La forma dell’acqua: la meritata rivincita di Guillermo del Toro 0 1108

Leone d’Oro alla 74esima edizione del Festival di Venezia, vincitore di 2 Golden Globe, candidato a 13 Premi Oscar (tra cui miglior film e miglior regia): diciamocelo pure, “La forma dell’acqua” è il film della rivincita per Guillermo del Toro. La rivincita nei confronti di un’industria – quella hollywoodiana – con la quale spesso si è trovato a dover lottare e alla quale spesso si è dovuto arrendere (pensiamo all’abbandono di progetti importanti quali Lo Hobbite “Le montagne della follia”, ambizioso adattamento cinematografico del romanzo di H.P. Lovecraft). La rivincita nei confronti di una certa critica che lo ha sempre sottostimato, relegandolo al ruolo di amico ciccione e un po’ sfigato dei più sofisticati connazionali Alejandro González Iñárritu e Alfonso Cuarón.

E così, mentre gli altri due messicani collezionavano statuette dorate tra storie di astronauti alla deriva, attori falliti con disturbi della personalità e cacciatori di pelli in cerca di vendetta, il buon Guillermo probabilmente si interrogava su come fare per risollevare una carriera minata dagli esiti non troppo fortunati di lavori quali “Pacific Rim (2013) eCrimson Peak (2015). La risposta Del Toro deve averla trovata guardandosi indietro. D’altronde, come dice il calendario sfogliato dalla protagonista in una delle scene iniziali, «il tempo è un fiume che sgorga dal passato».

Ed è proprio dal passato che, con questo film, il regista messicano ha ripescato la personalissima formula narrativa, capace di mescolare sapientemente favola dark e ambientazioni storiche, da lui introdotta ne “La spina del diavolo” (2001) e poi riproposta con “Il labirinto del Fauno” (2006). Già, perché è con questi due cult del passato che “La forma dell’acqua”  va a comporre un’ideale trilogia. Con la differenza che, questa volta, non ci troviamo nella Spagna Franchista, ma nella Baltimora di inizio anni ’60, in piena Guerra Fredda. Un periodo caratterizzato da un diffuso sentimento di paura, paranoia, odio e divisione razziale.

I protagonisti, come spesso accade nel cinema di Del Toro, sono dei perdenti sociali. Lo è Elisa (Sally Hawkins), una dolcissima inserviente muta che si occupa delle pulizie in un centro di ricerca governativo. Lo sono la sua collega afro-americana Zelda (Octavia Spencer) e il suo vicino di casa Giles (Richard Jenkins), un divertente illustratore omosessuale. Una donna affetta da mutismo, un’afro-americana e un omosessuale: degli emarginati, per l’appunto. Degli “alieni” in un’America chiusa nel suo bigottismo e nella sua arretratezza, che trova personificazione nella figura del villain, il crudele e autoritario colonnello Strickland (Micheal Shannon). “Alieni” quasi quanto una creatura mostruosa – in parte umano e in parte anfibio – strappata alle acque dell’Amazzonia, dove era venerata come una divinità, e trapiantata in un laboratorio governativo americano, dove invece sarà esaminata e torturata.

Ma anche in un contesto del genere può nascere una potente e toccante love-story dai contorni fiabeschi. Dopotutto, per citare lo stesso Del Toro: «le favole sono state inventate per i tempi difficili». Così come, nei suoi film, il regista ha sempre dimostrato compassione per le creature danneggiate e fascinazione per l’oscurità, allo stesso modo Elisa e la creatura si troveranno a provare reciprocamente i medesimi sentimenti. Ciò che ne scaturisce è un amore che non necessita di parole per essere comunicato. Un amore che trascende differenze e pregiudizi.

Pregiudizi che vengono sovvertiti anche per quanto riguarda la figura del “mostro”, che di mostruoso ha solo l’aspetto. Un mostro dotato di grande umanità, a differenza di quanto possa dirsi per il cameriere di un diner, per gli agenti del KGB, per i militari della CIA, per il già citato colonnello Strickland. Veri “mostri”, loro sì, celati sotto un’apparente facciata di onorabilità e rettitudine.

Con “La forma dell’acqua” Del Toro conferma la sua incredibile capacità di trovare la bellezza nell’oscurità, il fantastico nell’ordinario, la magia nella crudeltà del mondo reale.

Appunto, conferma. Perché verrebbe da chiedersi cosa ci sia di nuovo rispetto a quanto già mostrato ne “La spina del diavolo” o ne “Il labirinto del fauno”. La risposta ce la dà lo stesso Del Toro quando dice che “La forma dell’acqua” «è un film su amore e cinema». In una stagione cinematografica nella quale si è parlato molto di manifesti, si potrebbe dire che, per Del Toro, “La forma dell’acqua” sia un manifesto cinematografico sull’amore e, al contempo, un manifesto d’amore per il cinema. Soprattutto per il cinema classico, quello della sua gioventù. Ad esempio, è chiaro ed esplicito – soprattutto nell’aspetto della creatura – il rimando al Mostro della laguna nera” (1954) di Jack Arnold. Così come, per via del tema romantico-fantastico, è inevitabile tracciare parallelismi con classici del calibro de “La bella e la Bestia” o “King Kong” (ai quali Del Toro però aggiunge un maggiore realismo, mostrando la consumazione fisica di un amore non più soltanto platonico). E poi, come fare a guardare Elisa e a non pensare alla Amélie de “Il favoloso mondo di Amélie” (2001) di Jean-Pierre Jeunet (complici anche una colonna sonora e una scenografia che danno allo spettatore la sensazione di trovarsi a Parigi più che a Baltimora)?

Del Toro riesce a far convivere tutte queste diverse suggestioni, confezionandole in una favola adulta che oscilla tra dramma sentimentale, spy movie, noir, fantasy, horror e addirittura musical (in una scena tanto folle quanto geniale). E ci riesce anche grazie a una messa in scena impeccabile.
Da un punto di vista tecnico, infatti, “La forma dell’acqua” è il film più calibrato e riuscito della sua filmografia. Complice una regia meticolosa, capace di far immergere lo spettatore nella storia già con l’avvolgente piano sequenza iniziale, e una sceneggiatura di ferro, impreziosita da una serie di dettagli magari sfuggenti, ma non per questo poco importanti.

Interessante, ad esempio, è il forte legame – potremmo dire premonitorio – che Elisa ha con l’acqua: nell’acqua di un fiume era stata abbandonata dai genitori, nell’acqua della sua vasca si masturba quotidianamente, nell’acqua della stessa vasca giacerà con l’amata creatura e sotto l’acqua della pioggia si troverà ad affrontare il suo destino. Inoltre, grande importanza è rivestita dall’uso simbolico dei colori. A dominare è il verde e, come se non bastasse la sapiente fotografia di Dan Laustsen a ricordarcelo (verdi sono le luci e le insegne della città, gli autobus, i vestiti di Elisa, il suo divano, gli interni del centro di ricerca, le uniformi degli inservienti e i loro cartellini, i bicchieri, le cravatte, la disgustosa torta al lime, le caramelle di Strickland, la sua cadillac…ok forse quella no!), sono gli stessi personaggi a evidenziarlo. Ad esempio, verde è il colore che deve avere la gelatina per la quale Giles sta disegnando una pubblicità perché, come sentenziato dal suo datore di lavoro, «il futuro è verde!». Ed ecco un altro tema ricorrente: il futuro. Del Toro ritrae un’America – quella del 1962 – che ne è ossessionata. In una scena iniziale alla radio si sente che: «Baltimora è il futuro». Più avanti, nella scena del negozio di auto, il venditore dirà a Strickland, per convincerlo ad acquistare la cadillac, che «è l’uomo del futuro». Ma se «il futuro è verde», e «Baltimora è il futuro», per una semplice logica sillogistica di Aristotelica memoria, Baltimora non può che essere come Del Toro effettivamente ce la presenta: verde. Futuro che, però, non si rivelerà affatto positivo. Non per un’America che nei decenni successivi andrà incontro a un periodo di crisi e decadenza tra assassinio Kennedy, Guerra del Vietnam e aggravarsi delle tensioni con i sovietici. Non per uno dei protagonisti come Giles, il quale, lavorando in un campo dove il futuro è rappresentato dalla fotografia, di lì a poco vedrà la sua attività di illustratore diventare obsoleta e non più richiesta. In un contesto dove il presente è difficile e il futuro è anche peggiore, ecco che il passato assume i contorni di un posto migliore. A rappresentarlo, ad esempio, è il vecchio cinema semi abbandonato che si trova nel palazzo di Elisa e Giles. Non a caso questo è uno dei pochi luoghi in cui il colore predominante non è il verde, bensì il rosso (delle poltrone, delle porte, del sipario). Come sono rossi il vestito e le scarpe che Elisa comincia a indossare dopo l’inizio della sua relazione con la creatura. Il rosso, si sa, è il colore convenzionalmente associato all’amore. Lo è anche in questo caso, che si tratti dell’amore di una donna nei confronti di un uomo-anfibio o di un regista nei confronti della sua arte.

