La forma dell’acqua: la meritata rivincita di Guillermo del Toro 0 986

Leone d’Oro alla 74esima edizione del Festival di Venezia, vincitore di 2 Golden Globe, candidato a 13 Premi Oscar (tra cui miglior film e miglior regia): diciamocelo pure, “La forma dell’acqua” è il film della rivincita per Guillermo del Toro. La rivincita nei confronti di un’industria – quella hollywoodiana – con la quale spesso si è trovato a dover lottare e alla quale spesso si è dovuto arrendere (pensiamo all’abbandono di progetti importanti quali Lo Hobbite “Le montagne della follia”, ambizioso adattamento cinematografico del romanzo di H.P. Lovecraft). La rivincita nei confronti di una certa critica che lo ha sempre sottostimato, relegandolo al ruolo di amico ciccione e un po’ sfigato dei più sofisticati connazionali Alejandro González Iñárritu e Alfonso Cuarón.

E così, mentre gli altri due messicani collezionavano statuette dorate tra storie di astronauti alla deriva, attori falliti con disturbi della personalità e cacciatori di pelli in cerca di vendetta, il buon Guillermo probabilmente si interrogava su come fare per risollevare una carriera minata dagli esiti non troppo fortunati di lavori quali “Pacific Rim (2013) eCrimson Peak (2015). La risposta Del Toro deve averla trovata guardandosi indietro. D’altronde, come dice il calendario sfogliato dalla protagonista in una delle scene iniziali, «il tempo è un fiume che sgorga dal passato».

Ed è proprio dal passato che, con questo film, il regista messicano ha ripescato la personalissima formula narrativa, capace di mescolare sapientemente favola dark e ambientazioni storiche, da lui introdotta ne “La spina del diavolo” (2001) e poi riproposta con “Il labirinto del Fauno” (2006). Già, perché è con questi due cult del passato che “La forma dell’acqua”  va a comporre un’ideale trilogia. Con la differenza che, questa volta, non ci troviamo nella Spagna Franchista, ma nella Baltimora di inizio anni ’60, in piena Guerra Fredda. Un periodo caratterizzato da un diffuso sentimento di paura, paranoia, odio e divisione razziale.

I protagonisti, come spesso accade nel cinema di Del Toro, sono dei perdenti sociali. Lo è Elisa (Sally Hawkins), una dolcissima inserviente muta che si occupa delle pulizie in un centro di ricerca governativo. Lo sono la sua collega afro-americana Zelda (Octavia Spencer) e il suo vicino di casa Giles (Richard Jenkins), un divertente illustratore omosessuale. Una donna affetta da mutismo, un’afro-americana e un omosessuale: degli emarginati, per l’appunto. Degli “alieni” in un’America chiusa nel suo bigottismo e nella sua arretratezza, che trova personificazione nella figura del villain, il crudele e autoritario colonnello Strickland (Micheal Shannon). “Alieni” quasi quanto una creatura mostruosa – in parte umano e in parte anfibio – strappata alle acque dell’Amazzonia, dove era venerata come una divinità, e trapiantata in un laboratorio governativo americano, dove invece sarà esaminata e torturata.

Ma anche in un contesto del genere può nascere una potente e toccante love-story dai contorni fiabeschi. Dopotutto, per citare lo stesso Del Toro: «le favole sono state inventate per i tempi difficili». Così come, nei suoi film, il regista ha sempre dimostrato compassione per le creature danneggiate e fascinazione per l’oscurità, allo stesso modo Elisa e la creatura si troveranno a provare reciprocamente i medesimi sentimenti. Ciò che ne scaturisce è un amore che non necessita di parole per essere comunicato. Un amore che trascende differenze e pregiudizi.

Pregiudizi che vengono sovvertiti anche per quanto riguarda la figura del “mostro”, che di mostruoso ha solo l’aspetto. Un mostro dotato di grande umanità, a differenza di quanto possa dirsi per il cameriere di un diner, per gli agenti del KGB, per i militari della CIA, per il già citato colonnello Strickland. Veri “mostri”, loro sì, celati sotto un’apparente facciata di onorabilità e rettitudine.

Con “La forma dell’acqua” Del Toro conferma la sua incredibile capacità di trovare la bellezza nell’oscurità, il fantastico nell’ordinario, la magia nella crudeltà del mondo reale.

