“Labirinti umani”: l’esordio di Mattia Previdi in bilico tra mainstream e solido songrwiting 0 132

S’intitola “Labirinti umani” il disco che segna l’esordio del modenese Mattia Previdi. Un lavoro autoprodotto che, con le sue 9 tracce (cifra inconsueta per una tracklist, ma scelta deliberatamente dal cantautore in quanto simbolo del compimento di un ciclo) si concentra su tematiche universali quali relazioni umane e amore. Un amore declinato secondo diverse prospettive: si parla di relazioni tossiche, di vizi e tentazioni, di amicizia, della forza di una madre che perde un figlio, di tradimenti, dell’abbandono e infine della dolcezza di un amore romantico e platonico. Il tutto senza farsi mancare un’ironica e allo stesso tempo amara considerazione nei confronti di una società che tende a privarci di quella stessa umanità che si pone come fulcro tematico di questo lavoro.

Da un punto di vista sonoro i riferimenti sono freschi e attuali, anche se non particolarmente originali. I testi di Previdi si vestono di arrangiamenti perfettamente in linea con un certo pop da classifica (Marco Mengoni, Michele Bravi, Francesca Michielin, Annalisa), nonostante la produzione – come detto, “fai da te” – non sempre riesca a replicare gli stessi standard di pulizia e precisione.

Si parte con “Labirinti umani”, brano che racconta la logorante ricerca di se stessi nell’altro che ognuno di noi porta avanti mentre s’inoltra nell’intricato dedalo di rapporti, conquiste, perdite, abbandoni e conflitti della nostra esistenza. Le atmosfere malinconiche e le melodie dirette ed efficaci si pongono come una dichiarazione d’intenti chiara e precisa che anticipa il canovaccio seguito con i brani successivi.

Come, ad esempio, in “Resta come sei”: ballata guidata dal pianoforte elettrico e da un cadenzato beat di drum machine che rimanda, anche per il cantato delle strofe, ai più recenti successi di Coez.

Segue la suadente “Siamo in due o siamo in tre”, con la quale il cantautore racconta il lento sgretolarsi di un rapporto precario e vulnerabile, minato dall’infiltrarsi subdolo di vizi e tentazioni di vario genere.

Ma è con “Diana” che le ottime capacità di narratore di Mattia escono allo scoperto, in un brano dall’animo contrastante: ballabile e immediato per melodia e sonorità, tragico e disperato per contenuti.

E dopo aver raccontato la storia di una madre che cerca di farsi forza e ripartire dopo la perdita di un figlio suicida, Mattia torna a parlare di se con un brano intimo e personale dal titolo “Crolla il tetto”. Altra ballad dal ritornello orecchiabile e dall’arrangiamento attuale e moderno.

Nella successiva “Forse un altro uomo” si affronta il tema dell’incomprensione e dell’attesa perpetua di un ritorno che, in fondo, si è consapevoli  non avverrà.

“Tieni il resto se vuoi” è un brano elettro pop che alza il ritmo e strizza l’occhio alla dance anni ’90, pur mantenendosi ben saldo all’interno di uno contesto sonoro che non vuole mai perdere d’attualità.

Una parentesi più movimentata che traghetta l’ascoltatore verso un’altra ballata: “Distante”, la prima canzone scritta e arrangiata da Previdi.

La chiusura del disco è affidata alla convincente “Nella mischia”, canzone dall’abito elettro-dance che con amara ironia riflette sulla mancanza di autenticità, di libertà e d’identità in una società ormai schiava dell’apparire.

“Labirinti umani” è un lavoro onesto e diretto, senza particolari pretese artistiche o chissà quale voglia di sperimentare, ma con una profonda conoscenza delle tendenze commerciali del momento. Con l’intento chiaro e preciso di dar vita a una raccolta di potenziali hit radiofoniche (ed effettivamente ciascuno dei brani ha tutte le carte in regola per esserlo), Previdi realizza un disco che scorre veloce e godibile, consegnando melodie di sicura efficacia e capaci di insinuarsi nella testa dell’ascoltatore anche solo dopo un primo, rapido, ascolto. Sicuramente un punto di forza per un artista che imbocca dichiaratamente la strada del pop (anche perché, contemporaneamente, la scrittura si dimostra solida e non banale). Tuttavia andrebbe aggiunto che un album, che non sia un greatest hits, non consiste in una mera collezione di singoli. Ed è questa la critica principale che si può muovere a quella che, comunque, nel complesso si può considerare una piacevole opera prima. 

Previous ArticleNext Article

Lascia un commento

L’essenziale ritorno dei Save Our Souls rimanda all’alternative anni ‘90 0 107

Si chiama “Esse o Esse” l’album di ritorno dei Save Our Souls (S.O.S.), la band bergamasca capitanata da Marco Ferri (in arte Bruco). Nati nel 1993 su iniziativa del loro fontman, gli S.O.S hanno saputo costruirsi una lunga carriera, segnata da cambi di formazione, intensa attività live, importanti collaborazioni e vittorie di rassegne e festival. Un bagaglio d’esperienza messo a disposizione di questo loro ultimo lavoro, che la band stessa descrive come «schietto e sincero e che rinuncia a fronzoli e orpelli puntando all’essenziale».

Forse gli orpelli ai quali si è deciso di rinunciare sono ammiccamenti all’elettronica o abbellimenti vari in fase di produzione, dato che il disco sembra voler catapultarci ad inizio/metà degli anni ’90 e all’alternative rock di quel periodo.  Negrita, Timoria, il primo Ligabue sono i primi nomi che vengono in mente sentendo le otto tracce che compongono un disco caratterizzato dalla semplicità degli arrangiamenti (nei quali dominano le chitarre), dall’immediatezza dei testi e dalla ricerca di melodie accattivanti. Non mancano, comunque, rimandi a un indie rock più fresco e scanzonato, sorretto da ritmiche più ballabili.

È il caso dell’opening “Venere acida”: un brano dedicato alla Musica, la dea dell’amore con la quale ogni musicista vive un costante rapporto di odio e amore.

Sorretta dai suoi riff poderosi di chitarra, arriva “Non mi fermare”: un inno punk sulla “lucida follia” di chi vuole trasformare la propria passione in un lavoro, non curandosi delle parole di chi invece prova a tracciare limiti.

Fa il suo ingresso l’acustica (che sarà molto presente nel proseguo del disco) nella successiva “E non sai più cosa sei”, brano che parla dell’alienazione, della spersonalizzazione e dell’apatia causate dall’uso (o, meglio, dall’abuso) dei social network e di internet.

Echi di britpop in “Madre”, ballatona già presente nel disco d’esordio (datato 1993) e per l’occasione ri-arrangiata in una nuova veste.

Si rialza il ritmo con “Ancora vivere” in attesa e in preparazione della romantica “Corri Luna”, malinconica ballata sulla paternità che rimanda alle sonorità e alle melodie dei Litfiba nei loro momenti più “morbidi”.

Timoria e Negrita a influenzare la successiva “Ancora un’ora”, che anticipa il brano di chiusura, “Presidente” (già registrato nel 2017 e inserito nella compilation prodotta e distribuita da NDS Music e allegata al mensile Tribuna Magazine). Cambia il tono – più ironico e scanzonato – in un brano che vuole essere un monito: diffidare dai leader dalle facili promesse, figure tanto affascinanti quanto abbindolatrici. Il cantato di Bruco, come per tutto il resto del disco, oscilla tra soluzioni che ricordano un po’ Piero Pelù, un po’ Francesco Renga,mentre alle immancabili chitarre si uniscono sintetizzatori dal sound futuristico.

Si chiude così un disco breve, diretto ed essenziale che, pur senza offrire brani sensazionali o particolari spunti d’interesse, si lascia ascoltare con godibilità. Non particolarmente attuale o innovativo nel suo intento di riprendere sonorità appartenenti al passato (per quanto recente), ma comunque apprezzabile per le sue melodie orecchiabili e il suo discreto songwriting.

Doctor Sleep: il sequel di Shining che omaggia Kubrick e accontenta King 0 260

Certi film hanno la capacità di trasformare luoghi in personaggi o, ancor di più, in veri e propri protagonisti. È sicuramente il caso di “Shining” e del suo immortale Overlook Hotel, i cui corridoi, sale da ballo, stanze, bar, cucine, bagni, siepi e tappeti, riuscivano – grazie alla monumentale regia di Stanley Kubrick – quasi a parlare allo spettatore. Proprio come i membri della famiglia Torrance.

Lo sa bene Mike Flanagan, che in questo suo “Doctor Sleep”, adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo del 2013 di Stephen King, non perde occasione per rivisitare quei luoghi intrisi di memoria e terrore che tanto hanno influenzato questi ultimi quarant’anni di cinema horror. Il tutto senza scontentare lo scrittore di Portland che, come molti sanno, non gradì per nulla l’adattamento cinematografico di Kubrick.

Mike Flanagan

È interessante capire, allora, come Mike Flanagan (che già aveva avuto modo di misurarsi con l’opera di King adattando per Netflix “Il gioco di Gerald”), abbia cercato di mediare tra le due parti. Perché se da un lato, in Doctor Sleep, si ricerca una continuità con il capolavoro di Kubrick (grazie al rifacimento minuzioso d’intere sequenze, al riutilizzo della colonna sonora originale e alla riproposizione dei suoi iconici personaggi), dall’altro c’è la volontà di rimanere quanto più possibile fedeli al sequel di King (dando risalto a temi centrali quali alcolismo e conflitti familiari), restituendogli inoltre quel finale che Kubrick stravolse con la sua versione cinematografica.

In questa sua opera di mediazione, però, Flanagan non rinuncia a un’estetica personale che già aveva avuto modo di mostrare con i suoi precedenti – apprezzabili – lavori (“Oculus – Il riflesso del male”, “Somnia”, “L’incubo di Hill House”). Ad esempio, tornano i suoi immancabili occhi dalla pupilla bianca alla Lucio Fulci e una certa resa estetica dei personaggi (Rebecca Ferguson, che qui interpreta la malvagia antagonista Rosie, ricorda in qualche modo la signora Crain della serie Hill House).

Quello che ne viene fuori è uno strano mix che si dimostra a tratti interessante, a tratti poco convincente. Ogni qual volta in cui Flanagan cita Kubrick – soprattutto quando non rimette in scena sequenze di “Shining”, ma ne ripropone movimenti di macchina e effetti sonori (come il battito del cuore) in contesti diversi da quello dell’Overlook Hotel – suscita emozioni ed esaltazione nostalgica nello spettatore (esempio di miglior fan service possibile). Mentre quando ricostruisce pedissequamente scene del prequel, con attori per forza di cose diversi, l’effetto è straniante e il confronto con l’originale, inevitabilmente, non regge.

Ma il vero problema di questo film è che, esclusi i rimandi a “Shining” e il buon finale, offre pochi spunti d’interesse. Colpa anche di una trama – quella del romanzo di riferimento – abbastanza ordinaria e non paragonabile a quella del suo prequel (e, infatti, il romanzo di King non venne accolto positivamente).

Una trama che ruota intorno all’ormai adulto Danny Torrance (Ewan McGregor) e ai suoi demoni quotidiani. Alcolista, senza soldi e tormentato dagli orrori vissuti in gioventù, Danny si trasferisce in un’isolata cittadina del New Hampshire, nel tentativo di rimettere la sua vita sui giusti binari. Qui, grazie all’aiuto della gente del posto riesce a liberarsi dai suoi vizi e a trovare uno scopo nella vita. Diventa un infermiere che, grazie alla sua mai del tutto sopita Luccicanza, dona conforto agli anziani pazienti di un ospizio, aiutandoli ad “addormentarsi” in serenità. Da qui il soprannome di Doctor Sleep. La Luccicanza lo porta a mettersi in contatto con Abra Stone (Kyliegh Curran), una bambina dagli straordinari poteri che gli chiederà aiuto nella lotta alla minaccia rappresentata dai demoniaci membri del Vero Nodo (creature sovrannaturali che si cibano di Luccicanza per vivere in eterno).

Per tutta la sua prima parte il (lungo) film di Flanagan soffre di una storia dispersiva e, soprattutto, di una scrittura fin troppo didascalica. I personaggi sembrano quasi voler spiegare a tutti costi allo spettatore costa sta succedendo e in che modo gli eventi di questa storia si ricollegano ai fatti narrati in “Shining”. Le riuscite interpretazioni di Ewan McGregor e Rebecca Ferguson tengono vivo l’interesse nello spettatore, in attesa che finalmente – solo verso il finale – si torni a far visita all’albergo maledetto situato sulle montagne innevate del Colorado.

Qui Flanagan è davvero bravo nel giocare con l’eredità culturale che il film di Kubrick ha lasciato nella nostra memoria, guidando lo spettatore in una sorta di giro turistico in quel parco dei divertimenti dell’orrore che l’Overlook Hotel rappresenta. Un’operazione non tanto diversa da quella che l’amico di Kubrick Steven Spielberg aveva compiuto in una sequenza del suo Ready Player One. Ed ecco che tra studio accurato e riproposizione intelligente della grammatica filmica kubrickiana, Flanagan trova il modo di tornare a parlare di quello su cui i suoi lavori si sono sempre concentrati: traumi rimossi e ricordi dolorosi all’interno di un ambiente domestico e di un contesto famigliare.

Danny avrà modo di confrontarsi, un’ultima volta, con un passato che per troppo tempo ha cercato di rifuggire. Per far sì che anche il Doctor Sleep possa trovare la maniera di “addormentarsi” con quella stessa serenità che ha saputo donare ai suoi pazienti, mettendo fine una volta per tutte ai suoi incubi e al luogo che li custodiva. Ma forse quegli stessi incubi non possono essere sconfitti definitivamente. Forse continueranno a esistere per qualcun altro. Forse verranno lasciati in eredità, così come le immortali sequenze del film di Kubrick. E allora l’unica cosa che resta da fare sarà conviverci, tenendoli a bada rinchiusi in una scatola nascosta nel labirinto della propria mente.

Argomenti popolari

Editor Picks

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: