L’Alternative Rock “spaziale” degli Aeren 0 251

Cosa succederebbe se mescolassimo i Foo Fighters, i Paramore e i Depeche Mode in un’unica band? Otterremmo sicuramente un supergruppo dalle sonorità particolari ed innovative, ed è proprio da queste sonorità che nascono gli Aeren. Nati nel 2015, composti da Silvia Galetta (voce), Simone Solidoro (basso), Simone D’Andria (Chitarra) e Cosimo De Marco (batteria), il quartetto tarantino vanta la registrazione di un singolo a Sofia, Bulgaria, e la partecipazione a vari contest di caratura nazionale. Con un album in fase di registrazione, l’intervista alla band più rock del momento in esclusiva per Blunote.

 

Ciao ragazzi, per iniziare fatemi una panoramica su di voi. Parlatemi della vostra band, delle vostre influenze e dei generi in cui più vi rispecchiate.

SILVIA: Prevalentemente suoniamo alternative rock, seguendo tutto quel filone di band come Paramore, Foo Fighters, 30 Second to Mars e Muse. Una menzione speciale va fatta ai Depeche Mode, ai quali ci rifacciamo per quanto riguarda la parte elettronica del nostro sound. Come ci siamo incontrati? In realtà ci conoscevamo già tutti, con Simone D’Andria provammo già una formazione intorno al 2014 ma non andavamo molto bene. A distanza di un anno ci siamo rincontrati e, forse col cambio di sound, le cose sono andate meglio e ci siamo trovati subito bene.

 

Il vostro è un nome molto particolare: Aeren. Ha un significato?

SILVIA: Aeren deriva dall’esperanto, una lingua artificiale che prende tante parole e regole grammaticali da più lingue possibili e che serve a far comunicare in modo semplice persone di diversa nazionalità. Il significato letterario è “nell’aria”, dove vorremmo che fosse la nostra musica.

 

Come detto, avete registrato un singolo in Bulgaria. Com’è successo?

COSIMO: Suonavamo in uno studio di registrazione qui a Taranto e l’idea è stata del proprietario, che era in contatto con una scuola di danza in Bulgaria. Ha voluto incentivarci a suonare, ed è stata un’esperienza molto importante per noi. Lì abbiamo registrato prevalentemente il video del singolo, Bad Weakness, e siamo davvero contenti del risultato.

 

Tutte le vostre canzoni sono in lingua inglese. Molte band italiane prendono questa decisione, forse per rendersi più “internazionali”. Voi a cosa dovete questa scelta?

SILVIA: Personalmente non riesco a cantare bene in italiano rispetto a quando canto in inglese. È una scelta di qualità, mi è più facile esprimermi in inglese. In più, col genere che facciamo è una lingua che calza a pennello, è un collante con la nostra musica, essendo già musicale di suo. La verità è che l’italiano cozzerebbe troppo.

 

Parliamo di testi: quando ti viene l’ispirazione per scrivere un testo e che significati hanno?

SILVIA: Dipende molto dal momento e dalle mie fasi emozionali. Se sono molto triste (o molto felice), la prima cosa che mi viene da fare è scrivere un testo, è un riflesso quasi automatico. In generale nel tempo libero è quello che faccio. Mi riesce molto sui pullman, essendo studentessa fuorisede ci passo molto tempo. Capita anche che mi annoti solo alcune frasi e pensieri che poi inserisco in fase di stesura.

 

Sappiamo che state registrando il vostro primo album. Parlatecene un po’, come sarà?

SILVIA: Sarà spaziale, è l’aggettivo giusto per definirlo. Per ora usciamo dall’esperienza di un EP, quindi l’album è una sfida più grossa, ma siamo pronti a fronteggiarla. Saranno undici brani, di cui due usciti già con l’EP e rivisitati.

SIMONE D.: Ci saranno anche brani piuttosto impegnati, uno fra tutti tratta il tema dell’ambiente, su cui vogliamo puntare molto. Lo abbiamo già suonato live, il ritornello ti entra parecchio in testa e sarà la nostra arma. Poi ci saranno alcuni brani che abbiamo suonato e tanti inediti. In particolare, ce n’è uno su cui abbiamo fatto un lavoro orchestrale e strumentale davvero importante che non vediamo l’ora di farlo sentire.