Appunto, conferma. Perché verrebbe da chiedersi cosa ci sia di nuovo rispetto a quanto già mostrato ne “La spina del diavolo” o ne “Il labirinto del fauno”. La risposta ce la dà lo stesso Del Toro quando dice che “La forma dell’acqua” «è un film su amore e cinema». In una stagione cinematografica nella quale si è parlato molto di manifesti, si potrebbe dire che, per Del Toro, “La forma dell’acqua” sia un manifesto cinematografico sull’amore e, al contempo, un manifesto d’amore per il cinema. Soprattutto per il cinema classico, quello della sua gioventù. Ad esempio, è chiaro ed esplicito – soprattutto nell’aspetto della creatura – il rimando al Mostro della laguna nera” (1954) di Jack Arnold. Così come, per via del tema romantico-fantastico, è inevitabile tracciare parallelismi con classici del calibro de “La bella e la Bestia” o “King Kong” (ai quali Del Toro però aggiunge un maggiore realismo, mostrando la consumazione fisica di un amore non più soltanto platonico). E poi, come fare a guardare Elisa e a non pensare alla Amélie de “Il favoloso mondo di Amélie” (2001) di Jean-Pierre Jeunet (complici anche una colonna sonora e una scenografia che danno allo spettatore la sensazione di trovarsi a Parigi più che a Baltimora)?

Del Toro riesce a far convivere tutte queste diverse suggestioni, confezionandole in una favola adulta che oscilla tra dramma sentimentale, spy movie, noir, fantasy, horror e addirittura musical (in una scena tanto folle quanto geniale). E ci riesce anche grazie a una messa in scena impeccabile.
Da un punto di vista tecnico, infatti, “La forma dell’acqua” è il film più calibrato e riuscito della sua filmografia. Complice una regia meticolosa, capace di far immergere lo spettatore nella storia già con l’avvolgente piano sequenza iniziale, e una sceneggiatura di ferro, impreziosita da una serie di dettagli magari sfuggenti, ma non per questo poco importanti.

Interessante, ad esempio, è il forte legame – potremmo dire premonitorio – che Elisa ha con l’acqua: nell’acqua di un fiume era stata abbandonata dai genitori, nell’acqua della sua vasca si masturba quotidianamente, nell’acqua della stessa vasca giacerà con l’amata creatura e sotto l’acqua della pioggia si troverà ad affrontare il suo destino. Inoltre, grande importanza è rivestita dall’uso simbolico dei colori. A dominare è il verde e, come se non bastasse la sapiente fotografia di Dan Laustsen a ricordarcelo (verdi sono le luci e le insegne della città, gli autobus, i vestiti di Elisa, il suo divano, gli interni del centro di ricerca, le uniformi degli inservienti e i loro cartellini, i bicchieri, le cravatte, la disgustosa torta al lime, le caramelle di Strickland, la sua cadillac…ok forse quella no!), sono gli stessi personaggi a evidenziarlo. Ad esempio, verde è il colore che deve avere la gelatina per la quale Giles sta disegnando una pubblicità perché, come sentenziato dal suo datore di lavoro, «il futuro è verde!». Ed ecco un altro tema ricorrente: il futuro. Del Toro ritrae un’America – quella del 1962 – che ne è ossessionata. In una scena iniziale alla radio si sente che: «Baltimora è il futuro». Più avanti, nella scena del negozio di auto, il venditore dirà a Strickland, per convincerlo ad acquistare la cadillac, che «è l’uomo del futuro». Ma se «il futuro è verde», e «Baltimora è il futuro», per una semplice logica sillogistica di Aristotelica memoria, Baltimora non può che essere come Del Toro effettivamente ce la presenta: verde. Futuro che, però, non si rivelerà affatto positivo. Non per un’America che nei decenni successivi andrà incontro a un periodo di crisi e decadenza tra assassinio Kennedy, Guerra del Vietnam e aggravarsi delle tensioni con i sovietici. Non per uno dei protagonisti come Giles, il quale, lavorando in un campo dove il futuro è rappresentato dalla fotografia, di lì a poco vedrà la sua attività di illustratore diventare obsoleta e non più richiesta. In un contesto dove il presente è difficile e il futuro è anche peggiore, ecco che il passato assume i contorni di un posto migliore. A rappresentarlo, ad esempio, è il vecchio cinema semi abbandonato che si trova nel palazzo di Elisa e Giles. Non a caso questo è uno dei pochi luoghi in cui il colore predominante non è il verde, bensì il rosso (delle poltrone, delle porte, del sipario). Come sono rossi il vestito e le scarpe che Elisa comincia a indossare dopo l’inizio della sua relazione con la creatura. Il rosso, si sa, è il colore convenzionalmente associato all’amore. Lo è anche in questo caso, che si tratti dell’amore di una donna nei confronti di un uomo-anfibio o di un regista nei confronti della sua arte.