Altro pregio di questo film è quello di riuscire a creare una forte empatia tra spettatori e personaggi (cosa non nuova per il cinema di Del Toro). Un’empatia che ci porta ad affezionarci realmente ai protagonisti, a sperare per la loro buona sorte, a soffrire per le loro sfortune. Così come ci porta, allo stesso tempo, a provare sincero disprezzo per gli antagonisti. Merito sicuramente di un’attenta scrittura, ma anche di eccellenti prove attoriali fornite da un cast in gran forma. Su tutti spicca Sally Hawkins, che con un’interpretazione fatta esclusivamente di sguardi e movimenti facciali riesce a trasmettere tutta la tenerezza, la solitudine e lo stupore quasi infantile di un personaggio impossibile da non amare. Non sono da meno due “sicurezze” come Richard Jenkins e Octavia Spencer, ai quali sono affidati due ruoli di supporto, ma non per questo caratterizzati con minore accuratezza. Perfettamente in parte anche un grandissimo Micheal Shannon, al quale è affidato il ruolo del cattivo archetipico del cinema “deltoriano” (violento, arrogante, superbo, fascista). Menzione speciale, infine, per il fido Doug Jones (già collaboratore di Del Toro in altri 5 film) che con le sue movenze riesce perfettamente a rendere sullo schermo l’eleganza, la maestosità e la carica erotica che Del Toro aveva in mente per la sua creatura.

Una creatura realizzata, come sempre accade per i mostri concepiti da Del Toro (si pensi all’indimenticabile “uomo pallido” de Il labirinto del fauno), grazie a un costume e all’uso del trucco prostetico. Altra peculiarità, questa, di un cinema che all’asetticità e alla plasticità scaturente da un uso predominante della CGI predilige un sapiente utilizzo di effetti speciali più tradizionali.

In definitiva, pur non essendo il suo capolavoro (personalissima opinione di chi vi scrive, il quale preferisce la maggiore durezza de “La spina del diavolo” e de “Il labirinto del fauno”), “La forma dell’acqua” è il film quintessenziale di Guillermo Del Toro, poiché ne compendia l’intera poetica. Il film più politico e personale della sua carriera. Il film che il prossimo 4 marzo, con ogni probabilità, gli varrà qualche soddisfazione. Il film della meritata rivincita.

