L’angolo della poesia #2 – Riccardo Mannerini 0 1789

Per la seconda puntata della rubrica di Blunote Music dedicata alla poesia, scegliamo di sottoporvi un brano del genovese Riccardo Mannerini. I versi che seguono sono pesanti come macigni, e dopo saranno oggetto di una nostra riflessione. Per iniziare, vi ricordiamo che fu proprio questa poesia ad ispirare il “Cantico dei Drogati” del celebre cantautore Fabrizio De André.

A sinistra, Mannerini. A destra, De Andrè.

EroinaRiccardo Mannerini

Come potrò dire
a mia madre
che ho paura?
La vita,
il domani,
il dopodomani
e le altre albe
mi troveranno
a tremare
mentre
nel mio cervello
l’ottovolante della critica
ha rotto i freni
e il personale
è ubriaco.
Ho paura,
tanta paura,
e non c’è nascondiglio possibile
o rifugio sicuro.
Ho licenziato
Iddio
e buttato via una donna.
La mia patria
è come la mia intelligenza:
esiste, ma non la conosco.
Ho voluto
il vuoto.
Ho fatto
il vuoto.
Sono solo
e ho freddo
e gli altri nudi
ridono forte
mentre io striscio
verso un fuoco che non mi scalda.
Guardo avvilito
questo deserto
di grattacieli
e attonito
vedo sfilare
milioni di esseri di vetro.
Come potrò
dire a mia madre
che ho paura?
La vita,
il suo motivo,
e il cielo
e la terra
io non posso raggiungerli
e toccare…
Sono sospeso a un filo
che non esiste
e vivo la mia morte
come un anticipo terribile.
Mi è stato concesso
di non portare addosso
vermi
o lezzi o rosari.
Ho barattato
con una maledizione
vecchia ma in buono stato.
Fu un errore.
Non desto nemmeno
più la pietà
di una vergine e non posso
godere il dolore
di chi mi amava.
Se urlo chi sono,
dalla mia gola
escono deformati e trasformati
i suoni che vengono sentiti
come comuni discorsi.
Se scrivo il mio terrore,
chi lo legge teme di rivelarsi e fugge
per ritornare dopo aver comprato
del coraggio.
Solo quando
scadrà l’affitto
di questo corpo idiota
avrò un premio.
Sarò citato
di monito a coloro
che credono sia divertente
giocare a palla
col proprio cervello
riuscendo a lanciarlo
oltre la riga
che qualcuno ha tracciato
ai bordi dell’infinito.
Come potrò dire a mia madre
che ho paura?
Insegnami,
tu che mi ascolti,
un alfabeto diverso
da quello della mia vigliaccheria.

L’autore scrive in prima persona, mettendosi nei panni di un eroinomane che riflette sulla sua condizione di tossicodipendente. L’incipit recita il ritornello: “Come potrò dire/a mia madre/che ho paura?” Già, perché l’essere umano, quando è sull’orlo del baratro, regredisce: torna bambino, ed il senso del pericolo è sovrastato da quello della vergogna. Nulla diviene più importante dell’idea che possano avere gli altri di noi; le persone importanti della nostra vita che abbiamo deluso. Se l’eroina è una delle cause di alienazione più grandi della seconda metà del XX secolo (con un’incredibile ritorno in auge proprio dagli anni Dieci del Terzo Millennio), essa è soltanto la metafora di tutte quelle dipendenze che possono portare l’essere umano al suicidio dell’anima. E non parliamo di altre droghe intese come “sostanze proibite” da un sistema normativo. Si può dipendere anche da un sentimento, da una persona, dal cibo, dalla solitudine. Il tossico non ha per forza bisogno di una siringa: alle volte è sufficiente un “no” detto con noncuranza, od un aiuto non fornito, un sorriso non ricambiato. La delicatezza del momento nel quale l’essere umano si ritrova a “giocare a palla/col proprio cervello”, in un loop di depressione ed inettitudine, è la vera droga dei nostri tempi. “Insegnami/tu che mi ascolti/un alfabeto diverso/da quello della mia vigliaccheria”: questa l’estrema richiesta d’aiuto di chi annega in se stesso. Una mano da afferrare prima che sia troppo tardi.

 

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Fabrizio De Andrè: il principe è libero davvero 0 571

Accade sempre così: quando a venire rappresentata su schermo è una persona reale così nota, così radicata in un paese che, spesso, non conosce sfumature tra l’ergere a sacro o bollare con noncuranza una personalità come quella di Faber, beh, le critiche arrivano.

I puristi, ad esempio, si concentrano dapprima sul fronte legato all’immagine, scandagliando minuziosamente ogni volto, ogni espressione, ogni pettinatura e ogni accento; magari perché è facile, in film del genere, cadere nella parodia non voluta e nell’eccessiva caratterizzazione.

Come è facile, d’altronde, render sì conto al reale intreccio dei fatti storici accaduti, ma nel contempo adattarli, aggiungere o togliere qualcosa, rabbonire o inasprire il tutto per modificare anche il punto di vista del pubblico. Ed anche in questi casi eccoli ancora lì, i puristi, con una lente d’ingrandimento in una mano e il block notes su cui scrivere ogni minimo errore nell’altra.

Questi due punti focali sono i classici parametri che un regista intento a girare una biopic deve cercare di far funzionare, e raramente l’iconicità di un personaggio e la sua storia vera sono qualitativamente allo stesso livello.