Altro pregio di questo film è quello di riuscire a creare una forte empatia tra spettatori e personaggi (cosa non nuova per il cinema di Del Toro). Un’empatia che ci porta ad affezionarci realmente ai protagonisti, a sperare per la loro buona sorte, a soffrire per le loro sfortune. Così come ci porta, allo stesso tempo, a provare sincero disprezzo per gli antagonisti. Merito sicuramente di un’attenta scrittura, ma anche di eccellenti prove attoriali fornite da un cast in gran forma. Su tutti spicca Sally Hawkins, che con un’interpretazione fatta esclusivamente di sguardi e movimenti facciali riesce a trasmettere tutta la tenerezza, la solitudine e lo stupore quasi infantile di un personaggio impossibile da non amare. Non sono da meno due “sicurezze” come Richard Jenkins e Octavia Spencer, ai quali sono affidati due ruoli di supporto, ma non per questo caratterizzati con minore accuratezza. Perfettamente in parte anche un grandissimo Micheal Shannon, al quale è affidato il ruolo del cattivo archetipico del cinema “deltoriano” (violento, arrogante, superbo, fascista). Menzione speciale, infine, per il fido Doug Jones (già collaboratore di Del Toro in altri 5 film) che con le sue movenze riesce perfettamente a rendere sullo schermo l’eleganza, la maestosità e la carica erotica che Del Toro aveva in mente per la sua creatura.

Una creatura realizzata, come sempre accade per i mostri concepiti da Del Toro (si pensi all’indimenticabile “uomo pallido” de Il labirinto del fauno), grazie a un costume e all’uso del trucco prostetico. Altra peculiarità, questa, di un cinema che all’asetticità e alla plasticità scaturente da un uso predominante della CGI predilige un sapiente utilizzo di effetti speciali più tradizionali.

In definitiva, pur non essendo il suo capolavoro (personalissima opinione di chi vi scrive, il quale preferisce la maggiore durezza de “La spina del diavolo” e de “Il labirinto del fauno”), “La forma dell’acqua” è il film quintessenziale di Guillermo Del Toro, poiché ne compendia l’intera poetica. Il film più politico e personale della sua carriera. Il film che il prossimo 4 marzo, con ogni probabilità, gli varrà qualche soddisfazione. Il film della meritata rivincita.

Previous ArticleNext Article

Lascia un commento

‘Night Ride’, il nuovo album della Municipale Balcanica ne conferma l’assoluta brillantezza 0 896

La Municipale Balcanica è, dal 2003, un punto di riferimento della musica balcan del bel Paese, e con il loro ultimo lavoro, ‘Night Ride‘, confermano ed anzi arricchiscono un repertorio musicale eclettico e coinvolgente. È infatti evidente uno studio formale variegato, merito delle diverse culture musicali dei membri del gruppo, che è stato, sin dai tempi dello stupefacente ‘Fòua‘, il punto di forza che ha elevato la Municipale da gruppo della provincia pugliese a realtà riconosciuta a livello internazionale.

Da sempre ammaliati e ammaliatori di sonorità meridionali, ebraiche e, ovviamente, balcan-rock, in ‘Night Ride’ Raffaele Tedeschi e compagnia cantante vengono contaminati (o meglio, si lasciano contaminare) da vie musicali a più ampio raggio. L’album diventa così un passpartout per una giostra di generi e stili eterogenei, che ci accoglie con un pezzo, ‘Constellation’, nelle classiche corde della band, in un susseguirsi di pop balcanico e propositivo. Per iniziare a godere di un’esperienza musicale così divertente è, senza dubbio, il brano perfetto.

La copertina di ‘Night Ride’, il nuovo disco della Municipale Balcanica

A seguire troviamo ‘Transylvania Party Hard‘ che, sempre continuando il nostro parallelismo con le giostre, si presenta come la classica “casa degli orrori”. È un pezzo certamente tenebroso, ma si rifà a quell’estetica horror scanzonata degli anni ‘80 che non vuole certo rovinare la festa di ‘Night Ride’, ma che anzi stuzzica il nostro udito anche grazie all’interpretazione azzeccata di Tedeschi.

Kill slow, Kill fast‘ è il terzo brano, squisitamente country, il quale è seguito da ‘Rusty‘, un’ottima strumentale balcan che funge quasi da intermezzo.

La strumentale migliore è però la successiva, ‘Martin Got Lost‘, in cui possiamo immergerci in un’atmosfera dal retrogusto morriconiano.