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“Cornucopia”, l’intensità e l’originalità di Carmelo Pipitone nel suo primo disco solista 0 133

Il primo album da solista di Carmelo Pipitone – il chitarrista quello matto dei Marta sui Tubi, tanto per capirci – si chiama Cornucopia. E come in ogni cornucopia che si rispetti, ci sono molte cose diverse: c’è una chitarra acustica che fa il lavoro di 3 strumenti messi insieme, un’abbondanza di ritmi, un misto di leggerezza e inquietudine, un po’ di folk e un po’ di prog, arrangiamenti minimali e una voce grezza. Il tutto è condensato in otto brevi canzoni, che durano poco più di un paio di minuti.

Durante l’inattività dei Marta sui Tubi, non si può dire che Pipitone sia rimasto troppo fermo: nel 2017 ha pubblicato il secondo album con gli O. R. k, nel 2018 ha esordito con i Dunk insieme a Luca Ferrari dei Verdena e ai fratelli Giuradei, infine la sua attività live ha continuato senza troppe soste.

L’album si apre delicatamente con Talè, dove una voce sussurrata e la chitarra acustica duettano alternando strofe cantate tutte di un fiato e arpeggi ariosi. La sicilianità di Pipitone salta fuori dirompente già da subito con quel “talè”, voce del verbo “taliare” che significa “guarda!”.

Con Vertigini a occhi aperti l’atmosfera cambia repentinamente e si entra in un mondo dove a farla da padrone sono i suoni distorti sia della chitarra che della voce e un ritmo dispari molto interessante. Tutto ciò si abbina alla perfezione al racconto di una strada sporca – reale? Metaforica? Chi lo sa? – tra “rifiuti”, “merda” e “serpenti”. Non mancano i giochi di parole, tanto cari ai Marta sui Tubi.

Il potere continua sulla stessa linea della canzone precedente: un giro di chitarra insistente fa da sfondo a un elenco di cose brutte che possono succedere a chi ha il potere che “miete tutt’ora vittime, sottile filo spinato, dolce supplizio”. Insomma se avete bisogno di un po’ di ansia che fa riflettere, Pipitone ha tutto quello che serve.

In Come tutti il paragone con le sonorità de Il Pan del Diavolo, altra band siciliana, viene facile, forse proprio per la vicinanza geografica. Il testo, opera dello scrittore Alex Boschetti, gioca un ruolo principale. È meno criptico rispetto agli altri, ma ugualmente evocativo e toccante. Anche qui la chitarra sostiene perfettamente il mood della canzone, virando violentemente da suoni martellanti e distorti a sonorità più eteree.

L’acqua che hai ingoiato ricorda qualcosa di De Andrè, a cui si aggiunge quella vena prog che non ne vuole proprio sapere di annoiarti con un solo tempo dritto, ma ti lascia vagare da una strofa all’altra, tra un’atmosfera sognante e un ritmo ben scandito.

In Attentato a Dio salta subito all’orecchio il contrasto tra la voce cavernosa e aggressiva e una chitarra acustica per una volta più tranquilla. Allo stesso modo, da metà canzone il piano si fonde con una seconda voce molto distorta, accrescendo la tensione iniziale.

Meglio andare vede la voce di Lorenzo Esposito Fornasari, produttore del disco e cantante degli O.R.k., dare un po’ di quella varietà nelle linee vocali che forse manca nel resto delle canzoni. Le brevi incursioni del piano rendono l’ambiente cupo, quasi spaventoso.

Ma a risollevare i cuori ci pensa Sospeso, una traccia strumentale che sembra farti dimenticare, o almeno processare, tutta l’inquietudine precedente. Le chitarre con armonici e riverberi fanno rilassare e fluttuare chi ascolta, come il titolo stesso vuole suggerire.

Come per ogni album da solista, viene spontaneo chiedersi: “Ce n’era proprio bisogno?”. La risposta è sì, perché Pipitone è riuscito a trovare uno stile personale e convincente, mantenendo gli aspetti che lo avevano fatto apprezzare nei Marta sui Tubi e negli altri suoi progetti, su tutti l’abilità e la creatività chitarristiche. In sintesi, un disco strano, originale, intenso.

