L’angolo della poesia #2 – Riccardo Mannerini 0 1616

Per la seconda puntata della rubrica di Blunote Music dedicata alla poesia, scegliamo di sottoporvi un brano del genovese Riccardo Mannerini. I versi che seguono sono pesanti come macigni, e dopo saranno oggetto di una nostra riflessione. Per iniziare, vi ricordiamo che fu proprio questa poesia ad ispirare il “Cantico dei Drogati” del celebre cantautore Fabrizio De André.

A sinistra, Mannerini. A destra, De Andrè.

EroinaRiccardo Mannerini

Come potrò dire
a mia madre
che ho paura?
La vita,
il domani,
il dopodomani
e le altre albe
mi troveranno
a tremare
mentre
nel mio cervello
l’ottovolante della critica
ha rotto i freni
e il personale
è ubriaco.
Ho paura,
tanta paura,
e non c’è nascondiglio possibile
o rifugio sicuro.
Ho licenziato
Iddio
e buttato via una donna.
La mia patria
è come la mia intelligenza:
esiste, ma non la conosco.
Ho voluto
il vuoto.
Ho fatto
il vuoto.
Sono solo
e ho freddo
e gli altri nudi
ridono forte
mentre io striscio
verso un fuoco che non mi scalda.
Guardo avvilito
questo deserto
di grattacieli
e attonito
vedo sfilare
milioni di esseri di vetro.
Come potrò
dire a mia madre
che ho paura?
La vita,
il suo motivo,
e il cielo
e la terra
io non posso raggiungerli
e toccare…
Sono sospeso a un filo
che non esiste
e vivo la mia morte
come un anticipo terribile.
Mi è stato concesso
di non portare addosso
vermi
o lezzi o rosari.
Ho barattato
con una maledizione
vecchia ma in buono stato.
Fu un errore.
Non desto nemmeno
più la pietà
di una vergine e non posso
godere il dolore
di chi mi amava.
Se urlo chi sono,
dalla mia gola
escono deformati e trasformati
i suoni che vengono sentiti
come comuni discorsi.
Se scrivo il mio terrore,
chi lo legge teme di rivelarsi e fugge
per ritornare dopo aver comprato
del coraggio.
Solo quando
scadrà l’affitto
di questo corpo idiota
avrò un premio.
Sarò citato
di monito a coloro
che credono sia divertente
giocare a palla
col proprio cervello
riuscendo a lanciarlo
oltre la riga
che qualcuno ha tracciato
ai bordi dell’infinito.
Come potrò dire a mia madre
che ho paura?
Insegnami,
tu che mi ascolti,
un alfabeto diverso
da quello della mia vigliaccheria.

L’autore scrive in prima persona, mettendosi nei panni di un eroinomane che riflette sulla sua condizione di tossicodipendente. L’incipit recita il ritornello: “Come potrò dire/a mia madre/che ho paura?” Già, perché l’essere umano, quando è sull’orlo del baratro, regredisce: torna bambino, ed il senso del pericolo è sovrastato da quello della vergogna. Nulla diviene più importante dell’idea che possano avere gli altri di noi; le persone importanti della nostra vita che abbiamo deluso. Se l’eroina è una delle cause di alienazione più grandi della seconda metà del XX secolo (con un’incredibile ritorno in auge proprio dagli anni Dieci del Terzo Millennio), essa è soltanto la metafora di tutte quelle dipendenze che possono portare l’essere umano al suicidio dell’anima. E non parliamo di altre droghe intese come “sostanze proibite” da un sistema normativo. Si può dipendere anche da un sentimento, da una persona, dal cibo, dalla solitudine. Il tossico non ha per forza bisogno di una siringa: alle volte è sufficiente un “no” detto con noncuranza, od un aiuto non fornito, un sorriso non ricambiato. La delicatezza del momento nel quale l’essere umano si ritrova a “giocare a palla/col proprio cervello”, in un loop di depressione ed inettitudine, è la vera droga dei nostri tempi. “Insegnami/tu che mi ascolti/un alfabeto diverso/da quello della mia vigliaccheria”: questa l’estrema richiesta d’aiuto di chi annega in se stesso. Una mano da afferrare prima che sia troppo tardi.

 

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The Vimpire’s Wife, la poesia inedita di Nick Cave 0 1015

Rilasciato in concomitanza con una maglietta in edizione limitata, progettata per l’etichetta di Susie Cave – The Vampire’s Wife, esce una poesia inedita di Nick CaveThe Vampire’s Wife è l’etichetta lanciata da Susie Cave, moglie dell’iconico cantautore Nick Cave. Prendendo il nome da un romanzo incompiuto dal marito, l’etichetta è nota in quanto i suoi vestiti sono spesso indossati da artisti come Florence Welch.

L’ultima uscita della The Vampire’s Wife è la terza di una serie di t-shirt in edizione limitata. Creata in collaborazione con l’artista Karen Constance, la t-shirt si intitola “Girl Number 3” e presenta il ritratto di un’accattivante vampira dai capelli neri che tiene delicatamente un uccello giallo. Le magliette stampate a mano saranno vendute in una tiratura limitata di 200 pezzi dl lunedì, ciascuna numerata e venduta in una confezione regalo.

