“L’Amore Mio Non More”, Il Muro del Canto tra Roma, resistenza e risveglio sociale 0 62

Quasi tutti influenziamo le nostre giornate con quel tono nostalgico, dicendo a noi stessi “quanto vorrei ritornare a quel periodo”, chiudendo gli occhi e immaginando per qualche istante cose che sono passate, con la consapevolezza che non ritorneranno più e con il sorriso di un’illusione che svanirà al prossimo battito di ciglia. “L’amore mio non more” è questo. Nostalgia, resistenza, volontà di un risveglio sociale e tempo. Quello che passa e porta con sé ogni cosa, dagli affetti alla nostra tanto amata giovinezza. Un album caldo, come la voce di Daniele Coccia, nostalgico con lo sguardo al Novecento e pieno di speranze.

La copertina del disco

Dal titolo dell’album si sarà intuito ma a me piace ripetere le cose cento volte, sbattere la testa mille volte e rompere i coglioni: dietro questo lavoro c’è soprattutto Roma, l’amore per la città, per la sua storia, per il cantautorato e poi per tutto il resto. Bisogna tenere sempre un pensiero alle proprie radici e allo stesso tempo uno sguardo a tutto il circondario. Un suono ruvido che fa pensare subito alla città eterna– non mi chiedete perché – accompagnato da sound vari, dal folk americano all’Irish, dalle sonorità western al reggae, allo SKA e ovviamente al popolare.

L’album, composto da 12 tracce, è stato anticipato da due singoli: “La vita è una” e “Reggime er Gioco”, e io sono ancora gasato, perché quando mi hanno assegnato questo lavoro non lo sapevo – anche se già avevo ascoltato le tracce – ma due dei miei attori preferiti hanno contribuito alla produzione e promozione dei due singoli. Marco Giallini e Vinicio Marchioni. (NEL VIDEO, non cantano).

Il primo singolo, La Vita è Una, racchiude l’essenza dell’album. La memoria, il tempo che passa, la ricerca di quella forza per affrontare il quotidiano, le scelte sbagliate e le scelte giuste che ci hanno portato a dover affrontare determinate cose. “Torneremo ancora bambini, saremo liberi e leggeri, saremo ancora tutti insieme, sempre più in alto sulle altalene…” Il secondo invece – Reggime Er Gioco –  che in ordine rappresenta la prima traccia dell’album, parla di Roma. E non poteva essere altrimenti, dato che gli elementi principali, quelli che hanno contribuito alla creazione del lavoro sono questi: la memoria, il tempo e soprattutto le radici.

Elementi che si ripetono per tutto il resto dell’album, come nella terza traccia, ne L’Amore Mio Non More, un brano che parla di una relazione finita e del male prodotto dalla perdita che viene ridotto al minimo, lasciando parte del vuoto al bene fatto e ricevuto, che non si esaurirà mai e resterà per sempre vivo. La stessa cosa accade nel brano Al Tempo Del Sole, nel racconto di una sfida tra amore e dolore, con parole accompagnate da un sound di folk che non smettono di dire: con il tempo tutto passa, pure sto gran dolore che pare così vivo ma lentamente more […] figurati sto amore che c’ha spezzato er core. Questo carattere nostalgico, malinconico e pieno di consapevolezza si riconferma in diverse tracce, attraverso “modi di comunicare” alternativi, come il valzer di Senza ‘na Stella, in Ponte Mollo – brano scritto da Lando Fiorini, rappresenta la canzone romana per eccellenza, la rappresentanza, il sentirsi parte di qualcosa – la canzone Novecento che riporta in vita le borgate romane e i tempi passati, o l’acustico Domani, un testo lento, diretto e pieno di consapevolezze, che mostra un mondo pieno di dolore e allo stesso tempo di speranza. Un inno alla libertà, dalla parte degli sfruttati, per un avvenire radioso e con dignità. Come la dignità persa dello sfruttato di Cella 33, il settimo brano del disco, una ferita viva, più che attuale e spesso ignorata dalla società civile.

