La Municipàl ricomincia dai suoi “Bellissimi difetti” 0 317

Ricamare le proprie imperfezioni è il cicatrene della vita: il tempo non elimina i segni, ma è possibile cambiare la maniera in cui guardarli. La lezione della band leccese nel loro secondo lavoro Bellissimi difetti.

Bellissimi difetti è il titolo del nuovo album de La Municipàl, uscito il 29 marzo 2019. Si tratta del secondo lavoro dei fratelli Carmine e Isabella Tundo, duo leccese che ha deciso di creare attesa tra i fan pubblicando alcuni singoli nel corso del 2018 (Vecchie Dogane; I mondiali del ’18; Italian Polaroid; Mercurio Cromo; Punk Ipa) fino ad arrivare a Finirà tutto quanto, traccia che ha anticipato e apre il disco. Blunote Music aveva già incontrato la band in apertura al concerto dei Canova dove, durante un’intervista, il frontman aveva già anticipato l’uscita di un nuovo album in primavera sotto Discographia Clandestina, etichetta da lui fondata.

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Cover dell’album “Bellissimi difetti“.

Questo progetto musicale, composto da 12 tracce, prende le sembianze di uno psicologo, di un amico stretto o di un ubriaco di passaggio che durante una serata qualunque dispensa consigli sulla vita; a caso, gratuitamente, senza chiedere il permesso. Quante volte nella vita, durante un periodo difficile, qualcuno prova a consolarci con frasi del tipo: “passerà; passerà tutto quanto; significa che doveva andare così”. E noi lì, in silenzio, indecisi su cosa sia meglio fare dopo quelle parole: un abbraccio? Piangere? Dire “ma va, davvero?”. Ecco, Bellissimi difetti è questo, una riscoperta di se stessi, come a porsi davanti ad uno specchio analizzando il proprio riflesso secondo un’ottica nuova, accettando il circostante, le circostanze, la vita. Più maturi, con le stesse imperfezioni che non ci lasceranno mai e che, di colpo, diventano bellissime. È crescita e soprattutto: accettazione. Non si può fare altro.

L’album è aperto dalla traccia Finirà tutto quanto. Accompagnata da una potente chitarra distorta e da un riff ipnotico, racchiude quanto detto sopra e descrive perfettamente la dimensione in cui la band vuole proiettarsi con queste dodici tracce: quella live. Un brano esistenziale, con due protagonisti: una persona fortunata e una sfortunata si invertono di ruolo fino a capire che i problemi affrontati giorno per giorno altro non sono che gabbie mentali sormontabili. Tanto prima o poi finirà, finirà tutto quanto, finirà tutto quanto; non ci pensare è solo un giorno di merda…

La seconda traccia, molto più diretta e cruda rispetto alla precedente, prende il titolo di Punk Ipa; quella birra che sta spopolando nelle piazze, molto più “sofisticata” rispetto a quelle più comuni o commerciali. Una birra per chi vuole bere bene, o almeno così si dice. Punk ipa è una ricerca del nostro “io” che, per un motivo o per l’altro, si è perso. È voglia d’equilibrio e desiderio di lasciare nel nostro palato – che diventa sinonimo di esistenza -, un sapore buono, come quello della bevanda in questione.

Con il terzo pezzo torna La Municipàl romantica. Si tratta della traccia che dà il nome all’album, o da cui lo prende: I tuoi Bellissimi difetti. Una romantica ballad acustica che arriva sussurrata alle orecchie, per ricordarci che i nostri difetti sono tratti distintivi che ci differenziano dagli altri. Sono i nostri difetti a renderci unici; sono i nostri difetti a raccontare quello che siamo. Lo sai che quella voglia che hai sulla schiena a volte mi tormenta un po’, mi sembra un’isola deserta dove mi nasconderò…

La politica e gli eventi in generale, cambiano le persone. Ciò che una volta era un punto fisso diventa un’incognita; si diventa estranei a casa propria; si perde il senso di appartenenza, e si sta male. Il funerale di Ivan, la quarta traccia dell’album, parla proprio di questo: dell’estraneità. Usa la politica come pretesto per restare nell’attualità che avvolge il nostro paese ma si riferisce a ogni tipo di pubblico, inserendosi in ogni contesto: dal politico al sentimentale. E rivederti tra le lacrime di una città depressa che non sa più perché, rivederti tra le nomine di una sinistra che si è persa tanto tempo fa…

