La poesia nel “mare di troppo” di Joy Musaj 0 3329

Siamo abituati a vederli un po’ tristi, incurvati su uno sgabello all’interno di qualche pub nei vicoli di Città Vecchia mentre raccontano del loro nuovo lavoro raccolto in una trentina di pagine, sorseggiando della birra avanzata da un bicchiere di plastica, raccogliendo sporadici applausi di un pubblico stipato tra i tavolini. Sono questi i poeti come la gente li immagina, tra qualche aforisma e una donna di troppo. Oggi invece, abbiamo con noi tutto il contrario di quest’immagine. Sempre di poeta – anzi poetessa – si tratta, ma con uno spiglio diverso, più gioioso, come suggerisce il suo nome. Stiamo parlando di Joy Musaj, scrittrice e poetessa a metà tra l’Albania e l’Italia, vincitrice di molti premi, che si racconta in un’intervista esclusiva.

Ciao Joy, come prima cosa, facci una panoramica su di te. Di dove sei? Cosa fai adesso? Come ti sei avvicinata alla scrittura? Raccontati!
Sono nata a Durazzo, in Albania. A nove anni mi sono trasferita assieme alla mia famiglia a Crispiano, in provincia di Taranto. Le mie due case – quella in cui sono nata e quella in cui sono cresciuta – sono esattamente ad un mare di distanza. Da qui deriva anche il nome “il mare di troppo”, il mio blog personale. Ora vivo da sola a Torino e studio psicologia. Ho incominciato a scrivere all’età di quindici anni; ad un certo punto le parole degli altri non mi bastavano più: volevo le mie parole. All’inizio scrivevo pensieri del tutto personali, senza una struttura. Ho iniziato a scrivere racconti brevi solo dopo aver letto “la grammatica di Dio” di Stefano Benni. I suoi lavori mi hanno sempre affascinato, rimanendo una costante ispirazione. È stato lui ad alimentare la mia passione per la scrittura.

 

Sappiamo che hai pubblicato dei libri e che hai vinto dei premi. Parlaci di quest’esperienza.
A diciassette anni partecipai ad un concorso intitolato “il primo amore non si scorda mai” di una piccola casa editrice. Con grande sorpresa vinsi il primo premio con il racconto “Favole d’Oggi”. Successivamente partecipai ad altri progetti, tra cui “Oltre Mare” e “Donne d’Inchiostro”, quest’ultimo della Gemma Edizioni. Con la Gemma Edizioni pubblicai anche un racconto, “I Segni dei Baci”, che venne letto a Frosinone in occasione della giornata contro la violenza. Lo stesso racconto, ma tradotto in albanese, ha vinto il premio come miglior racconto sulla violenza, questa volta in Albania. È stato importante per me pubblicare anche nella mia lingua madre.

 

Quale rapporto ti lega alla poesia? Di cosa scrivi, e in quali momenti lo fai?
Ho iniziato a scrivere poesie solo recentemente. Amo la poesia, l’ho sempre vista come una forma d’arte che si avvicina alla spontaneità dell’anima umana. Una volta che inizi a scrivere il primo verso, è la poesia che ti guida. L’unica fatica che fa il poeta è prendere la penna in mano, poi lei si scrive da sé. Per questo motivo, per molti anni, non mi sono sentita all’altezza di scriverne una. Ma come ho già detto, la poesia è spontanea e in modo del tutto naturale mi sono ritrovata a scrivere la mia prima poesia. Da quel momento, non ho più smesso. Ho sentito dire svariate volte che per scrivere bisogna soffrire. Io trovo abbastanza triste associare ad una cosa così pura come la poesia, la parola “sofferenza”. Io le assocerei la parola “libertà”. La scrittura è libertà e per scrivere basta avere qualcosa da comunicare. Quando la sera, da sola, apro il mio diario e scrivo, per me quella è la libertà e anche la mia salvezza. Mi sento più leggera dopo aver chiuso quel diario.

 

 Prima hai accennato al tuo blog. Ti segue parecchia gente? Quanti sono legati alle tue poesie?
Sono ormai quattro anni che scrivo su un blog intitolato “Il mare di troppo”. Quando l’ho creato non avrei mai immaginato che mi avrebbero seguita più di 120.000 persone. È anche grazie a loro se ho continuato a scrivere. Molte di quelle persone hanno visto crescere la mia passione per la scrittura. Ho anche avuto l’opportunità di incontrarli di persona, mi è persino capitata di essere fermata per strada e sentirmi dire “amo ciò che scrivi”. Dopo una lunga e pesante giornata, quelle parole trasmettono una gioia infinita.