“L’Amore Mio Non More”, Il Muro del Canto tra Roma, resistenza e risveglio sociale 0 92

Quasi tutti influenziamo le nostre giornate con quel tono nostalgico, dicendo a noi stessi “quanto vorrei ritornare a quel periodo”, chiudendo gli occhi e immaginando per qualche istante cose che sono passate, con la consapevolezza che non ritorneranno più e con il sorriso di un’illusione che svanirà al prossimo battito di ciglia. “L’amore mio non more”, l’ultimo disco de Il Muro del Canto, è questo. Nostalgia, resistenza, volontà di un risveglio sociale e tempo. Quello che passa e porta con sé ogni cosa, dagli affetti alla nostra tanto amata giovinezza. Un album caldo, come la voce di Daniele Coccia, nostalgico con lo sguardo al Novecento e pieno di speranze.

La copertina del disco

Dal titolo dell’album si sarà intuito ma a me piace ripetere le cose cento volte, sbattere la testa mille volte e rompere i coglioni: dietro questo lavoro c’è soprattutto Roma, l’amore per la città, per la sua storia, per il cantautorato e poi per tutto il resto. Bisogna tenere sempre un pensiero alle proprie radici e allo stesso tempo uno sguardo a tutto il circondario. Un suono ruvido che fa pensare subito alla città eterna– non mi chiedete perché – accompagnato da sound vari, dal folk americano all’Irish, dalle sonorità western al reggae, allo SKA e ovviamente al popolare.

L’album, composto da 12 tracce, è stato anticipato da due singoli: “La vita è una” e “Reggime er Gioco”, e io sono ancora gasato, perché quando mi hanno assegnato questo lavoro non lo sapevo – anche se già avevo ascoltato le tracce – ma due dei miei attori preferiti hanno contribuito alla produzione e promozione dei due singoli. Marco Giallini e Vinicio Marchioni. (NEL VIDEO, non cantano).

Il primo singolo, La Vita è Una, racchiude l’essenza dell’album. La memoria, il tempo che passa, la ricerca di quella forza per affrontare il quotidiano, le scelte sbagliate e le scelte giuste che ci hanno portato a dover affrontare determinate cose. “Torneremo ancora bambini, saremo liberi e leggeri, saremo ancora tutti insieme, sempre più in alto sulle altalene…” Il secondo invece – Reggime Er Gioco –  che in ordine rappresenta la prima traccia dell’album, parla di Roma. E non poteva essere altrimenti, dato che gli elementi principali, quelli che hanno contribuito alla creazione del lavoro sono questi: la memoria, il tempo e soprattutto le radici.

Elementi che si ripetono per tutto il resto dell’album, come nella terza traccia, ne L’Amore Mio Non More, un brano che parla di una relazione finita e del male prodotto dalla perdita che viene ridotto al minimo, lasciando parte del vuoto al bene fatto e ricevuto, che non si esaurirà mai e resterà per sempre vivo. La stessa cosa accade nel brano Al Tempo Del Sole, nel racconto di una sfida tra amore e dolore, con parole accompagnate da un sound di folk che non smettono di dire: con il tempo tutto passa, pure sto gran dolore che pare così vivo ma lentamente more […] figurati sto amore che c’ha spezzato er core. Questo carattere nostalgico, malinconico e pieno di consapevolezza si riconferma in diverse tracce, attraverso “modi di comunicare” alternativi, come il valzer di Senza ‘na Stella, in Ponte Mollo – brano scritto da Lando Fiorini, rappresenta la canzone romana per eccellenza, la rappresentanza, il sentirsi parte di qualcosa – la canzone Novecento che riporta in vita le borgate romane e i tempi passati, o l’acustico Domani, un testo lento, diretto e pieno di consapevolezze, che mostra un mondo pieno di dolore e allo stesso tempo di speranza. Un inno alla libertà, dalla parte degli sfruttati, per un avvenire radioso e con dignità. Come la dignità persa dello sfruttato di Cella 33, il settimo brano del disco, una ferita viva, più che attuale e spesso ignorata dalla società civile.