Ogni società è macchiata da fatti, eventi di cronache, ingiustizie e ferite aperti a distanza di anni. Nel sesto brano, in Roma maledetta, un arpeggio accompagna il primo dei due monologhi di Alessandro Pieravanti. Vengono introdotti tutti questi fatti di cronaca nera che hanno accompagnato la storia di Roma, dall’ostilità tra Romolo e Remo al delitto Pasolini, passando per il dolore creato dalla Magliana e dalla vendetta lenta e dolorosa del Canaro. Un perseguitato che diventa persecutore. L’altro monologo, contenuto ne Il Tempo Perso, parla del quotidiano, con un’enfasi alla pari del discorso principale di The Big Kahuna, un film del 1999 diretto da John Swanbeck.

Siamo uomini medi che passano in media 26 anni a letto, eppure abbiamo sempre sonno, praticamente un terzo della nostra vita stesi, gli altri due in piedi o seduti, migliaia di anni evoluzione e non abbiamo trovato un’altra posizione. Passiamo 3840 ore a litigare, sono 160 giorni di rabbia l’un contro l’altro. Un anno intero a fare la spesa, persi tra scaffali mentre le stagioni passano, e i cassieri invecchiano. Ci laviamo per due anni interi consumando milioni di litri di acqua. Passiamo cinque anni al telefono tranne quando troviamo occupato, ma tanto poi richiamiamo sempre noi. Mangiamo per 2372 giorni consecutivi, ma abbiamo sempre fame, eppure per 6 anni e mezzo la mandibola non si ferma e ingurgitiamo talmente tanto cibo in una vita che servirebbe un piatto con la circonferenza del Grande Raccordo Anulare per contenerlo tutto. Passiamo 5 mesi interi a lamentarci ma ne conosco di gente che lo fa per molto più tempo. In media ridiamo per 115 giorni, io sicuramente molto meno. Lo studio dice che passiamo 20 settimane aspettando, ma poi aspettando che? e tutto questo tempo chi ce lo ridà? L’uomo in tutta la sua vita da solo o in compagnia ha un orgasmo che dura 9 ore e 18 secondi, la donna solo 1 ora e 24 minuti di piacere. Stiamo 11 anni davanti alla televisione, che sono 95.000 ore di tubo catodico, o cristalli liquidi, o plasma ma la sostanza non cambia, la maggior parte è sempre e comunque pubblicità o programmi scadenti. Altri 11 anni li passiamo a lavorare, 5 e mezzo chi fa part-time, ma li spezzettiamo con pause caffè, bagno, sigaretta, caffè, bagno, sigaretta a proposito passiamo 160 giorni a fumare. In tutto stiamo 6 mesi in fila, con le gambe che ci fanno male e il tempo che non passa mai o meglio che passa e non torna come i treni che se li perdi sono andati ma se li aspetti vuol dire che sono in ritardo, un ritardo accumulato di 653 ore, che dopo averlo aspettato così tanto mi passa la voglia di andare. E resto li alla stazione a leggere uno stupido studio di settore sulle abitudini dell’uomo in relazione al tempo, ho impiegato quasi tre minuti a raccontarvelo e ripenso a tutto quello che vi ho detto, il tempo ci sfugge, come un cappello che ci vola via dalla testa in una giornata di vento e lo rincorriamo cercando di afferrarlo restando ogni volta a mani vuote con l’illusione che al prossimo balzo sarà nostro.

E adesso mettete in play stoica, l’unico brano dell’album interamente in italiano, una ballad atmosferica, accompagnata dalla profonda voce del frontman, carica di speranza nonostante la sua malinconia.
Il cielo resta blu sopra le nuvole.

Illudetevi che tutto possa cambiare, perché tutto può cambiare.

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Fame ed attitudine in “Disordinata Armonia”: Don Diegoh e Macro Marco sono la prova che l’hip hop sopravvive e non è mai cambiato 0 272

Il 2018 è stato un anno ricco di sorprese per il rap italiano. La lista di artisti che hanno rilasciato album di spessore, ripagando a pieno le lunghe attese degli ascoltatori, è molto lunga, e a questa si aggiungono senza dubbio i nomi di Don Diegoh e Macro Marco: il 14 dicembre esce “Disordinata Armonia”, un lavoro che a distanza di tre anni ci riporta in cuffia le strofe del rapper di Crotone sulle basi di uno dei deejay e producer più apprezzati dello Stivale.