 

Sappiamo che fra i tuoi progetti futuri c’è un libro con una casa editrice. Vuoi parlarcene?
Da qualche mese ho firmato un contratto con la casa editrice “Aletti Editore”. Pubblicherò il mio primo libro di racconti brevi intitolato “I fiori appassiti”, nel quale ci saranno anche i racconti pubblicati precedentemente nei vari libri. Questo lavoro è più personale di quanto voglia ammettere. Dentro di esso ci sono i miei pensieri notturni, tutti i tramonti che ho visto; c’è quel mare di troppo, tutte le persone che hanno fatto parte della mia vita, le emozioni. Connesso che sono spaventata, ma nello stesso tempo il pensiero di poter comunicare tutto questo mi rende estremamente felice. Uno dei miei progetti per il momento è tradurre questo libro in albanese e pubblicarlo anche nel Paese in cui sono nata. “I fiori appassiti” parla molto dell’Albania e mi piacerebbe che i miei coetanei lo leggessero.

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Intervista a Depha: “3Tone Studio ormai punto di riferimento a Roma.” 0 928

Il lavoro del producer è ormai fondamentale, nel Rap o nella Trap, per la buona riuscita di un progetto musicale: succede praticamente per ogni artista, basti pensare all’ottima coppia che formano Quentin40 e Dr. Cream, o al super lavoro di Charlie Charles all’interno della Trap. A metà fra old school e nuova scuola si trova un altro producer fra i più fruttuosi del panorama italiano: Depha Beat, all’anagrafe Edoardo Di Fazio, è un produttore classe ’86 da parecchio tempo impegnato a lavorare con molti esponenti del rap romano, fra cui Gast, Chicoria, Metal Carter, Yamba, Roma Guasta e Pa Pa. Il lavoro di Depha si concentra tutto al quartiere Africano di Roma, nel 3Tone Studio, da dove sono usciti tanti degli ultimi lavori della scena romana. Come dice Depha stesso, il 3Tone è diventato un punto di riferimento, e così anche lui: abbiamo intervistato il giovane produttore romano, parlando proprio del 3Tone Studio, degli artisti con cui lavora quotidianamente, ma anche della scena romana e dei progetti futuri.

depha beat intervista blunote music 3tone studio

Ciao Depha! Partiamo dalle basi: 3Tone Studio, attivo dal 2014. Raccontami un po’ la storia.
La storia del 3Tone Studio inizia ancora prima della sua formazione, quando si chiamava 3Q Studio. Devi sapere che sono laureato in grafica e design – sono completamente autodidatta per quello che riguarda la musica. Praticamente, tornai da Londra dopo aver fatto uno stage in uno studio di grafica dove venni trattato a pesci in faccia [Ride, n.d.r.]; da lì la decisione di aprire uno studio, visto anche che suonavo dall’età di quattordici anni. È iniziato come studio di grafica, non solo di musica, ma poi ci siamo dati solo a quest’ultima, investendoci molti soldi e rendendolo uno studio professionale.

Quanta gente passa dallo studio? Produci davvero un sacco di artisti…
Penso sia diventato un punto di riferimento a Roma, ci son passati quasi tutti per quel che riguarda il rap – o la trap, o l’hip hop, quello che vuoi. Non saprei quantificarli in numeri

Parecchi i lavori usciti nell’ultimo periodo, ad esempio il nuovo disco di Grezzo e Suarez, ‘Siberia’: parlami un po’ di questo lavoro.
Suarez non lo conoscevo ancora molto bene, Grezzo invece è un amico di vecchia data, collaboriamo già da un po’ – facemmo già un disco, Petrolio, un po’ più concettuale. Siberia è nato molto naturalmente, io e Grezzo lavoriamo molto insieme in studio; piano piano è nata l’idea del disco con Suarez e devo dire che è venuto su davvero bene, mi piace molto. È un disco parecchio in controtendenza con quello che va ora, uno dei lavori più belli che ho fatto, anche a partire dalla copertina realizzata dal Sacher Studio, a livello grafico. Ma soprattutto è nato molto naturalmente, spontaneamente.”