Con l’uscita della t-shirt, Nick Cave ha scritto un breve poema che rivela la storia della vampira:

She is fierce, violent, of divine power, terrifying.
She came up from the marshes raging wildly.
Her hair is hanging in black rivers,
Her eyes are green lakes,
She returns with the yellow bird-spirit
Kittens and a snake go in front of her

La poesia nel “mare di troppo” di Joy Musaj 0 1753

Siamo abituati a vederli un po’ tristi, incurvati su uno sgabello all’interno di qualche pub nei vicoli di Città Vecchia mentre raccontano del loro nuovo lavoro raccolto in una trentina di pagine, sorseggiando della birra avanzata da un bicchiere di plastica, raccogliendo sporadici applausi di un pubblico stipato tra i tavolini. Sono questi i poeti come la gente li immagina, tra qualche aforisma e una donna di troppo. Oggi invece, abbiamo con noi tutto il contrario di quest’immagine. Sempre di poeta – anzi poetessa – si tratta, ma con uno spiglio diverso, più gioioso, come suggerisce il suo nome. Stiamo parlando di Joy Musaj, scrittrice e poetessa a metà tra l’Albania e l’Italia, vincitrice di molti premi, che si racconta in un’intervista esclusiva.

Ciao Joy, come prima cosa, facci una panoramica su di te. Di dove sei? Cosa fai adesso? Come ti sei avvicinata alla scrittura? Raccontati!
Sono nata a Durazzo, in Albania. A nove anni mi sono trasferita assieme alla mia famiglia a Crispiano, in provincia di Taranto. Le mie due case – quella in cui sono nata e quella in cui sono cresciuta – sono esattamente ad un mare di distanza. Da qui deriva anche il nome “il mare di troppo”, il mio blog personale. Ora vivo da sola a Torino e studio psicologia. Ho incominciato a scrivere all’età di quindici anni; ad un certo punto le parole degli altri non mi bastavano più: volevo le mie parole. All’inizio scrivevo pensieri del tutto personali, senza una struttura. Ho iniziato a scrivere racconti brevi solo dopo aver letto “la grammatica di Dio” di Stefano Benni. I suoi lavori mi hanno sempre affascinato, rimanendo una costante ispirazione. È stato lui ad alimentare la mia passione per la scrittura.

 

Sappiamo che hai pubblicato dei libri e che hai vinto dei premi. Parlaci di quest’esperienza.
A diciassette anni partecipai ad un concorso intitolato “il primo amore non si scorda mai” di una piccola casa editrice. Con grande sorpresa vinsi il primo premio con il racconto “Favole d’Oggi”. Successivamente partecipai ad altri progetti, tra cui “Oltre Mare” e “Donne d’Inchiostro”, quest’ultimo della Gemma Edizioni. Con la Gemma Edizioni pubblicai anche un racconto, “I Segni dei Baci”, che venne letto a Frosinone in occasione della giornata contro la violenza. Lo stesso racconto, ma tradotto in albanese, ha vinto il premio come miglior racconto sulla violenza, questa volta in Albania. È stato importante per me pubblicare anche nella mia lingua madre.

 

Quale rapporto ti lega alla poesia? Di cosa scrivi, e in quali momenti lo fai?
Ho iniziato a scrivere poesie solo recentemente. Amo la poesia, l’ho sempre vista come una forma d’arte che si avvicina alla spontaneità dell’anima umana. Una volta che inizi a scrivere il primo verso, è la poesia che ti guida. L’unica fatica che fa il poeta è prendere la penna in mano, poi lei si scrive da sé. Per questo motivo, per molti anni, non mi sono sentita all’altezza di scriverne una. Ma come ho già detto, la poesia è spontanea e in modo del tutto naturale mi sono ritrovata a scrivere la mia prima poesia. Da quel momento, non ho più smesso. Ho sentito dire svariate volte che per scrivere bisogna soffrire. Io trovo abbastanza triste associare ad una cosa così pura come la poesia, la parola “sofferenza”. Io le assocerei la parola “libertà”. La scrittura è libertà e per scrivere basta avere qualcosa da comunicare. Quando la sera, da sola, apro il mio diario e scrivo, per me quella è la libertà e anche la mia salvezza. Mi sento più leggera dopo aver chiuso quel diario.

 

 Prima hai accennato al tuo blog. Ti segue parecchia gente? Quanti sono legati alle tue poesie?
Sono ormai quattro anni che scrivo su un blog intitolato “Il mare di troppo”. Quando l’ho creato non avrei mai immaginato che mi avrebbero seguita più di 120.000 persone. È anche grazie a loro se ho continuato a scrivere. Molte di quelle persone hanno visto crescere la mia passione per la scrittura. Ho anche avuto l’opportunità di incontrarli di persona, mi è persino capitata di essere fermata per strada e sentirmi dire “amo ciò che scrivi”. Dopo una lunga e pesante giornata, quelle parole trasmettono una gioia infinita.

 

Sappiamo che fra i tuoi progetti futuri c’è un libro con una casa editrice. Vuoi parlarcene?
Da qualche mese ho firmato un contratto con la casa editrice “Aletti Editore”. Pubblicherò il mio primo libro di racconti brevi intitolato “I fiori appassiti”, nel quale ci saranno anche i racconti pubblicati precedentemente nei vari libri. Questo lavoro è più personale di quanto voglia ammettere. Dentro di esso ci sono i miei pensieri notturni, tutti i tramonti che ho visto; c’è quel mare di troppo, tutte le persone che hanno fatto parte della mia vita, le emozioni. Connesso che sono spaventata, ma nello stesso tempo il pensiero di poter comunicare tutto questo mi rende estremamente felice. Uno dei miei progetti per il momento è tradurre questo libro in albanese e pubblicarlo anche nel Paese in cui sono nata. “I fiori appassiti” parla molto dell’Albania e mi piacerebbe che i miei coetanei lo leggessero.

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