La Municipàl ricomincia dai suoi “Bellissimi difetti” 0 1143

Ricamare le proprie imperfezioni è il cicatrene della vita: il tempo non elimina i segni, ma è possibile cambiare la maniera in cui guardarli. La lezione della band leccese nel loro secondo lavoro Bellissimi difetti.

Bellissimi difetti è il titolo del nuovo album de La Municipàl, uscito il 29 marzo 2019. Si tratta del secondo lavoro dei fratelli Carmine e Isabella Tundo, duo leccese che ha deciso di creare attesa tra i fan pubblicando alcuni singoli nel corso del 2018 (Vecchie Dogane; I mondiali del ’18; Italian Polaroid; Mercurio Cromo; Punk Ipa) fino ad arrivare a Finirà tutto quanto, traccia che ha anticipato e apre il disco. Blunote Music aveva già incontrato la band in apertura al concerto dei Canova dove, durante un’intervista, il frontman aveva già anticipato l’uscita di un nuovo album in primavera sotto Discographia Clandestina, etichetta da lui fondata.

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Cover dell’album “Bellissimi difetti“.

Questo progetto musicale, composto da 12 tracce, prende le sembianze di uno psicologo, di un amico stretto o di un ubriaco di passaggio che durante una serata qualunque dispensa consigli sulla vita; a caso, gratuitamente, senza chiedere il permesso. Quante volte nella vita, durante un periodo difficile, qualcuno prova a consolarci con frasi del tipo: “passerà; passerà tutto quanto; significa che doveva andare così”. E noi lì, in silenzio, indecisi su cosa sia meglio fare dopo quelle parole: un abbraccio? Piangere? Dire “ma va, davvero?”. Ecco, Bellissimi difetti è questo, una riscoperta di se stessi, come a porsi davanti ad uno specchio analizzando il proprio riflesso secondo un’ottica nuova, accettando il circostante, le circostanze, la vita. Più maturi, con le stesse imperfezioni che non ci lasceranno mai e che, di colpo, diventano bellissime. È crescita e soprattutto: accettazione. Non si può fare altro.

L’album è aperto dalla traccia Finirà tutto quanto. Accompagnata da una potente chitarra distorta e da un riff ipnotico, racchiude quanto detto sopra e descrive perfettamente la dimensione in cui la band vuole proiettarsi con queste dodici tracce: quella live. Un brano esistenziale, con due protagonisti: una persona fortunata e una sfortunata si invertono di ruolo fino a capire che i problemi affrontati giorno per giorno altro non sono che gabbie mentali sormontabili. Tanto prima o poi finirà, finirà tutto quanto, finirà tutto quanto; non ci pensare è solo un giorno di merda…

La seconda traccia, molto più diretta e cruda rispetto alla precedente, prende il titolo di Punk Ipa; quella birra che sta spopolando nelle piazze, molto più “sofisticata” rispetto a quelle più comuni o commerciali. Una birra per chi vuole bere bene, o almeno così si dice. Punk ipa è una ricerca del nostro “io” che, per un motivo o per l’altro, si è perso. È voglia d’equilibrio e desiderio di lasciare nel nostro palato – che diventa sinonimo di esistenza -, un sapore buono, come quello della bevanda in questione.

Con il terzo pezzo torna La Municipàl romantica. Si tratta della traccia che dà il nome all’album, o da cui lo prende: I tuoi Bellissimi difetti. Una romantica ballad acustica che arriva sussurrata alle orecchie, per ricordarci che i nostri difetti sono tratti distintivi che ci differenziano dagli altri. Sono i nostri difetti a renderci unici; sono i nostri difetti a raccontare quello che siamo. Lo sai che quella voglia che hai sulla schiena a volte mi tormenta un po’, mi sembra un’isola deserta dove mi nasconderò…

La politica e gli eventi in generale, cambiano le persone. Ciò che una volta era un punto fisso diventa un’incognita; si diventa estranei a casa propria; si perde il senso di appartenenza, e si sta male. Il funerale di Ivan, la quarta traccia dell’album, parla proprio di questo: dell’estraneità. Usa la politica come pretesto per restare nell’attualità che avvolge il nostro paese ma si riferisce a ogni tipo di pubblico, inserendosi in ogni contesto: dal politico al sentimentale. E rivederti tra le lacrime di una città depressa che non sa più perché, rivederti tra le nomine di una sinistra che si è persa tanto tempo fa…