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La copertina di ‘Siberia’

Proprio in Siberia, nella traccia ‘Bollicine’, compare Rosa White, un’artista emergente per la quale hai prodotto l’ultimo singolo, Antidoto, che è davvero una bomba. Lei ha una voce fenomenale: dimmi qualcosa di più.
Rosa, calcola, è una macina, come si dice a Roma: è piccolina ma potente. È un concentrato di energie: ora fa una scuola per stuntman, per farti capire il tipo. Collaboriamo da un po’ insieme, me la presentò Gose; abbiamo già fatto un EP a suo tempo e come ti dicevo è un’artista davvero eccezionale: meriterebbe molto di più. Antidoto è un pezzo praticamente “suo”, è stata lei a chiedermi quella sonorità un po’ chill, un po’ jazz, in chiave molto moderna: Rosa è ‘na bella cacacazzi [Ride, n.d.r.], vuole il beat in una determinata maniera… ha il suo modo di lavorare, è giusto così. Anche con lei stiamo lavorando su nuova roba.”

Un altro degli ultimi dischi in uscita è stato ‘In Times of Need’ dei Roma Guasta. Noi li abbiamo intervistati e pensiamo siano tra i migliori emergenti italiani.
Sì, i Roma Guasta spaccano proprio! A parte questa cosa che son due fratelli, che è stata detta e ridetta, è proprio il loro avere l’hip hop nel sangue ad essere stupefacente. Incarnano molto la cultura, una cosa che si sta perdendo nell’ultimo periodo. In Times of Need ne è la dimostrazione, un super disco a metà col Cuns, altro grande producer. Per loro ho anche curato ‘RG Music’, il disco dell’anno scorso, e ora stiamo lavorando su alcuni singoli. Loro sono molto prolifici, non riescono a stare fermi: a volte gli dico ‘ A Regà, spingete il disco prima di fare altra roba’, ma loro hanno questa attitudine – una rarità, oggi – di fare musica per sé stessi; è come andare dalla psicologa per loro, la vivono in maniera appassionata.

Tra gli artisti che produci c’è anche Pa Pa, uno degli artisti più controversi della scena: nei commenti di Instagram e Youtube la gente non spende proprio belle parole, eppure le visualizzazioni non mancano. Inoltre, io ho visto una crescita davvero importante da quando lavorate insieme, sotto il punto di vista artistico.
Conosco Matteo da parecchio, tra l’altro è proprio un ‘pischello de zona’ di dove son vissuto io, al quartiere Africano. Lui è controverso, sì: o lo ami o lo odi, fondamentalmente. Diciamo che è un bel personaggio, un bel coatto – come dicono a Roma. Chi scrive su Instagram, però, non lo sa: sono chiacchiere da cellulare. Io che lo conosco posso dire che è molto reale in quello che fa. Non so se la sua crescita sia merito mio – magari sì, ho cercato di metterlo sotto assiduamente, facendolo venire in studio il più possibile. Pa Pa è l’altra faccia della mia medaglia, quello con cui facciamo roba un po’ più trap: a me piace, è real, ha quell’attitudine nera, americana, che gli permette di mangiarsi il microfono. Con Pa Pa siamo sempre a lavoro, settimanalmente.”

depha beat intervista blunote music Pa Pa
Pa Pa in un fotogramma del videoclip di ‘Guardami Baby’

Proprio i Roma Guasta e Pa Pa disegnano quella contrapposizione fra Rap e Trap che si crea nel tuo studio, dove produci artisti molto diversi fra loro a livello di sonorità. I Roma Guasta, come anche Chicoria, sono legati ad un contesto molto Old School, mentre Pa Pa, Yamba e Numi virano su un sound più moderno. Quello che volevo chiederti è: ti diverti più con il Rap o con la Trap?
Io vengo sicuramente da un contesto old school: sono cresciuto col Truceklan, coi Colle… Il Truceklan fece una vera rivoluzione a suo tempo, e ce l’ho ovviamente nel cuore. Posso definirmi sicuramente old school, ma mi è sempre piaciuta l’innovazione. Per esempio, il primo disco che produssi, chiamato Violentt Beat Vol. 1 – parliamo del lontano 2008, su quel disco c’è anche Duke Montana quando ancora non litigò col Noyz – già sperimentavamo con delle basi un po’ più south. Fondamentalmente, a me diverte fare tutto, anche altri generi musicali – pensa a Rosa White, appunto, ma anche quando sono solo in studio faccio roba-tipo-aperitivo, senza voci sopra; sarà che arrivo al burnout lavorativo e non sopporto più i rapper [Ride, n.d.r.]… in verità funziona come una continua crisi: vengo in studio ogni giorno perché per me è un bisogno, ed ogni giorno dico qualcosa tipo ‘madonna che palle ‘sta roba moderna’ o ‘e basta con ‘sto old school’, ma poi la verità è che mi piace tutto ed il giorno dopo sto punto e a capo.”