Distaccato e retrospettivo, Don Diegoh è un’artista profondamente influenzato dall’eredità della Golden Age, statunitense e italiana, che continua in maniera ostinata e contraria alle tendenze della scena a fare rap per se stesso e per amore della musica, mantenendola vera, così come quando ha iniziato. Il grande banco di prova del suo talento, nella metrica e nei contenuti, è stato “Latte & Sangue” (2015), album interamente prodotto dal leggendario Ice One, che vanta collaborazioni con alcuni degli artisti più importanti del panorama italiano; oggi, il sodalizio con Macro Marco, fondatore dell’etichetta indipendente che porta il suo nome, Macro Beats, nonché dei Blue Knox e dei Real Rockers, ciurma composta da Moddi MC, Ensi, Madkid e lo stesso Marco, con cui ha partecipato all’ultimo Red Bull Culture Clash. La cura certosina dei beat e la passione incommensurabile che trasuda dalle liriche, si incontrano in un disco dal titolo ossimorico, che però assume significato proprio se messo in relazione al suo contenuto: “Disordinata Armonia” è un concetto che si carica di senso se l’album viene ascoltato nel suo complesso, indipendentemente se dalla prima all’ultima traccia, o nel senso inverso. Ciò non toglie che ogni canzone abbia la sua specificità: Diegoh semina in ogni verso un pezzo dei suoi ricordi e racconta di tutte le cose che per lui hanno importanza, anche se sembra che il resto del mondo le abbia dimenticate. La sua scrittura, che spesso si riferisce ad un interlocutore diretto, un tu, fa in modo che ci si possa riconoscere e stabilire un contatto empatico con quelle storie, che parlano da una persona comune a una persona comune, senza pretesa alcuna di sentirsi al di sopra degli altri (“La ragione per cui ascolti questa roba credo sia/ritrovare almeno un po’ della tua vita nella mia”).

Disordinata Armonia” è un disco compatto, composto da otto tracce in totale. Prima della pubblicazione, Don Diegoh ha anticipato il contenuto delle canzoni sul suo profilo Instagram; inoltre, il disco è stato rilasciato solo in vinile (500 copie in edizione limitata) e su digital stores per volere degli artisti. La scelta delle collaborazioni è interessante e inaspettata, anche in questo caso sinonimo della maturità artistica di Diegoh e Marco, capaci di rendersi versatili pur rimanendo nelle trame di un disco che fa bum cha e muove le teste su e giù dalla prima all’ultima traccia. Il viaggio attraversa ancora una volta le tappe della vita di tutti i giorni, motivo fondamentale e costante nelle strofe di Don Diegoh, dai sogni chiusi a chiave nel cassetto, passando per le delusioni fino ad un microfono stretto in mano sopra un palco. Le canzoni sono costellate di citazioni che alzano il livello dell’album e rendono chiaro il background musicale e culturale degli artisti.