Polvo y Sueños‘, cantato in spagnolo, convince quanto basta musicalmente ma pare abbastanza telefonato a livello di testi; le continue citazioni a motti e slogan spagnoli contribuisce a non dare il giusto merito ad un pezzo che, ad ogni modo, si innesta perfettamente nel corpo dell’album.

L’unica canzone in italiano è la suadente ‘Ogni Stella‘, quasi un arrivederci malinconico che è il preludio all’ultimo brano, la strumentale ‘Deserto Non Deserto‘, che ci abbandona in una distesa arabeggiante con sonorità nuove e interessanti.

La produzione, di ottimo livello, ci regala un disco di pregevole fattura, in cui la Municipale Balcanica si riprende e si reinventa, dimostrando di essere, ancora una volta, tra gli artisti più originali del panorama della musica world italiana.

L’adrenalinico EP d’esordio dell’Ira di Febo: perfetto connubio tra rap e funk 0 787

Unire funk, rock e rap, trasmettendo quel sentimento primordiale e viscerale al quale il nome stesso del gruppo fa riferimento. Con questo intento l’Ira di Febo, giovane band bitontina nata dall’incontro del bassista Federico Marinelli, del batterista Antonio Allegretti, del chitarrista Gigi Laricchia e del rapper Valerio Vacca, presenta il suo primo eponimo lavoro. Un EP di cinque canzoni che mescola suadenti groove di basso e scatenati riff di chitarra alle impegnate rime “rappate” di Valerio Vacca. Seguendo il solco tracciato tra fine anni ’80 e inizio anni ’90 da band del calibro di Primus, Red Hot Chili Peppers e Rage Against the Machine, i quattro ragazzi pugliesi danno vita ad un disco adrenalinico dall’identità chiara e ben definita.

La copertina del disco a cura di Michele Santoruvo

Si parte con l’energica “Get Up”, un’esortazione ad “alzarsi” e a reagire con positività e determinazione alle avversità che la vita ci presenta. Il brano, breve ed incisivo, funziona bene come singolo apripista e anticipa quello che sarà il canovaccio musicale che i quattro ragazzi di Bitonto seguiranno pedissequamente per il resto dell’EP.

La successiva “What’s up Doc?” parte con un riff abrasivo e tagliente che riporta alla mente i primi Red Hot Chili Peppers. La chitarra e il basso dialogano ossessivamente, intrecciandosi e annodandosi tra di loro, intessendo ponti sonori sui quali viaggia spedito il rap a perdifiato di Valerio Vacca (che qui alterna italiano e inglese con maggior frequenza). Cambio di registro nella parte finale del brano, quando il ritmo rallenta e un morbido assolo di chitarra ci accompagna verso una placida conclusione.

Willie Peyote che incontra i Rage Against the Machine. Questa l’insolita suggestione portata alla mente dell’ascoltatore dalla successiva “Sì sì come no”. Il ritornello, orecchiabile e accattivante, è accompagnato da acidi assoli di chitarra carica di wah-wah e dai soliti groove disegnati dal basso galoppante di Marinelli. Ancora una volta i ragazzi pugliesi si dimostrano abili nel trovare la giusta alchimia tra il rap del cantato e le distintive sonorità funk rock che permeano l’intero lavoro.

Ritmi leggermente meno sostenuti per “Cavie”, brano che fa della lucida amarezza del testo il suo punto di forza. In un mondo nel quale “la verità non è mai abbastanza” e “il vero si estingue” l’imperativo categorico rimane uno soltanto: “credere in sé”.

Chiusura affidata a “What the Funk”, brano che si potrebbe definire un manifesto programmatico della band. A partire dal titolo che, con il  suo evidente ­gioco di parole, unisce l’identità musicale del gruppo ad uno sbotto che ben fotografa quello stato psichico (l’ira) del quale i quattro ragazzi bitontini vogliono farsi cantori. L’”incazzatura” in questione è data da una società che non asseconda, o più semplicemente non capisce, l’esigenza di reinventarsi e uscire fuori da schemi preordinati di chi vuole solo inseguire le proprie passioni.

Quello dell’Ira di Febo è un lavoro immediato e scorrevole, accattivante ed euforico. Un disco che con audacia volge lo sguardo al passato, riprendendo un sound che sicuramente poco ha a che spartire con le tendenze del momento (per quanto gli ultimi anni siano stati caratterizzati da una riproposizione di sonorità vintage), ma che, allo stesso tempo, si dimostra specchio fedele delle eterogenee passioni musicali di un gruppo di ragazzi che dimostra di avere qualcosa di interessante da dire. E, soprattutto, di possedere il giusto fervore (o ira, se preferite) per farlo.

Argomenti popolari

Editor Picks

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: