La poesia nel “mare di troppo” di Joy Musaj 0 3009

Siamo abituati a vederli un po’ tristi, incurvati su uno sgabello all’interno di qualche pub nei vicoli di Città Vecchia mentre raccontano del loro nuovo lavoro raccolto in una trentina di pagine, sorseggiando della birra avanzata da un bicchiere di plastica, raccogliendo sporadici applausi di un pubblico stipato tra i tavolini. Sono questi i poeti come la gente li immagina, tra qualche aforisma e una donna di troppo. Oggi invece, abbiamo con noi tutto il contrario di quest’immagine. Sempre di poeta – anzi poetessa – si tratta, ma con uno spiglio diverso, più gioioso, come suggerisce il suo nome. Stiamo parlando di Joy Musaj, scrittrice e poetessa a metà tra l’Albania e l’Italia, vincitrice di molti premi, che si racconta in un’intervista esclusiva.

Ciao Joy, come prima cosa, facci una panoramica su di te. Di dove sei? Cosa fai adesso? Come ti sei avvicinata alla scrittura? Raccontati!
Sono nata a Durazzo, in Albania. A nove anni mi sono trasferita assieme alla mia famiglia a Crispiano, in provincia di Taranto. Le mie due case – quella in cui sono nata e quella in cui sono cresciuta – sono esattamente ad un mare di distanza. Da qui deriva anche il nome “il mare di troppo”, il mio blog personale. Ora vivo da sola a Torino e studio psicologia. Ho incominciato a scrivere all’età di quindici anni; ad un certo punto le parole degli altri non mi bastavano più: volevo le mie parole. All’inizio scrivevo pensieri del tutto personali, senza una struttura. Ho iniziato a scrivere racconti brevi solo dopo aver letto “la grammatica di Dio” di Stefano Benni. I suoi lavori mi hanno sempre affascinato, rimanendo una costante ispirazione. È stato lui ad alimentare la mia passione per la scrittura.

 

Sappiamo che hai pubblicato dei libri e che hai vinto dei premi. Parlaci di quest’esperienza.
A diciassette anni partecipai ad un concorso intitolato “il primo amore non si scorda mai” di una piccola casa editrice. Con grande sorpresa vinsi il primo premio con il racconto “Favole d’Oggi”. Successivamente partecipai ad altri progetti, tra cui “Oltre Mare” e “Donne d’Inchiostro”, quest’ultimo della Gemma Edizioni. Con la Gemma Edizioni pubblicai anche un racconto, “I Segni dei Baci”, che venne letto a Frosinone in occasione della giornata contro la violenza. Lo stesso racconto, ma tradotto in albanese, ha vinto il premio come miglior racconto sulla violenza, questa volta in Albania. È stato importante per me pubblicare anche nella mia lingua madre.

 

Quale rapporto ti lega alla poesia? Di cosa scrivi, e in quali momenti lo fai?
Ho iniziato a scrivere poesie solo recentemente. Amo la poesia, l’ho sempre vista come una forma d’arte che si avvicina alla spontaneità dell’anima umana. Una volta che inizi a scrivere il primo verso, è la poesia che ti guida. L’unica fatica che fa il poeta è prendere la penna in mano, poi lei si scrive da sé. Per questo motivo, per molti anni, non mi sono sentita all’altezza di scriverne una. Ma come ho già detto, la poesia è spontanea e in modo del tutto naturale mi sono ritrovata a scrivere la mia prima poesia. Da quel momento, non ho più smesso. Ho sentito dire svariate volte che per scrivere bisogna soffrire. Io trovo abbastanza triste associare ad una cosa così pura come la poesia, la parola “sofferenza”. Io le assocerei la parola “libertà”. La scrittura è libertà e per scrivere basta avere qualcosa da comunicare. Quando la sera, da sola, apro il mio diario e scrivo, per me quella è la libertà e anche la mia salvezza. Mi sento più leggera dopo aver chiuso quel diario.

 

 Prima hai accennato al tuo blog. Ti segue parecchia gente? Quanti sono legati alle tue poesie?
Sono ormai quattro anni che scrivo su un blog intitolato “Il mare di troppo”. Quando l’ho creato non avrei mai immaginato che mi avrebbero seguita più di 120.000 persone. È anche grazie a loro se ho continuato a scrivere. Molte di quelle persone hanno visto crescere la mia passione per la scrittura. Ho anche avuto l’opportunità di incontrarli di persona, mi è persino capitata di essere fermata per strada e sentirmi dire “amo ciò che scrivi”. Dopo una lunga e pesante giornata, quelle parole trasmettono una gioia infinita.