Ogni società è macchiata da fatti, eventi di cronache, ingiustizie e ferite aperti a distanza di anni. Nel sesto brano, in Roma maledetta, un arpeggio accompagna il primo dei due monologhi di Alessandro Pieravanti. Vengono introdotti tutti questi fatti di cronaca nera che hanno accompagnato la storia di Roma, dall’ostilità tra Romolo e Remo al delitto Pasolini, passando per il dolore creato dalla Magliana e dalla vendetta lenta e dolorosa del Canaro. Un perseguitato che diventa persecutore. L’altro monologo, contenuto ne Il Tempo Perso, parla del quotidiano, con un’enfasi alla pari del discorso principale di The Big Kahuna, un film del 1999 diretto da John Swanbeck.

Siamo uomini medi che passano in media 26 anni a letto, eppure abbiamo sempre sonno, praticamente un terzo della nostra vita stesi, gli altri due in piedi o seduti, migliaia di anni evoluzione e non abbiamo trovato un’altra posizione. Passiamo 3840 ore a litigare, sono 160 giorni di rabbia l’un contro l’altro. Un anno intero a fare la spesa, persi tra scaffali mentre le stagioni passano, e i cassieri invecchiano. Ci laviamo per due anni interi consumando milioni di litri di acqua. Passiamo cinque anni al telefono tranne quando troviamo occupato, ma tanto poi richiamiamo sempre noi. Mangiamo per 2372 giorni consecutivi, ma abbiamo sempre fame, eppure per 6 anni e mezzo la mandibola non si ferma e ingurgitiamo talmente tanto cibo in una vita che servirebbe un piatto con la circonferenza del Grande Raccordo Anulare per contenerlo tutto. Passiamo 5 mesi interi a lamentarci ma ne conosco di gente che lo fa per molto più tempo. In media ridiamo per 115 giorni, io sicuramente molto meno. Lo studio dice che passiamo 20 settimane aspettando, ma poi aspettando che? e tutto questo tempo chi ce lo ridà? L’uomo in tutta la sua vita da solo o in compagnia ha un orgasmo che dura 9 ore e 18 secondi, la donna solo 1 ora e 24 minuti di piacere. Stiamo 11 anni davanti alla televisione, che sono 95.000 ore di tubo catodico, o cristalli liquidi, o plasma ma la sostanza non cambia, la maggior parte è sempre e comunque pubblicità o programmi scadenti. Altri 11 anni li passiamo a lavorare, 5 e mezzo chi fa part-time, ma li spezzettiamo con pause caffè, bagno, sigaretta, caffè, bagno, sigaretta a proposito passiamo 160 giorni a fumare. In tutto stiamo 6 mesi in fila, con le gambe che ci fanno male e il tempo che non passa mai o meglio che passa e non torna come i treni che se li perdi sono andati ma se li aspetti vuol dire che sono in ritardo, un ritardo accumulato di 653 ore, che dopo averlo aspettato così tanto mi passa la voglia di andare. E resto li alla stazione a leggere uno stupido studio di settore sulle abitudini dell’uomo in relazione al tempo, ho impiegato quasi tre minuti a raccontarvelo e ripenso a tutto quello che vi ho detto, il tempo ci sfugge, come un cappello che ci vola via dalla testa in una giornata di vento e lo rincorriamo cercando di afferrarlo restando ogni volta a mani vuote con l’illusione che al prossimo balzo sarà nostro.

E adesso mettete in play stoica, l’unico brano dell’album interamente in italiano, una ballad atmosferica, accompagnata dalla profonda voce del frontman, carica di speranza nonostante la sua malinconia.
Il cielo resta blu sopra le nuvole.

Illudetevi che tutto possa cambiare, perché tutto può cambiare.

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