Rarissima copia di Violent Beat

Oggi possiamo definire tranquillamente il Rap come genere di punta. Dove pensi sarà il Rap fra cinque anni? Credi che riuscirà a mantenere il trend?
Spero vivamente che lo mantenga – non fosse solo per motivi lavorativi! [Ride, n.d.r.] Al di là di questo, spero si amplino gli orizzonti: adesso mi sembra che le cose che vanno di più sono molto da teenager, è difficile trovare dei testi primi in classifica che abbiano anche un minimo di profondità. Si sa, le tracce che vanno per la maggiore parlano fondamentalmente del nulla. Mi auguro che non sia così, che possa arrivare qualcosa in più sotto questo punto di vista.

E dove vedi Depha, invece, fra cinque anni?
“Sicuramente lo vedo che suona. Ti dico la verità: vorrei andarmene dall’Italia. Non trovo che sia un Paese in grado di dare prospettive future, e non solo per noi artisti: questo Stato sta letteralmente morendo. Sogno uno studio con vista sull’oceano, magari neanche troppo lontano; penso a Tenerife, ad esempio. Un mio amico l’ha fatto, sta lì. Quello è il mio sogno nel cassetto: continuare a fare questo ma in un posto più rilassato, magari lavorando a progetti miei, solo strumentali.”

depha beat intervista blunote music
Depha Beat al 3Tone Studio

Torniamo sul 3Tone Studio. Come dicevamo, sono tantissimi gli artisti che passano sulle tue basi, pressocché tutti romani. Possiamo dire quindi che sì, il 3Tone Studio rappresenta molto la scena romana, ma hai mai pensato di andare oltre quei confini oppure è una scelta stilistica quella di produrre solo gente di Roma?
È una domanda difficile. Stando a Roma mi trovo a lavorare praticamente solo con artisti romani, è una cosa che viene da sé; però è successo di avere persone che vengono da fuori, magari pischelli, o anche qualche featuring in un disco con qualcuno non di Roma. A prescindere, a me piace la realtà romana, il romano, Roma: per me è un complimento questa domanda. Ma non è che non voglio uscire da Roma; mi piacerebbe essere una di quelle persone che portano la scena romana a livelli alti come quella di Milano, o anche a livello internazionale. Roma è complicata, siamo pieni di storie, di faide fra persone, ed è difficile creare un unico ‘esercito’ di artisti: tendiamo ad escluderci l’uno con l’altro, una cosa che a Milano non succede. Infatti molti dei rapper romani che sono andati a Milano sono quelli che sono andati meglio.

Basti pensare solo a Noyz Narcos…
Sì, esatto, anche se penso che Noyz avrebbe fatto successo anche rimanendo a Roma. Guardiamo Lauro [Achille, n.d.r.], ad esempio: conosco molto bene il Quarto Blocco – stavo alle elementari con Sedato, per dire – e Lauro è stato quello che da zero è diventato un capo. Poi, puoi criticare la musica che fa adesso, può essere rap o non rap, però…

Questi discorsi li lasciamo a chi non capisce di musica: Achille Lauro è uno degli artisti migliori in Italia, se non il migliore
Son d’accordo: può piacere o no, ma tanto di cappello e tutta la mia stima, anche per come si è saputo vendere senza mai piegarsi al mercato.