Il disco si apre con una traccia malinconica, ma dal retrogusto dolce. Marco costruisce sulle sue tastiere un loop dai toni nostalgici per “Replica”, una “Foto di gruppo” dei momenti più intensi che hanno lasciato spazio all’abitudine e alla routine di ogni giorno. Don Diegoh tratteggia un fondale invernale, in cui le città diventano deserti freddi, malgrado il via vai delle persone perse nell’anonimato delle vite comuni. La passione per la musica e il tentativo di mantenerla vera, a differenza delle mode più recenti, sono le ragioni per sfuggire al ripetersi di istanti tutti uguali.
Sigarette morbide” e il primo featuring dell’album, in collaborazione con Killacat. Le barre di Diegoh si impastano con il soul caldo di Killacat su una base orientata al funk, creando complessivamente un prodotto degno della tradizione della black music. Un altro testo ricco di citazioni da cogliere al primo ascolto ad artisti e canzoni che hanno fatto la storia del rap italiano (tra queste, inoltre, rientrano “Lettera d’amore” e la ripresa di un verso di “Alpha e omega”, poi cambiato rispetto alla canzone precedente), ma in assoluto è sorprendente la ricostruzione della celebre scena de “La haine” in cui il deejay mixa KRS-One con Édith Piaf alla finestra del suo palazzo, e suona per tutto il quartiere.
XL” è il pezzo con cui tutto è cominciato. Pubblicato come primo singolo più di un anno fa, è in collaborazione con DJ Shocca aka Roc Beats, all’unanimità uno dei migliori in Italia, che ha curato i cuts. Il video, inoltre, vanta la partecipazione di “Jedi Master” Danno e Rancore, che realizza alcuni trick con lo skate. Il lungo periodo di gestazione che ha separato il singolo dall’uscita dell’album è la prova concreta dell’accuratezza e della passione che hanno portato alla realizzazione dell’album. Per il resto, base rompicollo e flow incredibile.
#NoFilter” non è un pezzo, ma sono tre pezzi insieme. 4 minuti e 19 secondi per spiegare praticamente che cosa significa questo disco: rime, beat e scratch appunto “senza filtro”, nudi e crudi così come è nato il rap. Riconosci il vero appena Diegoh entra su cassa e rullante.
Marco è sicuramente uno dei migliori quando si tratta di produzioni “alla vecchia maniera”, ma è anche vero che ha un gusto fine per le contaminazioni. “Rimmel” è in collaborazione con una delle voci più interessanti degli ultimi anni, ossia quella di CRLN, anche lei appartenente alla scuderia Macro Beats. La traccia è praticamente divisa in due: la prima parte è cantata da CRLN, mentre la seconda è rappata da Diegoh. Il prodotto è la prova che mettere insieme due artisti appartenenti a generi musicali diversi è tutt’altro che impossibile, e il risultato è a dir poco sorprendente.
Per sempre” è il secondo singolo estratto dall’album, pubblicato a distanza di un anno da “XL”. Diegoh ci mette tutto se stesso passando in rassegna i momenti e i compagni della sua adolescenza, in cui ha incontrato l’hip hop e se n’è innamorato. Sulla bilancia ci sono solo i sacrifici e ricordi di una vita, che si fanno grandi come ombre man mano che il tempo avanza. Gli anni sono treni che passano, a volte si ha il tempismo giusto per salirci, altre li si perde per una manciata di secondi. Ciò che resta sei soltanto tu, solo con te stesso e la dedizione che metti in quello che fai. La campionatura di “Shook ones, Pt. II” nella seconda strofa è la ciliegina su una produzione che suona come un classico, cucita appositamente per essere indossata dalle rime di Don Diegoh.
La penultima canzone della tracklist ricorda per certi versi le atmosfere di alcune produzioni di “Fuori da ogni spazio ed ogni tempo”, disco di qualche anno fa realizzato da Kiave e lo stesso Macro Marco. “Dodicesima ripresa” è la cronaca delle lotte che ognuno deve quotidianamente affrontare per provare a restare in piedi. Il flow di Diegoh è molto introspettivo, e sputa fuori il suo malessere come se fosse una confessione, amplificato dalle immagini incisive che crea con le parole (“Mani in aria, entro, sembro solo nella sala/strumento muto in un assolo al Teatro della Scala”).
Domenica” è l’ultima traccia dell’album. La canzone è sicuramente una delle migliori dell’album, in collaborazione con Bunna degli Africa Unite e curata da Kiave per la parte audio, e chiude un cerchio in un certo senso, ricollegandosi per molti aspetti a “Replica”, la traccia iniziale. Dalle liriche emerge un forte senso di solitudine, per molti una trappola, che non può essere superata se non restando attaccati alle proprie ambizioni. Diegoh riversa in questo testo le sue incertezze nei confronti del futuro come se fosse il diario di bordo, appunto, di una domenica malinconica, il giorno in cui tutto si ferma fino a che la settimana non inizia nuovamente con i suoi ritmi e gli impegni di ogni giorno.

Disordinata armonia” è un disco che fa bene al rap italiano. “Ideologie” a parte, in una realtà in cui la musica viene il più delle volte prodotta esclusivamente al fine di guadagnare, album come questo sono utili per ricordarci come andrebbe fatta, a prescindere dall’essere “vecchi” o dal seguire le nuove mode: Don Diegoh potrebbe rappare su qualsiasi base, e Macro Marco ha un talento naturale nel suo lavoro che sconfina in una gamma molto vasta di generi musicali, ma ciò che li accomuna è la passione per questa cosa, e il fatto di fare musica per amore della musica. Il risultato è un lavoro che sicuramente durerà nel tempo, e questo non dipende in prima linea dai canoni puramente tecnici a cui risponde, ma dall’attitudine con cui è stato portato a termine e il messaggio che trasmette. Rap puro, rime e beats di altissimo livello: niente di più, niente di meno. Nessun consiglio per l’ascolto in particolare, se non quello di calare le cuffie e mettere il disco in play. Funziona bene, soprattutto in quei giorni lì, in cui quando suona la sveglia hai già pensato almeno una volta di non potercela fare.

“Alone vol. 1”, l’inizio del nuovo viaggio di Gianni Maroccolo 0 608

Durante la vita si sente sempre l’esigenza di intraprendere un percorso in  solitudine, soprattutto dopo intensi periodi passati “in compagnia”. Non tanto perché si percepisce l’esigenza di allontanarsi da un contesto o perché l’attuale routine nuoce, ma piuttosto perché si sente la necessità di comunicare qualcosa in prima persona, attraverso un “proprio” lavoro, con le proprie forze e con il personale modo di comunicare. Dimostrando nuovamente a sé stessi e poi agli altri cosa siamo capaci di fare. In realtà Gianni Maroccolo (in arte Marok) è un musicista, compositore, produttore discografico e “scopritore di gemme rare” che non deve dimostrare nulla a nessuno, perché il suo trascorso fa capire abbastanza. Essendo questa una recensione musicale e non una pagina di Wikipedia, mi limiterò a elencare soltanto parte del suo “vissuto”: Litfiba (1980-1989); CCCP (1990); CSI (1992); Per Grazia Ricevuta (2002); Marlene Kuntz (2004); Ivana Gatti (2005). Probabilmente avrò omesso qualcosa – si tratta dei pochi artisti “multitasking” italiani, in grado di fare mille cose in una volta. Produrre, comporre, suonare – e un esempio è il progetto sperimentale dei Beau Geste nato parallelamente al periodo Litfiba, o la produzione del primo album dei Timoria (Colori che esplodono, 1990), ma questo è comunque abbastanza per dichiarare il nostro Marok – concedetemi il termine “nostro”, sia per senso di appartenenza territoriale, sia perché chi ha contribuito così tanto in una determinata scena musicale diventa di diritto un patrimonio da salvaguardare, e quindi “nostro; di tutti” – come un pezzo importante della storia rock indipendente italiana.

La fase solista di Gianni Maroccolo inizia nel lontano 1996, con la composizione di una colonna sonora per il film “Escoriandoli”, insieme a Francesco Magnelli. Nel 2004 pubblica il suo primo disco: “A.C.A.U La nostra meraviglia”, affiancando a sé artisti come Battiato, Manuel Agnelli, Giovanni Lindo Ferretti, e tanti altri. Non si ferma, e nel 2013 pubblica “Vdb23/Nulla è andato perso”, un album – creato insieme a Claudio Rocchi, uno dei maggiori esponenti del rock psichedelico e progressivo italiano – che sicuramente lo ispirerà e lo influenzerà per il lavoro che stiamo per introdurre: Alone vol.1, il suo secondo progetto solista, un percorso unico e senza fine articolato come una serie tv. Con episodi pubblicati ogni sei mesi – il 17 dicembre e il 17 giugno – con la parte grafica curata da Marco Cazzato e la narrazione dallo scrittore e critico musicale Mirco Salvadori.

Alone vol.1 quindi non è un semplice album e c’era da aspettarselo. Marok durante il suo percorso musicale ha avuto numerose influenze, ha collaborato con i migliori del circondario e oltre ad essere musicista è anche produttore e compositore. Sarebbe stato troppo banale.
Definito “disco perpetuo”, si tratta di un lungo viaggio accompagnato da ritmi ipnotici, tribali e psichedelici, con pause semestrali per ricaricare le forze e fare benzina. Un po’ come le serate in comitiva dei “migliori anni della nostra vita”: quelle che vorresti non finissero mai e che per fortuna finiscono perché sennò qualcuno potrebbe lasciarci la pelle. Gli esempi ovviamente non hanno lo stesso peso, ma a parer mio 50 minuti in totale per sei brani – strumentali al 75% e con un sound che non è per tutti – sono la dose giusta da somministrare.

Come in ogni viaggio, si incontra sempre qualcuno per una chiacchierata o semplice compagnia. Durante questo cammino i “passanti” che spiccano – oltre agli eccellenti musicisti che hanno dato un “aiuto” – sono due: Jacopo Incani (in arte IOSONOUNCANE) e Stefano Rampoldi (meglio noto come EDDA).
Marok, insieme a Jacopo, ci porta in un grande rave party nella tundra, con sound tribali, percussioni che introducono un “delirio elettronico” a metà brano e che lasciano spazio a un finale più “soft” e ipnotico. Con i suoi 17 minuti, tundra è il brano più lungo del lavoro e il secondo in ordine cronologico. Magari è proprio il luogo scelto per questo viaggio infinito, o il “mood” che vorrebbe far risaltare di più, o probabilmente niente di tutto questo. Però mi piace pensare che dietro ci sia sempre qualcosa, senza sguardi sospettosi o malizie varie.
In compagnia di Edda ci affascina con un ritmo induista, tra sitar – suonati da Beppe Brotto – sound psichedelici e “mantra di buon auspicio”. Si parla del brano l’Altrove, il quarto dell’album, che fa pensare molto – si, lo so, si tratta di induismo e non di buddismo –  alla “luce”, ricercata nel libro tibetano dei morti, cult della filosofia buddista e fonte d’ispirazione del maestro Franco Battiato. Un altrove anticipato da un preludio, da una fase che preannuncia l’andare oltre. Un’introduzione rappresentata da un brano, il terzo: l’altrove preludio. Un prologo che fa pensare al John Frusciante periodo Ataxia, o al Thom Yorke periodo “Thom Yorke”. Costituito anch’esso da quel sound orientale che caratterizza il quarto brano, e come poteva essere altrimenti. Un lavoro molto più soft, più lento, con una voce che sembra voler accompagnare un lungo cammino verso una porta, verso quella luce. Quasi un “uomo in marcia sul miglio verde” ma con più positività e con un finale migliore.

Il brano che da inizio a questo lungo percorso spirituale e psichedelico si chiama Cuspide. Una traccia noise, ruvida e a tratti malinconica, con una chitarra acustica utilizzata per introdurre un potente crescendo strumentale, che in seguito andrà a svanire per lasciare spazio a un fade to black musicale e “ventoso”. Invece, il secondo cantato tra i sei si trova in Sincaro, un lavoro molto new wave, a tratti ruvido e sinfonico, accompagnato dalla voce profonda di Luca Swanz Andriolo usata per introdurre un affasciante strumming , dalla tromba mariachi di Enrico Farnedi per un finale perfetto, e dal ricordo – come in tutto l’album –  di una persona scomparsa: Claudio Rocchi, il già menzionato protagonista assoluto del rock progressivo italiano, compagno di band di Marok e soprattutto amico. Scomparso prematuramente nel 2013.

Questa prima parte di viaggio si ferma con Alone to be continued, un brano costituito da un titolo che lascia spazio all’immaginazione, a quello che verrà dopo. Una traccia che ha fatto dell’elettronica il suo pilastro principale, fondamentale in un viaggio del genere, quasi spaziale, mistico. Un lavoro che annulla il tempo, che ci fa rivivere il passato – il giovane compositore elettronico toscano – il presente – un uomo che si conferma tra i grandi del panorama italiano – e il futuro. Con un inizio del genere non potrà che esserci un seguito altrettanto grandioso.

Alone non è un album. Alone è Gianni Maroccolo.

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