 

Sappiamo che fra i tuoi progetti futuri c’è un libro con una casa editrice. Vuoi parlarcene?
Da qualche mese ho firmato un contratto con la casa editrice “Aletti Editore”. Pubblicherò il mio primo libro di racconti brevi intitolato “I fiori appassiti”, nel quale ci saranno anche i racconti pubblicati precedentemente nei vari libri. Questo lavoro è più personale di quanto voglia ammettere. Dentro di esso ci sono i miei pensieri notturni, tutti i tramonti che ho visto; c’è quel mare di troppo, tutte le persone che hanno fatto parte della mia vita, le emozioni. Connesso che sono spaventata, ma nello stesso tempo il pensiero di poter comunicare tutto questo mi rende estremamente felice. Uno dei miei progetti per il momento è tradurre questo libro in albanese e pubblicarlo anche nel Paese in cui sono nata. “I fiori appassiti” parla molto dell’Albania e mi piacerebbe che i miei coetanei lo leggessero.

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Intervista a Claver Gold: la storia del Lupo di Hokkaido come metafora del rap 0 3402

Claver Gold, all’anagrafe Daycol Orsini, nasce ad Ascoli Piceno nel 1986. Sin da bambino è affascinato dall’arte, ma ben presto scopre la sua vocazione per il rap. Riconosciuto tra i migliori MC dello Stivale nell’arte del freestyle, i suoi testi sono caratterizzati da una poetica inconfondibilmente introspettiva, ricca di immagini e figure retoriche con cui racconta di spaccati di vita e delle strade di periferia in cui è cresciuto. Dopo il successo di Requiem (2017), in cui sono contenute collaborazioni con artisti d’eccezione della scena italiana, il 24 maggio uscirà per l’etichetta Glory Hole Records il suo nuovo album Lupo di Hokkaido, con la presenza del duo Kintsugi alle macchine, già produttore per l’album Melograno (2015) del rapper ascolano.

Intervista a Claver Gold

Kragler: Mi piacerebbe che sia tu a presentare il tuo nuovo album ai nostri lettori. Chi è il “Lupo di Hokkaido” e cosa rappresenta?
Claver Gold: “Questo disco nasce da alcune letture di libri di animali, storie e racconti. Siamo stati sin da subito colpiti dalla storia del lupo di Hokkaido,che è un animale estinto intorno alla fine dell’Ottocento in Giappone appunto ad Hokkaido, un posto remoto del Paese, lontano da quello industrializzato che conosciamo. L’isola, situata a nord, era abitata da una popolazione “indigena”, gli Ainu, i quali avevano radici per così dire “meticce” ed esteticamente riportavano tratti somatici più comuni alle zone della Kamčatka o della Russia, quindi non propriamente giapponesi; per questo motivo, furono a lungo discriminati. Ci siamo appassionati a questa storia e abbiamo reso la storia della scomparsa del lupo di Hokkaido una metafora per l’estinzione del rap come noi lo conosciamo.”

Parli al plurale perché questo lavoro di ricerca, anche in fase di stesura, è stato metabolizzato interamente insieme a Kintsugi OTM.
“Sì, certo, ci siamo scambiati continuamente opinioni. Ovviamente le idee partono da me la maggior parte delle volte, perché sono io che scrivo; ma questo non significa che non abbia ricevuto da loro alcun supporto, e non solo nel lato più tecnico del lavoro.”

L’influenza della cultura giapponese è sempre stata forte nei tuoi testi (es. Lady Snowblood, Carpa Koi). Quale pensi che sia la differenza più grande tra la cultura occidentale e quella orientale (nello specifico nipponica)?
“Secondo me il divario più grande sta nel modo di intraprendere la vita. La calma e la pace interiore che hanno loro, a confronto con il nostro mondo frenetico, dimostra un approccio totalmente diverso, che secondo me è riscontrabile anche in grandi metropoli come Tokyo.”

Kintsugi è la mente dietro le produzioni del tuo album Melograno (2015). Quanto è stato lungo il percorso che vi ha portato nella “tana del lupo”?
“Intorno ai sei mesi. Abbiamo iniziato a buttare giù le prime robe alla fine dell’anno scorso, ma in fondo non è stato un lavoro lunghissimo anche perché le tracce sono poche. Siamo stati abbastanza lesti.”

copertina album Lupo di Hokkaido Claver Gold Kintsugi
Copertina dell’EP Lupo di Hokkaido di Claver Gold e Kintsugi.

L’album contiene sette tracce, di cui un Intro ed un Outro. Alcuni brani, come il primo singolo estratto Calicanto, sono introdotti dalla voce narrante Hattori Mami, che racconta in lingua originale la storia del lupo di Hokkaido. Com’è nata quest’intesa e sarà possibile per i fan recuperare l’intera storia in lingua italiana?
“Quella è una storia che ho riscritto io. Diciamo che è un riassunto parafrasato di ciò che è accaduto al Lupo di Hokkaido, inserito nei contesti delle mie canzoni. Ho chiamato questa ragazza che vedevo di frequente perché abitava nei pressi di casa mia e conoscevo suo marito. Le ho chiesto se cortesemente potesse tradurmi il racconto che avevo scritto in giapponese ed è stata disponibilissima, com’ è d’altronde nella loro indole. La storia si troverà all’interno del booklet del disco tradotta in italiano ma, come con Calicanto, faremo altri lyrics video o singoli in cui sarà presente la in sottotitoli la parte tradotta.”

Il lettering è invece affidato alle sacre mani di Luca Barcellona aka Lord Bean, mentre l’illustrazione è a cura di Davide Bart Salvemini. Cosa rappresenta la cover, o meglio, perché il lupo è rappresentato come una sorta di mostro?
“Innanzitutto ringrazio Luca Barcellona che è sempre disponibile e super professionale, ed anche Davide Bart che si è prestato per aiutarci in questo lavoro. Il lupo è rappresentato come un mostro perché gli abitanti di Hokkaido, ovvero gli Ainu, con l’arrivo dell’occidentalizzazione hanno iniziato a dare la caccia a questo animale, dichiarato pericoloso per l’allevamento. Insomma, era visto un po’ come il nemico. È per questo che viene rappresentato quasi come un Godzilla cattivo nella copertina. In mano ha una donna, simbolo della ricchezza del popolo: è come se questo mostro rubasse loro le donne, o il bestiame in senso più concreto. Il lupo si è estinto in seguito alla stagione di caccia proclamata dal nuovo regime imperiale giapponese per mano degli uomini. Oltretutto, questo discorso richiama la metafora del rap ricorrente in tutto il disco. Volendo, il lupo rappresenterebbe il rap, appunto, che tiene in mano la donna simbolo della cultura o dei valori legati a questo genere, e viene ucciso dagli uomini che in questo caso sarebbero un’allegoria dell’industria musicale.”

La seconda traccia è intitolata Ikigai. Questa parola significa “ragion d’essere”, o “ragione di vita” e si basa su cinque pilastri: “iniziare in piccolo”, “dimenticarsi di sé”, “armonia e sostenibilità”, “gioia per le piccole cose” ed “essere nel qui ed ora”. Ad ognuno di questi pilastri, ti chiedo di associare un brano della tua discografia.
Iniziare in piccolo: Mr. Nessuno, singolo tratto dal disco Mr. Nessuno (2013)
Dimenticarsi di sé: Soffio di lucidità tratto da Mr. Nessuno
Armonia e sostenibilità: Anima nera tratto da Melograno
Gioia per le piccole cose: Carpa Koi tratta da Requiem (2017)
Essere nel qui ed ora: Un motivo tratta da Requiem in collaborazione con Egreen

La quarta traccia è intitolata Yuki. Qual è il significato di questo titolo e di cosa parla questa canzone?
“”Yuki” in giapponese significa “neve”. Nella canzone è ricorrente l’associazione di una donna alla neve (“la neve assomigliava a lei”, ndr.). Il testo è un po’ complesso. Sostanzialmente racconta la storia di questo ragazzo a cui ogni strada, ogni città, ogni via, ricorda la neve, che assomiglia appunto a questa ragazza che è la sua compagna.”


“Parte di me” è invece l’unico featuring dell’EP in collaborazione con Hyst.“Wabi sabi” è un concetto molto difficile da esprimere: per il mondo giapponese, rappresenta l’ideale di bellezza basato sulla transitorietà delle cose. Secondo Claver Gold, la bellezza come estetica è per definizione perfetta o imperfetta?
“Wabi Sabi” significa “bellezza dell’imperfezione”. Posto che per me il concetto di bellezza non è assolutamente fondamentale nella vita, è imperfetto.