achille lauro beat intervista blunote music 3tone studio
Achille Lauro

C’è qualche artista al di fuori della scena romana, magari emergente, che apprezzi particolarmente? Ad esempio, di recente sono andato in fissa con la scena napoletana che oggi ci sta regalando parecchi artisti che spaccano davvero: sicuramente il primo che mi viene in mente è Speranza, ma anche Ciro Zero, Geolièr ecc.
“Speranza mi fa sballare, mi piace troppo. È forte tecnicamente ed ha un modo di raccontare le sue storie in maniera del tutto originale. Per quello che riguarda quello che ascolto, beh, mi becchi in flagrante. Facendo rap italiano tutto il giorno è difficile che la sera, quando non sono in studio, ascolti rap italiano…”

T’ha rotto il cazzo!
Eh, sì! [Ride, n.d.r.]. Diciamo che lo ascolto perché qualcuno mi viene a dire che è uscito questo o quest’altro, ma io ascolto molto rap americano e, quando ascolto rap italiano, cerco qualcosa della mia adolescenza. Sul rap italiano posso anche definirmi ignorante; posso dirti, però, che mi piace molto Gué, ‘na cifra: ha un’arroganza che nessun rapper italiano ha. Posso dire anche che mi piace Ghali, ma rimango comunque legato al rap americano. Sono un mega fan di Nipsey Hussle – a cui  purtroppo hanno sparato da poco – e che mi fece conoscere proprio Manuel [Gast, n.d.r.]. Lui mi piaceva perché ha queste sonorità trap-west coast, e io amo la west coast. Ma anche Tyler The Creator, tutta l’ASAP, la scena di Buffalo col campione che gira loopato all’infinito. Ma posso cambiare del tutto e andare anche su Battisti, Pink Floyd… diciamo che sono un po’ eclettico [Ride, n.d.r.]. Non amo chiudermi in un genere, la trovo una cosa superficiale: c’è sempre nuova musica da scoprire, nuove emozioni da provare, a prescindere che faccia parte di una corrente o di un’altra.”

In una tua intervista del 2016 per 2Due Righe parlavi di un progetto, Grounder, fondamentalmente un’etichetta di cui però, posso immaginare, non se n’è fatto più nulla. Allo stesso tempo, però, il 3Tone Studio è diventato un’etichetta: possiamo dire che è la sua evoluzione?
Sì, non viene proprio direttamente da Grounder però sì, il 3Tone Studio è un’etichetta, abbiamo anche la distribuzione. Ovviamente abbiamo iniziato da poco a lavorare come etichetta, ma andiamo bene: puntiamo a raccogliere buona parte del panorama romano per farlo emergere di più. Speriamo!

Sempre in quell’intervista avevi anche accennato ad un disco con molti artisti che, però, ancora non è uscito. Hai abbandonato l’idea di questo lavoro?
Non è che l’ho abbandonato, è che ci sono difficoltà realizzative dovute alla mia indecisione: è difficile, a volte faccio un beat che penso di tenere per il mio progetto e alla fine, preso dall’entusiasmo, lo do ad un artista a cui piace per il suo lavoro. Ogni tanto droppo un singolo – ad esempio fra un po’ ne esce uno con Pacman. Diciamo che piuttosto che fare un disco, cosa che sicuramente farò quando mi deciderò, farò dei singoli come ‘Depha Beat X l’artista in questione’. Ho già fatto quello con i Roma Guasta, poi quello con Pacman e sicuramente uno col Chicoria…”

Ah! Finalmente il Chicoria. Ha pubblicato un singolo da poco, ma un disco di Chicoria manca da tanto, dal 2016, con Lettere.
Sì, guarda, ho visto Armando da poco. Eh… Mo ritornerà prepotentemente! Non voglio dire altro.

Parliamo di Gast, allora: Star Roller è uscito di recente: com’è andato e cosa avete in studio adesso?
Beh, il disco è andato bene, abbiamo fatto un milione e passa di streaming e sono molto contento. Con Manuel ci lavoro in maniera molto naturale, le cose vanno sempre bene con lui. Adesso ci siamo presi un attimo di pausa, stiamo respirando. Sicuramente faremo un Cime Viola 2, per ora mi godo i frutti del lavoro. Sono tanto soddisfatto di Star Roller, mi piace molto, posso dirti che la mia traccia preferita è Fuoriserie. Ma anche quella col Noyz è spettacolare. È un disco che mi piace perché è il riassunto di innumerevoli tracce che facemmo, abbiamo cercato di regalare al pubblico un lavoro più completo, che facesse vedere tutte le nostre sfaccettature. Penso ci siamo riusciti alla grande.”