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Woodstock 50: storia di un fallimento annunciato 0 108

Il concerto celebrativo per i cinquant’anni di Woodstock non si farà. Almeno così sembrerebbe, stando all’annuncio rilasciato lo scorso 29 aprile dalla Dentsu Aegis Network, società organizzatrice del festival. Problemi logistici e di sicurezza alla base dell’inaspettato dietro front che tanto sta facendo discutere. Soprattutto perché Micheal Lang, storico ideatore dell’evento originale, aveva annunciato già da qualche mese quella che sarebbe stata la line-up definitiva: ad alcuni veterani del 1969 (Santana, David Crosby, John Fogerty) si sarebbero aggiunti esponenti dell’alternative rock (The Black Keys, The Killers, Greta Van Fleet) e del pop contemporaneo (Imagine Dragons, Miley Cyrus, Jay-Z). E poco importa se, come sembra, 30 milioni di dollari fossero stati già investiti e molti degli artisti pagati. La Dentsu non finanzierà più Woodstock 50, perché «non ritiene che la produzione del festival possa essere eseguita come un evento meritevole del nome che porta».

Verrebbe, a questo punto, da chiedersi se il vero motivo di questa improvvisa ritirata sia davvero da ricercare, come trapelato, in problemi burocratici di permessi non ottenuti e di sicurezza pubblica (il concerto era stato programmato a Watkins Glen, nei pressi della location del festival originario), o altrove. Come, ad esempio, nella scarsa attrattiva della line-up di un festival evidentemente privo di quello stesso spirito dirompente che nel ’69 lo aveva portato a scrivere alcune delle pagine più importanti della storia della musica. Diversi i tempi, diverso il contesto socio-culturale, diversi gli artisti, verrebbe da pensare.

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È chiaro che ricercare in un evento di questo tipo un’essenza diversa da quella della più classica delle operazioni nostalgia (e, perché no, anche commerciali) risulterebbe pretestuoso. Woodstock, per ovvi motivi, non può avere nel 2019 lo stesso significato politico-ideologico che ebbe per i giovani di cinquant’anni fa. Tantomeno la stessa rilevanza mediatica. Verrebbe, dunque, da interrogarsi sull’effettiva necessità di un evento dalla natura inevitabilmente anacronistica e, per questo, dalla pericolosa riuscita.

Dall’altro lato, si potrebbe dire che il cinquantesimo anniversario di un evento di simile calibro capiti una volta soltanto e che, pertanto, valga la pena celebrarlo. Purché lo si faccia nel migliore dei modi possibili. L’impressione è che la Dentsu non abbia tutti i torti quando parla di «festival non meritevole del nome che porta». E non tanto per la presenza di popstar e rapper tra gli headliner selezionati per le serate dal 16 al 18 agosto (sarebbe impensabile non tener conto delle attuali tendenze musicali, in favore di un improbabile revival nostalgico all’insegna dell’egemonia del rock), ma di nomi poco capaci di suscitare un adeguato entusiasmo tra il pubblico. Fatte le dovute – minime – eccezioni, la scaletta di Lang ha avuto il demerito di affiancare artisti ormai superati (per quanto storicamente rilevanti) ad altri solo sulla carta commerciali, ma di fatto non più di richiamo (si pensi ad Akon o alla stessa Miley Cyrus). Il risultato? Una scaletta trascurabile e incoerente: in altre parole, un fallimento annunciato.

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La Dentsu ha deciso di staccare la spina, tuttavia la prognosi rimane riservata. Con l’aspettativa che, nei giorni a seguire, potremo conoscere meglio il destino di un festival che ormai sembra destinato a non farsi. E se la prospettiva era quella di passare dall’immagine di Jimi Hendrix, che con le dissonanti distorsioni della sua leggendaria Stratocaster bianca distruggeva e disintegrava l’inno degli Stati Uniti d’America nel pieno di una guerra tanto controversa quanto contestata, a quella di una folla danzante sulle note di Party in the USA, forse non ci dispereremo troppo.

Francesco Carrieri

Dario Dee si racconta in “Dario è uscito dalla stanza” 0 121

Primo album ufficiale di Dario Dee, “Dario è uscito dalla stanza.” è il continuo musicale (e anche logico) di un progetto discografico antecedente, contenente la favola Nella stanza di Dario. In quest’ultimo LP si trovano 16 brani all’insegna di un pop contaminato da neo soul e elettronica anni ’80.

Dario Dee, cantautore, pugliese, classe 1982, inizia la sua avventura musicale al conservatorio di Bari, passando per vari cori – gospel e non – e gruppi vocali. Infine approda alla scrittura e alla composizione di inediti, intraprendendo la via del cantautorato. Nel 2015 pubblica il suo primo EP Sopra le righe 2.015, mentre nel 2018 escono alcuni singoli che anticipano il suo ultimo lavoro; nel frattempo, partecipa a svariate competizioni e manifestazioni musicali, tra Roma e la Puglia.

Dario Dee Dario è uscito
Cover dell’album “Dario è uscito dalla stanza.” di Dario Dee.

INTRO apre le danze: sotto le sognanti note del Valzer Op. 69 n. 1 di Chopin, la voce sussurrata di Dario Dee introduce delicatamente all’ascolto, tirando un po’ le somme e ringraziando chi di dovere.
Il mio pesce corallo rosso è una sorta di filastrocca che non concede di prendere fiato neanche un secondo. La tastiera sembra restituire un suono “subacqueo”, mentre il basso segue il ritmo serrato del testo, sovrastando il tutto con uno effetto wah forse troppo accentuato.
In auto con RAF racconta un amore solido e duraturo, ricostruendone ombre e luci. Lo spirito guida del non-a-caso citato Raf pervade l’intero brano, cullato da giri di pianoforte.

In SeNZa GRaviTà si fa più evidente l’influsso del soul. Il ritmo traballante, diviso tra shuffle, stop ricorrenti e improvvise accelerazioni della linea vocale, rende bene l’idea di una divagazione che sfugge alla forza di gravità.
Noi2Vele esordisce con un breve parlato, mentre un basso sincopato e una cassa regolare – un’accoppiata che ricorre spesso – aumentano d’intensità. Particolarmente riuscito è il prechorus, con degli accenti in levare incalzanti, mentre il rullante nel ritornello fa più da rumore di disturbo che abbellimento.
La title track Dario è uscito dalla stanza è un racconto ben narrato che alterna parti parlate e cantate in un ottimo equilibrio, sopra a una base accattivante. Bisogna dire che sentire Dario Dee parlare di Dario in terza persona fa un po’ strano, ma la vena umoristica saggiamente attenua questa gran quantità di ego.

Nell’atmosfera eterea creata da cori sintetici e tastiere di INTERLUDE I, viene ripetuta quasi come un mantra la frase “un sogno ci salverà”, che è un po’ il nucleo tematico fondante dell’intero lavoro.
Il testo sarcastico e sopra le righe di LeONi, si innesta sopra a una base che vagamente ricorda qualcosa di Fatboy Slim: cori in falsetto, linea di basso minimale in loop, abbondanza di effetti e suoni variegati. Il risultato è buono e sa prendere.
Con Su di me ci troviamo immersi in un ambiente pop che sta a cavallo fra anni ’80 e ’90. Questo sembra essere l’habitat naturale per la voce di Dario Dee, che riesce a esprimere al meglio tutto il suo potenziale. Unico neo, l’effetto phaser iniziale un po’ straniante e non molto fluido.
Il primo minuto di Caldo d’Estate, freddo a Natale vede protagonista un testo sentito sul delicato argomento della violenza sulle donne. All’entrata di tastiera e drum machine, si delinea più chiaramente una struttura da lenta ballad in 6/8, nel complesso ben riuscita.

I cori e le poche note di tastiera del secondo intermezzo INTERLUDE II creano la giusta atmosfera che anticipa una cover del brano di Pino Daniele Arriverà l’Aurora. Alla canzone viene fatto indossare un vestito elettronico e moderno, che tutto sommato non le sta male.
In Neve cade… si ritrova una scia dance primi anni duemila che ci accompagna spensieratamente per tutto il brano. Nascosto in una fugace citazione, c’è anche un’altra probabile influenza proveniente dal panorama pop italiano, ovvero Tiziano Ferro.
Con MiRiaM_Aria_ viene trattato l’impegnativo tema del conflitto siriano, attraverso il racconto, quasi rappato, di un’infanzia perduta allo scoppio delle bombe. Giocando con la parola centrale “aria”, viene inserita la Aria sulla quarta corda, riarrangiamento di August Wilhelmij di un’aria di Bach. Tanto per capirci, la sigla di Superquark.
You can’t hurry LOVE (outro) è un brevissimo omaggio a cappella al celebre brano delle The Supremes. D’altronde soul e Motown sono riferimenti importanti per Dario Dee.
Infine, si chiude con il messaggio positivo e il sound rilassato di CuORe ImPAviDo (+). Menzione d’onore per il riff distorto che segue i ritornelli e che dona la giusta energia al tutto.

In generale “Dario è uscito dalla stanza.” è un disco interessante, che però possiede dei difetti evidenti. Ogni brano contiene un suo punto di forza, come una narrazione fluida, una sperimentazione sonora stimolante o una porzione particolarmente orecchiabile. D’altro canto la godibilità dei pezzi viene spesso oscurata da qualche neo: un effetto disturbante, un’imprecisione della voce, un suono troppo artificioso, un’equalizzazione non perfetta. Il potenziale non manca, ma forse servirebbe un’attenzione maggiore ai dettagli e un lavoro di rifinitura più attento.


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