccia”, pur soffrendo di un’eccessiva durata e di un songwriting in alcuni casi un po’ troppo derivativo, è sicuramente un lavoro ben riuscito. Buoni gli arrangiamenti e la production, efficaci le melodie e interessanti le tematiche trattate. Riccardo Maffoni ci mette la “faccia” e porta a casa un disco che segna un positivo ritorno in pista.

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