Abbiamo parlato di PaPa come artista controverso, ma un altro che può rientrare in questo genere è Metal Carter, del quale hai curato l’ultimo disco uscito: com’è stato lavorarci e cosa ci dobbiamo aspettare?
Beh, lavorare col Sergente è sempre esilarante! Consiglio sempre il suo ascolto la mattina nel traffico, per motivarsi prima di andare a lavoro. [Ride, n.d.r.] Lui è molto prolifico, scrive molto, ha molto da dire anche se del suo genere di cose. Siamo già a lavoro su altra roba… A volte non ti ascolta molto, ha delle idee molto ferme – com’è giusto che sia, per carità. Anche del suo ultimo disco sono molto soddisfatto, fare ‘Pagliaccio di Ghiaccio pt.3’ per me è stato un onore. Ma poi Metal Carter mi è sempre piaciuto, è uno di quelli che mi ascoltavo quand’ero ragazzino e lavorarci oggi lo considero come un traguardo personale.

Ultima parentesi per quanto riguarda gli artisti: vedremo mai un nuovo disco di 1Zuckero?
Ma magari! È venuto in studio qualche volta, abbiamo lavorato molto bene. Per me è un culto enorme… Ora che mi ci fai pensare non è una brutta idea, gli butto un messaggio appena chiudiamo! [Ride, n.d.r.]”

Chiudiamo con uno sguardo al futuro prossimo: cosa sta per uscire?
In uscita ho vari artisti emergenti: Bebi 182, Occhiaia 47, Alo e molti altri, un pezzo di PaPa che deve uscire con Louis Papi, ma anche qualche traccia con Numi – penso che a Settembre dropperemo qualcosa; Yamba sta lavorando sul suo disco, ma anche il Chicoria… Sto lavorando con parecchia gente, non mi fermo mai. Uscirà parecchia roba, se mi son scordato qualcuno mi perdonerà!”

Perfetto Depha, ti ringrazio tantissimo per il tuo tempo
Ma va, grazie a te!


Intervista ai La Rua: “Nuovo disco, nuovo sound!” 0 500

Ritornano i La Rua, una tra le band più seguite del panorama italiano. Dopo la partecipazione a Sanremo Giovani, la band è appena tornata da un tour internazionale ed è da poco reduce dal rilascio del loro terzo album in studio, “Nessuno Segna da Solo”, nato dal precedente omonimo EP con l’aggiunta di qualche inedito. Per parlare di questo nuovo disco ci siamo sentiti con Daniele Incicco, frontman dei La Rua, col quale abbiamo parlato del nuovo sound improntato più verso l’elettronica di questo nuovo lavoro, delle loro partecipazioni all’Uno Maggio di Roma e del prossimo disco già in lavorazione!

La Rua intervista nuovo disco
i La Rua

Ciao Daniele. Siete da poco tornati da un tour internazionale che vi ha portato a suonare in tantissimi posti, dal Giappone a Buenos Aires, da Sidney alla Tunisia. Possiamo dire che state vivendo il momento migliore della vostra carriera?
A livello di live, sì. Questo tour non ce lo aspettavamo, è stato qualcosa di spaziale, non credo che neanche artisti con carriere trentennali possano permettersi una tournè del genere. Siamo contenti di questo regalo, perché è proprio stato un regalo della Farnesina e di Sanremo. Siamo stati fortunati, adesso ci aspetta il nostro tour – nonostante sia stato molto pesante, perché in sedici giorni abbiamo fatto novanta ore di volo, concerti… una follia!

Ritmi da band internazionali, insomma…
Eh, ma io credo che loro abbiano dei giorni di pausa, altrimenti sarebbe da pazzi. Noi abbiamo finito questo tour da quindici giorni e me lo sento ancora addosso! Però l’otto giugno inizia il nostro tour, a Comacchio, e siamo super carichi!