Come ben sai, per quest’occasione Blunote Music ha fatto partire una campagna di intervista partecipata, al termine della quale ha scelto una tra le domande inviate dai suoi lettori. Abbiamo scelto, più che una domanda, il commento di una nostra lettrice che si rivolge a te con un tono un po’accusatorio misto ad ammirazione.

Scrivi della sofferenza, quella vera, ma penso che tu non l’abbia mai conosciuta, tantomeno l’ero. Ti ascolto da una vita perché mi ci rivedo e mi aiuta a rendermi conto della mia esistenza, ma nelle tue canzoni ho sempre visto ipocrisia: ad esempio, Melograno è l’emblema dell’amore sofferto, ma è anche vero che il periodo di stesura di quell’album ha coinciso con quello migliore della tua vita sentimentale. Non si scrive per ricordo, ma per incidere le proprie emozioni”.

Vuoi dire qualcosa a riguardo?
“Vabbè, ma lei sa già tutto! (ride, ndr.) A parte gli scherzi, ho scritto Melograno in uno dei periodi probabilmente più difficili della mia vita a livello di amore; poi, è chiaro che passa del tempo da quando inizi un disco a quando lo registri, e in questo tempo le cose cambiano. È per questo che lei probabilmente nota molta sofferenza nel disco e poca sofferenza nella realtà. Realtà che comunque va ponderata, perché non so se lei mi conosca di persona o abbia fatto una valutazione in base ai social o altri spazi in cui viene fuori solo l’estetica – appunto, ciò che uno vuol far vedere-, non necessariamente corrispondenti a verità. Non so se lei potrà mai sapere com’è la mia vita, come io non potrò mai sapere com’è la sua, o quella degli altri. Non si può giudicare nessuno, è una cosa che non si fa, e quindi io inizierei da questo.
Rispetto alla sofferenza e all’eroina: io vengo da un quartiere popolare di Ascoli Piceno, una famiglia di cinque figli dove lavorava solo mio padre e in cui il livello di povertà era considerevole. Sono nato negli anni dell’eroina, non della codeina, quindi ne ho vista tanta; ho visto tanta gente, amici, parenti ed anche io so cos’è. Quindi è legittimo il commento di questa ragazza, però ecco, dipende da quale contesto vieni. Soprattutto per poter parlare di certe cose in maniera così dettagliata e precisa, devi averle viste, altrimenti non lo raccontare in questo modo.
Per quanto riguarda la scrittura, al contrario io penso che si scriva per ricordo. Si vive per questo. Ogni azione che si compie nella vita è dettata da un ricordo che si ha, anche quella più semplice. Perché non prendi la caffettiera dal lato del metallo? Hai un ricordo che ti dice che scotta. È un esempio stupido quanto pratico per spiegare quello che voglio dire: i nostri gesti sono condizionati dalla memoria. Anche la scrittura dipende da ciò che hai vissuto e le emozioni che hai già provato, non siamo qui per leggere una palla di vetro o a parlare del futuro. Il futuro è il presente che vivi ogni giorno.”

Grazie per il tuo tempo. Per concludere, l’album sarà in streaming su Spotify o altre piattaforme? Ce lo chiedono in tanti, probabilmente ancora “scottati” dall’assenza dei lavori precedenti a Requiem.
“Mi dispiace, ma non è proprio possibile caricarli! Gli album vecchi non ci saranno, ma le prossime uscite saranno assolutamente disponibili, quindi anche Lupo di Hokkaido sarà su Spotify e altre piattaforme.”

Porterai l’EP in tour? Se sì, con DJ West o Kintsugi?
“Andrà in tour con TMHH e Mr. Gaz per il momento. Forse qualche data con Kintsugi, ma dobbiamo ancora accordarci su questi particolari.”

Claver Gold portrait

Ordina la tua copia di Lupo di Hokkaido al seguente link:
www.bucodelrap.it/index.php/claver-gold-lupo-di-hokkaido.html

Leggi la recensione di Requiem di Claver Gold.