E forse stiamo male davvero, stiamo perdendo gli ideali. I mondiali del ’18, quinto pezzo dell’album, parla di depressione, della mancanza di pretesti per andare avanti: non andiamo ai mondiali, non siamo più uguali, e ci serve una scusa per sentirci partecipi. Pensiamo ai trentenni di oggi che sono rimasti a Italia-Francia e che adesso si ritrovano a tifare Islanda. Proprio quest’anno che ne faccio trenta, quest’anno tiferò Islanda…

La questione – superficiale – del mondiale è una banale ferita che può rimarginarsi ed essere dimenticata ogni quattro anni, ma alcune restano aperte per molto tempo. Sono le più dolorose, le stesse che non fanno dormire la sera, riportando in mente errori e dolori per cui si danna ogni secondo, si bestemmia, si piange; ma per cui, in fondo, si fa di tutto affinché non si rimargino completamente, perché questo significherebbe dimenticare, lasciar andare definitivamente, e spesso è proprio correre questo rischio ciò che fa più paura. Mercurio Cromo, il sesto brano, parla di questo: della voglia di disinfettare ferite ancora aperte, coprire errori e ricordi senza cancellarli del tutto, perché la speranza – purtroppo – è l’ultima a morire.

Italian Polaroid, il settimo brano, è l’istantanea di una storia come tante. Una di quelle storie che nasce per caso, in seguito a un’avventura estiva e che spesso viene accompagnata da “imprevisti”. Un imprevisto che un giorno potrebbe avere un nome e camminare, ma che in questo caso – nonostante l’atmosfera happy della canzone – prende il nome di: aborto. Lei non ci credeva più e beveva, beveva un’altra tequila; Ludovica non voltarti, non ti vergognare per quei due, tre soldi dati alla zingara in centrale…

Storie di ragazzi, di coppie, come quelle de Le Vele. Una nostalgica ballad ambientata nella provincia di Lecce, che vede come protagonisti due “amici di letto” che si rivedono dopo tanto tempo ma con un desiderio diverso dal solito: parlare. Un racconto delle monotone e spesso difficili notti di provincia, in cui spesso l’unica soluzione è lasciarsi andare; in un modo o nell’altro. Sai ti voglio bene, hai ancora il cane?

Noi due sulla luna, la nona traccia, è l’unica strumentale del disco. Il pezzo è incentrato sul campionamento di una conversazione NASA (Apollo 10, 1969), durante il viaggio attorno all’orbita lunare. “Lo senti? Hai sentito il fischio? Sembra musica dallo spazio”. Ipnotico, alienante, “spaziale”, introduce e si allinea perfettamente con il decimo pezzo: Major Tom. Una traccia con un titolo di un certo spessore, un chiaro riferimento a Space Oddity di David Bowie. Uno psichedelico desiderio di avvicinarsi sempre di più al Maggiore Tom. Riesci a sentirmi Major Tom? Riesci a sentirmi Major Tom?

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I fratelli Carmine e Isabella Tundo.

L’undicesimo brano, Scogliere, è estrapolato da Nocturnae Larvae Volume due, un concept album di Carmine Tundo pubblicato nel 2018. Possiamo definirlo come il “lato oscuro della luna” di Carmine, che in questa caso coincide con il resto dalla produzione dell’artista. Cos’è questo profumo che mi perseguita? Sarà l’odore del tuo abisso infernale…

L’album si chiude con Vecchie Dogane, il primo singolo pubblicato. Qui troviamo quella voglia di abbandonare tutto e di andare via; dall’Italia, da un amore perduto. Scappare lontano, per azzerare ogni cosa e ricominciare da capo. Quante volte ci abbiamo pensato? È la soluzione? È una possibilità. E la matematica ci insegna che anche lo zero può essere il prodotto di operazioni complessissime, come lo è la vita di ognuno. Un risultato a volte inaspettato, come le sorprese che quest’album nasconde fino all’ultima canzone, ma non necessariamente una nuova fine o un nuovo inizio: molto spesso, è il punto d’equilibrio.