Parleremo proprio di questo tour più in là. Concentriamoci sul vostro nuovo disco ora: ‘Nessuno Segna Da Solo’ è letteralmente una sterzata alla vostra musica, costituita per lo più da sonorità folk-pop-rock – parlo di rock ricordando alcuni brani del primo disco come ‘Ci Pensi mai al Futuro?’; questa sterzata avviene mescolando il vostro sound all’elettronica, creando qualcosa a metà tra gli Ex-Otago e Cosmo. Come ti giustifichi?!
“[Ride, n.d.r.] A noi piace sempre sperimentare moltissimo, siamo partiti con un folk anche abbastanza rustico, verace. Da lì l’abbiamo contaminato con l’elettronica, arrivando a completare con quest’ultima quello che facevamo, grazie anche alla collaborazione di Dario Faini col quale abbiamo lavorato molto in questo senso. Fino ad ora siamo in fase sperimentale, ci piace pensare sia sempre un nuovo inizio. La giustifico come la nostra ricerca spasmodica di qualcosa di nuovo, che non so quello che potrà diventare. I brani che sto scrivendo adesso sono tutt’altra cosa, so che la gente si troverà di fronte ad una cosa totalmente diversa. Ma a me la musica piace per questo.

La Rua intervista nuovo disco
La copertina di “Nessuno Segna da Solo”, il nuovo disco dei La Rua

È un disco che si apre in maniera decisa, con tanta energia ritmata grazie al brano “Finché il cuore batte”, e riesce a mantenere alta la concentrazione e la potenza narrativa, concludendosi più dolcemente, con una classica ballad scritta a quattro mani con Elisa. Una struttura abbastanza comune all’estero – mi vengono in mente praticamente tutti i dischi dei Pearl Jam – ma non così sfruttata qui in Italia, segno anche questo di una visione che va oltre i confini nazionali.
Hai nominato Vedder che adoro, soprattutto nel suo momento acustico, attraverso le Ukulele Songs. Ti dirò, all’inizio i La Rua li vedevo proprio così, poi ho dovuto contaminare il discorso con gli altri ragazzi, altrimenti avrei fatto qualcosa di solo acustico… prima o poi ci tornerò!

Io ve lo auguro, sarebbe un bel progetto!
È bello perché la voce resta davanti, puoi sentire tutte le sfumature vocali, il messaggio arriva chiaro e diretto. Preferirò sempre tutte le versioni acustiche a quelle più elaborate. Poi, più vado avanti nel tempo più sento la mia voce che si sporca e amo questa cosa. Gli altri avrebbero paura, io invece mi gaso, sarà per alcuni riferimenti che ho nel rock. Quindi, un domani vorrò riprendere questa cosa in mano e rimettere tutto acustico. Comunque, questo disco è un sunto di trenta canzoni. Le abbiamo ridotte all’osso, prendendo quelle che ci piacevano di più: da una parte abbiamo voluto mettere la forza live dei La Rua, quelle che ci permettono dal vivo di divertirci e far divertire; dall’altro abbiamo inserito qualche messaggio di denuncia, come in ‘Stella Cometa’ e ‘È fantastico’, un po’ quella linea comune che si unisce con ‘Non Sono Positivo alla Normalità’, sbeffeggiando i luoghi comuni. D’altro lato io sono cantautore, scrivo canzoni totalmente diverse tra loro: ora può essere un pezzo rock, ora una poppettata pazzesca. Mi piace non avere limiti in fase di scrittura, e ‘Per Motivi di Insicurezza’ nasce proprio così. Può essere disorientante, però la verità è che se devo pensare al mio modo di essere penserei a tanti modi d’essere! [Ride, n.d.r.]

Di queste canzoni balza all’occhio il featuring con Federica Carta, poi riproposto in chiave solista. Una scelta insolita: come mai?
Perché la canzone era nata così, in quel modo, e ci piaceva dare al pubblico la possibilità di ascoltare la versione originale, da soli. Non certo per andare il lavoro fatto con Federica, che è stato bellissimo. Lei possiede quella sua dolcezza vocale che, a differenza del mio modus operandi da muratore, nel cantato rende tutto più morbido. Ci piaceva però consegnare il brano così com’era inizialmente.