E forse stiamo male davvero, stiamo perdendo gli ideali. I mondiali del ’18, quinto pezzo dell’album, parla di depressione, della mancanza di pretesti per andare avanti: non andiamo ai mondiali, non siamo più uguali, e ci serve una scusa per sentirci partecipi. Pensiamo ai trentenni di oggi che sono rimasti a Italia-Francia e che adesso si ritrovano a tifare Islanda. Proprio quest’anno che ne faccio trenta, quest’anno tiferò Islanda…

La questione – superficiale – del mondiale è una banale ferita che può rimarginarsi ed essere dimenticata ogni quattro anni, ma alcune restano aperte per molto tempo. Sono le più dolorose, le stesse che non fanno dormire la sera, riportando in mente errori e dolori per cui si danna ogni secondo, si bestemmia, si piange; ma per cui, in fondo, si fa di tutto affinché non si rimargino completamente, perché questo significherebbe dimenticare, lasciar andare definitivamente, e spesso è proprio correre questo rischio ciò che fa più paura. Mercurio Cromo, il sesto brano, parla di questo: della voglia di disinfettare ferite ancora aperte, coprire errori e ricordi senza cancellarli del tutto, perché la speranza – purtroppo – è l’ultima a morire.

Italian Polaroid, il settimo brano, è l’istantanea di una storia come tante. Una di quelle storie che nasce per caso, in seguito a un’avventura estiva e che spesso viene accompagnata da “imprevisti”. Un imprevisto che un giorno potrebbe avere un nome e camminare, ma che in questo caso – nonostante l’atmosfera happy della canzone – prende il nome di: aborto. Lei non ci credeva più e beveva, beveva un’altra tequila; Ludovica non voltarti, non ti vergognare per quei due, tre soldi dati alla zingara in centrale…

Storie di ragazzi, di coppie, come quelle de Le Vele. Una nostalgica ballad ambientata nella provincia di Lecce, che vede come protagonisti due “amici di letto” che si rivedono dopo tanto tempo ma con un desiderio diverso dal solito: parlare. Un racconto delle monotone e spesso difficili notti di provincia, in cui spesso l’unica soluzione è lasciarsi andare; in un modo o nell’altro. Sai ti voglio bene, hai ancora il cane?

Noi due sulla luna, la nona traccia, è l’unica strumentale del disco. Il pezzo è incentrato sul campionamento di una conversazione NASA (Apollo 10, 1969), durante il viaggio attorno all’orbita lunare. “Lo senti? Hai sentito il fischio? Sembra musica dallo spazio”. Ipnotico, alienante, “spaziale”, introduce e si allinea perfettamente con il decimo pezzo: Major Tom. Una traccia con un titolo di un certo spessore, un chiaro riferimento a Space Oddity di David Bowie. Uno psichedelico desiderio di avvicinarsi sempre di più al Maggiore Tom. Riesci a sentirmi Major Tom? Riesci a sentirmi Major Tom?

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I fratelli Carmine e Isabella Tundo.

L’undicesimo brano, Scogliere, è estrapolato da Nocturnae Larvae Volume due, un concept album di Carmine Tundo pubblicato nel 2018. Possiamo definirlo come il “lato oscuro della luna” di Carmine, che in questa caso coincide con il resto dalla produzione dell’artista. Cos’è questo profumo che mi perseguita? Sarà l’odore del tuo abisso infernale…

L’album si chiude con Vecchie Dogane, il primo singolo pubblicato. Qui troviamo quella voglia di abbandonare tutto e di andare via; dall’Italia, da un amore perduto. Scappare lontano, per azzerare ogni cosa e ricominciare da capo. Quante volte ci abbiamo pensato? È la soluzione? È una possibilità. E la matematica ci insegna che anche lo zero può essere il prodotto di operazioni complessissime, come lo è la vita di ognuno. Un risultato a volte inaspettato, come le sorprese che quest’album nasconde fino all’ultima canzone, ma non necessariamente una nuova fine o un nuovo inizio: molto spesso, è il punto d’equilibrio.

Non c’è niente che ci strappi via,
niente, che ci strappi via,
niente, ma tu portami con te.