“Live Concert Commedia”: Cesare Pavese goes to Murubutu 0 817

“Live Concert Commedia” è il format di Blunote Music che racconta l’esperienza dei live show con un impianto a metà strada tra la cronaca giornalistica e la narrazione tipica del racconto breve. Alla base vi è l’idea che il concerto sia un momento di congiunzione tra questo mondo e un altro, e che si inserisca pertanto in una dimensione a sé, intermedia tra i due. Quando questo accade alcuni personaggi, per analogia o contrappasso, sono chiamati ad assistere al concerto e guidare il giornalista nella sua ricostruzione.
In ogni racconto, Kragler sarà accompagnato da un personaggio diverso.
Nel terzo racconto di questa rubrica, siamo stati al concerto di Murubutu in compagnia di Cesare Pavese, poeta e scrittore italiano della prima metà del Novecento, nonché critico e traduttore letterario. A lui dobbiamo, tra le tante, l’“Antologia di Spoon River” di Edgar Lee Masters, pervenuto al pubblico italiano tramite la traduzione di Fernanda Pivano, amica e collaboratrice dello scrittore di Santo Stefano Belbo.

Cesare Pavese goes to Murubutu

Ovunque è il sacro. Dacché l’uomo conobbe l’uso del linguaggio, forse ancor prima del fiorentino e della Crusca, si usa dire che il sole risorge, come si suole indicare il ritorno di Nostro Signore. Così, mi piaceva pensare che il sole morisse e risorgesse ogni giorno, per cogliere gli attimi della mia vita come un dono per concessione divina. Ed ogni giorno sognavo di morire e risorgere anch’io, sebbene ciò non accadesse, e quel che nel buio della notte era svanito non tornava ad illuminare le grotte dei miei occhi. Poi un giorno fui io a non tornare per gli occhi di qualcuno. Spensi il lume e andai a dormire, per scoprire dove è sepolta la più grande delle stelle, sotto le coperte del cielo immenso; e quando in quell’istante pensai che sarebbe stata l’ultima, avevo scoperto cosa fosse l’eternità.

La folla si apre davanti a me come le acque del Mar Rosso e si richiude alle mie spalle, togliendomi dal campo visivo delle strade e dei palazzi che di giorno mi osservano camminare e sono soliti commentarmi il passo. L’entrata dà su un cortile illuminato solo in parte, e bisogna attraversare una sorta di passerella per raggiungere l’ingresso del locale, che assomiglia a quello di un magazzino. Un magazzino o una fabbrica di momenti speciali, per me quanto per gli altri, come quel concerto a cui a breve avrei assistito. La massa è in fermento: Murubutu è stato poco presente in queste zone, e nell’aria si susseguono come frequenze di ripetitori domande sulla scaletta, sull’eventuale comparsa di ospiti speciali o sulla sua performance dal vivo. Di certo, il dato che colpisce maggiormente è la compresenza di un pubblico abbastanza eterogeneo, che va dalle fasce dei più adulti, intorno alla trentina, fino ai giovanissimi, accompagnati dai propri genitori anche da posti più remoti, dove la musica come quella del Professore spesso fa fatica a suonare nei club e alle serate.
Nella calca che si appresta a prendere un posto privilegiato sotto palco, si scorge una figura dal passo incerto. Mentre cerca di smarcarsi a fatica dagli spintoni degli ultimi arrivati chiedendo permesso e facendo piroette per evitarne i flussi, l’uomo, evidentemente confuso, perde i suoi occhiali. Prima che si possano ridurre in un cumulo di silicio dalla forma della polvere, mi lancio nel salvataggio dell’oggetto sacro strappandolo alla suola calante di un ragazzo grande almeno il doppio di me, per restituirlo al legittimo proprietario impegnato ancora in una caccia al tesoro a tentoni nel buio.
«Grazie» dice Cesare, lapidario ma riconoscente in fondo alla voce.
«Non ci vedi proprio nulla senza?»
«Solo ansia ed inquietudine» replica.
«È un bene che non siano andati distrutti allora».
«Sarei perso senza. Con le lenti ci vedo così chiaro che all’ansia e l’inquietudine riesco a dargli anche un nome».
Sovente mi chiedo come ad un uomo dal dono di una così immensa autoironia e sarcasmo, che è uno scudo infrangibile contro le avversità della vita, sia stato riservato il più tragico epilogo possibile.

DJ T-Robb è il primo a salire sul palco, tra i suoni delle creature notturne che accompagnano le canzoni dell’album protagonista del tour. L’abilità del deejay nel taglio e nel graffio è rara nello scenario odierno, soprattutto laddove spesso è preferita la band per le esibizioni live: le mani di T-Robb, invece, raccontano della sua storia e della sua “scuola”, e al pubblico è chiaro subito che assisterà ad un concerto rap, che si suonerà rap e che gli artisti sono lì per fare rap.
U.G.O., membro della storica crew La Kattiveria, segue con un’impressionante strofa in extrabeat per riscaldare a dovere la folla prima dell’arrivo del suo compagno. La risposta è trepidante: tutti sono pronti. Meno che uno.
Cesare si volta verso l’uscita.
«Dove stai andando?» gli domando.
«Torno in albergo» mi risponde serissimo.
«Pavese, non fare il cretino» gli dico tenendogli il braccio, sicuro di non essere stato il primo a ricordarglielo. Mi guarda e tira un sospiro. Murubutu sta salendo sul palco.

Murubutu_Live Concert Commedia_Pavese

In un’esplosione di fumi e luci cremisi, il Professore incalza il motivo di Nyx, cadenzato come una marcia tra le urla degli spettatori che muovono le braccia su e giù a ritmo del beat. Io che ho atteso anni prima di assistere a questo spettacolo, finalmente posso dare una risposta alla mia immaginazione: a cantare sul palco c’è un artista vero fatto di princìpi e dedizione, un gigante buono dal cuore trasparente e l’animo ricolmo di passione. Con molta probabilità, ognuno dei presenti al concerto ha ricevuto la medesima impressione alla sua aspettativa di partenza. Rivolgo lo sguardo al mio compagno: il suo capo non è più chino, e nei suoi occhi riesco a leggere un velo di curiosità misto a soddisfazione nell’ascolto di quel racconto in versi.
«Allora esiste qualcosa che ti appassiona, oltre alle tue ossessioni escatologiche» ironizzo.
«Il mito è il sottobosco culturale di ogni generazione dell’essere umano» mi risponde serio. «È attraverso il mito che le passioni e gli istinti primordiali dell’uomo vengono tradotti e tramandati. La narrazione muta, di epoca in epoca, adattandosi nel tempo alle forme di linguaggio che più si prestano al compito di legato del messaggio…1»
«E Murubutu ha trovato nel rap quella più giusta per trasferirlo oggi».

Le luci si spengono e di colpo è Buio. Posso percepire la tensione di chi mi sta accanto salire nel dondolio caleidoscopico della base, per poi scoppiare prepotentemente tra le distorsioni del ritornello, fredda come l’urlo di un bambino nella sua culla davanti al suo incubo. Anche nelle tenebre, i contorni di quelle paure sono così nitidi che sembra di poterle toccare sotto la guida di quei versi. Allo stesso modo, giuro di aver sentito qualcuno fremere al termine del brano successivo, come se quello stesso bambino fosse stato salvato dalle braccia apprensive di una madre nel cuore del pianto. «E come scrisse Neruda: “delle stelle che ammirai, bagnate da fiumi e da rugiade differenti, io non scelsi che quella che amavo e da allora dormo con la notte2», recita il Professore introducendo La stella e il marinaio, con gli occhi persi in un orizzonte che nessun altro a parte lui riesce a vedere.

Murubutu_Live Concert Commedia_Pavese

Se a questo punto vi state ancora chiedendo se Murubutu davvero si ricordi ogni singola parola dei suoi testi dal vivo, avreste dovuto assistere alla strofa a cappella de La bellissima Giulietta, veloce e stretta tanto da stare nello spazio della scia di una meteora.
«C’è qualcosa che va oltre l’idea di musica in questo» dice Cesare asciugandosi il palato da un sorso del vino rosso che ha appena preso.
«Che cosa non avresti scritto per tua figlia?». Sono in vena di domande retoriche.
«Non per sapere i fatti tuoi» dice guardandomi, «ma se tu ti sposassi, vorresti fare dei figli?»
«Tu ne hai fatti?» dico ridendo. «La gente si sposa per questo».
Ma lui non ride. «Chi fa figli» dice fissando il bicchiere, «accetta la vita. Tu accetti la vita?3»

Non rispondo a quella domanda che ha reso la conversazione evidentemente pesante. Nel frattempo, Murubutu performa Dafne sa contare e Omega man, accompagnato dagli scratch di T-Robb e le strofe in extrabeat di U.G.O., tra gli applausi della folla.
La tecnica è un lato imprescindibile della musica, anzi il motivo che spesso spinge l’ascoltatore a distinguere quella “buona” da tutto il resto. Il nostro Mariani appartiene senza dubbio al primo gruppo, ma personalmente, rispetto ai brani dalla complicatezza apollinea ho sempre apprezzato quelli più intimi e delicati, che sanno entrare nelle arterie e trovare la strada per il cuore. La notte di San Lorenzo è una di queste.
 «Questo è un pezzo a cui tengo particolarmente, che ho scritto per le persone che non ci sono più, ma ci sono ancora» dice stringendo forte il suo microfono.
Guardo Cesare come se fosse quel bambino.
«Non hai mai sentito la mancanza di Santo Stefano?»
«Un giorno mio cugino, che era marinaio, mi disse: “Tu che abiti a Torino…ma hai ragione. La vita va vissuta lontano dal paese: si profitta e si gode e poi, quando si torna, come me, a quarant’anni, si trova tutto nuovo. Le Langhe non si perdono4. Aveva ragione».
Mentre un bye-bye plana soave sulle teste, gli chiedo: «Hai viaggiato molto nella tua vita?»
«Quanto basta per non sentirsi mai nel posto giusto» replica lui.
Poi, lo spazio è dedicato alle collaborazioni dell’ultimo album. In particolare, quando è il turno di Wordsworth qualcuno spera fino all’ultimo che un ospite a sorpresa faccia la sua comparsa, ma nulla accade.

Murubutu_Live Concert Commedia_Pavese

Mara e il maestrale è immancabile nella scaletta di Murubutu, essendo una delle sue canzoni preferite. Cesare è mosso da un fremito di compassione, ma non sono sicuro che abbia colto la dinamica della storia.
«È malata di Alzheimer»
«E nonostante tutto, sapeva di avere qualcuno da aspettare» dice lui. «Non credo che la malattia ti porti a dimenticare, piuttosto a ricordare solo ciò che vuoi ricordare»
«Saresti mai stato disposto ad aspettare qualcuno così a lungo?» gli chiedo.
«Frequentavo le lezioni del caro professor Monti al “Massimo D’Azeglio”» racconta lui. «Conobbi il mio amico Mario Sturani con cui, oltre alla passione per l’arte e la letteratura, condivisi l’intera vita mia. Lo ricordo come se fosse ieri: in un caffè-concerto di Torino vidi lei, una ballerina dai lunghi capelli scuri e il viso stellato. Aveva la grazia di una dea greca dipinta dalle mani del Botticelli5»
«Che cosa hai fatto?». La storia inizia ad incuriosirmi e dentro me prego per il lieto fine.
«Le ho dato un appuntamento. L’ho attesa dalle sei del pomeriggio fino a mezzanotte nel freddo e nella pioggia di Torino, mi sono beccato una pleurite e sono rimasto a casa per tre mesi»
«Come non detto»
«È stata la mia prima delusione sentimentale. Ora non ricordo il suo nome, ma ti posso assicurare che se avessi avuto l’Alzheimer avrei sicuramente vissuto più a lungo» conclude.

Il concerto si avvia verso la fine. Murubutu canta Scirocco, poi lancia un messaggio in riferimento al Congresso Mondiale delle Famiglie tenutosi nella stessa giornata a Verona.
«Oggi c’è stata una manifestazione a Verona. In questo mondo pieno d’odio, non dimenticatevi mai di raccogliere amore» dice, incontrando l’approvazione del pubblico. Cesare mi chiede di cosa si tratti, ed io gli spiego che il Congresso è un momento di “celebrazione” sostanzialmente politica della famiglia “tradizionale”, opposta alle altre idee di famiglia che non si compongano di padre, madre e figli uniti da un legame biologico.
«Come se l’omosessualità non fosse mai esistita prima d’ora» dice lo scrittore.
«A Verona poi, che paradosso. Proprio nella città che ha ispirato il più compiuto esempio di amore perfetto nella storia della tragedia» puntualizzo. «Avresti dovuto vedere il portachiavi a forma di aborto. Abominevole.»
«E pensare che fui censurato “per motivi morali”6. Per queste persone l’amore, come la poesia, non può aver valore se non è una menzogna».