Non c’è niente che ci strappi via,
niente, che ci strappi via,
niente, ma tu portami con te.

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Arrivati qui, tirando le somme, non possiamo far altro che dire che Bellissimi difetti è innanzitutto una prova di maturità dell’evoluzione musicale del duo leccese. Un disco di un certo spessore, mai banale, con ottime sonorità e testi pieni di riflessività; una manna dal cielo per il panorama cantautoriale italiano. Attuale sotto ogni aspetto, pieno di riferimenti che testimoniano ciò che sta dietro la loro creatività, con uno stile che spazia dal rock al pop.

Un percorso verso la ricerca di noi stessi composto da dodici brani differenti tra loro, ognuno con il suo messaggio, tenuti insieme da un unico “pilastro” principale: l’accettazione; delle cose che vanno male, degli imprevisti della vita, e soprattutto, di se stessi. Perché è con noi stessi che passeremo ogni singolo minuto per il resto dei nostri giorni e non possiamo – non dobbiamo – sprecarli. Mai. Farlo è difficile, perché non siamo automi e la nostalgia è parte della natura dell’essere umano. Sicuramente, La Municipàl, ci ha fatto una grande regalo per attraversare i momenti più bui, perciò quando non ci resta accanto chi vorremmo che ci sia, teniamoci stretti i nostri Bellissimi difetti (e ascoltiamo cosa hanno da dirci).

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“Love and Rain”: Savage ci riporta negli anni ’80 0 157

1984, 2010, 2020.
Il debutto, la fase di mezzo e il ritorno di Roberto Zanetti; in arte Savage.

Chi è Roberto? Se ci avessero fatto questa domanda nella sua “era”, nei magici anni ’80, un’occhiataccia dettata da un “ma davvero non sai chi sia?” ci sarebbe arrivata. Ma adesso, a distanza di trentasette anni dal suo debutto, in un periodo storico totalmente diverso, ci sentiamo in dovere di rispondere tranquillamente. Roberto nasce a Massa nel 1956, inizia la sua carriera con diversi gruppi (Fathima, Pronipoti Sangrìa, Santarosa e Taxi), partecipa a diverse trasmissioni ottenendo numerosi successi e collabora da anni con artisti di un certo spessore: tra i tanti, Zucchero. Mi piace definire questo artista come il Giorgio Moroder dell’italo-disco e dell’eurodance. Inizia la sua carriera nel 1983 e, un anno più tardi, pubblica il suo primo album: Tonight (1984). Da quel periodo in poi inizia la sua ascesa: conosce Zucchero, produce, cavalca l’onda della musica house e lancia alcuni artisti di grande successo come Alexia. Nel 2010, a distanza di 26 anni dal primo, pubblica il suo secondo album (anche se definirlo così è errato; si tratta di greatest hits: Ten Years Ago (2010), fermandosi in seguito per altri dieci anni e ripresentandosi oggi con il suo ultimo lavoro: Love and Rain (2020). Quest’ultimo, presentato a San Valentino attraverso il singolo I Love You, è un omaggio agli anni ’80, un regalo ai nostalgici, un passato che si ripropone andando a creare i famosi nostalgici di un qualcosa che non si è vissuto; gli anni ’80 hanno questo potere.

Love and Rain è un lavoro composto da sedici canzoni; quelle che a parer nostro basterebbero per creare una serata degna di tale nome nelle attuali discoteche italiane. L’album viene definito scherzosamente dall’artista come guitar free, per il fatto che non sono state usate chitarre in nessuna canzone. Sono presenti violini veri che si sposano perfettamente con l’elettronica pop, creando il sound romantico di Savage. Un disco dove canzoni d’amore e malinconia vanno alla ricerca del tipico sound elettro-pop contaminato da batterie elettroniche e sintetizzatori. Con una copertina che rimanda al Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich: un uomo in abito nero, di spalle, con le mani in tasca e lo sguardo rivolto in avanti, verso l’alto. Tanti sono i significati e, personalmente, a noi piace attribuire quello del piacere del viaggiare, della scoperta. Un viaggio a ritroso nel tempo fino ad arrivare negli anni ’80; una scoperta per alcuni, un ritorno al passato per molti altri. Un’arma per andare avanti data dall’esperienza di anni che non abbiamo vissuto ma che possiamo vivere attraverso questo lavoro.

Quindici inediti, sommati alla versione sinfonica del suo più grande successo dal titolo Only You, danno vita a questa capsula del tempo. Viaggio che ha inizio attraverso una breve e romantica introduzione, Every second of my life, caratterizzata da violini e da una voce struggente. Dal secondo brano in poi si entra, di colpo, negli anni ’80: Don’t say you leave me è questo; un uomo cade dal cielo, dal futuro, trovandosi di colpo nelle atmosfere pop sinfoniche degli anni ’80. Atmosfere che faranno da sfondo a tutti i brani presenti in Love and Rain, senza rendersi mai banali e presentandosi prive di scontatezza. Sound, che dalla prima alla sedicesima canzone, si offre a diversi temi. Come quello dell’amore, presente nella maggior parte dei brani e in diverse forme. L’amore che crea delusioni (Alone); che riappare dopo anni sotto forma di ricordo (Remember Me); che dà vita a un tributo (Italodisco); che si dichiara per la prima volta (Your Eyes); e l’amore per ciò che ci circonda, per la vita, per il nostro ambiente: “We are the future”.

Un eterno romantico. Un uomo che attraverso la sua musica ha il potere di far innamorare una nuova generazione e, soprattutto, la possibilità di consolidare il rapporto con chi quel periodo lo ha vissuto davvero, dicendogli: “nulla è andato”. Ri-accendendo speranze che da trent’anni a questa parte sembrano svanite. Savage è questo: una donna che si culla tra le braccia di un uomo sotto una luce stroboscopica; un abbraccio nel tempo, tra gli anni ’80 e i 2000 inoltrati. Tra le speranze di allora e le consapevolezze di adesso, ma con la forza necessaria per andare verso l’ignoto.

“Romantica Io”: Pia Tuccitto scrive una pagina del rock italiano 0 346

D’amore e ombra – come il titolo di un famoso romanzo di Isabel Allende -: è di questo che parla “Romantica Io“, l’ultimo album di Pia Tuccitto, rocker bolognese dall’animo nobile. Il lavoro, uscito il 31 gennaio e interamente autoprodotto, è figlio della poliedricità di questa grande artista che ne ha curato ogni minimo dettaglio, dalle musiche ai testi, passando per la copertina. Cantautrice, pittrice, protagonista/deuteragonista/voce dello spettacolo Ioelei, messo in scena con la compagna di palco Federica Lisi, la sua carriera parte nel 1993 quando, dopo la partecipazione al festival Nuove Voci di Castrocaro, viene notata da Vasco Rossi che ne apprezza il talento e la invita a far parte della sua scuderia. Da qui nasce un sodalizio artistico che la porta a scrivere per interpreti del calibro di Patty Pravo, Irene Grandi e lo stesso Vasco.
Romantica Io” è l’opera terza ed esce a quindici anni di distanza dall’album d’esordio “Un segreto che” e a dodici da “Urlo” prodotto da Frank Nemola e Guido Elmi per l’etichetta Bollicine/EMI Capitol Music. Questo lavoro è un compendio: racchiude l’essenza di dodici anni di “inattività” discografica che sono stati invece ricchissimi dal punto di vista artistico e amoroso. L’amore, appunto, è il filo conduttore dell’album e  viene declinato in tutte le sue forme. Alla realizzazione e alla limatura hanno partecipato: Corrado Castellari in veste di autore delle musiche di due brani, Bettina Baldassarri, Luca Bignardi che ha curato l’arrangiamento di sette brani e Frank Nemola che ha arrangiato i restanti quattro brani.

Romantica io” (title track) è il brano d’apertura, la dichiarazione d’intenti di un lavoro perfettamente messo a fuoco da un’artista matura. Questa maturità artistica corrisponde – mutatis mutandis – ad una maturità sul piano amoroso e questo è chiaro già nell’incipit del brano: “io per amarti son dovuta invecchiare”. Così com’è chiara, sempre dalle prime battute, l’attitudine rock dell’artista bolognese che non usa espedienti o mezzi termini: “io per amarti ti ho lasciato suonare la mia chitarra da rocker”.  Il graffio nella voce ricorda molto Patty Pravo, ma anche e soprattutto Irene Grandi in “Colpa del Lupo”. L’influenza è evidente e non per via di una supponente forma di pareidolia, per la quale noi che recensiamo siamo tenuti a ricondurre il tutto a qualcosa di conosciuto.