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Arrivati qui, tirando le somme, non possiamo far altro che dire che Bellissimi difetti è innanzitutto una prova di maturità dell’evoluzione musicale del duo leccese. Un disco di un certo spessore, mai banale, con ottime sonorità e testi pieni di riflessività; una manna dal cielo per il panorama cantautoriale italiano. Attuale sotto ogni aspetto, pieno di riferimenti che testimoniano ciò che sta dietro la loro creatività, con uno stile che spazia dal rock al pop.

Un percorso verso la ricerca di noi stessi composto da dodici brani differenti tra loro, ognuno con il suo messaggio, tenuti insieme da un unico “pilastro” principale: l’accettazione; delle cose che vanno male, degli imprevisti della vita, e soprattutto, di se stessi. Perché è con noi stessi che passeremo ogni singolo minuto per il resto dei nostri giorni e non possiamo – non dobbiamo – sprecarli. Mai. Farlo è difficile, perché non siamo automi e la nostalgia è parte della natura dell’essere umano. Sicuramente, La Municipàl, ci ha fatto una grande regalo per attraversare i momenti più bui, perciò quando non ci resta accanto chi vorremmo che ci sia, teniamoci stretti i nostri Bellissimi difetti (e ascoltiamo cosa hanno da dirci).

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Californication compie vent’anni: riscopriamolo 0 124

Sapevamo che il disco aveva avuto un largo successo quando andammo in Europa per un giro di conferenze stampa. Eravamo in Italia, io e John stavamo sul sedile posteriore di una Mercedes con il finestrino aperto. Un motorino con due ragazzi italiani si fermò accanto a noi. Guardarono dentro e cominciarono a urlare: “Ehi, Californication, Californication!”. Poi si misero a cantare Scar Tissue. Il disco era uscito da cinque giorni. Ovunque andassimo, tutti i negozi suonavano il nostro disco. L’Italia aveva preso fuoco. Passammo dal vendere una manciata di dischi al venderne più di chiunque altro quell’anno in Italia. Com’è che un Paese intero decide di cominciare ad amarti in un giorno?

Così Anthony Kiedis decise di parlare di Californication all’interno della sua biografia, “Scar Tissue”, proprio come uno dei singoli estratti dall’album che ha fatto grande la band americana nel mondo. Californication usciva oggi, 8 giugno, vent’anni fa, nel 1999, segnando per sempre quell’estate e la storia della musica. Ma anche la storia della band losangelina.

Usciti un po’ malconci dal rilascio di One Hot Minute, stroncato dalla critica, e orfani del chitarrista sostituto di Frusciante, Dave Navarro, licenziato per incompatibilità con il resto della band, i Red Hot avevano bisogno del rilancio – un rilancio dovuto, per altro; non fosse solo per il successo che ebbe Blood Sugar Sex Magic, soprattutto in America.

Così, nell’estate del 1998, Flea riesce a convincere Frusciante, nel frattempo disintossicatosi dalla dipendenza dall’eroina, a rientrare nel gruppo. Il disco inizia a prendere forma grazie al lavoro di quest’ultimo, accompagnato dalle liriche del frontman e dalle jam session che da sempre hanno contraddistinto lo sviluppo dei dischi dei peperoncini.

Il sound vira: vengono abbandonate le sperimentazioni che ammiccavano al metal – frutto probabilmente del chitarrista ex-Jane’s Addiction – puntando tutto sull’alternative con il giusto mix di quel funk-rock che fece la fortuna della band agli inizi. Quello che non cambia è il produttore: Rick Rubin seguirà infatti la band per questo terzo lavoro di fila, dopo aver prodotto i già citati One Hot Minute e BSSM.

Il disco vide la luce proprio l’otto giugno del 1999, anticipato di un paio di settimane dal singolo Scar Tissue, uno dei brani più rappresentativi del gruppo. Fu un successo di critica e di vendite; qualcuno elogiò un Anthony Kiedis in grande spolvero, molti attribuirono la qualità al ritorno di Frusciante. Californication raggiunse la prima posizione in classifica in nove Paesi diversi – fra cui l’Italia, dove vendette 700.000 copie in due anni – aggiudicandosi ben undici dischi d’oro.

Oggi Californication rimane una pietra miliare della musica mondiale, uno di quei dischi che tante band sperano di rilasciare un giorno. E anche se oggi i Red Hot non sono più gli stessi, con il secondo abbandono di Frusciante e le speranze di un suo ritorno ormai rasentanti lo zero, ascoltare le prime note del brano omonimo durante un live è come tornare piccoli, o giovani, per rivivere i magici momenti dell’ultima estate del secolo scorso.

Medimex: gli Editors e i Cigarettes After Sex celebrano Woodstock 0 159

Ci eravamo lasciati con i Placebo, ci siamo ritrovati con Editors e Cigarettes After Sex. Il Medimex, l’International Festival and Music Conference in programma dal 4 al 9 giugno, apre i cancelli al suo pubblico per il terzo anno di fila, il secondo a Taranto, portando una delle band più apprezzate al mondo a suonare tra i due mari, davanti una rotonda piena di gente che arriva da tutto il Sud Italia. Non poteva essere diversamente, d’altronde, per quest’edizione speciale del Medimex che celebra i cinquant’anni di Woodstock – e qualcuno doveva pur farlo, visto che il vero Woodstock 50 è stato cancellato.

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Cancelli aperti alle cinque, con le prime file sotto il palco già conquistate intorno alle sette e mezza. Nell’aria si respira l’odore del mare e della musica, nei bicchieri sgorga Raffo non filtrata. Questione di minuti e iniziano le danze con Le Scimmie Sulla Luna, band alternative italiana che presenta il suo disco Terra!. La scelta si rivela azzeccata, Jory Stifani ricorda tanto la cantante dei Bowland, ma la band dimostra di sapersela cavare anche senza voce, movimentando la folla nel finale con un paio di brani strumentali.

Dopo poco salgono sul palco i Cigarettes After Sex e il concerto inizia davvero: la conosciamo bene la band texana di Greg Gonzalez, già sold-out a Roma un paio di anni fa, apprezzatissima in Italia. La folla risponde bene: molti cantano le loro bedroom songs sensuali, i rimanenti iniziano a collegare il sound col nome; il gruppo si diverte ma non lo dà a vedere – il mood non lo permette – limitandosi a pochi ‘thanks’ e il nome di un paio di pezzi.

L’esibizione dura un’ora, un tempo più che sufficiente per presentare l’unico album pubblicato, omonimo, e farsi desiderare; i Cigarettes After Sex riescono a creare il giusto mix di dolcezza e malinconia per illuminare la serata, anche se la luce che fanno è più o meno quella di una candela. Ma a noi tanto basta per ristorarci e caricare le batterie.

Passa infatti poco dall’uscita dei texani e alle dieci e mezza in punto la band di Stafford esce fra le urla del suo pubblico. Li avevamo già ascoltati al Palladozza di Bologna gli Editors, per un concerto durato circa due ore, e certo non li riscopriamo oggi al Medimex: energici, violenti, spietati; gli Editors ti prendono e ti accartocciano per tutta la durata del concerto, non dandoti il tempo di respirare davvero tra una canzone e l’altra, trascinandoti nel loro universo anni ‘80. Smith tiene il palco come il vero frontman qual è, la band non risparmia i grandi successi: Papillon fa ballare tutta la piazza, No Harm lascia pietrificati per la sua bellezza; A Ton of Love, semplicemente, spacca, come ha sempre spaccato. So che si dice spesso, ma concerti come questo mi fan pensare di avere il secondo lavoro più bello del mondo, dopo quello di Tom Smith.

Magazine chiude la prima parte del concerto; gli Editors escono di nuovo dopo i canonici cinque minuti, trainati dalla folla, per quattro brani finali accompagnati dal piano di Tom Smith. Alla fine, la band londinese saluta per l’ultima volta la propria piazza, con le maglie inzuppate di sudore come ogni buon ultras vorrebbe per la propria squadra del cuore. Ed è proprio come gli ultras che si è saltato su Formaldehyde. Possiamo dire che sia la band texana che quella inglese hanno assolutamente reso giustizia a Woodstock.

Poco tempo per riprendere fiato, però, perché domani si riprende col nuovo appuntamento del Medimex: Liam Gallagher sarà infatti a Taranto, reduce proprio ieri dal rilascio del nuovo singolo Shockwave che preannuncia il suo secondo disco da solista “Why Me? Why Not”. La data di domani è la prima delle due italiane, con l’ex Oasis che tornerà in Italia per il Collisioni festival a Barolo, il 4 luglio.

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