Murubutu_Live Concert Commedia_Pavese

Levante accende una luce sul pensiero confortevole della morte. So che il mio amico, grande poeta, ne è sempre stato affascinato. C’è un momento in cui intorno accadono cose tremende, e non si può fare altro che fermarsi e chiedersi se saremo pronti quando arriverà il nostro turno. Forse la fine non è altro che un sogno ricorrente che accomuna l’io e gli altri. Ho visto di frequente il dolore bagnare le guance dei miei amici più cari per una perdita incolmabile. Ed ogni volta ho pensato che prima o poi toccherà a me, che anche io siederò su quei banchi, e così via chi verrà dopo di me. Mi rende triste scoprire il mistero che ci lega assieme.
«Ho perso mio padre quando avevo sei anni, e la vita non fu meno ingiusta con i miei fratelli, di cui solo Maria restò per coprirmi di legno» dice Cesare rivolgendosi a me, quasi potesse leggermi nel pensiero. «È questo che scopri: che vivere è soltanto un ricordo della vita stessa, come lo è la notte nella calma del giorno al tuo risveglio, assorto e stupito7».
Murubutu ha lasciato il palco. DJ T-Robb ha mandato La vita dopo la notte.
«Cesare, com’è quando si va dall’altra parte?»
«Sarà un giorno tranquillo, di luce fredda come il sole che nasce o che muore, e il vetro chiuderà l’aria sudicia fuori dal cielo. Ci si sveglia un mattino, una volta per sempre, nel tepore dell’ultimo sonno: l’ombra sarà come il tepore. Empirà la stanza per la grande finestra un cielo più grande. Dalla scala salita un giorno per sempre non verranno più voci, né visi morti8».
Inizio a piangere perché so cos’è la paura, e in quelle parole riconosco cos’è il desiderio. Mi asciugo con la manica della giacca, e un attimo dopo Cesare non c’è più. Murubutu è tornato sul palco per cantare I marinai tornano tardi, quella canzone con cui l’ho scoperto e che tanto mi ha fatto innamorare. Il pubblico è diventato un coro di schiuma e di maree; io solo in mezzo agli altri, mi sento come una bottiglia che deve proteggere il suo messaggio. Quando metto la mano in tasca, trovo un bigliettino che sono sicuro non fosse lì prima di entrare nel magazzino. Da quel giorno lo porto con me ovunque vada, come la bussola il suo marinaio.
«For K.
Ripeness in all»9

Murubutu_Live Concert Commedia_Pavese

1v. Dialoghi con Leucò, C. Pavese.
2Sonetto XLVII, P. Neruda.
3Dialogo ispirato a Tra donne sole, C. Pavese.
4Verso tratto da I mari del Sud, in Lavorare stanca, 1936-1943, C. Pavese.
5Fatto ispirato alla biografia dello scrittore di Santo Stefano Belbo. Monti e Sturani furono realmente amici di Pavese, il quale spesso condivise con loro i suoi lavori in rapporti epistolari. Lo stesso scenario ha probabilmente ispirato anche i versi di Alice di F. De Gregori, in cui “Cesare perduto nella pioggia sta aspettando da sei ore il suo amore, ballerina”.
6Della raccolta Lavorare stanca furono censurate I pensieri di Dina, Il dio-caprone, Balletto e Paternità.
7Dialogo ispirato a La notte, in Lavorare stanca.
8Versi ivi riportati in prosa tratti dalla poesia Il paradiso sui tetti, in Lavorare stanca.
9La dedica a fronte de La luna e i falò di Pavese recita: “For C. Ripeness in all”. Il destinatario è Constance Dowling, attrice americana di cui lo scrittore fu innamorato fino al giorno in cui si tolse la vita. Per questione di coerenza con la storia raccontata, qui la dedica è a K., autore dell’articolo.

Murubutu_Live Concert Commedia_Pavese

SCALETTA (parziale)

Gli ammutinati del bouncin’
Nyx
Buio
La stella e il marinaio
La bellissima Giulietta
Dafne sa contare
Omega man
La notte di San Lorenzo
Le notti bianche
Wordsworth
Occhiali da luna
L’uomo senza sonno
Mari infiniti
Mara e il maestrale
Scirocco
Isola verde
Grecale
Levante
La vita dopo la notte
I marinai tornano tardi

Si ringraziano Casa delle Arti di Conversano (BA) e l’ufficio stampa Sfera cubica.
Le foto sono a cura di Vito Lauciello Photography.
Copertina a cura di Lorenzo Boccuni.

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Leggi anche l’intervista di Kragler a Murubutu.

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