Atmosfera cupa e onirismo in “Come nei films”. Il sound distorto e la voce sensuale ci danno l’abbrivio e ci trasportano all’interno di un racconto di un amore immaginario. Un amore senza confini e che attraverso la voce e le parole cerca la sua reificazione. L’inizio ricorda molto “Tre volte dentro me” di Mina e Afterhours.

L’animo rock emerge prepotentemente in “Com’è bello il mio amore”. La chitarra e la batteria seguono un ritmo preciso e martellante e accompagnano la voce fino all’esplosione nel ritornello. Questo brano è l’essenza del disco.

La chitarra lascia il posto alla tastiera nell’intento di ricreare una precisa atmosfera malinconica. “Perché tutto muore” è un brano ricco di pathos e dal carico emozionale abnorme. Parla dell’amore che finisce, di un sentimento nocivo e logorante che si dissolve nel vento come il fumo di una sigaretta che si spegne e ti lascia un imperituro amaro in bocca.

My Radio” ci riporta agli anni ‘80 quando il binomio dance-rock dava vita a spettacoli corali allietati da gioie lisergiche. Allora l’avanguardia era definita new wave e sfociava spesso in quello che profanamente veniva chiamato alternative rock. In questo pezzo vengono fusi assieme Neil Tennant, Freddie Mercury e Patty Pravo e il risultato è sorprendente. È il pezzo che continui a cantare per tutto il giorno e che provoca l’orchite/colpite a tutti quelli che ti stanno accanto.

Il sesto brano non ha bisogno di presentazioni. Si tratta di “E…”, pezzo scelto e portato al successo da Vasco, che l’autrice riabbraccia come un figlio che ha vissuto all’estero e non vedeva da tempo. Questa è la dichiarazione d’amore per eccellenza, priva di perifrasi e circonlocuzioni (che poi sono la stessa cosa).

Tu Sei Un Sogno Per Me” è il leitmotiv che accompagna lo spettacolo Ioelei messo in scena dall’artista insieme a Federica Lisi. Si tratta di un brano intimo e sincero che si fa colonna sonora di un amore, di una vita, di un viaggio.

L’eterogeneità di stili e generi è esplicitata in “Sto benissimo”: l’inizio in stile Subsonica lascia presto il posto al graffio della chitarra elettrica che sposta il focus è riporta il brano nell’alveo del rock puro e grezzo. L’armonia di chitarre e batteria è perfetta, come in tutto il resto del disco.

Stupida per te” ha l’incedere lento e malinconico di una classica ballad. Questo è la riprova che questa grande artista – come ogni grande artista – non si focalizza su un unico genere, ma spazia all’interno di un ventaglio di stili e generi che le appartengono tutti.

Nel disco c’è spazio per una sorta di intermezzo: “Quante volte sono da sola con te”. Ancora una volta è forte, oltre che necessario, il richiamo a Mina. Si tratta del pezzo più breve dell’album, ma che – per l’icasticità delle immagini che evoca – risulta uno dei più intensi.

Il brano che chiude l’album è “7 aprile”, pubblicato precedentemente in un Ep nel 2013. Si tratta del pezzo mancante, quello che completa e sublima il puzzle. È un brano ricco di colori e sfumature: la chitarra acustica presente all’inizio del pezzo viene sostituita e sovrastata da quella elettrica nel ritornello. La natura multiforme dell’album emerge in modo prepotente in questo brano.

Pia Tuccitto ha scritto un’altra pagina importante del rock italiano. La sua maturità artistica è la vera chiave di volta di questo grande album: la cura minuziosa di ogni dettaglio, l’attenzione e l’oculatezza di ogni singola scelta – dalle parole alle musiche – sono i due ingredienti di questo cocktail perfetto. Rimanendo in campo alcolico si potrebbe dire che sia come il vino che col passare del tempo migliora!

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