L’Alternative Rock “spaziale” degli Aeren 0 148

Cosa succederebbe se mescolassimo i Foo Fighters, i Paramore e i Depeche Mode in un’unica band? Otterremmo sicuramente un supergruppo dalle sonorità particolari ed innovative, ed è proprio da queste sonorità che nascono gli Aeren. Nati nel 2015, composti da Silvia Galetta (voce), Simone Solidoro (basso), Simone D’Andria (Chitarra) e Cosimo De Marco (batteria), il quartetto tarantino vanta la registrazione di un singolo a Sofia, Bulgaria, e la partecipazione a vari contest di caratura nazionale. Con un album in fase di registrazione, l’intervista alla band più rock del momento in esclusiva per Blunote.

 

Ciao ragazzi, per iniziare fatemi una panoramica su di voi. Parlatemi della vostra band, delle vostre influenze e dei generi in cui più vi rispecchiate.

SILVIA: Prevalentemente suoniamo alternative rock, seguendo tutto quel filone di band come Paramore, Foo Fighters, 30 Second to Mars e Muse. Una menzione speciale va fatta ai Depeche Mode, ai quali ci rifacciamo per quanto riguarda la parte elettronica del nostro sound. Come ci siamo incontrati? In realtà ci conoscevamo già tutti, con Simone D’Andria provammo già una formazione intorno al 2014 ma non andavamo molto bene. A distanza di un anno ci siamo rincontrati e, forse col cambio di sound, le cose sono andate meglio e ci siamo trovati subito bene.

 

Il vostro è un nome molto particolare: Aeren. Ha un significato?

SILVIA: Aeren deriva dall’esperanto, una lingua artificiale che prende tante parole e regole grammaticali da più lingue possibili e che serve a far comunicare in modo semplice persone di diversa nazionalità. Il significato letterario è “nell’aria”, dove vorremmo che fosse la nostra musica.

 

Come detto, avete registrato un singolo in Bulgaria. Com’è successo?

COSIMO: Suonavamo in uno studio di registrazione qui a Taranto e l’idea è stata del proprietario, che era in contatto con una scuola di danza in Bulgaria. Ha voluto incentivarci a suonare, ed è stata un’esperienza molto importante per noi. Lì abbiamo registrato prevalentemente il video del singolo, Bad Weakness, e siamo davvero contenti del risultato.

 

Tutte le vostre canzoni sono in lingua inglese. Molte band italiane prendono questa decisione, forse per rendersi più “internazionali”. Voi a cosa dovete questa scelta?

SILVIA: Personalmente non riesco a cantare bene in italiano rispetto a quando canto in inglese. È una scelta di qualità, mi è più facile esprimermi in inglese. In più, col genere che facciamo è una lingua che calza a pennello, è un collante con la nostra musica, essendo già musicale di suo. La verità è che l’italiano cozzerebbe troppo.

 

Parliamo di testi: quando ti viene l’ispirazione per scrivere un testo e che significati hanno?

SILVIA: Dipende molto dal momento e dalle mie fasi emozionali. Se sono molto triste (o molto felice), la prima cosa che mi viene da fare è scrivere un testo, è un riflesso quasi automatico. In generale nel tempo libero è quello che faccio. Mi riesce molto sui pullman, essendo studentessa fuorisede ci passo molto tempo. Capita anche che mi annoti solo alcune frasi e pensieri che poi inserisco in fase di stesura.

 

Sappiamo che state registrando il vostro primo album. Parlatecene un po’, come sarà?

SILVIA: Sarà spaziale, è l’aggettivo giusto per definirlo. Per ora usciamo dall’esperienza di un EP, quindi l’album è una sfida più grossa, ma siamo pronti a fronteggiarla. Saranno undici brani, di cui due usciti già con l’EP e rivisitati.

SIMONE D.: Ci saranno anche brani piuttosto impegnati, uno fra tutti tratta il tema dell’ambiente, su cui vogliamo puntare molto. Lo abbiamo già suonato live, il ritornello ti entra parecchio in testa e sarà la nostra arma. Poi ci saranno alcuni brani che abbiamo suonato e tanti inediti. In particolare, ce n’è uno su cui abbiamo fatto un lavoro orchestrale e strumentale davvero importante che non vediamo l’ora di farlo sentire.

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‘Night Ride’, il nuovo album della Municipale Balcanica ne conferma l’assoluta brillantezza 0 897

La Municipale Balcanica è, dal 2003, un punto di riferimento della musica balcan del bel Paese, e con il loro ultimo lavoro, ‘Night Ride‘, confermano ed anzi arricchiscono un repertorio musicale eclettico e coinvolgente. È infatti evidente uno studio formale variegato, merito delle diverse culture musicali dei membri del gruppo, che è stato, sin dai tempi dello stupefacente ‘Fòua‘, il punto di forza che ha elevato la Municipale da gruppo della provincia pugliese a realtà riconosciuta a livello internazionale.

Da sempre ammaliati e ammaliatori di sonorità meridionali, ebraiche e, ovviamente, balcan-rock, in ‘Night Ride’ Raffaele Tedeschi e compagnia cantante vengono contaminati (o meglio, si lasciano contaminare) da vie musicali a più ampio raggio. L’album diventa così un passpartout per una giostra di generi e stili eterogenei, che ci accoglie con un pezzo, ‘Constellation’, nelle classiche corde della band, in un susseguirsi di pop balcanico e propositivo. Per iniziare a godere di un’esperienza musicale così divertente è, senza dubbio, il brano perfetto.

La copertina di ‘Night Ride’, il nuovo disco della Municipale Balcanica

A seguire troviamo ‘Transylvania Party Hard‘ che, sempre continuando il nostro parallelismo con le giostre, si presenta come la classica “casa degli orrori”. È un pezzo certamente tenebroso, ma si rifà a quell’estetica horror scanzonata degli anni ‘80 che non vuole certo rovinare la festa di ‘Night Ride’, ma che anzi stuzzica il nostro udito anche grazie all’interpretazione azzeccata di Tedeschi.

Kill slow, Kill fast‘ è il terzo brano, squisitamente country, il quale è seguito da ‘Rusty‘, un’ottima strumentale balcan che funge quasi da intermezzo.

La strumentale migliore è però la successiva, ‘Martin Got Lost‘, in cui possiamo immergerci in un’atmosfera dal retrogusto morriconiano.

Polvo y Sueños‘, cantato in spagnolo, convince quanto basta musicalmente ma pare abbastanza telefonato a livello di testi; le continue citazioni a motti e slogan spagnoli contribuisce a non dare il giusto merito ad un pezzo che, ad ogni modo, si innesta perfettamente nel corpo dell’album.

L’unica canzone in italiano è la suadente ‘Ogni Stella‘, quasi un arrivederci malinconico che è il preludio all’ultimo brano, la strumentale ‘Deserto Non Deserto‘, che ci abbandona in una distesa arabeggiante con sonorità nuove e interessanti.

La produzione, di ottimo livello, ci regala un disco di pregevole fattura, in cui la Municipale Balcanica si riprende e si reinventa, dimostrando di essere, ancora una volta, tra gli artisti più originali del panorama della musica world italiana.

L’adrenalinico EP d’esordio dell’Ira di Febo: perfetto connubio tra rap e funk 0 789

Unire funk, rock e rap, trasmettendo quel sentimento primordiale e viscerale al quale il nome stesso del gruppo fa riferimento. Con questo intento l’Ira di Febo, giovane band bitontina nata dall’incontro del bassista Federico Marinelli, del batterista Antonio Allegretti, del chitarrista Gigi Laricchia e del rapper Valerio Vacca, presenta il suo primo eponimo lavoro. Un EP di cinque canzoni che mescola suadenti groove di basso e scatenati riff di chitarra alle impegnate rime “rappate” di Valerio Vacca. Seguendo il solco tracciato tra fine anni ’80 e inizio anni ’90 da band del calibro di Primus, Red Hot Chili Peppers e Rage Against the Machine, i quattro ragazzi pugliesi danno vita ad un disco adrenalinico dall’identità chiara e ben definita.

La copertina del disco a cura di Michele Santoruvo

Si parte con l’energica “Get Up”, un’esortazione ad “alzarsi” e a reagire con positività e determinazione alle avversità che la vita ci presenta. Il brano, breve ed incisivo, funziona bene come singolo apripista e anticipa quello che sarà il canovaccio musicale che i quattro ragazzi di Bitonto seguiranno pedissequamente per il resto dell’EP.

La successiva “What’s up Doc?” parte con un riff abrasivo e tagliente che riporta alla mente i primi Red Hot Chili Peppers. La chitarra e il basso dialogano ossessivamente, intrecciandosi e annodandosi tra di loro, intessendo ponti sonori sui quali viaggia spedito il rap a perdifiato di Valerio Vacca (che qui alterna italiano e inglese con maggior frequenza). Cambio di registro nella parte finale del brano, quando il ritmo rallenta e un morbido assolo di chitarra ci accompagna verso una placida conclusione.

Willie Peyote che incontra i Rage Against the Machine. Questa l’insolita suggestione portata alla mente dell’ascoltatore dalla successiva “Sì sì come no”. Il ritornello, orecchiabile e accattivante, è accompagnato da acidi assoli di chitarra carica di wah-wah e dai soliti groove disegnati dal basso galoppante di Marinelli. Ancora una volta i ragazzi pugliesi si dimostrano abili nel trovare la giusta alchimia tra il rap del cantato e le distintive sonorità funk rock che permeano l’intero lavoro.

Ritmi leggermente meno sostenuti per “Cavie”, brano che fa della lucida amarezza del testo il suo punto di forza. In un mondo nel quale “la verità non è mai abbastanza” e “il vero si estingue” l’imperativo categorico rimane uno soltanto: “credere in sé”.

Chiusura affidata a “What the Funk”, brano che si potrebbe definire un manifesto programmatico della band. A partire dal titolo che, con il  suo evidente ­gioco di parole, unisce l’identità musicale del gruppo ad uno sbotto che ben fotografa quello stato psichico (l’ira) del quale i quattro ragazzi bitontini vogliono farsi cantori. L’”incazzatura” in questione è data da una società che non asseconda, o più semplicemente non capisce, l’esigenza di reinventarsi e uscire fuori da schemi preordinati di chi vuole solo inseguire le proprie passioni.

Quello dell’Ira di Febo è un lavoro immediato e scorrevole, accattivante ed euforico. Un disco che con audacia volge lo sguardo al passato, riprendendo un sound che sicuramente poco ha a che spartire con le tendenze del momento (per quanto gli ultimi anni siano stati caratterizzati da una riproposizione di sonorità vintage), ma che, allo stesso tempo, si dimostra specchio fedele delle eterogenee passioni musicali di un gruppo di ragazzi che dimostra di avere qualcosa di interessante da dire. E, soprattutto, di possedere il giusto fervore (o ira, se preferite) per farlo.

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