Un film biografico di alto livello ha bisogno, quindi, di mediare questi due fattori; ha bisogno, in fin dei conti, di accompagnare l’essenza della persona reale, che è stata, ad un proprio punto di vista, e poco importa se alcuni fatti non sono comparabili a quelli reali, d’altro canto il cinema non arriverà mai a rappresentare il Vero.

Il pregio di Fabrizio De Andrè principe libero è proprio questo: raccontare la storia di un artista immenso ma spesso relegato a cantautore inarrivabile (e questo non ha fatto bene a nessuno, nella storia della musica italiana) senza però perdere la distinzione tra vita reale e vita percepita, tra persona e personaggio, ma nello stesso tempo rendendo giustizia all’essenza più intima e autentica di Faber.

Il film, che in realtà è pensato come una fiction in due puntate che andranno in onda su Rai 1, funziona soprattutto per questo, ma anche per la qualità registica, di sceneggiatura, di fotografia e di cast di gran lunga migliore dei telefilm italiani a cui siamo abituati (quelli con Beppe Fiorello che interpreta ogni personaggio rilevante della storia italiana, per intenderci).

Luca Facchini, il regista, crea attorno a De Andrè un contesto convincente che riesce ad essere anche coerente con le scelte attuate dal cantautore, il quale, attraverso la creazione delle sue canzoni, delimita gli spazi temporali della sua evoluzione artistica e umana. I suoi brani più significativi sono, dunque, al servizio della narrazione, facendo tirare un sospiro di sollievo a chi si aspettava una scelta – trita e ritrita – di porre al centro i brani a discapito della storia. A proposito di brani, questi, nelle scene in cui Faber si esibisce dal vivo, sono cantati direttamente da Luca Marinelli, che non si limita dunque ad interpretare un ruolo, ma lo vive.

Marinelli è sicuramente la vetta più alta di tutta la pellicola. Che fosse un attore portentoso lo si sapeva già (preferite ricordarlo in Lo chiamavano Jeeg Robot o in Non essere cattivo?), ma qui ricalca esattamente le caratteristiche peculiari del film: da lontano incredibilmente uguale a De Andrè e da vicino assolutamente riconducibile a se stesso. Marinelli sta nel personaggio senza esagerare, riuscendo a recitare con una cura dei dettagli talmente ben fatta da non apparire caricato o scialbo, mettendo la sua bravura al servizio della persona e non imponendo al De Andrè reale di forzare la sua prova attoriale, costantemente in bilico tra Luca e il principe libero.

Ed è forse a causa dell’anarchica ricerca della libertà del cantautore che il film comincia da quel rapimento in Sardegna che scosse l’Italia. È da questa condizione di prigionia che l’intero vissuto di Faber ha simbolicamente inizio. Perché De Andrè era questo: un poeta errante che ha indagato ogni strato emotivo e sociale per cercare la libertà. La libertà dalle convenzioni, dalle imposizioni, da una legge morale che non fosse la sua. “L’anarchia è darsi delle regole prima che te le diano gli altri”, sbotta il De Andrè di Marinelli ad un certo punto del film.

La libertà di esprimersi come e quando voleva, di esprimere la sua esigenza comunicativa in un modo diverso dagli altri, ma non diverso perché controcorrente, ma perché suo, di rappresentare gli ultimi e i disperati non in modo da dare loro dignità, ma in modo da far comprendere che la dignità già ce l’hanno.

La libertà anche da sè stesso, dalle paure, dal futuro incombente.
La libertà di essere ciò che si sente, prima solitario e introverso e un secondo dopo divertente e bonaccione.

E non importa se la rappresentazione di ciò che accade non passa per la severa revisione del Vero, ciò che conta è che Fabrizio De Andrè principe libero rappresenti quel modo che ha reso Faber uno dei più amati poeti del nostro paese: quel modo anarchico, libero e anticonvenzionale di analizzare ciò che gli altri si lasciano alle spalle.

The Vimpire’s Wife, la poesia inedita di Nick Cave 0 1184

Rilasciato in concomitanza con una maglietta in edizione limitata, progettata per l’etichetta di Susie Cave – The Vampire’s Wife, esce una poesia inedita di Nick CaveThe Vampire’s Wife è l’etichetta lanciata da Susie Cave, moglie dell’iconico cantautore Nick Cave. Prendendo il nome da un romanzo incompiuto dal marito, l’etichetta è nota in quanto i suoi vestiti sono spesso indossati da artisti come Florence Welch.

L’ultima uscita della The Vampire’s Wife è la terza di una serie di t-shirt in edizione limitata. Creata in collaborazione con l’artista Karen Constance, la t-shirt si intitola “Girl Number 3” e presenta il ritratto di un’accattivante vampira dai capelli neri che tiene delicatamente un uccello giallo. Le magliette stampate a mano saranno vendute in una tiratura limitata di 200 pezzi dl lunedì, ciascuna numerata e venduta in una confezione regalo.

Con l’uscita della t-shirt, Nick Cave ha scritto un breve poema che rivela la storia della vampira:

She is fierce, violent, of divine power, terrifying.
She came up from the marshes raging wildly.
Her hair is hanging in black rivers,
Her eyes are green lakes,
She returns with the yellow bird-spirit
Kittens and a snake go in front of her

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