Ed è giustissimo. Probabilmente la chiave di lettura è lampante già dal titolo: “Nessuno segna da solo” è chiaramente un riferimento al calcio, presente e citato più volte all’interno dei vostri testi. Ma il calcio diventa solo una metafora, ora per descrivere l’importanza delle persone vicine e del fare squadra – dal qui il titolo – ora per esortare l’ascoltatore ad uno sforzo in più “altrimenti la vita ti manda in tribuna e non giochi più”. Come mai proprio il calcio?
Beh, prima di tutto perché mi è vicino come sport, lo seguo molto essendo milanista e mi ha addirittura aiutato a superare la morte di mio padre: lo persi a undici anni, e alcuni amici di famiglia mi regalarono le cassette del grande Milan e mi sono appassionato. Poi il calcio parla un linguaggio che tutti conoscono, tutti ci siamo nati e tutti hanno avuto una palla tra i piedi. A me servivano delle metafore che tutti potessero capire, di facile lettura, perché non nascondo il fatto che mi piace da morire suonare dal vivo e vedere le persone cantare le nostre canzoni, volevo metterle in quella condizione lì. Mi è venuto naturale.

Del resto ho visto anche che qualche giorno fa siete stati ospiti dell’Ascoli, la squadra della vostra città. Siete ancora acciaccati?
Acciaccati? Acciaccatissimi, non giocavo dall’ultima partita della Nazionale cantanti! Vado in bici ogni tanto, però… [Ride, n.d.r.]”

Tornando seri, non si può non notare la vostra terza presenza all’Uno Maggio di Roma, che mai come in questo periodo si carica di significato. Quanta politica esprimono i La Rua adesso e quanta ne vorrebbero esprimere in futuro?
Se politica è mettersi dalla parte dei diritti dei lavoratori, questo sì. D’altro canto io ho una filosofia di vita: più si è disorientati più si rischia di fare qualcosa di buono. Non bisogna essere protezionisti nei confronti del passato ma essere avanguardisti e fare qualcosa di folle. Però, al fianco dei diritti dei lavoratori ci saremo sempre. E poi il palco dell’uno maggio di Roma è il più importante d’Italia, come poter mai dire di no ad una cosa del genere? Per noi è un onore fare entrambe le cose, difendere i diritti dei lavoratori e suonare al concerto più grande d’Italia.

I La Rua live durante l’Uno Maggio di Roma nel 2017. Foto di ANSA/GIORGIO ONORATI

Certo. Tornando al disco, in una recente intervista – e anche in questa a dir la verità – hai parlato di questo disco come di un nuovo inizio, e di come ogni vostro lavoro sia un punto di partenza. Eppure questo disco più degli altri rappresenta una letterale evoluzione della vostra musica, che lascia inalterata la base costruendoci sopra altre impalcature.
È inevitabile che ci sia una crescita; poi non so quanto sia evidente e quanto sia presente, perché magari penso ad una crescita ma si tratta di un’involuzione. Però, c’è un passo in un’altra direzione. Quello che mi piace pensare e mi auspico per il futuro dei La Rua è quello di andare sempre ad occupare altri generi musicali. Non voglio quell’impostazione musicale che perdura da mezzo secolo nella musica per la quale chi fa rock deve fare rock, chi fa pop deve fare pop: non mi piacciono queste etichette. Il musicista vero è quello che sa raccontare storie attraverso diversi generi. Ci sono dei messaggi precisi che calzano a dei generi che si prestano semmai, ma non riguarda l’artista. È come andare a giocare il Mondiale e pensare di farlo con la propria squadra del cuore: al mondiale ci vai con la Nazionale, mettendo il meglio del meglio. Lo considero per questo un punto di partenza. Non vogliamo rimanere ancorati ad un genere ma fare qualcosa di sempre diverso.”

A proposito dei prossimi lavori, sappiamo che siete appunto già al lavoro sul prossimo disco che, come dici, sarà qualcosa di ancora diverso: che cosa ci troveremo?
Ci troverete molto più dialogo. Voglio dialogare con l’ascoltatore, mi farò un discorsetto a due con chi lo sente, nella maggior parte dei casi!

Per chiudere, avete annunciato il tour nazionale: dove vi veniamo a vedere?
Allora, abbiamo pubblicato per ora solo le prime quattro date, ma in settimana pubblicheremo le prossime: ci sono molte richieste, stiamo aspettando il calendario definitivo. Partiremo, come dicevo, l’otto giugno dal festival di Comacchio e poi da lì andremo a Siena, Teramo, Sardegna, Sicilia. Comunque, si troveranno man mano sulla nostra pagina!

Perfetto, Daniele. Ti ringrazio tanto per questa intervista e spero di beccarti presto ad un concerto!
Ma va, lo stesso! Grazie a te!”

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